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“Loro temono ciò che non conoscono e distruggono ciò che temono.”

Memorie dal Buio – Ucronia – Capitolo 5

da | Giu 7, 2026

PUNTO 5 – I vampiri ingannano, mentono e manipolano al fine di ottenere potere e controllo sugli esseri umani.

Dopo l’uscita dal locale, non avevano più parlato e il vampiro l’aveva guidata, preceduta, anticipata, esplorando scorciatoie che neanche lei conosceva nella grande città di San Francisco.

La neve aveva continuato a cadere, accumulandosi in uno strato soffice di almeno una spanna, che le basse temperature andavano rapidamente ghiacciando.

Veronika giunse a destinazione coi piedi gelati e il freddo che penetrava nelle ossa, nonostante il ritmo di cammino rapido che lui aveva mantenuto.

Selim entrò per primo nell’ingresso del palazzo in cui si trovava il suo appartamento e, senza aspettare la donna, salì a piedi nella tromba delle scale facendo i gradini a gruppi di tre, con balzi prodigiosi, come se volasse sui graniti di rampa in rampa, fino all’ultimo piano.

Lei rimase imbambolata a osservarlo sparire dal basso e rinunciò subito a seguirlo, optando piuttosto per l’ascensore.

Nel tempo che attese per l’arrivo e l’ascesa, ripensò a quelle prime ore passate insieme, cercò di capirlo e giudicarlo a sua volta, così come Selim aveva già sicuramente fatto con lei.

Non rispondeva assolutamente al profilo che il governo aveva tracciato dei vampiri, presentandoli come creature prive di umanità e di morale.

Eppure non poteva persuadersi che fosse normale, un essere umano con qualche potere in più e una dieta particolare.

Era un vampiro, un nemico, un assassino, quello che gli umani consideravano l’origine primaria della Guerra delle Razze, ma era anche un ragazzo con un cellulare in mano che sfogliava bacheche.

Si massaggiò gli occhi e cercò di fare il punto di quello che sapeva.

Poteva ritenere assodato che fosse un uomo di fiducia di Etienne Corday, che era uno dei consiglieri della Gherusia dei soprannaturali, vampiro di almeno cinquecento anni, dall’indiscussa leadership.

A lui e a pochi altri si doveva la pace dopo cinque anni di guerra dolorosa.

Da lui erano giunte le proposte cardine su cui si era fondato il foglio chiamato Pace di Boston, che aveva sancito una pace bilaterale e, di fatto, la vittoria degli umani quando i soprannaturali avevano accettato l’esilio da ogni stato, relegandosi a vivere su enormi navi in acque internazionali.

Corday, tuttavia, nel suo discorso di addio all’umanità aveva auspicato un futuro di accettazione e convivenza e, quindi, non avrebbe mai mandato una testa calda che rischiasse di vanificare ogni sforzo di trovare un appiglio per il loro ritorno sulla terra ferma.

Ne conseguiva che Selim doveva essere affidabile, lucido e capace, ma soprattutto, disciplinato.

Il migliore dei suoi uomini.

«Forse dovrei dargli una possibilità», si disse guardandosi nello specchio dentro l’ascensore, «ma senza scoprirmi troppo. Non perdere mai il controllo Veronika, d’accordo?»

Si aggiustò i capelli rifacendo la crocchia.

Quando varcò la soglia dell’appartamento, Selim stava finendo di controllare le finestre di quei cinquanta metri quadri essenziali, formati da un open space per cucina, ingresso e sala e due stanze separate per bagno e camera da letto, tutti con finestre rivolte a nord e la decantata vista sul porto e, in lontananza, sull’isola di Alcatraz: «Bene, sono dentro, puoi chiudere la porta e tornare a casa.»

«Da oggi fino alla fine delle indagini non ho turni veri. Dormirò quando anche tu dormirai, in modo da poter svolgere le indagini insieme, come da protocollo.»

«Ti va male, donna, io non dormo.»

«Mai?»

