
PUNTO 19 – Il sangue dei vampiri compromette irrimediabilmente il corpo umano, come un veleno si diffonde e si incista nelle cellule umane, mutandole definitivamente.
Era quasi mezzanotte quando l’auto si fermò dinanzi alla villa della vedova Morris.
Veronika ritirò la mano e se la mise in grembo e Samael indugiò solo un istante nell’abitacolo, poi uscì senza dire altro.
Si arrampicò come un gatto sulla facciata, per poi introdursi nella casa, mentre Veronika lo osservava dall’auto, raggomitolata nella giacca in un silenzio irreale che le ronzava nelle orecchie.
Quando il vampiro riaprì la portiera, lei gridò istintivamente, tesa e nervosa in un dormiveglia agitato e gelido.
«Sono io, stai calma.»
«Scoperto qualcosa?»
«Oh sì. C’era una foto col battesimo di Albert su una mensola e ho riconosciuto un luogo particolare di Roma. Un sotterraneo del Vaticano che non vedevo… mh, dalla fine del Quattrocento. Così ho controllato i cognomi dei genitori nei nostri archivi nel cloud della Hermon. La madre di Morris era un agente in congedo della task force locale di mistici e il bambino era stato battezzato proprio dal Gran Maestro in persona.»
«Q-quindi è così. Colpiscono i collaborazionisti che hanno un’ascendenza soprannaturale e li agganciano tramite gli esami alla Human First!»
Samael fece ripartire l’auto: «Ora tocca a te, Veronika. Andiamo da Hollis.»
Il vampiro era pieno di energia da quando era tramontato il sole e Veronika ormai aveva imparato a riconoscere i suoi movimenti lenti e prudenti del giorno, contrapposti alla briosa, rapida e felina efficacia della notte.
Al contrario, lei era esausta.
Le poche ore in cui aveva dormito, quel pomeriggio, le parevano lontane una settimana e, per quanto cercasse di resistere, per quanto anelasse a tenersi ancora per mano con lui, cedette al sonno per tutto il resto del viaggio.
Si svegliò allo sbattere delle portiere, drizzandosi a sedere con gli occhi che passavano da Samael a Hollis, che era salito sul sedile posteriore.
L’auto ripartì e il capitano si guardò alle spalle: «Sicuro che nessuno ci abbia visto insieme Selim?»
Il vampiro mostrò un piccolo componente elettronico: «Questo altera le comunicazioni nell’etere, il potere dei vampiri serve invece per ingannare i sensi dei viventi.»
«C-Capitano Hollis», Veronika balbettò stropicciandosi il volto.
«Detective, ho ricevuto i suoi rapporti, ma sono stati già sequestrati dalla CIA. Il presidente ha fatto un passo indietro e ci ha tolto autonomia e protezione. L’indagine e la mia posizione sono in un momento critico.»
«Critico?», chiese lei. «Significa che vuole abbandonarla?»
«I ragazzi che non hanno partecipato all’azione contro di voi mi hanno detto che l’ordine era venuto da Bauer. L’assassino non si fermerà solo perché un generale coglione soffre di sindrome da cazzo piccolo e deve imporre la sua inutile presenza e il suo ruolo. Tuttavia non posso più proteggervi», allungò un foglietto e un mazzo di chiavi a Veronika. «Questo indirizzo è una casa sicura e rifornita. Andateci e aspettate istruzioni, dobbiamo organizzare il rientro di Selim alla Hermon.»
«Ma Capitano! C’è sotto qualcosa di molto grosso, non possiamo fermarci!»
«Oh certo che è grosso. Oggi abbiamo trovato una fossa comune», disse offrendole una chiavetta USB dopo qualche reticenza. «Non dovrei dargliela, Detective, perché so che andrà a indagare e non è il caso. Ma è giusto che sappiate. Ci sono almeno quaranta o cinquanta corpi seppelliti in un periodo variabile tra fine agosto e fine ottobre. Beth a una prima occhiata ha confermato le ferite sul collo e il completo dissanguamento, ma per venire a capo di tutte quelle vittime, ne avrà per giorni. La Morgue è piena e non sappiamo più dove metterli!»
