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“Loro temono ciò che non conoscono e distruggono ciò che temono.”

Memorie dal Buio – Ucronia – Capitolo 3

da | Giu 4, 2026

PUNTO 3 – Prima della guerra, i Vampiri erano presenti in tale numero, che ogni cento abitanti della terra, uno era un mostro.

Veronika aveva visto per la prima volta coi suoi occhi come un briciolo del loro potere potesse devastare la mente di un umano.

A quello si aggiungeva anche la consapevolezza che i vampiri erano potenti, ancora in parte misteriosi e, soprattutto, imprevedibili.

«Andiamo a piedi», disse infine Selim, calzando una giacca di pelle nera a mezza coscia emersa dal capiente zaino.

Già, imprevedibili.

«C-cosa? No, non possiamo, è contro le regole. Innanzitutto ci sono scanner di temperatura corporea che coprono tutto il territorio cittadino e poi anche ogni cellulare privato ormai ha il termoscanner», alzò la voce, perché lui era già sceso. «Ed è stato stabilito che facessimo questo percorso in auto e che ti accompagnassimo fino all’appartamento, chiudendoti…»

«Dentro. Prigioniero.»

«Esatto. Punto sei del decalogo. Resterai confinato nell’appartamento fino a quando verrò io a prelevarti per le indagini, intanto avrai tempo di studiare i documenti del caso. Te li abbiamo stampati in formato cartaceo, ma ci sono anche come file sul laptop. Insomma, non sapevamo se sapessi usare un computer…»

«Lo so fare», richiuse la porta e si aggiustò lo zaino in spalla. «E non preoccuparti degli scanner. Ho letto l’indirizzo e ho memorizzato la pianta della città, sempre dritto fino a svoltare a destra su Bay Street, sono poche miglia. Posso andarci da solo o con te se mi accompagni. Scelta tua, Veronika.»

La donna guardò la triste e ingobbita figura del Capitano che restava immobile sotto la neve, nel mezzo del traffico congestionato, tra echi dissonanti di clacson e capì che da lui non avrebbe avuto altro sostegno o consiglio.

Compromessi, pensò, ecco il primo.

Aveva contribuito a stilare il decalogo di regole, poi firmato dal Presidente degli Stati Uniti Baker, atto a permettere a un soprannaturale di rimettere piede sulla terra ferma a meno di due anni dalla fine delle ostilità e si era trincerata dietro quel foglio di carta come se fosse la sua armatura, la difesa dal rischio di vivere gomito a gomito e lavorare con un non morto per chissà quanto tempo.

In meno di un’ora, quello sconosciuto aveva iniziato a vanificare le regole e costretto lei a piegarsi ai compromessi, consapevole che avrebbe dovuto farne chissà quanti ancora, per risolvere il caso: «Va bene, andiamo», concesse avviandosi a piedi con lui.

Compromesso.

Era la stessa parola che Hollis usava da anni.

La stessa retorica con cui, nel 2007, aveva convinto uomini terrorizzati a trasformarsi in soldati spietati.

*

San Francisco, 15 aprile 2007

Hollis salì sulla pedana e picchettò col dito sul microfono, assicurandosi che fosse acceso.

Guardò lentamente tutti i poliziotti schierati sull’attenti, poi aprì il foglio con la dichiarazione che doveva leggere.

«So che molti di voi hanno già sentito la notizia dai telegiornali e dalla rete. È ufficiale. Siamo in guerra», e tacque perché il brusio crebbe di intensità in pochi concitati istanti, minacciando di divenire un’autentica crisi di panico generale.

«State calmi, il Governo Federale ha tutto sotto controllo. Quello che sto per dirvi è autorizzato dal Presidente Baker ed è la medesima cosa che altri capitani e ufficiali dell’esercito stanno dicendo ora ai propri uomini. Ciò che alcuni di voi hanno visto qualche sera fa alla CNN è reale, non è uno scherzo e non è un montaggio. I Vampiri esistono e non sono l’unica tipologia di creatura non umana al mondo.»

