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“Loro temono ciò che non conoscono e distruggono ciò che temono.”

Memorie dal Buio – Ucronia – Capitolo 14

da | Lug 8, 2026

PUNTO 14 – Attraverso le parole e lo sguardo diretto negli occhi, possono instillare dubbi e dominare le menti.

Veronika rinvenne, sballottata come una bambola, con la sensazione dei passi veloci di lui, del contatto con la sua giacca e cercò subito di riagganciarsi al brandello di ricordo che l’aveva cullata prima dello svenimento.

La primigenia sensazione fugace non era più di un impalpabile e irraggiungibile pensiero, ma si trasformava nella certezza che non fosse in pericolo, ma protetta e sicura.

Sì, era qualcosa che aveva già provato in passato.

Perché lei era già stata tra quelle braccia.

Le tempie ripresero a pulsare.

Si rilassò espirando con calma, poi il ricordo della morte di Gordon si impose di nuovo davanti ai suoi occhi bagnati di pianto e nulla più ebbe altra importanza.

Le lacrime rinnovarono il dolore, senza che lei potesse sopprimere i singhiozzi e lo choc in cui era precipitata.

«È tutto finito, non ha sofferto», disse lui con freddo distacco.

Veronika provava un dolore acuto al centro del petto, come se il cuore fosse stato trafitto da un ago rovente, eppure continuava a trovare un conforto inatteso tra le braccia di Samael che, percepiti i suoi singhiozzi, l’aveva stretta con maggiore delicatezza.

Incenso.

Lino bianco.

La tristezza e il dolore di Veronika presto si stemperarono in una sensazione di ottundimento disperato che le permise di ritrovare non la serenità, ma per lo meno la calma.

E molto di quel cambiamento di stato lo doveva a quel petto contro cui poteva appoggiare il volto e quelle braccia forti che la circondavano e la sostenevano come fosse senza peso.

Tra quelle braccia in cui si sentì ancora una bambina di tre anni.

Forse, in quel momento, avrebbe anche potuto apprezzare quel modo irreale di muoversi nella città, forse ora stava iniziando inconsciamente a fidarsi ed era una sensazione aliena per lei che non era abituata a tutto quel contatto fisico né ad avere bisogno di qualcuno cui abbandonarsi così.

Non solo non era avvezza alla debolezza, ma non poteva ancora accettarla, specie perché un piccolo tarlo molesto stava generando una nuova domanda.

Mi sta manipolando?

Sta togliendo il dolore anche a me?

Fece appello al suo orgoglio e la sua disciplina di poliziotto per riprendere il controllo delle sue emozioni, controllandole come aveva imparato a fare: «L-lasciami giù, posso camminare.»

Aveva così tanti pensieri e pesi sul cuore, che non sapeva da quale iniziare, anche se percepiva come prioritaria la necessità di confessargli che sapeva della sua vera identità.

Già, ma come dirglielo senza rischiare uno scoppio d’ira?

Doveva trovare le parole giuste e il momento migliore.

Samael la mise a terra: «Stai bene ora?»

«Sì, scusami, di solito non svengo come una donnetta, sarà la mancanza di sonno o di cibo…»

Lui annuì e guardò l’insegna del locale davanti al quale si era fermato: «Mangia qui dentro, devi essere in forze», disse con schietta praticità e la spinse dentro il pub, in cui una piccola band di tre elementi suonava del cool jazz in un ambiente buio dalle delicate e ronzanti luci blu al neon.

Erano talmente lontani dall’ospedale, che l’eco dell’accaduto non era ancora giunto.

«Bevi anche qualcosa di forte, so che agli umani fa bene in questi casi.»

«Sarei in servizio, ma hai ragione, ne ho bisogno», si accomodò al bancone, ordinando un grosso hamburger e poi, con gli occhi fissi sull’esposizione di bottiglie alle spalle del barista, ne indicò una. «Scotch, qualsiasi cosa scozzese mi va bene.»

E quando il barista guardò Samael, lui rispose: «Sono musulmano, non vede? Acqua per favore.»

Veronika lo guardò con gli occhi sbarrati di stupore mentre beveva piccoli sorsi: «Ma tu puoi? Cioè nutrirti?»

«Di cosa è composto il sangue?», sussurrò lui.

«Ah. Giusto. Acqua per lo più. Ma sei davvero musulmano?»