«Mio dio», sussurrò la donna, stringendo la chiavetta nel palmo della mano. «Ascolti, Capitano Hollis, come le ho detto quando ho richiesto la protezione per Padre Uriel, abbiamo ragione di credere che siano omicidi su base razziale di collaborazionisti e persone che avevano almeno una parte di sangue soprannaturale, una parentela», si tenne alla maniglia sopra la portiera quando Samael prese una curva in velocità, facendo stridere le gomme sull’asfalto. «Sia Morris che Candy Cotton e padre Michael erano coinvolti nella fuga e nella protezione dei non umani, durante o dopo la guerra. Inoltre l’aggancio pare essere la visita per l’assicurazione sanitaria con la Human First, che prevede anche un prelievo di sangue. Da questo riescono a isolare gli ibridi, poi li colpiscono a distanza di uno o due giorni, massimo una settimana. Deve proseguire le indagini da qui.»
«Non siamo a conoscenza di alcuna tecnica per isolare il soprannaturale dal sangue delle persone, ma se fosse possibile, si aprirebbe un nuovo scenario apocalittico di sterminio barbarico di innocenti. Tutto solo per le tracce nel genoma di un antenato non umano», disse Hollis che guardò Samael.
«Però non avete mai varato leggi sugli ibridi», fece notare il vampiro. «E lei? Ora parla di innocenti sterminati, ma era in prima fila a uccidere innocenti in guerra.»
«Erano soprannaturali. Erano il nemico», si giustificò senza il minimo rimorso.
«E c’erano molti bambini tra loro. E persone che non avevano mai fatto male ad alcuno. Eppure…»
Hollis espirò mettendo nel gesto tutta la sua volontà di non proseguire la discussione: «Cosa farete voi ora?»
Anche Veronika guardò il vampiro che non rispose, né sviò gli occhi dalla strada.
Lo conosceva da poco, ma aveva imparato a leggerne i silenzi tanto quanto ad ascoltarne le parole.
Hollis andava solo ascoltato e non foraggiato di informazioni.
«Capitano, noi abbiamo intenzione di proseguire l’indagine. Ma ci occorre lei come ponte per le notizie e le ricerche. Le farò una domanda diretta e una sola volta. È con noi?»
Hollis inspirò: «Parker, tu hai fiducia in Selim?»
Veronika schiuse le labbra e, senza guardare il vampiro, rispose: «Certo, capitano. Completa fiducia.»
Hollis guardò Samael: «Sta mentendo?»
«No», fu la risposta.
«D’accordo, detective. Sono con voi. Cosa devo fare?»
Veronika si sentì messa a nudo dai sensi superiori del vampiro, che aveva sicuramente fiutato la sua adrenalina e ascoltato il suo battito cardiaco e si strinse nella giacca: «Abbiamo bisogno del referto completo per ogni corpo recuperato dalla fossa comune. Vanno identificati e, per ciascuno, va recuperato l’albero genealogico di tre generazioni compresi i collaterali, anche se parziali. Poi bisogna capire se tutti siano andati a fare la maledetta visita medica assicurativa, dove, quando, con che medico, chi ha effettuato il prelievo, chi lo ha analizzato, chi ha avuto accesso al sangue e agli esiti.»
«Non so se riuscirò a procurare tutte le informazioni, la legge Boyle mi dà molta autonomia finché dura, ma il presidente sta già disconoscendo il mio operato e la H1 è un’istituzione potente e influente, potrebbero ostacolarmi o rallentarmi. Fermati qui, Selim, scendo e torno a piedi.»
L’auto accostò e Veronika allungò la mano a stringere il braccio di Hollis: «Capitano, stia attento, mi raccomando.»
«Va bene, ma siate prudenti anche voi.»
*
20 dicembre 1196
Khalid e Saahir avevano banchettato con ogni tipo di leccornia, si erano rilassati per un mese con fanciulle e svaghi, avevano goduto del sole in ogni modo possibile, curando il loro corpo, i capelli e la costruzione dei muscoli, come se dovessero diventare modelli per gli scultori ellenistici.
