
PUNTO 20 – Attraverso il sangue, i Vampiri conoscono tutto delle loro prede, anche i pensieri più nascosti.
In auto, il silenzio imbarazzato li divideva, ognuno chiuso nel suo mondo di ripensamenti e desideri inascoltati.
Alla fine Veronika si collegò al portatile: «Cavanaugh e Perkins mi hanno mandato una mail. Avevo chiesto loro di associare i nomi degli scomparsi denunciati con quelli dei corpi non identificati.»
«Hanno scoperto qualcosa?»
«Cavanaugh scrive chiedendo dove sono e come sto, comunque in allegato c’è il lavoro che avevo chiesto. Non hanno trovato correlazioni statisticamente significative tra le vittime, ma hanno dato un nome a molti corpi. Direi che l’elenco ora completo al sessanta per cento, ma ai nomi identificati per certo, si affiancano anche alcuni come sola ipotesi. Mh… In alcuni casi ci sono singoli nomi possibili, in altri casi due o tre identità probabili. Se a ciò aggiungiamo che scrivono che nelle altre città la situazione non è minimamente paragonabile alla nostra, direi che abbiamo una traccia. Gli scomparsi sono i nostri cadaveri. Non resta che associare le identità certe alla Human First. Spero che Reetha mi scriva presto.»
Si avvicinarono a San Francisco fino a incontrare il mare, ad Alameda e, qui l’auto venne parcheggiata.
Quando Samael tese la mano, invitandola proprio come quella notte sul tetto del palazzo, Veronika capì cosa volesse fare.
Stavolta era consapevole e consenziente e, sebbene avesse timore del vuoto, decise di fidarsi di lui.
Stava iniziando a conoscerlo davvero, diveniva più chiaro il suo carattere e, ciò che vedeva, le piaceva abbastanza da farle abbandonare ogni remora e affidarsi a lui, che la abbracciò stretta attorno ai reni e alle spalle.
Quando perse contatto col terreno, trattenne il fiato, poi si rese conto che Samael non stava saltando come la prima volta, era proprio un volo, una levitazione armonica e fluida.
«Non sapevo che i vampiri potessero volare così!», disse socchiudendo gli occhi, rilassata in quell’abbraccio cui affidava tutta sé stessa.
Se lui avesse deciso di aprire le braccia, lei sarebbe precipitata.
Gli stava consegnando la sua vita.
«Non possono farlo infatti», rispose senza emozioni percepibili. «Io sì.»
Veronika rimase in silenzio, aspettando una parola, qualsiasi altra spiegazione, ma lui rimase zitto e lei si accontentò di percepire un tocco amorevole e attento nell’abbraccio con cui la tratteneva.
«Me ne sto facendo un’idea. Ed è per questo che sei venuto tu, questo l’ho capito. A parte Corday, sei l’unico a poter gestire questa situazione per esperienza, forza e risorse. L’unico a poter restare in una grande città e sfidare telecamere, visori termici, sete e sole.»
«Già, ora chiudi la boccuccia, donna, o inizierai a mangiare moscerini.»
Veronika sorrise e si decise ad aprire gli occhi, per voltare il capo e guardare almeno uno scorcio del mondo da quella altezza, nonostante il freddo pungente e il vento del volo le imponessero di strizzare e battere spesso le palpebre.
Sotto di lei, il mare era nero come un abisso senza fondo ricamato di irregolari fregi dalla spuma delle onde e le luci dei grattacieli che si avvicinavano velocemente le erano di conforto, nonostante il cuore battesse all’impazzata e lei si aggrappasse al vampiro per paura di precipitare.
Samael prese quota per fissare la città dall’alto e si mise eretto: «Ecco la Chiesa», disse e Veronika rimase incantata dallo spettacolo di luci multicolori dei palazzi alternate alle voragini buie di ferite non ancora risanate, che emergevano come grandi occhi neri, asimmetrici e oscuri.
I suoni della città, lontani e ovattati, restituivano lamenti di clacson, sirene di ambulanze e corse della polizia mentre l’aria, gelida e pulita, ricordava il fresco profumo delle nevi dell’Alaska, nulla a che vedere con l’odore delle strade, discordanza di umanità e sporcizia, cibo e combustione.
Era un mondo puro, ancestrale, fatto solo di silenzio e vento dal nord.
Samael scese velocemente e atterrò davanti alla Chiesa dopo soli trenta minuti dalla chiamata, ma rimase immobile con le narici dilatate: «Odore di sangue umano. Due maschi adulti.»
Veronika estrasse la pistola e corse verso la canonica e quella porta aperta che non lasciava presagire nulla di buono.
Nella cucina, davanti a tazze ancora fumanti di caffè, le due guardie di sorveglianza giacevano morte, sedute al tavolo con un piccolo foro nel centro della fronte e un rivolo di sangue che colava a lato del naso fin sull’angolo della bocca.
«Dove?», sussurrò la donna e Samael socchiuse gli occhi, partendo poi di corsa sulla scala per salire alle stanze da letto.
Veronika rimase al pianterreno, puntando l’arma verso ogni zona d’ombra attorno a lei, fino a giungere ai piedi della seconda scala.
Sopra la sua testa, ai passi sul pavimento di legno fece eco un trambusto di mobili e piedi in corsa che attraversavano di nuovo lo spazio tra le due scale.
Due serie di passi.
Due persone.
La prima delle due apparve e la travolse con tanto impeto che perse la pistola e dovette aggrapparsi alla balaustra per non cadere.
La seconda le sfilò davanti senza che potesse fermarla, ma lei allungò una gamba e fece uno sgambetto che costrinse il fuggitivo a incespicare e aggrapparsi alle sedie della sala da pranzo, per non cadere.
