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“Loro temono ciò che non conoscono e distruggono ciò che temono.”

Memorie dal Buio – Ucronia – Capitolo 25

da | Ago 16, 2026

PUNTO 25 – I Vampiri hanno antichi rancori con gli altri soprannaturali, sono sempre stati in guerra.

John aprì la porta dell’appartamento e tutti si riversarono dentro.

Veronika faceva strada a un ragazzo massiccio e alto, dietro il quale veniva una ragazzina esile con enormi occhi violetti e Samael, con un giovane in braccio.

«D-Detective? Che succede?», chiese guardando Veronika, poi tutti gli altri e, in ultimo Samael. «Maestro? Stai bene? Chi sono loro?»

Il vampiro chiuse la porta e guardò il ragazzo: «I tuoi nuovi coinquilini provvisori.»

John deglutì e guardò verso Veronika: «Quando Sam ha detto che non ti aveva tolto la memoria, sono rimasta di stucco», gli rivelò, abbracciandolo.

«Beh… mi ha guardato negli occhi e mi ha detto ‘se apri bocca mi premurerò di strapparti la lingua con le mie mani’,

Veronika rise: «Il primo giorno, quando ci siamo conosciuti, l’ha definita… intimidazione vecchia scuola!»

«Direi che come… ehm… coercizione fa lo stesso il suo effetto», poi guardò gli sconosciuti e ripeté la domanda. «Chi sono?»

Samael mise sul divano il ragazzino, anoressico, pallido e privo di muscolatura, col capo ciondolante e fece le presentazioni: «Lui è un Magus, non ne sappiamo il nome. Lei è una fata.»

«Levantina», si presentò la ragazzina, osservando John coi suoi grandi occhi violetti.

Espirò e, in un istante, perse le sembianze umane in favore della sua naturale forma, alta una spanna, nuda, con ali da libellula violette che frullavano con un trillo delicato.

Atterrò sul petto del mago e zampettò verso il suo volto: «Se sei d’accordo, Maestro Samael, provo a svegliarlo dal coma.»

Il vampiro annuì e John si voltò verso l’ultimo ospite sconosciuto, un uomo dagli inconfondibili tratti di nativo americano, con una massa spaventosa di muscoli e una stazza di due metri che avrebbe impaurito chiunque.

«Lupo», si indicò il colosso. «Hai una bistecca?»

«F-freezer», balbettò il ragazzo che tornò a guardare Veronika, che si stava togliendo la maschera di lattice dal volto. «Q-quello è un licantropo? Un vero lupo mannaro?»

La donna annuì: «È dissacrante, ma simpatico, dammi una mano con la maschera!»

John tirò i lembi, aiutandola a sgusciare fuori dal lattice: «Com’è andata?»

Veronika espirò soddisfatta di aver rimosso la pesante maschera e iniziò a ripulirsi il sudore con una salvietta: «Alla Human First mi hanno portata sotto terra, mi hanno anestetizzata e, quando mi sono svegliata, Samael aveva già fatto un lago di sangue. Abbiamo perlustrato tutto il piano segreto, le camere di tortura, dove probabilmente sono stati uccisi tutti gli umani scomparsi come Candy. Alla fine, nell’ultima stanza, abbiamo trovato loro.»

«Ma non sono ibridi!», osservò il ragazzo.

«No, sono veri soprannaturali ed erano tenuti prigionieri in gabbie, come animali. Viho Zanna di Ferro, il licantropo, in una gabbia rinforzata, Levantina tra sbarre di ferro e il mago era mantenuto sotto sedativi», raccontò Veronika.

«Era sempre sotto tranquillanti», confermò Viho, masticando la bistecca ancora congelata. «E, di tanto in tanto, quando sembrava abbastanza lucido da usare la magia, lo addormentavano proprio. Quando catturarono me, poco dopo la fine della guerra, lui era già così. Povero ragazzo. Chissà quanto ci metterà a smaltire la porcheria che gli iniettavano costantemente.»

