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“Loro temono ciò che non conoscono e distruggono ciò che temono.”

Il Karate

da | Apr 17, 2023

Foto dal Web

Ci sono periodi della vita legati indissolubilmente a ricordi particolari, sensazioni e appuntamenti fissi e per me erano il martedì e il venerdì alla palestra di Cisliano per le ore di Karate. Ho iniziato quasi per caso, portata da una mia amica per provare uno “sport” per “muovermi un po’” e “dimagrire”, ma ho trovato ben di più: amici, una filosofia di vita e l’amore. Eh sì, perché proprio in quella palestra ho conosciuto il ragazzo che poi ho sposato e che tuttora divide con me la sua vita.

Il primo approccio con le arti marziali per un neofita può essere sconcertante: si pratica scalzi, c’è contatto fisico, la divisa continua ad aprirsi, è rigida, scomoda e ci sono una serie di “usanze” che per noi occidentali possono essere strane, come salutare la palestra (dojo) prima ancora di entrare o emettere la propria energia come grido (Kiai) al termine di un colpo particolarmente intenso.

Foto dal Web

Io che ero timida e impacciata ho provato imbarazzo durante le prime lezioni, poi mi sono sentita accolta, mai criticata, anzi spronata e valorizzata e questo lo devo al maestro Consiglio Galati e allo staff degli istruttori, di cui poi feci parte anche io, una volta raggiunta la famosa e famigerata cintura nera.

Beh credo un po’ tutti abbiamo visto Karate Kid, ma la realtà della disciplina è un decisamente diversa, non incentrata per forza sul Kumité, il combattimento, la parte più spettacolare e competitiva, ma anche sullo studio del proprio corpo e dell’armonia e perfezione della realizzazione del movimento attraverso il Kata. Armonia e perfezione di esecuzione: due concetti molto giapponesi vero? Ci torneremo a breve.

Foto dal Web: Gichin Funakoshi

La storia del Karate iniziò nel XVIII secolo, prendendo origine dagli stili cinesi e venne codificato in due secoli dalla vita e l’opera di molti maestri, di cui ricordiamo in particolare Gichin Funakoshi, che elaborò a Okinawa uno stile particolare a mani nude (da cui il nome Kara-te ovvero nuda-mano), nato affinché i samurai, ormai disarmati per legge, potessero continuare a lottare efficacemente. Lo stile che scelse di seguire, uno dei tanti del karate, venne chiamato Shotokan (Casa delle onde di pino) e fu lui stesso a farlo conoscere anche in occidente. Siamo negli anni ’30, i ruggenti anni ’30, prima della seconda guerra mondiale e dei kamikaze, che mostrarono agli europei e agli americani la disciplina e l’abnegazione dei giapponesi.

In un secondo momento venne codificato il Kobudo, la via delle armi a partire da oggetti di uso comune dei contadini ed ecco che abbiamo le tre armi “contundenti” come il bastone (Bo), che era il legno per il trasporto che si portava di traverso sulle spalle coi due carichi bilanciati alle estremità, il tonfa, il cosiddetto manganello “sfollagente”, usato nella semina o il Nunchaku, che era usato per trebbiare il riso. E poi le armi di metallo “penetranti”, come il Sai, per il quale si ipotizzano vari usi dai fermi per le ruote dei carri a strumenti di misura e il Kama, che con la sua forma a falce non lascia adito a dubbi sulla sua funzione. La liberalizzazione delle tradizioni poi ha riportato in auge le armi a lama come la Katana e il corto Wakizashi, tipiche del samurai.

Foto dal Web: Bo contro Tonfa

Quando si inizia la pratica del Karate, ci viene assegnata una cintura bianca che, esame dopo esame, ci fa risalire la lunga china dei Kyu dal nono al primo e diventa gialla, poi arancio, poi verde, per poi fermarci a due livelli con la blu, tre con la marrone e, infine, la tanto agognata cintura nera, che inizia il suo conteggio di livello (Dan), dal primo in avanti. Io mi sono fermata al primo Dan, poiché un infortunio e poi la nascita del figlio mi hanno precluso quel tipo di arte e mi sono dedicata alla danza, come spiegato in altri articoli visibili qui e qui.

Quanta emozione il giorno dell’esame per cintura nera! Tecniche e kata studiati per anni, conosciuti a memoria, fatica e sudore, mesi passati con i pesi alle caviglie per rinforzare le gambe, proprio come nei cartoni giapponesi e poi che accade? Sbaglio il kata Kan ku dai, che da allora è “il kata di Elisa”, per due volte e, nel tirare un calcio, non più appesantita dalle cavigliere, mi porto dietro tutto il corpo e volo all’aria come una scema! Per fortuna la cosa non ha inficiato l’esame e mi sono ripresa, eseguendo bene il kata e dosando l’energia nel calcio!

