
PUNTO 8 – I vampiri sono la causa prima della Guerra delle Razze.
La mia guerra
di Henry Foster
Professore emerito di storia contemporanea all’Università di San Francisco
Presidente dell’associazione no profit Algiz
Dal blog ufficiale dell’associazione
Maylynn Joyce si rivelò come vampiro in un piccolo studio della CNN a Boston, durante la trasmissione ‘After Midnight with Katherine Miller’, da cui partì una diretta televisiva alle 9 PM dell’8 aprile 2007, e lo fece con un breve monologo in cui si presentava come Reggente della città per conto della Fratellanza della Notte e raccontava la sua vita con pochi fatti salienti.
Nacqui, crebbi, divenni un vampiro…
Tutti restammo incollati allo schermo a sondare l’apparenza di quella creatura così fragile nelle sembianze, pallida fin quasi all’albinismo, a cercare segni di trucco, finzione e mistificazione.
Katherine la invitò a dare prova delle sue affermazioni e lei lo fece.
Tutti vedemmo il primo piano di quella bocca livida e l’allungarsi delle zanne che lei posò sul collo dell’uomo che l’accompagnava, premendo fino a lacerare la pelle e far zampillare il sangue.
Le telecamere non ci fecero perdere un solo istante, una sola inquadratura, dosando le riprese della bocca di lei, del sangue che colava sulla spalla dell’uomo e dell’espressione estatica di lui.
Tutti vedemmo la lingua della creatura passare sulla ferita e farla sparire in un istante e il sorriso dell’uomo, suo marito, suo compagno, suo unico amore, che le diede un bacio sulle labbra ancora sporche.
Katherine vestì ancora per qualche istante la parte della scettica, ma Maylynn si mosse per lo studio a velocità inumana e nessuno più dubitò di ciò cui avevano assistito.
Dopo la fine della trasmissione e per tutta la notte della Rivelazione, le televisioni rimbalzarono la notizia dell’esistenza dei vampiri confermandola, smentendola o sminuendola.
Accanto a chi credeva ciecamente nella veridicità dei fatti, c’erano i dubbiosi, ogni politico disse la sua, ogni opinionista commentò, ogni titolare di blog ribatté e chiunque avesse anche solo un ricordo o una esperienza da condividere, la rese pubblica, vera o falsa che fosse.
Qualcuno disse di aver visto bestie lupine nelle foreste, qualcun altro ricordava di essere stato morso da un vampiro o di aver visto persone incendiare auto o aprire le acque dei laghi con le mani tese.
Qualcuno aveva poi foto, sfocate e contraddittorie, che mostravano ogni sorta di mistero insoluto, da ombre dietro gruppi in posa, a crani con lunghe zanne al posto dei canini, a luci nel cielo.
Il mondo era equamente diviso tra chi credeva che fosse tutto un inganno alla Orson Wells, chi pronosticava fosse giunta l’apocalisse e chi invece salutava le nuove razze come un punto di evoluzione, fratelli da accogliere e da cui imparare.
Verso le sei di sera del 9 aprile 2007, prima ancora che il Presidente Baker facesse un comunicato ufficiale dalla Casa Bianca, emerse il leader.
James Burrows.
Maschio bianco, sui quarant’anni, di aspetto piacevole e curato sebbene ordinario.
Una cultura sufficiente a dargli credibilità con una laurea da avvocato e l’investitura a Reverendo che serviva a rafforzare il suo impatto religioso; indossava abbigliamento di marche statunitensi, mai estere, barba e capelli erano studiati nel taglio per infondere sicurezza e autorevolezza.
Poteva apparire come il padre responsabile d’America, il figlio di chiunque, il fratello su cui si può sempre contare, il marito presente e affettuoso.
James Burrows si presentò con la Bibbia in mano, sollevata al cielo, su un palco apparso chissà come nel mezzo di Central Park.
Le luci erano perfette, la scenografia curata nei colori bianco, rosso e blu, la moglie e i figli pronti a stringersi attorno al capo famiglia e a dare l’immagine del nucleo unito e cristiano.
Dopo poche ore dalla rivelazione erano già pronti i cappellini e le magliette, le bandiere e le bibbie, gli adesivi per l’auto e le calamite per il frigorifero.
C’era anche un vasto pubblico attorno al palco e degli spazi riservati alle maggiori televisioni, richiamate apposta per l’occasione.
James Burrows sapeva come catturare l’attenzione e gli invidiosi lo attribuirono al suo passato da attore fallito di Broadway.