John accarezzò con gentilezza i capelli sudici del ragazzo: «Ma perché lo trattavano in questo modo?»

«Perché dovevano controllarlo. L’unico modo per non far usare la magia a un mago, è tenerlo sedato», rispose il lupo.

Samael lasciò il mago alle cure della fata e andò a controllare le finestre: «Ho chiamato la Hermon, Ale sta arrivando con l’elicottero. Non abbiamo nessun corridoio di recupero quindi potrebbero attaccarci. Certo potrebbero prendere solo foto dell’elicottero e dire che siamo scappati, e a noi andrebbe benissimo così, ma non posso assicurarvelo. Quindi dobbiamo essere pronti a tutto.»

Viho fissò il vampiro: «Dove avverrà il recupero?»

«Devo portarvi trecento miglia a Nord di questa posizione entro le due di stanotte. Andrete tutti sulla Hermon, al sicuro, compresi John e Veronika.»

John sorrise: «Grazie Maestro. Quando mi hai permesso di mantenere i ricordi e mi hai chiesto se volessi venire con voi, non immaginavo che avresti mantenuto la parola. Accetto volentieri, faccio le valigie!»

Samael si voltò verso la detective, che lo fissava con severità e quasi gli ringhiò contro la domanda: «E tu?»

«Io ho un lavoro da finire. Grazie al memorandum di Tessa sapevamo molte cose sulla Cerberus e abbiamo usato quel vantaggio all’inizio della guerra, ma dopo che li abbiamo fatti saltare in aria, si sono ricostruiti e devo decapitarli una volta per tutte.»

«Resto con te.»

«No, andrai sulla nave, poi da lì deciderai, possiamo far avere documenti nuovi a te e tua sorella e…»

«Ho detto che resto con te. Hai bisogno di me e voglio punire i colpevoli almeno quanto te.»

«Hai rischiato di morire oggi, Veronika. Ti stavano già collegando ai tubi per toglierti tutto il sangue. Non voglio metterti ancora a rischio.»

«Sono io che voglio restare e aiutarti, non ho paura dei rischi o di morire se vuol dire far trionfare la giustizia e fermare questo gigantesco complotto.»

«Ma io non voglio vederti morire, non posso dovermi preoccupare per te, perché…»

«Perché?», incalzò lei quando lo vide esitare.

«Perché…», ripeté lui.

Il licantropo scrollò le spalle: «Ma dai… diglielo e basta!», disse continuando a sgranocchiare la bistecca congelata.

Samael lo fissò malamente: «Tu contati le pulci e taci e comunque stavo per dire perché sei umana», guardò la ragazza e sembrò cogliere la sua aspettativa, quell’attesa che avrebbe suggellato un legame, eppure lui aprì alcune volte la bocca per parlare, ma la richiuse e, alla fine il tono della voce si fece più dolce, quasi paterno. «Anche se per ora hai il mio sangue nel corpo, non lo sai usare e resti sempre fragile, debole, mortale.»

Veronika indietreggiò in silenzio, ammutolita nel caleidoscopio di pensieri che le impedivano di mantenere la lucidità.

Cosa si era aspettata?

Che Samael le dicesse di amarla?

Che facessero squadra contro il male e le brutture del mondo, cavalcando per sempre insieme incontro al tramonto?

Samael le si avvicinò e lei indietreggiò di scatto, senza guardarlo.

Lui non insistette e accese il computer di Grand, frugando dentro le icone del desktop. Quando incontrava una password, non faceva altro che collegare un piccolo cubo di ferro istoriato al cavo USB per superare ogni protezione.

«Figo», disse il licantropo sedendosi accanto a lui, «maghi tecnocrati?»

«Utile eh?», confermò Samael, che alla fine fermò lo scrollare del mouse su un elenco di nomi in una tabella. «Ci siamo. Ecco i bersagli, tra quelli già presi c’è il nome di Albert Morris, Candy, Padre Michael, tra i bersagli da prendere c’è suo fratello, Padre Uriel Carmody e un’altra decina di nomi.»