Lui prese un altro sorso: «Lo fui.»

E cambiò subito discorso. «Hai visto perché non posso restare?»

Lei attese di aver deglutito una generosa dose di alcolico prima di rispondere: «Ho sentito qualcosa prima. Come se l’aria fosse diventata di colpo pesante. Sei stato tu? Cosa gli… come ci sei riuscito?»

«Gli sono entrato in testa, gli ho tolto il dolore e gli ho fatto vedere qualcosa di rassicurante. È tutto ciò che ho potuto fare per Gordon.»

«Non è quello che ti ho chiesto. Voglio capire come fai, come funziona il potere che avete. Insomma i testi dicono che è una maledizione demoniaca, ma…»

«In un certo senso lo è», rispose lui, pronto e senza filtri. «Ma il punto cardine del concetto è un altro. Cosa è demoniaco? Comunque non posso risponderti. Abbiamo deciso che il resto dei nostri segreti non sia più affar vostro.»

Abbiamo deciso, pensò lei. Mi stai confermando ogni cosa… Tu sei proprio Samael di Tanis.

Un brivido la fece richiudere in sé stessa, ma mascherò il disagio accavallando le gambe, un gesto comunque di chiusura, per lo meno come lo fece lei, rapido e senza seduzione.

Doveva dirglielo, non era giusto omettere quella scoperta, ma non poteva farlo in quel pub: «E non mi dirai neanche come funziona il potere mentale?»

Lui fece cenno di no: «Posso dirti solo che le energie misurabili dalla fisica che conoscete sono solo una parte di quelle che muovono l’universo.»

Veronika accettò la risposta con un cenno di assenso e prese a percorrere il bordo del bicchiere col dito: «Ieri hai detto una cosa che mi ha fatto riflettere. Uccidere è facile, ma lasciar morire…»

«Guardare qualcuno che muore senza fare nulla ti toglie empatia, umanità, sentimenti. Devi chiudere il cuore, disciplinare il sentire, sopprimere il grido nella tua mente che ti spinge a opporti alle ingiustizie. Perché, credimi, quando si giunge a dover uccidere qualcuno, è perché la legge e la società hanno fallito.»

Veronika restò basita dinanzi a quelle parole e le comprese nella connessione con quello che ora sapeva di lui.

Era un Giudice, faceva parte di una famiglia di Vampiri che si caricava sulle spalle il peso del giudizio dei propri simili e che, all’occorrenza, comminava le pene di morte.

Un Giudice che aveva deciso che quel piccolo vampiro avesse una possibilità di recupero nella loro società.

«Non sarebbe stato facile portarlo via», disse infine la donna, con gli occhi fissi sul piatto, quando il barista le mise davanti l’enorme e sgraziato panino.

«Lo so. E forse è meglio così. La nostra legge vieta di fare vampiri così piccoli. Prima o poi impazziscono perché la loro mente cresce, ma il corpo no. In più lui era imperfetto, avrebbe avuto un’esistenza davvero dura. Ma ormai era al mondo e non potevamo voltargli le spalle. La Hermon sarebbe stata la sua unica possibilità di sopravvivere e di sapere chi e cosa fosse, accettarsi e conoscersi fino a un’età in cui avrebbe potuto decidere in autonomia se continuare a vivere o farla finita. E l’avremmo aiutato in entrambi i casi.»

«Molti umani avrebbero abbandonato un figlio imperfetto o malato.»

«Anche molti vampiri. Non è una questione di razza, Veronika, credevo l’avessi capito.»

«L’ho capito, è una questione di cuore.»

*

«È tutto nel tuo cuore, ragazzo. Non nell’occhio o nel dardo», disse Kabir. «Devi scoccare quando già avrai colpito il bersaglio dentro il cuore.»

Con delicatezza Khalid azionò il meccanismo di sgancio e il quadrello della balestra sibilò nell’aria finché trapassò il frutto, facendo esplodere la melagrana.

Nel muro dietro i bersagli, la punta del dardo precedette di poco gli schizzi del succo, rossi come sangue.

«Ottimo colpo figliolo», disse Kabir, andando a posizionare un’altra melagrana sul paletto infisso nel terreno. «La balestra ha una gittata migliore, miglior penetrazione contro le cotte di maglia dei crociati e non dipende dalla forza di chi tende il budello. Quindi anche tu, che hai la forza di una rondine, potrai caricarla col minimo sforzo ed essere competitivo quanto un uomo adulto.»

