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“Loro temono ciò che non conoscono e distruggono ciò che temono.”

Memorie dal Buio – Ucronia – Capitolo 2

da | Giu 3, 2026

PUNTO 2 – I Vampiri non possiedono altra forma di comunicazione che non sia quella verbale e logica. Non usano alcun processo comunicativo di tipo non verbale o paraverbale.

L’auto rimase presto incolonnata nel traffico del Richmond District, paralizzato dalla neve e dallo sfrenato shopping natalizio, fatto di un accumulo disperato, dopo gli anni di privazioni della guerra. «Mi scuso per l’accoglienza fredda», disse Hollis, rompendo un silenzio imbarazzato, «ma il Generale Bauer mi ha imposto la presenza dell’esercito, non appena ho annunciato che il Presidente Baker mi aveva autorizzato a contattare il signor Corday…»

«Sua Eccellenza il Maestro Corday», corresse Selim.

«Ehm… sì il Maestro Corday… come aiuto per questa indagine. Avrei voluto mantenere maggiore riserbo, ma non è stato possibile.»

Hollis fissava il vampiro attraverso lo specchietto retrovisore, mentre Veronika restava girata con la schiena contro la portiera, in modo da poter guardare tanto il capitano che il vampiro, comodamente rilassato sul sedile posteriore.

«Lo capisco. Le ferite della guerra sono ancora fresche. In tutti noi.»

Ogni suono di voce del non morto faceva vibrare le profonde corde dell’istinto umano, ma dopo il primo impatto, Veronika andava assuefacendosi a quel timbro preternaturale, come se si aspettasse già la scarica di endorfine.

E poi c’era quell’accento inesplicabile, ammorbidito da una babele di lingue, ma tendente all’inglese oxfordiano.

Era così piacevole sentirlo parlare, che la detective si scoprì a desiderare un maggiore contatto e vicinanza, ma strinse i pugni fino ad affondare le unghie nei palmi per resistere a quella sensazione aliena per lei.

I vampiri scavavano nelle pulsioni umane, portando a galla desideri e passioni per usarle a loro vantaggio e lei, durante i corsi in accademia, era stata addestrata a resistere, anche se mai con un esemplare vero.

La presenza del vampiro, il suo charme, erano più incisivi e prepotenti di qualsiasi simulazione accademica e lei si scoprì a fissarlo con insistenza, cercando di penetrarne il mistero e i lunghi silenzi.

Nella mente della donna si riaprirono i ricordi dell’accademia, i pieghevoli del governo, le pubblicazioni che fiorivano durante la guerra e tutti quei documenti che stigmatizzavano l’innato fascino dei vampiri, ancora inspiegato dalla scienza, come arma classificata sotto i poteri di dominazione e circonvenzione mentale.

E lui riempiva l’abitacolo di quel potere, anche se apparentemente non faceva nulla, neanche guardarli, preferendo la città a loro.

Oltre il finestrino chiuso, accanto al patinato splendore delle luci di Natale, di tanto in tanto emergeva qualche bruttura ereditata dal conflitto, come alti cumuli di macerie di palazzi distrutti o interi isolati rasi al suolo, che emergevano come cancri nell’ordinata successione a scacchiera di vie e traverse.

Ovunque, i cantieri per la ricostruzione cambiavano definitivamente lo storico aspetto della città, smantellando le strutture militari sorte nel quinquennio bellico e restituendo parchi e aree di svago ai cittadini sopravvissuti.

Alcune voragini nelle strade rallentavano il traffico, obbligando le auto a serrarsi in una sola fila per senso di marcia, per aggirare l’ostacolo.

Sulle facciate di palazzi abbandonati, resistevano ancora i vecchi cartelloni, ormai sbiaditi, degli Integralisti Biblici di James Burrows, coi loro slogan razzisti.

Dio odia le zanne.

Non sono come noi.

Nati dall’inferno, all’inferno devono tornare.

«È al corrente della mia corrispondenza con Corday?», chiese Hollis, passando oltre l’ennesimo strozzamento del traffico.

«Il Maestro Corday», corresse ancora il vampiro, calcando l’accento sul titolo, «mi ha informato sul caso e sulle garanzie che chiedete da parte mia.»

«Nella cartelletta che abbiamo preparato troverà tutto, dai dettagli dell’indagine al decalogo da controfirmare, per l’accettazione delle regole riguardo la sua permanenza sul territorio degli Stati Uniti. Come vedrà, non le è permesso usare i suoi poteri sugli umani; quello che ha fatto prima al soldato, non deve più ripetersi.»

«Non ho usato alcun potere su di lui, solo intimidazione vecchia scuola.»

Hollis ridacchiò nervoso e si schiarì la voce: «Dovrà indossare una cavigliera con localizzatore. Adesso ci togliamo dal traffico e provvederemo non appena giunti all’appartamento.»

«Non indosserò alcuna cavigliera da detenuto, Capitano Hollis, se ne faccia una ragione.»

«Conto che il Detective Parker la riduca a più miti consigli. Comunque, come da accordi, le abbiamo messo a disposizione un appartamento sicuro, a prova di sole, a North Beach, in uno degli immobili di proprietà del governo. Vista su Alcatraz», disse mantenendo il ghigno sul volto.

