
PUNTO 7 – Una volta trasformati in mostri, anche i più pii tra gli umani saranno capaci di uccidere i loro stessi familiari.
«Elisabeth?», chiamò la detective aprendo la porta scorrevole della sala autopsie.
«Nika! Vieni, entra! Che piacere vederti!»
Il medico legale era una donna anziana con i capelli pettinati come la Regina Elisabetta, avvolta nel camice usa e getta, con una visiera di plexiglass a coprire il volto.
Della sovrana inglese poteva avere il nome, l’età, la statura e il fisico, ma la sega da ossa in mano e gli schizzi di sangue sul camice la facevano assomigliare a una grottesca caricatura cyberpunk della donna.
«Ciao Beth, sono qui per esaminare i due cadaveri del vampiro, mi occuperò a tempo pieno del serial killer. Il mio collega è esperto di simili casi», disse indicando Selim che fece un cenno di saluto alla donna, «possiamo averli nella sala autoptica tre?»
«Entrate in polizia sempre più giovani ormai!», borbottò Beth dopo un lungo sguardo silenzioso al vampiro. «Ah quanti ragazzini ho visto, cari miei, morti in guerra, dilaniati e scomposti!», sospirò contemplando ancora il volto di Selim, poi tornò su Veronika. «Ti portiamo subito i due corpi, noi abbiamo già finito tutti i test.»
Posò la sega da ossa e sollevò la maschera protettiva: «Farò il tifo per te cara, sai che smacco se tu riuscissi laddove i grandi uomini hanno fallito? Comunque, se può esserti di qualche sostegno, secondo me hai fatto bene con Truman», slacciò il camice bianco chiazzato di irriconoscibili liquidi corporei. «Noi siamo esempio per i cittadini, specie in questa delicata fase di ricostruzione post bellica. Se non siamo integri noi, non possiamo pretendere che lo siano gli altri.»
«Grazie Beth, la tua stima mi onora.»
Selim non aveva detto nulla e attese di essere nella sala isolata, piccola e discreta in cui Veronika aveva chiesto di visionare i corpi, per rivolgerle parola: «Nika?»
«Solo per gli amici.»
«Posso chiamarti così anch’io?», chiese e, alla concessione di lei, la guardò con maggiore attenzione. «Il tuo volto ha tratti europei, la pelle un testamento moresco, mentre gli occhi verdi…»
«Sono quelli di mio padre. Lui era per metà di origine inglese, trapiantato in America e per metà rumeno, la nonna veniva dalla Transilvania, ci crederesti? La terra dei Vampiri! Quando conobbe mia madre, lavorava per l’ambasciata americana al Cairo. Lei era egiziana, della valle, nata in una frazione rurale di Luxor. Lui divenne ambasciatore per un quinquennio in un periodo di profonda crisi col mondo arabo. Ci trasferimmo in America alla fine del suo mandato, quando avevo poco più di tre anni e mia sorella sei. Quindi sono per un quarto americana protestante, un quarto rumena cattolica, un quarto egiziana copta e un quarto egiziana musulmana», e lo fissò con un sorriso luminoso. «I tuoi lineamenti sono mediorientali puri, giusto?»
«Provincia di Gerusalemme», confermò lui, «ma ho vissuto parecchio in Egitto, a più riprese.»
«Ah e quando…»
Le porte della stanza si aprirono e dovette zittirsi.
Ancora una volta non era riuscita a scoprire esattamente l’età di Selim e la curiosità per i dettagli della sua vita stavano diventando un chiodo fisso.
In fondo, pensò la donna osservandone il profilo perfetto e lo sguardo assorto sul nulla, il modo che ciascuno ha di raccontarsi, fa capire molto di più della banale cronaca anagrafica, perché esplora ricordi e li rielabora secondo il vissuto e la propria sensibilità individuale.
Beth spinse una delle due barelle davanti a loro, mentre il suo aiutante posizionava la seconda: «Come favore personale per Nika ho procrastinato l’invio del referto, ma quando avrete finito, dobbiamo mandare i corpi alla cremazione senza altri ritardi. Quello di destra è un John Doe, un senzatetto che bazzicava la zona dell’Embarcadero, quello di sinistra è Padre Michael Carmody.»
«D’accordo, grazie Beth, ti devo un favore!»
«Me lo restituirai prendendo quel bastardo e mandandolo al rogo!»
