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“Loro temono ciò che non conoscono e distruggono ciò che temono.”

Memorie dal Buio – Ucronia – Capitolo 17

da | Lug 19, 2026

PUNTO 17 – I vampiri possono mutare il loro aspetto, sia fisicamente che tramite illusioni mentali.

«Grazie di averci ricevuti, signor Barrymore. Mi sa dire quindi se Candy Cotton può aver visto qualcosa di pericoloso? Mafiosi al lavoro, uno spacciatore, un omicidio, un politico corrotto?», chiese Veronika sedendosi sullo sgabello che l’uomo le offrì.

«Mi chiami pure John», rispose il ragazzo mettendo sul tavolo della cucina la seconda delle scatole con gli effetti personali di una delle vittime. «Candy era una ragazza a posto, non frequentava ambienti pericolosi. I poliziotti hanno scritto che era una prostituta, ma non è vero. Lavoravamo entrambi al Blue Flamingo, io come costumista, truccatore e coreografo e lei come Drag Queen. Era grandiosa! I suoi abiti erano sempre eleganti e di classe, le sue performances argute. Dileggiava e imitava i personaggi dello spettacolo e della politica con una tale finezza, che ti faceva rovesciare a terra dal ridere e i suoi Lip Sync erano assolutamente perfetti, ironici e scabrosi.»

La casa era ingombra di ogni sorta di attrezzo di scena e costumi, parrucche, maschere di silicone, trucchi e scatole, barili e secchi di materie prime, dal gesso a vari tipi di gomme e plastiche.

Samael emerse dalla stanza di Candy Cotton, in cui aveva controllato armadi e cassetti e prese a frugare negli scatoloni, mentre Veronika continuava a fare domande al coinquilino: «E non aveva amanti fissi, un fidanzato?»

«Non al momento. Io e lei facemmo coppia per un anno all’inizio della sua carriera, poi restammo solo amici, grandi amici e io sapevo tutto di lei. Era in un momento particolare della sua vita, stava per iniziare la trafila medica e psicologica per un completo cambio di sesso. Lavorando nello spettacolo aveva messo da parte abbastanza denaro per gli interventi chirurgici, il resto l’avrebbe messo l’assicurazione. Aveva fatto il colloquio e le prime visite giusto una settimana prima. Stava per coronare il suo sogno.»

Samael prese il plico con i documenti e li sfogliò.

Contratto di affitto, contratto di lavoro, numero di previdenza sociale, tessera di un sindacato per lo spettacolo e il cinema, moduli dell’assicurazione.

Samael passò il foglio alla detective, puntando il dito sul logo: «Assicurazioni H1.»

Il ragazzo rimase imbambolato nel sentire la voce di Samael e ci mise molto a riprendere parola: «S-sì, fu l’unica che accettò di assicurare Candy, le altre non volevano sostenere le spese del lungo calvario per il cambio di sesso, specie perché Candy sarebbe andata fino in fondo, al massimo livello.»

«Che significa?», chiese Samael.

«Le avrebbero costruito il seno col silicone e poi rimosso ogni segno di mascolinità, pene e testicoli, creando una finta vulva.»

«Sembra molto doloroso.»

«Lo è, ma Candy non aveva paura, era pronta ed era il suo sogno… sapete è… è difficile vivere intrappolati in un corpo che non si sente proprio.»

E si allontanò per mettere dei cookies al cioccolato su un piatto.

Samael si piegò a sussurrare all’orecchio di Veronika: «Mh. E pensare che noi vampiri possiamo fare queste modifiche con poco sforzo.»

La poliziotta deglutì e socchiuse gli occhi lasciandosi cullare dalla voce di Samael che era divenuta per lei una piacevole carezza, quasi una coccola rubata al concitato tempo per le indagini.

Non voleva ammetterlo con lui, ma provava autentico piacere per ogni furtivo contatto, per ogni sguardo che indugiava più del dovuto e si sentiva come una ragazzina davanti al suo primo amore irraggiungibile.

Il problema era che lei non era più una ragazzina, anche se il suo corpo e la sua mente reagivano come se lo fosse, come se avesse finalmente diritto a vivere quelle emozioni spensierate in cui tutti gli adolescenti si tuffano di testa e che lei aveva sempre rifuggito.

