
PUNTO 23 – Ci sono due modi in cui il sangue di vampiro compromette un umano. Se prima l’umano non è dissanguato, diventa solo schiavo, se invece prima è dissanguato, diventa completamente un non morto.
Gerusalemme, 21 dicembre 1196
La mezzanotte era passata da poco, quando i due ragazzi vennero introdotti nella sala.
Dopo essere stati immersi nel sangue immortale per curare ogni difetto ed essere stati lavati, rasati e depilati con cura, dopo aver ricevuto l’ultimo taglio di capelli e una veste immacolata a coprire la nudità del corpo, avevano lasciato le camerate degli allievi.
Fuori dalla stanza, erano passati tra due ali di altri aspiranti umani, che avevano salutato per l’ultima volta da pari e che non avrebbero rivisto finché non avessero avuto sotto controllo la Sete.
Poi avevano percorso il corridoio in cui erano schierati i Custodi e, infine, avevano reso omaggio agli altri vampiri in quel momento residenti nella grande fortezza, nell’Accademia in cui si formavano i nuovi Giudici.
Dentro la sala dalle pareti intonacate di rosso, i due creatori attendevano in mezzo ai rispettivi parenti e, quando i ragazzi arrivarono, il sottile brusio tacque.
Khalid fissò immediatamente lo sguardo su Kabir, il cui corpo si era risanato solo in parte durante il giorno.
Non c’era più il bianco osso della mandibola a vista, ma la pelle in molti punti era carbonizzata e i muscoli al di sotto non erano che informi grumi nerastri.
Il ragazzo si sentì in colpa per la sofferenza del suo mentore, per il dolore che aveva patito e lasciò le lacrime gonfiarsi negli occhi.
Kabir lo fulminò con lo sguardo.
Lo stava facendo ancora.
Insicurezza, senso di colpa, dolore.
Khalid strinse la mandibola e avanzò a testa alta.
Il patriarca Binael appariva anche più giovane del Vegliardo che stava per divenire Sire di Saahir e, quando si fece avanti, le teste si inchinarono in segno di riverenza.
«Ho veduto tante rinascite nel corso dei secoli. Ma ogni volta è sempre un onore e un privilegio assistere alla benedizione del sangue di noi Giudici sui mortali che abbiamo scelto per perpetrare il difficile compito di assicurare ai Figli della Notte un’equa giustizia. Questa notte Samael il Vecchio e Binael il Vegliardo creeranno i loro futuri figli. Il quinto per Binael, il settimo per Samael.»
I due Sire posarono la mano destra sulla spalla destra del proprio pupillo, avanzando insieme verso il patriarca.
«Giovani umani, venite pienamente consapevoli di ciò che sta per accadere, senza coercizione e lieti della vostra scelta?»
«Sì!», risposero entrambi e il patriarca ne penetrò i pensieri, scavando fino a trovare la sincerità.
«Avete dunque la mia benedizione», poi si rivolse ai Sire. «Non siete nuovi a creare la progenie, ma è mio dovere rinnovare il monito a compiere tutto nel modo più accorto e consapevole.»
Quindi guardò Kabir in particolare: «Fratello, sei sicuro di essere abbastanza in forze da portare a compimento il rito?»
«Lo sono, Patriarca.»
«Si proceda dunque, che la vita mortale di questi due guerrieri cessi stanotte e che rinascano nella piena gloria del Sangue!»
Il Vegliardo si voltò verso il proprio pupillo: «Sei pronto Saahir, figlio mio?»
Il ragazzo respirò a fondo: «S-sì padre. Affido la mia vita a te.»
E chiuse gli occhi, ma quando il Vegliardo gli azzannò il collo, li strizzò in una smorfia di dolore.
Kabir ancora non toglieva la mano dalla spalla di Khalid, lo obbligava a guardare il suo migliore amico, il fratello che aveva scelto come compagno di studi e di crescita, che veniva dissanguato, che boccheggiava disperato mentre la vita abbandonava gli occhi ora spalancati sul nulla, con le pupille dilatate.
Il Vegliardo si sollevò dal collo e si azzannò il braccio, facendogli cadere il sangue in bocca, poi sulla ferita e quindi di nuovo in bocca, mentre il candore della tunica raccoglieva il rosso brillante della linfa umana che si mesceva all’oscura vita, densa e corposa del vampiro.
La bocca del ragazzo si riempì fino quasi a tracimare e la sala guardò quella gola in un silenzio sospeso e vibrante di aspettativa.
Era il momento in cui il cuore stava forzando i suoi ultimi battiti.
Toccava al ragazzo ora.
Doveva lottare.
Doveva bere.
Doveva voler vivere.
Il ragazzo deglutì e un’ovazione di sollievo percorse la folla.
La bocca si riempì di nuovo e il ragazzo bevve ancora, finché le pupille si strinsero e le iridi presero sfumature verde scuro, brillanti e metalliche, mentre i denti, ancora umani, si chiudevano sul braccio del Sire, succhiando avidamente il sangue.
Khalid sapeva che il suo amico ce l’aveva fatta.
