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“Loro temono ciò che non conoscono e distruggono ciò che temono.”

Memorie dal Buio – Ucronia – Capitolo 24

da | Ago 12, 2026

PUNTO 24 – I vampiri perdono ogni contatto con la loro umanità nel momento in cui muore la parte umana e vengono contaminati dal sangue. Da quel momento non esiste più nulla del loro passato.

Gerusalemme, inverno 1206

Con il sorriso feroce nascosto dall’elmo, il Crociato si avvicinò al giovane che dormiva su un fianco.

I ricci capelli gli ricoprivano il volto e, ciò che restava scoperto era occultato dall’avambraccio messo di traverso.

Attraverso la stretta fessura a croce dell’acciaio, il crociato fissò la sua preda, estrasse con un movimento fluido l’enorme spadone, talmente lucido che nell’acciaio si rifletteva il bianco della tunica sopra la cotta di maglia e la rossa croce che campeggiava nel colore della porpora più preziosa.

La spada si sollevò e calò inesorabile sul capo del giovane che solo all’ultimo momento si voltò supino, spalancando sul soffitto gli occhi neri di brace, ancora vacui dal sonno, e divaricando la bocca a mostrare le zanne da vampiro.

La spada calò, ma lo fece di piatto, impattando sulla sua fronte.

«E con questo ho vinto!», disse il crociato togliendosi l’elmo.

Saahir.

«Binael la Volpe», disse Khalid toccandosi la fronte con la ferita che si richiudeva a vista d’occhio, «sei ufficialmente uno stronzo.»

«Samael il Poppante adesso andrà a frignare da Kabir! Uuuh che paura!», e gli tese la mano. «Cosa dicono sempre i mentori, fratello?»

«Che mi chiamo Samael il Giovane», rispose lui tirandosi in piedi, mano nella mano con l’altro giovane scanzonato. «E che si dorme con le mani incrociate al petto, come i faraoni.»

«No, caro il mio Ascella Pezzata…»

«Hai intenzione di chiamarmi così anche adesso che non sudo più, caro Piedi Fetenti?», lo interruppe Khalid.

«Ti chiamerò sempre così, anche se non dovessimo vederci più per mille anni, fratello mio!», e se lo tirò contro, abbracciandolo stretto. «E comunque… la risposta giusta era… come chi mette le ossa dei polsi a protezione del cuore! Sono i faraoni che ci imitarono, vedendoci dormire così nei millenni passati. Comunque vestiti, manca poco al tramonto, i vecchi del mio e del tuo clan stanno discutendo, credo che Kabir voglia partire e tornare a Tanis.»

«Quindi dovremo salutarci?», borbottò Samael, sfilandosi la tunica da addestramento.

«Già fratello. Dopo nove anni come apprendisti umani e dieci da giovani vampiri, dovremo salutarci, ma ormai la guerra dei mortali è finita. Dopo Hattin, il Saladino ha collezionato solo vittorie e ormai i Cristiani sono stati scacciati per sempre dalla nostra terra.»

Samael non disse nulla, ma si lavò il sangue scuro dalla faccia: «Quando Kabir mi portò qui, tu fosti il primo a mostrarmi amicizia, Saahir.»

«Sembravi un licantropo randagio, e anche io lo ero, mi andavi a genio. Senza il tuo brutto muso intorno sarà anche peggio qui.»

Samael sorrise: «Mi stai dicendo che ti mancherò?»

«Certo che mi mancherai, sei mio fratello, siamo rinati insieme, lo stesso giorno, tu come un Samael, io come un Binael. Le nostre famiglie sono alleate con antichi legami di fratellanza, ma a parte questo», la Volpe guardò l’amico. «Oh al diavolo, scrivimi però, Ascella Pezzata. Almeno una o due volte l’anno.»

«Farò di meglio. Appena potrò, verrò a trovarti, Piedi Fetenti!»

I due giovani vampiri si abbracciarono di nuovo e suggellarono la fratellanza azzannandosi reciprocamente il braccio, per mescere il loro sangue.

*

21 dicembre 2014, ore 9 del mattino

Veronika riaprì gli occhi al canto dei fringuelli.

Era un canto assordante, di cui percepiva ogni sfumatura, anche quelle mai udite prima, che danzavano su lunghezze d’onda inimmaginabili per gli umani.

Il suo corpo le apparteneva in una maniera completa e assoluta nel suo piacere residuo e nell’indolenzimento delle lunghe ore di sesso.

Piacere? Dolore?

Se fosse divenuta una non morta non avrebbe dovuto provare dolore o piacere.

Si mise la mano sul petto.

Il cuore batteva.

Si voltò.

Samael la stava guardando: «Credevi che ti avessi uccisa?»

«L’ho pensato, sì. E l’ho anche desiderato se avesse significato vivere per sempre quello che ho vissuto stanotte.»

«Non era nei patti.»

«Neanche scoparmi lo era», disse lei, brutale, cercando di dominare la sensazione che lui avesse costruito quei giorni di seduzione solo per arrivare al sesso.

No, lui non era un essere umano, non ne aveva i processi mentali.

Avrebbe potuto ottenere da lei sesso e sangue in qualsiasi momento.

Avrebbe potuto frullarle le meningi e fare di lei qualsiasi cosa.

Iniziava a conoscerlo e sapeva che la fiducia che gli aveva dato quella notte era ben riposta, tuttavia rimase spiazzata dalla risposta: «Hai ragione, non era necessario farlo, ma ne avevi bisogno.»

«Bisogno?»

«Se ti avessi lasciata sola col dolore del morso, avresti avuto paura di me per sempre», si alzò dal letto su cui era seduto, completamente vestito. «E poi avevi necessità di essere scopata come dio comanda e, visto che dovevo seguire l’intero protocollo, ho pensato fosse meglio farlo per bene.»