«Mai. Bella fregatura l’eternità eh?»

«Merda. Mi serve davvero un caffè caldo, perché sono gelata fino al midollo, tu intanto sistemati, poi inizierò a parlarti del caso.»

Selim posò lo zaino contro il divanetto: «Non hai una famiglia che ti attende a casa?»

«No. Non sono sposata.»

«Perché?»

Sulle prime Selim le sembrò troppo invadente e istintivamente desiderò non rispondere, ma alla fine cedette con un sospiro: «Semplicemente non ho trovato qualcuno che mi facesse stare meglio di quando sono da sola.»

Selim annuì restando fermo in mezzo al salone.

Era davvero immobile in una maniera inquietante e fissava Veronika senza espressioni, movimenti oculari o tentennamenti.

Nonostante non avesse più chiesto nulla, mentre preparava il caffè mettendo il filtro nella macchinetta, si sentì autorizzata, quasi spinta a continuare a raccontarsi: «Ti ho già detto dei miei genitori, morti per mano dei vampiri nei primi mesi di guerra. Mia sorella invece vive ancora a Farmington, è maestra di asilo. Io dopo la guerra ho scelto di cambiare città e vita.»

Davvero glielo aveva detto?

Perché davanti a lui le era così facile parlare?

«Ma forse già lo sai», gettò l’amo per far luce su ciò che lui sapeva, perché il fatto di aver nominato la sorella di sua madre e suo figlio, non poteva essere stato un caso.

Ma lui non sembrò abboccare: «E cos’hai, trent’anni?»

«Trentasei.»

Il vampiro le sembrò compiaciuto e rimase immobile qualche istante, poi avanzò verso l’angolo cucina: «Se ci fosse una moka potrei farti un caffè serio, ma temo ci sia solo quella macchinetta per la brodaglia americana.»

«T-tu conosci il caffè? Sai cucinare?», ed eccolo di nuovo con quelle esternazioni inaspettate.

 Veronika era stupita, divertita quasi dalla situazione surreale, ma mentre gli dava le spalle, senza sentire il minimo segno di vita e presenza da lui, tornò a irrigidirsi di paura, a maledirsi per aver abbassato la guardia in sua presenza.

Si presentava controllato, ironico, perfettamente in grado di mescolarsi agli umani, ma non lo faceva forse per illuderla di avere accanto qualcuno di innocuo?

No, non era innocuo e lei doveva restare sempre in campana.

Dargli una possibilità non avrebbe dovuto significare offrire la gola alla morte.

Lo cercò nel riflesso dell’anta del microonde e lo vide seduto sullo sgabello dell’isola che divideva la cucina dal soggiorno, mentre armeggiava con il computer portatile.

«Ho imparato come si fa un caffè italiano dalla mia famiglia umana. Mi piace fare piccoli atti di gentilezza per loro, ma non direi che so cucinare; quando ero umano, erano mia madre e le mie sorelle a farlo, ovviamente. Io badavo alle capre.»

Veronika espirò, completamente spiazzata da quella figura enigmatica che ora le raccontava di sé.

Era terribile e semplice allo stesso tempo, sfuggente e naturale, misterioso e cristallino.

Non c’era nulla dello stereotipo del mostro senza regole e morale che aveva imparato a conoscere.

Se non avesse saputo cosa fosse, un non morto, un bevitore di sangue, l’avrebbe considerato un piacevole ragazzo e un conversatore amabile, ma lo sapeva e, mentre sentiva inconsciamente sciogliersi il naturale sospetto e la reticenza verso la sua razza, razionalmente la disturbava non sapere se fosse una reale simpatia o qualche trucco da soprannaturale.

Decidere quanto ammetterlo vicino alla propria anima e al proprio corpo, sarebbe stata una decisione tutt’altro che facile, specie in previsione del lavoro che dovevano svolgere.

*

«Abbiamo svolto un ottimo lavoro oggi!»