Foto dal Web

Come detto prima, entrata in palestra per trovare uno sport, ho invece trovato una filosofia di vita. Quella “via della mano vuota” (Karate-do) che è un viaggio interiore alla scoperta del proprio corpo, dei suoi limiti e delle sue possibilità, per poi spingerci al miglioramento fisico e mentale. Il fine della pratica del karate non è infatti vincere premi, battere avversari o ricevere cinture, bensì arrivare alla propria perfezione interna, una calma placida, il riflesso della luna sull’acqua, che permette di affrontare qualsiasi avversità.

Ecco da cosa deriva il pensiero giapponese che si riflette in ogni gesto, in ogni ambito, dal teatro kabuki alla semplice pratica quotidiana della danza delle geishe o della preparazione di un sushi: il raggiungimento della propria perfezione e completezza. E questo è un cammino che non si esaurisce all’uscita dal Dojo, la palestra, quando togliamo il karategi sudato, ma continua nella pratica quotidiana, perché ci insegna a fare ogni cosa al massimo delle nostre possibilità, con precisione e gratitudine.

Foto dal Web

Le regole del Dojo, tra l’altro, sono un mirabile esempio di pratica della morale, vediamole insieme.

  • Cerca di perfezionare il carattere 
  • Percorri la via della sincerità 
  • Rafforza instancabilmente lo spirito 
  • Osserva un comportamento impeccabile 
  • Astieniti dalla violenza e acquisisci l’autocontrollo

Le venti regole del Karate poi, sono una lezione di vita universale.

  1. Non dimenticare che il karate-dō inizia con il saluto e finisce con il saluto 
  2. Nel karate non esiste la prima mossa
  3. Il karate è al servizio della giustizia 
  4. Prima conosci te stesso, poi conosci gli altri 
  5. Lo spirito prima della tecnica 
  6. La mente ha bisogno di essere liberata
  7. La disgrazia origina dalla disattenzione
  8. Non pensare al karate solo nel dōjō
  9. Il karate si pratica tutta la vita 
  10. Applica il karate a tutte le cose, lì è la sua ineffabile bellezza
  11. Il karate è come l’acqua calda: se non viene scaldata costantemente, ritorna ad essere fredda
  12. Non portare il pensiero di vincere, è necessario il pensiero di non perdere 
  13. Cambia a seconda del tuo avversario 
  14. Una battaglia dipende da come si padroneggia il pieno e il vuoto 
  15. Pensa a mani e piedi di una persona come spade
  16. Se esci dalla porta di casa ci sono un milione di nemici 
  17. La guardia è per principianti, poi viene la posizione naturale 
  18. I kata devono essere precisi, il combattimento vero è un’altra cosa 
  19. Non dimenticare l’intensità della forza, l’estensione del corpo e la velocità della tecnica
  20. Abbi sempre pensieri ingegnosi
Foto dal Web

In quei tredici anni di pratica ho letto molti libri di filosofia marziale orientale, Zen, meditazione, ho partecipato a qualche gara, qualche stage e soprattutto, praticato anche altre arti marziali, perché avevo intuito che l’attenzione che i Giapponesi hanno nel miglioramento individuale in funzione dell’armonia cosmica, non certo per vanteria personale, era qualcosa di fondamentale per me. Qualcosa che capivo avrebbe potuto migliorare la società stessa, se giustamente praticata e non solo in funzione “olimpica”.

Comunque sempre allo Shotokan tornavo, con un bagaglio maggiore di consapevolezza del mio corpo e della lunga e complessa ascesa verso il miglioramento della propria vita. I primi anni, ad esempio, non capivo il “gioco” delle anche, aprire e chiudere, ma quando riuscii a realizzare il movimento perfetto, mi sembrò di avere scoperto la luna una seconda volta! Avevo imparato qualcosa di nuovo di me e del movimento, avevo reso più veloci ed efficaci le tecniche e migliorata la percezione che i miei piedi nudi avevano dello spazio e del terreno. E, quando ho avuto l’incidente a cavallo, sono certa che la continua pratica nelle cadute imparate nel Dojo, mi abbiano salvato la vita, perché mi avevano instillato l’istinto, la memoria muscolare di porre le mani in un determinato modo per rotolare invece di impattare di cranio sui sassi aguzzi. Ci ho rimesso un dente, ma il resto di me è salvo.

Foto dalla pagina Facebook di Karate Cisliano

Nonostante sia una piccola realtà di paese, grazie alla guida del Maestro Galati, cintura nera 7° Dan, il Karate Cisliano da oltre quarant’anni consegue importanti riconoscimenti e premi anche a livello nazionale. E’ ciò che accade quando c’è passione, dedizione e quella cura verso la perfezione della via.

Ogni anno, tra l’altro, il maestro organizza anche corsi di difesa personale per donne e consiglio caldamente a tutte di frequentarne uno, perché ognuna di noi deve imparare a conoscersi e a reagire in caso di pericolo. Ricordo ancora quando un uomo mi fermò prendendomi per il polso e mi liberai con una semplice mossa imparata nella difesa personale. Saper reagire con sangue freddo e una tecnica efficace può fare la differenza in ogni momento della vita.

Come direbbe il mandaloriano… questa è la via!

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