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“Loro temono ciò che non conoscono e distruggono ciò che temono.”

Memorie dal Buio – Ucronia – Capitolo 9

da | Giu 21, 2026

PUNTO 9 – I vampiri si rapportano in soli tre modi con gli umani: li divorano, li rendono schiavi, li corrompono mutandoli.

Gli occhi scuri della guardia dalla tunica immacolata non avevano lasciato il ragazzo un solo istante.

Non c’era concupiscenza in lui, o accusa, solo una curiosità fin troppo penetrante.

Al giovane Khalid era piaciuta la lezione del grande medico ebreo, ma la maggiore emozione era stata incontrare il Saladino e, quando Maimonide dichiarò conclusa la serata, nonostante lo sguardo della guardia del corpo lo mettesse a disagio, il ragazzo scese velocemente le scale per cercare di conoscere il Sultano.

La guardia dagli abiti candidi gli mise una mano sul petto, fermandolo a debita distanza e, quando il ragazzo cercò di divincolarsi e ne sfiorò le dita, rabbrividì.

Erano fredde, come quelle di un cadavere e sembravano voler contaminare di gelo anche la pelle del giovane, la sua cassa toracica, fino a stringerne il cuore in una morsa di ghiaccio.

Alzò lo sguardo e si perse in quegli occhi neri, in cui schegge di lapislazzulo brillavano come su una corona reale.

Al collo della misteriosa guardia pendeva una catenina d’oro cui era agganciato un pendente a forma di sciabola.

«Perdonatemi, mio signore, volevo solo rendere omaggio al Sultano», disse il ragazzo inchinandosi.

«Tutto bene Kabir», disse Saladino, «lascialo passare.»

La guardia tolse la mano dal petto del ragazzo e il dolore e il gelo sparirono.

Quella notte, tutti i ragazzi che alloggiavano dal Mentore che li aveva adottati, parlarono a lungo del medico e del Sultano, ma il giovane guardiano di capre rimase alla finestra a guardare la luna piena che illuminava i tetti bianchi di Damasco.

Lui pensava alla guardia.

Kabir.

Alle sue mani fredde.

Agli occhi neri screziati di lapislazzulo.

I pensieri vagavano puntati verso la luna e il giovane non si accorse che due occhi lo stavano fissando, mentre la figura ammantata di bianco sostava, appoggiata al muro di cinta della tenuta del mentore.

*

Una prostituta era appoggiata al muro al confine del mondo civile e stava fissando Selim.

Aveva un buco nella calza a rete, sopra il ginocchio e mostrava il corpo oscenamente offerto nei suoi difetti e nella sua disperazione.

Eppure il volto era bello, gli occhi grandi e tristi come quelli di una cerva in gabbia.

«Ehi ragazzino, se verrai con me sarò delicata, sono esperta delle prime volte.»

Selim si avvicinò e lei si aprì la sciarpa mostrando il petto scollato e il generoso seno costretto in un bustino rosso e nero col pellicciotto bianco, vagamente natalizio.

«Posso farti fare tutto quello che vuoi, anche farti da mamma, vuoi succhiare?», e si sfiorò il seno.

Quello che lui sfiorò però, furono le cicatrici alla base del collo, che lei si ricoprì.

Fu allora che Selim vide anche le altre sul seno, sulle braccia, perfino sulle cosce.

Cicatrici di morsi.

«Ero una puttana dei vampiri. Adesso nessuno più mi vuole per questi segni, non lo dirai alla polizia vero?», disse coprendosi, come se fosse stata nuda in chiesa. «Anche per te sono merce avariata?»

Selim fece cenno di no.

Lei lo osservava, immobile sotto la pioggia e appuntò gli occhi nei suoi, fino a precipitare in un gorgo oscuro che aveva i confini netti delle iridi di brace che le entravano nella mente.

