
Autori vari
I soprannaturali
Libro 1 – Vampiri
Stampato in New York
10 maggio 2007
Con l’autorizzazione del Governo Federale degli Stati Uniti
Pagina 2
[…] È obbligatorio prestare attenzione alle principali caratteristiche psicologiche, fisiche e fisiologiche ricorrenti nei non morti, al fine di una corretta identificazione preventiva del soggetto.
Il Governo Federale ricorda che qualsiasi tentativo di approccio sociale, cognitivo o comunicativo è severamente vietato.
I non morti sono classificati come minaccia biologica di classe A.
In caso di avvistamento, si ordina di contattare immediatamente la Guardia Nazionale, trasmettendo documentazione visiva tramite dispositivo mobile, ove possibile.
È vietato in ogni circostanza affrontare il soggetto.
L’intervento diretto è consentito esclusivamente a personale autorizzato dall’Unità Federale di Crisi di Washington.
Si ricorda alla popolazione che la cooperazione civile è il primo strumento di sopravvivenza.
PUNTO 1 – I Vampiri sono narcisisti ed egocentrici, in ogni situazione cercheranno di dominare e stabilire una leadership.
San Francisco, 17 dicembre 2014
«Sono in ritardo», fece notare la donna con stizza, sollevando il bavero del cappotto fino a sprofondare con le orecchie nella sciarpa di lana.
Le sue parole danzavano visibili nell’aria in candide volute che la pioggia trafiggeva impietosa, mentre piangeva dal cielo nero e pesante di inquinamento di San Francisco.
Alle sei del pomeriggio era già completamente buio e le luci natalizie della città brillavano intermittenti in lontananza, mescendosi alle luci di segnalazione della piazzola di atterraggio degli elicotteri, in quel piccolo campo di volo vicino a Sutro Baths.
L’uomo si voltò verso di lei: «È nervosa, Detective?»
«Diciamo piuttosto infreddolita, stanca e delusa, Capitano», rispose occhieggiando verso il suo interlocutore, cercando di mentire meglio di quanto la voce tradisse.
Non era stizza quella che la faceva stringere nelle proprie braccia, era timore, ansia, desiderio di fuggire, di sottrarsi a quegli istanti di vibrante attesa.
«La consideri una grande opportunità per la sua carriera, piuttosto», disse l’uomo, nascondendo un ghigno sadico, mentre voltava il capo a guardare un punto imprecisato all’orizzonte, verso l’oceano, superando il cerchio serrato delle forze armate, dispiegate a circondare la zona in gran numero e in tenuta da battaglia, coi giubbetti di kevlar da assalto, gli elmetti tattici e i mitra in resta.
«Diciamo invece che mi sta punendo per la mia testimonianza contro il Detective Truman», lo sguardo che la donna riservò al profilo del suo Capitano era tagliente, fin quasi intriso di vero odio, perché per quanto cercasse di non rovinarsi il fegato con sentimenti così negativi, lui non faceva nulla per rendersi amabile.
Guardava chiunque, specie lei, con cipiglio severo e marziale, facendo pesare fin troppo spesso la sua aura di rinomato combattente ed eroe di guerra, la sua statura e la prestanza fisica, che instillavano ancora rispetto e riverenza, nonostante cinquant’anni sotto le armi, tutti sofferti e vissuti.
Quando si confrontava con lui, l’esile detective, con la massa incolta di capelli castani e ricci, costretti in una castigata crocchia alla base della nuca, con gli occhi verdi e piccoli, indagatori e vigili, si sentiva sempre in soggezione, ma in quel frangente, non c’era dettaglio nel Capitano che potesse intimidirla o ridurla al silenzio, perché sapeva di avere ragione.
«Non sono io a punirla, Detective, è stata lei a essersi scavata la fossa con le sue mani. Truman era benvoluto da tutti, uno stato di servizio impeccabile. Era a pochi mesi dalla pensione, alla fine di quest’anno si sarebbe ritirato e il dipartimento avrebbe archiviato la pratica. Lei gli ha rovinato la pensione e il resto della vita.»
La donna strinse i denti fino a farli stridere e, nei guanti di pelle imbottiti, le dita sbiancarono quando serrò i pugni: «Abbiamo già affrontato l’argomento, Capitano Hollis. Il fatto che Truman fosse vicino alla pensione non cancella il fatto che abbia sottratto una cospicua percentuale della partita di marijuana del caso Castillo.»
«Lo ha fatto per uso personale, per la moglie che, come ben sa…»
«Morbo di Parkinson, lo so benissimo. Come so che è ormai impossibile trovare farmaci con THC legale. Ciò non toglie che sia un reato.»