«E i numeri cosa sono?»

«Questa è la quantità di sangue prelevata. Va dai tre ai quattro litri ciascuno.»

«E questa seconda colonna? Contiene quantità basse, microlitri, ma di cosa?»

«Quello è ciò che fa di noi ciò che siamo, Viho. La componente soprannaturale, che in loro era poca perché avevano solo lontane parentele. Quello in cui era Veronika, non era un normale tubo per la risonanza, era stato modificato per vedere l’icore soprannaturale. Ho visto il suo file aperto sul loro computer nella stanza dei bottoni e mostrava il corpo intero con piccole brillanze nel sangue», ringhiò scoprendo le zanne. «Ce l’hanno fatta, maledizione. Hanno trovato il modo di mettere in evidenza la linfa soprannaturale e l’hanno estratta.»

«Ma cosa volevano farci? Metterla nei farmaci come dicono gli integralisti biblici?», chiese Viho.

«La nostra forse, ma quella delle altre razze?», poi lo guardò. «A voi prelevavano il sangue?»

«Ci hanno prelevato di tutto, io ho riempito così tanti bicchieri di sperma che probabilmente da qualche parte ho un branco di un migliaio di cuccioli», sospirò. «Povere creature.»

Il telefono di Samael avvisò di un messaggio e lui controllò subito: «Dobbiamo partire a breve, l’elicottero è in volo, John, datti una mossa.»

Viho indicò un’altra cartella: «Apri quella con scritto Maddog, ho sentito quel nome diverse volte dai dottori.»

Samael eseguì: «A che proposito?»

«Parlavano spesso di una certa Lilith a capo del progetto e di questo Maddog che avrebbe dovuto fare qualcosa per lei. Qualche giorno fa hanno cominciato tutti a eccitarsi e a preparare la gabbia accanto alla mia.»

Il vampiro fece scorrere il contenuto della cartella: «Sono mail salvate e immagini jpeg», disse aprendone una. «Scansioni di documenti. Maddog ha firmato un accordo di riservatezza e collaborazione con la Solomon Society a metà luglio. Si è impegnato alla cattura di un soprannaturale di tipo vampiro, di anzianità almeno superiore ai cento anni, in cambio la Solomon si sarebbe adoperata, per tramite della H1, a rilasciare nel territorio di San Francisco i corpi degli esperimenti conclusi, simulando aggressioni di vampiro.»

Aprì altri documenti e Viho puntò il dito: «Qui. È uno scambio di mail a fine luglio, tra Maddog e Grand, che si firma come Lautus. Chi è Gordon?»

Anche Veronika si avvicinò a guardare e Samael lesse ad alta voce: «Non possiamo usare il non umano vampiro identificato come Gordon Taylor, le analisi primarie sui campioni che abbiamo prelevato mentre dormiva e la visita accurata lo hanno identificato come imperfetto, quindi può disporne come meglio crede, ma non è ciò che le abbiamo chiesto», e tacque alcuni istanti.

«Sapevano già di lui», sussurrò Veronika.

Samael si alzò: «Ma non gli bastava, volevano un vampiro vero e antico. Quindi simulando la presenza di un vampiro a San Francisco volevano attirarne altri.»

«Ma la gabbia l’hanno allestita quando sei sbarcato tu», concluse Veronika.

John riapparve con alcuni bagagli e casse di materiale da lavoro, proprio mentre il mago emetteva i primi gemiti, voltando la testa a vomitare.

«Il bell’addormentato si è svegliato», esordì Samael. «Levantina mettilo in piedi e partiamo subito.»

«Non ce la fa, il corpo è troppo debole e la sua mente è ancora confusa», protestò lei.

«Mh. Va bene ci penso io. Iniziate a portare in auto le cose, non voglio perdere altro tempo», e si azzannò il polso, facendo colare il sangue nella bocca del ragazzo.

