
PUNTO 26 – L’origine dei Vampiri è da ricercarsi nel demone Lilith. Essi sono dunque progenie del demonio.
Foster rientrò proprio mentre la hacker confrontava i dati: «Il cellulare del Capitano Hollis ha chiamato un numero sconosciuto sia il giorno della scoperta del cadavere al parco, sia quello del ritrovamento della fossa comune. E lo ha fatto dalla medesima cella del luogo, ha riattaccato e, un attimo dopo un numero anonimo di un cellulare usa e getta ha chiamato il 911.»
«Quindi lui era lì e ha fatto la telefonata. È lui l’anonimo delatore!», concluse Foster.
«Calma», intervenne il vampiro, «non si può accusare senza prove inequivocabili. Se mi muoverò contro di lui, non sarà per un’ammenda. Io mi muovo per uccidere e non lo farò alla leggera. Cosa mi dici del numero sconosciuto, Clara?»
La ragazza evidenziò col mouse tutte le chiamate nella medesima cella: «È protetto. Cercherò di bypassare i firewall, datemi qualche minuto. Intanto voglio farvi notare questo. Ho incrociato i dati di tutte le scene del crimine e ho trovato sei cellulari che ci sono sempre stati. Alcuni hanno telefonato, altri no, ma anche se non l’hanno fatto, si sono comunque attaccati alla cella, potrebbero aver usato un social. Eccoli, come vedete corrispondono al Capitano Hollis, gli agenti Cavanaugh e Perkins, il medico legale Elisabeth Bishop e un’investigatrice privata, Reetha Anne Travis. L’ultimo è il nostro sconosciuto.»
«Sono poliziotti, è normale che siano sulle scene e Reetha investiga proprio sui casi», fece notare Veronika.
«Aprimi intanto il file di Hollis», chiese Samael che pose il dito sullo schermo, seguendo una serie impressionante di chiamate del capitano a quel medesimo numero. «Hollis e il numero protetto si sono chiamati dalle venti alle trenta volte negli ultimi due giorni. E molte volte comunque nei mesi precedenti. Più o meno da quando sono iniziati i casi di omicidio del vampiro.»
La poliziotta indicò un punto particolare dello schermo: «Guarda la data e l’ora. È il giorno in cui è morto Padre Uriel, il momento in cui eravamo nella sua casa. Hollis aveva appena riattaccato con me, quello sopra è il mio numero. E poi ha chiamato subito quello misterioso. E non era nella nostra medesima cella, quindi Hollis non era uno dei due killer a casa di Uriel.»
Clara rimbalzò un po’ tra le pagine e alla fine esultò: «E ci siamo! Il cellulare sconosciuto è intestato alla Solomon Society! Il problema è che, chiunque sia l’utente che lo usa, non solo si è attaccato alle celle di ogni scena del crimine, ma pure a quella della centrale di polizia e della Morgue.»
«Quindi è qualcuno che ha libero accesso a ogni locale della polizia, mentre Hollis è sul libro paga della Cerberus», concluse Foster.
La detective rimase con lo sguardo vacuo a fissare lo sfarfallante schermo: «L’unica che non è mai entrata anche alla Morgue è Reetha, quindi lei… lei è a posto.»
Foster fissò i tabulati telefonici: «Quindi ammettendo che i quattro poliziotti fossero lì per lavoro, chi può essere la quinta persona che ha i loro medesimi accessi?»
Samael prese a camminare nella stanza: «Se fosse Lautus? O Lilith? O Maddog? Hollis potrebbe aver avuto bisogno di ricevere ordini.»
Veronika scosse il capo: «Non Lautus, il numero è stato usato anche dopo che Viho lo ha ucciso. Ma qualcun altro potrebbe aver ereditato il telefono. Oppure qualcuno dei miei colleghi ha banalmente due cellulari e sta lavorando dall’interno. Non ne verremo mai a capo!»
Appoggiò la testa alla scrivania e vi batté contro con la fronte alcune volte.