Il ragazzo tornò e mise il piatto sul tavolo, offrendo i dolci agli ospiti: «Quelle che la attendevano, erano tutte procedure difficili e costose, così come il post operatorio. Trovare la Human First fu la sua salvezza. Almeno poté sognare per qualche settimana.»

«H1 sta per Human First, prima gli umani. Ho già sentito questo nome», disse il vampiro, prendendo un album di foto che sfogliò dal fondo.

«Li avrà visti in televisione. Si fanno una gran pubblicità in questi mesi, offrono assicurazioni sanitarie e convenzioni odontoiatriche a prezzi davvero competitivi per chi non ha più nulla dopo la guerra. È un’associazione gestita e finanziata in parte da filantropi. Insomma quei ricconi che erano tali anche prima e che sono caduti in piedi.»

Veronika annuì: «Ovvio, produttori di armi, farmaceutiche, appaltatori per l’edilizia. Ora le farò una domanda che potrà sembrarle pericolosa, ma sappia che non ho alcuna intenzione di metterla nei guai, voglio solo fermare l’omicida. Candy era una collaborazionista?»

John si irrigidì e cercò di parlare almeno tre volte, prima di annuire: «Nella primavera del 2009 Candy iniziò a sentirsi spesso con la sua famiglia in Alaska, cosa che non faceva dal suo coming out. Poi mi chiese maschere di lattice e guaine complete per il corpo a un ritmo per me insostenibile e, quando la misi alle strette, mi confessò che venivano usate dai soprannaturali per sfuggire agli scanner biometrici e poter raggiungere la Hermon. Fummo complici, sì. Ci parve giusto aiutare gli innocenti.»

«Chi è questo?», lo interruppe Samael.

Aveva puntato il dito su una vecchissima e ingiallita foto di famiglia nella prima pagina dell’album.

«Ah, la foto del battesimo di Candy», rispose John, «quando ancora si chiamava Christopher Bagel. Quelli sono i genitori, le sorelle grandi e quello che sta indicando è il nonno di Candy, Ostro Bagel.»

Veronika fissò quell’aitante e giovanile uomo coi capelli lunghi, il viso affilato e gentile, privo di barba e poi guardò Samael con aria interrogativa.

«Grazie del tuo aiuto, ragazzo», si spicciò Samael, che trascinò via una Veronika reticente.

«Ma che?»

«È un fatato», rivelò lui quando furono al sicuro nell’ascensore, «e sì, ne sono sicuro, i lineamenti non mentono. Ho bisogno di vedere altri testimoni.»

«Hai capito qualcosa?»

«Forse. Entrambe le vittime erano collaborazioniste, ma sia la vedova Morris che John non sono stati uccisi. Perché?»

«Non c’è stata occasione?»

«In oltre due mesi? Non credo. Comunque finora abbiamo solo la H1 come ponte di contatto tra due vittime, voglio rivedere i dossier per capire se anche gli altri erano stati a fare le visite mediche tramite o presso l’assicurazione. Ma soprattutto voglio vedere altri testimoni.»

«Possiamo andare alla chiesa di Saint Peter and Paul. Padre Michael Carmody divideva la canonica col suo gemello, Padre Uriel.»

Samael spingeva in quell’indagine come una motrice sulle rotaie e Veronika, sebbene galvanizzata dai progressi rapidi, iniziava a sentire il peso di tutte quelle ore di veglia e di lavoro ininterrotto.

Mentre l’abitacolo scendeva, Veronika sbadigliò così tante volte che alla fine il vampiro borbottò: «Scusa per i miei ritmi serrati. Non sono più abituato a lavorare con gli umani.»

«Posso resistere. Se la pista è buona, vale la pena seguirla prima che si raffreddi.»

«Andremo solo qui, te lo prometto, parleremo con questo testimone poi ti lascerò dormire, mentre io lavorerò sui file.»

«Tu quindi non dormi davvero mai?»

«Se posso lo faccio, se ho del lavoro resisto, ma tu hai bisogno di riposo, sento un forte stress nel tuo sangue.»

«Non… non annusarmi per favore, mi imbarazza.»

«D’accordo, non lo farò.»

Veronika tacque, ma si rese conto di aver fatto una richiesta assurda.

Come poteva Samael impedirsi di annusare?

È ovvio che l’avrebbe fatto comunque, ma non le avrebbe detto più nulla.

