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“Loro temono ciò che non conoscono e distruggono ciò che temono.”

Memorie dal Buio

  • Memorie dal Buio – Ucronia – Capitolo 27

    PUNTO 27 – Il maggior pericolo che proviene dai Vampiri, è che nessuno sa cosa li spinga o cosa possano realmente fare.

    Hollis scese dall’auto e si guardò attorno, nonostante Veronika fosse ben visibile in mezzo alla spianata desertica.

    Camminava insicuro, sospettoso, mentre si avvicinava alla donna: «Dov’è Selim?»

    «È partito sull’elicottero. Era diventato troppo rischioso per lui restare.»

    Hollis serrò la mandibola: «Perché non siete andati alla casa sicura come avevo ordinato?»

    «Ci stava controllando?», chiese lei, con le labbra rigide di tensione nervosa.

    Lui fece cenno di no, sollevando il cellulare che teneva in mano: «Nel messaggio mi dice che ha catturato il mandante? Dove si trova?»

    «Al sicuro. Prima di decidere se consegnarglielo o meno, voglio che scopra le carte con me.»

    «Sono il suo superiore, non ho carte da scoprire, solo domande da fare. È sicura che sia il responsabile delle morti? Non posso darlo in pasto ai giornalisti e poi scoprire di aver fatto la figura del fesso.»

    Veronika mostrò una chiavetta che teneva tra le dita della destra: «Qui ci sono tutte le prove che occorrono per incastrare il mandante, Lilith.»

    Hollis spalancò gli occhi e Veronika sorrise soddisfatta della reazione che aveva causato, così proseguì: «Lilith, è una delle teste della Cerberus e fa capo alla Solomon Society. Portare avanti questa indagine vuol dire coinvolgere nomi importanti, ricchi e potenti. Avrà il fegato di farlo, capitano?»

    «Possiamo farlo insieme, detective Parker. Se il materiale è buono e possiamo ottenere una condanna, mi preoccuperò personalmente di riabilitare il suo nome in modo che possa tornare a lavorare entro poco tempo», rassicurò muovendosi verso di lei. «Chi è Lilith?», chiese e si fermò a una decina di metri.

    «Ci arriveremo. Ma mi permetta di dubitare di lei. Mi riesce difficile credere che voglia favorirmi, dopo che mi ha messo alle calcagna la polizia e l’esercito, trattandomi da traditrice.»

    «Dovevo farlo, il presidente Baker ha tolto la fiducia al piano originale e ha disconosciuto il suo ruolo nella venuta di Selim. Avevo le mani legate. Se mi avessero rimosso dall’incarico, nessuno vi avrebbe protetti e passato informazioni.»

    «E se semplicemente uccidessi Lilith? Eviteremmo problemi, un processo che potrebbero manipolare e la troppa attenzione mediatica.»

    «No! Non è una buona idea», si affrettò a dire lui. «Ci abbasseremmo al loro livello!», terminò con più calma.

    Veronika sorrise: «Strano, capitano. Disconosce l’abbassarsi a essere un assassino, eppure io ricordo i suoi racconti di guerra, di come ripuliva i nidi e le tane senza pietà alcuna per chiunque incontrasse. E ricordo il barbecue del quattro di luglio l’anno scorso. Un’occasione per tutti noi poliziotti di socializzare come parte della stessa squadra. L’ho ricordato solo oggi, purtroppo. Lei era davanti all’affumicatore, in pantaloncini e maglietta, con quel tatuaggio così visibile. Il bulldog dei Marines, Semper Fidelis, col suo nome di battaglia scritto accanto. Mad… Dog.»

    Hollis serrò le labbra e Veronika cercò di dominare il tremore nella voce: «Mi dica solo una cosa, capitano Hollis. Perché allearsi con la Cerberus?»

    L’uomo strinse più volte la mandibola: «Io amo questo paese, detective Parker. Ho combattuto per gli Stati Uniti d’America e per la difesa della mia città. Sapere che i burocrati del Congresso vogliono ridiscutere l’unica legge che si frappone tra l’ordine e il caos, mi ha fatto bruciare dentro un tale odio, che ho dovuto fare qualcosa. La Cerberus la vede come me, vuole ordine e pace, vuole indicare ai cittadini la giusta via per un progresso comune. E non mi guardi con quel disprezzo da liberale, Veronika. Lo sappiamo entrambi», disse puntandole contro il dito.

    C’erano ancora molti passi tra loro e il vento si insinuò a creare un effimero mulinello facendo danzare i lunghi cappotti.

    Veronika non ribatteva, gli lasciava la ribalta e lui rincarò: «La storia non è fatta per la democrazia assoluta. Gli uomini non sanno pensare, non sanno scegliere, non sanno decidere cosa è meglio per loro. Seguono il trascinatore di folle del momento, il James Burrows che esiste in ogni luogo e tempo, il politico che cavalca il loro sdegno e il disagio. Ecco perché vanno guidati, ispirati, condotti, anche forzati verso una direzione di progresso e stabilità sociale ed economica.»

    Fece qualche passo verso di lei: «La storia è fatta per un governo di pochi illuminati che bilancino le sorti del mondo e garantiscano alla massa prona e indigente di vivere esistenze quiete e con un tenore sufficiente alla serenità. Solo così saranno felici e realizzati e non vorranno più delinquere.»

    «Anche io ero come lei, capitano Hollis», disse Veronika, chiudendo la chiavetta nel pugno, «volevo avere controllo per sentirmi sicura. Dopo la guerra siamo tutti cambiati, vero? Io sono diventata una triste e insicura donna, un’agente inflessibile e senza compromessi, perennemente in lotta con me stessa e con tutto ciò che minacciava di sfuggire al mio controllo. Ma non è così che deve andare. E l’ho capito lavorando con Selim. La vita non è fatta di bolle sicure in cui nascondersi, ma di giuste battaglie da combattere e progressi da conquistare. Perché il vero leader non è colui che manipola le persone per mandarle avanti a combattere le sue guerre, ma chi è dinanzi a loro ed è il primo a iniziare il cammino, traendo forza da chi spontaneamente lo segue. Lei non è e non sarà mai un leader.»

    «Selim l’ha traviata, detective, o l’ha solo dominata mentalmente? Io so che l’ha contaminata col sangue, ma l’ha voluto lei o è stata costretta?»

    «L’ho voluto io e non me ne pento. Ho la coscienza pulita, mentre lei dovrà rispondere dell’omicidio volontario di Carol Taylor e il concorso in tutti gli altri casi attribuiti al Serial Killer

    «Non ho avuto parte alcuna in quelle morti, erano tutte ordinate da Lilith. A me serviva solo che il piccolo mostro uccidesse qualcuno, dovevo fare in modo che Selim non andasse via. Lui doveva essere la preda della Cerberus, così io avrei pagato il mio debito con loro, avrei ottenuto la proroga della legge Boyle e avremmo tolto di mezzo un altro mostro, Selim! E non mi guardi con quell’aria scandalizzata, Parker! Carol Taylor era colpevole di almeno tre capi d’accusa per cui la sentenza è la morte! Ha creato un abominio, lo ha nascosto e allevato usando le sacche di sangue destinate a salvare vite umane, io ho solo fermato la sua follia.»

    «Senza un equo processo», aggiunse lei. «Ora me lo dica, cosa vuole fare la Cerberus col sangue dei discendenti dei soprannaturali?»

    «Non ne ho idea e non mi interessa, io sono l’ultimo arrivato, un pesce piccolo che sfugge alle maglie della grande rete globale della Cerberus. Voglio solo che la legge Boyle resti in vigore. Solo io posso arginare il degrado della città!»

    «Sapeva che avevano tre non umani prigionieri dai tempi della guerra, proprio sotto la sede della Human First?»

    Lui rimase tanto sbigottito da non riuscire a celare le espressioni e Veronika incalzò: «Chi è Lilith? Chi si nasconde dietro quel nome?»

    Hollis sbuffò spazientito: «Non lo so, non la conosco… o lo conosco, neanche so se sia un uomo o una donna. Tutti alla Cerberus hanno un nome di battaglia. Non ho mai visto Lilith, ho solo scambiato alcune telefonate con lei… o lui… insomma, usava un sintetizzatore vocale! E poi sì, alcune mail col suo vice che si fa chiamare Lautus.»

    «Il dottor Grand», rivelò Veronika.

    «Lautus», disse Samael uscendo dall’ombra in cui si era celato, «in latino, il ripulitore.»

    Hollis indietreggiò allontanandosi da entrambi: «Selim! È una trappola?»

    Poi vide la tunica bianca che avvolgeva il corpo del vampiro, il turbante che copriva il capo e il lembo sul volto, la fusciacca rossa in vita e capì.

    Samael avanzò verso di lui e Hollis estrasse la pistola senza preavviso, senza altre inutili minacce e gli scaricò addosso il caricatore.

    Il vampiro, con la mano tesa dinanzi a sé, bloccò i proiettili contro un muro invisibile di energia: «Roger Hollis», iniziò Samael con tono solenne. «Umano, capitano della polizia unificata di San Francisco. Le prove raccolte durante l’indagine e la confessione resa al momento», sollevò il cellulare in cui la comunicazione era aperta in videoconferenza e mostrava all’altro capo dell’apparecchio, i volti di Etienne Corday e di un’altra decina di persone, «dinanzi alla Gherusia dell’Alleanza e al mondo intero che sta vedendo in diretta questo video, ti indicano come afferente a un’associazione eversiva nota come Cerberus con lo pseudonimo di Maddog. Sei emerso come responsabile della morte dell’infermiera Carol Taylor tramite dose letale di cianuro, di aver spinto un giovane vampiro ad attaccare un umano causandone la morte, in violazione della pace di Boston. Il tuo coinvolgimento nel complotto della Human First, atto a identificare e dissanguare gli umani dotati in minima parte di sangue soprannaturale, è accertato dall’associazione della tua persona al nome di iniziato Maddog. Il fine ultimo del complotto era quello di ingannare il popolo sulla reale situazione di pericolo, in modo da non perdere le prerogative di potere che la legge Boyle ti aveva concesso.»

    Hollis continuava a puntargli addosso la pistola, anche se scarica, col ferro che traballava nelle sue mani: «Cosa stai dicendo? Perché parli con quel tono da giudice e giuria?», balbettò il capitano, con la voce incrinata dal dubbio.

    Veronika si fece avanti: «Perché è quello che lui è. Il Giudice Samael di Tanis.»

    Hollis guardò il vampiro e spalancò la bocca, paralizzato dal terrore.

    «E quindi», intervenne il vampiro, «per liberare il mondo dalla tua vergognosa presenza, sei condannato a morte.»

    Non ebbe il tempo di ribattere o perorare.

    Il braccio di Samael si distese con una tale rapidità che la lama del pugnale sibilò nell’aria con una vibrazione sottile, recidendo il collo dell’umano fino alle vertebre cervicali.

    Il vampiro si spostò di lato con un passo fluido e agile per non venire investito dal getto di sangue che invece colpì Veronika di traverso sulla giacca, facendola trasalire.

    La donna osservò il corpo di Hollis accasciarsi al suolo, poi i propri abiti.

    «Sentenza eseguita», dichiarò Samael, glaciale, continuando a riprendere la scena col telefonino.

    *

    Un applauso lento e sarcastico risuonò nella piana desertica, mentre l’aria crepitava di energia, offrendo la vista di una distorsione ottica.

    Era come se il deserto vibrasse del calore del sole e l’aria divenisse rarefatta, generatrice di illusioni.

    «Magia?», disse Veronika, ma Samael fece segno di no.

    «Tecnologia, o l’avrei sentita. Eppure ha generato una perfetta illusione sensoriale anche per me.»

    Una ventina di soldati in nero, con le massime dotazioni dell’esercito in attacco e difesa, divennero visibili e si disposero a cerchio impedendo la fuga di entrambi.

    Tutti indossavano un casco con la visiera elettronica e perfino la donna, che in sei scortavano con dedizione, vantava le medesime protezioni.

    La donna premette un bottone in un piccolo congegno che teneva in mano e il cellulare di Samael iniziò a crepitare, prendendo fuoco e lui lo lasciò cadere a terra.

    «Lilith», disse Veronika, che non si oppose quando uno dei soldati la trattenne.

    La maggior parte puntava Samael, ma in due puntavano anche lei, alla testa: «O forse dovrei dire, Beth.»

    Il medico legale tolse il casco e si sistemò i capelli acconciati come quelli della Regina Elisabetta: «Quando l’hai capito?»

    Veronika cercò di divincolarsi, ma la presa del soldato era tanto salda che sentì il dolore puntiforme delle emorragie sotto la pelle, ma anche il piacevole pizzicore del sangue di Samael che le risanava: «Ho iniziato a dubitare di te quando hai detto che avrei dovuto portarti le armi del delitto. Non solo non potevi sapere che le avevamo trovate, ma non potevi sapere che fossero due, non l’ho mai detto neanche a Hollis. Facendo rapporto a Lilith, avrebbe parlato di una sola arma, come gli avevo comunicato. Solo tu sapevi dell’operato dei killer e delle due pompe per aspirare il sangue.»

    Beth sorrise dolcemente: «Per questo ho desiderato averti con noi, Nika. Non solo sei molto intelligente e un ottimo detective, ma la pensavi come me. Ti ho conosciuta in questi tre anni, quando facevamo le pause pranzo insieme, ho visto quanto odiavi i soprannaturali, quanto lottavi per opporti all’ingiusta supremazia maschile. Siamo uguali, io e te.»

    «No, Beth, io non sono un’assassina.»

    «Oh, ma lo sarai, ormai sei compromessa col sangue del re degli assassini», e si voltò. «Samael di Tanis. Che piacevole sorpresa aver preso proprio te. Dillo a Veronika, quanti morti hai sulla coscienza? I miei non sono che una minima parte di quelli che hai eliminato tu.»

    «Io ho eliminato solo colpevoli di crimini efferati e adoratori di demoni», ringhiò avanzando di un passo.

    «Non muovere un muscolo, vampiro. I visori di queste uniformi d’assalto permettono di vedere anche nelle illusioni dei non morti. E i proiettili dei caricatori sono al fosforo.»

    Samael cercò di mediare: «Lascia andare Veronika, so che era un vampiro che volevi per la tua galleria degli orrori. Ora lo hai.»

    Beth sorrise e si voltò verso la donna: «Ma io non voglio farle male. Le cose non sono mai bianche o nere, Nika. Ho sempre apprezzato la tua integrità e il tuo senso di onore e protezione verso il tuo paese e i suoi cittadini, per questo voglio offrirti un accordo, ottenere il tuo contributo nella Cerberus per traghettare il mondo verso questa nuova era di ordine e progresso. Aspetta prima di fare cenno di no», le disse guardando Samael. «Che ne dici di vuotare anche tu il sacco, vampiro, o continuerai ad approfittarti della buona fede di questa donna?»

    Veronika era esterrefatta: «Cosa sta dicendo, Sam?»

    «Sta cercando di manipolarti, rigira le carte in tavola», rispose il vampiro.

    Beth avanzò di un passo e guardò Veronika direttamente, fronteggiandola: «Credi a lui che conosci da cinque giorni e non a me dopo tre anni?»