«Trabocco di piacevoli aspettative», rispose laconico il vampiro e Veronika accennò a un sorriso istintivo in risposta alla sagacia di Selim.

«Detective Parker, gli dia il plico», ordinò il Capitano.

Una cartelletta passò di mano, ma Veronika ritirò in fretta la sua, facendo di tutto per non sfiorare il vampiro.

«Ecco, signor Selim», iniziò lei.

«Solo Selim, niente signore, se dobbiamo lavorare insieme potremmo almeno rimuovere le formalità?»

«D’accordo, Selim. Ti pregherei di firmare subito il decalogo in cui ti impegni solennemente a rispettare le regole di comportamento concordate con i federali. Per il nutrimento non preoccuparti, ti verranno fornite razioni di sangue da…»

«No.»

«P-prego?»

«Niente razioni.»

«Il punto due del decalogo è chiaro, non possiamo permetterti di… insomma di…»

«Cacciare?»

Veronika deglutì e cercò aiuto in Hollis, che non rispose, limitandosi a stringersi nel colletto della giacca: «E-esattamente, cacciare.»

«E io non berrò mai sangue conservato in sacche di cui non conosco origine e composizione. Capirete che ne va della mia salute.»

«Questo è un problema, Selim. Capitano, lei che dice?»

Chiamato direttamente in causa, Hollis masticò a vuoto, prima di rispondere: «Forse ho una soluzione in mente, ma mi occorre tempo. Devi nutrirti già domani?»

Selim sorrise.

Era la prima volta che il suo volto assumeva un’espressione e la detective socchiuse le labbra, stupita e, nonostante non la stesse guardando, Selim le parlò: «Cosa ti fa sorridere?»

«Non… non mi aspettavo di vedere una manifestazione di comunicazione paraverbale. Credevo che… insomma insegnano che…»

«Che non abbiamo espressioni o sentimenti?»

Lei annuì e lui ripeté il medesimo sorriso, identico al precedente in ogni dettaglio di inclinazione delle labbra e, invece di risultare amichevole e divertito, riuscì a essere così inquietante da far tremare Veronika: «Posso resistere», rispose infine a Hollis.

«Allora cercherò dei volontari tra i soldati. Vedrai tu stesso il prelievo. Sarebbe accomodante?»

«Accettabile.»

Da Geary Boulevard, Hollis svoltò sulla Van Ness Avenue e di nuovo il traffico si fermò: «Maledizione! Ci vorrà un po’, mi dispiace.»

Il capitano si massaggiò il volto e cercò argomenti di conversazione: «Allora, dimmi Selim. Hai combattuto nella guerra?»

«Ho dovuto difendere la mia famiglia e la mia casa. Come te, Capitano.»

«Ma eri nelle forze armate dell’Alleanza dei Soprannaturali?»

«Lo sono.»

Hollis cercava di estorcere informazioni al vampiro che, di contro, centellinava le risposte e gli guardava la nuca con insistenza, trasmettendogli il disagio della sua insondabile presenza.

Sembrava oltremodo divertito nel farlo e stuzzicava la curiosità di Veronika, che non trovava nulla in lui dei profili studiati all’accademia.

L’uomo scrocchiò il collo muovendo di scatto la testa, rivelando tutta la sua ansia in quella mimica istintiva: «Con… con che mansioni?»

«E tu? Cosa sei tu?»

Hollis capì che non avrebbe cavato un ragno dal buco con Selim e decise di rispondere: «Ero un Marine. All’inizio della guerra mi ero appena congedato e avevo fatto domanda come Capitano della Polizia. La situazione eccezionale mi fece avere la nomina in poco tempo e il mio areale venne esteso nelle sue competenze dalla legge Boyle, per tutta la durata del conflitto. L’ufficio dello sceriffo venne accorpato alla polizia metropolitana per avere maggiore coordinazione e, da allora, io gestisco tutta la difesa della città.»

«Sono passati due anni. Non avete ripristinato lo status quo?», chiese Selim.

«Nulla potrà mai tornare come prima. Tutto è cambiato e non solo per i danni fisici alle costruzioni o per la conversione delle aree di svago a punti di emergenza», spiegò picchettando con il dito sul finestrino, per mostrare proprio uno dei cantieri cui si erano affiancati. «È rimasta una capillare diffusione di punti di controllo, sbarramenti e trincee, gli effettivi arruolati con compiti di vigilanza e difesa sono decuplicati rispetto a prima della guerra. Anche le persone sono cambiate. Chiedono sicurezza e prontezza nella reazione», la fila di auto si mosse per qualche metro e Hollis ne approfittò per superare alcuni mezzi e guadagnare strada. «E questo caso, quello per cui sei stato convocato, ristagna sulla mia scrivania da agosto, accumulando morti giorno dopo giorno, minando quel rapporto di fiducia tra civili e forze dell’ordine. E io ho intenzione di sfruttare completamente la mia grande autonomia e far valere tutte le prerogative, come quella di poter richiedere un consulente esterno per questa indagine.»