Quando rimasero soli, Veronika si sentì in dovere di scusarsi per le parole della collega, ma Selim non sembrò turbato e iniziò a scoprire il primo dei corpi: «Non è colpa sua, avete sofferto in guerra, perso amici e parenti, così come anche noi. Non si può pretendere che smetta subito di considerarci nemici. Pensa che sulla Hermon, i primi tempi, ci fu un nutrito gruppo che si preparava a tornare a combattere e che premeva per la soluzione finale.»
«Soluzione finale? Sa molto di nazismo.»
«L’idea era la stessa. Sterminarvi e ridurre in schiavitù solo una minima parte per le necessità alimentari. Fummo costretti a fermarli, imprigionarli o condannarli al sonno indotto con un paletto nel cuore.»
«Potevate farlo? Dico, potevate davvero sterminare tutti gli umani?»
Selim si piegò a osservare i fori del senzatetto, poi alzò solo lo sguardo di quegli oscuri occhi in cui, di nuovo, lei vide il bagliore rosso di braci: «Certo che potevamo. Abbiamo sempre potuto vincere la guerra. Nonostante quello che predicava James Burrows dai suoi pulpiti integralisti, nonostante i vostri proclami patriottici di vittorie imminenti e schiaccianti, la sicurezza della vostra difesa, la potenza delle armi nucleari che avete mostrato su Boston», le rispose.
Si era infervorato, sembrava che quell’argomento avesse innescato una miccia troppo corta e lui fosse sul punto di detonare e lei fece un passo indietro.
Quasi fosse una secchiata d’acqua gelida, quel gesto di rifiuto, di allontanamento, riuscì a placare il vampiro, che tornò a guardare il cadavere e a esprimersi in maniera misurata: «Una volta firmata l’alleanza tra le razze soprannaturali, avremmo potuto porre fine al conflitto in pochi mesi. Non l’abbiamo fatto perché non era giusto. La maggior parte di noi semplicemente si difese, poi scelse di ritirarsi dalla guerra e contribuire alla costruzione della Hermon. Rimasero fuori dall’alleanza pochi guerrafondai tra i soprannaturali di ogni razza e furono solo loro a continuare a combattervi.»
Veronika aveva fatto un passo avanti nella comprensione dello sterminato universo dentro la mente di Selim e aveva accettato di vedervi dei sentimenti così forti, che avrebbero potuto prendere il sopravvento sulla sua razionalità più del sangue.
E questo, nessun umano lo immaginava.
«Ritardarono la pace, ma vi diedero il tempo di completare la nave e questo vi tornò comodo. Li usaste… o sbaglio?»
«Non potevamo obbligarli a sposare la medesima filosofia etica pacifica che avevamo noi, né aprire un fronte di guerra contro di loro. Avevamo una flotta da finire e una pace da costruire.»
«Scegliendo di non combattere tutti compatti, foste costretti all’esilio su quell’enorme nave, perennemente in balia dei mari, in acque internazionali. Coloro che invece combatterono vi avranno odiati per il mancato supporto.»
«L’esilio e la guerra interna furono sacrifici che facemmo per voi. Venne intrapresa una via e tuttora non ce ne pentiamo. Chi si imbarca con noi accetta le nostre regole. La Hermon non è solo una nave, è l’utopia di un’idea. Un ritorno alle origini della nostra genesi.»
«Raccontamela allora. Noi non sappiamo nulla della vostra origine.»
«E continuerete a non saperlo, finché non saremo riammessi in pace a convivere con voi. Nel frattempo stiamo ricostruendo una nuova società di soprannaturali, una alleanza cui noi per primi non siamo avvezzi, dopo esserci combattuti o ignorati per millenni.»
«Eppure affermi con certezza che avreste vinto la guerra?»
«Certo. Ma dalla tua espressione scettica intuisco che non mi credi. Allora segui il mio consiglio. Ritarda il tuo giudizio e attendi qualche mese, poiché non appena avremo finito alcune valutazioni ambientali, il mondo assisterà a uno sfoggio di potere mai visto prima, l’espressione più alta dell’alleanza.»
«A-attaccherete di nuovo?», chiese lei, col terrore che risaliva dallo stomaco.
«No, nessuno si farà male, ma sarà una pagina di storia fondamentale e ti dimostrerà che, potendo fare quello, avremmo davvero potuto sterminarvi in ogni angolo del globo.»
«Il che mi suona molto come prova di forza, o sbaglio?»