Il Patriarca lo esaminò controllando le estremità di mani e piedi, occhi e denti, poi annuì.
«Quale sarà il suo nome, figlio mio?»
«Binael la Volpe», annunciò il Sire.
«Ottimo, portalo pure a riposare e a completare la trasformazione.»
«N-no!», disse la Volpe, lottando con le poche forze presenti. «Voglio vedere Khalid.»
Il patriarca acconsentì e i due ragazzi si guardarono.
Gli occhi umani di Khalid fissi negli occhi eterni della Volpe.
Kabir gli tolse la mano dalla spalla e il cuore di Khalid prese a battere in maniera tanto furiosa che in molti commentarono con un sorriso.
Lo sentivano.
Fiutavano la sua paura.
«Guardami», chiese Kabir a bassa voce.
Khalid si voltò e incontrò il candido brillare delle lunghe zanne del Sire in un ringhio feroce e crudele.
Non era più l’amorevole padre, ma un boia che mostrava al condannato gli arnesi del suo supplizio; Kabir restava immobile, con il labbro superiore arricciato e la promessa di un morso non arrivava mai.
La platea iniziò a sussurrare, a commentare e Khalid, col mento tremulo chiese: «Padre?»
Kabir non disse nulla, rimase immobile e il ragazzo capì.
Era la sua paura.
Kabir non voleva che morisse provando paura.
Lo amava a tal punto da soffrire sotto il sole per lui, facendosi bruciare fino alle ossa, pur di farlo giungere in piena consapevolezza alla rinascita; lo aveva amato per tutti quegli anni, lasciando la città sacra ai suoi soli fratelli, pur di stargli vicino e crescerlo con le sue mani, addestrarlo e istruirlo.
Gli altri ragazzi all’accademia vedevano i Vampiri che li avevano scelti una o due volte l’anno. Kabir era sempre stato presente, giorno dopo giorno.
Proprio come un padre.
Khalid ancora portava il nome da umano che suo padre e sua madre gli avevano dato, ancora si struggeva per ciò che aveva perduto e non si era accorto che ogni volta in cui chiamava Kabir allo stesso modo, padre, come facevano tutti i candidati col proprio futuro Sire, lui si inorgogliva, si illuminava.
Non aveva notato le carezze e le manifestazioni di affetto quando il ragazzo cedeva allo sconforto.
Non aveva notato i sacrifici e la pazienza messi nella sua istruzione.
Ripiegato su sé stesso e il proprio dolore, non aveva colto l’opportunità di trovare una nuova felicità e un nuovo padre.
Ora l’aveva capito.
Il suo cuore si acquietò.
Non aveva più paura.
Sorrise.
Kabir avanzò e lo morse.
Le braccia lo strinsero con la cura e l’affetto di un padre e Khalid rispose abbracciandolo a sua volta con la gratitudine e la devozione di un figlio.
Rimasero così, mentre il sangue fluiva lentamente dal corpo mortale a quello eterno, finché le gambe di Khalid non persero sensibilità e, subito dopo, le braccia fredde e prive di forze scivolarono via dal collo del Sire.
Aveva nutrito Kabir alcune volte in quegli anni, ma lui non si era mai spinto così oltre.
Era ormai una bambola inerme nel suo abbraccio saldo e, quando il Sire lo posò sui cuscini, cicatrizzando la ferita del collo, Khalid riuscì ancora a guardarlo, prima che il nero della morte arrivasse a ghermirgli la vista.
Riuscì a sentire il peso del suo corpo, poi il caldo fiotto di linfa densa e oscura che gli entrava in bocca.
Non era un braccio.
Era il suo collo.
Kabir aveva inciso il collo per dargli il sangue.
Un atto di assoluta devozione per la progenie.
Il sangue era abbondante e riempì la bocca di Khalid in un attimo.
Toccava a lui scegliere se vivere o morire, dimostrare di essere abbastanza forte da deglutire l’eternità.
Toccava a lui lottare per rinascere, come se dovesse uscire di nuovo dal grembo materno, spingendo e strisciando.
Nessuno vide il primo sorso, nascosto dal corpo stesso di Kabir, ma sentirono il suo gemito di piacere, quando il ragazzo serrò i denti sulla ferita e prese a suggere avidamente la linfa eterna.
Khalid sentì il sangue scendergli nello stomaco e da lì irradiarsi nel corpo, corrompendolo con puntiformi dolori evanescenti, come se piccole galassie esplodessero in ogni cellula e lasciassero dietro di sé solo la perfezione della creazione.
Riprese il controllo delle gambe, delle mani, degli occhi che spalancò mostrando il nero screziato dal rosso brillante delle braci e serrò un abbraccio attorno al Sire, rivoltandolo supino in una inversione di ruoli che lo portò a tenerlo come un amante, coi corpi intrecciati per lunghi istanti.
Quando si staccò da lui, sollevando il volto trasfigurato dall’estasi, col mento lordo di sangue e la tunica imbrattata di schizzi, si stupì di vedere tutti gli anziani così vicini a loro e il patriarca in prima fila, con un paletto in mano.