Lui disse sempre che quell’esperienza gli era servita per imparare a parlare in pubblico, superando la sua timidezza innata e che ogni trascorso della sua vita era finalizzato solo a quel momento, alla chiamata di Dio, come un lungo addestramento necessario per essere in grado di guidare i bravi cittadini americani verso la salvezza.
James Burrows aveva una bella voce baritonale: «I vampiri sono reali», aveva detto come prima cosa quel giorno, mentre il sole tramontava tra i grattacieli della City. «Ora lo sapete tutti, li avete visti, si sono rivelati e l’inganno è finito. Possiamo aprire gli occhi e risvegliarci dal lungo sonno della ragione. I vampiri sono reali», ripeté dosando le pause con consumata abilità. «E lo sono anche la stregoneria e la licantropia. I nostri antenati lo sapevano, cercarono di avvertirci, di lasciarci i loro scritti e le esperienze, perché eroicamente li combatterono per tanti anni, li bruciarono sul rogo, li stanarono dai loro fetidi rifugi, cercando di consegnare a noi un futuro libero dalla schiavitù che ci impongono. Fecero molto, ma non bastò. Ora tocca a noi fare la nostra parte e finire il lavoro che loro iniziarono. Non ci sono vampiri nella Bibbia! Non licantropi! Solo umani e angeli. I restanti, non sono nient’altro che demoni.»
In meno di due minuti di discorso, qualsiasi messaggio di pace e amore di Maylynn Joyce venne completamente distrutto.
La guerra per noi iniziò alle prime luci dell’alba del 10 aprile, con scontri improvvisati in tutta la città di New York, quando le forze regolari vennero affiancate dai cittadini con le loro armi personali, ansiosi di contribuire allo sterminio dei nemici.
Si formarono spontaneamente comitati di quartiere e ronde armate; gruppi paramilitari spuntarono come funghi con le loro armi d’assalto.
Iniziò a diffondersi l’idea di essere davvero in guerra, iniziarono i saccheggi ai negozi e le esecuzioni sommarie, mentre la polizia non riusciva ad arginare le innumerevoli violazioni della legge che parevano rinnovarsi in numero e gravità a ogni dichiarazione pubblica di Burrows.
James rimase in testa agli ascolti per una settimana ininterrotta.
I seguaci lo vedevano lavorare, lo ascoltavano, lo seguivano mentre dormiva, quando veniva svegliato e intravedevano la sua sagoma mentre si chiudeva in bagno come un grottesco Truman Show in cui, ora dopo ora, il martellante messaggio di odio e destabilizzazione, guidava le menti verso l’unica soluzione possibile da abbracciare.
La guerra totale.
Entro una settimana, l’ottanta per cento delle aziende aveva chiuso o ridotto l’attività a causa della mancanza di personale, barricato in casa al sicuro o intento a combattere strada per strada contro qualunque cosa non sembrasse umana, o bianca, o americana.
I sondaggi cambiarono di giorno in giorno.
Sempre più americani volevano una guerra mondiale.
Sempre meno si fidavano del governo.
Solo pochi invocavano ancora la diplomazia.
La vendita di armi decuplicò, i supermercati si svuotarono, le farmacie vennero prese d’assalto.
Entro una settimana, il consenso era stato raggiunto e la diretta ininterrotta finì, ma Burrows non abbandonò i suoi seguaci.
La sua immagine di inviato da Dio si consolidò giorno dopo giorno, mentre il suo rifugio, rigorosamente top secret, diventava una vera centrale di operazioni alla quale ogni cittadino poteva segnalare la presenza di soprannaturali.
Iniziarono le delazioni, i rastrellamenti e il clima di sospetto aleggiò su tutto il paese, mentre la paura di una guerra spingeva le persone a invocare sicurezza, legge marziale, una distruzione che non lasciasse nessuno nelle mani dei nemici della democrazia e della libertà.
Molti innocenti umani vennero imprigionati anche solo per un sospetto e di alcuni non si seppe più nulla, neanche dopo la guerra, quando le famiglie pretesero verità e notizie che nessuno dette mai.
La cartina degli Stati Uniti, che troneggiava dietro la scrivania di James, presto iniziò a popolarsi di puntine colorate.
Rosse per i vampiri, blu per i maghi, marroni per i licantropi, gialle per le fate, nere per i mistici.
Man mano, i solerti seguaci riportavano anche le notizie dello sterminio dei nidi e le puntine venivano sostituite da bandierine a stelle e strisce.