«Mh. Passami due specilli per favore, le domande un’altra volta», rispose lui e le indicò il servente con gli attrezzi di lucido acciaio.
«D’accordo, prendo il tuo silenzio sull’argomento come un appello al quinto emendamento. Ma voglio fidarmi di te e attenderò. Cosa non ti convince delle ferite? Perché mugugni?»
«Il medico legale ha eseguito qualche altro esame? Una tomografia o una risonanza?»
Veronika sfogliò il referto: «No, non ce n’è traccia, solo un esame fisico. Strano. Il prelievo di tessuti e campioni comunque ha evidenziato solo tracce di cloroformio nel sangue e residui di stoffa nelle narici, ma nessun DNA estraneo», disse passando le pagine con cura. «Compatibile con l’uso di guanti e accortezze da professionisti, ma non esclude un vampiro, infatti a parte il sangue, che rimane, qualsiasi altra parte staccata dal vostro corpo brucia in cenere. Quindi niente DNA.»
«Esatto. Però c’è il sedativo e ci sono i segni di legatura. Le vittime sono state drogate e trattenute meccanicamente con lacci e corde, mentre il sangue veniva asportato. E questo non è l’agire tipico di un vampiro», rispose e infilò gli specilli nei fori.
«Eppure è un reperto comune, anche in altri corpi erano presenti droga e segni di costrizione.»
«Anche il più debole novellino non ha bisogno di drogare o legare le vittime. Basta imporre la propria volontà e le prede stanno ferme. E un novellino avrebbe difficoltà a sopravvivere senza la protezione di una congrega per tanto tempo, specie in una città come San Francisco, tecnologicamente avanzata dal punto di vista degli scanner per soprannaturali.»
«Una congrega però sarebbe compatibile con l’enorme quantità di corpi ritrovati.»
«No, Veronika. Contrariamente a quello che credete, quando ci nutriamo non uccidiamo quasi mai. Altrimenti avremmo sterminato la razza umana prima ancora dell’età del bronzo. Ora guarda…», disse lui, togliendo e infilando di nuovo gli specilli, «i fori giungono a profondità diverse e anche notevoli, quindi a meno che il nostro vampiro abbia una zanna di due pollici e una da tre, non è possibile creare una lesione del genere. È una cosa che avevo notato leggendo i precedenti referti e che volevo appunto verificare; c’è sempre una asimmetria nella profondità delle lesioni, a volte minima, a volte notevole come in questo corpo. C’è poi il fatto che non hanno più una sola goccia di sangue in corpo. Noi uccidiamo, ma appena il cuore si ferma, diventa difficoltoso nutrirsi.»
«In che senso?»
«Mh. Se te ne parlassi, so che ti imbarazzerei», iniziò a dire, ma davanti all’espressione offesa e risoluta della donna, cedette e lo fece dando alla frase un tono saccente che disturbò l’amor proprio della poliziotta. «Il fatto che il vampiro succhi il sangue non è proprio vero. Ci pensa il cuore a pomparlo fuori dalla ferita. Noi beviamo e basta o succhiamo delicatamente. Quando il cuore si ferma dovremmo appendere il corpo a testa in giù o applicare la forza di una idrovora per finire di svuotarlo in questo modo.»
«E questo… questo basterebbe per dire che non è stato un non morto?»
«Se vuoi di più, posso anche dirti che non sento alcun odore di vampiro sul corpo.»
«Odore? Sentiresti l’odore di un tuo simile su un corpo?»
«Certo. In particolari situazioni in cui sostanze estranee non abbiano alterato la carcassa…»
«Carcassa?», lo interruppe sollevando un sopracciglio.
Selim emise uno sbuffo per farle capire che era scocciato: «Il corpo esanime, i miseri resti, le spoglie, il deceduto…», snocciolò finché fu lei a sbuffare. «Se non sono già in decomposizione e non sono stati imbalsamati o messi in formalina, potrei sentirne la saliva. Questa… salma?», chiese il permesso col tono di voce. «È solo refrigerata, quindi dovrei percepire una traccia.»
«Hai un olfatto così potente dunque? Sui libri dell’accademia non è menzionato.»
«Posso sentire tutto ciò che è veicolato dal sangue in saliva e secrezioni. Malattie, emozioni, ormoni…»
«Quindi finora hai sentito tutto anche in me?»
Selim non rispose, ma tolse gli specilli dal primo corpo per fare lo stesso esame sul secondo: «Anche qui non sono simmetrici e sono molto più superficiali.»