Avevano dato il loro consenso a divenire vampiri e il mese sabbatico era stato per loro il coronamento di ogni desiderio umano, in modo da non lasciare nessun rimorso o atto incompiuto prima del grande passo.
Kabir entrò nella stanza di Khalid, che dormiva sul corpo di una splendida ballerina e lo svegliò con uno schiaffo sulla natica nuda: «Ti aspettavo prima del sorgere del sole.»
«M-maestro, scusatemi, mi sono addormentato.»
«Vestiti, andiamo a vedere sorgere la tua ultima alba.»
Khalid si affrettò a indossare pantaloni e una tunica pulita, null’altro.
«Stanotte riceverai il sangue immortale. Hai chiuso tutte le faccende in sospeso con la tua vita mortale?»
«L’ho fatto, padre. Sono pronto.»
«Non mentire, nessuno lo è mai davvero.»
«Vivo tra i vampiri e i custodi da nove anni, ho visto il sonno eterno e le ferite del sole, la regressione e la trasformazione, il potere e la vera morte. Non sono pronto all’imponderabile, ma so cosa mi aspetta e ho la forza di affrontarlo.»
Kabir annuì e aprì la porta della terrazza, accompagnando Khalid nel punto più alto della vasta villa dell’Alleanza dei Giudici.
Sotto di loro, nei giardini, Binael il Vegliardo, il cui nome sottolineava sia l’anzianità del sangue che quella umana, poiché era stato reso immortale in tarda età, passeggiava col suo futuro figlio, Saahir.
«Rispetto agli altri Clan di Giudici, noi avremo anche una responsabilità in più.»
«Tanis», rispose pronto Khalid.
«Esatto. Ed è per la difesa della città sacra che ti ho preparato così a lungo e con tanta cura. Ti ho reso guerriero e sapiente, stratega del campo di battaglia e della psiche umana, abile di spada e di penna, determinato ma riflessivo. In te ho riversato la conoscenza del passato, affinché tu possa affrontare ogni avversità nel futuro», mentre Kabir parlava, il sole sorgeva e Khalid continuava ad alternare lo sguardo tra lui e l’astro mortale, con sempre maggiore ansia.
«Padre, il sole!»
«L’unica cosa che non ti ho ancora insegnato, è a non temere la morte.»
«Non la temo, non…» ma cercò di spingere Kabir con le mani sul suo petto, per farlo rientrare, proprio mentre i raggi del sole iniziavano a lambirne la figura.
Il vampiro era irremovibile, dotato di una forza che al ragazzo difettava e non si spostava di un solo passo.
«Non è vero. Non hai ancora superato le tue paure. La solitudine, l’abbandono, l’insicurezza dei tuoi limiti, i tuoi sentimenti. Tu non sai uccidere senza provare profondo dolore.»
«Non voglio vedere altre persone a me care morire. Non mi piace neanche vedere i nemici morire, è così grave?»
«No, è la tua parte umana che si aggrappa disperatamente a una morale che da domani cambierà, ma se non sei pronto a ritrovarti faccia a faccia con il nuovo te stesso, impazzirai.»
«Ho visto gli altri fratelli diventati vampiri negli anni, ce l’hanno fatta tutti, credete che io non possa? Che non sia abbastanza forte?», e si pose davanti al sole, cercando di mettere in ombra Kabir, dal cui corpo iniziava a levarsi un sottile fumo acre.
Tranquillo e senza reazioni di terrore, il Maestro fronteggiava l’allievo: «Tu non sei come gli altri. Hai un’anima vasta, esposta agli strali della vita come se fossi privo di pelle. Splendido come una farfalla di cristallo. Ora guardami negli occhi, figlio mio e dimmi perché non sei pronto a fare questo passo.»
