
PUNTO 6 – Non sarà possibile indagarne menzogne e psicologia utilizzando le normali apparecchiature a battito cardiaco, sudorazione e pressione. Non mutano il diametro pupillare, espressioni e timbri vocali.
Quando uscirono, Selim si presentò al bianco gelo della città con indosso degli abiti consoni, in modo da mascherarsi nella folla.
Jeans, maglione e la giacca a mezza coscia di pelle nera.
«Ricorda gli scanner termici», sussurrò lei, mentre sollevava il cappuccio sulla testa per difendersi dalla neve.
«Non preoccuparti. Non è certo così che mi scopriranno.»
Veronika aggrottò le sopracciglia, dubbiosa, e tese una mano verso il suo volto: «P-posso?»
Era curiosa, desiderava toccarlo da quando l’aveva visto scendere dall’elicottero, per capire come fosse davvero la pelle di un vampiro, come apparisse al di fuori delle inquietanti fotografie dei manuali governativi.
Lui annuì e i polpastrelli dell’umana si avvicinarono a lui, esitarono richiudendosi verso il palmo, poi si fecero coraggio e presero contatto delicatamente con la guancia immortale, calda, umana, morbida, ma liscia come una statua di alabastro.
Veronika tremava a quel contatto che aveva il sapore dell’attrazione, del desiderio, ma anche del turbamento.
Le sfuggì un sottile gemito e, quando realizzò di aver lasciato fluire le emozioni, ritirò la mano velocemente, ricoprendo entrambe coi guanti imbottiti.
«Sento il battito furioso del tuo cuore, l’aria profuma della tua paura»
Sulle prime Veronika balbettò una qualche sillaba, poi scelse la verità nuda e la offrì a lui, sollevando il mento con la fierezza degli onesti: «Sei il primo vampiro con cui parlo e sono in difficoltà, ma mi sto sforzando di comportarmi assennatamente. Dammi tempo.»
«Mh», tagliò corto lui con quel modo burbero di ringhiare e cambiò argomento. «Sei armata?»
«Lo sono, tu?»
«Io sono un’arma», sorrise saccente.
Veronika alzò gli occhi al cielo e lo seguì mentre si spostava lungo il viale verso l’embarcadero: «Hai intenzione di farmela fare a piedi fino dal medico legale? Castro Street è lontana!»
«No, andremo al capolinea della metropolitana.»
«Ma sarà piena di gente!»
«E quindi? Hai paura che faccia una strage?»
«Ho capito che sai controllarti, ma le metropolitane sono illuminate a giorno. E se qualcuno ti riconoscesse?»
Ed ecco di nuovo quel ghigno di spocchiosa superiorità.
Se lui, che non aveva espressioni, le mostrava quel sorriso di scherno, era precisamente perché voleva che lei lo vedesse.
Odioso.
«Perché mi hai chiesto se fossi armata?»
«Per capire se posso contare su di te. Ma non posso.»
Colpita nel vivo la donna espirò con forza cercando di dominare la tentazione di prenderlo a pugni: «Non mi conosci neanche, il mio punteggio al poligono è…»
«Inutile. Il punteggio… è… inutile», sillabò e il calcare della voce su ogni singola parola le rese ancor più pesanti. «Hai la pistola sotto due strati di abiti e i guanti imbottiti sulle mani. Se fosse necessario sparare, prima che tu riesca a estrarre l’arma, sarebbe già finita.»
Stavolta lui non aveva sorriso, era maledettamente serio e Veronika si sentì come una recluta che aveva appena fatto una figuraccia davanti al veterano ed era peggio che sentirsi sminuita da uno scherno.
Aveva ragione.
«Non contavo di sparare ora, stiamo solo andando dal medico legale, non siamo in azione.»
«Detective, io sono un estraneo in questa città, rischio che mi lincino a ogni angolo. Finché sarò in territorio ostile, significherà vivere con un bersaglio disegnato sul petto. Quindi, quando sarai con me, sarai sempre in azione. Ricordatelo quando sceglierai i tuoi vestiti domani.»