Viho, caricato di casse e zaini, si fermò a guardare: «Ecco, ora mi ricordo perché le zecche mi facevano schifo!» e uscì, aprendo la fila di bagagli e persone.

John diede un ultimo sguardo all’appartamento, poi si affrettò dietro il colosso.

Samael si caricò in braccio il mago e uscì per ultimo.

*

Tanis, 1226

Quando Samael cercò di uscire, la mano di Kabir lo spinse indietro: «Resta nel sacrario, ai nemici pensiamo noi!»

«No, Padre, non resterò qui a fare il codardo mentre voi rischiate la vita.»

«Non discutere con me! Non hai neanche trent’anni di vita come vampiro e non sei ancora entrato in armonia con la tua componente soprannaturale, non avresti speranza, invece ci serve che tu sopravviva, per la famiglia e per Tanis.»

Lo ricacciò dentro e chiuse il pesante macigno orizzontale che occultava a umani e nemici la scala ipogea di ingresso del sacrario.

Una volta al suo posto, il macigno simulava uno dei pavimenti dell’antico tempio di Ra di Pi-Ramses, la capitale d’Egitto durante il regno di Ramses il Grande, il cui nome originale, Tanis, era stato ormai dimenticato dagli umani.

Samael non era mai riuscito a smuoverlo, era troppo pesante per le sue forze.

O, forse, non era mai stato abbastanza motivato.

Sentiva il clangore della battaglia, le grida di dolore e perfino l’odore di sangue e strinse i pugni per la frustrazione di dover restare confinato come un poppante, un peso inutile che tutti dovevano proteggere, il bambino d’oro per cui tutti si sarebbero sacrificati.

Non era stato facile per lui farsi accettare dai suoi fratelli, gli altri sei figli di Kabir.

Nessuno di loro gli era stato amico o fratello come Saahir.

Eppure erano là fuori a morire per lui, per un’eredità che non aveva chiesto, che non voleva, per cui non si sentiva degno nell’onore o nella forza.

La porta d’oro continuava a respingerlo come aveva fatto con ogni Erede di Tanis prima di lui.

«Maledizione!», gridò picchiando il pugno contro il macigno sopra la sua testa, vi posò le mani, cercò di spingerlo facendo appello a tutta la sua forza, ma non si mosse.

Lo colpì, imprecò e, nella devastazione dei pensieri irrazionali, faticò a percepire un pensiero che non gli apparteneva.

«Puoi farlo», diceva la voce e lui la comprendeva, anche se non parlava arabo, greco, latino, francese o tutte le altre lingue che aveva studiato.

«Puoi farlo», ripeteva annullando man mano ogni altro pensiero.

«Chi sei? Chi c’è nella mia testa?», gridò fissando i gradini sotto di sé, che si inoltravano nelle viscere della terra, sotto il grande fiume Nilo, sotto le rocce più antiche del mondo, aprendosi solo di tanto in tanto in stanze laterali in cui loro vivevano o conservavano libri, documenti, reliquie e la storia stessa del mondo.

No, la voce non veniva da quelle stanze.

Era dentro la sua testa e ripeteva che lui potesse farlo.

Ma cosa? Entrare nella Porta d’Oro?

Spostare il macigno?

Guardò di nuovo quella pietra nemica, si osservò le mani e comandò al sangue di migrare nelle braccia, nelle dita, di concentrare lì tutta la sua forza.

«Puoi farlo», disse ancora la voce.

Quando appoggiò le dita sul granito, non ci credeva davvero, ma sentiva il rumore della battaglia e sapeva di dover fare qualcosa, o non se lo sarebbe mai perdonato.

Non era pronto a perdere i suoi fratelli, ma soprattutto suo padre.

«Puoi farlo!», ordinò la voce e lui percepì un pizzicore nelle dita che non aveva mai provato.

Da quando era diventato un vampiro non aveva più avuto alcuna manifestazione di dolore o piacere, il corpo pareva morto, anestetizzato, privo di ansia o di adrenalina a governarne il sistema nervoso.