Khalid guardò il sole, il maestro la cui pelle iniziava a sollevarsi in bolle percorse da vene combuste brillanti: «Padre ti prego, rientra!», disse lui, piangendo, annullando ogni formula di rispetto nelle parole, ogni distanza formale, mentre cercava ancora di spingerlo al sicuro.
«Dillo Khalid!»
Le lacrime scorrevano sul volto del ragazzo per la prima volta dopo tanti anni: «Non ho pianto per loro!», disse infine, crollando in ginocchio. «Non sono neanche riuscito a piangere per loro! Non li ho visti morire, non mi sono mai fermato a compiangerli, a fare un funerale. Io… io non ho pianto per loro e anche la rabbia e la vendetta si sono spente», piangeva, gridava con la fronte appoggiata ai piedi del suo maestro, «… il dolore è sparito e io mi sono odiato per questo. Che razza di figlio sono? Che fratello sono, se non ho pianto per la mia famiglia?»
«Ti sei arroccato nel tuo castello di razionalità, soffocando i sentimenti, reprimendo le lacrime perché pensavi che la vendetta e la giustizia fossero tutto quello che era necessario per loro. Ma invece…»
«Dovevo solo piangerli», disse Khalid abbracciando supplice le gambe di Kabir.
«Tu sarai un grande Giudice. Un Vampiro che scriverà la storia. Ma lo sarai solo se troverai l’equilibrio tra l’onore e i sentimenti. Il tuo più grande errore sarà imboccare una sola delle due vie, perdendo l’altra. I sentimenti ti ricorderanno l’importanza della vita e della scelta, l’onore ti ricorderà la tua missione al di là delle tentazioni. È così facile per noi sentirci delle divinità, invece guarda. Alza gli occhi, figlio mio e guarda quanto facile è morire.»
Khalid alzò gli occhi sul volto piagato di Kabir che in molti punti mostrava già il bianco delle ossa: «Padre, tu dici ciò che già sapevo, ma che non volevo accettare per timore che mi facesse apparire incompleto e inadatto a te. Credevo mi volessi forte e deciso in battaglia e nelle mie scelte.»
«Lo voglio, perché tua sarà l’eredità di Tanis, ma più di tutto, io voglio una sola cosa. Che tu sia felice, figlio mio.»
Kabir si accasciò a terra e Khalid lo prese in braccio, portandolo al sicuro.
*
20 dicembre 2014
«Che c’è, detective? Aspetti che ti porti dentro in braccio come una sposina?», ghignò Samael.
Veronika era rimasta sulla porta del Motel di Montclair a fissare lo squallore trasandato della stanza.
«Se servisse a non pestare scarafaggi e cadaveri di topo, volentieri.»
Samael entrò per primo: «Non sento odore di cadavere o di insetto, entra e non fare la schizzinosa.»
«Non capisco perché non hai voluto andare alla casa sicura.»
«Perché il capitano sudava, era nervoso e non mi ha convinto. E anche quell’accenno allo sterminio di innocenti… non credeva davvero a quello che stava dicendo.»
«Non sei un po’ paranoico?»
Samael la fulminò con lo sguardo: «Indovina come ho fatto ad arrivare alla mia veneranda età?»
«E a quanto ammonta, questa veneranda età?»
«Lo saprai a tempo debito.»
La donna sbuffò, mascherando così il disagio per la risposta evasiva di Samael, che di nuovo la teneva alla larga, lontana dai suoi segreti e ormai era stanca di quei continui cambi di registro cui non sapeva dare un senso.
O meglio, avevano un unico senso, difficile da credere, per un vampiro così antico ed esperto, ovvero che neanche lui sapesse come comportarsi con lei.
Si accomodò sul letto e accese il televisore, che emetteva un fastidioso ronzio elettrico, mentre lui controllava le uscite e le vie di fuga.
La notizia del giorno rimbalzava su tutti i notiziari.
Un vampiro nelle fogne di San Francisco.
Misteriosi traffici di mezzi.
La testimonianza del soldato.
La fossa comune e le forze dell’ordine che sgomberavano i corpi.
Le foto della devastazione del suo appartamento.
Le ipotesi dei giornalisti.