    La detective scrollò il capo: «Beth, tu sei Lilith, a capo della Solomon Society, una delle tre teste della Cerberus. Lo neghi forse?»

    «Non lo nego, ma quello che sai sulla Solomon non corrisponde al vero. Le informazioni sono state alterate apposta da Jubilee Ann Travis per dare fondo e sostanza a una teoria di complotti e macchinazioni atte a portare solo anarchia sociale e legislativa.»

    «Non ascoltarla», intervenne Samael, ma Veronika deglutì e diede corda.

    «Vuoi farmi credere di non aver ucciso quegli innocenti?»

    «Non erano innocenti. Avevano antenati soprannaturali e, presto o tardi, il loro retaggio marcio e corrotto avrebbe compromesso tutti noi e molti di loro erano anche collaborazionisti, quindi avevano palesemente violato la legge marziale.»

    «E perché inscenare quelle morti?»

    «Quando fu presentata una prima mozione contro la legge Boyle, Hollis venne da me in obitorio a sfogarsi per la frustrazione di vedere tutto il suo lavoro buttato al vento. Fu allora che capii che poteva esserci d’aiuto, Lautus lo contattò e, in breve, stilammo un accordo.»

    «Voi avreste lasciato i morti in pasto ai giornalisti, alzando l’asticella del senso di pericolo, in modo da non avere più esponenti del congresso che votassero contro la legge», intervenne Veronika.

    «E in cambio Hollis avrebbe cercato di far venire qui un vampiro di una certa rilevanza, in modo che potessimo studiarlo e usarlo, esattamente come stavamo facendo per altre razze. Ci propose subito un piccolo e patetico imperfetto e, quando rifiutammo, mise in piedi questa sceneggiata per avere la scusa di contattare la Hermon e farci mandare un vampiro vero.»

    «Stai solo confermando quello che sapevamo già», obiettò Veronika.

    «Ma non la stai guardando dal nostro punto di vista. Non sappiamo molto dei soprannaturali. Conoscerli equivale a saperci difendere quando, in futuro, attaccheranno di nuovo.»

    Samael fece un passo avanti e i soldati misero il colpo in canna: «Non è vero, nessuno di noi vuole attaccare!»

    «È la tua parola di vampiro contro la mia», disse Beth. «Veronika, credi davvero che uno come lui non potesse ordinare a Gordon di fare qualsiasi cosa?»

    «Cosa stai dicendo Beth?»

    «Lo ha fatto uccidere apposta dalla folla. Per averti dalla sua parte, certo, ma soprattutto per dividere i cittadini, rialzare il livello di odio e contrapposizione tra le fazioni a favore e contro i soprannaturali. Più noi siamo divisi e indeboliti, più loro possono aver presa e controllarci.»

    Samael fremeva a ogni parola, ribatteva, ma Beth continuava: «E Padre Uriel? Non era forse ancora vivo quando i miei sono andati via? Lui non doveva morire, dovevamo solo prendere poco sangue per dei controlli. Infatti a lui avevamo preso solo quattro sacche, sarebbe sopravvissuto. Samael invece li attaccò prima che potessero fermare l’emorragia e si rifiutò di aiutarlo.»

    «Si sarebbe trasformato!», obiettò il vampiro. «Lui non era in grado di esprimere il consenso e io non lo volevo come figlio!», si voltò verso la donna. «Veronika, cosa vuoi che ne sappia lei più di me, di quando il mio sangue cura o quando trasforma?»

    «Disgustoso!», commentò Beth che si frappose tra lei e il vampiro, riempiendo il campo visivo della donna. «Tu non sai cosa lui abbia preso dalle menti di coloro che ha indagato, hai solo il suo resoconto. Hai una indagine che lui ha pilotato fin dall’inizio, contravvenendo a ogni regola stabilita da te e Hollis e firmata dal tuo presidente. Lui ha deciso come muoversi e cosa farti sapere. Ha deciso quando stare con te e quando fare le cose a tua insaputa. Quando avete deciso di entrare alla Human First, sapeva già che saresti andata tu e che, per farlo, ti avrebbe dovuta contaminare col suo sangue; ti ha infiltrata mettendoti in pericolo.»

    «Loro mi hanno drogata e mi stavano per dissanguare!», ringhiò Veronika.

    «Ti hanno anestetizzata perché era l’unico modo per sottrarti al suo controllo mentale, ma quando ti sei svegliata, hai per caso trovato segni di aghi nel tuo corpo? No, infatti. Ti ha usata per entrare e liberare dei criminali. È un criminale il Licantropo Viho Zanna di Ferro, che guidava le truppe d’assalto che durante la guerra hanno ucciso oltre cinquecento civili. La fata Levantina ha ridotto le menti di trenta soldati dei corpi scelti a delle larve umane e il mago Desmond ha causato l’esplosione del Sunset District con almeno un migliaio di morti tra la popolazione e l’esercito. Ti sta controllando come un burattino, Veronika, ma in maniera così sottile che neanche te ne accorgi.»

    «N-non ci credo», singhiozzò lei.

    «Ti ha detto cosa dire al tuo capo, omettendo informazioni importanti. Quando ha avuto bisogno di contatti in città, ti ha spinto a rivolgerti a Foster e alla sua organizzazione eversiva, Algiz.»

    Beth aveva colpito nel segno.

    Tanti dettagli ora trovavano il loro giusto posto in prospettiva e, quando si voltò verso Samael, lui comprese di essere a un passo dal perderla: «Hai lasciato apposta lo zaino e la chiavetta perché io la vedessi. Con una password semplice. Ci contavi.»

    «No, Veronika. Io non mi separo mai da quella lettera e dalla chiavetta. La password la scelse Tessa e non ho mai avuto cuore di cambiarla.»

    Beth li ascoltava incuriosita e Samael proseguì: «Quando mi sento perso e viene meno la fiducia nel mondo e nella missione, riguardo quel video, ripenso a lei e a quando tutto questo è iniziato. Mi faccio sostenere dal suo ricordo e dai pochi, preziosi giorni che abbiamo passato insieme.»

    «E come mai hai tirato fuori il video di Jubilee proprio al momento giusto?»

    «Perché credevo di aver capito tutto. Ho peccato di orgoglio e superbia nel ritenere che la causa degli omicidi fosse banalmente l’epurazione etnica o la vendetta contro i collaborazionisti, sarebbe stato tipico di loro… dell’Ordine della Fenice», e fissò Beth, che alzò il mento, superba.

    Veronika, al contrario, sussurrava appena: «F-fenice? Non mi hai mai detto nulla…»

    «Ti ho detto che c’era molto di più sotto e da secoli, non volevo scaricarti addosso tutto il peso che porto», non si muoveva, non poteva metterla in pericolo, ma mosse almeno una mano, offrendola e alzandola verso di lei. «Mi hanno messo un dito davanti e io ho guardato il dito, non il volto che gli stava dietro. E anche con Gordon ho sbagliato e non l’ho mai nascosto.»

    «Ma tu sei Samael! Come può uno come te commettere questi errori?»

    Lui sorrise e il volto si illuminò di un’espressione completamente umana: «Io sbaglio, Veronika. Non sono Etienne con la sua rigida disciplina. Sbaglio molte più volte di quante immagini, ma lo faccio in buona fede, perché credo che sia la cosa giusta da fare. Ho vissuto così a lungo che dovrei essere allenato a non sbagliare, ma non è così. Perché le situazioni cambiano, gli uomini cambiano, la storia cambia e a volte, essere chi sono, con il fardello della mia eredità, è semplicemente troppo.»

    Beth colse il dubbio nella ragazza e intervenne: «Lui è qualcuno che legge le menti delle persone, che le controlla, che può sparire alla percezione comune e che può spiare ogni cosa. Davvero nutri dubbi che ti stia ingannando? E basi tutto su ciò che Jubilee, una giornalista giovane e irruenta, riconosciuta come terrorista eversiva, disse in un delirante video? Allora perché non credere agli alieni? O al fatto che il 7G controlla le nostre funzioni vitali e può farci venire l’infarto a comando?»

    «Non è quello che fa la Cerberus? Controllarci completamente dalla nascita alla morte?», disse Veronika con una esausta risata sarcastica.

    «La Cerberus non fa quello che dice Jubilee. Si occupa di tanti aspetti dell’economia e della cultura, del commercio e dell’informazione, ma mentre lei dice controllo, noi diciamo verifica. Lei accusa noi di aver manomesso la Dichiarazione di Indipendenza, ma chi ti assicura che non l’abbia fatto lei con un banale programma grafico invece? E tutti quegli idioti che ora le credono, lo fanno non certo con spirito critico, ma perché lei dice esattamente quello che loro vogliono sentire. Quando lei dice che controlliamo i cittadini, non credi forse che sia quello che i cittadini hanno chiesto in consultazioni libere, i cui risultati sono stati portati all’attenzione del governo? Protezione, controllo, sicurezza. Hanno firmato un patto sociale dandoci accesso ai loro dati e agli spostamenti e noi li usiamo per proteggerli, individuando delinquenti e soprannaturali. Davvero vuoi condannare questo?»

    «Veronika», intervenne Samael, «l’evoluzione della società non si ottiene con la coercizione, ma con l’esempio e l’accrescimento personale nella libertà di espressione.»

    «E quando mai ha funzionato nella storia, vampiro? Tu più di tutti dovresti saperlo!», lo schernì Beth.

    Samael strinse i pugni: «Veronika, ricorda cosa disse Tessa nel video. Un singolo uomo è ragionevole…»

    «Chi è Tessa?», chiese infine Beth.

    «…ma l’umanità è una massa irrazionale», concluse Veronika.

    Beth inspirò spazientita: «Prendetelo!», ordinò, e i soldati avanzarono rapidi e letali.

    Samael ingaggiò una lotta forsennata, in cui più volte venne colpito dai militari che si muovevano a una velocità inumana.

    «Veronika! Non sono umani! Sono cust…», disse lui, prima di venir sepolto da cinque di essi.

    Si rialzò facendoli volare via come bambole di stracci.

    I soldati lo ingaggiarono di nuovo, ma stavolta il vampiro diede fondo a ogni potere e alla lunga esperienza di combattente.

    Uno dopo l’altro li fece cadere, subendo ferite, restituendo dolore e sofferenza, facendosi strada verso Veronika, cadavere dopo cadavere.

    Lanciò uno dei corpi contro gli ultimi soldati, per venire poi colpito da reti elettrificate e schiume paralizzanti che lo costrinsero in una genuflessione arresa.

    «Sam!»

    La donna si agitò e la presa sulle sue braccia si fece tanto serrata da farle lanciare un grido.

    Sembrava che le ossa le si dovessero spezzare come ramoscelli, sotto la forza del soldato.

    «Finalmente il sangue soprannaturale serve a qualcosa di utile. Obbedienza. Stabilità. Soldati che non tradiscono!», gioì Beth.

    Il vampiro si divincolò per liberarsi, ma a ogni suo movimento seguiva una scarica elettrica che lo faceva gridare di dolore.

    «Veronika! A questo serviva il sangue degli ibridi. Goccia a goccia hanno rubato il potere perché noi gli abbiamo sottratto la loro fonte all’inizio della guerra. Questo avrebbero fatto a me, che avrei preso il suo posto. Una spugna da spremere.»

    Lei annuì, con gli occhi spalancati e le pupille strette nel terrore: «Beth, tu sei la prima ad aver ingannato me. E hai anche ingannato Hollis, non è vero?»

    «A Maddog non è mai interessata la filosofia della Cerberus, lui voleva solo mantenere il suo potere sulla città. All’inizio abbiamo perseguito i medesimi scopi, poi abbiamo capito che si stava facendo scappare la nostra preda. Quando siete venuti nella mia sala autoptica ho visto che lui non aveva indosso la cavigliera, quindi abbiamo imposto a Hollis di riprendere il controllo, ma lui ha messo in scena la tragedia di quel piccolo mostro così come l’aveva architettata da diverso tempo. In questo modo ha ottenuto che il vampiro non andasse via e che i sostenitori della legge Boyle proliferassero, ma vi ha esposto e messo in pericolo, alzando il livello di guardia dei cittadini, cosa che non volevamo, quindi abbiamo creato il video col soldato Ewans, in modo che Hollis calamitasse su di sé l’attenzione.»

    «E che tornasse a rivolgersi a voi per togliere le castagne dal fuoco», sorrise Veronika. «Ma quello che non puoi controllare, è che qualcun altro ha dato l’ordine ai Marines di venire al mio appartamento. Non è stato Hollis, né tu, perché entrambi volevate Samael e me vivi. Vuoi sapere chi è stato?»

    «Chi?», chiese lei, rigida.

    «Il Generale Bauer», rivelò la donna, che cercò di interpretare l’espressione sbigottita di Beth. «Ora confessamelo, me lo merito. A parte questi super soldati, che altro hai fatto col sangue di quella povera gente?»

    «Non capisci l’importanza della scoperta, Veronika. Quando il microscopio a scansione della Solomon ha messo in evidenza una sostanza aliena in un campione biologico, abbiamo scoperto il nostro Sacro Graal. Il Sang Real. Il sangue degli dei e degli angeli. Manipolare quella sostanza mercuriale ci sta dando soddisfazioni inimmaginabili. Avrei condiviso queste scoperte con te, per creare quel mondo migliore che tante volte ti sentivo magnificare quando pranzavamo insieme, ma è evidente che hai fatto la tua scelta.»

    «L’ho fatta, Beth. E non mi affilierei mai a una setta che uccide innocenti, manipola la storia ed è responsabile della peggiore guerra dell’umanità. Ma lascia che ti dica ancora una cosa. Tu hai fatto fuori Hollis, hai lasciato che Samael lo uccidesse prima di intervenire e palesarti, in modo da far ricadere la colpa su di lui in diretta mondiale. Ma non credere che altri non saranno pronti a farlo con te, al primo sbaglio.»

    «Ma io non sbaglierò, Veronika. Io sono una delle Tre Teste e porterò alle altre due la preda più ambita, Samael di Tanis», e si rivolse al vampiro. «Se prometti di stare buono e collaborare, potrai vivere come nostro ospite in una cella. E Veronika non morirà, potremmo anche lasciarla nella cella con te», offrì Beth.

    Samael fissò la compagna, che fece cenno di no.

    Un istante dopo, sentì la timida carezza dei pensieri di lei.

    Aveva imparato a comunicare con la mente: «Non farti prendere. Scappa.»

    «Tu hai dubitato di me?»

    «Solo per un istante, è vero. Ma quello che abbiamo vissuto è reale, quello che ho provato buttandomi dal Golden Gate è reale. Tu c’eri, tu mi hai preso mentre precipitavo. E non solo dal ponte, anche mentre precipitavo in un gorgo di arida assenza di emozioni nella mia vita. Mi hai preso in entrambi i modi. E mi hai salvato. Io mi fido di te. Devi vivere e fermarli. Solo tu puoi farlo, non io.»

    Samael chiuse gli occhi sopportando stoicamente il dolore mentre tentava di alzarsi e di dilaniare la rete metallica, nonostante le scariche elettriche che ne facevano sfrigolare capelli e abiti, fino ad aprire profonde piaghe nella pelle.

    Si bloccò solo quando l’odore del sangue di Veronika venne portato dal vento fino alla sua coscienza.