Guardò verso il ragazzo che, puntellando l’arma a terra, ben fermata dal piede, tendeva la corda fino al noce, che scattò bloccandola in tensione.

«Proprio per la facilità con cui un dardo può uccidere anche un prezioso nobile bardato di acciaio, il Concilio Laterano dei cristiani, nel 1139 secondo il loro computo, stabilì che le balestre non potessero essere usate dai cristiani contro altri cristiani, ma solo contro gli infedeli. Noi. Ecco perché voglio che impari a usarla anche prima dell’arco. Forza ora, ricarica», e si voltò per mettere altre melagrane sui bersagli più lontani.

«Sì, maestro», rispose, poi appoggiò il dardo nella scanalatura. «Avete citato l’anno con precisione. Davvero ricordate ogni cosa?»

Khalid sollevò l’arma, ma imbracciando l’affusto, sfiorò il sensibile meccanismo di rilascio che fece partire il quadrello verso la schiena di Kabir.

Il maestro si voltò rapidamente, afferrando il dardo a mezz’aria, prima che lo ferisse e prima che il ragazzo potesse gridare: «No!»

Khalid cadde in ginocchio, floscio come una pelle di fico: «M-maestro…»

«Devi stare più attento, ragazzo.»

«Ma come avete fatto? Non è normale, non è naturale!»

«Attento a quello che dici, giovane Khalid», minacciò Kabir, tornando verso di lui col quadrello stretto in mano e la punta minacciosa rivolta verso il ragazzo.

E lui indietreggiò spaventato, strisciando sulle natiche, ma quando Kabir ruotò il quadrello, offrendoglielo, si calmò: «Viaggiamo insieme da un mese ormai. V-voi non uscite mai al sole di giorno. Non vi vedo mai mangiare o bere. Sparite e apparite senza che nessuno si accorga di come vi spostate e siete così forte e veloce che…»

«Che?»

Era imbarazzato, quasi si vergognava delle sue parole, ma ormai aveva tutti gli elementi per sospettare del maestro: «Io ho letto delle cose quando studiavo a casa del mio mentore. V-voi siete un Algoul?»

«Tu cosa vedi? Come sono, secondo te.»

«Siete un mentore generoso e affettuoso con me.»

«Ecco. Sono precisamente questo e solo questo. Tutto il resto è secondario. Perché sono solo le nostre azioni che ci definiscono, Khalid.»

«Mostratemi tutto», chiese poi il ragazzo. «Voglio sapere tutto.»

Kabir lo fissò a lungo, penetrò nella lucida maturità del tredicenne, poi acconsentì e lo portò a passeggiare tra le tende dell’accampamento militare: «Esistono alcuni individui in questo mondo, pochi in verità, che non sono come gli altri uomini. Hanno poteri fisici e mentali che li rendono più forti e pericolosi. Come Bernardo, di cui tu hai sperimentato la forza mentale. Se al posto tuo ci fosse stato un altro umano, non avrebbe resistito e sarebbe stato soggiogato a compiere il suo ordine imposto.»

«Perché io ho resistito?»

«Perché la tua anima è vasta e potente, mentre il tuo cuore è saldo e nobile. Ecco perché ti ho preso con me», guardò uno dei soldati e questo prese a ciondolare, come in trance, seguendoli fuori dall’accampamento.

Khalid si voltava a controllare quell’uomo con lo sguardo vacuo che camminava meccanicamente dietro Kabir, ma non osò interrompere il maestro.

«Esiste una legge divina al di sopra di ogni religione e di ogni morale umana. È l’Equilibrio. A tanti doni, vengono opposte delle rinunce. Io sono forte, ma il giorno mi indebolisce. Io domino la notte, ma il sole mi distrugge. Io vivo in eterno, Khalid, ma solo finché il mio capo rimane attaccato al collo. Non invecchio, non mi ammalo, ma a patto di nutrirmi della vita stessa di altri uomini.»

Erano ormai lontani dall’accampamento e Kabir si voltò verso il soldato, schiuse la bocca e mostrò le zanne allungarsi sotto lo sguardo di un impietrito Khalid.