*
La metropolitana era ovviamente gremita di pendolari a quell’ora.
Coi mezzi di superficie paralizzati dalla neve, tutti si erano riversati nei treni che correvano, in parte sotterranei e in parte a cielo aperto, dall’embarcadero a nord-est, verso il resto dell’isola, disperdendosi come i rami di un albero.
Nonostante le brutture della guerra, la città manteneva il suo fascino con la grande isola collegata alla terra ferma dai ponti, tra cui il rosso e imponente Golden Gate.
San Francisco aveva ancora i suoi tram tradizionali, la pianta squadrata e razionale delle vie, le colline immerse nel verde, costruite a misura d’uomo.
Selim osservava ogni cosa attorno a sé, come se potesse penetrare l’oscurità come lei faceva alla luce del sole, si fermava ad ascoltare i musicisti sotto la stazione della metropolitana, studiava gli umani che gli sfilavano accanto, inconsapevoli di chi fosse.
E Veronika osservava lui, quel modo quasi infantile di stupirsi di ciò che incontrava e quel sorriso appena accennato, che lei aveva imparato già a decifrare non appena lui lo concedeva.
Gli piaceva essere lì, in quella sporca e affollata stazione della metropolitana, quasi quanto a lei piacevano le passeggiate in solitudine in montagna.
«Sei a tuo agio in questa situazione?», gli chiese alla fine, con un sussurro.
«Non mi crea particolare gaudio, ma mi adatterò. È solo che… non vedevo così tanti umani insieme da troppo tempo.»
«Per questo sorridi?»
«Sì, un po’ di colorita umanità è piacevole, a piccole dosi.»
Erano a malapena riusciti a trovare due posti a sedere, quando Selim si alzò, lasciando il sedile a un’anziana.
Veronika fece lo stesso e lo seguì nell’angolo della carrozza, di nuovo in piedi, con l’assembramento che andava aumentando man mano che si avvicinavano alle vie centrali della città: «Probabilmente sei più vecchio tu di lei», disse con un sorriso e, quando lui annuì, si scoprì a non temere quella rivelazione.
Non più.
Selim avrebbe potuto aggredirla mentre erano nell’appartamento, avrebbe potuto bere il suo sangue fino all’ultima goccia e fuggire nel continente, mordere Cavanaugh in quel bagno, approfittare di ogni umano in cui si erano imbattuti, invece aveva alzato lo sguardo verso un’anziana traballante e, primo tra tutti, si era alzato per lasciarle il posto.
Perché quel vampiro sembrava contraddire pagina dopo pagina tutto ciò che aveva imparato?
Sui libri era tutto molto più facile.
Considerare un nemico completamente crudele la sollevava dall’onere del giudizio e della scelta, la liberava dalla responsabilità e dal senso di colpa.
L’unico vampiro buono era il vampiro morto, si leggeva sugli incipit dei testi di addestramento.
«Sei… sei mai andato in Regressione?», chiese lei con un filo di voce, neanche sicura che lui potesse sentire.
«Sì, mi è capitato da giovane, poi ho imparato a dominarla. Vuoi sapere se sarei un pericolo per te?»
«Anche», disse piegando appena il capo verso la spalla, «ma soprattutto perché tu non sei affatto come i V… cioè come quelli che ho studiato sui libri del governo.»
Lui si guardò intorno, poi prese a parlarle in arabo egiziano, seppur lentamente: «Mi capisci se ti parlo in questa lingua?»
Lei annuì e rispose alla stessa maniera: «Come hai capito che ho delle ascendenze arabe? Ah già… hai studiato il mio fascicolo.»
Selim fece un cenno di assenso: «Non solo. C’è la luce del deserto nei tuoi occhi», le disse, senza mostrare compiacimento quando lei avvampò di vergogna e imbarazzo, anzi continuò il discorso. «Ho visto i libri che sono stati pubblicati su di noi. Le immagini mostravano sempre i volti trasfigurati dalla Bestia, con le zanne lunghe e gli occhi iniettati di sangue, bocche spalancate e rivoli cremisi sul mento. Non erano mai rappresentati con tratti normali.»
