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“Loro temono ciò che non conoscono e distruggono ciò che temono.”

Memorie dal Buio – Ucronia – Capitolo 10

da | Giu 24, 2026

PUNTO 10 – I Vampiri sono privi di morale e spinti solo a perpetrare male e sofferenza.

«Sei sicuro di voler andare subito sulla scena del crimine? È vicino a Hunters Point, praticamente dalla parte opposta della città!», alzò la voce, seguendolo fino alle scale del condominio. «Sono le cinque del mattino, tra poco sorgerà il sole.»

«Non preoccuparti per me, so cavarmela e mi occorre esaminare il corpo prima che troppa gente lo maneggi», rispose facendo i gradini a grandi balzi.

«Perché saliamo? Che devi fare sul tetto del palazzo?»

«Guadagnare tempo.»

Veronika sollevò gli occhi al cielo; era evidente che cavare fuori parole a quel vampiro quando non voleva, sarebbe stato difficile quanto cavare il sangue dalle rape.

Eppure lo seguì, raggiungendolo col fiato corto e le vertigini, quando lui ormai aveva scambiato diversi messaggi dal cellulare.

«Eccoti, finalmente, ho memorizzato il tuo numero, il mio è protetto, non lo puoi avere.»

«E se dovessi avere bisogno di parlarti?»

«Non puoi. Ti chiamo io. Ora andiamo», e aprì il braccio, richiamandola vicino.

Veronika non si mosse: «In che senso andiamo? Cosa vuoi da me?»

«Piantala di fare domande inutili e vieni qui, non possiamo perdere i pochi minuti di buio discutendo.»

«Brutto maschilista fallocrate del cazzo! Non parlarmi così, non siamo più nel secolo scorso. E non mi avvicino se prima non mi spieghi cosa vuoi fare.»

Selim la fissò, poi guardò verso est e, quando anche lei controllò la direzione, distogliendo lo sguardo da lui, il vampiro scattò, rapido e silenzioso, fino a ghermirla saldamente.

Veronika gridò dibattendosi in preda al terrore più puro e istintivo, senza poter tuttavia liberarsi dalla presa che le immobilizzava il torace e la testa contro il petto di lui.

Un attimo dopo, senza poter vedere alcunché o voltare il capo, sentì il corpo mancare di sostegno e fisicità, i visceri precipitare nel vuoto e l’accelerazione laterale premerla ancora di più contro il vampiro.

Gridò più forte, terrorizzata, priva di orientamento, finché non ebbe più fiato in corpo, con la sensazione che tutto attorno fosse nero e insonorizzato.

Precipitava, un attimo dopo ascendeva, un istante dopo ancora il vento le sferzava il volto in diagonale, devastando il poco equilibrio che ancora il suo labirinto uditivo conservava.

Le gambe ciondolavano molli nel vuoto finché non riuscì ad aggrapparsi al corpo di Selim anche con le cosce, oltre che con le mani.

Non smetteva di gridare, imprecare, chiamarlo associandolo a bestemmie colorite e, quando lui si fermò, dopo un tempo che le parve infinito, lei si scoprì incapace di reggersi sulle gambe e crollò a terra, vomitando succhi gastrici con dolorose contrazioni dell’addome.

«Lurido figlio di puttana, non permetterti mai più!»

Estrasse la pistola e gliela puntò alla testa.

Selim avanzò, sfidando il crescente tremore delle mani di Veronika, fino a prendere contatto con il foro della canna, mentre vi posava contro la fronte: «Con quegli abiti sei in grado di sparare, visto? Comunque siamo arrivati alla scena del crimine. Puoi premere il grilletto e farmi perdere tempo mentre guarisco la ferita, oppure puoi mettere via l’arma e andare a fare il tuo dovere.»

Veronika abbassò la pistola: «Vero… guariresti, ma io avrei avuto la soddisfazione di farti tacere per qualche ora», concesse riponendola di nuovo nella fondina: «Faremo il nostro dovere, ma non credere che dimenticherò questa aggressione. Non è così che si costruisce e si cementa una fiducia tra colleghi.»