Mentre l’ascensore scendeva, lei rimase a fissare il vuoto.

*

Il tredicenne Khalid fissava nel vuoto, ad occhi sbarrati, mentre Kabir, col volto sprofondato contro il suo collo, si nutriva di lui con composta determinazione.

Il ragazzo tremava e contraeva i muscoli tentando di liberarsi dalla presa che il vampiro aveva fatto ai suoi polsi, ma alla fine cedette, rilassandosi e attendendo solo che tutto finisse.

«Grazie figliolo, le mie ferite erano troppo gravi», disse infine la creatura, leccandosi le labbra. «Ma ora abbiamo finito, tutta la genia di Bernardo è stata eliminata e il Saladino non avrà più problemi nella riconquista delle terre.»

Il ragazzo si toccò il collo, perfettamente sanato: «Quindi è questo che è un vampiro?»

«Questo è il pasto. Essere vampiri è molto di più, credevo l’avessi capito.»

«Vi ho visto combattere con quegli altri vampiri, i figli di Bernardo. Erano in quattro e voi solo, ma li avete uccisi uno dopo l’altro, incassando i colpi senza perdere lo slancio! Essere un vampiro vi ha fatto divenire un guerriero immortale e potente, giusto?»

Kabir sorrise, scompigliando i capelli lunghi e ricci del ragazzo con la mano: «Giovani irruenti e pieni di ardore, siete tutti uguali! Vedi, Khalid, noi principalmente siamo gli occhi della storia, la memoria del tempo, pastori di umani.»

«E voi volete che io diventi un pastore di umani o un guerriero?»

«Entrambe le cose, perché solo la saggezza ti indicherà quando combattere con le armi in pugno e quando farlo con mezzi incruenti. E vorrei essere io colui che ti creerà immortale. Ma non ora. Non trasformiamo nessuno prima del ventunesimo anno di vita, nessuno che non abbia già provato tutte le gioie del vivere, nessuno che non lo voglia fermamente. Ora lavati e indossa gli abiti che ti ho portato. Stanotte entreremo a Gerusalemme e ti porterò all’Accademia.»

«Cosa mi aspetterà?»

«In quel grande rifugio convergono tutti i membri della Bianca Alleanza dei Giudici. Ufficialmente è la dimora dei Binael, ma tutti siamo benvenuti per tutto il tempo che vogliamo. Gli aspiranti di ogni clan vengono addestrati lì, i loro mentori li affidano ai Binael per renderli giudici completi, sia come guerrieri che come sapienti. Qui potrai incontrare gli anziani del tuo clan e quelli delle altre sei famiglie. Troverai gli apprendisti e tanti ragazzi e ragazze come te, umani, che si addestrano in attesa di diventare vampiri.»

«Maestro Kabir?»

«Dimmi, figliolo.»

«Potrò rifiutare il sangue, vero?»

*

«Come mai non ti rifiuti di entrare in una chiesa?»

«Perché non è pericoloso. Credevo che le pubblicazioni del governo spiegassero diffusamente ai cittadini le caratteristiche dei soprannaturali.»

Le due portiere sbatterono quasi all’unisono: «Spiegavano la fisiologia, come uccidervi, ma non si preoccupavano degli aspetti psicologici, piuttosto spersonalizzavano la creatura facendola apparire come…»

«Un mostro.»

«Già. Se pensi di avere davanti solo bestie senza controllo, puoi sparare in testa anche ai bambini senza provare rimorso», disse lei, con un filo di voce. «Ho visto il peggio delle persone durante la guerra, ne ho scoperto il vero volto, quello che per tanti anni avevano abilmente nascosto dietro una maschera di perbenismo medio americano. Sai, le bandiere il quattro luglio, tacchini enormi al ringraziamento, continui rimandi a Dio e alla patria», raccontò mentre passavano accanto al battesimale di marmo.  «Tutta la sequela di discorsi, foto e sorrisi demagogici miravano a creare un simbolo, a selezionare quartieri solo per bianchi, solo per protestanti, solo per ricchi, case in cui fingere di essere perfetti. La migliore casalinga con la migliore ricetta di torta di mele, il migliore uomo di casa con l’auto più grande o il lavoro più esclusivo.»