Le parlava, ma non gesticolava, non muoveva altro che le labbra o gli occhi, per controllare il viavai di umani all’aprirsi delle porte: «Non posso negare che esista la Bestia, è un istinto di sopravvivenza che si attiva in caso di pericolo, è potente e soverchiante, capace di annichilire ogni logica e ragione per mantenerci in vita ad ogni costo», le spiegò, stringendo la maglietta con le dita ad artiglio proprio sopra lo sterno. «È facile per un giovane vampiro cadere vittima della Regressione, mentre i più antichi riescono a controllarsi maggiormente o a sopprimere addirittura l’istinto, ed è questa volontà disciplinata a permettere quello che si chiama il ‘riposo eterno’.»
«Ma tutti siete mostri e tutti avete il volto da bestia, anche sotto i lineamenti angelici e perfetti. Anche tu hai sicuramente una bestia assassina acquattata da qualche parte nell’inconscio.»
«E un umano no?», ribatté all’inizio, poi abbassò il capo, si avvicinò a lei, per sussurrare. «Se vuoi prendere il controllo degli istinti, dominare la carne e il sangue, devi importi un rigido controllo. Solo allora potrai soffocare la Regressione, ma se ti abbandoni ad essa, se la cavalchi, perdi ogni briciolo di umanità.»
Le scivolò attorno, come la serpe tentatrice nel giardino dell’Eden. «Essere un mostro è una scelta, non una regola», e si prese del tempo per fiutarla con discrezione, mentre lei, a occhi socchiusi, sembrava persa nella seduzione di quella prossimità. «Chi sceglie di non controllarsi diventa ciò che avete immortalato nei vostri manuali.»
Veronika aveva le labbra atteggiate allo stupore e, quando riaprì gli occhi e lo trovò così vicino, il cuore dimenticò un battito e lei si sentì quasi venire meno.
Non sapeva cosa dire, perché attraverso le parole di Selim stava iniziando a conoscere un lato degli immortali di cui non aveva mai sentito parlare e, per la prima volta, i decenni o i secoli di esperienza non le apparivano solo un modo per divenire più letali e potenti, ma erano specchio della sapienza e testimonianza della storia; quel vampiro sembrava saggio, posato e cortese, ma soprattutto, mostrava rispetto per gli umani, o non avrebbe mai lasciato il posto a sedere a un fragile anziano.
Eppure era così difficile indagarne i pensieri o fissare quel volto privo di espressioni senza esserne sopraffatta, senza provare la perenne sensazione di camminare su un filo di seta pronto a rompersi in qualsiasi istante per farla precipitare in un baratro.
Il vagone andò riempiendosi e qualcuno spintonò Selim che mise le mani a ponte contro la parete della vettura, per evitare di schiacciare la donna, emettendo un basso mugugno contrariato: «Mh. Scusa», le disse semplicemente.
«N-nulla», rispose lei, cercando di dominare l’imbarazzo di quella vicinanza costretta e inopportuna.
Era una spanna più bassa di lui e ne sentiva la voce così vicina all’orecchio e il corpo così prossimo, che tutto il calore fittizio di cui si ammantava le era evidente come una carezza.
Chiuse gli occhi e il profumo di lui le trafisse la memoria con sottili note esotiche cui non riusciva a dare un nome.
Incenso.
Sentiva la pressione del corpo di Selim contro il proprio, le calzature che si sfioravano, il suo lieve movimento che mirava a darle maggiore agio, eppure tutti i suoi sensi erano dominati dal ricordo, dall’evocazione di qualcosa che forse apparteneva a lei, a momenti sereni dell’infanzia, quando viveva in Egitto durante il mandato di suo padre come ambasciatore e ancora il mondo non sapeva dell’esistenza dei soprannaturali, quando la guerra non aveva devastato la società e gli umani erano convinti di essere la specie dominante.