«Io non sono tuo collega, Veronika. Io ti aiuterò a prendere un assassino, poi sparirò dalla tua vita, di nuovo esiliato sulla Hermon», si era bloccato.

Veronika aveva capito che c’era dell’altro, che avrebbe voluto dirle altro, ma aveva stretto i pugni e si era zittito.

«Sputa il rospo, avanti.»

Per un solo istante il volto sembrò addolcirsi in un’espressione gentile, ma al serrarsi della mandibola, lei si ritrovò davanti il consueto cipiglio freddo e severo: «Per risolvere il caso il più in fretta possibile, gestirò le informazioni e le mosse come mi suggeriranno istinto ed esperienza. Se non ti è chiaro, ho il tempo contato. Nel momento in cui i media dovessero diffondere la notizia della mia presenza qui, avrei finito di aiutarti e dovrei andarmene comunque. Inoltre lotto ogni giorno col sole. Quindi se ti sta bene seguire i miei ritmi, ti porterò con me, altrimenti farò da solo.»

«Non puoi, il protocollo al punto sei ti impone di…»

Selim alzò una mano e lei si zittì: «Veronika, te lo dirò una sola volta. Me ne fotto del tuo protocollo. Ti do la mia parola che farò tutto il possibile per risolvere il caso senza esporre me o voi alla folla inferocita o a pericoli di cui abbia certezza o anche solo sospetto. Per il resto, quel documento non vale la carta su cui è stampato.»

Il mento della detective tremava di rabbia repressa e tensione nervosa.

Compromesso.

Di nuovo.

Avrebbe voluto ribattere, punirlo, ritagliarsi un angolo di comando in quella coppia male assortita, ma sapeva che non avrebbe ottenuto nulla dal vampiro, che continuava a trattarla come un fastidio inutile.

Nonostante tutto il suo orgoglio la spingesse a mandarlo a farsi fottere lavorando da solo, la sua ragione ebbe la meglio e lei infoderò l’arma: «Capisco il tuo punto di vista e tu capisci il mio. Avrei accettato la scorciatoia tra i tetti, sarebbe bastato dirmelo. Ora metti il tuo badge di consulente. Ti chiederanno sicuramente il nome.»

*

«Come ti chiami ragazzo?», chiese il giovane medico.

«K-Khalid Ibn Selim Ibn Azeem», rispose il giovane emaciato, disidratato e ferito.

«Bene, Khalid, io sono Abu Bakr e mi occuperò di te. Sei stato tanto tempo sotto il sole senza bere o mangiare, prendi piccoli sorsi, non troppa acqua insieme o starai peggio.»

Mentre il giovane beveva piccoli sorsi di acqua col miele, il giovane medico applicava sul suo corpo delle pomate disinfettanti: «Cosa ti è successo? Sei solo?»

Il ragazzo posò la tazza sulle ginocchia, restando con la nuda schiena ingobbita offerta alle delicate mani del dottore, che sentì le contrazioni di un singhiozzare sommesso: «Non preoccuparti, me lo dirai quando sarai pronto.»

Il fresco sollievo delle pezze bagnate e cosparse di miele riuscì a calmare in parte il pianto del ragazzo, che alla fine sollevò gli occhi sul dottore: «Ero… ero in viaggio verso La Mecca con la mia famiglia. Vicino alla fortezza dei cristiani a Kerak siamo stati attaccati dalle forze di Rinaldo.»

Il mento gli tremava e, al primo tentativo di bere un sorso, l’acqua gli andò di traverso e lo fece tossire a lungo.

«Fai con calma, figliolo», sussurrò Abu Bakr, accarezzandogli i capelli da cui si alzava la polvere e la sporcizia di un lungo viaggio.

«Loro hanno ucciso gli uomini… Tutti i maschi grandi e le donne vecchie, ma hanno preso le giovani e i bambini», fece crollare le braccia sulle ginocchia e parte del liquido nella tazza gocciolò fuori. «Mia… mia madre mi ha legato al suo asino e lo ha fatto fuggire. Ho solo visto che prendevano quello con le mie sorelle.»