Eppure il pizzicore che percepiva gli ricordava proprio quello, una scarica di adrenalina.

Decise di cavalcare quella sensazione, di concentrarsi su di essa e, quando tentò di fare pressione sul macigno, lo percepì leggero.

«Lo sto facendo! Si muove!», disse e la voce tacque perché lui iniziò a crederci.

Non lo stava spostando con la forza bruta, era qualcosa d’altro, perché in vero non stava neanche toccando la lastra di pietra.

Il macigno si spostò e lui apparve nel mezzo della battaglia, proprio mentre uno dei suoi fratelli veniva scagliato da un licantropo direttamente contro di lui.

Samael tese le mani e il fratello si fermò dolcemente a mezz’aria.

Lo posò a terra, poi rivolse lo sguardo e le mani al licantropo, un maestoso licaone alto un metro e mezzo al garrese, che stava correndo verso di lui a fauci spalancate.

Il pizzicore alle dita rispose alla sua volontà e la telecinesi sollevò da terra il nemico, mandandolo a sbattere contro un antico muro.

Non si rialzò più.

Samael estrasse il pugnale e si gettò nella mischia, correndo in soccorso di un altro fratello, impegnato in ingaggio con un diverso licaone mentre, alle sue spalle, uno sciamano stava per colpirlo con un incanto.

«Veditela con me adesso!», gridò il vampiro afferrando il polso dello sciamano.

*

«Sali sull’elicottero, donna!», gridò il vampiro, tentando di afferrarle il polso.

Veronika sgusciò via come un’anguilla: «Ho detto di no! Resto qui con te o parto con te, e non voglio sentire ragioni!»

Samael fissò l’orizzonte: «Sta arrivando l’esercito, sali adesso, non possiamo rischiare!»

La prese di peso, mentre scalciava e lo insultava, ma un attimo prima che Viho la afferrasse, lei gridò: «Io sto con te! O sali anche tu su questo cazzo di elicottero o giuro che mi butto!»

Il vampiro la guardò e la rimise a terra, poi fece un cenno al pilota: «Vai, Ale!», e l’elicottero partì a luci spente, così com’era arrivato, fondendo il nero della fusoliera con l’oscurità della notte.

Veronika e Samael si nascosero tra le rocce mentre i mezzi dell’esercito irrompevano nella piazzola, rallentavano, poi riprendevano a seguire il tragitto dell’elicottero e, quando tutto fu di nuovo calmo, si spostarono in volo fino a un piccolo centro abitato.

Veronika si avvicinò a un comodo SUV e ne scassinò la portiera per poi salire al posto di guida e, quando Samael la raggiunse, partirono senza farsi notare, puntando di nuovo verso San Francisco attraverso strade secondarie.

Mentre viaggiavano, la radio annunciò che un elicottero dalla Hermon aveva prelevato il Vampiro e che dunque non c’erano più altri soprannaturali sul territorio americano.

Hollis rilasciò l’ennesima intervista in cui rassicurava i cittadini del fatto che il caso del serial killer fosse stato risolto da una task force e che tutto presto sarebbe tornato alla normalità, ma che la polizia avrebbe vigilato con maggiori uomini, mezzi e iniziative, per mantenere la popolazione al sicuro.

«Perché ha detto che il caso è risolto?», chiese Samael.

«Forse mente o forse sa che non ci saranno altri cadaveri in vista. Che torneranno a incenerirli nei sotterranei di quel maledetto posto?»

«Dobbiamo chiudere questa storia. Accosta alla prossima, secondo Google Maps dovremmo trovare un negozio. Come prima cosa ci serve un altro cellulare usa e getta.»

*

Editoriale del quotidiano Daily Mirror, 23 aprile 2017

Al processo per i fatti del 22 dicembre 2014, gli agenti Eleonore Perkins e Thilda Cavanaugh, avrebbero in seguito dichiarato di non ricordare di aver rubato i documenti relativi al caso del serial killer, a quello del suicidio di Carol Taylor e alcuni altri documenti.