La pioggia gelida divenne velocemente nevischio umido, poi veri fiocchi di neve e la città di colpo tacque, rallentando il respiro in quell’istante di attonito stupore dinanzi alla prima nevicata dell’anno.
Perfino un soldato accanto alla detective tese il palmo aperto ad accogliere gli effimeri fiocchi.
Lei lo guardò.
Era così giovane che le sue dita non avevano ancora conosciuto i calli del duro lavoro e la pelle piena e morbida del volto rabbrividiva all’improvviso gelo secco, come se non fosse stata ancora temprata dall’addestramento intensivo dei Marines.
«A volte, Detective, bisogna solo imparare l’utilità dei compromessi», disse l’uomo aprendo un braccio a indicare lo stuolo di militari che li supportavano. «Vede? Il compromesso tra l’esercito e la polizia metropolitana è qui, davanti a lei. Una unità di cinquanta soldati prestati dai Marines, tutti ai miei ordini. Certo sono reclute con la bocca ancora sporca di latte, ma…»
«Non siamo più in guerra, Capitano», interruppe lei, «quando tutto era permesso e si chiudevano entrambi gli occhi dinanzi ad abusi di ogni genere. Stiamo ricostruendo una democrazia e, nel nuovo mondo, non c’è posto per i compromessi.»
«Si dovrà ricredere, Detective, o si spezzerà combattendo una battaglia che non può vincere», e sollevò il mento, indicando una direzione. «Là, a ovest, i nostri ospiti stanno arrivando», concluse lui, fissando le luci dell’elicottero nero che si avvicinava a grande velocità, lottando contro le raffiche di vento e nubi troppo basse per lasciare respiro. «Il pilota se la cava molto bene, direi.»
La detective percepì una morsa allo stomaco, la scarica di adrenalina e il tremore che si diffuse in tutto il corpo; aveva paura, naturalmente, ma non l’avrebbe mai confessato al Capitano Hollis, avrebbe tenuto duro, si sarebbe occupata di quel caso e l’avrebbe risolto senza compromessi.
L’elicottero danzò un po’ nell’aria, contrastando il vento, poi atterrò precisamente nel centro della piazzola, senza spegnere i motori.
Il portellone si aprì e ne discese una figura snella, alta circa un metro e ottanta, con un capiente zaino su una spalla.
Era vestito soltanto con una camicia senza bottoni, ma con le falde dello scollo a V prive di chiusura, dei pantaloni dal taglio a sigaretta, cilindrici e con la caviglia larga, decisamente comodi, e scarponcini tipo anfibio.
Era un abbigliamento estivo, fatto di lino ed era color sabbia con le cuciture e bordi neri per la camicia e interamente nero per i pantaloni.
Morbidi ricci neri giungevano fino alle spalle, raccogliendo la neve che li faceva brillare nei riflessi delle luci della piazzola.
Il rumore delle armi mise la detective in allarme, quando i colpi scattarono in canna e i mirini laser puntarono tutti al petto e al capo dell’ospite.
L’uomo si aggiustò lo zaino sulla spalla e richiuse il portellone senza tradire alcun timore, ma riservando solo uno sguardo diretto allo spiegamento di forze tutto attorno, poi al proprio torace, ricamato di laser rossi.
Quando il Capitano alzò un braccio in saluto, la figura avanzò verso di lui, mostrando i lineamenti moreschi della carnagione e il volto giovane, da ventenne, piacevole nella sua simmetria.
La fronte squadrata era incorniciata dai lunghi ricci che accarezzavano l’arcata delle fini sopracciglia e gli zigomi alti e sottili.
Le guance si prolungavano, piene e armoniche, verso labbra perfettamente delineate e un mento proporzionato, privo di qualsiasi segno di barba.
L’incarnato color del bronzo era parte di quelle caratteristiche, dai capelli agli occhi scuri, che identificavano la figura come di etnia medio orientale.
Gli occhi assorti conferivano a tutto il volto un’algida immobilità, quasi avessero davanti la perfezione di una statua greca, proiettata nell’infinito.
«Cristo, ma è un ragazzino!», sibilò a bassa voce la detective. «Ci mandano un ragazzino!»
Hollis guardò verso il militare alla sua destra, che fissava ammutolito il ragazzo con abiti estivi dentro il visore termico montato su un trespolo.
A bocca socchiusa e a occhi sbarrati, il giovane militare era rimasto impietrito davanti allo schermo, mentre le nuvole di fumo uscivano dalle sue labbra con troppa veemenza per poter nascondere quello che appariva come il respiro del terrore puro.
«Sergente?»