Selim prese il figlio, di appena quattro anni, sotto le ascelle e se lo mise sulle spalle, prendendo a scendere dalla collina in coda a un bel gregge di capre pasciute.

Il tramonto colorava di rosso le dune rocciose del deserto, mentre il sole lasciava il posto all’imbrunire quieto e profumato di resina di mirra.

Quando la donna dal ventre gravido uscì dalla bassa casa di mattoni di fango battendo il mestolo di legno sul coperchio della pentola, tutti accelerarono il passo, a cominciare dalle capre, ansiose di farsi mungere dopo la giornata passata nel pascolo segreto della famiglia, vicino a una polla sorgiva.

Anche l’uomo prese a saltare lungo il sentiero, facendo ridere il bambino sulle sue spalle: «Salta salta caprone!», diceva il piccolo dai bei ricci lunghi, folti e neri, tenendosi ai capelli del padre.

Nella piccola casa, le risate delle figlie risuonavano allegre, mentre la tavola veniva imbandita con pane e formaggio di capra, verdure e datteri essiccati al caldo sole del deserto.

«Moglie mia, sii fiera del tuo unico figlio maschio! Oggi abbiamo imparato a leggere quasi bene.»

«Benissimo!», corresse il bambino.

«Benissimo», concesse il padre, dal volto precocemente invecchiato dalla fatica della vita, «ma soprattutto, ha imparato a scrivere e a decorare i versetti del Corano.»

«È meraviglioso Selim!», disse la donna, abbracciando l’alto uomo. «Dobbiamo risparmiare per un viaggio a Gerusalemme! Nostro figlio merita un mentore e la possibilità di studiare e guadagnare molto oro.»

«Manca poco Amyra, le capre crescono sane e forti, potremo permetterci una buona dote per ogni figlia e il denaro per far studiare il piccolo in città. Allah ci sorride, moglie mia!», e si voltò a guardare il bambino che si accomodava sulla stuoia. «Vero Khalid?»

I bambini avevano già iniziato a mangiare, quando l’abbaiare del cane di famiglia mise tutti in allarme e il padre uscì a guardare l’orizzonte e quella nube di polvere che non prometteva nulla di buono.

La donna gli si strinse contro: «Una tempesta di sabbia? Non è stagione.»

«Non è una tempesta amore mio», disse lui assottigliando il taglio degli occhi, per poi spalancarli insieme alla bocca. «Che Allah ci protegga! Sono i crociati!»

*

La nube dei vapori del caffè si dissipò in fretta e Veronika tornò a guardare Selim, a suo agio davanti allo schermo del computer: «Il consigliere Corday mi ha detto che vi serviva un consulente della mia razza per approfondire le indagini su una serie preoccupante di omicidi di dubbia matrice», disse lui disponendo dei fogli vicino al laptop.

In primo piano, il Decalogo elencava punto per punto gli obblighi stringenti cui Selim sarebbe stato assoggettato.

1 – Non nuocere agli umani in alcun modo.

2 – È proibita la pratica della Caccia. Verranno fornite razioni alimentari sotto forma di sacche di sangue da ospedale.

3 – Non omettere scoperte o notizie utili all’indagine.

4 – Non contattare i media e non rilasciare dichiarazioni.

5 – È fatto obbligo di obbedire agli ordini del Capitano Hollis e del Detective Parker.

6 – È fatto obbligo il confino nell’appartamento ogni qual volta non si stia lavorando con il Detective Parker.

7 – È obbligatorio indossare una cavigliera localizzatrice per tutto il tempo in cui si resterà sul suolo degli Stati Uniti d’America.

8- Non è possibile comunicare con la Gherusia senza permesso del Capitano Hollis o del Detective Parker.

9- È fatto divieto di usare qualsiasi potere sugli umani.

10- Una volta individuati tutti gli eventuali colpevoli, essi saranno consegnati alla Polizia di San Francisco nella persona del Capitano Hollis.