Di nuovo dovette fermarsi e richiamare i suoi uomini all’ordine: «Esistono streghe, esistono fate ed esistono lupi mannari. Non sappiamo molto dell’origine di queste creature, ma sappiamo dove si trovano e dove si nascondono. A ogni capitano e ogni generale è stato fornito un piano d’attacco. Siamo in attesa di contingenti dell’esercito che ci aiutino a stanare ed eliminare tutte queste creature che ci hanno deliberatamente dichiarato guerra. Se Dio ci assisterà, e lo farà di sicuro, in poche azioni di guerriglia, mirate e precise, porremo fine al conflitto, restituendo l’America e tutto il mondo ai suoi legittimi proprietari, gli esseri umani.»

La maggior parte dei poliziotti applaudì al discorso, ma alcuni restarono immobili, dubbiosi nel fissare Hollis, che si ergeva come un condottiero e si faceva scudo della retorica per infiammare gli animi: «Tornate a casa ora, rassicurate le vostre famiglie e i vostri vicini. Domani mattina inizieremo i rastrellamenti. Che Dio ci benedica tutti… che Dio salvi l’America!»

*

Nonostante Veronika indossasse comode scarpe da tennis, riusciva lo stesso a fare rumore nelle pozzanghere gelate e accompagnava ogni passo con il ritmico scricchiolare della gomma o lo schioccare delle suole.

Selim invece non produceva alcun suono nei suoi movimenti e lei non poteva impedirsi di fissarlo con curiosità, timore e sospetto in ogni suo atteggiamento, per come scansava ogni ostacolo con fluida consapevolezza felina, per come osservava con insistenza le persone, tanto da sembrare sempre sul punto di azzannarle.

Ma forse era solo un suo timore infondato, perché il vampiro camminava senza mostrare alcuna perdita di controllo o brama alimentare.

«Hai scelto tu di venire qui o ti hanno inviato?», chiese lei quando si fermarono in attesa del semaforo pedonale.

«L’uno e l’altro.»

«Non sei di molte parole», deviarono in un vicolo poco battuto.

«Dovrei parlare di più? Non ti sei ancora assuefatta al suono della mia voce?»

La stava provocando, sfoggiava un ghigno saccente e la cosa la mandò in bestia; fu con un ringhio che rispose: «Se c’è una cosa che odio, oltre alla disonestà, è l’atteggiamento disinvolto con cui gli uomini si sentono in diritto di approcciarsi a me, sminuendomi. Bambolina, piccola, signorina, baby, zucchero, segretaria», disse fermandosi non appena lui lo fece, per non avvicinarsi troppo.

Sebbene tentasse di tenergli testa in quella tenzone verbale, non appena lui si voltò a guardarla, lei si scoprì piccola e indifesa, proprio come quelle bamboline che odiava tanto: «Hai… hai la voce che mi aspetto da un qualsiasi vampiro», disse a chiosa, cercando di mascherare il suo disagio.

 Selim era immobile in mezzo alla strada, mentre gli umani sfilavano loro accanto a testa china e la fissò senza espressioni, ma con la mimica e le pause di una curiosità crescente: «Vuoi ridimensionarmi perché non ti piace come ti senti, quando il tuo corpo risponde istintivamente alla seduzione soprannaturale, non è così?», le chiese infine.

Veronika si irrigidì e si affrettò a liberare la strada al suono di avviso del semaforo che stava per cambiare colore e lui la raggiunse, col passo leggero che pareva quasi non toccare terra: «Leggi nella mente? Il punto nove del decalogo vieta…»

«Non in questo momento», la interruppe smettendo di guardarla, quasi con il disgusto distillato nelle stesse parole, «ma ti ho osservata con il Capitano Hollis, ho colto i dettagli del tuo abbigliamento e dell’aspetto, senza trucco, coi capelli castigati che vorrebbero invece solo il soffio del Khamsin tra le ciocche.»

Veronika percepì il cuore contrarsi con maggiore intensità e lentezza.

Il Khamsin.