Samael la superò balzando verso quello in difficoltà, mentre il primo aveva ormai guadagnato l’uscita.
«Dov’è Padre Uriel?», gridò al Vampiro.
«Di sopra», rispose lui e afferrò la borsa che quello portava sulle spalle. «Ci sei!»
Il fuggitivo sganciò la linguetta di una granata luminosa e Veronika si coprì la testa, voltandosi un attimo prima della detonazione.
Sentì il ringhio di Samael che, pur accecato, tratteneva ancora la borsa che l’aggressore strattonava per liberarsi.
Veronika si intromise e ingaggiò una lotta corpo a corpo con l’uomo, fatta di colpi bassi e tecniche di difesa personale, di pugni da rissa e leve marziali.
Alla fine la donna riuscì a colpire la trachea dello sconosciuto, che si portò le mani alla gola e caracollò indietro, perdendo la presa sulla borsa.
L’oggetto era lì, a metà strada tra i due, ma l’uomo fece un solo passo in avanti per recuperarla, perché Veronika gli puntò contro la pistola di riserva: «Polizia di San Francisco! A terra! Mani sopra la testa!»
Il vampiro si stava rialzando, con le mani sugli occhi chiusi e lo sguardo ancora abbagliato e l’aggressore tentennò un solo istante, poi fuggì.
«Non gli hai sparato», constatò Samael.
«Eri sulla traiettoria di tiro», e rimise la pistola più piccola e discreta nella fondina dietro la schiena.
«E allora? Non avresti potuto uccidermi lo stesso!»
«I-io non… non sono abituata a sparare ai miei colleghi!», recuperò la pistola d’ordinanza e la mise nella fondina ascellare.
«Ma io non sono un tuo collega e non posso morire! Non per uno stupido proiettile! Dovevi sparare!»
«Pensiamo a Padre Uriel!», tagliò corto, correndo per le scale.
«È inutile…», commentò lui, freddo e quasi cinico.
«Samael!», gridò lei di nuovo, dal piano di sopra.
Il vampiro afferrò alla cieca la borsa e tornò indietro a tentoni, aggrappandosi alla balaustra per salire senza incespicare.
Quando raggiunse la stanza del prete, Veronika stava tenendo la mano premuta contro la ferita al collo di Padre Uriel, che si dibatteva in convulsioni di dolore: «Aiutami, è ancora vivo, puoi fare qualcosa?»
Il Vampiro si sfregò gli occhi e lei li vide interamente rossi, inumani, con le sclere allagate di quel medesimo colore che aveva ormai associato alle emazie non morte e che, in Samael, era particolarmente denso e vicino al nero.
Questo voleva dire solo una cosa, secondo i manuali governativi.
Era vecchio.
Dannatamente vecchio.
Vicino ai mille anni.
Lui cercò di tirarla via: «Non posso salvarlo. È troppo tardi ed era troppo tardi anche prima, per questo ho preferito inseguire gli assassini. Se gli dessi il sangue ora, in questa condizione, lo trasformerei in vampiro, ma posso fare ancora una cosa.»
Prese il braccio del prete e lo azzannò, asportando con delicatezza le ultime gocce di sangue ancora vive.
Veronika non disse nulla, ma ricompose le mani dell’uomo sul suo rosario: «Volevi solo ucciderlo con umanità?»
«No, volevo vedere nei suoi ricordi e identificare gli aggressori, ma avevano indosso dei passamontagna e non li hanno mai tolti.»
«C’erano solo quei due allora?»
«Solo loro esatto, l’hanno bloccato e drogato col cloroformio, quindi ho visto solo qualche brandello di immagine prima che perdesse conoscenza, ma abbiamo la loro borsa», dichiarò indicando la sacca verde, anonima, di nylon, che riposava afflosciata sul pavimento.
«Vediamo per cosa sono disposti a uccidere due preti», disse lei, aprendo la lampo.
«Fai… fai tu», le rispose, sedendosi sgraziato contro il muro.
«Ancora i postumi della granata?»
«Non ci vedo ancora bene, ma il problema è il cloroformio nel sangue», disse portando il pugno alla bocca, come per reprimere un conato. «Cosa c’è dentro? Descrivimelo», chiese infine, spingendola a proseguire l’indagine.
«Quattro sacche da ospedale da mezzo litro piene di sangue, sono disposte con ordine in un grande sacchetto tipo Ziplock, con la chiusura sigillante ancora aperta e un’altra decina, inutilizzate, sono trattenute da una fascetta di carta», spostò i primi reperti e continuò a frugare. «In una scatola di plastica ci sono due… boh… non lo so, è qualcosa di elettrico grosso come delle torce tascabili.»
Samael li richiese e li osservò a lungo, rigirandoli tra le mani e toccandoli: «Sembrano raccordi a pompa elettrici. Posso ipotizzare che servano a creare il vuoto aspirando il sangue.»
«Ah, di certo ti appoggio l’ipotesi! Guarda!», disse sollevando una finta zanna in resina, forata al centro. «All’estremità opposta si possono inserire questi tubi di lattice col raccordo per la sacca da ospedale e qui si innesta la pompa.»
«Direi che è l’arma dei delitti», affermò il vampiro, che pian piano recuperava il normale colore degli occhi e, insieme a esso, la capacità di vedere. «Le armi dei delitti, visto che sono due.»
«Quindi penetrano il collo con questi arnesi, poi la pompa aspirante riempie le sacche, una dopo l’altra», Veronika le illuminò con la torcia. «Riesci a leggere già? Qui, sulle sacche piene, è scritto a mano col pennarello indelebile nero ancora fresco. Uriel Carmody e la data di oggi. Avevamo ragione! Queste sono le prove definitive! Devo informare il capitano!»