I puntini rossi e marroni iniziarono a diminuire velocemente nei primi mesi di guerra, poi il governo russo rese nota la creazione di un distorsore elettromagnetico in grado di far saltare la copertura magica che difendeva le Torri di magia.
I puntini blu sparirono ancora più in fretta, entro l’autunno del 2007, mentre per le Fate ci volle un altro anno buono per scoprire come trovare le porte per raggiungerle nel loro piano di realtà.
Furono i mesi delle prime grandi vittorie.
Poi accadde qualcosa.
A poco più di un anno dall’inizio del conflitto, nel luglio del 2008, i soprannaturali firmarono a Roma l’Alleanza delle Razze e iniziarono la costruzione della Hermon a Panama.
Il Vaticano, che fino ad allora era rimasto puntellato di nero come le pulci sulla schiena di un randagio, scelse di epurarsi e tutta la città di Roma, già vista come la culla del male demoniaco, di cui i mistici erano gli agenti in terra che per millenni avevano manipolato e corrotto la santa istituzione, iniziò la caccia ai nemici.
Ma ormai il danno era irreparabile, la fiducia persa e il fatto che proprio lì venne firmata l’alleanza, decretò la fine della supremazia della Chiesa Cattolica.
Era il giugno del 2008 e, mentre ovunque i “non umani” coalizzati si prendevano sanguinose rivincite sui nemici, Burrows spingeva i suoi reclutatori a fomentare l’odio verso i Mistici e quella città colpevole di tradimento, da cui stava partendo la rivincita dei soprannaturali.
Ci vollero tre attentati dei seguaci di Burrows per riuscire a uccidere il Papa, ma quell’atto fu un punto di svolta nella guerra, perché sancì la prima vera frattura nell’alleanza mondiale umana.
Anche il Presidente Baker iniziò a disconoscere il predicatore e, quando la sua curva dell’indice di gradimento prese una ripida discesa, dopo una serie di iniziative impopolari di censura e roghi improvvisati di sostenitori della pace, Burrows divenne tanto scomodo da richiedere una risoluzione.
Nel gennaio del 2009, una falla nel suo imponente sistema di sicurezza permise a un singolo vampiro o presunto tale, il Lee Oswald della situazione, di ucciderlo davanti alle telecamere della sua villa.
Il passo finale era avvenuto.
James Burrows era divenuto un martire e la guerra riprese, opponendo i suoi seguaci al governo americano.
E mentre in tutto il mondo si rincorrevano notizie di epurazioni totali dei soprannaturali, nel luogo in cui stava venendo costruito il motore della Hermon, Boston, Maylynn Joyce continuava a richiamare le persone al dialogo.
Molti vampiri da tutto il mondo si erano trasferiti nel suo dominio, sotto la sua protezione, in attesa di essere imbarcati sulla Hermon e, quando giunse il 21 dicembre 2012, il presidente Baker acconsentì alla soluzione finale.
Quando l’ordigno atomico detonò su Boston, ci fu chi gridò allo scandalo, all’errore, ma il novanta per cento degli americani intervistati per un sondaggio, rispose che andava fatto.
Non si seppe mai come vennero raccolti quei dati, ma ebbero un impatto psicologico prevedibile sull’opinione pubblica e, in capo a pochi mesi, divennero dati reali.
Gli scienziati dimostrarono che l’arma non aveva rilasciato radiazioni al di fuori del perimetro della detonazione.
Era un’atomica ‘pulita’, ci dissero, necessaria allo sterminio di un’ingente quantità di nemici.
Le perdite umane erano trascurabili.
Ricordate bene questa parola.
Trascurabili.
*
«Prima hai detto una cosa sulla guerra. Hai detto che era già tutto deciso, ma come è possibile?», chiese Veronika, rabbrividendo per il freddo sul marciapiede, mentre la pioggia le inzuppava i capelli e colava dentro gli abiti a minacciarne la salute.
«Lascia stare, non è il momento.»
Veronika alzò lo sguardo furente su di lui: «Non trattarmi come un’idiota, non lo merito!»
«Lo so che non sei stupida. Sono io che non voglio dirti altro, perché ancora non mi fido di te.»
«C-cosa? Tu non ti fidi di me? Tu che in qualsiasi momento puoi uccidere qualsiasi persona in questo isolato, non ti fidi di me, debole umana?»