Erano tutti lì, pronti a fermarlo.
Lui abbassò lo sguardo verso il suo sire, che lo fissava, con la ferita sul collo che andava rimarginandosi.
Il patriarca rilassò le braccia e nascose il paletto dietro la schiena: «Quale sarà il suo nome, fratello mio?»
«Samael il Giovane», rispose Kabir.
*
Alle tre del mattino, la notte sembrava non dovesse finire mai.
Era il 21 dicembre, il giorno del Solstizio, l’anniversario dell’esplosione atomica che aveva distrutto Boston due anni prima e Samael aprì la porta dell’ennesimo Motel, stavolta a Sausalito, a nord della città, lungo la strada 101, poco dopo il Golden Gate Bridge.
Portò dentro entrambi gli zaini e la cassa con i travestimenti di John.
«Accendi il portatile, Veronika, voglio seguire le notizie in rete, io intanto controllo le vie di fuga da questa topaia.»
Lo faceva sempre e lei si sentiva rassicurata dalla sua lucida presenza, perché da quando lavoravano insieme aveva scoperto in lui un compagno accorto ed esperto, in grado di dividere con lei il peso delle decisioni.
Anzi, si caricava lui la maggior parte dell’onere e lei si sentiva sollevata e lieta di lasciarsi guidare da Samael, sempre concentrato e rapido a elaborare le situazioni per entrambi.
Il primo notiziario riportava aggiornamenti sui corpi trovati nella fossa comune, ripresa finalmente da vicino, a una distanza cui prima non erano state ammesse le telecamere.
La buca appariva enorme, scavata meccanicamente in una discarica abbandonata tra le colline attorno a Brisbane, a sud della città e copriva un’area di trenta metri per dieci, profonda almeno sei metri in cui i corpi erano stati disposti in più file, ammassati caoticamente e parzialmente bruciati.
«Hanno tentato di cremarli», constatò lei, «questo significa che gli assassini non hanno accesso a un forno crematorio o a un modo più intelligente di far sparire i corpi. Il che è strano se stiamo parlando della Human First. Coi mezzi che hanno, avrebbero potuto far sparire chiunque.»
Samael chiuse le tende con cura: «La domanda quindi è perché fare un lavoro così approssimativo per qualcosa di così importante», e si accomodò accanto a lei. «Più scopriamo tasselli, meno penso che alla base ci sia una semplice pulizia etnica. Dopo migliaia di anni di accoppiamenti misti, almeno un quarto della popolazione umana ha residui soprannaturali tracciabili nel sangue. Dovrebbero fare un olocausto tale da far sembrare Hitler una scolaretta. Devono avere per forza un altro fine, uno che passi dall’uso del sangue soprannaturale.»
«Quando il capitano ha chiesto come avessero fatto a isolare le parentele coi soprannaturali, tu avevi quell’espressione…»
«Io non ho espressioni», sorrise lui, «non se non voglio averle.»
«Esatto. Quando sei con me le hai, imiti con naturalezza gli umani per essere più facile da capire, questo mi è chiaro. Invece in quel momento eri completamente inespressivo. Quindi stavi nascondendo le reazioni. Significa che sai come fanno?»
«No, Veronika», iniziò, ma lei lo interruppe balzando in piedi.
«Non mentirmi! Per forza sai come funziona, tu li assaggi e scopri tutto di loro, di noi umani!»
«Calmati. So come funziona per noi, so cosa cercare e come isolarlo, ma non so come possiate farlo voi a meno che…», e si prese una pausa davvero lunga, immobile sul divano con le dita appoggiate una all’altra dinanzi al volto.
Veronika attese, spostò il peso da un piede all’altro, girò attorno al tavolo, percorse la stanza ad ampie falcate, e alla fine si fermò davanti a lui: «A meno che cosa? Aspetti che vada in menopausa per dirmelo?»
«Mh», brontolò lui con quell’espressione gutturale ruvida, reminiscenza dei suoi anni solitari e girovaghi, che ormai lei aveva imparato a riconoscere e alla quale si era, tutto sommato, affezionata.
«Mh cosa?»
«Negli anni in cui vissi a Roma, verso la fine del 1400, conobbi un alchimista che riuscì a trovare il modo di estrarre il principio soprannaturale dal sangue. I suoi studi furono la base per i nostri successivi, ma so per certo che non uscirono mai dalla biblioteca di Corday. Riflettevo sulla possibilità che, durante la guerra, qualcuno ne possa aver trovata copia, anche se non so chi o come.»
«Corday potrebbe aver commesso un errore?», chiese lei.
«Chi? Scopa-nel-culo-Corday? No Veronika, lui non è tipo da commettere errori. È rigido, integerrimo, sapiente, onesto e prudente da quando lo conosco e lo conosco dal… fammi pensare… era l’inverno del 1484, a Roma, dopo la lettura di una oscena bolla papale di Innocenzo VIII.»
«Cristo. Ma ti ricordi davvero ogni cosa o mi stai prendendo in giro?»