    La vide, interamente bloccata da tre poliziotti, mentre Beth le incideva il braccio così profondamente, che le dita di lei si rilassarono, flaccide e paralizzate.

    Il grido di dolore della donna era soffocato dalla mano di uno dei carcerieri, ma gli occhi esprimevano tutta la sua sofferenza e frustrazione.

    Era una ferita che l’avrebbe condannata a morire dissanguata in pochi minuti, perché già la sua linfa vitale colava copiosa a battezzare la terra riarsa del deserto.

    «Non sarei salita su quell’elicottero neanche sapendo che sarebbe finita così. Non ho rimpianti», disse lei, mente a mente, coi pensieri viziati da scariche di dolore che Samael percepì nettamente e che prese su di sé, alleviando quello di lei.

    «Ma li ho io, Veronika, perché non ti ho protetta.»

    «Resta solo una cosa da fare Samael. E tu la farai senza discutere. Per una volta in otto secoli e mezzo, tu obbedirai.»

    «Veronika…»

    «Va bene così, Samael.»

    «Va bene così, Nika», concesse lui.

    «E allora fallo!»

    Veronika scrollò il capo liberando i capelli dalla crocchia e la bocca dalle mani del soldato e gridò: «Tunguska!»

    *

    All’alba, gli elicotteri sorvolarono la zona dell’esplosione, mentre le squadre in tuta anti radiazioni testavano i margini della voragine per scoprire la causa della devastazione che aveva creato un cratere di duecento metri di diametro, profondo abbastanza da far affiorare le acque del mare.

    Sul suo fondo ribolliva il magma della faglia in spaccature radiali.

    Era un lago perfettamente circolare con un’isola al centro, larga poco più di un metro, come un occhio dalla pupilla di sabbia vetrificata che mandava al satellite il suo ammiccante e oscuro riflesso nel nero delle acque e nei raggi rossi di brace del fondo.

    *

    Poco distante, una flottiglia di una trentina di imbarcazioni private, tra motoscafi e yacht, gommoni e barche a vela, lasciava per sempre la terraferma, dirigendosi verso la sagoma di una grande nave bianca con la croce rossa dipinta sullo scafo, che attendeva in acque internazionali, a venti miglia dalla costa.

    A poppa di un piccolo yatch, Clara fissava il profilo degli Stati Uniti che si allontanavano, mentre gli altri passeggeri, il direttivo della Algiz, stretti nelle coperte per difendersi dal vento freddo e salmastro del mare, mantenevano un attonito silenzio, ognuno perso nei propri pensieri e ricordi, ognuno alle prese con il proprio bagaglio di emozioni e la certezza che una parte della loro vita fosse finita quel giorno.

    Quando giunsero in vista della grande nave ospedale, le imbarcazioni, così piccole rispetto all’enorme cargo, vennero stipate nella poppa apribile e i passeggeri sbarcarono sulle passerelle di metallo, in un ambiente asettico e freddo, illuminato dalle luci al neon, ronzanti e fastidiose.

    Clara cercò lo sguardo di Foster, ma sul suo volto lesse il dubbio e il timore di essere finiti in una trappola.

    Pochi istanti dopo, una porta si aprì e ne emerse una bambina di sei anni che saltellò verso di loro col passo allegro: «Ciao a tutti! Benvenuti! Devo scrivere i vostri nomi, poi dovete salire di là, dal mio papà Davide, che vi visiterà.»

    Si mise i lunghi capelli biondicci dietro l’orecchio e pose la penna sul foglio del suo taccuino rigido.

    Foster sorrise e avanzò per primo: «Inizio io, ma tu invece come ti chiami piccola?»

    «Io sono Tessa! Molto piacere!»

    *

    A Washington, il Generale Bauer entrò nella sala ovale con una valigetta nera di metallo incatenata al polso.

    Il presidente Baker prese la sua chiave dalla collana che portava sotto la camicia e la aprì, estraendone una cartelletta e, da questa, una chiavetta USB che mise nel computer.

    «Ci sono superstiti?», chiese al Generale.

    «Non ce n’è traccia. È stata ritrovata della cenere organica nell’isola affiorante nel centro del cratere, il che ci fa pensare che tutti i presenti semplicemente siano evaporati.»

    Il presidente alzò gli occhi sul Generale: «Definisca evaporati.»

    «Il nome tecnico credo sia sublimati. Sono passati dallo stato solido al vapore in un istante. Come per effetto dell’atomica di Hiroshima. Ma non ci sono segni di radiazioni. Probabilmente non hanno sofferto.»

    «Di questo mi importa poco, i soldati non erano che esperimenti di Beth, lei e Hollis non erano dei santi e non ne piangeremo la scomparsa. Hanno fatto troppi errori, ma per fortuna abbiamo scaricato la colpa dell’omicidio di Hollis e di Beth su Samael di Tanis e nessuno ha visto nulla», e aprì le foto satellitari, che mostravano la zona dell’esplosione, ingrandendo fino al massimo possibile. «Sicuro che non abbiamo foto o dettagli sufficienti per vedere finalmente in volto quel figlio di puttana?»

    «No, Signor Presidente.»

    Nella prima foto, trenta persone erano per lo più ammassate attorno a un punto, altre tre erano poco distante.

    Nelle successive, il punto iniziava a divenire bluastro e, nello spazio tra due foto successive, ovvero meno di dieci secondi, aveva già l’estensione definitiva.

    «E cos’è questa linea brillante e bianca che va dalla periferia al centro?»

    «Pensiamo sia un riflesso della detonazione.»

    «E cosa hanno fatto detonare? Qualche stronzata magica?»

    «Riteniamo di sì. La zona non presenta radiazioni. Per i media abbiamo pronta una dichiarazione di scienziati affidabili. Diremo che è stata l’anticipazione del Big One.»

    «Questo creerà ancora più caos e terrore nella popolazione, specie perché i centri sismici non hanno dato avvisaglie», osservò il Presidente.

    «L’avvisaglia è questa. E il terrore ci permetterà di mantenere il controllo su San Francisco in attesa che qualcuno vada a sostituire Maddog nella polizia, ma soprattutto Lilith alla guida della Solomon.»

    «Ottimo. Il congresso discuterà della legge Boyle tra due giorni. Mantieni alto l’allarme fino ad allora, in modo che non si raffreddi l’idea del pericolo», il presidente si alzò e tese la mano al generale, «mi congratulo con lei, Generale. Un’ottima prova.»

    Al dito anulare del presidente, brillava l’anello d’oro con l’effige di un cane a tre teste.

    Quando fu uscito, il Presidente si mise al telefono: «Hai sentito tutto? Bene. Siamo rimasti solo noi due. Voglio procrastinare ancora la scelta del sostituto di Elisabeth Bishop. Abbiamo altro da fare ora. Per esempio? Beh voglio che ti occupi di Bauer. Ha preso iniziative contro Maddog e Lilith prima del tempo previsto e il suo intervento ci è costato molti uomini, la possibilità di prendere Samael di Tanis e l’esposizione con il mondo. I nostri prossimi passi devono essere molto cauti. Bene, conto su di te.»

  • Memorie dal Buio – Ucronia – Capitolo 26

    PUNTO 26 – L’origine dei Vampiri è da ricercarsi nel demone Lilith. Essi sono dunque progenie del demonio.

    Foster rientrò proprio mentre la hacker confrontava i dati: «Il cellulare del Capitano Hollis ha chiamato un numero sconosciuto sia il giorno della scoperta del cadavere al parco, sia quello del ritrovamento della fossa comune. E lo ha fatto dalla medesima cella del luogo, ha riattaccato e, un attimo dopo un numero anonimo di un cellulare usa e getta ha chiamato il 911.»

    «Quindi lui era lì e ha fatto la telefonata. È lui l’anonimo delatore!», concluse Foster.

    «Calma», intervenne il vampiro, «non si può accusare senza prove inequivocabili. Se mi muoverò contro di lui, non sarà per un’ammenda. Io mi muovo per uccidere e non lo farò alla leggera. Cosa mi dici del numero sconosciuto, Clara?»

    La ragazza evidenziò col mouse tutte le chiamate nella medesima cella: «È protetto. Cercherò di bypassare i firewall, datemi qualche minuto. Intanto voglio farvi notare questo. Ho incrociato i dati di tutte le scene del crimine e ho trovato sei cellulari che ci sono sempre stati. Alcuni hanno telefonato, altri no, ma anche se non l’hanno fatto, si sono comunque attaccati alla cella, potrebbero aver usato un social. Eccoli, come vedete corrispondono al Capitano Hollis, gli agenti Cavanaugh e Perkins, il medico legale Elisabeth Bishop e un’investigatrice privata, Reetha Anne Travis. L’ultimo è il nostro sconosciuto.»

    «Sono poliziotti, è normale che siano sulle scene e Reetha investiga proprio sui casi», fece notare Veronika.

    «Aprimi intanto il file di Hollis», chiese Samael che pose il dito sullo schermo, seguendo una serie impressionante di chiamate del capitano a quel medesimo numero. «Hollis e il numero protetto si sono chiamati dalle venti alle trenta volte negli ultimi due giorni. E molte volte comunque nei mesi precedenti. Più o meno da quando sono iniziati i casi di omicidio del vampiro.»

    La poliziotta indicò un punto particolare dello schermo: «Guarda la data e l’ora. È il giorno in cui è morto Padre Uriel, il momento in cui eravamo nella sua casa. Hollis aveva appena riattaccato con me, quello sopra è il mio numero. E poi ha chiamato subito quello misterioso. E non era nella nostra medesima cella, quindi Hollis non era uno dei due killer a casa di Uriel.»

    Clara rimbalzò un po’ tra le pagine e alla fine esultò: «E ci siamo! Il cellulare sconosciuto è intestato alla Solomon Society! Il problema è che, chiunque sia l’utente che lo usa, non solo si è attaccato alle celle di ogni scena del crimine, ma pure a quella della centrale di polizia e della Morgue

    «Quindi è qualcuno che ha libero accesso a ogni locale della polizia, mentre Hollis è sul libro paga della Cerberus», concluse Foster.

    La detective rimase con lo sguardo vacuo a fissare lo sfarfallante schermo: «L’unica che non è mai entrata anche alla Morgue è Reetha, quindi lei… lei è a posto.»

    Foster fissò i tabulati telefonici: «Quindi ammettendo che i quattro poliziotti fossero lì per lavoro, chi può essere la quinta persona che ha i loro medesimi accessi?»

    Samael prese a camminare nella stanza: «Se fosse Lautus? O Lilith? O Maddog? Hollis potrebbe aver avuto bisogno di ricevere ordini.»

    Veronika scosse il capo: «Non Lautus, il numero è stato usato anche dopo che Viho lo ha ucciso. Ma qualcun altro potrebbe aver ereditato il telefono. Oppure qualcuno dei miei colleghi ha banalmente due cellulari e sta lavorando dall’interno. Non ne verremo mai a capo!»

    Appoggiò la testa alla scrivania e vi batté contro con la fronte alcune volte.

    Samael le infilò le dita tra i capelli, accarezzandole la cute, poi si rivolse alla hacker: «Clara, riesci a piazzare Hollis in ospedale o nelle fogne la notte in cui Gordon ha ucciso il podista? Voglio almeno dimostrarlo colpevole di qualcosa. Mi prudono le gengive.»

    La ragazza annuì, ruotò la sua poltrona da gaming e si rimise al lavoro: «Normalmente la legge Boyle nella sua appendice sulle intercettazioni di sicurezza obbliga i luoghi pubblici a mantenere le registrazioni delle telecamere di sicurezza per trenta giorni. Vediamo se non sono state manomesse».

    «Come mai vuoi vedere se Hollis è andato anche nelle fogne?», chiese Veronika, sollevando la testa con l’espressione rasserenata, quasi estasiata dalle carezze che lui le concedeva tra i capelli.

    «Quando sono andato a cercare l’assassino nei tunnel fognari, ho trovato due tracce olfattive. Una era l’odore di Gordon, l’altra una serie di macchie di sangue umano, ma con anticoagulante. Sacche da ospedale. Gordon non aveva mai cacciato, era un bambino e come vampiro era inesperto, quindi perché percorrere due chilometri di tunnel per uscire proprio in quel punto, incappando nell’umano, quando invece avrebbe potuto salire subito, in altre zone ugualmente sconosciute per lui, ma più vicine?»

    «Credi che qualcuno l’abbia portato proprio lì?»

    «Certo! E lo ha fatto lasciando una scia di sangue umano dopo avergli preso tutte le scorte, per attirarlo fuori e fargli attaccare una preda in un punto senza telecamere e con pochi testimoni che avrebbero potuto fermarlo e incenerirlo. Gordon doveva riuscire nella predazione. Nel nascondiglio ho trovato poche sacche usate, ma la madre nel diario aveva scritto che ne aveva abbastanza per un mese. Quindi tutte le scorte sono state fatte sparire per indurlo alla fame.»

    «Io avevo detto a Hollis che volevi andartene, dopo aver capito che non c’era un vampiro dietro le morti di questi mesi e lui disse che dovevo assolutamente trattenerti», disse Veronika, mordicchiandosi il labbro nervosa, «e la vicenda di Gordon ti ha trattenuto!»

    «Hollis ha sicuramente un ruolo in tutto questo, ma dobbiamo capire quale.»

    «Ci siamo!», gridò Clara e mostrò delle immagini in cui Hollis era ben visibile mentre si aggirava nei corridoi dell’ospedale, poi si infilava nello spogliatoio delle infermiere. «Le riprese risalgono a dodici giorni fa. Il giorno della morte dell’infermiera Taylor, ma non ci sono telecamere nello spogliatoio, non sappiamo cosa abbia fatto Hollis, ma se proseguo con la ricerca inserendo il volto del capitano nel mio protocollo di riconoscimento, ecco cosa troviamo.»

    Il filmato successivo mostrava Hollis, nel cuore della notte, mentre scendeva nei sotterranei e spariva nella porta dietro la quale Samael si era fermato nella sua esplorazione: «Da lì si arriva al nascondiglio del ragazzo», confermò il vampiro.

    Veronika si mise le mani nei capelli liberi e arruffati: «Quindi c’è lui dietro tutto.»

    Samael le strinse le dita sulle spalle: «Dietro questo capitolo orribile sì, per il resto dobbiamo ancora verificare il livello del suo coinvolgimento.»

    «È un maledetto traditore», sibilò Veronika, in tono confidente. «Pensaci Sa…, ehm… Selim», si corresse all’ultimo momento. «Hollis ti ha attirato qui, mi ha chiesto di trattenerti e ha sacrificato il bambino e la donna per fare in modo che ti interessassi al caso, così da avere il tempo di organizzare la tua cattura. E intanto mi chiedeva di farti domande, di capire se eri antico e potente. Mi sembra chiaro che sia coinvolto completamente nella Cerberus.»

    Foster li richiamò a un altro portatile: «C’è altro che vi può interessare. Abbiamo ottenuto il filmato originale del soldato che avrebbe tradito parlando del tuo arrivo, Selim, e ci abbiamo lavorato per decrittare suono e immagine. Clara è un vero genio con questi aggeggi. Guardate. Il soldato è di spalle con un cappuccio, ma abbiamo ottenuto un parziale del volto da un riflesso sulle scenografie del fondo dello studio. Per la voce è stato più facile, è bastato correggere la distorsione.»