Sentiva odori dimenticati nelle narici, il suono ovattato dei ricordi e la calda carezza del vento sul volto.

Incenso, enormi rovine di granito erose dal tempo, il vento del sud che la spinge in avanti, come una mano paterna sulla schiena.

Neanche si accorse che Selim le stava ancora parlando: «Lotti per farti considerare alla pari dei tuoi colleghi maschi più anziani, cerchi di mantenere il controllo su tutto ciò che ti sfiora nella vita perché credi che, solo controllando ogni aspetto, reazione e parola, potrai uscire indenne da questa devastante lotta che è la vita», e prima che lei potesse ribattere, concluse. «Nessun potere soprannaturale, ma conosco abbastanza gli umani da intuire le reazioni e le emozioni.»

La detective si fece forza per non aggiustarsi i capelli che lui aveva nominato e che lei ora percepiva in disordine dopo vento, pioggia e neve e tornò a camminare: «Bene, bravo, ti daremo la laurea ad honorem per la psicologia. Il mio è un mondo difficile, un mondo in cui comandano gli uomini e io sono l’ultima arrivata.»

«E ti rifilano il caso rognoso, per di più gomito a gomito con un vampiro. Devi averla fatta grossa.»

Veronika abbassò il capo: «Ho denunciato un ammanco di marijuana dopo un sequestro al porto. Sapevo che il ladro era uno di noi e che lo aveva fatto per motivi gravi e condivisibili ma…»

«Ma tu lo hai denunciato, perché?»

«Perché era la cosa giusta da fare. La disonestà deve pagare. La legge esiste per un motivo, giusta o sbagliata è l’unica cosa che ci separa dalla barbarie. Se iniziamo a fare eccezioni per ciò che ci pare umanamente necessario, alla fine non distingueremo più il giusto dal torto.»

Selim tacque, la fissò e a Parker sembrò che fosse mutato il modo in cui la guardava che, per assurdo, in quella totale mancanza di espressioni ci fosse del rispetto, nonostante non esternasse alcun commento e, anzi, avesse ripreso a camminare col passo così sostenuto, che lei si trovò ad arrancargli dietro, ad alcuni metri di distanza.

Il vampiro deviò dal percorso principale, tagliando per strade secondarie con sicurezza, come se fosse un abitante della città da lungo tempo.

Superarono viali trafficati e vicoli senza più dire una parola e a Veronika non rimase che osservarlo di spalle, riflettendo sul suo mistero.

Eppure, per quanto ripercorresse mentalmente quei pochi dialoghi intercorsi tra loro o le ancor più scarne espressioni paraverbali di lui, non riusciva a mettere ordine nel tumulto di pensieri che quella figura le aveva suscitato.

Ricordi lontani, una sensazione di pace nella sua voce, la curiosità verso i suoi segreti.

Chi era Selim?

Da dove veniva?

Cosa avevano visto i suoi occhi da quando era nato?

Era il primo vampiro con cui parlava, non il primo che vedeva, ma il primo con cui poteva creare un dialogo, con cui doveva per forza farlo.

Lo conosceva da appena due ore, ma si era aperta con lui, aveva lasciato che lui la conoscesse, alternava la propria necessità di conoscerlo a sua volta col fremito di rabbia all’idea che lui l’avesse indotta a parlare con qualche strano trucco da vampiro o, peggio ancora, che la stesse giudicando leggendole nella mente.

«Dici di intuire e capire le emozioni umane», azzardò infine, rompendo il silenzio. «Ma se i vampiri sono tutti così sensibili alle nostre sofferenze, perché ci avete ucciso con tanta facilità?»

«Potrei dire lo stesso di voi. Esistono assassini senza morale tra i soprannaturali come tra gli umani», rispose piccato, quasi lei l’avesse pungolato su un nervo scoperto.

Stava già per ribattere, ma colse qualcosa di diverso in lui, nel modo che ebbe di reclinare il capo di lato, lasciando che una ciocca di capelli scivolasse via dalla spalla per dondolare in avanti, a coprire in parte lo zigomo.