L’avvocato della difesa avrebbe invocato diverse perizie per accertare una manomissione delle telecamere di sicurezza e svincolare l’identificazione delle sue assistite dalle accuse.

Il pubblico ministero avrebbe smontato la prima teoria della difesa dimostrando come le donne, che effettivamente entrarono nella stazione di polizia, andarono dritte all’archivio e nascosero i documenti nelle borse, prima di tornare alla loro auto, fossero proprio Perkins e Cavanaugh e che avessero agito consapevolmente.

Cambiando strategia, la difesa avrebbe avviato una nuova linea di sana pianta, denunciando ignoti per ricatto e minacce alle famiglie delle poliziotte, che avrebbero così agito solo per difendere i propri cari.

Il processo però sarebbe stato lungo e doloroso per i coinvolti e avrebbe impegnato la Corte Suprema per i Crimini dei Soprannaturali per altri tre anni, portandola poi a condannare Eleanore Perkins e la sua compagna, Thilda Cavanaugh, per alto tradimento.

La sentenza venne emanata in contumacia perché, nel frattempo, erano entrambe sparite dalle carceri cittadine.

*

22 dicembre 2014, ore 1 del mattino

Veronika aprì i faldoni della polizia davanti al dottor Foster, seduto accanto a una ragazza che si aggiustò gli occhiali, sporgendosi a curiosare i documenti riservati: «Ecco quello che abbiamo scoperto. Sei mesi fa dopo la fine della guerra, Hollis ricevette una segnalazione di ammanchi di sacche di sangue dall’ospedale in cui lavorava Carol Taylor, la madre di Gordon, il Civil General Hospital», e dispose foto e documenti sul tavolo, aprendoli a ventaglio.

«Durante la guerra, i controlli erano stati lassi e poco precisi, non ci fu mai tempo o volontà di contare le sacche o qualsiasi altro materiale ospedaliero. Con la pace invece i controlli ripresero e l’ammanco venne segnalato direttamente all’ufficio di Hollis, senza passare dalla segreteria o dal protocollo. Hollis aveva infatti promulgato una legge per cui ogni segnalazione che avesse una qualsiasi attinenza con soprannaturali o sospetti tali, dovesse giungere direttamente a lui.»

«E poteva?», chiese Foster.

«Per la Legge Boyle sì. Una volta scoperto l’ammanco, Hollis firmò un documento di classe Agere, ovvero con priorità massima in cui ordinò un controllo discreto sul transito delle sacche di sangue. Se ne occuparono gli agenti Perkins e Cavanaugh e il fascicolo venne archiviato da Hollis come concluso senza estremi per procedere.»

Samael si intromise: «Quindi o lui o Perkins e Cavanaugh, o tutti e tre sapevano dei furti della madre di Gordon. A saperlo le avrei anche azzannate, non solo dominate per far loro rubare i faldoni.»

Veronika sospirò: «Se poi analizziamo i dati relativi all’autopsia, vedrete che il Coroner trovò una capsula contenente cianuro nell’esofago di Carol Taylor e resti di una seconda nello stomaco, tra le pliche gastriche», disse mostrando le foto.

«Ma sono bianche!», notò subito Foster. «Quelle di Cianuro del governo sono nere, proprio per non poterle mai confondere con nessun’altra medicina.»

Veronika mostrò una foto degli averi di Carol: «Nella sua borsa c’era un barattolo di vitamine con carnitina e ferritina prese alla farmacia dell’ospedale con l’indicazione di una al giorno. Ne aveva bisogno perché nutriva lei stessa il bambino ogni volta che poteva. Qualcuno quindi sostituì il contenuto del barattolo, mettendoci delle capsule identiche, quindi bianche, ma piene di cianuro. Lei ne prese due, come scritto sul diario, e morì poco dopo, nel rifugio sotto l’ospedale.»