Samael le infilò le dita tra i capelli, accarezzandole la cute, poi si rivolse alla hacker: «Clara, riesci a piazzare Hollis in ospedale o nelle fogne la notte in cui Gordon ha ucciso il podista? Voglio almeno dimostrarlo colpevole di qualcosa. Mi prudono le gengive.»
La ragazza annuì, ruotò la sua poltrona da gaming e si rimise al lavoro: «Normalmente la legge Boyle nella sua appendice sulle intercettazioni di sicurezza obbliga i luoghi pubblici a mantenere le registrazioni delle telecamere di sicurezza per trenta giorni. Vediamo se non sono state manomesse».
«Come mai vuoi vedere se Hollis è andato anche nelle fogne?», chiese Veronika, sollevando la testa con l’espressione rasserenata, quasi estasiata dalle carezze che lui le concedeva tra i capelli.
«Quando sono andato a cercare l’assassino nei tunnel fognari, ho trovato due tracce olfattive. Una era l’odore di Gordon, l’altra una serie di macchie di sangue umano, ma con anticoagulante. Sacche da ospedale. Gordon non aveva mai cacciato, era un bambino e come vampiro era inesperto, quindi perché percorrere due chilometri di tunnel per uscire proprio in quel punto, incappando nell’umano, quando invece avrebbe potuto salire subito, in altre zone ugualmente sconosciute per lui, ma più vicine?»
«Credi che qualcuno l’abbia portato proprio lì?»
«Certo! E lo ha fatto lasciando una scia di sangue umano dopo avergli preso tutte le scorte, per attirarlo fuori e fargli attaccare una preda in un punto senza telecamere e con pochi testimoni che avrebbero potuto fermarlo e incenerirlo. Gordon doveva riuscire nella predazione. Nel nascondiglio ho trovato poche sacche usate, ma la madre nel diario aveva scritto che ne aveva abbastanza per un mese. Quindi tutte le scorte sono state fatte sparire per indurlo alla fame.»
«Io avevo detto a Hollis che volevi andartene, dopo aver capito che non c’era un vampiro dietro le morti di questi mesi e lui disse che dovevo assolutamente trattenerti», disse Veronika, mordicchiandosi il labbro nervosa, «e la vicenda di Gordon ti ha trattenuto!»
«Hollis ha sicuramente un ruolo in tutto questo, ma dobbiamo capire quale.»
«Ci siamo!», gridò Clara e mostrò delle immagini in cui Hollis era ben visibile mentre si aggirava nei corridoi dell’ospedale, poi si infilava nello spogliatoio delle infermiere. «Le riprese risalgono a dodici giorni fa. Il giorno della morte dell’infermiera Taylor, ma non ci sono telecamere nello spogliatoio, non sappiamo cosa abbia fatto Hollis, ma se proseguo con la ricerca inserendo il volto del capitano nel mio protocollo di riconoscimento, ecco cosa troviamo.»
Il filmato successivo mostrava Hollis, nel cuore della notte, mentre scendeva nei sotterranei e spariva nella porta dietro la quale Samael si era fermato nella sua esplorazione: «Da lì si arriva al nascondiglio del ragazzo», confermò il vampiro.
Veronika si mise le mani nei capelli liberi e arruffati: «Quindi c’è lui dietro tutto.»
Samael le strinse le dita sulle spalle: «Dietro questo capitolo orribile sì, per il resto dobbiamo ancora verificare il livello del suo coinvolgimento.»
«È un maledetto traditore», sibilò Veronika, in tono confidente. «Pensaci Sa…, ehm… Selim», si corresse all’ultimo momento. «Hollis ti ha attirato qui, mi ha chiesto di trattenerti e ha sacrificato il bambino e la donna per fare in modo che ti interessassi al caso, così da avere il tempo di organizzare la tua cattura. E intanto mi chiedeva di farti domande, di capire se eri antico e potente. Mi sembra chiaro che sia coinvolto completamente nella Cerberus.»