L’attenzione di Veronika si era fermata sulle ultime parole che, se non fossero venute da lui, dalla sua maledetta sincerità priva di sentimento e figlia di secoli passati, sarebbero state offensive per una donna moderna.

Come al solito le mostrava piccoli atti di gentilezza, una breve luce di umanità, poi tornava a essere il gretto e pratico soldato emotivamente stitico, quindi si concentrò su un concetto cardine: «Il… il protocollo?»

Samael annuì, mentre accendeva il portatile: «Non ho sentito ascendenze soprannaturali in te quindi, come pattuito, ti ho dato il mio sangue e quello che senti nel corpo è l’effetto che ha sugli umani. Sensi amplificati, forza, resistenza, riflessi, velocità, tutto è spinto al massimo. Potresti salire di corsa fin sull’Everest e avere ancora la forza di gridare il mio nome.»

La donna arrossì e si mise a sedere, tirandosi il lenzuolo a coprire i seni; lo guardò: «Gridare… Io credo di aver gridato molto stanotte, manderanno la polizia!»

«Ho fatto in modo che non si sentisse nulla oltre i confini del letto.»

«Molto pratico», disse arricciando le dita dei piedi sotto le coperte. «Comunque grazie. È stato molto bello.»

«Lo so», rispose in fretta, senza guardarla. «Ma è stato solo per questa volta.»

«I-in che senso?», gli chiese, subito colpita al cuore dalla brutalità di quella rivelazione.

Lei, che aveva creduto che quella sarebbe stata la prima di tante notti di gioia e passione, veniva svegliata da una secchiata d’acqua gelata.

«Nel senso che una relazione fisica tra di noi non è una buona cosa.»

Il mondo sotto i suoi piedi sembrò ridotto a un guscio d’uovo pronto a rompersi al primo suo respiro: «Perché sei così stronzo? Cosa ti ho fatto mai?»

Non era sua intenzione piagnucolare, ma pretendeva una risposta e, anche se sentiva la voce strozzata dalle lacrime e il mento tremolare, lo guardò dritta negli occhi.

«Io ci sto provando, Nika, davvero, ma…», iniziò, poi rimase in silenzio a guardarsi i pugni stretti. «Quando lei è stata qui, mi ha attaccato, mi ha contraddetto, mi ha obbligato a guardarmi dentro come non facevo da…»

«Da quando eri umano?»

«No, da quando ho perso tutto», confessò camminando avanti e indietro davanti al letto. «Quando ti ho conosciuta, ho capito che avresti potuto fare lo stesso. Rendermi migliore. L’altro me… quello che vive con lei, è felice.»

La ferita di quel dardo che l’aveva colpita in pieno petto stava divenendo una voragine man mano che lui parlava: «Ma io non sono lei, non posso sostituirla.»

«Non voglio, infatti, non te lo chiedo», la rassicurò, andando a sedersi di nuovo accanto a lei, sul letto. «Voglio solo… restare un po’ sotto la tua luce.»

«La luce però ti fa male», sussurrò Veronika, che vedeva la mano di lui appoggiata al materasso così vicina alla propria.

Le sarebbe bastato allungarla e stabilire un contatto.

«Guarisco dalle ferite, lo sai… ma se non rompo la bara di cristallo in cui mi sono rinchiuso da cinquecento anni, non potrò guarire davvero. La domanda però è un’altra…», e fece una pausa, indugiando con la mano a metà strada, prima di posarla su quella di lei.

Era fredda, ma Veronika non si ritirò, non la sottrasse, anzi rivoltò il palmo per aggrapparsi a lui: «Tu sei disposta a farti soffocare dalla mia ombra?»

Veronika ci mise un po’ a rispondere: «Io non… non lo so. L’ho vista subito… quella ferita dentro di te e non riuscivo a ignorarla, ma mi hai sempre tenuto alla larga e…»

«Non vorrei mai caricare sulle spalle di nessuno il fardello che porto. Per ogni slancio verso di te, per ogni volta in cui abbassavo le difese e tornavo a essere il giovane vampiro che scherzava coi suoi amici, la consapevolezza che, aprendoti il mio mondo, ti avrei messa in pericolo, mi devastava.»

«Ma… Samael… per Dio! Bastava chiedere! Perché ti parrà strano, ma magari c’è qualcuno che è disposto a dividere con te un peso.»

«E perché dovrebbe farlo?»

Lei sollevò le mani così intrecciate e si portò il dorso di lui sulle labbra: «Perché nonostante tutto quello che fai per allontanarmi, io voglio restare.»

Samael socchiuse gli occhi e annuì: «Ho solo bisogno di tempo e qualcuno che mi dica dove sbaglio.»

Con un cenno affermativo secco e vivace, lei sorrise: «Aggiudicato!», poi il sorriso si spense in parte. «Il primo giorno, in metropolitana, quando ti dissi che, cercando di focalizzare un ricordo avevo sentito un forte dolore alla testa, tu mi dicesti che mi avresti aiutato prima o poi. Cosa intendevi?»

«Lo hai provato di nuovo?»

«Alcune volte in questi giorni e di sfuggita anche stanotte.»

«Mh. Tu hai una imposizione mentale molto forte, l’antico effetto di una dominazione vampirica.»

«Davvero? Lo hai visto?», lui annuì. «E mi hai curata?», il cuore prese a martellarle nel petto, mentre i pensieri rimbalzavano nella razionalità come api impazzite e le impedivano di fare ordine nel suo sentire.

Ma chi?

Quando?