Tutto il suo dolore e il suo vissuto tracimarono dalle labbra e il suo cuore si aprì alla confessione: «Io mi sono offerta a loro in amicizia, credevo nella pace e nella convivenza, volevo davvero aiutarli, amavo l’idea di avere il corpo segnato dai loro morsi, mi sentivo di loro proprietà, appartenente a qualcosa di grande e chiesi di non aver sanate le ferite. Quando dovettero fuggire, sperai che mi portassero con loro, ma non lo fecero. Sparirono e, quando quella notte andai al loro rifugio, lo trovai vuoto. Mi avevano usata solo per nutrirsi e di loro non seppi più nulla, rimasi qui con le mie cicatrici, odiata e isolata dalla mia gente, proprio come fossi un’appestata.»

La sua risata fu isterica, priva di gioia, oscura nella disperazione: «Dovrei farla finita, non credi? Non c’è più nulla qui per me. Se avessi avuto la sifilide o l’epatite o l’HIV, non sarei stata così emarginata, mi avrebbero aiutato gli enti benefici, o tutte quelle bigotte dell’alta società che cercano un impegno sociale per sgravarsi la coscienza. Invece con queste cicatrici mi vedono marcia, anche se ho un certificato di non contaminazione, ecco guarda, è stato rilasciato dall’unità di crisi anti soprannaturale, ma questo foglio non serve a nulla e anche se mi inventassi di essere stata violentata e non di essere stata consenziente, per loro resterei sporca e irrecuperabile.»

Di nuovo lo fissò negli occhi: «Cosa voglio in realtà? Non lo so. Neanche so perché sto qui a parlare con un ragazzino che nemmeno mi risponde. Forse avrei voluto partire anch’io sulla grande nave blu, o anche su una qualsiasi della flotta, insieme a volontari, pacifisti, tutti gli umani che vogliono dividere coi signori della notte le brevi vite insulse che ci sono toccate in sorte. Sai, io non voglio la vita eterna, non la merito. Non ho altro dono da fare che il mio sangue e quel dono mi nobilitava, dava un senso alla mia piccolezza, all’inutilità che mi perseguita da quando sono nata. È come quando faccio la vita sai? Per un istante divento tutto ciò che serve agli uomini. E così, per un attimo perfetto, il mio sangue mi faceva essere cercata, scelta e desiderata.»

Selim era sempre immobile davanti a lei, fradicio di pioggia e lei aprì l’ombrello, prendendo entrambi sotto le falde rosse sgargianti: «Se avessi avuto i soldi o la possibilità sai cosa avrei fatto? La pasticcera!»

Selim le offrì il braccio e insieme presero a camminare lungo il fianco del palazzo, dentro la portineria e fino all’appartamento all’ultimo piano.

«Carino il tuo loft. Piccolo ed essenziale. Finora ho parlato solo io, adesso mi vuoi dire cosa vuoi fare? Non sai neanche le mie tariffe.»

Il vampiro riemerse dal bagno, circondato da una nuvola di vapore e dallo scrosciare dell’acqua che scendeva nella vasca.

Nel buio della stanza, le luci della città gettavano tremule ombre grigie nella sala.

La donna entrò nel bagno e sbirciò il cellulare di lui, in cui ancora brillava lo schermo dove lesse un messaggio di un certo ‘Ale’: «D’accordo vengo a riprenderti stasera alle 18, stesso posto.»

«Ultima notte qui dunque?»

Selim spense il cellulare e iniziò a spogliare la donna, accompagnandola nella vasca.

In un istante, tutto fu illuminato dal caldo sfavillio delle candele e la donna si irrigidì nell’espressione quando vide le piccole lacrime di fuoco apparse dal nulla.

Poi Selim iniziò a spogliarsi e non ci fu altro da guardare se non quel corpo perfetto, cesellato nel dettaglio di ogni singolo muscolo, esaltato dal gioco di luci e ombre delle candele.

Quando furono l’uno di fronte all’altra nel caldo abbraccio della vasca, la donna prese l’iniziativa e, con un sorriso accondiscendente, immerse la mano cercando l’inguine del ragazzo a partire da una languida carezza sulla coscia: «Cosa vuoi che faccia?»