«Il capobranco con il seguito più numeroso, il vampiro più antico e famoso, il mago col territorio più esteso», continuò lui. «Come vedi non siamo diversi.»

«Nulla di tutto ciò ci è mai stato detto o è mai filtrato dall’informazione.»

«Una guerra come quella che abbiamo vissuto obbliga i governi a instaurare una dittatura mediatica di controllo e manipolazione. Hai visto i Morris e John, la loro reazione alla violenza ingiustificata? Diventarono collaborazionisti perché era la cosa giusta da fare. Non puoi chiedere ai cittadini di buon cuore di combattere porta a porta, a volte contro gli stessi parenti o gli amici di una vita. Devi per forza imporre la tua visione del nemico, togliendogli ogni umanità o possibilità di redenzione, solo così convincerai il popolo a combattere la tua guerra», concluse e si guardò attorno.

«Questa è la chiesa di Saint Peter and Paul», spiegò lei. «Sorge sulle macerie di un’altra chiesa storica, rasa al suolo dall’esercito quando si scoprì che era rifugio di Mistici che accoglievano soprannaturali in fuga, prima di farli uscire dalla città. Dopo la ricostruzione le cambiarono nome, così come diedero nuovi nomi a strade, edifici e quartieri. Volevano ricominciare da capo, un nuovo inizio.»

«La pioggia lava sempre via il sangue. Ora scusami un istante…»

Samael si avvicinò alla rastrelliera in cui venivano incastrate le candele che i fedeli accendevano e prese un cero, infilandolo nel supporto più lontano e isolato.

Veronika, accanto a lui, fece scivolare una moneta nella cassetta delle offerte: «Per chi è?»

«Per coloro che ho perso», disse muovendo appena un dito.

La candela si accese da sola di una fiammella blu, che poi iniziò a mangiare lo stoppino e la paraffina, tornando del suo colore normale.

Veronika gli concesse qualche istante di solitudine e, quando lui la raggiunse, ripresero a camminare lungo la navata.

«Come vi siete fatti convincere a scegliere la guerra?»

«Eravamo tutti talmente scioccati dalla notizia, che seguimmo il primo leader forte che ci disse cosa fare. Burrows fu il vero e unico responsabile della passiva accettazione dello stato di dittatura e guerra. Lui ci convinse che fosse l’unica strada possibile e, dopo poche settimane, tutto era divenuto la nuova routine; cercavamo di sopravvivere, trovavamo il soprannaturale, uccidevamo il soprannaturale, continuavamo a vivere, mentre i politici sbraitavano per arrogarsi nuove libertà e nuovi introiti, limitando sempre di più le nostre individualità costituzionali, promettendoci che sarebbe tutto finito entro breve.»

«E quando la guerra in realtà non finiva alla data prevista, scommetto che la colpa diventava nostra.»

«Indovinato», concluse lei, che vide il prete muoversi dall’altare ai due gradini dai quali offrì la comunione ai fedeli. «I gemelli Padre Michael e Uriel erano già titolari della diocesi all’inizio della guerra. Vennero arrestati e interrogati quando vi fu la distruzione dell’edificio, ma non vennero condannati a morte solo perché in quei giorni ci fu l’omicidio del Papa e uccidere anche due preti cattolici sarebbe stato troppo per l’opinione pubblica.»

La messa era in pieno svolgimento nell’ampia chiesa, che si rifaceva a modelli classici palladiani, ma con materiali nuovi, leggeri, adatti alla veloce fase ricostruttiva della città dopo i bombardamenti.

L’architettura, con le sue tre navate, gli alti e candidi archi gotici e i rosoni di vetro colorato, non aveva nulla da invidiare alle antiche vestigia europee e, sebbene tutto fosse ricoperto di neve, era evidente la nuova piantumazione di alberi che incorniciavano la collinetta su cui sorgeva l’edificio.

Era di nuovo tutto pulito e ordinato.

Il cemento aveva ricoperto macerie antiche e corpi innocenti, creando una collina artificiale alta una decina di metri che era divenuta, suo malgrado, un tumulo funerario per coloro che erano rimasti imprigionati nei sotterranei dopo le esplosioni che avevano murato e inumato ogni via di fuga.

Samael condusse Veronika lungo la navata laterale, senza mai perdere di vista il prelato.