«No, aspetta», Samael le mise la mano sull’avambraccio. «Ti ho detto che avevo un’idea per depistare le indagini. Mi è chiaro che le cose non sono lineari come apparivano all’inizio. Non si tratta di un serial killer, ma non possono essere neanche solo quei due a gestire un’operazione così vasta. Siamo davanti a qualcosa di molto più grosso e, finché non avremo delimitato i confini del complotto, dobbiamo andarci cauti.»
«Ma il capitano…»
«Il capitano potrebbe essere dalla nostra parte oppure nel complotto, come chiunque…», iniziò a spiegare e lei subito ribatté.
«Sarebbe un tradimento!»
«…ma anche se», la interruppe a sua volta. «Anche se fosse dalla nostra parte, potrebbe doverci sacrificare o volerlo fare, per il suo tornaconto o per il bene della città. Quindi da ora in avanti pondereremo bene le informazioni da divulgare a lui, a Beth, alla tua amica Reetha e a ogni altra persona che è o sarà coinvolta. Per lo meno in attesa di un momento opportuno e sicuro in cui io possa infilare i denti e la mente nei sospetti e cavargli fuori anche il ricordo di quando a tre anni hanno mostrato il pisello alla sorella.»
*
Il messaggio di testo apparve sul messenger del Capitano Hollis, da parte di un numero sconosciuto: «Siamo alla casa sicura. Recuperata borsa dei killer di Padre Uriel e l’arma del delitto. Rischio fuga notizie. Talpa nel distretto. Solo prepagati. Non divulgare nulla. Veronika.»
Veronika guardò lo schermo del cellulare, poi lo diede a Samael che lo sbriciolò stringendolo nella mano: «Sam, spiegami perché hai voluto che scrivessi che eravamo alla casa se invece siamo ancora in città?»
Ripresero a camminare nelle strade di San Francisco: «La prima regola per diventare cacciatori mentre tentano di farti diventare preda, è non far sapere dove sei, rendersi irrintracciabili», e gettò i resti del cellulare nel cestino, «creare scompiglio insinuando un nemico interno, in modo che si concentrino su altro e infine offrire una informazione parziale per capire come circolano le notizie.»
«Credi che lo dirà a qualcuno?»
«Se lo dirà, vedremo cosa dirà e a chi. E acquisteremo vantaggio su di lui. L’importante è che creda che tu gli stia ancora dicendo tutta la verità, in questo modo ti considererà sempre affidabile e manovrabile.»
«E lo sono, Samael, lo sono sempre stata. Da che sono entrata in polizia ho sempre fatto tutto quello che dicevano i miei superiori.»
«Se la catena di comando è sicura, ti toglie la necessità di decidere, di prenderti responsabilità enormi. Affidarsi a qualcuno ti permette di non vivere con l’ansia.»
«Da come ne parli, sembra che anche tu l’abbia provato.»
«Prima di restare solo, eseguivo gli ordini della mia famiglia. Magari litigavo col mio Sire e i miei fratelli, ma alla fine eravamo solo questo… una famiglia. Kabir ci guidava con abilità e saggezza e io sognavo solo di divenire come lui, un giorno.»
Veronika colse il dolore nelle parole di Samael e si avvicinò abbastanza da sfiorargli il braccio col proprio: «Se vuoi parlarne, io ci sono.»
Lui la guardò, poi fissò gli occhi sulla strada e si aggiustò il borsone verde in spalla: «All’inizio del sedicesimo secolo, Tanis venne attaccata e mio padre e i miei fratelli morirono. Io fui ferito gravemente e mi ritirai sotto le sabbie del deserto. Mi risvegliai oltre un secolo dopo in un mondo che non riconoscevo più. La città santa era stata conquistata da traditori, io ero solo e il peso di Tanis e della sua riconquista finì tutto sulle mie spalle. Ne fui sopraffatto. Avrei dovuto decidere io ogni cosa, sentii la pressione delle aspettative dell’Alleanza e le necessità del mio ruolo e cambiai. Diventai più duro, freddo, distaccato.»
Si concesse una pausa, le indicò l’insegna di un ristorante italiano e lei espirò: «Oh sì, ho davvero fame.»
Si accomodarono in un tavolino defilato e Veronika si stupì di vederlo leggere il menù e ordinare un piatto di spaghetti con le meatballs.
Stava sorridendo.
«Un penny per i tuoi pensieri», sussurrò Veronika.
«I primi giorni sulla Hermon, una delle difficoltà maggiori fu dare da mangiare ai viventi. Avevamo approntato una mensa, ma il menù era ancora molto limitato e c’erano questi… spaghetti al ragù bolognese», disse scrollando il capo, «che Davide non vedeva l’ora di mangiare, lui è italiano…»
«Lo hai già nominato, chi è Davide?»
«Un medico… uno dei miei custodi.»
«Tu hai dei Custodi?», chiese lei, a occhi sbarrati.
«Fu Tessa a rendere tali lui e Alessandro, un soldato», spiegò sollevando appena il mento. «Ale lo hai visto… è il pilota dell’elicottero. Nel suo mondo erano la sua famiglia e li ritrovò qui. Quando se ne andò, li presi con me e, un giorno, saranno miei figli.»
«Li trasformerai?», domandò, in preda a un caleidoscopio di sentimenti in cui non riusciva a fare ordine.
Per la prima volta Veronika considerava l’esistenza di una vita migliore, diversa, eterna, una famiglia vera e unita come la loro.
«Quando saranno pronti. Alessandro sta addestrando altri piloti, non può ancora rinunciare al sole, quanto a Davide… ha una figlia piccola, la vuole crescere da umano.»