«Non mi hai risposto Selim.»
«E non vorrei farlo, per non cagionarti imbarazzo, possiamo concentrarci sui casi?»
Di nuovo emerse quell’atteggiamento paternalistico irritante, cui Veronika rispose avvicinandosi al corpo in maniera risoluta: «Quindi cosa concludi?»
«Mh. Non è stato un vampiro, il mio lavoro qui è finito.»
*
Il bel dodicenne dai lunghi ricci neri, coi profondi occhi scuri ravvivati da un caldo castano vicino alle iridi, diede di gomito al suo compagno: «Dici che sotto quel telo c’è una donna nuda?»
«Non si fanno dissezioni sulle donne, piantala di fare il cretino!», rispose l’amico, annusando ancora la resina profumata nel barattolo che portava in tasca, cercando di ovviare al lezzo del cadavere che attendeva su un tavolaccio di legno nel centro della stanza.
Nella sala, il brusio dei giovani studenti era discreto, ma occupava tutto il rumore di fondo mentre, in cima alle gradinate, i mentori e protettori più facoltosi di Damasco parlottavano tra loro di politica.
L’anziano mecenate si avvicinò a prendere i due per le orecchie: «Non fatemi fare brutta figura mocciosi! Stasera assisteremo a una lezione del medico personale di Salah Ad Din, l’ebreo Musa Ibn Maimon, state zitti, attenti e ringraziate per il grande onore.»
Il chiacchiericcio tacque di colpo quando la porta della stanza si aprì ed entrò il medico, seguito da una figura riccamente vestita, cui tutti si inchinarono.
«Il Saladino è qui!», sussurrarono passandosi la voce uno con l’altro, con lo sguardo pieno di ammirazione per il condottiero e la sua leggenda.
Accanto a lui, un guerriero in tunica bianca, con una fusciacca rossa in vita, si guardava intorno con fare sospettoso, senza mai distanziarsi troppo dal condottiero.
Il capo era coperto da un turbante bianco e un lembo passava dinanzi al naso e alla bocca, celandone le fattezze.
Il Saladino salutò i presenti e si accomodò in prima fila, mentre la sua guardia del corpo restava in piedi e teneva d’occhio il consesso di studenti e mentori.
Nulla di lui era visibile se non gli occhi, che percorsero uno per uno i presenti, fermandosi più a lungo sul giovane dai lunghi ricci folti.
Si guardarono a lungo, anche quando Maimonide l’ebreo iniziò a mostrare agli studenti come effettuare un’autopsia, usando degli specilli per analizzare le ferite del morto.
Tutto scomparve in quella stanza per il guerriero e il ragazzo.
C’erano solo i loro sguardi che si cercavano, come se si conoscessero da sempre, come se i loro destini fossero già legati.
*
Veronika inseguì Selim fuori della stazione di polizia, incurante della pioggia che aveva sostituito la neve, trasformando la candida coltre in un inferno gelido di cristalli corrotti dalla sporcizia della città.
Sotto l’incessante martellare delle pesanti gocce ghiacciate, tutto diveniva più triste e indefinito, diluito in una cortina umida di acqua che si raccoglieva in rigagnoli improvvisati lungo le strade, portandosi via pezzi di vita delle persone.
Un guanto, un fazzoletto, il biglietto di un autobus.
Lei lo afferrò per un braccio per farlo fermare e poterglisi parare davanti con entrambe le mani sul petto: «Fermati e rispondimi. Cosa vuol dire che il tuo lavoro è finito?»
«Vuol dire che, se l’assassino non è un vampiro, non ha senso che io rimanga. I presupposti della mia presenza qui sono decaduti. Restando rischierei di creare uno scandalo e compromettere le trattative di pace già difficili per conto loro. Pensaci bene. L’esercito non mi vuole qui, il tuo Capitano nemmeno, la società non parliamone neanche.»
«Ma ti voglio io», confessò lei, abbassando le braccia e il capo, mentre l’acqua scorreva lungo i suoi ricci e il volto.
Era imbarazzata.
Aveva usato una frase ambigua, l’aveva esternata senza neanche ponderare.
Era ciò che le voleva uscire dal cuore in quel momento e aveva trovato di che fiorire sulle labbra.
Voleva che lui restasse, nonostante la facesse ancora tremare, nonostante il timore per la sua forza e l’imprevedibilità del furore dei vampiri, nonostante il ricordo di ciò che aveva veduto durante la guerra.