«Ricordo ogni cosa. Croce e delizia di noi vampiri. Comunque lo conosco da allora e non l’ho mai visto commettere un errore o una dimenticanza, figuriamoci lasciare documenti così importanti alla villa quando la abbandonò.»
«E se ci fossero arrivati come fece il tuo alchimista? Con il medesimo procedimento?»
«È l’unica spiegazione.»
«Quindi esiste un modo per isolare il principio soprannaturale? E cos’è? Come appare?»
«Non posso dirti altro Veronika, mi dispiace.»
Sulle prime la donna ebbe voglia di prenderlo a cazzotti in un modo stizzoso e istintivo.
Che motivo poteva avere di mantenere ancora segreti, se tanto poi avrebbe cancellato la sua memoria come aveva fatto con John?
Quando il successivo pensiero giunse, la fece rilassare, perché comprese che, se la teneva all’oscuro di qualcosa, probabilmente era perché non era più così sicuro di agire sui suoi ricordi.
Il pensiero la confortò fino a disegnarle un sorriso impercettibile sul volto che poi sparì con la consapevolezza che, invece, lo stesse facendo per evitare che lei potesse confessare suo malgrado queste notizie.
«Se mescolassero il sangue di più soprannaturali cosa accadrebbe?», chiese poi Veronika.
«Non lo so, nessuno lo ha mai fatto. So di bambini nati da ibridazioni di soprannaturali, ma questo è diverso, è qualcosa che percepisco come eretico e mi disgusta, credimi.»
Samael continuò a esaminare foto e documenti ancora a lungo, mente lei si concesse una cena frugale, riscaldata al microonde, tra ciò che aveva comprato in fretta in un Wallmart lungo la strada.
«Foster ha messo in rete il filmato di Jubilee», rivelò Samael.
«Rimbalza?»
«Come una mosca sotto una campana di vetro!», disse con un bel sorriso soddisfatto. «La stanno cancellando dai server, bloccano gli account, ma ormai è, come si dice, virale. Un milione di condivisioni nella prima ora. Sta crescendo in modo esponenziale. O bloccano la rete e fanno saltare tutti i terminali o è andata!»
Nessuno bloccò la rete.
I terminali non vennero bruciati.
Veronika si concesse anche un dolce per festeggiare.
Dopo cena fu la volta della doccia, mentre Samael seguiva l’evolversi dell’impatto del filmato di Jubilee sulla rete.
Le pezze che la Cerberus cercava di mettere alla diffusione delle notizie non coprivano la portata dello scandalo.
«Nei prossimi giorni si organizzeranno meglio per manipolare le notizie, forse cantiamo vittoria troppo presto», disse il vampiro, ma Veronika non rispose.
Mentre l’acqua scendeva calda sul suo capo, sembrava capace di portarsi via anche la tensione e le preoccupazioni e lei rimase immobile sotto il getto, osservando i rivoli di sporcizia che finivano nello scarico, divenire più chiari e limpidi.
«Stai a vedere che mi s’è addormentata sotto la doccia», disse lui, bussando alla porta.
Nessuna risposta.
Entrò: «Tutto bene Nika?»
La voce di Samael era immediatamente fuori dalla tenda della doccia e lei tremò per lo spavento.
«Cazzo! Piantala di farmi prendere colpi così o mi verrà un infarto.»
«Prima ti verranno le branchie, sei sotto la doccia da oltre mezz’ora.»
«Non mi ero accorta del passare del tempo, ci sono novità?»
«No, staranno pensando a contromisure per screditare il filmato, ma non ora. Quindi prenditela comoda, volevo solo accertarmi che non ti fossi addormentata a faccia in giù nell’acqua. Quando finisci poi la farò io.»
Veronika chiuse l’acqua e si arrotolò nell’asciugamano, liberando il vano doccia: «Vai pure, io mi asciugherò qui i capelli, se non ti dà fastidio.»
«Nessun fastidio», disse lui spogliandosi con la consueta naturalezza, «solo se mi prometti che non ti legherai i capelli nella crocchia, per una volta. Ti ho visto quando hai provato il travestimento da John e sei bella coi capelli liberi.»
Sei bella coi capelli liberi…
Sei bella…
Le parole di lui erano penetrate a fondo nell’anima della donna che non si sentì affatto imbarazzata dal complimento, perché a differenza di quelli ricevuti in passato, non aveva alcun secondo fine ed era sincero.
Eppure il mento tremava in un balbettio, quasi fosse tornata a essere l’adolescente davanti al quarter back fascinoso: «V-va bene, finché non dovremo uscire a lavorare ti permetterò di vedere il mio cespuglio crespo», sorrise, ma si pentì subito del paragone infelice e si strinse nell’asciugamano, coprendo ancora di più il pube.
Samael rise.
Rise davvero stavolta.
Di cuore.
La sua doccia durò il tempo necessario a lavarsi, non un istante di più e quando uscì, sgocciolò per tutto il locale senza avere la decenza di coprirsi o rivestirsi; quando Veronika uscì dal bagno, scivolò su una pozza di acqua davanti al tavolo del computer: «Ma porca miseria, si vede che non hai una moglie, sarebbe un disastro averti in casa, guarda qui! Acqua dappertutto!»