«E tu?»
Sembrava non aver compreso a fondo la domanda, ma rispose lo stesso: «Io ormai sono pronto a essere di nuovo padre», deviò lo sguardo da Veronika, poi vi ritornò, ma lei percepì che qualcosa era cambiato.
Samael spostò il bicchiere vuoto dall’altro lato del piatto, un gesto all’apparenza inutile: «Non… non dovevo dirlo.»
Lei si sporse avanti: «Perché no? È molto bello quello che hai detto. Io non ho mai avuto figli, non so cosa si prova o se sia diverso averli come voi o come gli umani. Insomma… sono modi diversi.»
«Molto diversi. I nostri figli sono legati a noi e noi a loro, attraverso il sangue. Li scegliamo, non sono frutto del caso e della genetica di due gameti.»
Tacquero quando il cameriere servì le loro ordinazioni, poi Samael spinse il piatto un po’ più avanti, in modo da incrociare gli avambracci sul tavolo: «Davide parlò per tutto il giorno dell’ora di cena, della novità degli spaghetti e Alessandro fece valere le sue origini bolognesi per puntualizzare i dettagli della ricetta di famiglia…»
«Si fomentarono a vicenda!», ridacchiò lei, iniziando a mangiare la sua pizza, divisa in quarti, direttamente con le mani.
«Ah, parecchio! Li seguii anche io alla mensa e, quando arrivarono questi piatti con la pasta scotta, il ketchup e le palline di carne», raccontò puntando il dito contro il piatto che aveva davanti, che pareva il medesimo del ricordo, «Davide rovesciò il tavolo.»
Veronika rise di cuore, mentre lui continuava: «Alessandro è più freddo, un vero soldato e si limitò a sollevare il suo piatto per non farlo volare via e continuò a mangiare, perché lui odia lo spreco del cibo, ma Davide… lui è emotivo, passionale e alterna una personalità professionale e focalizzata a momenti di pura goliardia coinvolgente. E così scavalcò il lungo tavolo del self service e si precipitò nelle cucine. E… beh… finì per insegnare ai cuochi come dovessero cucinare italiano.»
Veronika stava facendo raffreddare la sua pizza, rapita dal racconto del vampiro che ascoltò con la mano a fare nido alla guancia: «Tu li ami, vero?»
«Sono molto affezionato a loro, sì», mimò un sospiro del tutto umano, iniziando ad arrotolare con perizia gli spaghetti sulla forchetta. «La cosa bella di quella sera, è che l’abitudine si diffuse. Sulla Hermon ci sono persone che vengono da ogni angolo del mondo e ognuna ha portato la sua cucina, la sua musica, il suo artigianato ed è… bellissimo, Veronika.»
Sollevò la forchetta e la allungò verso di lei, per offrirla e lei si fece imboccare, annuendo: «Sono buoni, anche se non sono tradizionali», disse dopo aver deglutito il boccone.
«Siamo degli esiliati, abbiamo perso le nostre case e gli affetti, siamo costretti a vivere sulle navi, in acque internazionali, eppure puoi vedere bambini che tornano da scuola correndo tra i ponti e sentire il suono di mille voci diverse cantare, ognuna nella propria lingua.»
Spezzò una polpetta con il lato della forchetta: «Forse per te non significa nulla, ma io ho vissuto lo scisma, le guerre segrete e poi questa apocalisse e vedere questi brevi attimi di serenità è ciò che serve per darmi lo sprone ad andare avanti.»
«E che altro potresti fare?», chiese lei con una punta di preoccupazione.
Tutto attorno a loro, il tintinnio delle posate degli altri avventori creava un coro dissonante che si intrecciava alle parole, agli scampoli di vita che ognuno si portava dietro.
E lì in mezzo c’era lui, un vampiro, che li osservava con uno sguardo che Veronika poté definire nostalgico.
«Potrei ritirarmi nel sonno eterno, per esempio.»
La donna strinse le posate fino a sbiancare le nocche, ma le posò ai lati del piatto con compostezza: «Lo hai già sperimentato, sotto il deserto hai detto.»
«Sì, per circa cento anni, poi sono tornato a vivere, ma il dolore della notte in cui avevo perso tutto, non si era attenuato. Andavo avanti solo perché avevo un obiettivo, l’ultimo desiderio di mio padre, Kabir. Dovevo riprendere Tanis.»
«Tu? Da solo?»
«Io… da solo», ripeté, poi fissò un punto oltre la spalla di lei, lo sguardo vacuo dietro il quale passava il peso del ricordo dei secoli. «Non vedevo mai oltre il campo visivo frontale del mio fine, non mi guardavo intorno ad apprezzare le piccole gioie e le bellezze del mondo, ma vi passavo sopra, come una valanga, cercando sempre la via più breve ed efficace per raggiungere lo scopo della missione. Senza valutare le perdite, umane e non, che mi lasciavo alle spalle. Vissi senza fermarmi mai a esaminare la mia coscienza e il mio credo, senza mettere in dubbio il mio agire. E questo era proprio ciò che Kabir non voleva mi accadesse.»
Posò anche lui la forchetta e tornò a guardare la donna: «Venni meno alla promessa fatta a mio padre durante l’Ultima Alba. Quando me ne resi conto, iniziai a correre per sfuggire al pensiero di averlo deluso. Ma fu come correre incontro al sole per scappare alla propria ombra. Fermarmi avrebbe voluto dire lasciarsi raggiungere dai ricordi. E, se ciò fosse accaduto, mi avrebbero colpito alla schiena e non mi sarei mai più rialzato.»
«Ma ora hai fatto pace col passato?»