«O di comandare un plotone dell’esercito», aggiunse pacatamente il vampiro.

«La legge Boyle, che qualche revisionista negazionista vuole abolire, è l’unica cosa che si frappone tra i cittadini inermi e un’escalation di sciacallaggio e violenza. Dobbiamo tenere il pugno serrato sulla città in questi anni difficili e, per farlo, ci serve l’agilità e la preparazione investigativa dei nostri poliziotti usciti dall’accademia, così come l’armamento pesante e la potenza di fuoco dell’esercito. Altrimenti perderemo il controllo di San Francisco, tra crimine organizzato e furfanti spiantati.»

«Ovvero coloro che con la guerra hanno perso tutto», osservò Selim e, quando percepì il sorriso accondiscendente di Veronika, smise di fissare la nuca del Capitano e puntò gli occhi sulla donna: «E tu? Hai combattuto?»

Il cuore della donna prese a battere furioso e lei vide lo sguardo di Selim scendere sul suo petto, che lei coprì in fretta con una falda della giacca, come avrebbe fatto davanti a qualsiasi uomo invadente e impudico, ma negli occhi del vampiro non leggeva alcun ludibrio, solo una fugace ombra rossastra che colorò il bianco della sclera per un istante, prima di restituirgli un’apparenza del tutto normale.

Stava usando un potere soprannaturale e lo stava facendo su di lei, per studiarla, sezionarla: «I-io ero una civile, insegnavo matematica alla Washington High School di Farmington, New Mexico. Sono entrata in accademia subito dopo la pace di Boston.»

«Una novellina…», osservò lui, causando un repentino inorgoglirsi della donna.

Fu Hollis a prenderne le difese: «La Detective Parker è stata prima del suo corso.»

Il vampiro non sembrò stupito e guardò fuori dal finestrino, verso lo sfavillante concerto di luci natalizie, fari di auto e cartelloni pubblicitari così oscenamente luminosi e falsi nelle loro promesse, mentre Hollis parlava al cellulare con la centrale di polizia, perorando la necessità di donazioni obbligatorie e mentì dicendo che sarebbero servite all’ospedale.

Hollis riattaccò con un vistoso sorriso soddisfatto: «Perfetto, problema risolto. Ho solo bisogno di organizzare la cosa coi miei uomini. A parte me e Veronica, al distretto non sanno nulla», e lo guardò ancora dallo specchietto. «Quanto tempo mi dai prima della necessità?»

Selim pareva davvero divertito mentre guardava la nuca rigida del Capitano incassarsi nelle spalle e Veronika rimase spiazzata da quella nuova mimica del volto del non morto. «Ti farebbe piacere sapere che sono anche io un novellino?», stuzzicò il vampiro.

Hollis abbozzò un sorriso teso: «No, beh, stavo solo facendo conversazione.»

Selim si sporse in avanti arrivando a sussurrare sull’orecchio di Hollis, mentre il gelo del respiro dell’immortale gli solleticava il collo e l’aria crepitava del potere mentale dei non morti: «Io… sono… pericoloso.»

Hollis venne trafitto dal terrore instillato da Selim, inchiodò, spalancò la portiera e tentò di lanciarsi fuori, ma era ancora legato dalla cintura di sicurezza e, per alcuni istanti, tirò le fibbie in maniera irrazionale.

Alla fine armeggiò con le mani per liberarsi e fuggì tra le auto incolonnate per diversi metri, prima di fermarsi ansante coi palmi su un cofano ricoperto di neve: «Cristo… Cristo, Cristo santo.»

Imprecava, ringhiava, pallido e malfermo, mentre Veronika, premuta contro la portiera, assisteva al burnout del suo superiore senza riuscire a muoversi.

Lentamente voltò lo sguardo su quello che le appariva come un innocuo ragazzino col viso da angelo, ma che celava in sé una belva feroce, molto più pericolosa del previsto.

Fece in fretta i suoi conti.

Era un vampiro del vecchio mondo, nulla in confronto alle giovani generazioni presenti negli Stati Uniti ed era di sicuro abbastanza antico da aver sviluppato poteri mentali e di illusione, come la coercizione usata con Hollis.

E lei si trovava chiusa nella medesima gabbia con questo antico guerriero, a meno di un metro da zanne assassine.

Zanne che avevano dilaniato i corpi di chissà quanti viventi, mani che avevano tolto la vita a chissà quante persone, occhi scuri come abissi che avevano sezionato la mente di chissà quanti umani.

Erano bastate quelle poche parole, una vibrazione di potere oscuro e Hollis era fuggito perdendo in un istante dignità e orgoglio; era stato privato di tutto il suo sangue freddo, di anni di glorioso comando di uomini e mezzi in guerra, sbugiardato nelle sue storie di eroismo e di virile forza e tenacia.

Lui aveva avuto paura di quel vampiro, era stato succube del suo schiaffo mentale.

Lui aveva solo finto di avere la situazione sotto controllo.

Lui aveva mentito dicendo di saper gestire i soprannaturali.

E ora quel mostro era rimasto solo con lei e ogni sua parola la terrorizzava, ma nonostante tutto, una parte di lei voleva ancora sentirlo parlare.

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