Non appena la celebrazione liturgica ebbe fine, Veronika seguì il prete, sfoderando il tesserino dinanzi ai sagrestani, che si scansarono e la lasciarono entrare in canonica.

«Padre Uriel, sono la Detective Parker, lui è il mio collega Selim. Avremmo alcune domande da farle su suo fratello.»

L’uomo si segnò con la croce cristiana: «Che dio lo accolga, ditemi tutto, Detective.»

«Suo fratello per caso aveva stipulato una assicurazione sanitaria?»

«Sì, l’abbiamo fatta entrambi. Dall’elezione di papa Alessandro IX, dopo l’omicidio del suo predecessore, gli stipendi dalla Santa Sede non arrivarono più e fu così per tutto il resto del conflitto. Ora, in tempo di pace, giungono decurtati di una notevole percentuale e spetta a noi preoccuparci di pagare la sanità. La Human First ha un pacchetto speciale per gli operatori di culto, paghiamo veramente poco e ne vale la pena.»

Veronika guardò Samael, poi di nuovo Padre Uriel: «Le spiacerebbe farci vedere la polizza?»

«Certo, naturalmente, è di là, in casa, venite, accomodatevi.»

Non appena l’uomo ebbe varcato la porta che separava la sagrestia dagli appartamenti privati dei due preti, Veronika chiuse con discrezione il battente e, allo scattare della serratura, Samael balzò addosso a Uriel, affondando le zanne nel suo collo.

Veronika cacciò un grido e si coprì la bocca con la mano, fissando l’altra faccia della medaglia del nutrimento dei vampiri.

Dopo la rispettosa e delicata procedura su Sienna, assisteva a una vera aggressione e rimase impietrita nel vedere l’uomo lottare giusto un istante, per cadere poi preda della malia del vampiro e smettere di agitarsi.

Forse più della veloce tecnica predatoria di Samael, quello che più la disturbava era la reazione del prete, che abbandonò le braccia lungo il corpo e reclinò il capo, come se chiedesse altro dolore, o meglio, altro piacere, a giudicare dagli ansiti che esternava senza controllo.

Il dominio di Samael non era completo, perché il prete arrivò a sollevare le mani per abbracciare i lombi del suo carnefice e così, stretto a lui, lasciò il volto libero di seguire le deliziose volute di godimento che gli venivano concesse.

Quando il vampiro ebbe finito, lo fissò negli occhi impartendogli l’ordine di dimenticare l’aggressione e tornò ad affiancare Veronika.

Il prete tornò in sé, vacillò, sorrise imbarazzato e si inoltrò nello studio, lasciando la porta aperta mentre rovistava nelle carte.

«È pallido come una tazza di latte, dovevi proprio prendergli così tanto sangue?»

Veronika rimproverò il vampiro con un cipiglio di completo biasimo e la voce che sussurrava con veemenza.

«Sto sprecando molte energie, devo mangiare quando posso, ma apprezzo che tu non stia più invocando il decalogo da parecchie ore.»

«Cosa hai concluso?», chiese lei arricciando il naso contrariata.

«Lui e il fratello collaboravano coi Mistici, ho visto nella sua mente i volti di tutti quelli che ha salvato, ma anche quelli che ha visto morire nel crollo della chiesa. Ma non è tutto. La cosa davvero stupefacente è che ha del sangue licantropo diluito nel genoma.»

«Licantropo?»

«Già. Michael non aveva una sola goccia di sangue, in corpo o l’avrei sentito. Ma con lui è evidente. Un parente tra nonni o bisnonni sicuramente era un lupo mannaro. È frequente nelle nascite gemellari.»

«Due casi possono essere una coincidenza, ma inizio a non crederlo più.»

Il prete tornò con i documenti, identici a quelli visti anche a casa di Candy Cotton e dell’infermiere Albert Morris che riportavano il logo della H1 e gli esiti degli esami medici fatti per conto dell’assicurazione.

Veronika fotografò col cellulare le pagine importanti, poi guardò il prete: «Abbiamo ragione di credere che siate in pericolo anche voi, chiederò al Capitano Hollis di fornirvi una scorta armata.»

«I-io? In pericolo come mio fratello? Ma il vampiro l’hanno bruciato ieri.»