Strinse la tazza e riprese a singhiozzare e nemmeno le mani del medico, amorevolmente chiuse su quelle del ragazzo, riuscirono a calmarlo e fu tra i pianti e le grida disperate che biascicò l’ultima frase: «Se solo… se avessi preso con me almeno una di loro…»

«Avrebbero preso anche te.»

«Non sarebbe stato forse meglio? Ora sarei in paradiso con la mia famiglia.»

Il medico mise una pezza pulita sulla schiena unta di pomata e lo aiutò a rivestirsi: «Ascolta Khalid, se Allah ti ha fatto sopravvivere all’attacco e al viaggio di ritorno pieno di pericoli fino qui a Gerusalemme, è perché ha in serbo per te un destino grandioso.»

Il ragazzo sollevò sul medico i suoi occhi scuri, non più quelli di un bambino o di un ragazzo, ma quelli determinati e feroci di un uomo: «Allora vivrò almeno fino a vedere Rinaldo morire.»

*

Il destino di Veronika passava, suo malgrado, dalla fiducia in lui, in un assassino.

Si avviò verso le luci intermittenti delle auto della polizia senza voltarsi indietro.

Mentre lei dialogava coi colleghi, creando un cerchio lontano dal corpo, in modo che Selim potesse esaminarlo senza destare sospetti, il vampiro si dedicò al terreno su cui giaceva il cadavere.

Era in una aiuola lungo la passeggiata panoramica costiera dell’India Basin, circondato da impronte che la pioggia aveva in parte cancellato in una inutile poltiglia ghiacciata di neve semi sciolta.

Dopo alcuni minuti la donna tornò: «Ci sono Cavanaugh e Perkins di turno. Per fortuna sono loro, almeno avremo dei rilievi decenti. Non c’è stata rapina. L’uomo aveva ancora il portafoglio nella tasca e un paio di gioielli, vediamo un po’ cosa ha scritto Perkins…», disse Veronika leggendo un primo rapporto su un foglio di taccuino, «la fede nuziale, un orologio sportivo da cinquecento dollari e a terra una catenina con la placca dei diabetici.»

«Sì, ne sento l’odore. Diabete nel sangue, ma non scompensato in chetosi.»

«Mi fai venire i brividi quando fai così», sussurrò guardandolo sorridere con un cenno leggero delle labbra. «Hai scoperto qualcosa?»

«È morto da poco, molto poco, è il miglior cadavere su cui si possa lavorare. La causa della morte è dissanguamento da queste ferite sul collo, ma è rimasto ancora del sangue nelle vene, non è completamente asciutto. Le lesioni sono simmetriche, nulla a che vedere con le mistificazioni degli altri corpi. Ora guarda le impronte. Da quello che posso ricostruire, l’umano stava percorrendo la passeggiata a passo di corsa. Era un runner, ma qualcosa l’ha fatto deviare e incespicare nell’aiuola, qui ha mosso i piedi come a cercare equilibrio, ma sempre sul posto, voltandosi e rigirandosi, poi è caduto a terra. Se escludi le impronte fresche di polizia e paramedici, le uniche degne di nota e compatibili con l’ora del delitto, sono queste.»

Segnò col dito alcuni avvallamenti del terreno fangoso, piccoli e poco profondi e Veronika si accucciò lì accanto: «Aspetta, non può essere una persona adulta, non un normoformato comunque. Piedi così possono essere di qualcuno alto un metro e trenta. Un nano? Un nano che gli è saltato addosso e lui, tentando di toglierselo dal collo, ha camminato e incespicato.»

Selim si piegò sul collo della vittima, esaminando il morso: «Sto cercando di capire. Guarda la distanza tra i fori e la presenza dei segni degli incisivi. Un vampiro adulto ha zanne abbastanza lunghe da non lasciare segni con gli altri denti. Quelli di un nano, con canini poco lunghi, darebbero il medesimo reperto col segno aggiuntivo degli incisivi, poiché avrebbe tentato di affondare abbastanza da ledere i vasi. Ma sarebbero segni di denti definitivi. Qui, oltre ai canini, c’è il segno di due arcate di denti ancora parzialmente decidui.»

«Decidui? Significa un bambino?»