«No. È un blocco profondo e forte, che riguarda la tua infanzia. Avrei potuto provare a sfondarlo, ma ti avrebbe fatto male e il mio obiettivo non era propriamente quello, quanto piuttosto di farti godere come una baccante.»

«Capisco», abbassò lo sguardo e tirò le ginocchia contro il corpo nudo, avvolgendosi nel piumino.

Qua e là, le chiazze di sangue erano testimoni di ciò che era accaduto e riuscivano a creare un punto saldo per la sua coscienza, per analizzare la rivelazione dalla giusta prospettiva.

Aveva già avuto a che fare coi vampiri da bambina e voleva recuperare quei ricordi.

«Quando tutto sarà finito, mi aiuterai a ricordare?»

«Farò di meglio… chi ti ha messo il blocco, te lo rimuoverà.»

Veronika spalancò occhi e labbra: «Tu… tu sai chi è?»

«Morfeo.»

«M-Morfeo? Il mitico antico.»

Samael fece un cenno in assenso e si sdraiò accanto a lei sul letto: «Non chiedermi altro. Non voglio mentirti o nasconderti qualcosa, ma se dovessero interrogarti, non posso permettere che loro vengano a conoscenza dei segreti più importanti.»

Veronika si prese del tempo per digerire quelle parole e trovare un senso logico nell’economia della loro missione.

«Quando mi hai morso, non mi hai dominato la mente per non farmi sentire la parte dolorosa», lui fece cenno di no e aprì il braccio, offrendole un appoggio. «Lo apprezzo davvero», e si sdraiò con il capo sulle sue cosce, socchiudendo gli occhi alla carezza della mano tra i ricci scomposti. «E mentre io, come dici, godevo come una baccante, tu mi scansionavi i blocchi mentali, mantenevi un’erezione che neanche con venti Viagra, conservavi la lucidità per non uccidermi, analizzavi il mio sangue, mi centellinavi il tuo senza trasformarmi, annullavi i suoni oltre il letto e che altro?»

«Mantenevo il sangue alla pelle per poter sentire anche io il piacere, altrimenti non avrei percepito nulla.»

«Capisco.»

«E beh, infine mettevo in contatto la parte istintiva del tuo cervello col mio.»

«Che?»

«Per sentire l’uno il piacere dell’altra e viceversa. E per comunicare col pensiero. Diciamo che sì, ho fatto tutto questo, ma va bene, ci sono abituato. Non possiamo mai lasciarci andare con gli umani, rischiamo di rompervi.»

«E se invece foste tra vampiri? Fate sesso vero?»

«Non sono molti quelli che vogliono ancora fare sesso… per noi l’erotismo si completa col sangue», sorrise, alzandosi dal letto con le dita che scompigliavano e lisciavano i propri capelli. «Ma io lo faccio, ogni tanto, quando qualcuno stimola davvero il mio interesse.»

«E com’è?»

«Tunguska.»

«T-Tunguska? La foresta russa? Quella devastata da un asteroide all’inizio del novecento?»

«Non fu un asteroide.»

*

«Sai che oggi è il mio compleanno?»

Samael era accoccolato nel bagagliaio dell’auto, mentre Veronika, alla guida, scuoteva la testa capelluta al ritmo del violento WarRock, col suo clangore metallico e martellante come i colpi dei mitragliatori.

Per un istante la donna fermò il dondolare del capo e lo fissò attraverso lo specchietto retrovisore: «Auguri, ma nascita vera o seconda nascita?»

«Seconda. Nacqui umano all’Equinozio di Primavera del 1175.»

«Mill… porca puttana quanto sei vecchio! È impressionante e, quando cerco di focalizzare la cosa, mi gira la testa.»

Finalmente glielo aveva detto.

Finalmente si fidava abbastanza di lei da rivelarle i dettagli della sua vita.

Veronika si sentiva al settimo cielo.

«E li ho vissuti quasi tutti», rotolò nel bagagliaio mettendosi supino, con gli occhi chiusi. «Per la notte della mia rinascita, scelsero il Solstizio d’Inverno del 1191.»

«Quindi avevi, cioè hai ventuno anni.»

«No, ne ho 839, smettila di ragionare col metro umano e la sola apparenza.»

«L’abitudine… Quindi stasera cosa facciamo? Mi metto una candela sulla pancia, soffi e poi mi mangi?»

Il vampiro rise dal bagagliaio: «Che battute frizzanti mia cara. Vedo che ti senti bene.»

«Sto divinamente come non mi sentivo da anni. È come avere dentro qualcosa di infinitamente piccolo che mi masturba ogni capillare del sangue. Ma è anche per…»

«Il sesso? Lo so, lo faccio modicamente bene», disse con palese falsa modestia.

«Per gli standard dei vampiri non lo so, ma per quello degli umani, credimi, le donne cambierebbero immediatamente idea su di voi se sapessero cosa potete fare! E pure gli uomini, perché no? Fai sesso anche con gli uomini?»

«Mangio uomini o donne senza problema, ma il sesso lo faccio di rado e sempre con le fanciulle. Per gli uomini non ho attrazione.»

«Tunguska eh?»

«Tunguska», ammise lui, rigirandosi di nuovo nel vano posteriore, con l’avambraccio puntellato e il palmo a reggere la testa per poterla guardare.

«Dai non prendermi in giro, non è possibile che sia stato tu. Insomma ho visto le foto! Le foreste erano distrutte per duemila chilometri quadrati!»

«Non ti prendo in giro, te lo giuro su Tanis.»

«Diavolo, allora devo crederti per forza. Lei chi era?»

«Katarina Vassiliova. Un mago rosso relativamente giovane, non aveva più di vent’anni di vita eterna sulle spalle, che aveva infranto le leggi creando tre dozzine di vampiri tra i tre e i dieci anni, rubando i figli degli operai di Mosca o dei contadini delle campagne.»