«Preferiamo essere tranquilli fino alla fine delle indagini, tenga il mio biglietto; in caso le occorra aiuto, non esiti a chiamarmi. Le chiederei però di restare in casa o in mezzo ad amici fidati, in luoghi pubblici e mai da solo, fino all’arrivo della scorta.»

*

Samael entrò nella casa di Veronika con lo zaino in una mano e un sacchetto di cibo cinese tenuto a distanza in punta di dita, come se contenesse cacche di cane raccolte dal marciapiede e non cibo da asporto.

L’appartamento della donna era scarno ed essenziale, facile da pulire e con pochi segni di personalizzazione, moderno negli elettrodomestici e nelle architetture di interni e con linee geometriche a decorare gli ambienti.

«Lo so, dillo pure, sembra la casa di una noiosa maniaca del controllo.»

«Nella propria casa ci si deve sentire bene, non importa cosa pensano gli altri», e posò il sacchetto con la delicatezza che si riserva alle bombe.

«Guarda che non è radioattivo, è solo cibo cinese!»

«Ha un odore terrificante, ti impesterà il sangue per un giorno intero! Se volevi trovare un deterrente al mio morso, l’hai fatto!»

Veronika rabbrividì, balbettò cercando di cancellare dalla mente la voluttuosa fantasia di Samael che la toccava, la baciava, la mordeva: «C-casa tua com’è?», chiese lei, scaldandosi il pacchetto di vermicelli di soia.

Le sue mani sul corpo.

«Quale casa?», chiese lui, accomodandosi sul divano.

Le sue labbra sul collo.

«Q-quella dove stai ora. Cioè quando non… non stai qui. Insomma sulla nave?»

Il suo bacino tra le cosce.

Veronika scrollò il capo e ficcò le mani sotto l’acqua gelida del rubinetto.

Cosa mi sta succedendo?

È lui a indurmi queste fantasie?

«Tutto bene?», le chiese mentre accendeva il portatile.

«Sì, certo, ho solo un po’ di ansia. Dimmi della tua casa.»

«Adesso sulla Hermon ho tre ampie stanze sul ponte due, sotto il livello del mare. Camera da letto col bagno, una biblioteca e un salotto per ricevere gli ospiti, ma ci resto poco, sono sempre in giro per i ponti o sulle altre navi a risolvere problemi o ascoltare richieste.»

«E prima, dove abitavi?»

«In tanto tempo, ho abitato un po’ dappertutto, a volte per una notte, a volte per un anno o per venti. La mia prima casa, quella in cui nacqui, era una semplice casa di pastori, poi vissi a Damasco, da un mentore che educava i ragazzi particolarmente dotati per inserirli nell’amministrazione dei sultani o dei califfi. Poi in un accampamento militare, poi per molto tempo all’Accademia della mia famiglia immortale. Da lì, quando diventai un vampiro, ci trasferimmo a Tanis. Il mio ruolo e le necessità della famiglia mi costrinsero però a viaggiare spesso, da solo o con il mio sire o i miei fratelli e non riesco a immaginare la mia vita in un solo luogo, giorno dopo giorno. La Hermon mi va già stretta, e anche per questo ho accettato di venire qui.»

«Vedrai che prima o poi qualcosa cambierà. Gli umani hanno bisogno di abituarsi alla vostra esistenza, ma credo che entro una o due generazioni tutto possa accomodarsi, sempre se riusciremo a superare la nefasta influenza dei complottisti nella rete», e gli indicò il portatile sul tavolino della sala. «Intanto che io pranzo accomodati pure, i file del caso sono sul desktop.»

Veronika mangiò di gusto, si lavò e si mise a sedere accanto a Samael sul divano, mentre lui sfogliava, uno dopo l’altro, i referti dei casi con le gambe distese sul tavolino e le caviglie intrecciate sul suo zaino.

Aveva i piedi nudi e lei si perse qualche istante in quel dettaglio che non aveva ancora mai notato.

Erano piedi normali, proporzionati alla sua statura, magri e asciutti come il resto del corpo, ma nessuno avrebbe potuto dire che appartenessero a un vampiro: «A te… insomma… ti crescono le unghie?»

«Ma certo», confermò senza sollevare gli occhi dallo schermo. «Quando voglio, lo fanno.»