Selim annuì e annusò vistosamente, aspirando l’aria tanto con le narici che con la bocca, leccando le labbra, come se gustasse il vento stesso e la schiena di Veronika venne percorsa da un brivido di timore reverenziale: «È un vampiro dunque?»

«Questo sì, non ci sono dubbi.»

«S-senti qualcosa? Una traccia?»

«Oh sì. La voglio seguire, ma tu resta dietro di me, il tuo odore mi confonde i sensi.»

Veronika era sempre più in difficoltà per le esternazioni di Selim, la sua sincerità brutale e priva di pudore e lo seguì col passo incerto, mentre controllava il crocchio di presenti che la polizia teneva a distanza.

Erano passate due ore dall’omicidio e, nello spiazzo in cui troneggiava il monumento ai caduti della Guerra delle Razze, all’ingresso del parco, era già apparso un portavoce degli Integralisti Biblici che arringava una trentina di persone, gridando dal suo pulpito improvvisato, ogni sorta di insulto contro i vampiri: «Sono ancora tra di noi, avete visto? Non hanno mantenuto le promesse, continuano a ucciderci con la compiacenza del governo che li tiene in segreto nelle strutture governative, per usarli come soldati invincibili!»

«C’è del vero?», chiese la detective, affrettando il passo per stargli dietro.

«Non ne ho idea. Coloro che erano sudditi di qualche principe o cancelliere, ma che non sono stati censiti sulla Hermon, sono stati dati per morti, ma so che alcuni soprannaturali diffidavano della nave, credevano che ci avrebbero affondato con una testata atomica, nel momento in cui fossimo stati tutti riuniti nel mezzo del mare, un po’ come fecero a Boston.»

«Lo temevi anche tu?»

«No, certo che no. Abbiamo almeno settantacinque principi di Torri di Magia a bordo, senza contare gli altri adepti e altri fruitori di magia di diverse razze; posso garantirti che la Hermon potrebbe navigare fino alla luna, se celebrassero un Rituale Maggiore.»

Parlava con lei, ma intanto seguiva le tracce con l’abilità di un consumato cacciatore e Veronika si rese conto di avere accanto qualcuno avvezzo a queste indagini da decenni, o secoli.

Deglutì a vuoto e tornò a seguirlo, mentre lui camminava lateralmente alle tracce, per non confonderle: «Il problema della testata nucleare non sarebbe nostro, ma dell’ecosistema e avrebbe fatto riprendere le velleità dei licantropi integralisti che miravano allo sterminio degli umani per salvare la natura da voi. Ciò non toglie che posso anche ammettere che qualche disperso non sia in realtà morto, ma nascosto o prigioniero. Per contattarli mentalmente dovremmo conoscerli nel sangue e loro dovrebbero essere in condizione di poter rispondere.»

Selim si fermò sopra un tunnel di scarico della fognatura cittadina, in cui le acque impetuose, gonfiate da neve e pioggia incessante, si riversavano nel mare con uno scroscio rumoroso.

«La traccia qui diventa debole, azzardo l’ipotesi che il vampiro si sia rintanato nelle fogne. È un classico nascondiglio sicuro. Si è al riparo dalla luce del sole e l’odore intenso maschera la presenza dei vampiri perfino ai licantropi.»

«Quindi dobbiamo entrare qui?»

«Non noi, ma io solo. Non so cosa troverò o in che situazioni mi dovrò muovere e non voglio pesi morti.»

Ecco di nuovo la sua crudele verità, mai addolcita da una menzogna di comodo o da un cuscino di parole; verità che Veronika dovette solo incassare come stilettata al suo orgoglio: «D’accordo, mi fido di te».

Le parole le uscirono prima che il cervello potesse fermarle e Selim si voltò a guardarla, senza che alcun sentimento trasparisse dal volto rigido, poi annuì: «Torna all’appartamento, riposati e prepara il trasferimento di… mh… quella donna, qualunque sia il suo nome. Partirà con l’elicottero alle sei di stasera, puoi farlo per me? Per favore?»

«Lo farò a una condizione. Perché?»

«Te l’ho detto, perché credo nelle…»

«Seconde possibilità, sì va bene. Ma dimmi la verità ora.»