«Non del tutto», disse lui intrecciando le dita sul tavolo. «Ma quando giunse Tessa, io presi dal suo sangue i ricordi del suo mondo e vidi me. Il me di quel luogo, il me che era diventato migliore e vidi come avrei potuto realmente essere. In pace, felice, mai più solo.»
*
John Barrymore socchiuse la porta, tendendo la catenella di sicurezza: «D-Detective Parker, i notiziari hanno detto che il suo appart…»
Samael spinse la porta con tale veemenza da far saltare la catenella e, mentre Veronika richiudeva a chiave, il vampiro tese la mano verso le finestre, illuminate dalla rosata luce mattutina, e ogni imposta si chiuse sbattendo, fino a precipitare a stanza nel buio.
Il ragazzo indietreggiò con le spalle contro il muro: «N-non fatemi del male vi prego. Io non ho niente contro i non umani. Mi piacciono i non umani, cioè… io…»
«Calmati John, siamo qui per chiederti aiuto, non per farti del male», disse Veronika, avanzando verso di lui con le mani offerte in pace.
«E… e se non volessi aiutarvi? Se la polizia lo scoprisse, mi farebbero sparire, lo sa come funziona, detective, fa anche lei parte del sistema. Io ho paura, voglio solo vivere in pace.»
«Abbiamo una pista sicura, sappiamo come incastrare chi ha ucciso Candy, non vuoi fare giustizia?»
«M-ma lui?»
Samael lo fissava e, nel buio della stanza, gli occhi rossi brillavano mostrando le iridi incandescenti e la piccola pupilla feroce: «Io sto rischiando la mia vita e la sudata pace per fermare un assassino che ha sulla coscienza diverse decine di persone innocenti. Fai la cosa giusta, John.»
«L-lui è u-un vampiro!», disse piagnucolando, poi prese fiato: «C-cosa vi serve?»
Samael accarezzò una delle maschere di scena di Candy: «Devi fare quello che hai fatto con Candy durante la guerra per salvare i soprannaturali, devi cambiare i connotati di Veronika. Trucco, lattice, parrucche, tutto quello che serve per sfuggire ai software di identificazione facciale», e mise la mano dentro una delle maschere, «e poi farai lo stesso con me. Questo lattice non fa passare il sole, vero?»
«No, naturalmente no, era fatto apposta per i vampiri, ma gli occhi non vengono coperti e restano fori per le orecchie, il naso e la bocca e punti sottili di raccordo che…»
«Lo so. Puoi farlo?»
«Sì, mi ci vorrà tutto il giorno però.»
«Allora è meglio che inizi subito», il vampiro sorrise, ma il ragazzo gridò terrorizzato davanti a quel volto che celava a stento tutta la sua crudeltà repressa.
John prese il calco in gesso dei volti di Samael e Veronika e pian piano, mentre scolpiva le modifiche, colava il lattice e lavorava col colore, andò rilassandosi e abituandosi alla presenza di Samael nella casa.
Mentre rimuoveva il gesso del primo calco, rimase a guardare il volto del vampiro e sospirò: «Hai un viso bellissimo», confessò arrossendo.
«Grazie, assomiglio a mia madre, ma il resto è tutto del padre…», lasciò in sospeso la frase, quasi stesse flirtando con lui e Veronika sorrise dalla sua postazione tecnologica, scuotendo il capo.
Il vampiro e la detective lavorarono, spalla a spalla, sul portatile di lei, leggendo i referti di Beth che nel frattempo giungevano sul cloud del dipartimento, man mano che la donna completava le analisi sulle vittime della fossa comune.
«Come mai il tuo clan si chiama Samael? Insomma è il nome del primo angelo caduto… Lucifero.»
«I nomi alle sette famiglie li diede il primo di stirpe. Quando lo risvegliammo, glielo chiesi e lui disse che ci deve ricordare le conseguenze dell’imboccare una via sbagliata, perché prima di essere un caduto, Samael era un portatore di luce e giustizia», rispose e Veronika lo fissò con le labbra aperte e stupite, ma lui le puntò il dito sul naso e la fece voltare verso lo schermo. «Guarda, questo è il corpo di cui Reetha ci ha mandato le foto», le disse infine. «Il referto parla di fori da eroina e attribuisce la causa della morte al morso di vampiro.»
Lui si distese contro lo schienale, fissando lo schermo del portatile e lei continuò a scorrere i documenti: «Di solito Beth è precisa e scrupolosa. I referti sono firmati da lei, ma magari li hanno fatti gli allievi o gli studenti, normalmente richiede aiutanti quando il lavoro è troppo e da quella fossa sono venute fuori alcune decine di corpi, che tra l’altro non sono ancora stati identificati.»
«Questi referti sono inutili!»
«Se andassimo alla Morgue, credi che potresti analizzarne il sangue come hai fatto col prete?»
«No, sono morti da troppo tempo, il sangue morto è disgustoso ed è muto.»
«So che potete cibarvi delle razioni, perché quando ci siamo visti la prima sera, hai detto che tu non avresti accettato quelle fornite da noi? Non rischiavi davvero la salute, vero?»
«Non rischiavo, ma avrei potuto essere costretto a rigettare un sangue troppo vecchio o troppo ricco di farmaci e anticoagulanti, come stavo per fare prima, col sangue di Padre Uriel. Per noi vomitare è un enorme spreco perché lo stomaco conserva davvero tanto sangue, tra un pasto e l’altro, specie il mio e, vomitando, esce tutto.»
John fece cadere il bicchiere di diluente e bestemmiò: «Per favore, sto male, non dite queste cose, viene a me da vomitare, qui e adesso.»
Samael sorrise e tacque, tornando a guardare i referti finché sentì Veronika appoggiarsi a lui e scivolare nel sonno.