«Esattamente», disse la donna, «sono iniziati alla fine dell’estate. I primi due cadaveri sono stati ripescati al largo da uno yacht privato, mentre galleggiavano, parzialmente smembrati dagli squali, a una decina di miglia dalla costa. Inizialmente nessuno ha associato le lesioni sul collo dei due surfisti ai vampiri e sono stati archiviati come incidenti. Gli altri cadaveri però sono apparsi con una cadenza quasi giornaliera, tutti con segni tipici di morsi sul collo e dissanguati.»

«Tipici?», chiese lui, lasciando perdere il decalogo per aprire la cartelletta con le foto del medico legale sulle autopsie.

«Sì, tipici del morso di un vampiro, coi due buchi delle zanne lungo la giugulare.»

Selim sollevò lo sguardo con una tale intensità, che Veronika se ne sentì trafitta.

Aveva parlato con tante persone delle ferite da morso, le aveva studiate in accademia, ma parlarne ora, davanti a un vero vampiro, la destabilizzò.

«Prova a chiederti come mai, dopo migliaia di anni di predazione continua, non avete trovato che pochi cadaveri con segni di morso, consegnando al mito la nostra esistenza e alla letteratura la nostra fisiologia.»

«Non prendermi per idiota, Selim», ringhiò lei aggirando l’isola per guardare lo schermo dalla medesima parte. «È la prima cosa che mi sono chiesta. Nonostante l’esilio dei soprannaturali imposto dal trattato di Boston, il nostro dubbio è che qualcuno non si sia imbarcato sulla Hermon, all’ordine di Corday, per lasciare la terraferma per sempre. Ma se anche ci fosse un vampiro ancora nascosto a San Francisco, perché seminare in città così tanti cadaveri con segni di morso e rischiare di esporsi? Sarebbe un controsenso.»

«Mh», borbottò lui, a labbra serrate. «Non sottovalutare l’ego delle creature della notte. È quasi pari a quello umano», rivelò accantonando le foto e i referti man mano che li leggeva, veloce nel vagare degli occhi sulle righe.

Veronika sorseggiò il caffè beandosi nella rassicurante carezza di qualcosa di conosciuto, come fosse una boa sicura in un oceano pericoloso e ignoto: «Questa guerra ha generato un cambiamento non indifferente nella società. Gli umani che tu conoscevi sono cambiati. Adesso siamo tutti consci di essere la stessa razza, non importa più l’etnia o il colore della pelle.»

Lui sorrise, come se a parlare fosse stata solo una bambina col suo metro di giudizio infantile.

Il silenzio, il ghigno sardonico dipinto apposta all’angolo della bocca e il modo con cui continuò a sfogliare le fotografie dei cadaveri senza guardarla, mandarono in bestia la detective.

Di nuovo la stava giudicando.

Sarebbe stato dunque sempre così tra loro?

Lui che ne giudicava con presunzione e pregiudizio i pensieri e le azioni, oltre alle intenzioni e all’aspetto e lei che…

Beh che faceva la stessa identica cosa.

«Quando possiamo vedere i corpi?», chiese lui, voltando l’ultimo dei fogli.

«Gli ultimi due anche subito. Purtroppo gli altri sono stati cremati, così come da legge.»

Selim alzò il capo e la guardò, lasciando trasparire l’espressione interrogativa.

«Curiosa questa cosa che fai con il volto», e usò il dito per indicarlo, disegnando un cerchietto nell’aria, poi si nascose dietro la tazza di caffè e prese un sorso. «I manuali dicono che non avete comunicazione paraverbale, ma ti ho visto già prima, in auto…»

«Ho espressioni volontarie, le recito e le uso quando voglio risparmiare parole», rispose, spiccio. «Avete una legge che impone la cremazione?»

«In caso di sospetto soprannaturale, sì. E anche per lesioni e ferite sugli umani che siano imputabili al morso di vampiro o di licantropo o al graffio dei loro artigli. In tempo di guerra essere feriti era una condanna, la legge marziale imponeva l’immediata esecuzione. Adesso c’è tempo per un ricovero e l’osservazione in quarantena.»