Era qualcosa che conosceva, ne era persuasa.
Qualcosa che risaliva a quando era una bambina.
*
Sito archeologico di Saqqara, Serapeum, Egitto
21 marzo 1981, ore 21
La bambina si voltò verso le rovine e il sussurro della notte, che giocava col vento in mulinelli di sabbia fine e creava un canto, una ninna nanna solo per lei.
No, non era solo il lento sfregare dei granelli contro le antiche pietre, il fruscio dei millenni sepolti, erano proprio parole per lei, una nenia che parlava al suo cuore.
Smise di appoggiarsi alla gamba della madre e dedicò ogni attenzione a una forma di sabbia che prese per un istante sagoma umana, proprio davanti alla grande piramide a gradoni, per poi dissolversi nel vento della sera.
Aveva visto bene?
Si voltò a cercare lo sguardo di sua sorella più grande come faceva sempre, perché lei era l’unica a guardarla davvero, a vederla, ma già dormiva in auto, esausta.
Cercò allora l’attenzione dei suoi genitori, tirando l’orlo della gonna della madre, ma entrambi le davano le spalle e, dei volti che vedeva, coglieva solo l’ossequioso inchinarsi a suo padre, l’elargire di grandi sorrisi, il cinguettare troppo acuto delle altre donne verso sua madre.
«…naturalmente le piccole staranno con la bambinaia», cicalava lei.
«…la festa di primavera sarà un successo», squittì una delle donne, ma lei percepiva solo stralci di quei discorsi noiosi da adulti.
«…l’ambasciata porterà a termine un arduo compito diplomatico», aggiunse poi un uomo.
Lavoro… sempre lavoro…
«…la crisi petrolifera non sarà più una preoccupazione», assicurò il padre.
Gli adulti parlavano sempre, ma mai con lei.
Aveva tre anni e poche pretese, ma la più importante era essere guardata, almeno un po’, da mamma e papà.
Si accanì ancora sulla gonna della madre, tirandola con maggiore energia e la mano della donna le accarezzò il capo con fare sbrigativo, ma non la guardò neanche quella volta e la bambina, così piccola in quella selva di gambe lunghissime, voltò loro le spalle e fece un passo avanti verso il buio.
Sì, il vento la stava chiamando, sentiva il suo nome scandito da ogni granello di sabbia e una mano invisibile che raggiungeva la sua schiena e la sospingeva di nuovo verso le rovine, oltre le transenne e i tappeti rossi tesi per loro.
La gita di quel giorno le sembrava ora così lontana e anche il sole, che aveva reso quel luogo meno spettrale, le sembrava mancasse da troppo tempo.
Era notte fonda e lei avrebbe dovuto essere con la sorella, in auto a dormire, eppure fece un altro passo e nessuno la fermò.
Nessuno la vide immergersi nel buio tra gli antichi resti ancora in parte sepolti delle sabbie che, pur nella distruzione dei millenni, erano così imponenti rispetto alla sua piccola figura, infagottata nella giacca che la difendeva dal vento.
Camminò oltre una colonna rovesciata e sparì alla vista.
Nessuno la chiamò.
*
«Khaliiiiiid!», chiamò la voce di ragazza.
Sdraiato sotto un sicomoro, il bel bambino dai ricci lunghi e folti era cresciuto e si avviava agli otto anni.
Stava leggendo un libro, che una intraprendente capra cercava di masticare: «Piantala Fatma!»
La ragazza gli versò dell’acqua sul capo e lui schizzò in piedi: «Fatma! Stupida sorella!»
«Guarda, stupido fratello, che non ti ho ancora perdonato per aver dato il mio nome a una capra.»
«Siete testone uguali, semmai è la capra che dovrebbe sentirsi offesa!»
«Ah sì? Beh, fratellino, mi sa che porto via il pranzo che mi ha dato mamma!» e gli fece dondolare un cestino davanti al naso, che odorava di pane fragrante, formaggio e datteri.