Mostrò il bianco delle sclere ormai arrossate dalla Sete, il volto trasfigurato di un mostro che si gettò a mordere il collo della sua preda priva di coscienza.

Il vampiro si nutrì del soldato, che non si mosse e non emise un solo fiato, mentre gli occhi, velati dalla fissità dello sguardo, contemplavano il nulla.

Khalid sentì il rumore della deglutizione nel silenzio della notte nel deserto e lo stomaco si contrasse al pensiero che quello fosse sangue, col suo odore pungente e il suo sapore metallico.

Kabir cicatrizzò le ferite mostrando al ragazzo come la lingua e la saliva agissero sulla carne vilipesa degli umani e fissò negli occhi il soldato, la sua preda: «Torna all’accampamento, dimentica di esserne uscito, di averci visto e che ti ho morso. Dimentica e, solo dopo, risvegliati.»

Khalid guardò il soldato tornare indietro e il suo stomaco lentamente si rilassò, finché non vide il suo maestro che si asciugava le labbra con un panno chiaro, chiazzandolo ancora di sangue: «Figlio mio, ecco quello che sono. Io sono un vampiro. Ma sono prima di tutto Kabir, il tuo mentore. Questo è il nome che mi definisce e che io onoro. Nella vita avrai molte identità, Khalid, ma un solo vero nome.»

*

«John Doe», disse Samael, leggendo il nome sul campanello dell’appartamento che gli era stato assegnato dalla polizia, mentre Veronika apriva la porta, «non ero mai stato un John Doe.»

«Beh John per noi è un po’ come Muhammad per voi, il nome più diffuso. E Doe è il cognome di chi non ha cognome. Un signor nessuno. Chiamiamo così i cadaveri non ancora identificati. John e Jane Doe. In questo caso abbiamo usato un nome anonimo per un appartamento del governo.»

«Mh», disse accarezzando la targhetta sulla porta. «Il nome ci definisce, possiede un significato e un potere intrinseco che passa di genitore in figlio. Per la mia famiglia umana un momento di passaggio fondamentale era quando il figlio raggiungeva l’adolescenza e la madre o la madrina rivelavano il vero nome scelto alla nascita.»

«Noi abbiamo un rito analogo nel battesimo.»

«Lo so. Ogni popolo ha i suoi riti, Veronika. Ne ho visti così tanti», disse stropicciandosi il volto, «alcuni sono perduti per sempre, altri sopravvivono ancora oggi. Riti di nascita, di passaggio, di unione, di morte.»

Entrarono e lei chiuse la porta, lasciandolo parlare, facendosi cullare dal suono di quella voce calda e rassicurante: «Il nome può dire chi sei, da dove vieni, dove vuoi andare e il rito ti aiutava a capire questo nome e la strada a esso correlata. È una parte di te più importante di quello che si pensi. È una frazione dell’anima stessa», disse lui spostandosi verso il suo zaino.

«Frazione… dell’anima?», chiese e lo guardò armeggiare con lo zaino, deglutendo mentre il cuore prendeva a battere con maggiore intensità.

Aveva rimesso tutto in ordine come l’aveva trovato.

Si sarebbe accorto della manomissione?

Samael sollevò gli occhi dallo zaino per posarli su di lei, sondando quella reazione a bocca aperta che le vide assumere. «Non mi credi?»

«Suppongo… beh sì, che tu non abbia motivo per mentirmi», rispose, ma era a disagio ed era persuasa che lui avrebbe potuto leggerlo in ogni sua manifestazione umorale, dal sudore alla tachicardia.

Lui non le stava sicuramente mentendo, lei sì, per lo meno stava omettendo di aver frugato nelle sue cose.

«Io non mento, Veronika, non lo faccio mai.»

Aveva lasciato quella dichiarazione a danzare nell’aria per piegarsi a prendere lo zaino dall’anello superiore e quelle parole continuarono a rimbalzare nella mente della poliziotta.

Non mente mai.

Lui non mente.

Tornando verso di lei, le concesse poche altre parole: «Parte del rituale di esorcismo di un demone prevede di conoscerne il nome vero e il sigillo di evocazione. Senza di quello, anche noi siamo senza potere nei loro confronti. Conoscere il vero nome dà un grosso potere ai maghi, agli esorcisti e anche ai detectives», lei lo guardò con aria interrogativa e lui terminò. «Dobbiamo dare un nome a tutti i John e Jane Doe. Vedrai che ci diranno più di quello che crediamo.»