«Dio mio. Terribile.»

«Lo fu. Dovetti fermare quei piccoli mostri senza controllo uno per uno. Con le mie mani. E fu tanto più devastante per me, perché per scelta non predo mai i bambini», fece una pausa per stropicciarsi il volto, in evidente difficoltà nel raccontare. «Ucciderli mi segnò profondamente e, con quel sentimento di vendetta anche personale, braccai lei fino a Tunguska, ma quando la vidi, rimasi incantato dalla sua bellezza e dal fascino che emanava in maniera naturale, senza artefatti di poteri vampirici.»

Veronika lo spiava dallo specchietto e notò gli occhi chiusi nel ricordo, che riuscirono a darle una punta acre di gelosia, molto più intensa di quella provata vedendolo con John o dopo i racconti di Rebecca.

Da quando si era svegliata, provava una insana attrazione per Samael, che sembrava aver sbloccato le note più profonde della sua sensualità, come fosse un’arpa di cui aveva pizzicato finora solo una breve corda.

Sapeva che in parte era a causa del sangue, del legame che si era instaurato e, se da un lato temeva questa perdita del totale controllo che era disciplinata ad avere sulla sua vita, dall’altro apprezzava che fosse proprio lui a detenere potere su di lei.

Era persuasa che non ne avrebbe mai abusato.

«Continua, voglio sapere tutto di questa donna che ti ha fatto radere al suolo ettari di foresta.»

«Ero ancora solo, non avevo creato il mio primo figlio e vagavo per il vecchio mondo seguendo piste evanescenti per la mia missione e, intanto, continuavo ad amministrare la giustizia del credo dei Giudici, anche se eravamo ormai considerati un retaggio antico e inutile.»

Rotolò sul fianco e tornò a guardarla e i loro occhi si incontrarono con la mediazione dello specchietto retrovisore: «Katarina era un concentrato di follia e sensualità. Lottammo e fu quasi una danza perfetta, un corteggiamento che passava per l’armonia di gesti che parevano coreografati. Lei mi leggeva dentro come io facevo con lei. Ci trovammo in un istante di stallo, forse le permisi troppo, abbassai la guardia e non combattei con la massima efficacia», abbozzò un sorriso e sollevò il capo per puntellarlo sul gomito, con la mano a fare da alcova alla guancia. «O forse non volevo davvero farle male», concluse, concedendosi un istante di meditazione, mentre sembrava scegliere le parole con cura, quasi centellinando quelle sensazioni per non regalarle tutte a lei. «Comunque giungemmo allo stallo e Katarina mi baciò. Finimmo a rotolarci nella passione, strappandoci a morsi la carne dalle ossa, scivolando nella viscosa unione del sangue, finché fu lei ad abbassare la guardia abbastanza da permettermi di entrare indisturbato nella sua mente. Vidi la sua fredda determinazione di voler creare altri figli per supplire a quelli che non avrebbe mai potuto avere. Penetrai la sua lucida follia nel volermi al suo fianco, padre e madre di un’orda di famelici vampiri bambini fatti solo di ferocia e istinto.»

Veronika aveva spento la radio e occhieggiava dallo specchietto retrovisore: «Per questo non volevi lasciare qui Gordon?», lo guardò annuire. «Katarina era un mostro. Un autentico mostro!»

«Oh lo era. Ma era anche carnale e passionale in un modo completo e primitivo, avvolgente e trascinante e fui sedotto per un istante da quel bruciante calore umano di cui lei si circondava. Sentii quel calore crescere man mano che si abbandonava alla passione. Ci sollevammo in volo e la portai su un nodo magico maggiore, al centro del flusso caotico e impetuoso. Stuzzicai la sua Bestia, il fuoco magico che la divorava mettendola in contatto con la magia del nodo, mentre il sole sorgeva e lei perdeva ogni difesa, finché giunse al punto di non ritorno. La spinsi in alto nel cielo, sopra gli alberi, contro il sole diretto, lei perse il controllo della magia e… Tunguska.»

«E-esplose? E tu?»

«Ci misi sei mesi a guarire completamente. Mi difesi con l’aura protettiva, come mi hai già visto fare, ma non ci riuscii completamente. Le ustioni sono le ferite peggiori per i vampiri. Ma ne valse la pena.»

«In quanti conoscono questa storia?»

«Mh. Oh in tanti. Corday la raccontò come aneddoto ai giovani vampiri della Hermon durante una delle prime notti di esilio. Per scoraggiarli dal fare Tunguska sulla nave.»

«Sarebbe stato il varo più breve della storia e mi consola sapere che, se mai tu dovessi perdere il controllo, mi farai morire esplodendo di piacere. Insomma è un modo migliore di crepare rispetto a un cancro o una pallottola nello stomaco.»

«Mh.»

«Cosa?»

«Il mio sangue ti ha reso cinica.»

Veronika rise genuina, cristallina: «Mi ha liberato invece, come se avesse rimosso strati e strati di grigio intonaco con cui avevo cancellato il colore della mia vita.»

Samael ne osservò i capelli scompigliati e mossi dal vento del finestrino aperto.

Anche se era pieno inverno, lei aveva ormai il metabolismo dei Custodi ed era calda, affamata e forte.

«Va bene comunque, migliorerà la tua recitazione di stamane alla visita medica. Mi raccomando, poppe in vista, biascica il chewing gum e fatti un trucco pesante. Dovrai essere una caricatura delle più volgari prostitute da strada. Ti voglio davvero scostumata.»

«Scherzi? C’è ancora qualcuno che usa la parola scostumata nel ventunesimo secolo?»

«Beh, io. Ricordati che vengo dal dodicesimo. Allora, pronta a vincere un premio Oscar?»