Foster li richiamò a un altro portatile: «C’è altro che vi può interessare. Abbiamo ottenuto il filmato originale del soldato che avrebbe tradito parlando del tuo arrivo, Selim, e ci abbiamo lavorato per decrittare suono e immagine. Clara è un vero genio con questi aggeggi. Guardate. Il soldato è di spalle con un cappuccio, ma abbiamo ottenuto un parziale del volto da un riflesso sulle scenografie del fondo dello studio. Per la voce è stato più facile, è bastato correggere la distorsione.»
Foster batté sul tasto di invio e apparve la foto di un soldato e alcuni file video e sonori.
Samael aggrottò le sopracciglia: «Cosa sto vedendo?»
«Questo soldato è Chris Ewans, quello che ha registrato la confessione; prove recuperate da filmati di guerra confermano che è lui, ma non era uno dei cinquanta del gruppo di San Francisco. Risulta dislocato in Tennessee e che non si sia spostato dalla caserma in quei giorni.»
«Quindi ha mentito, il filmato è stato un atto volto deliberatamente a esporre Hollis e noi», e incrociò le braccia al petto. «Ma allora Hollis è vittima o carnefice?»
Veronika non toglieva gli occhi di dosso al soldato colpevole: «Hollis potrebbe aver fatto in modo di alzare il livello di allarme usando Gordon e ha senso. Gli serve che la legge Boyle non venga abolita o ridimensionata, anzi auspica di conquistare maggiori poteri e autonomia, ma ha fermato per diverse ore la messa in onda del filmato del soldato Ewans, per difenderci, salvo poi dare notizie di noi in pasto ai giornalisti. Che diavolo ha in mente?»
«Forse l’ha fatto per difendere sé stesso», disse Samael. «Oppure c’è un’altra spiegazione. Il decalogo prevedeva che io avessi una cavigliera di segnalazione. Nel momento in cui Hollis ha capito che non l’avrei indossata e non avrei rispettato il decalogo, ha avuto paura di perdere il controllo, quindi ha fatto l’unica cosa sensata, denunciarci in modo che ci sentissimo braccati e ricorressimo a lui, così da poterci controllare, per esempio dandoci le chiavi di una casa sicura.»
«Ma perché usare un soldato esterno per la dichiarazione?»
Foster appoggiò i polpastrelli uno all’altro e si intromise: «Infatti non ha senso. Nelle altre città il fatto che interi contingenti dell’esercito vengano dislocati agli ordini di sceriffi e capitani di polizia è mal sopportato, in primis dal Generale Bauer. A San Francisco le cose vanno meglio solo perché Hollis è stato un Marine prima di essere nominato capo della polizia e si è guadagnato la fiducia dei suoi cinquanta guidando alcune azioni durante la guerra. Se l’ordine di creare il falso filmato fosse venuto da Hollis, non avrebbe dovuto usare un esterno che neanche conosce, avrebbe avuto cinquanta volontari sotto mano.»
«Senza contare il tenente Carter», ricordò Samael. «Mi ha assicurato che nessuno di loro aveva fatto il filmato e non stava mentendo. Quindi i cinquanta soldati erano estranei alla vicenda.»
«Ma, scusate, io non capisco», disse Clara aggiustandosi gli occhiali sul naso, «Hollis collabora con la Cerberus e dovrebbe avere il culo parato, eppure c’è qualcuno che gli rema contro in maniera così plateale? Perché non lo fermano e basta?»
«Questa storia non ha ancora finito di rivelarci i suoi segreti», disse Samael.
«E dobbiamo ancora dare un nome e un volto a Lilith e Maddog», rispose Veronika.
«Lilith è un demone», osservò Samael. «Prima sposa di Adamo, creata come lui dal fango, venne maledetta da dio, secondo alcune scritture, perché non volle sottomettersi al marito. Pretendeva di essere sua pari. Dunque dio la rese un demone e da lei si dice che tutti noi vampiri abbiamo origine.»
Foster annuì: «Certo, lei genera Lilim dal ventre, partorisce i vampiri.»