«Uccidere è facile. Lasciare vivere è difficile. Guardare morire è la fine.»
«Fine? D-di cosa?»
«Della tua umanità.»
Lui si scansò e la superò.
Nel tempo in cui lei decise di voltarsi e rispondere, Selim era sparito.
Lo cercò oltre l’angolo, dietro le auto in sosta, dentro le vetrine in un crescendo di preoccupazione che divenne vero terrore quando realizzò che non avrebbe mai potuto trovarlo, se lui non avesse voluto.
Era sparito così, nell’eco assordante della pioggia che risuonava fredda contro l’acciaio, il ferro e il cemento della città ferita.
Il suo non era un canto, come avrebbe potuto essere in una verde foresta, era piuttosto un lamento che giungeva da un cielo troppo lontano per essere raggiunto col dolore, il pianto e le preghiere.
Veronika prese il cellulare: «Capitano? Abbiamo un problema», e si allontanò verso le pensiline dei taxi, alzando la mano a richiamarne uno.
Selim era rimasto celato nell’ombra del suo potere di non morto; poco distante da lei, l’aveva osservata giustificarsi con Hollis, poi piangere, disperarsi e imprecare, ma alla fine si era allontanato a piedi nella pioggia, senza una meta.
Da quanto tempo non camminava per le strade di una grande città?
Dovunque guardasse, trovava qualche crepa, nei muri come negli umani.
Timore, repressione, la sensazione che tutto fosse in bilico sull’orlo del baratro eppure, accanto a persone che procedevano a passo svelto, armate e sospettose, lungo le strade ormai deserte, c’era anche chi resisteva, trovava in sé l’incoscienza o la forza di proseguire come se nulla fosse, prendendo il buono della vita quando c’era, senza null’altro chiedere al futuro.
Quelle persone cantavano agli angoli delle strade, decoravano le vetrine dei negozi, aprivano nuove imprese e puntavano tutto sul futuro.
Sì, c’era la speranza, ma c’era però anche l’eredità di una guerra lunga cinque anni che aveva cambiato per sempre le fondamenta della società e la storia stessa.
Cartelloni che inneggiavano alla libertà degli umani dalla schiavitù al servizio dei soprannaturali, storture nella storia, oscurantismi della verità e bugie preconfezionate decoravano i palazzi e le pensiline o gorgheggiavano dalle radio e impattavano emotivamente dalle televisioni.
Slogan come «mai più» o «prima gli umani», si confondevano a pubblicità di dispositivi di rilevazione e riconoscimento di realtà non umane.
A ogni angolo della strada, imbonitori ormai zuppi di acqua gelida offrivano volantini di corsi di difesa, sconti su armi da fuoco per tutta la famiglia, inviti a seminari e predicozzi nelle chiese, nelle congreghe, nelle sedi di nuove sette sorte in reazione alla guerra.
Era una città, una società, un mondo che li aveva rifiutati, esiliati, processati e condannati, che disperatamente cercava di tornare alla beata ignoranza di sempre.
Eppure, proprio come una tazza di porcellana caduta che, per quanto la si cerchi di riparare, sarà sempre una tazza rotta tenuta insieme alla meglio, così la società si reggeva su traballanti pezze pronte a rivelare tutta la loro fallace pretesa.
Nessuno avrebbe potuto cancellare la notte della Rivelazione e l’Apocalisse che ne era derivata.
Nessuno avrebbe ormai potuto negare l’esistenza di altre razze.
Nulla sarebbe mai più potuto tornare come prima, ma soprattutto, nonostante la speranza di Corday, non c’era più posto per loro tra gli umani.
Selim mandò un messaggio dal cellulare per richiedere il ritorno dell’elicottero e, un attimo prima che una mano gli si posasse sulla spalla, si scansò allungando le dita rigide verso la gola del nemico.
Se non si fosse fermato, con quel colpo avrebbe rotto la trachea e soffocato quello strano uomo che gli offriva il volantino: «Calma amico, non voglio farti del male. La riunione degli Integralisti Biblici sta per iniziare, entra con noi, si sta al caldo e c’è da mangiare.»
Il vampiro rilassò le dita e prese il volantino, lo lesse e lo accartocciò nel palmo, ma invece di buttarlo, lo mise in tasca.
Seguì la folla, avviandosi dietro altri umani festosi che, a decine, si infilavano in una chiesa prefabbricata nel cuore del Mission District, da cui usciva calore, profumo di dolci, punch caldo e l’armonico canto di un coro.