Selim di nuovo non parlò, ma schiuse le labbra e le mostrò le zanne che si allungavano, feroci e appuntite.

La donna trasalì scattando indietro, mentre l’acqua debordava dalla vasca, spegnendo alcune candele: «Oh mio dio, ma tu… tu sei…»

«Posso?», chiese lui.

La sua voce fu come una vertigine per la mente della donna: «C-cosa? M-ma sì, certo mio signore. Non dovete neanche chiederlo. È un onore per me. È passato così tanto tempo che… io non speravo più che avrei…»

Selim si sporse in avanti, avvolgendola con le braccia fino a impossessarsi di quel collo vilipeso che portava il marchio di una scelta consapevole che l’aveva condannata a vita, nel corpo e nello spirito.

«Fallo, ti prego», sussurrò lei e, quando il morso giunse, trattenne il fiato e il grido di terrore, chiuse gli occhi e si aggrappò al bordo della vasca con le dita così contratte che le unghie si spezzarono una dopo l’altra: «Fallo fino in fondo, liberami per sempre da tutto questo dolore.»

Selim rimase a occhi aperti, fissando una delle candele con lo stoppino così corto, da avere solo un piccolo gemito di fiamma a illuminarla, niente cuore rosso di vitalità, solo il chiarore morente che ancora lottava per non spegnersi.

Erano uguali, la donna e la candela, talmente distrutte dalla vita, da non riuscire neanche più a generare ombra.

La sentì agitarsi sotto di sé, sedotta dal piacere che le concedeva nelle membra, percepì i suoi pensieri di annichilimento e morte, che divenivano specchio di un riposo agognato, non già la tristezza di un trapasso ingiusto.

Aveva la sua vita nelle mani, la rubava sorso dopo sorso avvicinandosi a quel momento fatale in cui avrebbe dovuto operare una scelta definitiva.

Ucciderla.

Salvarla.

Renderla immortale.

*

Veronika infilò la copia della chiave nella toppa e spalancò di colpo la porta di ingresso, fradicia, ansante, provata dalla lunga lotta contro il traffico cittadino per attraversare la città.

Lui era lì, immobile a guardare l’oscurità della baia attraverso il vetro della sala, illuminato solo dai riflessi dei neon che provenivano dalla strada sottostante.

Non l’aveva perso.

Lui non l’aveva tradita fuggendo.

Avanzò per parlargli e si accorse solo allora che Selim non aveva nulla indosso, tranne la catenina dalla quale pendeva una sciabola d’oro lunga un paio di pollici e se ne stava appoggiato con l’avambraccio contro la finestra.

«Tu! Sei qui, sei ancora qui e s-sei… nudo!»

Veronika si voltò di scatto, dandogli le spalle.

Si era mossa istintivamente e apprezzava il fatto di non avergli mostrato il rossore pudico delle gote, quando si era resa conto che lui non aveva alcun abito addosso: «Credevo fossi partito.»

«Avrei voluto, ma per far tornare l’elicottero devono riprendere l’assurdo balletto dei permessi, mobilitare l’esercito, chiedere il nulla osta al presidente. Arriveranno alle sei stasera. Fino ad allora me ne starò qui dentro, non preoccuparti.»

«Ti prego di ripensarci. Hai dato un contributo sostanziale all’indagine in soli dieci minuti, chiudendo un grosso capitolo che per noi era in sospeso da due mesi. È vero, non c’entra un vampiro, ma è comunque qualcuno che mima un vampiro e sarebbe nell’interesse di tutti che fosse fermato.»

«Sai perché ho accettato di venire qui?», fece una lunga pausa e Veronika si voltò, imponendosi di non reagire come una liceale davanti a quel corpo nudo, esposto in maniera così naturale e priva di malizia o pudore.

Prese fiato e sollevò il mento, ma gli occhi continuavano a correre su quel corpo, splendido già da umano, che il sangue di vampiro aveva reso sublime nella perfezione del disegno delle masse muscolari prive di grasso e nelle proporzioni artisticamente eterne.