E si diresse nella camera da letto, cambiando argomento, come se fino ad allora avesse parlato del superbowl e non di magia ed esorcismi: «Devo mettere questi abiti nella lavatrice, puzzano ancora di fogna.»

Veronika ci mise un po’ a rispondere: «A-aspetta. Ci sono davvero i… demoni?»

Ma lui era già chiuso nella camera da letto e lei si fermò con le labbra vicino alla porta chiusa e le mani bloccate nell’atteggiamento del bussare.

Non lo fece, piuttosto cercò di dominare quel sottile ago di terrore che le stava pungolando la nuca: «N-nel seminterrato del palazzo ci sono lavatrici e asciugatrici, io mi scaldo un tramezzino.»

Saccheggiò il frigorifero, infilando verdure, formaggio e insaccati tra due fette di pane da toast, ma quando si voltò per raggiungere l’elettrodomestico, si trovò il vampiro alle spalle, che la fissava severo.

Lo spavento le fece tremare le mani e cadere il piatto, che lui afferrò al volo, senza toglierle gli occhi di dosso: «Hai frugato nella mia roba.»

Non era una domanda.

Veronika sentì le gambe divenire fredde e deboli, il volto avvampare di vergogna in una serie di manifestazioni di colpa che non avrebbe potuto celare in alcun modo, neanche a un normale umano.

Era evidente che avesse commesso un errore nel riordinare lo zaino.

«I-io… sì. Perdonami. Continuavo a tormentarmi, a chiedermi se potessi fidarmi o meno di te. Non riesco a capirti, non riesco a classificarti e questo mi angoscia.»

«Hai paura di me?»

«A volte sì.»

«Cosa credi che possa farti?»

«Non lo so, è qualcosa di atavico, che lotta contro la ragione e la disciplina che mi impongo», rivelò, mentre già il suo corpo cercava una via di fuga, ma lui era fermo davanti all’unica via d’uscita.

Si fermò con la schiena contro il frigorifero e lo guardò immobile, in silenzio, in attesa di una spiegazione che lei si sentì costretta a dare, ma non per coercizione mentale, perché era giusto così, doveva farlo se voleva costruire una fiducia sufficiente a restare fianco a fianco senza sospetti.

«Io non temo la morte, forse più il dolore, ma non la morte. Eppure non riesco del tutto a darti fiducia, a sentire che puoi coprirmi le spalle e non aggredirmi alle spalle», vomitò tutto fuori dalle labbra, fissandolo negli occhi alla ricerca di una qualsiasi manifestazione di sentimenti, ma si trovò dinanzi un muro di ghiaccio. «Io ho… Ho paura di essere tradita.»

Lui non rispose, ma si avvicinò lentamente.

Veronika non poteva indietreggiare di più, era già premuta contro il frigorifero e vi appoggiò i palmi, sollevando il capo quando lui le fu addosso abbastanza da dominarla in statura.

Sentiva i corpi sfiorarsi appena e il tempo si fermò per lei che era in attesa solo di una scelta del vampiro.

Vivere, morire.

Restare, andare.

Perdonare, vendicare.

Cos’avrebbe fatto?

Samael appoggiò il piatto col tramezzino sul pianale dietro di lei, indietreggiò di un passo, si voltò e sparì nella stanza da bagno; a Veronika non restò che guardare la sua cena, ancora perfetta come l’aveva preparata, con solo la fetta di pane superiore leggermente spostata.

Il vampiro era stato così rapido e preciso nell’afferrare il piatto, che il grattacielo di ripieno non si era scomposto e Veronika sentì la necessità di scavare in quel pensiero all’apparenza inutile per capire cosa avesse provato.

Non terrore, no.

Forse solo… ammirazione.

Guardò verso la porta socchiusa del bagno, mentre l’acqua della doccia scorreva a lungo.

Si mosse in punta di piedi, confidando che lo scroscio del soffione togliesse al vampiro almeno un poco della percezione soprannaturale e si affacciò alla stanza, piegandosi a recuperare gli abiti abbandonati sul pavimento.

L’aveva fatto in fretta, con la testa bassa che evitava il contatto visivo con il vetro della doccia, perché nonostante il vapore, distingueva bene, al margine del campo visivo, il suo corpo nudo.