Ormai dormiva una o due ore quando riusciva.
La lasciò sul divano e si avvicinò all’artista che prese a tremare, mentre lui lo fissava algido: «Credevo fossi abituato ai vampiri.»
«Oh no, io non ne avevo mai visto uno. Dopo la firma della pace, molti soprannaturali rimasti nascosti cercarono di lasciare la città per andare a Panama. Candy venne contattata da alcuni collaborazionisti che le chiesero se volesse aiutare delle famiglie a camuffarsi e fuggire e lei coinvolse anche me. Mi pareva una cosa giusta. Insomma noi avevamo visto i guerrieri feroci, ma quelle erano solo famiglie e gente pacifica. Ci facevano avere foto e misure e io facevo maschere standard. Era Candy che poi le applicava sulla pelle e li truccava per farli passare per umani.»
Il vampiro si avvicinò a controllare il lavoro e il ragazzo balbettò. «C-cosa mi farai quando avrò finito?»
«Devo toglierti dalla mente la nostra presenza qui. Per la nostra sicurezza, ma anche per la tua.»
«Non mi ucciderai quindi?»
Lo guardò.
Il ragazzo deglutì.
Samael piegò la testa di un angolo impercettibile: «Dovrei?»
«Ah, no… no, per favore, io voglio vivere!», rise nervoso. «È solo che appartengo a una delle categorie più vessate, fraintese e ghettizzate, e mi pareva normale che anche tu volessi… cancellarmi.»
«Non ne vedo la necessità, al momento.»
Il ragazzo sbuffò, si schiarì la voce che tuttavia uscì più stridula di quanto avesse preventivato: «Non volevo fare la morale a un vampiro, ma sai, assistetti a entrambe le incursioni dei soprannaturali in città, nella primavera dell’otto e nell’inverno del nove. Come ti ripeto, io non avevo nulla contro di voi dal principio, anzi, quando vedemmo in diretta quella donna, Maylynn, dissi a Candy che secondo me era una finzione, ma che se fosse stato vero, sarebbe stato fantastico conoscere creature così antiche e sagge. Prima ancora che potessimo capirci qualcosa, ci trovammo in guerra e di voi conoscemmo solo le immagini dei reportage dai fronti. Sangue, esplosioni magiche che sembravano l’atomica di Hiroshima, branchi di lupi mannari che devastavano interi stati», scrollò il capo, «lascia stare, è un discorso assurdo.»
«Mi interessa. Io combattevo in Egitto in quegli anni e non so nulla di cosa successe in America. Racconta.»
Il ragazzo mise ad asciugare le maschere nel forno per polimeri, mentre allineava delle parrucche da donna e da uomo sui mezzibusti di polistirolo: «In quegli anni fummo tutti uguali. Tutti noi umani intendo. Davvero uguali. Le persone non avevano più tempo e voglia di preoccuparsi di chi ci scopassimo o di che colore fosse la pelle. Finalmente avevamo spento i cellulari, avevamo alzato gli occhi dagli schermi di computer, scoprendo gli altri. Ci si aiutava, tutti avevano la sensazione, falsa o reale, di essere indispensabili. Lo sforzo bellico e la lotta contro un nemico comune avevano zittito tutti i predicatori e i politici che blateravano contro le diversità di genere. Puntuale ogni giorno, il discorso delle dodici del presidente Baker ci galvanizzava, ci sentivamo parte fondamentale di qualcosa di grande, la lotta per il nostro diritto a vivere liberi e non schiavi dei non umani.»
Si voltò e trovò Samael così vicino che, indietreggiando, urtò un barattolo di vernice che cadde a terra.
Il vampiro si piegò a prenderlo con un movimento umano, senza scomodare alcun potere: «Continua.»
John si mise al fornello per preparare una tisana e si fece coraggio dando le spalle a Samael; in qualche modo, non guardarlo negli occhi lo metteva più a suo agio: «Dopo la prima incursione dei maghi per liberare una via di fuga ai vampiri, i militari ci chiusero in casa per mesi, testando uno per uno, casa per casa, porta per porta, per scovare ogni soprannaturale nascosto. In città le consegne tardavano, si faticava a trovare il cibo, dipendevamo dai militari per ogni cosa, dai generi alimentari alle cure e qui, nel palazzo, contribuimmo tutti a coltivare vegetali sul terrazzo e sui balconi, ad allevare polli e conigli.»
Samael prese posto su una delle sedie variegate della cucina.
Non ce n’era una uguale all’altra, ma non era per quel motivo che taceva.
Man mano che John ricordava i tempi della guerra, lui rivedeva scene vissute molte volte e culminate con l’esilio sulla Hermon.
Loro stavano vivendo ora gli anni di privazione che gli umani avevano già passato.
«Io fabbricavo vasi col gesso e il lattice e la gente li appendeva in casa, sfruttando ogni punto di sole, Candy faceva l’animatrice ai bambini e li aiutava a non avere paura e a passare il tempo. Quando finimmo polli e volatili da cortile, trovammo il modo di cacciare i piccioni selvatici e, quando anche quelli finirono, cucinammo ratti, ma toglievamo le teste, le zampe e le code e fingevamo che fossero conigli. La taglia era quella. Comunque ci sentivamo parte di qualcosa di grande e, tutto sommato, semplice e genuino. Questo palazzo era tutto il nostro mondo e i suoi inquilini, la nostra famiglia.»