«Volevo vedere coi miei occhi. Capire se ci fosse posto per una riconciliazione e, guarda», le offrì il volantino accartocciato della setta che, a suon di citazioni bibliche, prometteva di spiegare dieci motivi per cui fosse lecito, corretto e benedetto da Dio uccidere a sangue freddo ogni soprannaturale.

«Questo è un estremo malato e corrotto. Ti garantisco che ci sono molti movimenti per la fratellanza e la tolleranza. L’associazione Algiz per esempio.»

«È inutile che cerchi di indorare la pillola, Veronika. La verità è che non c’è più posto per noi nella vostra società, qualsiasi cosa io faccia. Anche se salvassi un gattino dall’albero mi accuserebbero di volerlo poi mangiare. Se trovassimo poi questo assassino, direbbero che ho collaborato solo col secondo fine di rifare una facciata falsa di perbenismo per mascherare che siamo bestie.»

«E allora non pubblicizziamo il fatto che tu abbia partecipato alle indagini. Ce lo teniamo per noi. Il Capitano Hollis si prenderà il merito, ma intanto avremo lavorato insieme e fermato un assass…»

La prostituta ciondolò in sala, emergendo dalla stanza da letto, avvolta nella trapunta: «M-mio signore?»

Veronika si sentì il sangue gelare nelle vene.

L’irritazione che provò aveva poco a che vedere con il decalogo: «Selim, chi è questa? Mio dio, non dirmi che l’hai… tu hai?»

«Selim? Ti chiami così mio signore?», la donna si accucciò ai suoi piedi, abbracciandogli la gamba mentre fissava Veronika: «Mi ha fatto l’estremo onore di nutrirsi di me.»

Veronika si lasciò cadere sulla poltrona, inciampando quasi nel tappeto: «Ma sei pazzo? Il decalogo, al punto due ti vieta di cacciare!»

«Non ho cacciato. Lei è consenziente», poi guardò direttamente la prostituta: «Ora rivestiti e vai a casa, prepara una valigia e torna qui entro le tre del pomeriggio, perché se vorrai, potrai salire su quell’elicottero e venire con me sulla Hermon.»

«Mio signore! G-grazie, io non lo merito», si rialzò restando però a capo chino. «Ditemi solo una cosa. Perché non mi avete uccisa quando ve l’ho chiesto?»

Per risponderle, Selim guardò invece Veronika: «Perché credo nelle seconde possibilità.»

*

Quando furono soli, nonostante lui si fosse deciso a sollevare la detective dall’imbarazzo infilandosi almeno dei pantaloni, l’atmosfera rimase pesante e sospettosa.

«Hai deliberatamente violato il decalogo più volte.»

«Non l’ho mai firmato e, prima che tu voglia obiettare, ricorda che mi avete invitato voi qui, e quel decalogo è una inutile imposizione atta a umiliarmi come fossi un vampirello coi canini da latte.»

«E non lo sei?», buttò la provocazione. «Cercavamo solo di garantirci una minima sicurezza. Vuoi davvero biasimarci per quelle regole?»

«Ho smesso da molto… molto tempo», calcò la parola, «di biasimare e giudicare gli umani, ma come vedi, voi siete liberi di proporre regole, io di infischiarmene.»

Più passavano le ore, meno Veronika riusciva a penetrare nelle pieghe di quella mente antica e insondabile; all’inizio gli era sembrato semplice e simpatico, piacevolmente colto e con una sensibilità per il prossimo rimarchevole.

Ora era diverso, cinico, disilluso, macabramente ironico.

Cosa gli era successo?

Ma soprattutto, quale dei due era il vero Selim?

Lo guardò mentre, in piedi al tavolo, si poneva chino sul cellulare e scorreva col dito sui messaggi di un social di cui lei non aveva mai visto i colori o i caratteri: «Cosa stai guardando?»

Si avvicinò e lui non smise di lavorare: «BlueArk, una rete intranet riservata ai passeggeri della flotta della Hermon.»

«Arca, come quella di Noé e blu per il colore dell’ammiraglia?»