Hollis lo richiamò più volte, finché quello si riebbe e deglutì a secco: «C-confermo, Capitano Hollis. Temperatura ambiente, niente battito.»
La detective arretrò di un passo, senza poter fermare il tremolio del mento e il Capitano le sorrise bieco: «Etienne Corday ha mantenuto la parola, ci ha mandato uno dei suoi non morti. Ne avevate mai visto uno dal vivo?»
«N-non così da vicino, Capitano.»
«E non siete contenta? Fossi in voi però non lo chiamerei ragazzino, magari ha cento anni!»
Man mano che quell’uomo dall’aspetto di un ventenne avanzava, i meno coraggiosi, anche tra le truppe addestrate, arretravano e prendevano distanza.
«Guardateli, Detective. I rimpiazzi delle forze armate dopo la guerra sono troppo giovani, non hanno mai combattuto i vampiri e ora li temono come la morte incarnata.»
Il ragazzo si fermò a qualche passo dagli umani e li fissò immobile, mentre il vento apriva il colletto della camicia sul dettaglio della clavicola e della fossa del collo liscio, privo di qualsiasi accenno di battito cardiaco trasmesso alle vene.
Una sottile catenina d’oro seguiva le curve della pelle, sprofondando nella camicia col misterioso peso di un ciondolo, sottratto alla vista.
Dalle labbra e dal naso non usciva un solo sbuffo di condensa.
La donna si fece coraggio e, sebbene vedesse il mondo girare e la nausea salire alla bocca dello stomaco, tornò accanto al suo superiore.
Gli occhi incontrarono i pozzi neri del vampiro e, per un istante, lei intravvide un bagliore rosso, come pagliuzze di brace, irradiarsi dalla pupilla.
«Sono il Capitano Roger Hollis, della polizia di San Francisco, grazie di esserci venuto in aiuto. Lei è la Detective Veronika Parker, la sua partner in questa indagine.»
«Molto lieta», riuscì a dire la donna, con un tono di voce troppo stridulo per quelle che erano le sue intenzioni.
Il vampiro tacque a lungo, passando lo sguardo su entrambi, poi sui militari, che ancora non avevano cessato di puntare le armi al suo petto e alla schiena, poi esordì: «E questi?»
La sua voce…
Veronika espirò sonoramente, mentre un gorgo di pura concupiscenza si scioglieva nel suo ventre, riscaldandole le membra e annullando in un istante ogni timore, reticenza, freddo e sospetto.
La voce dei vampiri….
Non l’aveva mai udita.
Non l’aveva mai subita e lei, che si considerava razionale e con abbastanza sangue freddo da resistere a qualsiasi situazione, anche alla tortura fisica, si trovò completamente priva di difese davanti a quelle tre sillabe.
Perfino il Capitano Hollis, eterosessuale sposato e con un paio di bionde e giovani amanti di cui si favoleggiava nei corridoi del dipartimento, ebbe un tentennamento e un sospiro sedotto: «È… la prassi», e fece un cenno per licenziare i militari che, uno dopo l’altro, abbassarono i loro puntatori.
Solo uno rimase saldo, senza il minimo tremito, a indicare il petto del vampiro che, da parte sua, seguì la luce fino al soldato che ancora lo sfidava con quel gesto simbolico.
Il non morto si voltò quanto bastava per fronteggiare direttamente l’antagonista, offrendogli il petto completamente.
Era un veterano, a giudicare dalle ampie valli che ne solcavano la pelle del volto, forse l’unico ad aver davvero combattuto in guerra.
Il vampiro non disse nulla, né l’altro mostrò di voler cedere abbassando l’arma, nonostante i richiami alla prudenza dei suoi commilitoni e del capitano stesso.
Nulla sembrò cambiare per interminabili istanti di tensione, poi il laser iniziò a tremare e ad abbassarsi, finché l’arma puntò a terra.
Il vampiro alzò il mento: «E con questo, il discorso è chiuso», poi fece un cenno all’elicottero che ripartì, spingendo la neve di prepotenza contro il cerchio di divise mimetiche.
Quando il vampiro tornò a guardare Hollis e Parker, offrì il medesimo volto freddo e distaccato, su cui era impossibile leggere espressioni o passioni e la donna indietreggiò istintivamente di un passo, davanti alla manifestazione di poteri di cui aveva solo letto sui manuali: «Sono Selim, ora possiamo andare.»
Il nome attraversò la neve e il vento, accarezzò il ventre delle nubi e risalì verso le stelle e quella luna grigia e antica che brillava nel cielo.
*
«Ora puoi andare Selim, ci occuperemo noi di tua moglie, stai tranquillo e prega Allah», disse la levatrice, e spinse fuori dalla modesta capanna un uomo, un ventenne dalla faccia rubizza, nervosa e preoccupata.