    Foster batté sul tasto di invio e apparve la foto di un soldato e alcuni file video e sonori.

    Samael aggrottò le sopracciglia: «Cosa sto vedendo?»

    «Questo soldato è Chris Ewans, quello che ha registrato la confessione; prove recuperate da filmati di guerra confermano che è lui, ma non era uno dei cinquanta del gruppo di San Francisco. Risulta dislocato in Tennessee e che non si sia spostato dalla caserma in quei giorni.»

    «Quindi ha mentito, il filmato è stato un atto volto deliberatamente a esporre Hollis e noi», e incrociò le braccia al petto. «Ma allora Hollis è vittima o carnefice?»

    Veronika non toglieva gli occhi di dosso al soldato colpevole: «Hollis potrebbe aver fatto in modo di alzare il livello di allarme usando Gordon e ha senso. Gli serve che la legge Boyle non venga abolita o ridimensionata, anzi auspica di conquistare maggiori poteri e autonomia, ma ha fermato per diverse ore la messa in onda del filmato del soldato Ewans, per difenderci, salvo poi dare notizie di noi in pasto ai giornalisti. Che diavolo ha in mente?»

    «Forse l’ha fatto per difendere sé stesso», disse Samael. «Oppure c’è un’altra spiegazione. Il decalogo prevedeva che io avessi una cavigliera di segnalazione. Nel momento in cui Hollis ha capito che non l’avrei indossata e non avrei rispettato il decalogo, ha avuto paura di perdere il controllo, quindi ha fatto l’unica cosa sensata, denunciarci in modo che ci sentissimo braccati e ricorressimo a lui, così da poterci controllare, per esempio dandoci le chiavi di una casa sicura.»

    «Ma perché usare un soldato esterno per la dichiarazione?»

    Foster appoggiò i polpastrelli uno all’altro e si intromise: «Infatti non ha senso. Nelle altre città il fatto che interi contingenti dell’esercito vengano dislocati agli ordini di sceriffi e capitani di polizia è mal sopportato, in primis dal Generale Bauer. A San Francisco le cose vanno meglio solo perché Hollis è stato un Marine prima di essere nominato capo della polizia e si è guadagnato la fiducia dei suoi cinquanta guidando alcune azioni durante la guerra. Se l’ordine di creare il falso filmato fosse venuto da Hollis, non avrebbe dovuto usare un esterno che neanche conosce, avrebbe avuto cinquanta volontari sotto mano.»

    «Senza contare il tenente Carter», ricordò Samael. «Mi ha assicurato che nessuno di loro aveva fatto il filmato e non stava mentendo. Quindi i cinquanta soldati erano estranei alla vicenda.»

    «Ma, scusate, io non capisco», disse Clara aggiustandosi gli occhiali sul naso, «Hollis collabora con la Cerberus e dovrebbe avere il culo parato, eppure c’è qualcuno che gli rema contro in maniera così plateale? Perché non lo fermano e basta?»

    «Questa storia non ha ancora finito di rivelarci i suoi segreti», disse Samael.

    «E dobbiamo ancora dare un nome e un volto a Lilith e Maddog», rispose Veronika.

    «Lilith è un demone», osservò Samael. «Prima sposa di Adamo, creata come lui dal fango, venne maledetta da dio, secondo alcune scritture, perché non volle sottomettersi al marito. Pretendeva di essere sua pari. Dunque dio la rese un demone e da lei si dice che tutti noi vampiri abbiamo origine.»

    Foster annuì: «Certo, lei genera Lilim dal ventre, partorisce i vampiri.»

    «Non posso confermare il mito. Abbiamo perduto i nostri antichi e tutti i documenti durante quella che chiamammo ‘La guerra delle Zanne’, a cavallo dell’anno zero del vostro calendario. Allora furono i licantropi a essere manipolati dagli umani, che li mandarono con precisione chirurgica a ucciderci.»

    L’uomo strinse il ciondolo di legno con la runa Algiz che portava al collo: «Quindi quello che è accaduto ora, non è una novità nella storia?»

    Samael fece un solo cenno negativo e guardò Veronika: «Secondo il mio Sire, oltre la Porta d’Oro a Tanis avrei potuto scoprire tutto, ma l’artefatto che protegge il cuore del sacrario, non mi ha mai fatto entrare e, con la guerra…»

    Veronika aveva ascoltato ogni cosa a bocca aperta: «Ti ricordi quanto mi hai detto sui nomi? Quando scegliamo un avatar, un nome fittizio, lo facciamo perché ci definisca. Chi ha scelto Lilith non vuole essere la madre dei vampiri, ma la prima donna, ribelle e indipendente e pari agli uomini.»

    «Una delle due poliziotte gay?», ipotizzò Samael.

    «Non credo, no. Lilith è qualcuno in grado di ordinare lo sterminio di tante persone innocenti, che ha conoscenze e capacità professionali, ma soprattutto, è qualcuno profondamente razzista e né Cavanaugh né Perkins lo sono», e sollevò gli occhi su Samael, bloccandosi con le labbra schiuse: «Cazzo. Ho capito. Facciamo scattare la trappola!»

    *

    Tanis, primavera 1227

    Samael non riconobbe i passi che scendevano dalle scale fin nel cuore della terra di Tanis.

    Non erano di Kabir o di uno dei suoi fratelli e dunque si drizzò in piedi ed estrasse il pugnale.

    L’alta figura dal volto severo e autoritario emerse dalle scale.

    Era vestito con una tunica scura che copriva le sue membra snelle e slanciate, di costituzione europea.

    I capelli erano di un biondo scuro che ben si armonizzava al verde acqua degli occhi, incastonati in un viso squadrato, che non lasciava spazio all’indulgenza.

    Avanzava col passo sicuro nell’androne a vicolo cieco che terminava con la grande porta d’oro e, quando gli si fu affiancato, si voltò e fissò Samael negli occhi.

    «Chi siete?», chiese il Giovane.

    «Sono Morfeo, figliolo.»

    Samael indietreggiò di un passo, annichilito dalla maestà di quell’antico vampiro, una leggenda nella loro società: «B-benvenuto a Tanis», rispose senza perderlo di vista mentre camminava lieve ed elegante verso l’artefatto d’oro che si fondeva nella roccia, come se semplicemente l’oro divenisse granito senza soluzione di continuità.

    Nessuna serratura, nessuna cerniera o maniglia interrompevano la perfezione di una lastra d’oro puro del diametro di due metri, esattamente circolare, finemente istoriata con geroglifici egizi e immagini.

    Dinanzi a quella porta, il ragazzo passava molte ore ogni notte, cercando di penetrarne il mistero, ma per quanto leggesse le colonne o fissasse le icone, non vi trovava un senso e lui, che avrebbe dovuto essere il prescelto per entrarvi, non era ancora riuscito a farsi accettare dalla magia che la difendeva.

    «Tuo padre mi ha detto che ti sei perso d’animo.»

    «Maestro, non voglio mancarvi di rispetto o mancarne a Kabir, ma non credo di essere io il predestinato.»

    «Sono qui apposta per scoprirlo. Nell’ultima battaglia hai manifestato un potere superiore che ti indica come prescelto, uno Stregone del Sangue. Ma dopo di allora, hai ricacciato quel potere di nuovo dentro l’anima, tanto a fondo da aver perso il legame con la tua scintilla divina, quella parte soprannaturale del tuo sangue che ti rende quello che sei.»

    «E come potreste scoprirlo voi? Che potere volete usare?»

    «Ho avuto il permesso da tuo padre di entrare nella tua mente e mostrarti i percorsi per trovare la forza e il potere, sei tu ora che devi dirmi se vuoi permettermi di farlo o meno.»

    «Non potrei oppormi comunque.»

    Morfeo socchiuse le labbra e quel volto rimase sempre rassicurante e paterno, anche se mostrava lunghe zanne feroci: «Figliolo, non sono qui per violarti la mente, ma per aiutarti. È un viaggio che dobbiamo compiere insieme», e gli tese la mano.

    *

    Samael tese la mano a Veronika che la accettò senza pensarci, fiduciosa e serena nell’attendere la sensazione di leggerezza che precedeva l’ascensione della levitazione.

    Rise mentre perdeva il contatto con la terra e vedeva l’auto allontanarsi, la sabbia sostituita dal mare e le onde bianche farsi sempre più piccole, come riccioli di spuma dipinti d’oro e di carminio dal tramonto.

    Lui aveva indossato la tunica della Bianca Alleanza e quella divisa, la sua alta uniforme, gli conferiva un’eleganza austera.

    Il vampiro posò i piedi sulla sommità del Golden Gate, il lungo braccio rosso che collegava a ponte l’isola di San Francisco con il continente.

    Veronika si strinse a lui con una risatina nervosa: «S-siamo in alto, d-davvero in alto, Sam.»

    «Hai paura?», le chiese, ma non guardò in basso, piuttosto lei. «Ci siamo spinti molto oltre per giungere alla fine dell’indagine, sei pronta ad affrontare il futuro?»

    «Sono pronta, voglio giustizia per i morti e i dispersi.»

    Lui smise di guardarla e fissò l’orizzonte.

    «Golden Gate. La porta d’oro. Un giorno, all’inizio del tredicesimo secolo, il Maestro Morfeo venne a Tanis, per aiutarmi a ritrovare me stesso e la mia missione… siamo amici da allora, Veronika. Da ottocento anni.»

    «È così tanto tempo…»

    «Una briciola, per uno come lui, ma proprio come aveva detto Kabir, sentenziò che sarei potuto entrare solo quando avessi fatto pace col mio nome. Devo trovare la via per entrare nella Porta d’Oro a Tanis e salvare la pace in questo mondo.»

    «Morfeo non ti spiegò il significato dell’enigma sul nome?»

    Samael scosse il capo: «No, mi mise solo in contatto con quella parte eterna della mia anima, in modo che il mio pieno potere sbocciasse. Il resto, mi disse, sarebbe stato compito mio. E dopo ottocento anni ancora non l’ho capito.»

    Veronika lo abbracciò in silenzio, finché il buio non avanzò nella baia e l’ora dell’appuntamento si avvicinò inesorabile.

    «Ti fidi di me?», chiese lui.

    «S-sì, certo», rispose la donna, titubante, timorosa del significato reale della domanda.

    «Allora vieni.»

    E si buttò di schiena nel vuoto, fissandola ancora immobile sulla cima del Gate: «Sam! Non lasciarmi qui! Sam!»

    Veronika tremò inginocchiandosi sulla piattaforma, colta da vertigini improvvise che minavano la sua stabilità.

    Samael cadeva nel vuoto e lei gli fissò gli occhi.

    Fiducia in lui.

    Fiducia.

    Si buttò.

    Non provò in alcun modo a frenare la caduta, mentre faticava a respirare e a tenere gli occhi aperti a causa dell’impatto dell’aria.

    Perse ogni riferimento col ponte o la distanza dalla superficie del mare, ma vide lui che, poco al di sotto, la attendeva con le braccia aperte.

    Neanche sapeva quanto mancasse allo schianto contro l’acqua, ma sapeva che sarebbe stato come finire contro un muro di cemento a velocità vertiginosa; eppure davanti ai suoi occhi c’era solo lui, la tunica bianca, la sciabola d’oro alla fine della catenina che dondolava verso l’alto e la sua mano tesa.

    La sfiorò, si aggrappò alle sue dita e lui la tirò nell’abbraccio saldo, avvolgendone il capo e il corpo, mentre trasformava la cinetica verticale in una morbida parabola che sfiorò la superficie del mare e riprese quota, avvitandosi nell’aria gelida.

    Veronika non riaprì gli occhi fino a quando i piedi non si posarono di nuovo sulla spiaggia.

    Sentiva il rumore lento delle onde, il vento salmastro tra i capelli e il braccio di Samael ancora saldo attorno alla sua vita e, anche se il cuore le martellava nel petto per il terrore della lunga caduta, stretta contro quel corpo freddo, non provava alcun bisogno di fuggire.

    Per la prima volta dall’inizio di quell’avventura o, forse, dall’inizio della sua vita, il mondo sembrava immobile, pronto ad aspettarla.

    E lei stava finalmente bene.

    Quando le pupille si adattarono all’oscurità e lei vide il dettaglio della tunica aperta a V sullo sterno di Samael, lo sguardo si fece attrarre dall’oro della catena.

    Non l’aveva mai tolta, neanche sotto la doccia o quando avevano fatto l’amore e l’aveva potuta guardare con attenzione, ma solo in quel momento si rese conto di conoscerla, di aver già visto quell’immagine, come il fotogramma di un film.

    Lei, in braccio a qualcuno con quel medesimo petto, con la stessa tunica e la collana.

    Il dolore alle tempie si ripresentò con la certezza di una sentenza, ma stavolta non lo assecondò, affrontandolo di petto, anche se voleva dire annichilire il benessere che aveva conquistato.

    «Dimmelo!», chiese lei, con gli occhi chiusi, strizzati nel dolore.

    «Cosa?», chiese guardandola. «Ehi, che c’è? Stai bene? L’aria fredda può averti ferito gli occhi, non ci ho pensato…»

    «Non è quello», disse riaprendoli. «Dimmelo! Dimmi perché ho la sensazione di conoscerti! Tu sai perché Morfeo mi ha cancellato i ricordi, vero?»

    Samael calò il capo: «Lo so. L’ho sempre saputo.»

    «Perché tu… tu eri lì, vero?»

    «Eri solo una bambina, ti eri persa e mi hai visto uccidere uno dei traditori che avevano attaccato Tanis e ucciso la mia famiglia. Ti riportai dai tuoi genitori…»

    «In braccio… mi portasti in braccio!»

    «Sì, Morfeo ti fece dimenticare l’orrore che avevi visto. Quando lessi il tuo nome sul fascicolo, fui curioso di vedere come fossi diventata. Eri una bambina così intraprendente e con quella massa di capelli ricci che si facevano notare», disse accarezzandoli per prolungare poi il tocco sulla guancia. «Io non so trattare coi mortali, Nika e all’inizio ti vidi solo come quella bambina sperduta nel deserto di Saqqara, ma più ti conoscevo, più mi piaceva il tuo carattere, il tuo senso dell’onore e del dovere, così simile al mio. Volevo starti accanto, in modo che mi insegnassi come fare, come entrare in contatto con quell’umanità con cui dovrò confrontarmi, prima o poi, ma allo stesso tempo non volevo trascinarti nella notte.»

    Veronika accolse la confessione, il massimo che lui potesse offrirle in quel momento e calò il capo: «Io… credo di amarti.»

    «È una pessima idea.»

    Lei emise un singhiozzo che parve una risata rassegnata: «Spiegalo al mio cuore, che si preoccupa per te, alla mia mente che vuole solo ascoltarti e darti sollievo dalla solitudine e al mio corpo, che ti desidera con ogni fibra», e lo zittì con un dito sulle labbra. «E no… non è il sangue a parlare. Provavo anche prima le medesime pulsioni, ora sono solo più intense, correttamente direzionate dal legame.»