«Non posso confermare il mito. Abbiamo perduto i nostri antichi e tutti i documenti durante quella che chiamammo ‘La guerra delle Zanne’, a cavallo dell’anno zero del vostro calendario. Allora furono i licantropi a essere manipolati dagli umani, che li mandarono con precisione chirurgica a ucciderci.»
L’uomo strinse il ciondolo di legno con la runa Algiz che portava al collo: «Quindi quello che è accaduto ora, non è una novità nella storia?»
Samael fece un solo cenno negativo e guardò Veronika: «Secondo il mio Sire, oltre la Porta d’Oro a Tanis avrei potuto scoprire tutto, ma l’artefatto che protegge il cuore del sacrario, non mi ha mai fatto entrare e, con la guerra…»
Veronika aveva ascoltato ogni cosa a bocca aperta: «Ti ricordi quanto mi hai detto sui nomi? Quando scegliamo un avatar, un nome fittizio, lo facciamo perché ci definisca. Chi ha scelto Lilith non vuole essere la madre dei vampiri, ma la prima donna, ribelle e indipendente e pari agli uomini.»
«Una delle due poliziotte gay?», ipotizzò Samael.
«Non credo, no. Lilith è qualcuno in grado di ordinare lo sterminio di tante persone innocenti, che ha conoscenze e capacità professionali, ma soprattutto, è qualcuno profondamente razzista e né Cavanaugh né Perkins lo sono», e sollevò gli occhi su Samael, bloccandosi con le labbra schiuse: «Cazzo. Ho capito. Facciamo scattare la trappola!»
*
Tanis, primavera 1227
Samael non riconobbe i passi che scendevano dalle scale fin nel cuore della terra di Tanis.
Non erano di Kabir o di uno dei suoi fratelli e dunque si drizzò in piedi ed estrasse il pugnale.
L’alta figura dal volto severo e autoritario emerse dalle scale.
Era vestito con una tunica scura che copriva le sue membra snelle e slanciate, di costituzione europea.
I capelli erano di un biondo scuro che ben si armonizzava al verde acqua degli occhi, incastonati in un viso squadrato, che non lasciava spazio all’indulgenza.
Avanzava col passo sicuro nell’androne a vicolo cieco che terminava con la grande porta d’oro e, quando gli si fu affiancato, si voltò e fissò Samael negli occhi.
«Chi siete?», chiese il Giovane.
«Sono Morfeo, figliolo.»
Samael indietreggiò di un passo, annichilito dalla maestà di quell’antico vampiro, una leggenda nella loro società: «B-benvenuto a Tanis», rispose senza perderlo di vista mentre camminava lieve ed elegante verso l’artefatto d’oro che si fondeva nella roccia, come se semplicemente l’oro divenisse granito senza soluzione di continuità.
Nessuna serratura, nessuna cerniera o maniglia interrompevano la perfezione di una lastra d’oro puro del diametro di due metri, esattamente circolare, finemente istoriata con geroglifici egizi e immagini.
Dinanzi a quella porta, il ragazzo passava molte ore ogni notte, cercando di penetrarne il mistero, ma per quanto leggesse le colonne o fissasse le icone, non vi trovava un senso e lui, che avrebbe dovuto essere il prescelto per entrarvi, non era ancora riuscito a farsi accettare dalla magia che la difendeva.
«Tuo padre mi ha detto che ti sei perso d’animo.»
«Maestro, non voglio mancarvi di rispetto o mancarne a Kabir, ma non credo di essere io il predestinato.»
«Sono qui apposta per scoprirlo. Nell’ultima battaglia hai manifestato un potere superiore che ti indica come prescelto, uno Stregone del Sangue. Ma dopo di allora, hai ricacciato quel potere di nuovo dentro l’anima, tanto a fondo da aver perso il legame con la tua scintilla divina, quella parte soprannaturale del tuo sangue che ti rende quello che sei.»
«E come potreste scoprirlo voi? Che potere volete usare?»
«Ho avuto il permesso da tuo padre di entrare nella tua mente e mostrarti i percorsi per trovare la forza e il potere, sei tu ora che devi dirmi se vuoi permettermi di farlo o meno.»