Il futuro padre si massaggiò con entrambe le mani il capo, sotto i corti capelli ricci e neri che lasciavano spazio alla prima stempiatura e alzò lo sguardo al cielo terso e alla luna d’argento.
«Ho già pregato, c’è altro che posso fare?»
«Allora portami pezze pulite e fai bollire dell’acqua. Tanta acqua. Almeno due barili.»
Un anziano batté il bastone con cui sorreggeva gli acciacchi della vecchiaia nella polvere e lo invitò a sedere con lui, vicino al pozzo: «Sono cose da donne, figlio mio, obbedisci senza fiatare, poi vieni qui ad aspettare con me il mio prossimo nipote.»
Selim si voltò ancora verso l’interno, cercando di vedere un’ultima volta la moglie piegata sulla sedia da parto, ma la levatrice gli chiuse in faccia la porta della piccola casa di mattoni di argilla e paglia, mentre la giovane assistente fissava la sua mentore con curiosità: «Ma di acqua bollita e calda non ce ne serve più di una tinozza!»
«Almeno non mi starà tra i piedi. Sai quanti uomini ho visto svenire mentre le donne partorivano? Gli uomini devono stare lontani perché non sopportano il dolore, il sangue, specie delle donne che amano. Se poi perdono i sensi, noi dobbiamo aiutare la puerpera e anche loro. Meglio che stiano fuori. Gli ci vorrà tutta la notte per estrarre dal pozzo e far bollire due barili di acqua.»
Le donne risero e anche la partoriente abbozzò un ghigno complice, riprendendo a respirare e spingere.
La luna stava sorgendo nel cielo dell’equinozio di primavera, quando il grido della donna fece alzare di scatto gli uomini attorno al fuoco.
Perfino la primogenita, una bimbetta di cinque anni, si risvegliò dal sonno su un giaciglio di paglia soffice, per guardare verso la casa.
Tutti restarono in muta attesa in quel villaggio di allevatori nelle inospitali terre a ovest di Gerusalemme, poi il vagito di un neonato sciolse la tensione e tutti si congratularono col padre, che camminò barcollante ed emozionato fino alla porta della sua dimora.
Voltò il capo verso la luna, che andava colorandosi di un rosso intenso.
«Luna di sangue», sussurrò preoccupato, poi la levatrice aprì il cigolante portoncino di legno e lui vide la moglie, esausta e bellissima, che stringeva un fagottino di stoffe.
«Amyra! Stai bene?»
«Sto bene marito mio, vieni, lascia che ti presenti tuo figlio!»
«È maschio? È… è sano?»
La levatrice raccattò gli stracci sporchi di sangue e liquidi del parto: «Sano e forte! Con tutte e venti le sue dita e un bel pisellino a far ventuno!»
Quando le levatrici uscirono, anche la bambina entrò a guardare il suo fratellino e tutti si sdraiarono nel letto insieme alla donna: «Madre, come lo chiamerai?»
«Lo chiameremo Khalid, che significa immortale.»
«Perché questo nome madre?»
«Ho avuto una visione», rispose la donna, abbassando gli occhi sul fagotto di coperte che avvolgeva il neonato, «ma il suo vero nome glielo sussurrerò non appena resteremo soli e lo conoscerà quando sarà abbastanza grande da serbarlo nel cuore. Esattamente come farò con te Fatma, che porti il nome di mia madre, ma ne hai un altro segreto pregno della sua magia.»
«È giusto così», disse il padre alla figlia, prendendola in braccio, «da sempre le madri riempiono il nome segreto dei loro figli di forza e dell’impeto del loro destino, ora andiamo da nonno Azeem, lasciamoli riposare e parlare», e si piegò a baciare la fronte della moglie, poi quella del figlio. «Dormi, mangia e cresci forte… e lasciaci dormire la notte! Khalid Ibn Selim Ibn Azeem.» La porta si richiuse e Amyra baciò la fronte del figlio, così come fece il primo raggio di luna rossa che entrò dalla finestra a posarsi sul capo del neonato: «Quando stavi nascendo ho avuto una visione. Avrai una vita molto lunga e segnata da gioie e dolori, dall’onore e da un grave compito che sarà sulle tue sole spalle, vedrai guerre e paesi sconosciuti, vedrai persone con strani abiti e carri di ferro nel cielo. Non so cosa questo significhi, ma so che il tuo nome deve rendere giustizia a questa visione. Per questi luoghi e queste persone, tu sarai speranza», e avvicinò le labbra al suo orecchio, sussurrando al bambino il suo vero nome.

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