    Per un attimo lui sembrò sul punto di allontanarsi e lei lo percepì rigido, nervoso, come se amare qualcuno fosse l’unica cosa che non sapesse affrontare.

    L’unica battaglia che avrebbe perso di sicuro.

    Era già voltato di tre quarti, pronto a camminare verso l’obiettivo, poi si bloccò e si voltò di scatto, le prese il volto tra le mani fredde, creando un nido e la tirò verso di sé, appoggiando le labbra sulle sue: «Se avremo un futuro, proveremo a percorrerlo insieme, fianco a fianco.»

  • Memorie dal Buio – Ucronia – Capitolo 25

    PUNTO 25 – I Vampiri hanno antichi rancori con gli altri soprannaturali, sono sempre stati in guerra.

    John aprì la porta dell’appartamento e tutti si riversarono dentro.

    Veronika faceva strada a un ragazzo massiccio e alto, dietro il quale veniva una ragazzina esile con enormi occhi violetti e Samael, con un giovane in braccio.

    «D-Detective? Che succede?», chiese guardando Veronika, poi tutti gli altri e, in ultimo Samael. «Maestro? Stai bene? Chi sono loro?»

    Il vampiro chiuse la porta e guardò il ragazzo: «I tuoi nuovi coinquilini provvisori.»

    John deglutì e guardò verso Veronika: «Quando Sam ha detto che non ti aveva tolto la memoria, sono rimasta di stucco», gli rivelò, abbracciandolo.

    «Beh… mi ha guardato negli occhi e mi ha detto ‘se apri bocca mi premurerò di strapparti la lingua con le mie mani’,

    Veronika rise: «Il primo giorno, quando ci siamo conosciuti, l’ha definita… intimidazione vecchia scuola!»

    «Direi che come… ehm… coercizione fa lo stesso il suo effetto», poi guardò gli sconosciuti e ripeté la domanda. «Chi sono?»

    Samael mise sul divano il ragazzino, anoressico, pallido e privo di muscolatura, col capo ciondolante e fece le presentazioni: «Lui è un Magus, non ne sappiamo il nome. Lei è una fata.»

    «Levantina», si presentò la ragazzina, osservando John coi suoi grandi occhi violetti.

    Espirò e, in un istante, perse le sembianze umane in favore della sua naturale forma, alta una spanna, nuda, con ali da libellula violette che frullavano con un trillo delicato.

    Atterrò sul petto del mago e zampettò verso il suo volto: «Se sei d’accordo, Maestro Samael, provo a svegliarlo dal coma.»

    Il vampiro annuì e John si voltò verso l’ultimo ospite sconosciuto, un uomo dagli inconfondibili tratti di nativo americano, con una massa spaventosa di muscoli e una stazza di due metri che avrebbe impaurito chiunque.

    «Lupo», si indicò il colosso. «Hai una bistecca?»

    «F-freezer», balbettò il ragazzo che tornò a guardare Veronika, che si stava togliendo la maschera di lattice dal volto. «Q-quello è un licantropo? Un vero lupo mannaro?»

    La donna annuì: «È dissacrante, ma simpatico, dammi una mano con la maschera!»

    John tirò i lembi, aiutandola a sgusciare fuori dal lattice: «Com’è andata?»

    Veronika espirò soddisfatta di aver rimosso la pesante maschera e iniziò a ripulirsi il sudore con una salvietta: «Alla Human First mi hanno portata sotto terra, mi hanno anestetizzata e, quando mi sono svegliata, Samael aveva già fatto un lago di sangue. Abbiamo perlustrato tutto il piano segreto, le camere di tortura, dove probabilmente sono stati uccisi tutti gli umani scomparsi come Candy. Alla fine, nell’ultima stanza, abbiamo trovato loro.»

    «Ma non sono ibridi!», osservò il ragazzo.

    «No, sono veri soprannaturali ed erano tenuti prigionieri in gabbie, come animali. Viho Zanna di Ferro, il licantropo, in una gabbia rinforzata, Levantina tra sbarre di ferro e il mago era mantenuto sotto sedativi», raccontò Veronika.

    «Era sempre sotto tranquillanti», confermò Viho, masticando la bistecca ancora congelata. «E, di tanto in tanto, quando sembrava abbastanza lucido da usare la magia, lo addormentavano proprio. Quando catturarono me, poco dopo la fine della guerra, lui era già così. Povero ragazzo. Chissà quanto ci metterà a smaltire la porcheria che gli iniettavano costantemente.»

    John accarezzò con gentilezza i capelli sudici del ragazzo: «Ma perché lo trattavano in questo modo?»

    «Perché dovevano controllarlo. L’unico modo per non far usare la magia a un mago, è tenerlo sedato», rispose il lupo.

    Samael lasciò il mago alle cure della fata e andò a controllare le finestre: «Ho chiamato la Hermon, Ale sta arrivando con l’elicottero. Non abbiamo nessun corridoio di recupero quindi potrebbero attaccarci. Certo potrebbero prendere solo foto dell’elicottero e dire che siamo scappati, e a noi andrebbe benissimo così, ma non posso assicurarvelo. Quindi dobbiamo essere pronti a tutto.»

    Viho fissò il vampiro: «Dove avverrà il recupero?»

    «Devo portarvi trecento miglia a Nord di questa posizione entro le due di stanotte. Andrete tutti sulla Hermon, al sicuro, compresi John e Veronika.»

    John sorrise: «Grazie Maestro. Quando mi hai permesso di mantenere i ricordi e mi hai chiesto se volessi venire con voi, non immaginavo che avresti mantenuto la parola. Accetto volentieri, faccio le valigie!»

    Samael si voltò verso la detective, che lo fissava con severità e quasi gli ringhiò contro la domanda: «E tu?»

    «Io ho un lavoro da finire. Grazie al memorandum di Tessa sapevamo molte cose sulla Cerberus e abbiamo usato quel vantaggio all’inizio della guerra, ma dopo che li abbiamo fatti saltare in aria, si sono ricostruiti e devo decapitarli una volta per tutte.»

    «Resto con te.»

    «No, andrai sulla nave, poi da lì deciderai, possiamo far avere documenti nuovi a te e tua sorella e…»

    «Ho detto che resto con te. Hai bisogno di me e voglio punire i colpevoli almeno quanto te.»

    «Hai rischiato di morire oggi, Veronika. Ti stavano già collegando ai tubi per toglierti tutto il sangue. Non voglio metterti ancora a rischio.»

    «Sono io che voglio restare e aiutarti, non ho paura dei rischi o di morire se vuol dire far trionfare la giustizia e fermare questo gigantesco complotto.»

    «Ma io non voglio vederti morire, non posso dovermi preoccupare per te, perché…»

    «Perché?», incalzò lei quando lo vide esitare.

    «Perché…», ripeté lui.

    Il licantropo scrollò le spalle: «Ma dai… diglielo e basta!», disse continuando a sgranocchiare la bistecca congelata.

    Samael lo fissò malamente: «Tu contati le pulci e taci e comunque stavo per dire perché sei umana», guardò la ragazza e sembrò cogliere la sua aspettativa, quell’attesa che avrebbe suggellato un legame, eppure lui aprì alcune volte la bocca per parlare, ma la richiuse e, alla fine il tono della voce si fece più dolce, quasi paterno. «Anche se per ora hai il mio sangue nel corpo, non lo sai usare e resti sempre fragile, debole, mortale.»

    Veronika indietreggiò in silenzio, ammutolita nel caleidoscopio di pensieri che le impedivano di mantenere la lucidità.

    Cosa si era aspettata?

    Che Samael le dicesse di amarla?

    Che facessero squadra contro il male e le brutture del mondo, cavalcando per sempre insieme incontro al tramonto?

    Samael le si avvicinò e lei indietreggiò di scatto, senza guardarlo.

    Lui non insistette e accese il computer di Grand, frugando dentro le icone del desktop. Quando incontrava una password, non faceva altro che collegare un piccolo cubo di ferro istoriato al cavo USB per superare ogni protezione.

    «Figo», disse il licantropo sedendosi accanto a lui, «maghi tecnocrati?»

    «Utile eh?», confermò Samael, che alla fine fermò lo scrollare del mouse su un elenco di nomi in una tabella. «Ci siamo. Ecco i bersagli, tra quelli già presi c’è il nome di Albert Morris, Candy, Padre Michael, tra i bersagli da prendere c’è suo fratello, Padre Uriel Carmody e un’altra decina di nomi.»

    «E i numeri cosa sono?»

    «Questa è la quantità di sangue prelevata. Va dai tre ai quattro litri ciascuno.»

    «E questa seconda colonna? Contiene quantità basse, microlitri, ma di cosa?»

    «Quello è ciò che fa di noi ciò che siamo, Viho. La componente soprannaturale, che in loro era poca perché avevano solo lontane parentele. Quello in cui era Veronika, non era un normale tubo per la risonanza, era stato modificato per vedere l’icore soprannaturale. Ho visto il suo file aperto sul loro computer nella stanza dei bottoni e mostrava il corpo intero con piccole brillanze nel sangue», ringhiò scoprendo le zanne. «Ce l’hanno fatta, maledizione. Hanno trovato il modo di mettere in evidenza la linfa soprannaturale e l’hanno estratta.»

    «Ma cosa volevano farci? Metterla nei farmaci come dicono gli integralisti biblici?», chiese Viho.

    «La nostra forse, ma quella delle altre razze?», poi lo guardò. «A voi prelevavano il sangue?»

    «Ci hanno prelevato di tutto, io ho riempito così tanti bicchieri di sperma che probabilmente da qualche parte ho un branco di un migliaio di cuccioli», sospirò. «Povere creature.»

    Il telefono di Samael avvisò di un messaggio e lui controllò subito: «Dobbiamo partire a breve, l’elicottero è in volo, John, datti una mossa.»

    Viho indicò un’altra cartella: «Apri quella con scritto Maddog, ho sentito quel nome diverse volte dai dottori.»

    Samael eseguì: «A che proposito?»

    «Parlavano spesso di una certa Lilith a capo del progetto e di questo Maddog che avrebbe dovuto fare qualcosa per lei. Qualche giorno fa hanno cominciato tutti a eccitarsi e a preparare la gabbia accanto alla mia.»

    Il vampiro fece scorrere il contenuto della cartella: «Sono mail salvate e immagini jpeg», disse aprendone una. «Scansioni di documenti. Maddog ha firmato un accordo di riservatezza e collaborazione con la Solomon Society a metà luglio. Si è impegnato alla cattura di un soprannaturale di tipo vampiro, di anzianità almeno superiore ai cento anni, in cambio la Solomon si sarebbe adoperata, per tramite della H1, a rilasciare nel territorio di San Francisco i corpi degli esperimenti conclusi, simulando aggressioni di vampiro.»

    Aprì altri documenti e Viho puntò il dito: «Qui. È uno scambio di mail a fine luglio, tra Maddog e Grand, che si firma come Lautus. Chi è Gordon?»

    Anche Veronika si avvicinò a guardare e Samael lesse ad alta voce: «Non possiamo usare il non umano vampiro identificato come Gordon Taylor, le analisi primarie sui campioni che abbiamo prelevato mentre dormiva e la visita accurata lo hanno identificato come imperfetto, quindi può disporne come meglio crede, ma non è ciò che le abbiamo chiesto», e tacque alcuni istanti.

    «Sapevano già di lui», sussurrò Veronika.

    Samael si alzò: «Ma non gli bastava, volevano un vampiro vero e antico. Quindi simulando la presenza di un vampiro a San Francisco volevano attirarne altri.»

    «Ma la gabbia l’hanno allestita quando sei sbarcato tu», concluse Veronika.

    John riapparve con alcuni bagagli e casse di materiale da lavoro, proprio mentre il mago emetteva i primi gemiti, voltando la testa a vomitare.

    «Il bell’addormentato si è svegliato», esordì Samael. «Levantina mettilo in piedi e partiamo subito.»

    «Non ce la fa, il corpo è troppo debole e la sua mente è ancora confusa», protestò lei.

    «Mh. Va bene ci penso io. Iniziate a portare in auto le cose, non voglio perdere altro tempo», e si azzannò il polso, facendo colare il sangue nella bocca del ragazzo.

    Viho, caricato di casse e zaini, si fermò a guardare: «Ecco, ora mi ricordo perché le zecche mi facevano schifo!» e uscì, aprendo la fila di bagagli e persone.

    John diede un ultimo sguardo all’appartamento, poi si affrettò dietro il colosso.

    Samael si caricò in braccio il mago e uscì per ultimo.

    *

    Tanis, 1226

    Quando Samael cercò di uscire, la mano di Kabir lo spinse indietro: «Resta nel sacrario, ai nemici pensiamo noi!»

    «No, Padre, non resterò qui a fare il codardo mentre voi rischiate la vita.»

    «Non discutere con me! Non hai neanche trent’anni di vita come vampiro e non sei ancora entrato in armonia con la tua componente soprannaturale, non avresti speranza, invece ci serve che tu sopravviva, per la famiglia e per Tanis.»

    Lo ricacciò dentro e chiuse il pesante macigno orizzontale che occultava a umani e nemici la scala ipogea di ingresso del sacrario.

    Una volta al suo posto, il macigno simulava uno dei pavimenti dell’antico tempio di Ra di Pi-Ramses, la capitale d’Egitto durante il regno di Ramses il Grande, il cui nome originale, Tanis, era stato ormai dimenticato dagli umani.

    Samael non era mai riuscito a smuoverlo, era troppo pesante per le sue forze.

    O, forse, non era mai stato abbastanza motivato.

    Sentiva il clangore della battaglia, le grida di dolore e perfino l’odore di sangue e strinse i pugni per la frustrazione di dover restare confinato come un poppante, un peso inutile che tutti dovevano proteggere, il bambino d’oro per cui tutti si sarebbero sacrificati.

    Non era stato facile per lui farsi accettare dai suoi fratelli, gli altri sei figli di Kabir.

    Nessuno di loro gli era stato amico o fratello come Saahir.

    Eppure erano là fuori a morire per lui, per un’eredità che non aveva chiesto, che non voleva, per cui non si sentiva degno nell’onore o nella forza.

    La porta d’oro continuava a respingerlo come aveva fatto con ogni Erede di Tanis prima di lui.

    «Maledizione!», gridò picchiando il pugno contro il macigno sopra la sua testa, vi posò le mani, cercò di spingerlo facendo appello a tutta la sua forza, ma non si mosse.

    Lo colpì, imprecò e, nella devastazione dei pensieri irrazionali, faticò a percepire un pensiero che non gli apparteneva.

    «Puoi farlo», diceva la voce e lui la comprendeva, anche se non parlava arabo, greco, latino, francese o tutte le altre lingue che aveva studiato.

    «Puoi farlo», ripeteva annullando man mano ogni altro pensiero.

    «Chi sei? Chi c’è nella mia testa?», gridò fissando i gradini sotto di sé, che si inoltravano nelle viscere della terra, sotto il grande fiume Nilo, sotto le rocce più antiche del mondo, aprendosi solo di tanto in tanto in stanze laterali in cui loro vivevano o conservavano libri, documenti, reliquie e la storia stessa del mondo.

    No, la voce non veniva da quelle stanze.

    Era dentro la sua testa e ripeteva che lui potesse farlo.