La dichiarazione di Hollis: «Tra i corpi carbonizzati della task force incaricata di neutralizzare il soprannaturale, al momento non è stato identificato il cadavere del Detective Parker, titolare dell’appartamento. Il nostro pensiero e il cordoglio della città vanno alle famiglie dei fedeli soldati caduti in missione…»
«Mia sorella verrà presto tirata in ballo, dovrei avvertirla in qualche modo», disse la donna.
«Usa il mio cellulare, è schermato, ma fai comunicazioni di massimo un minuto», disse lui, controllando infine la stanza in ogni dettaglio.
Quando Veronika finì la telefonata singhiozzò in silenzio, cercando di nascondere il dolore di ciò che aveva patito in quei giorni.
Sentire sulle spalle le mani di Samael non la fece trasalire, anzi si calmò e inspirò, godendosi quel tocco quasi taumaturgico.
«Quando ho riattaccato, mia sorella mi stava ancora insultando e se la prendeva con te. I vampiri in genere. Ha ancora così tanto odio nei ricordi.»
«Ti tradirà?»
«Questo no, ma crede che io sia impazzita!»
Rise nervosamente e si voltò, avanzando a cercare appoggio, nascondiglio contro il petto di lui.
Samael rimase a lungo con le braccia immobili e sospese laddove erano state appoggiate alle spalle di Veronika, poi le chiuse e la abbracciò: «Raccontami.»
Si sedettero sul letto e la donna tornò ad accoccolarsi contro di lui, con la testa sulla spalla.
Ormai non era più compromesso, era fiducia.
«Una notte, nell’estate del secondo anno di guerra, quando già abitavo con la famiglia di mia sorella, nella periferia residenziale di Farmington, Magdalena fece tardi, violando il coprifuoco di alcuni minuti. Nel parcheggio davanti a casa un vampiro la aggredì, buttandola per terra. Lei gridò e mio cognato Yuri uscì di corsa con il fucile, ma non poté sparargli, non senza rischiare di colpire anche lei, così prese a dare colpi alla testa del vampiro col calcio della doppietta. Nonostante questo, il mostro azzannò la coscia di mia sorella, vicino all’inguine e, forse fu per i colpi in testa che intanto mio cognato continuava a calargli dall’alto, non lo so, ma il morso lacerò l’arteria femorale. Comunque Yuri colpì ancora e ancora e, quando un pezzo di calotta cranica si staccò, il vampiro si ritirò e fuggì.»
Tremava mentre rievocava quella tragedia, nonostante la stanza fosse calda e umida: «I vicini guardarono la scena al sicuro nelle loro case, nessuno uscì ad aiutarci e, quando Magda rientrò in casa, Yuri la fece sdraiare a terra e le legò la cintura come laccio emostatico. Non potevamo andare all’ospedale, altrimenti per il protocollo medico della legge Boyle, avrebbero dovuto ucciderla e…», riprese a piangere, deformando la voce nel ricordo del terrore e della sofferenza di quei giorni. «Aveva del sangue di vampiro addosso, la lavammo, le tenemmo il laccio emostatico finché la gamba diventò blu, poi per forza di cose mio cognato allentò la cinghia, la gamba riprese colore rosso, poi rosa e dalle ferite ancora sgorgò sangue. Vegliammo così tutta la notte, allentando o stringendo il laccio mentre lei delirava e piangeva di dolore e terrore.»
Veronika raccontava, faceva uscire le parole come cascate da uno sfiatatoio di diga, ma lo faceva nel medesimo modo, piangendo di dolore e terrore.
«Se è troppo faticoso lascia stare e riposati», le disse Samael e non sembrava una richiesta, piuttosto un ordine.
«N-no… posso farcela.»
«Sei stata forte per tanto tempo, Veronika, ora puoi anche essere stanca.»
«Ho bisogno di dirtelo. Voglio che tu capisca perché ti ho accolto con quella diffidenza e freddezza.»
«D’accordo, allora ti ascolterò. La ferita di tua sorella era molto grave, da quello che dici.»