«Esatto. Ognuno ha un account univoco con diversi livelli di accesso alle varie sezioni. Molto utile.»

Non stava facendo nulla per impedirle di sbirciare e dunque lei si avvicinò fin quasi a prendere contatto col torace nudo di lui e ben presto capì perché le stava permettendo di ficcanasare, visto che la pagina che stava scorrendo era scritta in geroglifico egizio.

«Ma che diamine…», esordì.

«È la lingua ufficiale a bordo della Hermon», rivelò lui, ma prima che Veronika potesse chiedergli altro, vide la catenina dondolare venne investita da un pensiero ossessivo, nulla più che un flash asimmetrico davanti ai suoi occhi che presto si dilatò a coprire ogni senso.

Il caldo sulla pelle, il sapore della sabbia sulla lingua, il rumore del vento che faceva danzare i granelli e il profumo di incenso grezzo.

*

Sito archeologico di Saqqara, Serapeum, Egitto

21 marzo 1981, ore 21,30

La bambina dagli incolti ricci scuri avanzò tra le rovine, con la piccola mano che accarezzava il lungo muro perimetrale, mentre il vento del Khamsin soffiava da sud, dietro la sua schiena, spingendola avanti con impalpabili carezze tra i ricci ribelli e crespi che le ornavano il capo, come la criniera di un leone.

Trotterellò tra le antiche pietre, ma quando si voltò, non vide più la madre e non riconobbe il tragitto appena percorso.

Iniziò ad avere paura e si stropicciò le mani, ma andò ancora avanti, sospinta dal vento, finché non vide degli adulti.

Ecco i suoi genitori!

Si avvicinò quasi correndo e sorridendo e, solo quando fu a pochi metri, capì l’errore.

Non erano i suoi genitori né gli altri uomini dell’ambasciata; questi erano vestiti di bianco, alla maniera dei predoni del deserto ed erano avvolti da tuniche, strette in vita da fusciacche rosse, mentre il capo era celato da turbanti che giungevano a coprire i lineamenti, lasciando visibili solo gli occhi.

Due di loro, invece, erano vestiti normalmente ed erano europei, ma uno era libero, e restava in piedi in mezzo alle tuniche bianche, come fosse uno di loro, mentre l’altro era prigioniero di due misteriosi predoni in bianco, incatenato e tenuto in piedi a forza, tanto che le punte delle dita non sfioravano neanche la sabbia.

La piccola si fermò, pietrificata, quando vide uno dei predoni infilare la mano nel torace dell’uomo trattenuto, affondarla con una spinta forte della spalla e trapassare la vittima fino a riemergere dalla schiena col suo cuore in mano.

«Sentenza eseguita», disse lo straniero.

L’europeo si dissolse in una nube di cenere e il Khamsin le passò attorno, accarezzandone la figura con la stessa raffica che investì gli assassini e che si portò via i resti dell’uomo.

Gli altri presenti si voltarono verso di lei all’unisono, quasi ne avessero percepito solo allora la presenza.

Fiutarono l’aria alzando il capo offerto al vento e la fissarono con occhi inumani, rossi e brillanti nel buio della notte, rischiarata dalla luna fredda di quell’inizio primavera.

L’uomo con il braccio sporco di sangue, diede ordini nella lingua della mamma: «Andate, verificate che non ce ne siano altri», poi la raggiunse, insieme all’altro europeo e si accucciò alla sua altezza, abbassando il lembo del turbante dal volto, mentre con uno straccio si puliva il sangue dalla mano e dal braccio.

Era un ragazzo giovane, con la pelle ambrata degli egiziani e un sorriso rassicurante: «Cosa fai qui, piccola?»

«M-mamma», rispose lei.

L’europeo fiutò l’aria: «Sono a sud. Direi, dove gli umani parcheggiano i veicoli.»

Era più alto dell’arabo, magro anch’egli, ma con lunghi e lisci capelli biondo scuro e gli occhi verde acqua.

Il suo volto però era più maturo, severo e poco accomodante.