«Ho sempre odiato recitare, ma cercherò di fare del mio meglio.»

«Rilassati, siamo in contatto ora che ho bevuto il tuo sangue e tu il mio. Sento i tuoi pensieri e posso comunicare con te, anche se tu non riesci ancora con me, quindi potrò aiutarti se dovessi essere in difficoltà. Inoltre hai una microcamera nel ciondolo, posso registrare tutto quello che succede.»

«E io che pensavo me l’avessi regalato per affetto!»

«Ho una serie di gingilli interessanti, creati a metà tra tecnologia e magia, posso vedere distintamente quello che vedi tu, sentire con l’udito e anche con l’olfatto.»

«Ma non puoi intervenire.»

«Certo che posso. Credi che mi interessi evitare di confermare la mia presenza in città o che il sole mi possa fermare, se tu fossi in pericolo?»

Lei sorrise, restando fissa a guardare la strada.

*

Khalid guardava fisso la strada che, dalla cima del promontorio, scendeva dolcemente verso Gerusalemme.

La città stava spegnendo i suoi fuochi, per passare la notte al sicuro dagli incendi.

Solo pochi calderoni sarebbero rimasti accesi, sotto stretta sorveglianza degli eserciti, per controllare le strade e le mura.

Era il momento della giornata in cui la grande città, di norma chiassosa e variopinta, si chetava per il sonno in radi canti e profumo di fiori.

Kabir raggiunse il figlio portando entrambi i cavalli per le briglie: «Sono solo pochi giorni di viaggio, Giovane, potrai tornare a visitare il tuo amico quando vorrai, non appena saprò che sai cavartela e che non finirai incenerito per non essere riuscito a scavarti una tana per il giorno.»

«Lo so, Padre, ma ho vissuto sempre in queste terre e l’Egitto è così diverso.»

«Tanis ti accoglierà. Hai dei fratelli laggiù, sei fratelli e insieme saremo una famiglia. So che non hai ancora dimenticato i tuoi affetti umani e va bene così. Il ricordo delle emozioni che hai provato ti renderà forte e stabile. Forse altri figli della notte potrebbero dirti che le emozioni sono un fardello, potrebbero spingerti a rinnegare la scintilla di umanità che ti arde nel cuore e fa brillare la tua anima, ma tu non devi prestargli ascolto. Spegnere le emozioni è possibile, ma ti toglierà tutto ciò che ti rende unico. Il tuo carattere, il tuo modo di pensare, di agire, di essere.»

«E quando i ricordi saranno troppi? Quando la morte degli affetti sarà troppo penosa da accettare?»

«Non lasciarti andare alla tentazione di creare figli solo per solitudine, impara prima a stare bene da solo, poi avrai molto da condividere con gli altri. Se sentirai venir meno la tua parte umana, cercala nei mortali. Essi saranno un ponte che ti ricorderà come si fa ad amare. Basta solo che tu li ammetta nella tua vita, nel tuo mondo. Ricordati solo che, se inizierai a indossare una maschera, probabilmente poi non saprai mai più toglierla.»

*

Veronika e Samael indossarono le maschere di lattice e perfezionarono il trucco fermandosi un paio di isolati prima della destinazione, poi completarono il viaggio.

La donna fermò l’auto nel parcheggio sotterraneo della sede delle Assicurazioni Human First, controllò la perfetta emissione del segnale del suo ciondolo verso il bagagliaio dell’auto, poi sculettò verso l’ascensore e l’accettazione della sezione medica.

Attese leggendo Vogue con le gambe che dondolavano in accavallamenti audaci di cosce e facevano ballare le scarpe dalle alte zeppe.

«Melody Harper?», chiese l’infermiera.

«Sono io, darling!», disse Veronika schiacciando il palloncino di chewing gum tra lingua e palato, a bocca aperta.

Iniziarono col prelievo di sangue e il campione di urine.

Dieci provette di emazie vennero poste in una bacinella reniforme e l’infermiera le ritirò su un servente a rotelle, pieno di altre bacinelle provenienti dalle diverse sale visita, poi sparì.

Mentre la dottoressa compilava le sue false generalità e la falsa storia clinica, lei si guardò intorno.

Allarmi alle finestre.

Discreta videocamera in un angolo, mascherata in parte nella griglia dell’aria condizionata.

Porte blindate ingentilite da poster tipici di studi medici, con l’anatomia dell’occhio, la sezione del tubo digerente, le camere del cuore, un feto in utero.

«Quindi lei attualmente non avrebbe richieste particolari?»

«No, dottoressa Sterling, voglio solo che, in caso di malattia o se non potessi più praticare per un po’, sa com’è, sifilide, gonorrea, epatite, avrei comunque una copertura per le cure mediche.»

«È conscia di essere una categoria a rischio, vero? Il premio sarebbe abbastanza elevato.»

«Beh non può essere peggio di altri preventivi che mi hanno fatto. Diciamo che voglio vedere quanto mi spillereste voi e poi decidere.»

La visita continuò con l’elettrocardiogramma a riposo e sotto sforzo, esame di vista e udito e, al passare dei minuti, Veronika si rilassò, sentendosi sempre più a suo agio nel travestimento che sembrava avere presa sul medico che la stava seguendo.

Il telefono trillò e la dottoressa rispose annuendo sulle prime, poi guardò di sfuggita Veronika e divenne pallida, con la mano che tremava e non riusciva a scrivere con scioltezza.

Riprese ad annuire e rispondere per monosillabi, voltandosi e fingendo di cercare qualcosa in un cassetto di documenti.

Anche Veronika iniziò a sudare e tremare, finché sentì la voce di Samael nella sua testa tranquillizzarla con parole positive di incoraggiamento.