«Lo era. Perdeva sempre più sangue, diventava sempre più debole e noi non potevamo fare nulla. Non avevamo strumenti per farle una trasfusione o darle liquidi endovena. Non potevo confortare i suoi figli e dir loro che sarebbe andato tutto bene perché non lo sapevamo. Forse la loro madre si stava trasformando, forse sarebbe morta, forse avremmo dovuto amputarle la gamba.»
Samael aveva allargato il braccio e le aveva fatto posto contro il proprio petto, avvolgendola e lei riprese a raccontare: «A metà mattina la polizia bussò alla porta. Qualche solerte vicino aveva denunciato un’aggressione da parte dei non morti dicendo che Magda era stata ferita. Mio cognato diede loro tutti i contanti che avevamo in casa e i gioielli miei e loro, pur di corromperli e non far aprire il fascicolo. Il protocollo. La condanna a morte. Ci rilasciarono un verbale in cui constatavano l’assenza di ferite e contaminazione, ma uscendo di casa il poliziotto disse che sarebbe tornato dopo tre giorni. E stavolta avrebbe controllato davvero. Se ci fossero stati segni di contaminazione, ci avrebbe offerto le pastiglie di cianuro e poi avrebbe fatto bruciare la casa con noi dentro.»
«Cianuro?»
«Sì, era una cosa che nessuno diceva ufficialmente, per non creare panico, ma tutti lo sapevamo. Una casa compromessa veniva bruciata con dentro i suoi occupanti. Tutti. Ma per umanità, il governo offriva pastiglie di cianuro per gli adulti, sciroppi per i bambini e gli animali, per evitare che morissero urlando nel rogo. Erano in confezioni nere, con scritte in bianco. Le… le capsule erano nere, come la morte. Quando venivano viste, nelle mani dei poliziotti, tutti tremavano. Significava una condanna certa, ma lasciava ai condannati la scelta di come morire.»
Samael non disse nulla, ma strinse le dita sulla spalla di Veronika che proseguì: «Dopo tre giorni, la situazione di Magda si stabilizzò. Il sangue perso era sempre meno e lei iniziò a bere tisane, poi brodo e infine cibo solido. Si presentò in piedi all’arrivo dei poliziotti, dando fondo alle poche energie, truccata in modo da cancellare il pallore e così la scampammo, anche se le ferite si riaprirono e lei rimase prostrata ancora una settimana, prima di potersi alzare e zoppicò per due mesi, prima di poter camminare bene. Tuttora, quando cambia il tempo, sente le cicatrici che pulsano e dolgono. Yuri mi dice che a volte ancora si sveglia gridando e che non riesce più ad avere intimità con lei, perché non appena lui le sfiora la coscia, lei grida e piange.»
«Capisco perché sia preoccupata, ma io non farei mai una cosa del genere a te.»
Veronika si alzò di scatto, con la voce stridula e commossa: «Ne sei sicuro?», lo accusò. «E se fossi in pericolo di vita, se la Bestia ti costringesse a nutrirti? Potresti farlo con chiunque. Un bambino, una donna come Magda o me.»
Samael la guardò, ma non rispose e, nel silenzio imbarazzato e doloroso, si inserì il trillo del telefono della detective.
«L’investigatrice Travis», disse sulle prime e guardò Samael, che annuì. «Ciao Reetha dimmi.»
«Parker, stai bene?»
«Sì, tranquilla, hai notizie?»
«Cazzo, ho visto le immagini del tuo appartamento e…»
Samael fece il cenno delle forbici con le dita e lei incalzò: «Tanto volevo rinnovare l’arredamento, cosa volevi dirmi?»
«Ho esteso l’indagine. Sono stata alla fossa, speravo ci fossi tu e mi facessi passare come l’altro giorno, ma ho dovuto infiltrarmi. Prima che Beth portasse via i corpi, ne ho guardato uno da vicino, sai uno di quelli meno gonfi e… dio mio che schifo.»
«Vieni al punto Reetha.»