«Allora riportiamola al sicuro» disse il giovane vestito di bianco, che riabbassò la manica della tunica e la prese in braccio con delicatezza.

Lei, che a malapena conosceva la sensazione di un tocco gentile, si trovò sorretta da mani che la avvolgevano contro un corpo che he infondeva sicurezza e protezione e si abbandonò contro la sua spalla, inspirando il profumo delle stoffe di lino bianco.

Odorava di incenso e, anche se non sapeva a cosa corrispondesse quell’odore, si sentì cullata e protetta e desiderò ricordarlo per sempre.

Con le piccole braccia gli avvolse il collo e chiuse gli occhi.

«Ma la vedi?», disse il giovane in bianco al suo compare, con un ghigno divertito.

«Il tuo fascino si estende anche alle infanti, ragazzo mio!», rispose l’europeo, che gli camminava accanto.

Quando giunsero in vista delle auto e del gruppo di persone, tra cui i genitori, che ancora parlavano e ricevevano omaggi, il capo la mise a terra e lei lo guardò negli occhi: «Sta per morire», disse con la sua delicata voce di bambina.

Il capo si voltò verso l’europeo: «Ha visto la sentenza, toglile il ricordo, non deve crescere con questo trauma.»

L’europeo si piegò verso di lei, ma la piccola continuò a guardare il capo: «C’è una bambina grande oltre il mare e sta per morire. Devi fare qualcosa. Ha deciso e lo farà stanotte.»

In quel momento, la madre si accorse della mancanza della figlia e gli umani si allarmarono, iniziando a cercarla.

Il giovane arabo le accarezzò il capo: «Povera piccola, chissà cosa sei costretta a vedere nelle pieghe della politica degli umani.»

E prima che lei potesse ribattere e dire ancora quello che sentiva, che vedeva nella sua mente, che pensava e che sapeva stesse per accadere, l’uomo severo le parlò: «Guardami, piccola…»

E lei lo guardò negli occhi.

*

Il giovane Khalid guardò negli occhi l’asina su cui erano le due sorelle piccole, che sbadigliavano di stanchezza: «Coraggio, un altro piccolo sforzo, poi ci accamperemo e potrai bere!»

Le accarezzò il muso e dietro le orecchie, poi riprese la marcia, tenendola per le briglie.

Fatma, col marito Ahmed, li seguivano con un altro asino.

La luna era alta nel cielo terso e illuminava bene la pista carovaniera che si dirigeva a sud.

Selim, dai capelli ormai brizzolati per l’età, tirava la briglia dell’asino con le provviste e la moglie, Amyra, badava a una capra con il suo capretto.

In quella lunga fila di pellegrini in viaggio, loro non erano mai soli, c’erano sempre altre famiglie con cui parlare o che si accostavano quando il ragazzo iniziava a cantare qualche inno in lode ad Allah.

La sua voce angelica incantava chiunque lo ascoltasse e, non appena la notizia che un così bravo cantore di tanto in tanto si esibiva fu sparsa nella carovana, la famiglia si ritrovò sommersa di dolci, panini e frutta, in cambio di una canzone del ragazzo.

«Da dove venite?», chiese un vecchio.

«Dalla provincia di Gerusalemme», aveva detto Khalid, «ma io studio a Damasco.»

«Il tuo mentore non si arrabbierà per la lunga assenza?», chiese l’uomo.

«È per il pellegrinaggio alla Mecca, se ne farà una ragione.»

Selim mise una mano sulla spalla del figlio: «Mi dispiace di aver interrotto i tuoi studi, ma volevamo approfittare del periodo di relativa pace e del fatto che ormai ci avviamo verso la stagione calda, non c’è più rischio che gli eserciti di Saladino e di Rinaldo si scontrino», e indicò un’altura rocciosa con una fortezza arroccata in cima. «Guarda, laggiù sorge la fortezza di Kerak, roccaforte di Rinaldo e dei soldati cristiani. Purtroppo sappiamo che sono tanto feroci e irrispettosi da attaccare chiunque, anche le carovane di pellegrini inermi. Ma se la supereremo, saremo nel territorio del Saladino e viaggeremo al sicuro fino alla Mecca. Ecco perché stiamo affrontando questa parte di notte.»