Il vampiro la guardò a lungo, soffermandosi sui capelli ricci e selvaggi che le incorniciavano il volto e le sorrise: «Il mio amico Saahir la Volpe si accasò subito dopo la rinascita. Lui e sua moglie stanno ancora insieme, ma io non potrei mai avere una moglie, sono troppo libertino.»
«E devi sempre stare nudo dopo la doccia?»
«È la condizione naturale del corpo umano. Nasciamo nudi e moriamo nudi. Gli abiti sono una definizione, un’etichetta. Quando indosso la tunica bianca dell’Alleanza io sono Samael di Tanis e nessun altro. Così invece posso ancora essere me stesso.»
«Un applauso alla tua ricerca interiore, ma io sono in imbarazzo.»
Lui piegò la testa di lato: «Cosa ti imbarazza del rapporto con gli uomini? Vedo che mi sfuggi, mi cerchi a volte, vuoi un contatto o una rassicurazione, ma quando sono io a sfiorarti, trasali. E non solo perché sono un vampiro.»
Veronika rimase con la bocca socchiusa alcuni secondi, istintivamente avrebbe voluto dare la colpa di tutta la sua reticenza alla razza di lui, al terrore atavico, ma non era più così e non poteva mentire ancora a lui o a sé stessa.
«Io non amo il contatto fisico, sono sempre stata così, forse perché mio padre non c’era mai e la mamma non sapeva fare le coccole, ma sono cresciuta senza il bisogno o il desiderio di contatto umano. Quando avevo diciassette anni, alla High School di Farmington, conobbi un ragazzo che mi corteggiò e mi convinse a fare sesso con lui. Dovetti impormi la disciplina di non fuggire e gli sembrai un pezzo di legno probabilmente, comunque come immagini, quel rapporto fu un fiasco.»
Si frizionò i capelli con l’asciugamano, tenendo la testa piegata in avanti, poi arrotolò il telo come un turbante. «Lui però diffuse foto e filmati di me ai suoi amici e un giorno arrivai a scuola e trovai foto mie in tutti i bagni dei maschi. Chiamarono i miei genitori e ne uscì uno scandalo di tale portata per mio padre, che lavorava nelle ambasciate, che venni messa in una scuola privata cattolica molto rigida, in cui acuirono il mio disagio verso il contatto fisico, la vergogna e il senso di colpa per il sesso e il mio stesso corpo.»
Lui la ascoltava in silenzio, scrutando i suoi movimenti con discrezione, mentre si sedeva alla scrivania e iniziava a cercare di domare la sua chioma ancora fradicia a colpi di spazzola: «Quando iniziai a lavorare come insegnante nel medesimo liceo, provai a frequentare un collega, ma mi resi conto di non riuscire a lasciarmi andare. Mi mancava la fiducia in lui. Eravamo ottimi amici, ma non provavo alcuna pulsione sessuale. Ci provai ancora con altri uomini, perfino il mio insegnante di pilates. Ma il sesso era una fatica psicologica che mi faceva perdere l’autostima. Presto iniziai a non avere pulsioni neanche quando ero sola, sai…»
Si aspettava che lui finisse la frase, ma Samael se ne stava immobile ad ascoltarla, così prese fiato e concluse: «Beh poi ci furono la guerra, i lutti, la paura e nulla ebbe più importanza. Mi arruolai, diventai poliziotto e per tre anni la mia vita è stata questa. Fino a quando sei arrivato tu.»
«Grazie di averlo condiviso con me», concluse lui, senza espressioni, poi voltò il portatile e le mostrò lo schermo. «Mi hanno risposto dalla Hermon», disse e Veronika si lasciò cadere pesantemente sulla seggiola.
Aveva cambiato discorso proprio quando lei si era aperta come un frutto maturo.
«Confermano che sparizioni analoghe ci sono, ma non coi numeri e le caratteristiche di San Francisco. Alcuni dei residenti sulla nave hanno raccontato di rapimenti di loro conoscenti o parenti, anche nelle famiglie umane inconsapevoli, sia prima che durante la guerra e in varie parti del mondo. Quindi chi colpiva con sicurezza i soprannaturali e i loro discendenti, lo faceva con numeri inferiori e con più discrezione.»
«Beh la guerra e il caos che genera possono aver protetto questi crimini negli ultimi anni, ma continuo a non trovare un nesso con l’ostentazione degli omicidi», rimuginò scorrendo col touchpad sull’elenco degli scomparsi. «E se fosse proprio questo?», ipotizzò alla fine.
«Ostentazione degli omicidi?»
«Pensaci, quale modo migliore per far venire allo scoperto dei vampiri, che far loro credere che ce ne sia qualcuno a San Francisco?»
«Mh, gruppi sbandati che non si sono presentati all’imbarco sulla Hermon, potrebbero essersi nascosti subito dopo la guerra e ora potrebbero voler cercare di aggregarsi e venire in città.»
«Rischiando di venire uccisi o presi prigionieri. Dritti tra le fauci del Cerberus.»