Si voltò a guardare il vampiro con la tazza fumante in mano e il suo cuore si calmò, superando la paura in favore una cauta diffidenza: «Quando qualcuno di noi riceveva la notizia che un familiare in un’altra città o un soldato al fronte era morto, tutti ci stringevamo attorno a chi soffriva e la superavamo insieme. Durante la seconda incursione, quando la coalizione di licantropi e fatati cercò di riconquistare la parte nord della città, la maggior parte di noi era ormai stata armata dalla Guardia Nazionale. Al decimo piano abita ancora un reduce del Vietnam e il giorno in cui suonarono le sirene del coprifuoco in pieno giorno, fu il segnale che la battaglia stava giungendo nella nostra via. Turner scese dal suo appartamento e venne da noi, perché dalla sua finestra non c’è una visuale e una distanza ottimale di tiro sulla strada e, quando fu il nostro turno di difendere il quartiere, lui si affacciò e sparò da quella finestra, mentre io e Candy ricaricavamo i fucili e i mitragliatori e glieli passavamo. Lui ci aveva sempre etichettati coi peggiori epiteti prima della guerra, froci, finocchi, invertiti, ma quel giorno, la necessità e il bisogno ci avevano avvicinati. Ci rispettava. Certo diceva… veloci, ragazzi… parlava a Candy come a un maschio, ma tutto sommato non ci lamentavamo.»
«E ora come vanno le cose?»
«Qualcosa di quel mondo sta regredendo giorno dopo giorno, ma l’illusione iniziò a marcire da subito. Il problema attuale è che noi gay non siamo abbastanza patrioti da generare dozzine di bravi figli americani per difendere il paese in futuro, per rimpiazzare i morti. Come se al mondo non ci fossero comunque già troppi miliardi di persone a premere sul pianeta», sospirò e guardò il vampiro. «E da voi? Com’è nella vostra società? So che mi cancellerai la memoria, ma vorrei saperlo.»
«Noi abbiamo superato le differenze di genere da diecimila anni», disse il vampiro alzandosi per controllare l’essiccazione e la polimerizzazione delle maschere, «e ora per fortuna abbiamo superato anche le antiche diatribe razziali. Forse da questa apocalisse qualcosa di buono è comunque emerso anche per noi. Non avremmo mai stretto una tale alleanza senza un casus belli di questa portata.»
Il ragazzo sorrise: «Forse allora tutto sommato il mondo aveva bisogno di questo scossone, mi dispiace solo che la fine non sia stata lieta per tutti.»
«Cosa intendi?»
«Beh insomma, voi siete stati esiliati su una fredda nave, senza più il contatto con la terra ferma, con le vostre case. Avete perso amici che magari conoscevate da centinaia di anni», Samael abbassò il capo, fissando il pavimento senza rispondere. «Oh scusa, ho toccato un tasto dolente?»
«Me ne sono fatto una ragione. Racconta ancora, ragazzo.»
«Il giorno in cui venne dichiarata la pace…»
*
Dalle finestre piovevano coriandoli e strisce di tessuto. Chi poteva, esibiva la bandiera degli Stati Uniti o sventolava lenzuola su cui aveva scritto messaggi di gioia e liberazione.
È finita!
Abbiamo vinto!
Siamo liberi!
Viva l’umanità!
Dio ci benedica!
I notiziari e i giornali, internet e la radio diffondevano a ciclo continuo scene di festeggiamenti in ogni città americana e nel resto del mondo, alternandole alle immagini di Corday, nobile e composto, mentre apponeva la firma sulla pace di Boston, su un palco allestito in una zona sicura dalle radiazioni, con lo sfondo delle macerie di una città completamente rasa al suolo.
Dietro di lui, una misteriosa figura bianca avvolta in una tunica di lino, col turbante sul capo e il volto coperto, attendeva immobile la fine dell’ambasceria.
I reporter si collegavano in diretta dalle varie città riprendendo lo sfollamento delle roccaforti dei soprannaturali e riesumavano immagini di repertorio dei crolli delle Torri di Magia per dare ancora più enfasi al servizio.
I filmati più cliccati quel giorno furono quelli in cui reticenti gruppi di subumani, come venivano ormai chiamati in senso dispregiativo, venivano trascinati fuori inermi dall’esercito e caricati su treni e container, su aerei e ogni mezzo possibile per farli arrivare a Panama, dove attendeva la nave Hermon, la più mastodontica nave da crociera mai varata e le altre navi satellite, che avrebbero ospitato in via definitiva i non umani.
Tutti nel palazzo cantavano e ballavano, John suonava un mestolo di legno su un coperchio dando il ritmo solenne all’inno nazionale che si rincorreva come un’eco lungo le vie, trasformando il chiassoso grido di festa nel coro più grande che il mondo avesse mai visto.
Candy Cotton si mise un abito coi colori della bandiera, stelle sul corsetto e strisce sulla lunga gonna con lo strascico brillante di lustrini e scese a cantare per strada, in mezzo a migliaia di altre persone, proprio mentre passava il corteo dei reduci di guerra, col loro corollario di deformità e menomazioni, che sfoggiavano con orgoglio le protesi a basso costo fornite dal governo al pari delle divise e delle medaglie.
La voce angelica del sangue fatato catturò presto la ribalta del coro e Candy si trovò a fare il ritornello come solista in un silenzio crescente, che la fece tacere prima della fine dell’inno.
Il suo quartiere la fissava attonito e, quando giunse il primo uovo marcio, lei si sfiorò il corsetto insudiciato, poi fu la volta di un sasso, infine qualsiasi cosa potesse essere lanciata, le arrivò sul capo, sul corpo, strappando il vestito, tirandole via parte della parrucca.
«Sta’ zitto culattone!»
«Frocio di merda!»
«Insulti la bandiera e la nazione!»
«Nasconditi troia!»
«Vergognati!»
«Imbucato del cazzo! Quanti ne hai succhiati per non partire?»