Aveva tempo da perdere prima dell’arrivo dell’elicottero, poteva valere la pena di analizzare e studiare la nuova società umana del dopo guerra.
Il predicatore cantava insieme al coro, incitando i presenti a elevare lodi a Dio e terminò la canzone con un balzo degno dei migliori performers, sancendo l’ultimo accordo degli strumenti.
Applausi e grida lo sostennero mentre si asciugava il sudore e si preparava al resto dello spettacolo, il sermone.
Una donna offrì a Selim un bicchiere con dell’aranciata e uno con dentro i biscotti.
Li accettò tenendoli in mano.
«Loro si definiscono ‘Soprannaturali’», esordì il predicatore, avanzando lentamente sul palco con il microfono stretto tra le mani e lo scherno nella voce. «È una parola scelta con cura. Sopra il naturale. Superiori all’uomo. Più evoluti. Più forti. Più degni di governare. E sapete qual è la cosa peggiore?», tacque qualche secondo, lasciando che il silenzio crescesse nella sala gremita. «Che molti di noi ci hanno creduto davvero!»
Un brusio di approvazione percorse la platea.
«Per tutti gli anni di guerra e anche ora, in questa effimera pace, gli amici delle bestie… questi… collaborazionisti, ci hanno raccontato che dovevamo essere tolleranti, comprensivi, aperti al dialogo. Ma mentre noi abbassavamo la guardia, loro si infiltravano ovunque.»
Indicò lo schermo alle sue spalle, dove scorrevano immagini della guerra, città devastate e ospedali sovraffollati: «Nelle università. Nei governi. Nei media. Nelle industrie farmaceutiche. Perfino nelle chiese», e si fermò davanti al pulpito. «E adesso vogliono riscrivere la storia.»
Alcuni tra il pubblico annuirono con forza.
«L’associazione Algiz parla già di integrazione, convivenza, cittadinanza! Vogliono convincerci che le bestie che hanno devastato il nostro mondo siano vittime incomprese, che i vampiri siano solo una minoranza perseguitata, che i mistici siano portatori di conoscenza e che dovremmo accettarli nelle nostre città, nelle scuole dei nostri figli, nei posti di comando.»
Il tono si fece più duro e il pugno stretto sbiancava mentre lui lo agitava davanti al volto, minaccioso: «Ma io vi chiedo… cosa succede quando smettiamo di distinguere l’umano dal mostruoso?»
La sala esplose in qualche grido isolato: «Amen!»
«Dillo!»
«Succede che perdiamo noi stessi!», declamò il predicatore, che riprese a camminare lentamente avanti e indietro.
«E non crediate che tutto questo inizi con un’invasione armata. No. Sarebbe troppo semplice. Loro agiscono in silenzio, poco alla volta. Una concessione oggi, una modifica domani, una nuova legge dopodomani.»
Indicò di nuovo le slide: «Prima vi dicono che certi vaccini sono sicuri. Poi scoprite che contengono tessuti alterati e materiale biologico prelevato dai Soprannaturali. Vi dicono che è ricerca medica, progresso scientifico, ma intanto introducono nel corpo umano sostanze che non appartengono alla creazione divina.»
Un mormorio inquieto attraversò la chiesa e un uomo con una folta barba rossiccia e il ventre dilatato da troppe birre diede di gomito a Selim e gli indicò il palco: «Ha ragione, cazzo, sì che ha ragione!»
«E mentre ci distraiamo, contaminano tutto il resto. I raccolti geneticamente modificati, gli allevamenti dove gli animali sono nutriti con sangue di vampiro, l’acqua estratta da falde sospette, le sostanze disperse nell’aria.»
Alzò un dito verso il soffitto: «Quante volte avete visto quelle scie nel cielo? Quante volte vi hanno detto di non fare domande?»
Alcuni presenti abbassarono il capo, altri annuirono convinti.
«Ci vogliono deboli, confusi, dipendenti. Vogliono una popolazione incapace di distinguere il bene dal male.»
La voce si incrinò di rabbia trattenuta: «E intanto la corruzione morale avanza insieme a quella fisica. Ci insegnano che tutto è relativo. Che non esiste più purezza. Non esiste più famiglia. Non esiste più peccato.»
Le immagini alle sue spalle cambiarono ancora, mostrando manifestazioni a favore dei soprannaturali, simboli esoterici, rave nei boschi, volti dipinti: «Normalizzano culti pagani, sabba, idolatrie, promiscuità, ogni forma di degenerazione che allontani l’uomo da Dio e lo renda più facile da controllare.»