«Esattamente dove vuoi andare tu domani», disse lui serrando la mano con tale forza sullo schienale della sedia di lei, da farlo scricchiolare.
Lei si tolse il turbante e prese il phon: «È una buona idea.»
«È una pessima idea, Veronika. Ci sono mille cose che potrebbero andare storte e tu saresti sola lì dentro!», lei scosse il capo con un sorriso rassicurante e lui le fissò la chioma, piegandosi quasi volesse annusarli. «I tuoi capelli…»
«Che hanno? Sono terribili vero?», disse lei scattando in piedi imbarazzata.
«No, mi piacciono tanto, dovresti tenerli così più spesso. Ma non farmi divagare ora. Andrò io alla H1 e tu farai da palo in auto. Non voglio esporti a un pericolo o farti fare da esca.»
Lei si allontanò, rossa di vergogna, tenendosi l’asciugamano con la destra, mentre la sinistra continuava a passare tra i capelli da destra a sinistra, spostandoli nervosamente.
Con la mente era rimasta a quella frase…
Mi piacciono tanto…
Eppure il suo istinto da poliziotto aveva già elaborato anche il resto: «Non puoi farlo tu, la tua natura di vampiro è riconoscibile. Io invece posso fare l’esca e devo fare la mia parte. Con il travestimento di John e questa chioma al vento, non mi riconosceranno. Piuttosto… c’è una cosa di cui non abbiamo parlato», e posò il phon, prendendo un grosso respiro e cercando di apparire più fredda e professionale possibile. «La missione prevede che io venga poi aggredita dai killer, ma accadrebbe solo se fossi appetibile per loro. Quindi dovrei avere sangue soprannaturale nelle vene e, onestamente, non so se ho qualche parentela recente! Insomma, mia nonna era della Transilvania, ma non vuol dire nulla.»
La luce sfarfallante dello schermo lambiva la pelle liscia del vampiro con una carezza grigia che evidenziava ogni dettaglio della muscolatura in un ipnotico gioco di luci e ombre: «Io so cosa fare, ma ora sei tu a dovermi dire fin dove puoi spingerti, cosa puoi accettare di subire per questo caso e quanto ti fidi di me davvero.»
Veronika indietreggiò fino alla parete, contro cui premette la schiena, senza perdere di vista il vampiro.
Era arrivato il momento.
Non era giunto come una romantica svolta amorosa, ma come la necessaria procedura investigativa.
Attraverso il sangue, lui avrebbe potuto conoscerla.
L’avrebbe morsa?
Dio! Quanto lo stava desiderando!
E se invece le avesse chiesto di tagliarsi una vena e riempire un bicchiere?
Scrollò il capo e lui la guardò di sbieco: «Che cosa c’è? Hai cambiato idea?»
Poteva farlo… poteva chiederglielo, pretendere che lui…
«No, è una cosa che va fatta, Sam.»
E se non avesse trovato nulla di soprannaturale?
Avrebbero dovuto fare in modo che l’avesse… avrebbe dovuto contaminarla e renderla una preda appetibile per l’assassino.
«Spiegami solo come accadrà?»
«Non accadrà nulla che tu non voglia, Nika. Possiamo trovare un altro modo… qualsiasi altro modo.»
«N-no. Questo è un modo perfetto, lo sai tu, lo so io. Devo solo… voglio solo capire, sapere cosa mi aspetta., cosa proverò.»
Cercava di controllare la situazione, di caprire e conoscere i dettagli di qualcosa che tutta la sua ragione rigettava come pericoloso, innaturale, ma che tutto il suo corpo bramava.
«Ti lascio scegliere il modo che preferisci.»
«Non è solo… ehm… l’assaggio… Samael», quasi piangeva, con la voce rotta dall’emozione che faticava a controllare. «Se io non fossi in parte soprannaturale, tu dovresti fare in modo che io lo diventi», e lo guardò.
Lui annuì: «Un custode…»
«Gli schiavi umani. No, non correggermi, sta’ zitto. So cosa dico, li ho visti immolarsi per i loro padroni. Sarei la tua schiava? Insomma, perderei la mia mente? La mia individualità?»
«Solo se ti imponessi la mia volontà. Certo l’attrazione e l’istinto ti porterebbero ad avere pensieri e desideri per me che non ti sono propri, ma passerebbero in qualche giorno, allo smaltire del sangue. Non è esente da dolore, dicono.»
«Desideri per te», sorrise appena, rimasta di nuovo un paio di frasi indietro. «Come se non ne avessi idea.»
«Nika, io…»
Lei lo zittì: «Non è il momento di crisi vampiresche di coscienza o ripensamenti. Il piano va messo in atto, Sam. Il Capitano Hollis mi ha abbandonato, Beth mi ha mentito, la Cerberus sta preparando chissà quale torbido gioco. Dobbiamo porre fine a questo complotto e battere il ferro scaldato dal filmato di Jubilee, affinché la sua morte e quella di tutte le vittime della Human First non sia vana. Devo fare quello che abbiamo stabilito. E non ci sono discussioni. Ho la tua parola che non mi trasformerai in una medusa senza cervello accoccolata ai tuoi piedi?»