    Ma cosa? Entrare nella Porta d’Oro?

    Spostare il macigno?

    Guardò di nuovo quella pietra nemica, si osservò le mani e comandò al sangue di migrare nelle braccia, nelle dita, di concentrare lì tutta la sua forza.

    «Puoi farlo», disse ancora la voce.

    Quando appoggiò le dita sul granito, non ci credeva davvero, ma sentiva il rumore della battaglia e sapeva di dover fare qualcosa, o non se lo sarebbe mai perdonato.

    Non era pronto a perdere i suoi fratelli, ma soprattutto suo padre.

    «Puoi farlo!», ordinò la voce e lui percepì un pizzicore nelle dita che non aveva mai provato.

    Da quando era diventato un vampiro non aveva più avuto alcuna manifestazione di dolore o piacere, il corpo pareva morto, anestetizzato, privo di ansia o di adrenalina a governarne il sistema nervoso.

    Eppure il pizzicore che percepiva gli ricordava proprio quello, una scarica di adrenalina.

    Decise di cavalcare quella sensazione, di concentrarsi su di essa e, quando tentò di fare pressione sul macigno, lo percepì leggero.

    «Lo sto facendo! Si muove!», disse e la voce tacque perché lui iniziò a crederci.

    Non lo stava spostando con la forza bruta, era qualcosa d’altro, perché in vero non stava neanche toccando la lastra di pietra.

    Il macigno si spostò e lui apparve nel mezzo della battaglia, proprio mentre uno dei suoi fratelli veniva scagliato da un licantropo direttamente contro di lui.

    Samael tese le mani e il fratello si fermò dolcemente a mezz’aria.

    Lo posò a terra, poi rivolse lo sguardo e le mani al licantropo, un maestoso licaone alto un metro e mezzo al garrese, che stava correndo verso di lui a fauci spalancate.

    Il pizzicore alle dita rispose alla sua volontà e la telecinesi sollevò da terra il nemico, mandandolo a sbattere contro un antico muro.

    Non si rialzò più.

    Samael estrasse il pugnale e si gettò nella mischia, correndo in soccorso di un altro fratello, impegnato in ingaggio con un diverso licaone mentre, alle sue spalle, uno sciamano stava per colpirlo con un incanto.

    «Veditela con me adesso!», gridò il vampiro afferrando il polso dello sciamano.

    *

    «Sali sull’elicottero, donna!», gridò il vampiro, tentando di afferrarle il polso.

    Veronika sgusciò via come un’anguilla: «Ho detto di no! Resto qui con te o parto con te, e non voglio sentire ragioni!»

    Samael fissò l’orizzonte: «Sta arrivando l’esercito, sali adesso, non possiamo rischiare!»

    La prese di peso, mentre scalciava e lo insultava, ma un attimo prima che Viho la afferrasse, lei gridò: «Io sto con te! O sali anche tu su questo cazzo di elicottero o giuro che mi butto!»

    Il vampiro la guardò e la rimise a terra, poi fece un cenno al pilota: «Vai, Ale!», e l’elicottero partì a luci spente, così com’era arrivato, fondendo il nero della fusoliera con l’oscurità della notte.

    Veronika e Samael si nascosero tra le rocce mentre i mezzi dell’esercito irrompevano nella piazzola, rallentavano, poi riprendevano a seguire il tragitto dell’elicottero e, quando tutto fu di nuovo calmo, si spostarono in volo fino a un piccolo centro abitato.

    Veronika si avvicinò a un comodo SUV e ne scassinò la portiera per poi salire al posto di guida e, quando Samael la raggiunse, partirono senza farsi notare, puntando di nuovo verso San Francisco attraverso strade secondarie.

    Mentre viaggiavano, la radio annunciò che un elicottero dalla Hermon aveva prelevato il Vampiro e che dunque non c’erano più altri soprannaturali sul territorio americano.

    Hollis rilasciò l’ennesima intervista in cui rassicurava i cittadini del fatto che il caso del serial killer fosse stato risolto da una task force e che tutto presto sarebbe tornato alla normalità, ma che la polizia avrebbe vigilato con maggiori uomini, mezzi e iniziative, per mantenere la popolazione al sicuro.

    «Perché ha detto che il caso è risolto?», chiese Samael.

    «Forse mente o forse sa che non ci saranno altri cadaveri in vista. Che torneranno a incenerirli nei sotterranei di quel maledetto posto?»

    «Dobbiamo chiudere questa storia. Accosta alla prossima, secondo Google Maps dovremmo trovare un negozio. Come prima cosa ci serve un altro cellulare usa e getta.»

    *

    Editoriale del quotidiano Daily Mirror, 23 aprile 2017

    Al processo per i fatti del 22 dicembre 2014, gli agenti Eleonore Perkins e Thilda Cavanaugh, avrebbero in seguito dichiarato di non ricordare di aver rubato i documenti relativi al caso del serial killer, a quello del suicidio di Carol Taylor e alcuni altri documenti.

    L’avvocato della difesa avrebbe invocato diverse perizie per accertare una manomissione delle telecamere di sicurezza e svincolare l’identificazione delle sue assistite dalle accuse.

    Il pubblico ministero avrebbe smontato la prima teoria della difesa dimostrando come le donne, che effettivamente entrarono nella stazione di polizia, andarono dritte all’archivio e nascosero i documenti nelle borse, prima di tornare alla loro auto, fossero proprio Perkins e Cavanaugh e che avessero agito consapevolmente.

    Cambiando strategia, la difesa avrebbe avviato una nuova linea di sana pianta, denunciando ignoti per ricatto e minacce alle famiglie delle poliziotte, che avrebbero così agito solo per difendere i propri cari.

    Il processo però sarebbe stato lungo e doloroso per i coinvolti e avrebbe impegnato la Corte Suprema per i Crimini dei Soprannaturali per altri tre anni, portandola poi a condannare Eleanore Perkins e la sua compagna, Thilda Cavanaugh, per alto tradimento.

    La sentenza venne emanata in contumacia perché, nel frattempo, erano entrambe sparite dalle carceri cittadine.

    *

    22 dicembre 2014, ore 1 del mattino

    Veronika aprì i faldoni della polizia davanti al dottor Foster, seduto accanto a una ragazza che si aggiustò gli occhiali, sporgendosi a curiosare i documenti riservati: «Ecco quello che abbiamo scoperto. Sei mesi fa dopo la fine della guerra, Hollis ricevette una segnalazione di ammanchi di sacche di sangue dall’ospedale in cui lavorava Carol Taylor, la madre di Gordon, il Civil General Hospital», e dispose foto e documenti sul tavolo, aprendoli a ventaglio.

    «Durante la guerra, i controlli erano stati lassi e poco precisi, non ci fu mai tempo o volontà di contare le sacche o qualsiasi altro materiale ospedaliero. Con la pace invece i controlli ripresero e l’ammanco venne segnalato direttamente all’ufficio di Hollis, senza passare dalla segreteria o dal protocollo. Hollis aveva infatti promulgato una legge per cui ogni segnalazione che avesse una qualsiasi attinenza con soprannaturali o sospetti tali, dovesse giungere direttamente a lui.»

    «E poteva?», chiese Foster.

    «Per la Legge Boyle sì. Una volta scoperto l’ammanco, Hollis firmò un documento di classe Agere, ovvero con priorità massima in cui ordinò un controllo discreto sul transito delle sacche di sangue. Se ne occuparono gli agenti Perkins e Cavanaugh e il fascicolo venne archiviato da Hollis come concluso senza estremi per procedere.»

    Samael si intromise: «Quindi o lui o Perkins e Cavanaugh, o tutti e tre sapevano dei furti della madre di Gordon. A saperlo le avrei anche azzannate, non solo dominate per far loro rubare i faldoni.»

    Veronika sospirò: «Se poi analizziamo i dati relativi all’autopsia, vedrete che il Coroner trovò una capsula contenente cianuro nell’esofago di Carol Taylor e resti di una seconda nello stomaco, tra le pliche gastriche», disse mostrando le foto.

    «Ma sono bianche!», notò subito Foster. «Quelle di Cianuro del governo sono nere, proprio per non poterle mai confondere con nessun’altra medicina.»

    Veronika mostrò una foto degli averi di Carol: «Nella sua borsa c’era un barattolo di vitamine con carnitina e ferritina prese alla farmacia dell’ospedale con l’indicazione di una al giorno. Ne aveva bisogno perché nutriva lei stessa il bambino ogni volta che poteva. Qualcuno quindi sostituì il contenuto del barattolo, mettendoci delle capsule identiche, quindi bianche, ma piene di cianuro. Lei ne prese due, come scritto sul diario, e morì poco dopo, nel rifugio sotto l’ospedale.»

    «Quindi fu omicidio, non suicidio», concluse Samael. «E dobbiamo dimostrare se ci sono Hollis o le poliziotte dietro tutto questo. Ci serve analizzare i tabulati telefonici, prove delle celle cui si è attaccato e le videocamere di sorveglianza dell’ospedale. Quando sapremo chi ha ucciso la Taylor, cercheremo di capire il perché.»

    La ragazza iniziò a mettere le mani sulla tastiera, ma Foster la fermò, fissando Veronika, ma soprattutto Samael: «Maestro Selim, nel momento in cui Clara violerà i server, questa postazione sarà individuata e tutti noi saremo indagati. L’accusa sarà di alto tradimento.»

    «E la pena la morte, la Gherusia ne è al corrente. L’unica cosa che possiamo fare, è offrirvi asilo sulla Hermon. A voi e alle vostre famiglie. Il trattato di Boston ammette il fatto che possiamo accettare chiunque faccia richiesta, indipendentemente da procedimenti penali a loro carico. Non possiamo fare nulla per quello che concerne le vostre proprietà immobili e per ciò che non potrete portare con voi materialmente, poiché rientrano nelle proprietà sequestrabili dagli stati che lasciate.»

    «E mi assicura che, se ci esponiamo con questa indagine, i colpevoli reali pagheranno?»

    «Tutti. Fino all’ultimo, ha la mia parola.»

    Foster si alzò e tese la mano a Samael, che la strinse.

    L’uomo rabbrividì visibilmente e socchiuse la bocca con lo sguardo pieno di stupore, poi si rivolse a Clara: «Procedi, io vado ad avvertire il Consiglio interno della Algiz.»

    «Ma gli altri affiliati? In tanti vorrebbero partire!», obiettò la ragazza.

    «Se la polizia vedesse uno spostamento così massiccio potrebbe fermarci», e guardò Samael che annuì.

    «Il Dottor Foster ha ragione, Clara. Prima partirete voi che siete a rischio di arresto, poi pian piano contatterete gli altri e ci raggiungeranno tutti sulla nave.»

    Samael fece un cenno a Veronika che seguì Foster, mentre lui si accomodò accanto alla ragazza, le cui mani tremanti presero a correre sulla tastiera, alternandosi col mouse.

    Quando lanciò un programma di decrittazione dei dati, sollevò le mani e le tirò indietro nervosamente: «F-fatto, ora dobbiamo solo aspettare che scandagli i tabulati telefonici e li connetta alle celle.»

    La ragazza fissava Samael di sottecchi, ripiegando il corpo per tenersi lontano da lui, trasalendo a ogni minimo movimento.

    «Hai paura di me», le disse e lei piegò il capo come a sottrarre il collo e voltò lo sguardo, fissando le sue ginocchia e i piedi, non più su delle cosce. «Come puoi essere parte di un movimento per l’integrazione razziale, se mi temi in maniera così palese?»

    «I-io credo nell’idea di fratellanza, Maestro», osò alzare un poco lo sguardo al volto di lui, ma solo per un istante fugace. «Ma non avevo mai visto un soprannaturale dal vivo. Durante la guerra venni assunta dall’esercito come esperto civile in telecomunicazioni e controllo e vidi scene raccapriccianti.»

    Si tormentava le mani fredde e sudaticce: «Capisce il mio problema? Da un lato c’erano le offerte di pace di Etienne Corday e di Samael di Tanis e dall’altro le persone smembrate. Quando conobbi Foster, volli credere in lui e nella sua idea, perché so che la guerra tira fuori il peggio dalle persone e non volevo pensare che quello che diceva il governo fosse vero.»

    Sospirò e finalmente lo guardò, dando fondo a tutto il coraggio che aveva e che sapeva essere poco: «Fino a stasera la nostra battaglia è stata più che altro ideologica tra blog e social, riunioni e parate, ma oggi lui mi ha chiamata, mi ha detto che avrei lavorato per un vampiro, nella stessa stanza con un vampiro, e sono andata in panico.»

    «E ora che mi hai visto? Appaio così terribile?»

    «A… a volte, quando non…», espirò, deglutì. «Mi scusi, non voglio irritarla in alcun modo.»

    «Dimmelo», ordinò, addolcendo subito dopo il tono. «Dimmi dove sbaglio.»

    Clara rimase con le labbra aperte in un’ovale stupita: «Ecco… quando non si sforza di apparire umano, quando è… sé stesso, c’è qualcosa nello sguardo o forse in tutta l’aura che la circonda, che…. spaventa e mette in completa soggezione.»

    Aveva abbassato gli occhi, ma quando lui le disse: «Grazie», lei lo guardò. «Partirai?», le chiese, sedendosi accanto a lei, che non indietreggiò più.

    «Ah… Sì, restando qui sarei un bersaglio troppo facile per loro.»

    «Non ti spaventa vivere su una nave piena di soprannaturali per il resto della tua vita?»

    «Mi abituerò, in fondo devo solo imparare a conoscere tutto ciò che è nuovo. Io credo che conoscere sia il primo passo per capire e accettare. E infine per amare.»

    Samael sorrise senza scoprire i denti, con una lieve increspatura nelle labbra, che bastò a far rilassare Clara: «Sei una saggia fanciulla, ti troverai bene con noi.»

    I dati dei tabulati iniziarono ad apparire sullo schermo, ma la hacker deglutì e prese fiato: «È… è vero che saremo obbligati a dare il sangue?»

    «Mh. Sì, questo sì. Chi è in salute deve contribuire. Ci serve. Ma sulla nave ospedale c’è un centro prelievi.»

    «E non si deve per forza essere morsi?»

    «Non per forza. La cosa ti spaventa?»

    «Abbastanza. Mi incuriosisce, ma non sono pronta, ecco io vorrei iniziare con il prelievo, poi forse, un giorno…»

    Samael sorrise: «Ti corteggeranno in molti, visto che sei vergine.»

    La ragazza avvampò a labbra socchiuse, con le parole ingoiate nel fondo della bocca e Samael la trasse d’impiccio: «La cosa non ha alcun fondamento, ma tra di noi c’è chi ha ancora il mito della fanciulla vergine come preda eletta.»

    «A-anche lei?»

    «Io preferisco le persone con una grande passionalità. Ma non fraintendere. Vengo sedotto dalla voglia di vivere, dalla cultura e dall’intelligenza più che dall’attitudine alla fornicazione.»

    «È perché le fanno vivere sentimenti che non ha più?»

    «E chi lo dice che non ho sentimenti? Le pubblicazioni del governo? No, piccola Clara, io amo e odio, mi preoccupo e gioisco. Ma a volte siamo tutti costretti a chiudere i cuori al sentimento per non impazzire, vedendo che tutto ciò che amiamo inesorabilmente finisce, muore e cambia. Nonostante tutto quello che facciamo, che tentiamo, gli umani ci sfuggono tra le dita e continuano a distruggersi, giorno dopo giorno.»