Il pubblico era rapito e si avviava in quella fase di fanatismo emotivo che si diffondeva più veloce di un contagio e portava i presenti a premere verso il palco, tentando di avvicinarsi di più all’eroe, alla salvezza.
Selim rimase immobile coi due bicchieri in mano, mentre la gente sfilava attorno a lui.
Aveva gli occhi fissi sul predicatore: «E quando avranno finito, sapete cosa accadrà?»
Si batté una mano sul petto: «Non ci sarà più un popolo libero. Solo una massa addomesticata che crederà di scegliere, mentre obbedisce», gridò e si avvicinò al bordo del palco, sempre più vicino ai suoi fedeli, abbastanza da sfiorare le mani di quelli in prima fila.
«I vampiri dominano col sangue, i mistici con l’inganno, i maghi con l’illusione, le fate entrano nei nostri sogni! Con i loro poteri blasfemi portano a un unico risultato… la schiavitù dell’uomo.»
L’uomo dalla folta barba aveva raggiunto le prime file e gridò: «Mai più!»
«Esatto!» tuonò il predicatore. «Mai più!»
Afferrò la Bibbia dal leggio e la sollevò sopra la testa: «Noi ricordiamo la guerra! Ricordiamo i morti! Ricordiamo Boston! Ricordiamo le città bruciate e i nostri figli massacrati!»
La folla iniziò a rispondere in coro: «Noi non dimentichiamo!»
«Per questo dobbiamo restare vigili. Per questo non possiamo permettere che tornino. Per questo non dobbiamo cedere alle menzogne di chi vuole renderci colpevoli per esserci difesi.»
Il predicatore abbassò lentamente la Bibbia e scandì le ultime parole quasi sussurrando:
«Dio ha creato l’uomo. Non i vampiri. Non i mostri. Non gli abomini.»
Poi rialzò lo sguardo verso la platea.
«E se una verità non è scritta nella Bibbia… allora non viene da Dio.»
Selim aveva sentito abbastanza.
In molti avevano cavalcato l’attualità per ritagliarsi una nicchia di potere, visibilità e seguaci, sia durante che dopo la guerra, ma questo predicatore ci stava riuscendo alla perfezione e il numero dei suoi seguaci era preoccupante quanto il loro grado di invasata e cieca fede.
Era semplice fare presa su di loro con discorsi roboanti a cavallo della main stream che voleva i soprannaturali come causa di ogni problema e disagio sociale; era facile trovare nei libri sacri o nella filosofia un giustificativo che si imponesse sulle menti stanche dei sopravvissuti, che anelavano una figura di riferimento cui affidarsi, come figli inetti e sperduti.
Qualsiasi cosa Selim avesse fatto in città sarebbe stata strumentalizzata, masticata e sputata dai media, fino a trasformarsi nella versione più utile ai loro interessi.
Comoda e mai veritiera.
Uscì in silenzio dalla chiesa e si mosse velocemente verso il retro.
Da una applicazione sul cellulare poteva avere segnalazione di dove fossero le telecamere di sicurezza e schivarne l’occhio indagatore e dunque sfruttò uno dei pochi punti ciechi per ascendere sui tetti con pochi, inumani balzi e, da lì, attraversare di nuovo la città fino all’appartamento e lo fece saltando di palazzo in palazzo, volando sopra le vie che tagliavano la città in regolari geometrie, dando fondo alla potenza e all’agilità per cui i vampiri erano famosi e temuti.
Troppo veloci per gli umani, troppo forti, in grado di dominarne le menti e di illuderne i sensi, erano temuti anche più dei licantropi, nonostante le limitazioni che avevano nel non potersi esporre al sole, proprio per il loro potere di agire sulle menti umane e ridurle a gusci vuoti.
Mentre sorvolava un cartellone pubblicitario, si voltò a osservare l’offerta a buon mercato dei famosi caschi di ferro per proteggere gli umani dal controllo mentale.
Qualcuno ancora credeva che funzionassero davvero e li comprava.
Qualcuno non aveva mai smesso di arricchirsi sulla credulità delle masse, né durante la guerra, né dopo.
No, non c’era speranza per quel popolo e non c’era posto per loro in questo mondo.
Selim atterrò in un vicolo laterale, si sistemò gli abiti e i capelli scompigliati dal viaggio e si mosse verso il marciapiede.
Due occhi lo osservarono.

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