«Veronika, per l’amor di Tanis, io non ho mai desiderato una medusa ai miei piedi! Perché mai dovrei imporre a te questa umiliazione?»
«Ti credo. Ti credo scusami», disse sulle prime, staccandosi dalla parete per camminare malferma verso di lui, «ma ho paura. Sono terrorizzata dall’idea di quello che succederà. Non posso prenderla alla leggera, Samael!»
«Infatti non te lo chiedo. Pensaci pure quanto vuoi. Abbiamo tempo fino all’alba.»
Veronika espirò l’aria in una risata falsa e nevrotica: «Eh tanto tempo per decidere, vaffanculo Sam.»
Lui piegò la testa di lato: «Me lo merito. Touché.»
Ma quando cercò di passarle oltre, verso il punto in cui lo zaino attendeva floscio contro la parete, lei gli mise una mano sul petto nudo e freddo: «Va bene. Fallo.»
«Se non sei sicura io…»
«Fallo per dio! Fallo prima che cambi idea o me la faccia sotto dalla paura!», e gli sbatté il pugno sul torace, una, due volte, poi entrambi i pugni, quando lo vide immobile e titubante.
E sempre ripeteva la stessa parola, in un sommarsi di terrore, tensione e lacrime: «Fallo.»
La ripeteva mentre perdeva il controllo e la ragione lasciandosi sopraffare dalla paura nella sua forma più antica e atavica: «Fallo! Fallo! Fallo!»
Samael le prese i polsi, interrompendo il crescendo di follia.
Quando l’asciugamano le cadde dal corpo, lei era già persa negli occhi neri di brace che la fissavano: «Non così, Veronika.»
«E allora fallo… come hai fatto a Rebecca», disse lasciando le mani inerti mentre lui le accompagnava a ricadere lungo i fianchi.
Con un passo Veronika chiuse le distanze e si appoggiò al petto di lui con la guancia. «Mentre la portavo all’elicottero, mi ha raccontato della dolcezza con cui l’hai presa, di come l’hai stretta e l’hai fatta sentire tua e l’ho invidiata, p-perché…»
«Lo so il perché», disse lui sollevandole il mento con le dita. «Perché finalmente hai provato qualcosa. E proprio con qualcuno per cui mai avresti pensato di provare trasporto, o che potesse farlo con te.»
Sembrava che Samael si stesse dissetando con l’ansante attesa che gemeva dalle labbra di Veronika, avvicinandosi a lei, al suo mondo instabile, con il ritmo greve del lungo respiro della terra.
Ciò che lei sentiva, che percepiva in quella stanza, si dilatava man mano che lui si avvicinava alla sua bocca.
Accanto a lui tutto era più nitido, come se potesse sentire il rintocco dei secoli, la vibrante energia del cosmo e il ribollire del magma nel cuore della terra.
Non era una creatura soprannaturale, era ciò che di più terreno e naturale esistesse, ma danzava col ritmo delle costellazioni, sospeso tra il firmamento e il rivoltarsi ciclico della crosta della terra sul nucleo pulsante del cuore del mondo.
Le sue labbra.
Quando si erano toccate?
Quando era accaduto?
Cos’era quel sapore ipnotico che la lingua coglieva dalla bocca di lui?
Dov’era?
Perché sentiva il profumo del deserto nelle narici e la carezza del Khamsin sulla pelle nuda?
Il bacio del sole, l’abbacinante riflesso della sabbia eterna.
Era qualcosa che aveva vissuto lei?
O lui?
Era il tocco del vento?
No, erano le sue dita, le mani che le percorrevano la schiena, che indugiavano sulla curva delle natiche e le sollevavano la coscia contro la propria.
L’instabilità di una palma che si piega sotto gli strali di una tempesta, vuoto e leggerezza, poi la soffice consistenza del letto sotto di lei.
Il letto di un Motel?
O erano piuttosto nuvole impalpabili oltre le quali lei sperimentava per la prima volta la curvatura della terra, la rarefazione del respiro.
Era la bocca di Samael a toglierle il fiato, ad affogare in quel bacio disperato in cui lei naufragava, incapace di distinguere realtà e sogno.
Riprese il controllo delle braccia, abbandonate ai lati del corpo e, quando sollevò le mani, trovò la serica pelle del vampiro a riempire ogni brandello di razionalità.
Il contatto dei corpi la faceva rabbrividire in un’attesa inquieta che anelava toccare ed essere toccata, finalmente, dopo una vita di solitudine spezzata.
E stava accadendo perché era finalmente pronta ad abbandonarsi a qualcuno, a provare completa fiducia.
Lo accarezzò, ne esplorò il torace, la schiena, le natiche nude e schiuse le cosce, avvolgendolo in un abbraccio saldo delle gambe.
Fu allora che lui si fermò, con le labbra che sfiorarono il profilo del mento per prendere una distanza sufficiente a fissarla negli occhi.
Dentro di essi.
Fino nel profondo della coscienza, dei desideri e dell’istinto.