    Sembrava non essersi accorto che per tutto il tempo della confessione, Veronika lo stava ascoltando da dietro il muro che divideva la stanza dall’anticamera.

    «E anche quando sei stato creato con uno scopo, una missione, quando hai avuto per secoli una famiglia e la stabilità emotiva sufficiente a farti tenere i piedi per terra, senza sentirti un dio o un dittatore, poi resti solo e la mente si ripiega su sé stessa, gli errori diventano orgoglio, le scelte egoismo e quando arriva qualcosa… qualcuno che fa breccia nella corazza, che ti fa dubitare di tutto quello che hai fatto da quando hai sbagliato strada, lo tieni alla larga, perché anche se hai otto secoli di vita addosso, hai ancora paura che lo specchio restituisca un’immagine di te stesso che non sei pronto a vedere.»

    Clara lo stava guardando in volto ora, senza più timore: «Quando tutto sarà finito, amerei ascoltarla parlare della storia, di re e principi, pace e guerra.»

    «D’accordo Clara, te lo prometto», e le tese il mignolo che lei, sorridendo, strinse col suo.

  • Memorie dal Buio – Ucronia – Capitolo 24

    PUNTO 24 – I vampiri perdono ogni contatto con la loro umanità nel momento in cui muore la parte umana e vengono contaminati dal sangue. Da quel momento non esiste più nulla del loro passato.

    Gerusalemme, inverno 1206

    Con il sorriso feroce nascosto dall’elmo, il Crociato si avvicinò al giovane che dormiva su un fianco.

    I ricci capelli gli ricoprivano il volto e, ciò che restava scoperto era occultato dall’avambraccio messo di traverso.

    Attraverso la stretta fessura a croce dell’acciaio, il crociato fissò la sua preda, estrasse con un movimento fluido l’enorme spadone, talmente lucido che nell’acciaio si rifletteva il bianco della tunica sopra la cotta di maglia e la rossa croce che campeggiava nel colore della porpora più preziosa.

    La spada si sollevò e calò inesorabile sul capo del giovane che solo all’ultimo momento si voltò supino, spalancando sul soffitto gli occhi neri di brace, ancora vacui dal sonno, e divaricando la bocca a mostrare le zanne da vampiro.

    La spada calò, ma lo fece di piatto, impattando sulla sua fronte.

    «E con questo ho vinto!», disse il crociato togliendosi l’elmo.

    Saahir.

    «Binael la Volpe», disse Khalid toccandosi la fronte con la ferita che si richiudeva a vista d’occhio, «sei ufficialmente uno stronzo.»

    «Samael il Poppante adesso andrà a frignare da Kabir! Uuuh che paura!», e gli tese la mano. «Cosa dicono sempre i mentori, fratello?»

    «Che mi chiamo Samael il Giovane», rispose lui tirandosi in piedi, mano nella mano con l’altro giovane scanzonato. «E che si dorme con le mani incrociate al petto, come i faraoni.»

    «No, caro il mio Ascella Pezzata…»

    «Hai intenzione di chiamarmi così anche adesso che non sudo più, caro Piedi Fetenti?», lo interruppe Khalid.

    «Ti chiamerò sempre così, anche se non dovessimo vederci più per mille anni, fratello mio!», e se lo tirò contro, abbracciandolo stretto. «E comunque… la risposta giusta era… come chi mette le ossa dei polsi a protezione del cuore! Sono i faraoni che ci imitarono, vedendoci dormire così nei millenni passati. Comunque vestiti, manca poco al tramonto, i vecchi del mio e del tuo clan stanno discutendo, credo che Kabir voglia partire e tornare a Tanis.»

    «Quindi dovremo salutarci?», borbottò Samael, sfilandosi la tunica da addestramento.

    «Già fratello. Dopo nove anni come apprendisti umani e dieci da giovani vampiri, dovremo salutarci, ma ormai la guerra dei mortali è finita. Dopo Hattin, il Saladino ha collezionato solo vittorie e ormai i Cristiani sono stati scacciati per sempre dalla nostra terra.»

    Samael non disse nulla, ma si lavò il sangue scuro dalla faccia: «Quando Kabir mi portò qui, tu fosti il primo a mostrarmi amicizia, Saahir.»

    «Sembravi un licantropo randagio, e anche io lo ero, mi andavi a genio. Senza il tuo brutto muso intorno sarà anche peggio qui.»

    Samael sorrise: «Mi stai dicendo che ti mancherò?»

    «Certo che mi mancherai, sei mio fratello, siamo rinati insieme, lo stesso giorno, tu come un Samael, io come un Binael. Le nostre famiglie sono alleate con antichi legami di fratellanza, ma a parte questo», la Volpe guardò l’amico. «Oh al diavolo, scrivimi però, Ascella Pezzata. Almeno una o due volte l’anno.»

    «Farò di meglio. Appena potrò, verrò a trovarti, Piedi Fetenti!»

    I due giovani vampiri si abbracciarono di nuovo e suggellarono la fratellanza azzannandosi reciprocamente il braccio, per mescere il loro sangue.

    *

    21 dicembre 2014, ore 9 del mattino

    Veronika riaprì gli occhi al canto dei fringuelli.

    Era un canto assordante, di cui percepiva ogni sfumatura, anche quelle mai udite prima, che danzavano su lunghezze d’onda inimmaginabili per gli umani.

    Il suo corpo le apparteneva in una maniera completa e assoluta nel suo piacere residuo e nell’indolenzimento delle lunghe ore di sesso.

    Piacere? Dolore?

    Se fosse divenuta una non morta non avrebbe dovuto provare dolore o piacere.

    Si mise la mano sul petto.

    Il cuore batteva.

    Si voltò.

    Samael la stava guardando: «Credevi che ti avessi uccisa?»

    «L’ho pensato, sì. E l’ho anche desiderato se avesse significato vivere per sempre quello che ho vissuto stanotte.»

    «Non era nei patti.»

    «Neanche scoparmi lo era», disse lei, brutale, cercando di dominare la sensazione che lui avesse costruito quei giorni di seduzione solo per arrivare al sesso.

    No, lui non era un essere umano, non ne aveva i processi mentali.

    Avrebbe potuto ottenere da lei sesso e sangue in qualsiasi momento.

    Avrebbe potuto frullarle le meningi e fare di lei qualsiasi cosa.

    Iniziava a conoscerlo e sapeva che la fiducia che gli aveva dato quella notte era ben riposta, tuttavia rimase spiazzata dalla risposta: «Hai ragione, non era necessario farlo, ma ne avevi bisogno.»

    «Bisogno?»

    «Se ti avessi lasciata sola col dolore del morso, avresti avuto paura di me per sempre», si alzò dal letto su cui era seduto, completamente vestito. «E poi avevi necessità di essere scopata come dio comanda e, visto che dovevo seguire l’intero protocollo, ho pensato fosse meglio farlo per bene.»

    L’attenzione di Veronika si era fermata sulle ultime parole che, se non fossero venute da lui, dalla sua maledetta sincerità priva di sentimento e figlia di secoli passati, sarebbero state offensive per una donna moderna.

    Come al solito le mostrava piccoli atti di gentilezza, una breve luce di umanità, poi tornava a essere il gretto e pratico soldato emotivamente stitico, quindi si concentrò su un concetto cardine: «Il… il protocollo?»

    Samael annuì, mentre accendeva il portatile: «Non ho sentito ascendenze soprannaturali in te quindi, come pattuito, ti ho dato il mio sangue e quello che senti nel corpo è l’effetto che ha sugli umani. Sensi amplificati, forza, resistenza, riflessi, velocità, tutto è spinto al massimo. Potresti salire di corsa fin sull’Everest e avere ancora la forza di gridare il mio nome.»

    La donna arrossì e si mise a sedere, tirandosi il lenzuolo a coprire i seni; lo guardò: «Gridare… Io credo di aver gridato molto stanotte, manderanno la polizia!»

    «Ho fatto in modo che non si sentisse nulla oltre i confini del letto.»

    «Molto pratico», disse arricciando le dita dei piedi sotto le coperte. «Comunque grazie. È stato molto bello.»

    «Lo so», rispose in fretta, senza guardarla. «Ma è stato solo per questa volta.»

    «I-in che senso?», gli chiese, subito colpita al cuore dalla brutalità di quella rivelazione.

    Lei, che aveva creduto che quella sarebbe stata la prima di tante notti di gioia e passione, veniva svegliata da una secchiata d’acqua gelata.

    «Nel senso che una relazione fisica tra di noi non è una buona cosa.»

    Il mondo sotto i suoi piedi sembrò ridotto a un guscio d’uovo pronto a rompersi al primo suo respiro: «Perché sei così stronzo? Cosa ti ho fatto mai?»

    Non era sua intenzione piagnucolare, ma pretendeva una risposta e, anche se sentiva la voce strozzata dalle lacrime e il mento tremolare, lo guardò dritta negli occhi.

    «Io ci sto provando, Nika, davvero, ma…», iniziò, poi rimase in silenzio a guardarsi i pugni stretti. «Quando lei è stata qui, mi ha attaccato, mi ha contraddetto, mi ha obbligato a guardarmi dentro come non facevo da…»

    «Da quando eri umano?»

    «No, da quando ho perso tutto», confessò camminando avanti e indietro davanti al letto. «Quando ti ho conosciuta, ho capito che avresti potuto fare lo stesso. Rendermi migliore. L’altro me… quello che vive con lei, è felice.»

    La ferita di quel dardo che l’aveva colpita in pieno petto stava divenendo una voragine man mano che lui parlava: «Ma io non sono lei, non posso sostituirla.»

    «Non voglio, infatti, non te lo chiedo», la rassicurò, andando a sedersi di nuovo accanto a lei, sul letto. «Voglio solo… restare un po’ sotto la tua luce.»

    «La luce però ti fa male», sussurrò Veronika, che vedeva la mano di lui appoggiata al materasso così vicina alla propria.

    Le sarebbe bastato allungarla e stabilire un contatto.

    «Guarisco dalle ferite, lo sai… ma se non rompo la bara di cristallo in cui mi sono rinchiuso da cinquecento anni, non potrò guarire davvero. La domanda però è un’altra…», e fece una pausa, indugiando con la mano a metà strada, prima di posarla su quella di lei.

    Era fredda, ma Veronika non si ritirò, non la sottrasse, anzi rivoltò il palmo per aggrapparsi a lui: «Tu sei disposta a farti soffocare dalla mia ombra?»

    Veronika ci mise un po’ a rispondere: «Io non… non lo so. L’ho vista subito… quella ferita dentro di te e non riuscivo a ignorarla, ma mi hai sempre tenuto alla larga e…»

    «Non vorrei mai caricare sulle spalle di nessuno il fardello che porto. Per ogni slancio verso di te, per ogni volta in cui abbassavo le difese e tornavo a essere il giovane vampiro che scherzava coi suoi amici, la consapevolezza che, aprendoti il mio mondo, ti avrei messa in pericolo, mi devastava.»

    «Ma… Samael… per Dio! Bastava chiedere! Perché ti parrà strano, ma magari c’è qualcuno che è disposto a dividere con te un peso.»

    «E perché dovrebbe farlo?»

    Lei sollevò le mani così intrecciate e si portò il dorso di lui sulle labbra: «Perché nonostante tutto quello che fai per allontanarmi, io voglio restare.»

    Samael socchiuse gli occhi e annuì: «Ho solo bisogno di tempo e qualcuno che mi dica dove sbaglio.»

    Con un cenno affermativo secco e vivace, lei sorrise: «Aggiudicato!», poi il sorriso si spense in parte. «Il primo giorno, in metropolitana, quando ti dissi che, cercando di focalizzare un ricordo avevo sentito un forte dolore alla testa, tu mi dicesti che mi avresti aiutato prima o poi. Cosa intendevi?»

    «Lo hai provato di nuovo?»

    «Alcune volte in questi giorni e di sfuggita anche stanotte.»

    «Mh. Tu hai una imposizione mentale molto forte, l’antico effetto di una dominazione vampirica.»

    «Davvero? Lo hai visto?», lui annuì. «E mi hai curata?», il cuore prese a martellarle nel petto, mentre i pensieri rimbalzavano nella razionalità come api impazzite e le impedivano di fare ordine nel suo sentire.

    Ma chi?

    Quando?

    «No. È un blocco profondo e forte, che riguarda la tua infanzia. Avrei potuto provare a sfondarlo, ma ti avrebbe fatto male e il mio obiettivo non era propriamente quello, quanto piuttosto di farti godere come una baccante.»

    «Capisco», abbassò lo sguardo e tirò le ginocchia contro il corpo nudo, avvolgendosi nel piumino.

    Qua e là, le chiazze di sangue erano testimoni di ciò che era accaduto e riuscivano a creare un punto saldo per la sua coscienza, per analizzare la rivelazione dalla giusta prospettiva.

    Aveva già avuto a che fare coi vampiri da bambina e voleva recuperare quei ricordi.

    «Quando tutto sarà finito, mi aiuterai a ricordare?»

    «Farò di meglio… chi ti ha messo il blocco, te lo rimuoverà.»

    Veronika spalancò occhi e labbra: «Tu… tu sai chi è?»

    «Morfeo.»

    «M-Morfeo? Il mitico antico.»

    Samael fece un cenno in assenso e si sdraiò accanto a lei sul letto: «Non chiedermi altro. Non voglio mentirti o nasconderti qualcosa, ma se dovessero interrogarti, non posso permettere che loro vengano a conoscenza dei segreti più importanti.»

    Veronika si prese del tempo per digerire quelle parole e trovare un senso logico nell’economia della loro missione.

    «Quando mi hai morso, non mi hai dominato la mente per non farmi sentire la parte dolorosa», lui fece cenno di no e aprì il braccio, offrendole un appoggio. «Lo apprezzo davvero», e si sdraiò con il capo sulle sue cosce, socchiudendo gli occhi alla carezza della mano tra i ricci scomposti. «E mentre io, come dici, godevo come una baccante, tu mi scansionavi i blocchi mentali, mantenevi un’erezione che neanche con venti Viagra, conservavi la lucidità per non uccidermi, analizzavi il mio sangue, mi centellinavi il tuo senza trasformarmi, annullavi i suoni oltre il letto e che altro?»

    «Mantenevo il sangue alla pelle per poter sentire anche io il piacere, altrimenti non avrei percepito nulla.»

    «Capisco.»

    «E beh, infine mettevo in contatto la parte istintiva del tuo cervello col mio.»

    «Che?»

    «Per sentire l’uno il piacere dell’altra e viceversa. E per comunicare col pensiero. Diciamo che sì, ho fatto tutto questo, ma va bene, ci sono abituato. Non possiamo mai lasciarci andare con gli umani, rischiamo di rompervi.»

    «E se invece foste tra vampiri? Fate sesso vero?»

    «Non sono molti quelli che vogliono ancora fare sesso… per noi l’erotismo si completa col sangue», sorrise, alzandosi dal letto con le dita che scompigliavano e lisciavano i propri capelli. «Ma io lo faccio, ogni tanto, quando qualcuno stimola davvero il mio interesse.»