«No no! Ti prego! Sei la sorellina più bella e intelligente del mondo!», disse lui inginocchiandosi con fin troppa teatralità.
«Non adularmi, non funziona. E stasera non fare tardi a leggere, è il tuo compleanno e non dovrei dirtelo, ma la mamma ha fatto le focaccine al miele. Verrà anche Ahmed, quindi comportati bene e lavati prima di presentarti a tavola!»
«Ahmed? Ma gli puzzano i piedi! Davvero vuoi fidanzarti con quello?»
«Sono in età da marito se non te ne sei accorto. Ahmed è un bravo ragazzo, mi piace. E farò in modo che si lavi i piedi più spesso.»
«Contenta tu, sorellona!»
«Sì sono contenta, entro una stagione mi sposerò e toccherà a Ahmed mantenermi, così voi potrete mettere via più soldi per i tuoi studi», disse lei, grattando i ricci del ragazzo, «mamma e papà non l’hanno dimenticato.»
Il bambino sollevò le spalle e le lasciò ricadere di peso: «Boh, non lo so…»
«La vita è difficile, Khalid. Tu eri troppo piccolo per ricordare, ma qualche anno fa i crociati cristiani hanno derubato il villaggio e portato via soldi e animali, ma da allora i nostri genitori non hanno smesso un attimo di allevare capre, filare lana e fare formaggio», gli disse farcendo il pane col formaggio, per poi offrirglielo, «e sono riusciti a mettere via abbastanza soldi per sposare tutte noi e, a breve, toccherà anche a te andare a Damasco a studiare!»
«Damasco?»
«Sì piccoletto, è più lontano di Gerusalemme, lo so, ma hanno trovato un ottimo mentore che prende con sé i ragazzini più talentuosi e li istruisce, inserendoli negli ambienti nobili e ricchi della città. Da lì ti si aprirà qualsiasi porta!»
«Non so se ho più tanta voglia di studiare, sto bene anche qui.»
«Non ammetto discorsi del genere fratellino, tu hai un dono e la tua intelligenza, il canto e la tua mano da artista sono state benedette da Allah. Se studierai, potrai intraprendere qualsiasi lavoro vorrai e non sarai mai più povero. Avrai una vita lunga, lunghissima! Credi a me!»
«In fondo la mamma mi ha chiamato Immortale.»
«Già… il nome ci definisce. Io sono colei che svezza i bambini, quindi lei voleva per me un destino con tanti figli, tu sei l’immortale, figlio di Selim, l’uomo in pace, figlio di Azeem, del Potente.»
«Quindi io sarò immortale, in pace come papà Selim e potente come il nonno Azeem? Mica male!»
Fatma sorrise e il vento del deserto fece danzare i suoi ricci lunghi e ribelli.
Il ragazzino le gettò le braccia al collo, stringendola forte.
*
Selim la stava stringendo e la sosteneva.
Veronika riaprì gli occhi mentre lui la fissava: «Tutto bene? Ti ho sentita svenire.»
«Ho mal di testa, sto cercando di focalizzare una sensazione e farlo mi causa dolore e smarrimento», rispose mettendo forza nelle gambe per tenersi dritta e indietreggiare per togliersi da quel contatto.
Era piacevole e rassicurante, ma al contempo così alieno per lei, che non amava il contatto fisico.
Lui assottigliò il taglio delle palpebre: «Mh. Non pensarci allora. Potrei aiutarti a venirne a capo se tu smettessi di invocare il punto nove del decalogo. Ma non insisto, lo farò quando e se me lo permetterai.»
«G-grazie, suppongo», e guardò i cartelli alla fermata, proprio mentre il treno ripartiva. «La prossima è la nostra, per fortuna, mi serve aria fresca, ma non so come faremo, con tutta questa gente.»
«Non preoccuparti di quello», le disse e, quando di nuovo la vettura rallentò, Selim espirò e Veronika percepì un ronzio fastidioso nelle orecchie per alcuni istanti, che bastarono tuttavia a far aprire la folla e creare un passaggio comodo per entrambi, non appena le porte della vettura si aprirono.