«Il mio mentore dice che Rinaldo sta ammassando un esercito, ha sete di rivalsa dopo sedici anni di prigionia ad Aleppo. Uno non ammassa tanti soldati che vanno sfamati, dissetati, pagati, alloggiati e intrattenuti se non pensa di attaccare subito.»

«Se anche combatteranno, vincerà il Saladino. I cristiani vestono armature pesanti che li fanno soffocare sotto il sole del deserto, specie ora che ci avviciniamo alla stagione calda. Il Saladino lo sa e li sconfiggerà dettando lui il ritmo della battaglia come gli sarà più congeniale.»

Il ragazzo sospirò: «Sai padre, a volte mi chiedo il senso di queste guerre. Non possiamo semplicemente credere ognuno nel proprio dio e vivere in pace?»

«Che Allah ti ascolti, mio saggio figlio, e illumini le menti dei re e dei califfi, dei sultani e dei crociati. Purtroppo però, la storia narra cose diverse. E così sarà sempre, perché oggi siamo divisi sulla religione, domani lo saremo sul colore della pelle, o la città di nascita o la lingua che parliamo.»

«E se il problema non fosse quello? Non la religione o il colore della pelle, ma solo la paura di tutto ciò che è diverso da noi?»

*

«Cos’è successo tra la Morgue e qui?», chiese Veronika, con la risolutezza dell’interrogatorio.

«Per quella donna dici?»

Veronika soffiò aria dal naso con fare saccente, provocatorio: «L’hai aggredita e non ne sai neanche il nome.»

«Non mi serve saperlo», rispose lui guardandola con tale fredda indifferenza, che lei si pentì di aver detto quella frase infelice.

«Scusami, io non…»

«E non l’ho aggredita. Ho chiesto e ha acconsentito, o credi che ogni volta che un vampiro si nutre, la preda soffra le pene dell’inferno?»

«E non è così?»

«No. Causare dolore è una scelta», disse fissandola con quello sguardo capace di farla sentire nuda, «come pure offrire piacere.»

«Ci sono violenze che non hanno l’aspetto di zanne o artigli. A volte si celano in una carezza falsa o in un infinito tormento», Selim la guardò in attesa che concludesse il suo pensiero. «Ma non è solo per lei. È come se qualcosa ti avesse ferito nel profondo e tu stessi reagendo con una corazza di spine che tiene tutti alla larga», dopo un istante, si corresse. «Che tiene me alla larga.»

«Non farla più complicata di quello che è. Sei una donna piacevole e piacente, abile nel tuo lavoro e difendi con passione la giustizia e la legalità. In altre situazioni avremmo potuto essere amici o partner di lavoro, ma qui, ora, ogni istante in più in cui rimango in città metto a rischio te e la tua carriera. La notizia del mio arrivo sarà già filtrata ai media e li immagino tutti al lavoro per scoprire chi sono, dove alloggio, per non parlare delle illazioni inevitabili.»

«Illazioni?»

«Ci sarà una storia tra loro? L’avrà aggredita o, peggio, lei si sarà offerta alla depravazione del morso?», recitò così, scimmiottando i talk show televisivi.

Veronika tacque, perché sapeva che c’era del vero in quelle elucubrazioni.

I giornalisti non avrebbero avuto pietà, li avrebbero sezionati, inseguiti, marchiati a fuoco per il resto delle loro vite, proprio come era stato per quella donna dal corpo segnato dai morsi.

Il cellulare della detective trillò all’arrivo di un messaggio e lei controllò, restando un istante a bocca aperta, per poi offrirne visione anche a Selim, che si ritrovò a fissare un cadavere umano con due fori sanguinanti sul collo e i segni delle arcate dentarie sulla pelle. Veronika inspirò gravemente: «Forse quelli di prima non sono stati uccisi da un vampiro, ma questo sì.»

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