Con un balzo Selim scese sul tubo della fognatura, in quella porzione che emergeva dal costone di cemento armato che sosteneva la pista pedonale e guardò su, verso di lei: «Ci servono riserve di cibo di emergenza.»

Veronika serrò le labbra: «Non ti credo. Ma spero che un giorno ti fiderai abbastanza di me da dirmelo.»

Lui ciondolò il capo con un atteggiamento decisamente scocciato e poi rispose: «Lei ha vissuto questi anni credendo di essere stata abbandonata e rifiutata e voglio dimostrarle che non è vero. I vampiri non la abbandonarono. Eravamo in contatto con il Reggente Summers per trasferirli tutti a Panama; lui ci diede il nome dei vampiri del suo dominio, ma anche di tutti i collaborazionisti che avrebbero salvato. La mattina prima della partenza, una retata li uccise tutti. Contenta?»

Veronika lo fu, e gli sorrise: «Grazie.»

*

La detective rimase accanto a Beth, che compiva i primi rilievi sul corpo, finché fu pronto per essere spostato alla Morgue; il campo rimase libero per la polizia scientifica che prese calchi di orme nella neve e impronte digitali, refertando e imbustando ogni residuo sospetto.

Alzando gli occhi verso i curiosi, che iniziavano a fermarsi al confine dei nastri gialli che delimitavano la scena del crimine, Veronika vide un volto conosciuto.

«Reetha Anne Travis!», esordì la detective alzando il nastro per lei.

La donna vi passò sotto con agilità, ma quando si trovarono faccia a faccia, Veronika notò qualche capello bianco e qualche ruga di troppo su quel volto mezzo irlandese.

Le lentiggini si erano ingrandite fino a macchiare la pelle in vaste confluenze di melanina e gli occhi verde chiaro, limpidi e grandi, erano infossati e circondati da illividimenti da stanchezza.

Erano coetanee, ma Reetha era invecchiata davvero male dopo la sparizione della sorella Jubilee.

«Ciao Nika, ne avete trovato un altro?»

«Non potrei parlare con gli investigatori privati dei casi in corso, lo sai.»

«Lo so, ma sono stata assunta dai parenti delle vittime, una class action che promette di avere una risonanza mediatica notevole. Posso citarti se vuoi.»

«Non mi interessa, non sono a caccia di visibilità.»

«Ma di giustizia, lo so Nika, ti conosco dai tempi dell’Accademia, però possiamo aiutarci a vicenda.»

«Se hai notizie, sai che dovresti comunicarle alla polizia.»

«E lo sto facendo. Le comunico a te. Vogliamo collaborare?»

Veronika sospirò, si guardò attorno, poi la invitò a fare colazione in una caffetteria poco distante: «Dimmi cos’hai in mano Travis.»

«Quando ho intervistato le famiglie delle vittime identificate, è emerso che alcune di loro, durante la guerra, avevano aiutato a vario titolo i soprannaturali. Magari nascondendoli o magari facilitando loro l’uscita dalla città. Poi ho controllato le denunce di persone scomparse e ho fatto domande anche alle loro famiglie, ormai sapevo cosa cercare. In effetti anche alcuni di loro erano collaborazionisti.»

«Potrebbe essere un caso.»

«Potrebbe, ma sai che non credo nelle coincidenze. E poi tieni conto che quelli per cui non ho dimostrato nulla, non è detto che fossero innocenti. Può anche darsi che i familiari non sapessero nulla. Ora tu.»

Veronika si masticò un poco l’interno del labbro, poi vuotò il sacco: «Pensiamo che non sia un vampiro a uccidere queste persone. O meglio, quella di oggi sì, ma le altre no. Ci sono delle incongruenze nelle lesioni rispetto al modus operandi di un soprannaturale e, ora che mi dici che alcuni erano coinvolti come collaborazionisti, inizio a pensare che qualcuno stia facendo pulizia di chiunque sia stato simpatizzante, attivamente impegnato.»

Reetha prese il cellulare: «Scambiamoci i numeri, la nostra collaborazione sarà fruttuosa, credimi! Potremo dare giustizia ai morti e soddisfazione alle famiglie. Fidati di me!»

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