Coi vestiti appallottolati in una cesta scese nel seminterrato.

Ormai non aveva più fame, lo stomaco si era chiuso in una morsa di rimpianto e colpa e tanto valeva restare a guardare il cestello della lavatrice che ruotava ipnotico, mentre i pensieri si affastellavano nella sua mente, impedendole di capire come gestire l’ambivalenza dei sentimenti che provava per lui.

Lo conosceva da un giorno appena e lui le aveva già sconvolto la vita, ma cosa provava in sua presenza?

Fiducia, abbastanza da aprirsi con lui come non faceva con nessun amico da tanti anni o timore, come era giusto provare davanti a un vampiro?

Sicurezza, quanto serviva a sentirlo affidabile come partner nell’indagine o dubbio, suggellato da tutti i suoi repentini cambi di registro?

A volte sembrava così umano, come in quel momento, mentre si faceva una doccia calda.

Calda… non fredda.

E poi… una doccia?

I vampiri si lavano il corpo?

Altre volte non poteva dubitare che fosse una creatura antica e con processi mentali e regole morali a lei aliene.

Avrebbe potuto coniugare lo stesso la necessità di lavorare fianco a fianco, con l’istinto che la portava a essere sempre sul chi vive?

Mentre la portava in braccio, si era sentita in pace e protetta, come se le naturali barriere che si era costruita attorno negli anni, fossero crollate dinanzi a Samael.

Ma lui chi era?

All’inizio della guerra, gli archivi avevano immediatamente trovato notizie di Corday, di Maylynn e di altri vampiri coinvolti nelle trattative diplomatiche, ma di Samael di Tanis nessuno sapeva dire nulla, solo che fosse già antico all’epoca dello Scisma all’interno della società dei vampiri, cinquecento anni prima, quando Corday era solo un giovane vampiro.

Quelle mani che l’avevano sostenuta con tanta delicatezza avevano portato la morte per sei o settecento anni quindi e quegli occhi che le scavavano nell’anima avevano assistito alla storia dell’umanità, vi avevano partecipato, l’avevano influenzata.

Samael di Tanis.

Samael.

Neanche si sapeva il perché di quel nome.

Un nome da angelo caduto.

Il deserto egiziano…

Il dolore pulsante alle tempie tornò e lei si prese il capo tra le mani, incassando il collo nelle spalle alla certezza che, se uno come lui avesse deciso di dominarle la mente, non avrebbe potuto fare nulla, nemmeno accorgersene, quindi doveva trovare un altro modo di rapportarsi col suo improbabile socio, in modo che lui non sentisse la necessità di farla diventare una bambola di pezza piegata al suo desiderio.

Doveva costruire una fiducia reciproca e lei non aveva affatto iniziato bene, rovistando nella sua roba.

Il tarlo molesto però era ancora lì e le suggerì un nuovo modo per torturarsi.

E se lui l’avesse già dominata?

Magari l’aveva morsa, si era nutrito di lei o aveva fatto altro, togliendole poi il ricordo.

Le venne di nuovo da vomitare, ma il telefonino trillò.

Hollis.

«Detective Parker, perché non ha ancora fatto rapporto? Cosa mi dice del caso del vampiro bruciato, era lui il colpevole?»

«Capitano, le invierò per e-mail il mio rapporto entro due ore, siamo appena rientrati all’appartamento. Il vampiro bambino era colpevole solo dell’ultimo omicidio, siamo ancora in cerca dei colpevoli degli altri delitti.»

«Ma quel… mostro, lo ha trovato lui?»

«Sì Capitano, è un cacciatore formidabile, presto verremo a capo del caso.»

«Ci conto. Ha due ore per mandarmi il rapporto, devo rilasciare una dichiarazione alla stampa e ho già i giornalisti appostati fuori.»

«Capitano posso essere sincera con lei?», chiese e lui la rassicurò in maniera sbrigativa. «Ecco, solo io ho trovato strano che di quel bambino vampiro ci si sia accorti solo ora, dopo otto anni in cui viveva in una città in guerra che si fondava sulla delazione? Non so, è una sensazione e…»

«Si occupi del caso, Parker», la interruppe lui, brusco, «con dati e fatti, non con sensazioni.»

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