Selim richiuse il plico. «Il morso dei licantropi è completamente diverso dal nostro, è sgraziato e feroce. È davvero sconcertante che, dopo aver sviscerato la nostra fisiologia, temiate ancora contaminazioni da morso di vampiro. Noi non creiamo ‘impuri’», disse facendo le virgolette nell’aria con una sola mano, «col semplice morso. La Rinascita è un rituale preciso.»

«Cioè?», chiese lei appoggiando i gomiti al pianale di marmo dell’isola e quando lui le riservò il medesimo cipiglio dubbioso, lei specificò. «Conosco la teoria, quella dei libri, ma vorrei sentirla da te.»

«Bisogna fermare un essere umano sull’orlo della morte e impedirgli di cadere.»

Un brivido scese lungo le braccia della donna e si rese manifesto col tremare della tazza e il sollevarsi dei sottili peli sugli avambracci: «E se… e se sbagliate?»

Selim rimase in silenzio qualche istante: «Allora nasce qualcosa che non avrebbe dovuto esistere.»

Lei esitò, ma aveva capito, anche se quella parola sembrava avere delle spine che le ferivano la bocca, mentre la pronunciava: «Gli ‘imperfetti’.»

Lui annuì appena: «Corpi eterni che continuano a guarire carne destinata a morire.»
Abbassò gli occhi sulle foto del dossier. «Il dolore è continuo… la fame è continua.»

«È… è orribile.»

«Sì.»

Selim non aveva detto altro e lei aveva finito di bere il suo caffè, osservandolo leggere i rapporti del medico legale sullo schermo del laptop.

La luce azzurrina della pagina rendeva il suo volto ceruleo e gli occhi freddi, ma lei aveva bene in mente le striature rosse che li lasciavano brillanti, come magma in un vulcano attivo.

Da quella distanza, dalla prossimità in cui si era adagiata, coglieva molti dettagli del vampiro e lo faceva con l’insistenza di chi sappia di non essere osservato.

Eppure lui la stupì di nuovo: «Hai altro da chiedere?»

Colta in fallo, cercò una risposta plausibile: «Ehm… sì. Quindi… ecco… se prima non dissanguate la preda… l’umano che assume il vostro sangue diventa uno schiavo?»

«Io preferisco chiamarli ‘custodi’, comunque sì, il senso è questo», e si voltò sullo sgabello, fronteggiandola. «Quando invece creiamo un figlio, il Sire asporta tutto il sangue e lo sublima dentro il proprio corpo, preparandosi a restituirlo, arricchito dell’immortalità. Il momento in cui sceglie di smettere di asportare sangue e iniziare a offrirlo è il più delicato, si deve cogliere l’attimo giusto, prima dell’ultimo battito del cuore, perché noi non rianimiamo i morti, quello lo fanno i necromanti, noi cristallizziamo la vita in eterno, bloccandola prima che avvenga la morte e l’anima migri.»

«T-tu hai figli?», chiese lei, in un moto di istinto, una curiosità malsana che si pentì subito di aver esternato perché colse il dolore, autentico e genuino dolore negli occhi del vampiro, che chiuse gli occhi e si voltò di spalle.

«Ne avevo sei. Perfetti nel corpo e nella psiche. Morirono in guerra per permetterci di mettere in salvo i nostri antichi e i tesori di Tanis.»

«M-mi dispiace», confessò sincera. «Ci sono così tante cose che non sappiamo sui soprannaturali.»

«Non è esatto. Qualcuno le sa, ma non le diffonde. Evidentemente gli fa comodo tenervi nell’ignoranza.»

«Beh in ogni caso, davanti a una ferita non possiamo a priori sapere se quel morso sia associato al dissanguamento e all’instillazione di sangue non morto, che renderebbe l’umano in fase di transizione, infetto.»

«Mh. Ne parli come se il vampirismo fosse un virus

«E cos’è allora?»

«Il fardello di una preziosa eredità.»

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