Il corpo di lui arretrò, scivolandole attorno come la serpe dell’Eden che gli dava il nome.
Samael.
Il seduttore.
Il tentatore.
A cosa doveva quel nome?
Le labbra del vampiro percorsero la mandibola fino alla radice delle orecchie e lungo il collo e Veronika sentì distintamente ogni cellula della sua pelle fremere in un lungo brivido di attesa ed eccitazione.
Era protesa interamente verso di lui, offerta nel corpo e nel sangue, con la carne tesa allo spasimo nel bramare ancora il contatto, la vicinanza e tutto ciò che i suoi gesti promettevano e annunciavano.
Percepì qualcosa di appuntito contro la pelle del collo e reclinò la testa di lato in muta concessione, inarcando la schiena fino a sollevare i lombi dal letto.
Samael chiuse di scatto il morso sul collo di lei e, mentre i denti ne penetravano la gola forando la giugulare gonfia e pulsante, il membro si infilò di prepotenza nella sua intimità, trascinandola in un istante fino all’apice del piacere, che giunse con un grido liberatorio che parve uscire del cuore stesso, aprirle il torace per ripiegarsi nel vento e giungere in ogni angolo del mondo.
Liberazione, completa e consapevole.
Quando fu di nuovo silenzio, gli occhi si riaprirono sul buio della stanza, sul soffitto di legno.
Il peso del vampiro era sopra di lei, il capo incastrato contro il collo, il rumore del suo pasto era solo un gemito lieve che accompagnava il ritmico deglutire.
Le braccia di lui la circondarono, la sollevarono a sedere sul suo membro che lentamente si mosse in lei, riscaldandole il ventre in una nuova ascesa.
Piegò il capo contro quello del vampiro, lo abbracciò e puntellò le ginocchia al letto, muovendosi al proprio ritmo, al proprio desiderio cosciente e sicuro, cullato dai brividi sconosciuti che erompevano dal punto in cui il morso gemeva sangue, in cui le labbra di lui premevano e la lingua lambiva le ferite.
Il dolore era anestetizzato, ma la pressione era presente, lo sentiva rovistare nella sua carne coi denti assassini che avevano trasmutato alchemicamente la sofferenza in qualcosa di superiore che apriva la sua memoria, ogni recondito angolo della mente, rendendo il suo corpo uno strumento perfettamente accordato e in armonia con quello di lui.
Sentiva il piacere che lui traeva nutrendosi, lo ricambiava e lo sommava al proprio che il suo corpo, così sensibile ed eccitato, amplificava inseguendo l’evanescente sensualità della carne.
Piacere.
Di nuovo l’arrancare verso un empireo sfuggente e la caduta dalla grazia.
Il respiro strozzato e la debolezza.
La lingua di lui che sana le ferite.
E ancora il desiderio, l’ingordigia di una femminilità troppo a lungo castigata e costretta.
Brama che trova finalmente un degno compagno per condividere illecite carezze e baci rubati.
Veronika lo spinse indietro, con la schiena sul letto e la testa a ciondolare lungo il bordo, le labbra arricciate in un singulto di piacere che mostrava le zanne feroci, sporche della sua stessa linfa e gli occhi interamente allagati di sangue, con le sclere di un cupo rosso.
Eccolo, il volto della bestia.
Anche Samael lo aveva, ma non era ferocia quello che lo generava e lo alimentava.
Era passione.
Passione che condivideva con lei come compagna e dunque tutto fu così semplice e naturale in quell’istante tra loro, senza parole, senza compromessi, con lui che si donava completamente e lei che si prendeva tutto il piacere che le era mancato in una vita di solitudine, muovendo il bacino sempre più rapida, frenetica fino a gridare la sua catarsi.
Ancora e ancora.
Non si dava tempo di riprendere fiato.
Le bastava sentire un minimo fremito del membro rigido nel suo corpo per desiderarlo ancora e riprendere a cavalcare libera e indomita.
Non riusciva a capire in che modo lui riuscisse a farle tutto questo.
Non aveva mai fatto sesso in quel modo.
Non aveva mai fatto sesso davvero fino a quella notte.
Ovunque le sue mani toccassero la pelle del vampiro, percepiva una lieve elettricità statica che le fremeva sotto le dita e lo stesso accadeva nel ventre, dentro la carne come lungo il turgore delle labbra e del clitoride che incontrava la carezza del corpo glabro di lui come fossero una cosa sola.
Crollò su un fianco, esausta, con le gambe intrecciate alle sue, senza alcuna intenzione di lasciarlo e Samael la accontentò, scivolando dietro di lei senza neanche uscire dal suo corpo.
La prese ancora con violenta determinazione, lucida precisione, intrecciando le dita con le sue, azzannandole di nuovo la gola quando la sentì pronta a cadere nell’abisso.
Per l’ultima volta Veronika sentì il suo corpo rompersi in mille pezzi e ricomporsi al capriccio del Khamsin.
Il cuore le si fermò di colpo e non ebbe paura.
Il bacio che lui le stava dando aveva il sapore del sangue denso e nero dei vampiri.
Dolce veleno.

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