Perché lo voleva?
Forse perché lui rappresentava la saggezza, la storia, aveva vissuto secoli conoscendo personaggi famosi, assistendo alle svolte epocali della società umana.
Forse perché, per la prima volta, sentiva un diverso punto di vista sulla guerra, perché aveva la possibilità di conoscere aspetti dei soprannaturali che nessun testo governativo aveva mai pubblicato.
Forse perché, accanto a lui, stava iniziando a sentirsi a suo agio tanto da accettare il contatto fisico, le sue mani a sostenerla nella metropolitana, le proprie a fermarlo spingendolo sul torace.
Ne fissava ormai solo i piedi, circondati dal rivolo di acqua come rocce lungo il fiume: «Ho sbagliato ad accoglierti col pregiudizio. È evidente che, prima ancora di una pace scritta, dobbiamo costruire una fiducia reciproca, noi e voi. Fare in modo che non ci sia più distinzione e che diventiamo tutti un unico ‘noi’. E io credo che se tu collaborassi alla cattura di un serial killer che vi emula, potrebbe essere una buona pubblicità, un buon ponte comunicativo per iniziare a presentarvi alla società da un diverso punto di vista.»
«Non essere ingenua. So che odi quando ti guardo come fossi una ragazzina, ma io conosco l’umanità da così tanto tempo, che neanche immagini. E non ha mai accettato la diversità, specie quando questa diversità può scardinarne l’ordine costituito e le certezze su cui si basa il patto sociale.»
«Cosa intendi?»
«La storia è costellata di padroni e servi. I vostri padroni non possono accettare che ci sia qualcuno più forte e potente di loro. Qualcuno che possa offuscarne ricchezza, fama, gloria, potere, controllo…»
«Non siamo più gli stessi del passato», lo interruppe lei.
«Ah no? Quanto tempo credi che servirà per riformare nuove fazioni, sette e clan che perorino la divisione di tanti noi contro tanti loro? Quanto per veder sorgere un altro James Burrows che arringhi le folle verso una nuova era di odio e segregazione?»
Eccolo di nuovo, così umano, passionale, infervorato dal passato, dalla guerra e da cicatrici mai rimarginate.
La verità era quella, lui poteva avere anche un corpo immortale, che guariva perfettamente ogni lesione, ma aveva le stesse ferite di un umano.
«Guardati intorno, Veronika, e vedrai già tutti i sintomi. Riconoscerai il disagio e la sofferenza che stanno cercando un nuovo capro espiatorio, quel diverso che potrà catalizzare il rifiuto e la persecuzione, che potrà essere accusato di tutto il dolore, le brutture e l’ingiustizia del mondo», allargò un braccio e indicò una generica direzione, lontana da lui. «Vi serve sempre qualcuno da temere.»
La pioggia gli colava lungo il volto senza che lui battesse ciglio: «Prima i cristiani. Poi gli ebrei. Poi i catari», e indicò la città dietro di lei. «Ora noi.»
Veronika sentì un nodo stringerle lo stomaco, perché sapeva già la risposta alla domanda che le premeva nella mente, ma voleva sentirla da lui: «E domani?»
Selim sorrise appena, non con scherno, piuttosto con rassegnazione: «Domani troverete qualcun altro, nella perenne ricerca di qualcuno cui addossare la colpa degli strali del destino!»
Il braccio si piegava e si stendeva, indicando con l’indice eretto quella direzione fittizia e lo faceva ancora e ancora, come se laggiù ci fosse l’origine del dolore e della separazione: «Accade così nella mente umana, fa parte della sua struttura stessa. È l’istinto che ti fa guardare con astio ciò che è esterno, pericoloso e diverso. Tu mi hai guardato proprio così, quando ci siamo conosciuti. E questo non cambierà. Neanche dopo quello che avete vissuto in guerra.»
Era rimasto immobile alcuni istanti, poi aveva lasciato ricadere il braccio, ma aveva continuato a guardarla: «Stai per piangere? Scusa… non volevo spaventarti.»
Veronika si passò le dita sotto le palpebre umide, poi scrollò il capo: «Non è paura, sono triste per quello che hai detto, perché temo sia vero.»
Avrebbe voluto anche dirgli il resto, che sperava di veder guarire quella ferita sanguinante che gli apriva il cuore, ma non ci riuscì.

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