«Non potrei oppormi comunque.»
Morfeo socchiuse le labbra e quel volto rimase sempre rassicurante e paterno, anche se mostrava lunghe zanne feroci: «Figliolo, non sono qui per violarti la mente, ma per aiutarti. È un viaggio che dobbiamo compiere insieme», e gli tese la mano.
*
Samael tese la mano a Veronika che la accettò senza pensarci, fiduciosa e serena nell’attendere la sensazione di leggerezza che precedeva l’ascensione della levitazione.
Rise mentre perdeva il contatto con la terra e vedeva l’auto allontanarsi, la sabbia sostituita dal mare e le onde bianche farsi sempre più piccole, come riccioli di spuma dipinti d’oro e di carminio dal tramonto.
Lui aveva indossato la tunica della Bianca Alleanza e quella divisa, la sua alta uniforme, gli conferiva un’eleganza austera.
Il vampiro posò i piedi sulla sommità del Golden Gate, il lungo braccio rosso che collegava a ponte l’isola di San Francisco con il continente.
Veronika si strinse a lui con una risatina nervosa: «S-siamo in alto, d-davvero in alto, Sam.»
«Hai paura?», le chiese, ma non guardò in basso, piuttosto lei. «Ci siamo spinti molto oltre per giungere alla fine dell’indagine, sei pronta ad affrontare il futuro?»
«Sono pronta, voglio giustizia per i morti e i dispersi.»
Lui smise di guardarla e fissò l’orizzonte.
«Golden Gate. La porta d’oro. Un giorno, all’inizio del tredicesimo secolo, il Maestro Morfeo venne a Tanis, per aiutarmi a ritrovare me stesso e la mia missione… siamo amici da allora, Veronika. Da ottocento anni.»
«È così tanto tempo…»
«Una briciola, per uno come lui, ma proprio come aveva detto Kabir, sentenziò che sarei potuto entrare solo quando avessi fatto pace col mio nome. Devo trovare la via per entrare nella Porta d’Oro a Tanis e salvare la pace in questo mondo.»
«Morfeo non ti spiegò il significato dell’enigma sul nome?»
Samael scosse il capo: «No, mi mise solo in contatto con quella parte eterna della mia anima, in modo che il mio pieno potere sbocciasse. Il resto, mi disse, sarebbe stato compito mio. E dopo ottocento anni ancora non l’ho capito.»
Veronika lo abbracciò in silenzio, finché il buio non avanzò nella baia e l’ora dell’appuntamento si avvicinò inesorabile.
«Ti fidi di me?», chiese lui.
«S-sì, certo», rispose la donna, titubante, timorosa del significato reale della domanda.
«Allora vieni.»
E si buttò di schiena nel vuoto, fissandola ancora immobile sulla cima del Gate: «Sam! Non lasciarmi qui! Sam!»
Veronika tremò inginocchiandosi sulla piattaforma, colta da vertigini improvvise che minavano la sua stabilità.
Samael cadeva nel vuoto e lei gli fissò gli occhi.
Fiducia in lui.
Fiducia.
Si buttò.
Non provò in alcun modo a frenare la caduta, mentre faticava a respirare e a tenere gli occhi aperti a causa dell’impatto dell’aria.
Perse ogni riferimento col ponte o la distanza dalla superficie del mare, ma vide lui che, poco al di sotto, la attendeva con le braccia aperte.
Neanche sapeva quanto mancasse allo schianto contro l’acqua, ma sapeva che sarebbe stato come finire contro un muro di cemento a velocità vertiginosa; eppure davanti ai suoi occhi c’era solo lui, la tunica bianca, la sciabola d’oro alla fine della catenina che dondolava verso l’alto e la sua mano tesa.
La sfiorò, si aggrappò alle sue dita e lui la tirò nell’abbraccio saldo, avvolgendone il capo e il corpo, mentre trasformava la cinetica verticale in una morbida parabola che sfiorò la superficie del mare e riprese quota, avvitandosi nell’aria gelida.