«Signorina Harper qui abbiamo finito, ci trasferiamo al piano inferiore per la tomografia e altri esami.»

«Ci siamo», le disse Samael nella mente, «stai tranquilla e seguila.»

«La tomografia?», chiese Veronika. «Che visita di lusso!»

E si alzò per prima, quasi fosse davvero ansiosa di fare gli accertamenti.

La dottoressa Sterling aveva decisamente cambiato atteggiamento e la fissava con sospetto, quasi una punta di timore, con sorrisi stentati e imbarazzati in cui la detective si divertì a infilare il dito come fosse una piaga: «La vedo tesa dottoressa, non è che ho qualche brutto male eh?»

La Sterling sollevò gli occhi verso l’alto, a destra: «Oh no, no. Sono molto stanca, sa faccio molte visite in una giornata, è stressante.»

Mentiva.

E non era solo perché in Accademia aveva imparato che quell’atteggiamento degli occhi era collegato alla costruzione di immagini o pensieri non veritieri, ma soprattutto perché lo percepiva distintamente nel puzzo di sudore, nel pallore alternato a vampate di imbarazzo, nella voce tremula e nel battito cardiaco accelerato.

Davvero sentiva il battito cardiaco della dottoressa?

Certo era il suo, quello di Veronika era insolitamente lento e potente.

«Lo so, senti tutto più intensamente», le disse Samael nei pensieri, «usa questa capacità.»

L’ascensore interno aveva una pulsantiera enorme che copriva non solo una ventina di piani verso l’alto, ma anche dieci interrati.

La dottoressa mise la mano sullo scanner e selezionò il piano.

L’ascensore partì e Veronika precisò: «Accidenti, non è il piano inferiore, qui ancora un po’ che scendiamo arriviamo in Cina! Ottavo piano sotto terra! Wow!»

«I macchinari radiologici devono restare al fresco e occorre impedire la fuga di radiazioni. Regole del governo in materia di radioprotezione.»

Occhi in alto a destra.

Mentiva.

Di nuovo.

«Beh spero che faremo in fretta, il mio protettore mi aspetta al pub di fronte e se ci metto troppo poi mi mena», quando fece schioccare di nuovo il palloncino di gomma in bocca, la dottoressa trasalì in maniera evidente, mascherando la reazione con un sorriso falso.

All’aprirsi dell’ascensore su un lungo corridoio, Veronika notò parecchie persone disposte in fila e tutti fissavano l’ascensore ma, non appena la videro, ripresero attività lavorative casuali, che parevano solo di copertura, effettuate senza perizia e senza apparente necessità.

Una volta superate le persone, la poliziotta si voltò e notò che la fila si richiudeva precludendole la vista dell’ascensore, ma sempre con quella finta occupazione, quasi non volessero farle percepire che fossero lì a chiudere le vie di fuga.

L’impressione che ne ebbe, fu che potesse solo seguire il medico, senza deviare o tornare indietro.

Alcuni erano vestiti da infermieri, altri da medici, altri da inservienti e per un istante pensò di essere paranoica, ma perfino Samael si accorse della finzione attraverso la piccola telecamera e le sussurrò nella mente: «Quello sta usando detersivi per pavimenti sui vetri, gli diamo una brutta recensione per la recitazione eh?»

Il vampiro sdrammatizzava, ma lei sentiva la tensione crescere man mano che si addentrava nei corridoi e la sensazione di essere in trappola le solleticava le viscere.

«Eccoci, signorina Harper, metta pure gli abiti, orecchini e oggetti metallici nello spogliatoio, anche il reggiseno se ha i ganci e i ferretti. Deve sputare anche la gomma, non ci si può muovere durante l’esame. Troverà una busta con un camice usa e getta per coprirsi. Io la lascio nelle mani del radiologo.»

Veronika non aveva mai fatto una risonanza e il grande macchinario, che pareva un enorme sarcofago freddo, la terrorizzava.

Dietro un vetro opaco intuiva la presenza di due persone, ma non le vedeva nel dettaglio.

Una di esse si piegò in avanti e lei sentì una voce maschile nell’altoparlante: «Salve Signorina Harper, si accomodi pure sulla barella, pancia in su e mani lungo i fianchi, appena sarà comoda, la sposteremo dentro il tubo.»

Si distese, lentamente la piattaforma si mosse e lei si trovò dentro il macchinario, così stretto che non avrebbe potuto girarsi o alzarsi, neanche strisciare fuori.

Panico.

«Non sapevo soffrissi di claustrofobia», disse dolcemente Samael.

Il medico parlò nello stesso istante, col gracchiare metallico degli altoparlanti all’interno del tubo: «Si rilassi Melody, l’esame durerà una mezz’oretta, deve stare immobile però, posso metterle della musica, cosa preferisce?»

«WarRock, grazie.»

«Ottima scelta, ma non balli e non canti o dovremo ripetere l’esame da capo.»

Una serie di colpi e di schiocchi annunciarono l’avvio dei tubi e dei campi elettromagnetici e Veronika chiuse gli occhi.

Non aveva modo di parlare attivamente con Samael, di comunicargli la sua paura e il desiderio di fuga che stava prendendo posto per intero nella sua mente, così lasciò i pensieri razionali preda delle emozioni, sapendo che quelle le avrebbe sentite.

Desiderava solo fuggire con lui lontano da tutto quell’orrore, morte e pericolo.

Voleva tornare nel piccolo motel e fare ancora l’amore per tutta la notte.

«Lo faremo», le concesse Samael. «Ascolta la mia voce, concentrati solo su di essa… potrei portarti su un’isola deserta dove la guerra non è mai arrivata e lì, sotto le palme ondeggianti, potrei amarti ancora, tra il frusciare delle onde e l’odore del Frangipani.»