«Ah, quindi passa tutto dalla volontà e…»

Lui però non la stava ascoltando e ruotò il portatile verso di lei: «Stavo pensando che, con quegli esami e le visite, qualcuno alla H1 possa stare cercando di individuare tutti coloro che hanno anche solo lontanamente sangue soprannaturale. Potrebbero avere un vampiro, come me, che assaggia e classifica o aver sviluppato qualche tecnica di laboratorio.»

Fine delle confidenze, non le restava che accettarlo e sospirare: «Con che fine secondo te?»

«Pulizia etnica?», chiese e sollevò una spalla. «Assicurazioni, esami genetici, raccolta del sangue…», mormorò. «Se volessi trovare gli ultimi frammenti di sangue soprannaturale nascosti nell’umanità, non esisterebbe sistema migliore.»

Veronika lo ascoltava con attenzione: «E il fatto che fossero collaborazionisti?», incalzò lei.

«Mh. Ci sono ancora molti punti oscuri. Voglio tornare dalla vedova Morris e capire se ci sono parentele soprannaturali anche per Albert, poi voglio che tu estenda la ricerca crociata che stavi facendo per i nomi di San Francisco, anche nei database di altri stati e nel mondo.»

«Per vedere se anche altrove ci sono omicidi analoghi?», e sbadigliò, chiedendo scusa con un gesto della mano.

«Qualcosa mi dice che ci saranno», sussurrò, meditabondo. «C’è qualcosa di grosso dietro lo scoppio della guerra, qualcosa di così incancrenito nel tessuto stesso dell’umanità che…»

Aveva sonno, tutta la stanchezza di quella giornata intensa in cui aveva riposato sì e no quattro ore, le stava pesando addosso, eppure quell’esternazione di Samael meritava tutta la sua attenzione: «Che?»

«Nulla… è solo che c’è qualcosa che mi sfugge…»

«Non siete voi quelli che ricordano ogni cosa?», chiese lei con le parole impastate di sonno.

«Ricordare è un discorso, trovare il giusto sentiero per arrivare al ricordo è un altro. Devo solo… unire le stelle in cielo», e si sporse a poggiare i gomiti sulle ginocchia, i piedi nudi sul pavimento freddo.

Le mani intrecciate davanti alle labbra coprivano in parte l’espressione assorta con cui fissava la medesima pagina sullo schermo.

«Passami il computer…», chiese tendendo le mani. «Mando una mail a Cavanaugh, visto che erano entrambe ansiose di aiutare e chiederò anche di cercare di collegare i morti senza nome e i dispersi. Con in mano un elenco, sarà più facile capire se tutti sono stati alla Human First», e sbadigliò di nuovo, con le dita che si spostavano lente sulla tastiera e spesso cancellavano e riscrivevano.

«Da’ qua!», si impose il vampiro, che mosse le mani così in fretta che le lettere si formarono sullo schermo con qualche istante di ritardo.

Veronika lesse annuendo: «Va bene, invia pure.»

«Fatto, ma devi far firmare a Hollis un documento che vieti la cremazione immediata dei corpi, per lo meno finché non avremo finito ogni tipo di test. Ricordi quello che ti dicevo a proposito dei nomi? Guarda questi elenchi delle persone scomparse a San Francisco.»

Veronika non rispose e Samael indicò un punto sul documento aperto nel computer: «Prendi ad esempio questa vittima. Geraldine Henriksson. È un cognome che ricordo bene, è legato ai maghi della città. Bisogna collegare il suo nome a uno dei corpi delle autopsie, perché Gunnar Henriksson era il Primo Evoker del Principe Ramirez ed è un nome troppo particolare a San Francisco per essere un caso.»

Di nuovo Veronika non disse nulla, mentre Samael, con gli occhi fissi sullo schermo, aprì il file congiunto di tre Abner uccisi all’inizio di settembre: «Di Abner posso dire che è un cognome a me noto, in quanto i custodi del reggente di San Francisco avevano quel nome. Sono indizi molto vaghi e sto facendo solo supposizioni, ma almeno è un punto di partenza. Che ne dici?»

Silenzio.

«Veronika?»

Samael si voltò, scoprendola addormentata sul divano, sprofondata esausta tra i cuscini.

«Se dormi in mia presenza, vuol dire che ti fidi di me», le disse sottovoce.

Il vampiro la osservò ancora un poco, poi la prese in braccio per portarla sul letto e continuare così le ricerche in silenzio in sala.

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