«Beh era pieno di buchi sulle braccia, ti mando le foto di braccia e collo. Non sono un medico legale, ma di morti ne ho visti, in guerra e dopo. E questo non è morto per i fori sul collo. Guardale e dimmi la tua opinione. Di più non ho potuto fare perché Cavanaugh e la sua donna mi hanno beccata e mi hanno portata in centrale. Tu hai novità?»
«Credi di riuscire a trovare un collegamento tra i tuoi clienti, gli scomparsi in generale, e la Human First?»
«L’assicurazione?»
«Sì, dovresti verificare se gli scomparsi hanno per caso fatto delle visite mediche pre contrattuali con prelievi di sangue.»
«Certo che posso, ma perché?»
Samael fece cenno di no e Veronika ricacciò in gola le informazioni che stava per darle, prese commiato con una scusa, e riattaccò.
Esaminarono insieme le foto, i fori lungo i vasi sanguigni delle braccia e i due segni sul collo finché il vampiro concluse: «Quelli sul collo sono post mortem.»
«Concordo, ma non ho capito come mai non hai voluto che le dicessi della Human First e del sangue soprannaturale.»
Samael la fissò in silenzio e, nella penombra della stanza, sembrò non esserci altro che quello sguardo, la curva della guancia, il profilo delle labbra che si aprirono mostrando un lieve biancore d’avorio appuntito: «Non mi fido, non voglio fare passi falsi.»
«Di me almeno ti fidi?»
Non rispose, ma Veronika non si sentì affatto disturbata dal tentennamento, capì che il suo indugiare non era legato a dubbi su di lei, quanto piuttosto a dubbi su sé stesso.
Si stavano sfiorando appena lungo le braccia, come aveva fatto decine di altre volte coi colleghi, ma solo con lui la pelle si sollevava in un inaspettato tremore che rotolava dalla nuca al coccige, facendola sorridere, rigida e imbarazzata.
Samael si avvicinò col volto, null’altro che un’inezia, un pollice di spostamento verso di lei che, invece di irrigidirsi, si sciolse in una vibrante attesa.
Veronika schiuse le labbra e piegò il capo, rilassando le palpebre in un morbido intreccio di ciglia.
Il telefono squillò di nuovo e Samael non solo si alzò, ma scattò letteralmente via dal tavolo mettendo alcuni passi tra di loro.
«U-un numero non memorizzato», disse lei, ancora scossa, chiedendo di nuovo consiglio al vampiro con lo sguardo.
Si stava affidando completamente a lui, lasciandosi guidare e istruire, stupendosi di come le risultasse facile lavorare con quel partner, da quando aveva smesso di temerlo e di voler a tutti i costi sfidarlo a braccio di ferro.
Quando era accaduto?
Dopo la morte di Gordon, quando l’aveva visto provare rimorso per i propri errori e prendersi la responsabilità degli stessi.
Entrambi stavano aprendo le rispettive corazze e togliendo le maschere l’uno con l’altra, scoprendosi più simili di quanto pensassero.
E si stavano pericolosamente avvicinando.
«Dovevi gettarlo, possono tracciarlo.»
«Ormai è fatta. Rispondo, poi lo lascio qui e ci spostiamo», disse aprendo la comunicazione. «Pronto?»
«D-Detective Parker?», era una voce stanca e alterata dalla paura, ma lei la riconobbe.
«Padre Uriel? Che succede?»
«Io credo che ci sia qualcuno qui, ho paura.»
«Dov’è la scorta?»
«Dovrebbero essere al piano di sotto. Non lo so, ma non li voglio chiamare ho paura che mi sentano. Per l’amor di Dio, mi aiuti!»
«Sono fuori città padre, mi muovo immediatamente, lei cerchi di mettersi in salvo, scappi o si nasconda!»
Veronika tolse la micro card dal cellulare, lo mise per terra e lo schiacciò con la gamba di una sedia: «Ci sono le mie foto, numeri di telefono e documenti importanti, non posso lasciarla qui!», disse guardando i due bagagli ancora intatti, con la certezza che non si sarebbe potuta ancora fermare a riposare.

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