«Molto interessante», disse la voce del medico nell’altoparlante con un tono così ruvido che la strappò di prepotenza dal sogno lucido che Samael le aveva regalato. «Mia cara Melody, credo che rimarrà qui con noi ancora a lungo.»

Uno sportello di vetro chiuse ermeticamente capo e coda del tubo e un ugello soffiò del gas anestetico dritto in volto alla donna che tossì, si divincolò, tentò di trattenere il fiato, ma alla fine si arrese e prese un titubante respiro.

Già dal secondo sentì il mondo spegnersi nel nero del sonno indotto.

Mentre perdeva conoscenza, Samael dilagava nella sua mente chiamandola per nome.

L’ultima cosa che sentì fu: «Vengo a prenderti!»

*

La dottoressa Sterling sognava di fare carriera in un grande ospedale, diventare un luminare della chirurgia, ma era una donna e, uno dopo l’altro, tutti i laureati maschi che avevano collezionato anche meno punti sul curriculum rispetto a lei, l’avevano superata e, finiti i brevi anni del tirocinio, ormai c’era carne più giovane cui attingere.

Poi era iniziata la guerra e lei aveva prestato servizio nell’esercito e imparato a operare le ferite più difficili in condizioni proibitive.

Finita l’emergenza, tutto era tornato come prima.

Gli uomini in sala operatoria, le donne fuori, a meno di sacrificare la propria femminilità scegliendo di non fare figli e non avere una famiglia.

Era approdata alla Human First senza troppe aspettative per il colloquio.

L’avevano presa e, per qualche giorno, aveva creduto di essere davvero in gamba, poi aveva affrontato il suo primo turno di lavoro, in un’aula gremita di nuovi assunti e aveva ritrovato alcuni compagni di corso con una media di voti vergognosa.

Avevano assunto sessanta dottori, qualsiasi fosse la loro preparazione.

Lei era solo una tra i tanti, un numero a tre cifre su un badge, appena passabile per gli standard molto morbidi della selezione.

Presto capì il motivo, poiché venne messa a fare lavoro di ufficio, visite ed esami base per la concessione delle assicurazioni sanitarie.

La dottoressa Sterling sognava di salvare vite, ma si trovò incatenata a dei criminali che avevano in mano la sua stessa esistenza.

Un giorno sbagliò tasto e finì all’ottavo piano sotto terra.

Vide i sacchi neri sulle barelle, il flusso a volte ininterrotto di corpi verso l’inceneritore del settimo piano, i furgoni neri senza insegne al sesto, pronti per scaricare prigionieri o portare via documenti e campioni.

Vide le sale operatorie al quinto.

Le gabbie al quarto.

Vide tutto ciò e, da quel giorno, fu schiava della Human First.

Per loro individuava ibridi di soprannaturali e li consegnava ai piani interrati, dove sparivano senza uno strepito o una traccia.

Aveva terrore dell’ottavo piano, dell’odore di dolore e sangue che vi aleggiava, delle armi nascoste da finti inservienti che in realtà facevano la guardia all’abisso di crudeltà più abbietto che avesse mai visto.

La dottoressa Sterling sognava di essere un’eroina, ma divenne solo complice di assassini.

Quando si piegò sul lavandino della toilette, lavò le mani e il volto rigato di lacrime, ma quando si rialzò, dietro le sue spalle vide una figura dall’incarnato africano, scuro, con occhi neri e profondi.

La pelle aveva qualcosa di falso, ma non fece in tempo a capire cosa non andasse, che quell’uomo la prese in ostaggio con un pugnale puntato ai polmoni: «Se affondassi la lama, il respiro le si mozzerebbe in gola, non riuscirebbe a gridare e morirebbe sola.»

«Non mi faccia male la prego!»

«Non lo farò, ma deve aiutarmi. Voglio scendere all’ottavo piano e mi serve lei», le permise di girarsi.

L’uomo indossava una divisa da inserviente e il badge di Zeno Ubuntu.

Lei conosceva quell’inserviente e non era quello che le stava davanti.

Le labbra le tremarono di paura al pensiero della sorte di quel povero ragazzo e della propria: «C-cosa devo fare?»

Alzò lo sguardo e fissò direttamente quell’uomo negli occhi, nello sconfinato nero delle iridi screziate di rosse braci.

Da quel momento non ebbe più controllo sul suo corpo e la sua mente.

*

Tanis, estate 1225

La forza oscura dilagava nella mente di Samael, che perse il controllo del corpo e della volontà, quasi dovesse infrangersi in mille pezzi come un cristallo.

Una spinta dolorosa lo gettò indietro, contro la parete e lui tossì sangue dalle numerose fratture interne, rotolando fino a guardare di nuovo quell’enorme porta d’oro.

Nella sua testa risuonavano delle parole straniere, ma non riusciva a coglierle, a tradurle, a ricordarle.

Solo una parola sembrava trovare senso e logica.

Nome.

Qualcosa a proposito del proprio nome.

«Io sono Samael il Giovane, erede di Tanis, questo è il mio nome», ripeté alla porta, «perché non mi fai entrare?»

I passi leggeri di un vampiro scesero dalla lunga scala a chiocciola dai trecentosessantacinque scalini, che si inoltrava nel cuore della terra di Tanis.

«Padre…»

Samael riconobbe Kabir prima che si palesasse.

«Hai fatto progressi?»

«Non credo di essere io l’erede designato a entrare, la porta mi respinge ogni anno.»

«Invece sei tu. La mia visione dice che sarà il settimo figlio del settimo figlio nella settima generazione. Quindi tu.»