Veronika non riaprì gli occhi fino a quando i piedi non si posarono di nuovo sulla spiaggia.
Sentiva il rumore lento delle onde, il vento salmastro tra i capelli e il braccio di Samael ancora saldo attorno alla sua vita e, anche se il cuore le martellava nel petto per il terrore della lunga caduta, stretta contro quel corpo freddo, non provava alcun bisogno di fuggire.
Per la prima volta dall’inizio di quell’avventura o, forse, dall’inizio della sua vita, il mondo sembrava immobile, pronto ad aspettarla.
E lei stava finalmente bene.
Quando le pupille si adattarono all’oscurità e lei vide il dettaglio della tunica aperta a V sullo sterno di Samael, lo sguardo si fece attrarre dall’oro della catena.
Non l’aveva mai tolta, neanche sotto la doccia o quando avevano fatto l’amore e l’aveva potuta guardare con attenzione, ma solo in quel momento si rese conto di conoscerla, di aver già visto quell’immagine, come il fotogramma di un film.
Lei, in braccio a qualcuno con quel medesimo petto, con la stessa tunica e la collana.
Il dolore alle tempie si ripresentò con la certezza di una sentenza, ma stavolta non lo assecondò, affrontandolo di petto, anche se voleva dire annichilire il benessere che aveva conquistato.
«Dimmelo!», chiese lei, con gli occhi chiusi, strizzati nel dolore.
«Cosa?», chiese guardandola. «Ehi, che c’è? Stai bene? L’aria fredda può averti ferito gli occhi, non ci ho pensato…»
«Non è quello», disse riaprendoli. «Dimmelo! Dimmi perché ho la sensazione di conoscerti! Tu sai perché Morfeo mi ha cancellato i ricordi, vero?»
Samael calò il capo: «Lo so. L’ho sempre saputo.»
«Perché tu… tu eri lì, vero?»
«Eri solo una bambina, ti eri persa e mi hai visto uccidere uno dei traditori che avevano attaccato Tanis e ucciso la mia famiglia. Ti riportai dai tuoi genitori…»
«In braccio… mi portasti in braccio!»
«Sì, Morfeo ti fece dimenticare l’orrore che avevi visto. Quando lessi il tuo nome sul fascicolo, fui curioso di vedere come fossi diventata. Eri una bambina così intraprendente e con quella massa di capelli ricci che si facevano notare», disse accarezzandoli per prolungare poi il tocco sulla guancia. «Io non so trattare coi mortali, Nika e all’inizio ti vidi solo come quella bambina sperduta nel deserto di Saqqara, ma più ti conoscevo, più mi piaceva il tuo carattere, il tuo senso dell’onore e del dovere, così simile al mio. Volevo starti accanto, in modo che mi insegnassi come fare, come entrare in contatto con quell’umanità con cui dovrò confrontarmi, prima o poi, ma allo stesso tempo non volevo trascinarti nella notte.»
Veronika accolse la confessione, il massimo che lui potesse offrirle in quel momento e calò il capo: «Io… credo di amarti.»
«È una pessima idea.»
Lei emise un singhiozzo che parve una risata rassegnata: «Spiegalo al mio cuore, che si preoccupa per te, alla mia mente che vuole solo ascoltarti e darti sollievo dalla solitudine e al mio corpo, che ti desidera con ogni fibra», e lo zittì con un dito sulle labbra. «E no… non è il sangue a parlare. Provavo anche prima le medesime pulsioni, ora sono solo più intense, correttamente direzionate dal legame.»
Per un attimo lui sembrò sul punto di allontanarsi e lei lo percepì rigido, nervoso, come se amare qualcuno fosse l’unica cosa che non sapesse affrontare.
L’unica battaglia che avrebbe perso di sicuro.
Era già voltato di tre quarti, pronto a camminare verso l’obiettivo, poi si bloccò e si voltò di scatto, le prese il volto tra le mani fredde, creando un nido e la tirò verso di sé, appoggiando le labbra sulle sue: «Se avremo un futuro, proveremo a percorrerlo insieme, fianco a fianco.»

0 commenti