«Sei stato tu?»
«Temo di aver infranto il prezioso punto nove. Ma vedila in questo modo. O così o camminando sui cadaveri.»
Veronika sorrise: «Non ti credo, stai solo fingendo di fare il mostro crudele.»
«È quello che si aspettano tutti, no? È più facile accettarmi, se sono aderente allo stereotipo che vi hanno insegnato a combattere.»
«Accettarti magari sarebbe facile, apprezzarti sicuramente no», disse e poté godersi la sensazione di averlo zittito.
Toccò a lei fare strada verso la sede del dipartimento di medicina legale e, non appena il groviglio di corpi si fu diradato, lui le sussurrò: «Chi sa di me?»
«A parte io e il Capitano, sicuramente il capo dell’FBI, il capo della CIA, il presidente Baker e quei cinquanta soldati che c’erano al tuo arrivo.»
«Mh, cinquantatré persone di troppo. Quindi a breve dovremmo aspettarci di avere attorno giornalisti e curiosi.»
«Non posso escludere fughe di notizie. Il Capitano Hollis ha pronte delle dichiarazioni fuorvianti per i media, ci siamo preparati. I militari poi sono addestrati a obbedire agli ordini e Hollis ha ordinato loro di tacere. Lo faranno, perché anche lui è stato un Marine. Lo rispettano. Sai come dicono no?», concluse lei, sminuendo con un gesto di sufficienza.
«Non lo so.»
«Beh Marine una volta, Marine per sempre.»
«Qualcosa di cui non mi vanterei», disse lui, aprendole la porta della Morgue con un gesto desueto, cavalleresco.
«Grazie. Comunque da parte del Presidente Baker è stata chiesta massima discrezione sull’argomento, ma come immagini, più persone conoscono un segreto, meno è facile tenerlo.»
Quando Veronika venne vista nella reception della Morgue, il chiacchiericcio si abbassò di diversi toni e molti la fissarono con astio, disgusto e riprovazione, mentre sussurravano tra loro in maniera fin troppo maleducata.
Selim le aprì anche la successiva porta, senza commentare: «Al medico legale mentirai?», chiese invece.
«Beth è mia amica da tre anni, una mentore in pratica. È un po’ la nonna di tutti, qui al distretto. Perkins e Cavanaugh si sono decise a convivere dopo aver parlato con lei, perfino Hollis le chiede consiglio per certi casi, riconoscendo la sua esperienza. Io amo raccontarle i miei problemi e i dubbi e lei ha sempre una parola saggia per tutti.»
«Beh questo proprio non puoi dirglielo, credimi, non la prendono mai bene», e si indicò.
«Non mi fa impazzire l’idea di mentirle, preferisco omettere la verità, in fondo se non farai cose da vampiro, potrebbe non rendersi necessario dire proprio tutto, ti pare?»
Lui la guardò, dipingendosi in volto un’espressione complessa, tra il divertito e il curioso: «Definisci cose da vampiro.»
«Mah tipo annusare i morti, assaggiare il loro…»
«Sangue. Guarda che puoi dire quella parola in mia presenza, non griderò come una groupie sotto il palco di una boyband, comunque ho capito, niente cose da vampiro», si fece la croce sul petto, «parola di pipistrello.»
Veronika rimase inebetita a guardarlo, poi scoppiò a ridere: «Tu sei matto.»
Forse, alla fine di ogni elucubrazione, la verità nuda e spoglia era che lei desiderava che lui fosse normale, una persona, prima ancora che un vampiro, perché Selim stava iniziando ad andarle proprio a genio e questo riusciva a terrorizzarla nel profondo.
Se l’indifferenza dei suoi genitori, due semplici umani troppo impegnati dalle loro vite per accorgersi di lei, le aveva lasciato addosso ferite tanto profonde, cosa avrebbe potuto fare un vampiro che sembrava nato per insinuarsi sotto la pelle?

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