Samael si rialzò, pulendo la bocca dal proprio sangue e contemplò le macchie oscure sulla tunica candida: «Secondo me avete sbagliato a contare», disse lui, secco e imbarazzato, correndo su per le scale.

Kabir fissò la porta d’oro e vi posò contro la mano: «Sarai tu, figlio mio. Tu avrai l’onore di entrare nel sacrario dei progenitori e il mio sarà quello di accompagnarti a capire il tuo destino, ma non potrò vedere il tuo pieno trionfo.»

La mano scivolò via dall’artefatto d’oro e Kabir si sedette in meditazione contro la parete opposta, incrociò le gambe e abbassò il capo.

*

La dottoressa Sterling sollevò il capo e aprì gli occhi nel fumo nero della debolezza che le stringeva il corpo, quasi fosse incatenata per terra, con la sensazione di aver dormito per un anno intero.

Era nella sala delle risonanze.

Chiamò i colleghi, ma la stanza era immersa in un silenzio innaturale.

Nonostante sentisse freddo e le girasse la testa come se avesse la pressione troppo bassa, si impose di mettersi in piedi.

Il collo le pizzicava da un solo lato, come se qualcuno le avesse appena passato una piuma sulla pelle e tutto il derma si fosse sollevato in un piacevole brivido.

Si specchiò nel vetro scuro che divideva la stanza degli esami da quella dei bottoni e inorridì nel vedersi i capelli scompigliati, le profonde occhiaie e il camice sporco.

Lo guardò.

Gocce cremisi.

Sangue.

Presa dal panico si toccò il collo e ogni parte del corpo.

Non era ferita.

Affrettò il passo nella stanza dei bottoni, ma non riuscì ad aprire la porta più di uno spiraglio.

Spinse ancora e ancora, guadagnando ogni volta qualche pollice in più e, alla fine, spalancò il battente.

I due medici che erano appoggiati contro la porta rotolarono via come bambole di stracci in una pozza di sangue.

La dottoressa Sterling si mise la mano sulla bocca per non gridare e indietreggiò fino all’uscita della sala delle risonanze, dove scivolò col tacco in qualcosa di bagnato.

Sangue.

Il pavimento era una distesa di sangue e corpi morti tra i quali emergevano impronte e segni di lotta.

Schizzi sui muri, sui serventi, sulle porte.

Tremando avanzò nel corridoio, senza sapere come fosse giunta fin lì, senza riuscire a gridare o piangere, con le gambe tremanti e il petto scosso da singulti di orrore puro.

Scavalcò i finti inservienti, con le armi inutilizzate ancora nelle fondine, si aggrappò alle maniglie delle porte, si appoggiò ai muri, sia che fossero puliti o verniciati di linfa, e tese l’orecchio a percepire un lamento o un richiamo, qualsiasi cosa che le potesse far trovare qualcuno ancora vivo.

Il silenzio irreale la fece tremare ancora di più mentre entrava nella stanza del dottor Grand, il direttore di quel limbo infernale che era l’ottavo piano interrato.

Fili rotti e disordine le fecero capire subito che il computer era stato preso.

«D-dottor Grand?»

Aggirò la scrivania, verso la poltrona girata di schiena rispetto alla porta.

L’odore di sangue fresco e carne viva era come quello che sentiva in sala operatoria, ma quando lo vide, capì che non avrebbe potuto fare nulla per lui.

L’uomo giaceva sulla sua sedia imbottita, con il petto e il collo squarciati da lunghe artigliate profonde.

Gli occhi erano spalancati sull’orrore e il petto aveva ormai solo un residuo di movimento, mentre le vene recise zampillavano le ultime once di sangue.

Lo guardò morire, impotente e terrorizzata.

«L-licantropi», gemette la donna, caracollando fuori dalla stanza, col terrore che l’assassino fosse ancora lì.

Guardò per terra.

Orme.

Tante file di orme diverse deturpavano i laghi brillanti di sangue e andavano in una sola direzione, verso l’ascensore.

Solo le sue percorrevano il corridoio in senso contrario, oltre la sequenza ipnotica di porte tutte uguali, verso quella fine che le avrebbe reso tutto chiaro.

Accelerò il passo, corse quasi, singhiozzando, gemendo e piangendo e, quando spalancò la porta dell’ultima stanza le vide.

Le gabbie erano aperte.

*

Le immagini della strage della Human First, debitamente rimaneggiate, furono su tutti i notiziari entro l’edizione della sera.

La polizia scientifica montò una regia perfetta, mostrando la processione di barelle coi sacchi neri chiusi che salivano ognuna su una diversa ambulanza e partivano alla volta della Morgue.

I giornalisti cercavano l’inquadratura migliore, la foto esemplificativa di quella strage immotivata che, nel progredire delle ore, iniziò ad avere un senso e, soprattutto, un colpevole.

Un uomo di carnagione scura, veniva inquadrato dalle telecamere di sicurezza mentre prendeva l’ascensore usando la dottoressa Sterling come ostaggio.

La donna era in evidente alterazione mentale, immobile in mezzo al corridoio mentre l’uomo passava tra i guardiani uccidendoli con una meravigliosa e terribile danza di morte.

In mano aveva solo un pugnale e con quello, usato magistralmente, colpiva e schivava, attaccava e uccideva sorprendendo gli avversari praticamente inermi.

L’ultima inquadratura lo vedeva spingere la dottoressa Sterling contro il muro e piegare la testa contro il suo collo.

La donna aveva scalciato un poco, poi si era abbandonata con l’estasi dipinta sul volto, finché lui l’aveva lasciata cadere a terra, come un sacco vuoto.

Le registrazioni avrebbero dovuto mostrare molto altro, ma nulla di ciò che realmente accadde all’ottavo piano venne mostrato al mondo.

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