Candy cercò gli occhi di John, non meno atterrito e stupito di lei e indietreggiò verso il portone del palazzo.
A pochi passi da entrambi, uno dei vasi di gesso di John si schiantò, decretando la morte delle piante di pomodoro.
Erano le piante di cui il reduce del Vietnam andava così fiero.
La giornata di festa per John e Candy continuò in casa, tra disinfettanti e cerotti, tagliati fuori da quel mondo di cui si erano illusi di poter fare parte.
*
John riaprì gli occhi sul soffitto, col ventre scosso dal piacere e il ricordo di quel giorno sfumò nella fisicità di un orgasmo improvviso e devastante.
Sentiva il corpo stretto in un abbraccio che gli attraversava il petto e gli tratteneva il mento, una presenza silenziosa alle sue spalle e qualcosa sul suo collo.
Contro di esso.
L’esplosione del piacere sembrò fargli schizzare l’intera massa di sangue fuori dal corpo, ma gli concesse anche di ritrovare la lucidità e percepire il tocco delle labbra tiepide del vampiro che si nutriva di lui.
Il successivo gemito fu di abbandono, paura, rassegnazione.
Poi venne il tocco della lingua e il corpo che si afflosciava a terra.
Samael lo scavalcò e aprì il frigorifero, proprio mentre Veronika, con gli occhi spiritati dal sonno interrotto, li raggiungeva in cucina con la pistola spianata.
«Samael, ma che cazzo!»
«Ben svegliata principessa.»
«L-lui non è Selim?», intervenne debolmente John. «Ma Samael è…»
«Anche lui hai morso? Ma quanto mangi? Fortuna che potevi resistere settimane!»
«Hai una vaga idea di quanta energia spendo per restare attivo e muovermi di giorno, al sole?»
«Samael è uno dei capi… dietro le spalle di Corday…» rimarcò il ragazzo e, quando il vampiro gli allungò un bicchiere di succo d’arancia, lo svuotò di gusto.
«Sono io, se vuoi dopo ti faccio l’autografo sulle mutande.»
Veronika rimise la sicura alla pistola: «Lui deve lavorare per noi, se lo dissangui non ne avrà la forza!»
«Sì che ce l’ha, vero John?»
Il ragazzo tese la mano al vampiro per farsi aiutare a rimettersi in piedi: «Ce la posso fare, mi sento bene», si guardò i pantaloni, «e datemi solo un attimo per cambiarmi, ho completamente svuotato lo scroto nelle mutande. L’autografo me lo farai su quelle pulite!»
Veronika attese che sparisse nel bagno e fissò gli occhi su Samael: «Riesci a spiazzarmi ogni volta.»
«Mi conosci da tre giorni», disse sulle prime.
Sembrava che potesse bastare quello, una delle sue frasi sintetiche e complete, ma Veronika era ancora lì con le labbra socchiuse, le braccia aperte e attendeva lui. «Pensi davvero di poter esaurire il mio mistero in così poco tempo?»
Non c’era ironia o vanto nelle sue parole, solo il freddo calcolo delle probabilità che lei, giovane umana vissuta nella menzogna sui vampiri, pretendesse di sviscerare la psiche di uno dei più antichi.
Veronika tratteneva a stento la rabbia e non riusciva a focalizzare a fondo come mai vedere John che ansimava le avesse dato così fastidio.
Non era disgusto per l’ambiguità omosessuale del gesto o per essere stata costretta a fare il voyeur di un momento intimo che invece Samael viveva come se fosse normale, naturale.
Oh mio dio… e da quando ho iniziato a considerare il morso di un vampiro intimo?
Scrollò il capo: «Tre giorni o trecento anni non cambierebbero. Ci sono due nature in te, questo l’ho capito.»
«Allora l’hai capito ben prima di me», e ora sì che era ironico.
Saccente.
Presuntuoso.
«Ma quanto sei odioso! È solo che… non capisco. Insomma John ha… insomma lui…», e gesticolò nervosa con le mani, vagando vicino al proprio ventre.
Samael spostò lo sguardo, e solo quello, sulle mani di lei, sul ventre stretto dai jeans sgualciti: «Gli ho dato piacere, mi pareva corretto, visto che ci sta aiutando», disse con naturalezza immediata, quasi troppo pulita.
Veronika rilassò le spalle e fu una resa, una constatazione ineluttabile.
Il silenzio calò su di loro.
Fu questione di un secondo, forse due, un ritardo emotivo che spostò l’asse della loro intesa su binari divergenti.
Veronika restò in attesa di una reazione, una parola, un cenno che potesse farle comprendere che lui aveva colto il sottotesto che lei non riusciva a esprimere.
Samael serrò appena le labbra, un gesto impercettibile che la poliziotta notò.
Ha capito finalmente? Oddio, ma ‘cosa’ avrà capito?
«Ecco perché mi spiazzi», concluse lei. «Non capisco il tuo mondo emozionale, insomma… fino a tre giorni fa pensavo che non ne aveste, ora l’ho visto, l’ho sentito, l’ho sperimentato, ma ancora non lo capisco. Non ti capisco.»
Si rese conto solo allora di aver abusato delle parole, di avergliene riversate addosso fin troppe per rimproverarlo di aver fatto qualcosa che somigliava al sesso con John, forse anche con Sienna, sicuramente con Rebecca, ma non…
Non con me.
«Non è emozione, è compensazione», disse sulle prime e, quando incontrò lo sguardo dubbioso di lei, si affrettò a specificare. «Per evitare sofferenza inutile.»
Veronika fece ricadere le braccia e si voltò, affinché lui non vedesse le lacrime che minacciavano di tracimare oltre le ciglia: «Niente, lascia stare.»

0 commenti