«Quindi fu omicidio, non suicidio», concluse Samael. «E dobbiamo dimostrare se ci sono Hollis o le poliziotte dietro tutto questo. Ci serve analizzare i tabulati telefonici, prove delle celle cui si è attaccato e le videocamere di sorveglianza dell’ospedale. Quando sapremo chi ha ucciso la Taylor, cercheremo di capire il perché.»

La ragazza iniziò a mettere le mani sulla tastiera, ma Foster la fermò, fissando Veronika, ma soprattutto Samael: «Maestro Selim, nel momento in cui Clara violerà i server, questa postazione sarà individuata e tutti noi saremo indagati. L’accusa sarà di alto tradimento.»

«E la pena la morte, la Gherusia ne è al corrente. L’unica cosa che possiamo fare, è offrirvi asilo sulla Hermon. A voi e alle vostre famiglie. Il trattato di Boston ammette il fatto che possiamo accettare chiunque faccia richiesta, indipendentemente da procedimenti penali a loro carico. Non possiamo fare nulla per quello che concerne le vostre proprietà immobili e per ciò che non potrete portare con voi materialmente, poiché rientrano nelle proprietà sequestrabili dagli stati che lasciate.»

«E mi assicura che, se ci esponiamo con questa indagine, i colpevoli reali pagheranno?»

«Tutti. Fino all’ultimo, ha la mia parola.»

Foster si alzò e tese la mano a Samael, che la strinse.

L’uomo rabbrividì visibilmente e socchiuse la bocca con lo sguardo pieno di stupore, poi si rivolse a Clara: «Procedi, io vado ad avvertire il Consiglio interno della Algiz.»

«Ma gli altri affiliati? In tanti vorrebbero partire!», obiettò la ragazza.

«Se la polizia vedesse uno spostamento così massiccio potrebbe fermarci», e guardò Samael che annuì.

«Il Dottor Foster ha ragione, Clara. Prima partirete voi che siete a rischio di arresto, poi pian piano contatterete gli altri e ci raggiungeranno tutti sulla nave.»

Samael fece un cenno a Veronika che seguì Foster, mentre lui si accomodò accanto alla ragazza, le cui mani tremanti presero a correre sulla tastiera, alternandosi col mouse.

Quando lanciò un programma di decrittazione dei dati, sollevò le mani e le tirò indietro nervosamente: «F-fatto, ora dobbiamo solo aspettare che scandagli i tabulati telefonici e li connetta alle celle.»

La ragazza fissava Samael di sottecchi, ripiegando il corpo per tenersi lontano da lui, trasalendo a ogni minimo movimento.

«Hai paura di me», le disse e lei piegò il capo come a sottrarre il collo e voltò lo sguardo, fissando le sue ginocchia e i piedi, non più su delle cosce. «Come puoi essere parte di un movimento per l’integrazione razziale, se mi temi in maniera così palese?»

«I-io credo nell’idea di fratellanza, Maestro», osò alzare un poco lo sguardo al volto di lui, ma solo per un istante fugace. «Ma non avevo mai visto un soprannaturale dal vivo. Durante la guerra venni assunta dall’esercito come esperto civile in telecomunicazioni e controllo e vidi scene raccapriccianti.»

Si tormentava le mani fredde e sudaticce: «Capisce il mio problema? Da un lato c’erano le offerte di pace di Etienne Corday e di Samael di Tanis e dall’altro le persone smembrate. Quando conobbi Foster, volli credere in lui e nella sua idea, perché so che la guerra tira fuori il peggio dalle persone e non volevo pensare che quello che diceva il governo fosse vero.»

Sospirò e finalmente lo guardò, dando fondo a tutto il coraggio che aveva e che sapeva essere poco: «Fino a stasera la nostra battaglia è stata più che altro ideologica tra blog e social, riunioni e parate, ma oggi lui mi ha chiamata, mi ha detto che avrei lavorato per un vampiro, nella stessa stanza con un vampiro, e sono andata in panico.»

«E ora che mi hai visto? Appaio così terribile?»