Sembrava una resa: «Non tutti volevano convivere», confessò alla fine. «Alcuni consideravano la pace una vergogna e gli umani del bestiame con un linguaggio articolato. La guerra poi, li aveva resi ancora più feroci, più determinati nell’attendere la notte solo per cacciare.»

Rialzò lo sguardo verso di lei e parve di nuovo altero e saccente: «I secoli che passano possono renderci saggi o spietati, così come per voi gli anni o i decenni, ma coloro che oggi sono sulla Hermon seguono l’antica legge di rispetto reciproco e convivenza. È l’unica ragione per cui esiste una pace e, già che stiamo affrontando la cosa… Hai altre domande da sviscerare? Che so, aglio, acqua santa?», sminuì con un gesto vago della mano. «Fallo subito, così ci togliamo di torno i luoghi comuni.»

Dov’era finito di colpo quel ragazzo triste e gentile?

«Non preoccuparti, so benissimo come ucciderti», gli rispose con un ghigno da faina. «E non parlo per luoghi comuni. Sono fatti, ricordi scolpiti indelebilmente nella mia memoria. Tu parli di vampiri cortesi e rispettosi, mentre io ricordo solo orde di non morti che a ogni tramonto uscivano dalle loro tane, inseguivano le persone, travolgevano porte e automobili, tirando fuori a forza intere famiglie per affondare i denti nei loro corpi. O branchi di licantropi che devastavano le colonne di soldati ai posti di blocco nelle città e le persone che correvano folli per le strade, con la mente devastata dagli incubi dei fatati… I vampiri di cui parli… io non li ho mai visti!»

Selim stava diventando inquieto e lei era conscia di provocarlo, rischiando una reazione violenta e pericolosa, ma erano cose che andavano dette, erano campane che andavano fatte suonare per chiarire i rispettivi punti di vista, anche se percepiva perfettamente quel basso ringhio gutturale che emergeva dalla sua figura.

«I miei genitori sono morti così», concluse, fiera di avergli rinfacciato che la colpa non fosse tutta umana, «con la gola squarciata da morsi così profondi, che quasi avevano staccato la testa dal collo!»

Si aspettava di tutto, dopo quell’accusa, ma non quello che accadde: «Mi dispiace», disse lui, atono.

Mi prendi in giro?, pensò trattenendo a stento la voglia di affrontarlo con un gancio al volto.

Però i pugni li strinse entrambi: «Non è vero. Non sembra che ti dispiaccia. Lo dici solo perché è gusto dirlo, per quieto vivere.»

Selim scosse il capo, fermandosi lungo il marciapiede, mentre i pochi passanti sfilavano loro intorno: «Eravamo in guerra, Veronika. Potrei ribattere parlandoti di come gli umani sparavano in testa ai cuccioli di licantropo anche quando erano in forma umana. Fissavano negli occhi dei bambini e sparavano senza pietà.»

Non poteva sopportare di vederlo di nuovo calmo, mentre lei urlava di rabbia in ogni fibra del suo corpo: «Ma voi ci avete attaccato per primi!»

«Non è vero, Detective. Non conosci niente di ciò che accadde dopo la Notte della Rivelazione, eppure giudichi?»

Selim indurì i tratti del volto in una feroce espressione di odio e Veronika arretrò istintivamente; aveva paura di lui, ma forse ne aveva di più di quello che stava per dire, perché stava per ascoltare l’altra campana, l’altra fazione, il retro di una medaglia comune.

Già, perché nonostante i suoi genitori fossero stati sbranati come animali dai vampiri, non aveva potuto non chiedersi dove stesse la verità o il colpevole dell’inizio della guerra.

«C’è una cosa che in pochi sanno», iniziò lui, fermandosi sotto la luce intermittente di un’insegna al neon. «Lo sterminio dei soprannaturali era stato deciso molto prima della Notte della Rivelazione. I vostri governi erano pronti, aspettavano solo un pretesto.»