«A… a volte, quando non…», espirò, deglutì. «Mi scusi, non voglio irritarla in alcun modo.»

«Dimmelo», ordinò, addolcendo subito dopo il tono. «Dimmi dove sbaglio.»

Clara rimase con le labbra aperte in un’ovale stupita: «Ecco… quando non si sforza di apparire umano, quando è… sé stesso, c’è qualcosa nello sguardo o forse in tutta l’aura che la circonda, che…. spaventa e mette in completa soggezione.»

Aveva abbassato gli occhi, ma quando lui le disse: «Grazie», lei lo guardò. «Partirai?», le chiese, sedendosi accanto a lei, che non indietreggiò più.

«Ah… Sì, restando qui sarei un bersaglio troppo facile per loro.»

«Non ti spaventa vivere su una nave piena di soprannaturali per il resto della tua vita?»

«Mi abituerò, in fondo devo solo imparare a conoscere tutto ciò che è nuovo. Io credo che conoscere sia il primo passo per capire e accettare. E infine per amare.»

Samael sorrise senza scoprire i denti, con una lieve increspatura nelle labbra, che bastò a far rilassare Clara: «Sei una saggia fanciulla, ti troverai bene con noi.»

I dati dei tabulati iniziarono ad apparire sullo schermo, ma la hacker deglutì e prese fiato: «È… è vero che saremo obbligati a dare il sangue?»

«Mh. Sì, questo sì. Chi è in salute deve contribuire. Ci serve. Ma sulla nave ospedale c’è un centro prelievi.»

«E non si deve per forza essere morsi?»

«Non per forza. La cosa ti spaventa?»

«Abbastanza. Mi incuriosisce, ma non sono pronta, ecco io vorrei iniziare con il prelievo, poi forse, un giorno…»

Samael sorrise: «Ti corteggeranno in molti, visto che sei vergine.»

La ragazza avvampò a labbra socchiuse, con le parole ingoiate nel fondo della bocca e Samael la trasse d’impiccio: «La cosa non ha alcun fondamento, ma tra di noi c’è chi ha ancora il mito della fanciulla vergine come preda eletta.»

«A-anche lei?»

«Io preferisco le persone con una grande passionalità. Ma non fraintendere. Vengo sedotto dalla voglia di vivere, dalla cultura e dall’intelligenza più che dall’attitudine alla fornicazione.»

«È perché le fanno vivere sentimenti che non ha più?»

«E chi lo dice che non ho sentimenti? Le pubblicazioni del governo? No, piccola Clara, io amo e odio, mi preoccupo e gioisco. Ma a volte siamo tutti costretti a chiudere i cuori al sentimento per non impazzire, vedendo che tutto ciò che amiamo inesorabilmente finisce, muore e cambia. Nonostante tutto quello che facciamo, che tentiamo, gli umani ci sfuggono tra le dita e continuano a distruggersi, giorno dopo giorno.»

Sembrava non essersi accorto che per tutto il tempo della confessione, Veronika lo stava ascoltando da dietro il muro che divideva la stanza dall’anticamera.

«E anche quando sei stato creato con uno scopo, una missione, quando hai avuto per secoli una famiglia e la stabilità emotiva sufficiente a farti tenere i piedi per terra, senza sentirti un dio o un dittatore, poi resti solo e la mente si ripiega su sé stessa, gli errori diventano orgoglio, le scelte egoismo e quando arriva qualcosa… qualcuno che fa breccia nella corazza, che ti fa dubitare di tutto quello che hai fatto da quando hai sbagliato strada, lo tieni alla larga, perché anche se hai otto secoli di vita addosso, hai ancora paura che lo specchio restituisca un’immagine di te stesso che non sei pronto a vedere.»

Clara lo stava guardando in volto ora, senza più timore: «Quando tutto sarà finito, amerei ascoltarla parlare della storia, di re e principi, pace e guerra.»

«D’accordo Clara, te lo prometto», e le tese il mignolo che lei, sorridendo, strinse col suo.

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