Veronika rimase in silenzio, in attesa di capire dove avrebbe portato il discorso, quale bugia o verità addomesticata le avrebbe propinato.

Era pronta ad ascoltarlo, ma non a credergli e Selim proseguì, con quella calma glaciale che rendeva ogni parola ancora più pesante: «Quando la diretta di Maylynn Joyce andò in onda, non passò neppure mezza giornata, prima che iniziasse la caccia e bada bene che nessuno prima cercò conferme su quello che era stato trasmesso. Era vero? Era un film? Neanche tentarono un contatto diplomatico», enumerò sulle dita ogni dettaglio del genocidio, mentre avanzava lentamente verso di lei che, impietrita, sollevava il capo per colmare il divario delle loro stature. «Non ascoltarono gli emissari inviati per trattare. Non indugiarono un solo istante, perché le liste dei rifugi erano già pronte, i piani operativi già distribuiti, le unità militari già mobilitate. Questo non succede in poche ore, Detective. Succede quando qualcuno prepara una guerra da anni.»

Il vento trascinò neve e cartacce lungo il marciapiede e creò un mulinello tra di loro, così vicini che Veronika avrebbe potuto allungare una mano e toccarlo.

Avrebbe voluto farlo, ma strinse i pugni e abbassò il capo: «Continua.»

«Ci definirono invasori, ma vivevamo già accanto agli umani da millenni. Nascosti? Sì, certamente, e separati, prudenti, rigidamente controllati nel numero e nelle azioni. Era ammesso un vampiro ogni mille umani nelle corti…»

«Ogni… cento. Il governo dice cento», azzardò a bassa voce.

«Mente», dichiarò freddo. «I nostri numeri erano inappellabili, elaborati per sopravvivere senza esporci e senza trasformare la caccia in un massacro.»

Veronika non accennava a muoversi o a sollevare lo sguardo e lui si voltò, fissando quella medesima insegna traballante: «Sai cosa accadeva durante le epidemie? Durante le carestie? Quando la popolazione umana crollava? Intere corti si mettevano volontariamente nel sonno di morte. Sai come funziona, no? Un paletto nel cuore. Ma quello che non sai è che il dolore è sordo, costante, il riposo diurno tormentato e la veglia notturna lucida, fatta di solitudine, di immobilità, di vulnerabilità, aspettando che gli umani tornassero abbastanza numerosi da sostenere entrambe le specie.»

Veronika sentì un brivido salirle lungo la schiena e trovò il coraggio di guardarlo, di contemplare quelle spalle larghe e forti che si piegavano in un ricordo quasi personale, quasi… umano.

«Noi conoscevamo il valore dell’equilibrio. Voi no», disse infine, ma anche se il tono della voce non si alzò mai, qualcosa nei suoi occhi si fece improvvisamente più duro. «Si vede da come avete ridotto gli ecosistemi, sfruttandoli fino all’aridità, all’estinzione.»

Sembrava un padre che elargisce la sua saggezza al figlio inesperto: «La verità è che gli umani non sopportarono l’idea di non essere soli in cima alla catena alimentare, non riuscirono ad accettare che le creature delle loro religioni, delle fiabe e degli incubi fossero reali. Così scelsero la soluzione più semplice, sterminare tutto ciò che li spaventava.»

Riprese a camminare e Veronika si affrettò a seguirlo, senza più badare alle deviazioni: «E quando rispondemmo agli attacchi, quando iniziammo a combattere per sopravvivere, allora divenimmo i mostri perfetti della vostra propaganda.»

Le luci rosse di un’auto della polizia attraversarono la strada distante, tingendo per un istante il suo volto di sangue.

«Voi umani vincete le guerre riscrivendo la storia, Detective. E siete sempre stati bravissimi a decidere chi debba essere chiamato mostro, ma non siamo stati noi a rastrellare quartieri interi e bruciare vivi bambini licantropi nelle scuole trasformate in centri di raccolta o a costruire campi di contenimento, ma soprattutto, non siamo stati noi a radere al suolo Boston con il nucleare. Ricordalo sempre.»

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