    «E com’è?»

    «Tunguska.»

    «T-Tunguska? La foresta russa? Quella devastata da un asteroide all’inizio del novecento?»

    «Non fu un asteroide.»

    *

    «Sai che oggi è il mio compleanno?»

    Samael era accoccolato nel bagagliaio dell’auto, mentre Veronika, alla guida, scuoteva la testa capelluta al ritmo del violento WarRock, col suo clangore metallico e martellante come i colpi dei mitragliatori.

    Per un istante la donna fermò il dondolare del capo e lo fissò attraverso lo specchietto retrovisore: «Auguri, ma nascita vera o seconda nascita?»

    «Seconda. Nacqui umano all’Equinozio di Primavera del 1175.»

    «Mill… porca puttana quanto sei vecchio! È impressionante e, quando cerco di focalizzare la cosa, mi gira la testa.»

    Finalmente glielo aveva detto.

    Finalmente si fidava abbastanza di lei da rivelarle i dettagli della sua vita.

    Veronika si sentiva al settimo cielo.

    «E li ho vissuti quasi tutti», rotolò nel bagagliaio mettendosi supino, con gli occhi chiusi. «Per la notte della mia rinascita, scelsero il Solstizio d’Inverno del 1191.»

    «Quindi avevi, cioè hai ventuno anni.»

    «No, ne ho 839, smettila di ragionare col metro umano e la sola apparenza.»

    «L’abitudine… Quindi stasera cosa facciamo? Mi metto una candela sulla pancia, soffi e poi mi mangi?»

    Il vampiro rise dal bagagliaio: «Che battute frizzanti mia cara. Vedo che ti senti bene.»

    «Sto divinamente come non mi sentivo da anni. È come avere dentro qualcosa di infinitamente piccolo che mi masturba ogni capillare del sangue. Ma è anche per…»

    «Il sesso? Lo so, lo faccio modicamente bene», disse con palese falsa modestia.

    «Per gli standard dei vampiri non lo so, ma per quello degli umani, credimi, le donne cambierebbero immediatamente idea su di voi se sapessero cosa potete fare! E pure gli uomini, perché no? Fai sesso anche con gli uomini?»

    «Mangio uomini o donne senza problema, ma il sesso lo faccio di rado e sempre con le fanciulle. Per gli uomini non ho attrazione.»

    «Tunguska eh?»

    «Tunguska», ammise lui, rigirandosi di nuovo nel vano posteriore, con l’avambraccio puntellato e il palmo a reggere la testa per poterla guardare.

    «Dai non prendermi in giro, non è possibile che sia stato tu. Insomma ho visto le foto! Le foreste erano distrutte per duemila chilometri quadrati!»

    «Non ti prendo in giro, te lo giuro su Tanis.»

    «Diavolo, allora devo crederti per forza. Lei chi era?»

    «Katarina Vassiliova. Un mago rosso relativamente giovane, non aveva più di vent’anni di vita eterna sulle spalle, che aveva infranto le leggi creando tre dozzine di vampiri tra i tre e i dieci anni, rubando i figli degli operai di Mosca o dei contadini delle campagne.»

    «Dio mio. Terribile.»

    «Lo fu. Dovetti fermare quei piccoli mostri senza controllo uno per uno. Con le mie mani. E fu tanto più devastante per me, perché per scelta non predo mai i bambini», fece una pausa per stropicciarsi il volto, in evidente difficoltà nel raccontare. «Ucciderli mi segnò profondamente e, con quel sentimento di vendetta anche personale, braccai lei fino a Tunguska, ma quando la vidi, rimasi incantato dalla sua bellezza e dal fascino che emanava in maniera naturale, senza artefatti di poteri vampirici.»

    Veronika lo spiava dallo specchietto e notò gli occhi chiusi nel ricordo, che riuscirono a darle una punta acre di gelosia, molto più intensa di quella provata vedendolo con John o dopo i racconti di Rebecca.

    Da quando si era svegliata, provava una insana attrazione per Samael, che sembrava aver sbloccato le note più profonde della sua sensualità, come fosse un’arpa di cui aveva pizzicato finora solo una breve corda.

    Sapeva che in parte era a causa del sangue, del legame che si era instaurato e, se da un lato temeva questa perdita del totale controllo che era disciplinata ad avere sulla sua vita, dall’altro apprezzava che fosse proprio lui a detenere potere su di lei.

    Era persuasa che non ne avrebbe mai abusato.

    «Continua, voglio sapere tutto di questa donna che ti ha fatto radere al suolo ettari di foresta.»

    «Ero ancora solo, non avevo creato il mio primo figlio e vagavo per il vecchio mondo seguendo piste evanescenti per la mia missione e, intanto, continuavo ad amministrare la giustizia del credo dei Giudici, anche se eravamo ormai considerati un retaggio antico e inutile.»

    Rotolò sul fianco e tornò a guardarla e i loro occhi si incontrarono con la mediazione dello specchietto retrovisore: «Katarina era un concentrato di follia e sensualità. Lottammo e fu quasi una danza perfetta, un corteggiamento che passava per l’armonia di gesti che parevano coreografati. Lei mi leggeva dentro come io facevo con lei. Ci trovammo in un istante di stallo, forse le permisi troppo, abbassai la guardia e non combattei con la massima efficacia», abbozzò un sorriso e sollevò il capo per puntellarlo sul gomito, con la mano a fare da alcova alla guancia. «O forse non volevo davvero farle male», concluse, concedendosi un istante di meditazione, mentre sembrava scegliere le parole con cura, quasi centellinando quelle sensazioni per non regalarle tutte a lei. «Comunque giungemmo allo stallo e Katarina mi baciò. Finimmo a rotolarci nella passione, strappandoci a morsi la carne dalle ossa, scivolando nella viscosa unione del sangue, finché fu lei ad abbassare la guardia abbastanza da permettermi di entrare indisturbato nella sua mente. Vidi la sua fredda determinazione di voler creare altri figli per supplire a quelli che non avrebbe mai potuto avere. Penetrai la sua lucida follia nel volermi al suo fianco, padre e madre di un’orda di famelici vampiri bambini fatti solo di ferocia e istinto.»

    Veronika aveva spento la radio e occhieggiava dallo specchietto retrovisore: «Per questo non volevi lasciare qui Gordon?», lo guardò annuire. «Katarina era un mostro. Un autentico mostro!»

    «Oh lo era. Ma era anche carnale e passionale in un modo completo e primitivo, avvolgente e trascinante e fui sedotto per un istante da quel bruciante calore umano di cui lei si circondava. Sentii quel calore crescere man mano che si abbandonava alla passione. Ci sollevammo in volo e la portai su un nodo magico maggiore, al centro del flusso caotico e impetuoso. Stuzzicai la sua Bestia, il fuoco magico che la divorava mettendola in contatto con la magia del nodo, mentre il sole sorgeva e lei perdeva ogni difesa, finché giunse al punto di non ritorno. La spinsi in alto nel cielo, sopra gli alberi, contro il sole diretto, lei perse il controllo della magia e… Tunguska.»

    «E-esplose? E tu?»

    «Ci misi sei mesi a guarire completamente. Mi difesi con l’aura protettiva, come mi hai già visto fare, ma non ci riuscii completamente. Le ustioni sono le ferite peggiori per i vampiri. Ma ne valse la pena.»

    «In quanti conoscono questa storia?»

    «Mh. Oh in tanti. Corday la raccontò come aneddoto ai giovani vampiri della Hermon durante una delle prime notti di esilio. Per scoraggiarli dal fare Tunguska sulla nave.»

    «Sarebbe stato il varo più breve della storia e mi consola sapere che, se mai tu dovessi perdere il controllo, mi farai morire esplodendo di piacere. Insomma è un modo migliore di crepare rispetto a un cancro o una pallottola nello stomaco.»

    «Mh.»

    «Cosa?»

    «Il mio sangue ti ha reso cinica.»

    Veronika rise genuina, cristallina: «Mi ha liberato invece, come se avesse rimosso strati e strati di grigio intonaco con cui avevo cancellato il colore della mia vita.»

    Samael ne osservò i capelli scompigliati e mossi dal vento del finestrino aperto.

    Anche se era pieno inverno, lei aveva ormai il metabolismo dei Custodi ed era calda, affamata e forte.

    «Va bene comunque, migliorerà la tua recitazione di stamane alla visita medica. Mi raccomando, poppe in vista, biascica il chewing gum e fatti un trucco pesante. Dovrai essere una caricatura delle più volgari prostitute da strada. Ti voglio davvero scostumata.»

    «Scherzi? C’è ancora qualcuno che usa la parola scostumata nel ventunesimo secolo?»

    «Beh, io. Ricordati che vengo dal dodicesimo. Allora, pronta a vincere un premio Oscar?»

    «Ho sempre odiato recitare, ma cercherò di fare del mio meglio.»

    «Rilassati, siamo in contatto ora che ho bevuto il tuo sangue e tu il mio. Sento i tuoi pensieri e posso comunicare con te, anche se tu non riesci ancora con me, quindi potrò aiutarti se dovessi essere in difficoltà. Inoltre hai una microcamera nel ciondolo, posso registrare tutto quello che succede.»

    «E io che pensavo me l’avessi regalato per affetto!»

    «Ho una serie di gingilli interessanti, creati a metà tra tecnologia e magia, posso vedere distintamente quello che vedi tu, sentire con l’udito e anche con l’olfatto.»

    «Ma non puoi intervenire.»

    «Certo che posso. Credi che mi interessi evitare di confermare la mia presenza in città o che il sole mi possa fermare, se tu fossi in pericolo?»

    Lei sorrise, restando fissa a guardare la strada.

    *

    Khalid guardava fisso la strada che, dalla cima del promontorio, scendeva dolcemente verso Gerusalemme.

    La città stava spegnendo i suoi fuochi, per passare la notte al sicuro dagli incendi.

    Solo pochi calderoni sarebbero rimasti accesi, sotto stretta sorveglianza degli eserciti, per controllare le strade e le mura.

    Era il momento della giornata in cui la grande città, di norma chiassosa e variopinta, si chetava per il sonno in radi canti e profumo di fiori.

    Kabir raggiunse il figlio portando entrambi i cavalli per le briglie: «Sono solo pochi giorni di viaggio, Giovane, potrai tornare a visitare il tuo amico quando vorrai, non appena saprò che sai cavartela e che non finirai incenerito per non essere riuscito a scavarti una tana per il giorno.»

    «Lo so, Padre, ma ho vissuto sempre in queste terre e l’Egitto è così diverso.»

    «Tanis ti accoglierà. Hai dei fratelli laggiù, sei fratelli e insieme saremo una famiglia. So che non hai ancora dimenticato i tuoi affetti umani e va bene così. Il ricordo delle emozioni che hai provato ti renderà forte e stabile. Forse altri figli della notte potrebbero dirti che le emozioni sono un fardello, potrebbero spingerti a rinnegare la scintilla di umanità che ti arde nel cuore e fa brillare la tua anima, ma tu non devi prestargli ascolto. Spegnere le emozioni è possibile, ma ti toglierà tutto ciò che ti rende unico. Il tuo carattere, il tuo modo di pensare, di agire, di essere.»

    «E quando i ricordi saranno troppi? Quando la morte degli affetti sarà troppo penosa da accettare?»

    «Non lasciarti andare alla tentazione di creare figli solo per solitudine, impara prima a stare bene da solo, poi avrai molto da condividere con gli altri. Se sentirai venir meno la tua parte umana, cercala nei mortali. Essi saranno un ponte che ti ricorderà come si fa ad amare. Basta solo che tu li ammetta nella tua vita, nel tuo mondo. Ricordati solo che, se inizierai a indossare una maschera, probabilmente poi non saprai mai più toglierla.»

    *

    Veronika e Samael indossarono le maschere di lattice e perfezionarono il trucco fermandosi un paio di isolati prima della destinazione, poi completarono il viaggio.

    La donna fermò l’auto nel parcheggio sotterraneo della sede delle Assicurazioni Human First, controllò la perfetta emissione del segnale del suo ciondolo verso il bagagliaio dell’auto, poi sculettò verso l’ascensore e l’accettazione della sezione medica.

    Attese leggendo Vogue con le gambe che dondolavano in accavallamenti audaci di cosce e facevano ballare le scarpe dalle alte zeppe.

    «Melody Harper?», chiese l’infermiera.

    «Sono io, darling!», disse Veronika schiacciando il palloncino di chewing gum tra lingua e palato, a bocca aperta.

    Iniziarono col prelievo di sangue e il campione di urine.

    Dieci provette di emazie vennero poste in una bacinella reniforme e l’infermiera le ritirò su un servente a rotelle, pieno di altre bacinelle provenienti dalle diverse sale visita, poi sparì.

    Mentre la dottoressa compilava le sue false generalità e la falsa storia clinica, lei si guardò intorno.

    Allarmi alle finestre.

    Discreta videocamera in un angolo, mascherata in parte nella griglia dell’aria condizionata.

    Porte blindate ingentilite da poster tipici di studi medici, con l’anatomia dell’occhio, la sezione del tubo digerente, le camere del cuore, un feto in utero.

    «Quindi lei attualmente non avrebbe richieste particolari?»

    «No, dottoressa Sterling, voglio solo che, in caso di malattia o se non potessi più praticare per un po’, sa com’è, sifilide, gonorrea, epatite, avrei comunque una copertura per le cure mediche.»

    «È conscia di essere una categoria a rischio, vero? Il premio sarebbe abbastanza elevato.»

    «Beh non può essere peggio di altri preventivi che mi hanno fatto. Diciamo che voglio vedere quanto mi spillereste voi e poi decidere.»

    La visita continuò con l’elettrocardiogramma a riposo e sotto sforzo, esame di vista e udito e, al passare dei minuti, Veronika si rilassò, sentendosi sempre più a suo agio nel travestimento che sembrava avere presa sul medico che la stava seguendo.

    Il telefono trillò e la dottoressa rispose annuendo sulle prime, poi guardò di sfuggita Veronika e divenne pallida, con la mano che tremava e non riusciva a scrivere con scioltezza.

    Riprese ad annuire e rispondere per monosillabi, voltandosi e fingendo di cercare qualcosa in un cassetto di documenti.

    Anche Veronika iniziò a sudare e tremare, finché sentì la voce di Samael nella sua testa tranquillizzarla con parole positive di incoraggiamento.

    «Signorina Harper qui abbiamo finito, ci trasferiamo al piano inferiore per la tomografia e altri esami.»

    «Ci siamo», le disse Samael nella mente, «stai tranquilla e seguila.»

    «La tomografia?», chiese Veronika. «Che visita di lusso!»

    E si alzò per prima, quasi fosse davvero ansiosa di fare gli accertamenti.

    La dottoressa Sterling aveva decisamente cambiato atteggiamento e la fissava con sospetto, quasi una punta di timore, con sorrisi stentati e imbarazzati in cui la detective si divertì a infilare il dito come fosse una piaga: «La vedo tesa dottoressa, non è che ho qualche brutto male eh?»

    La Sterling sollevò gli occhi verso l’alto, a destra: «Oh no, no. Sono molto stanca, sa faccio molte visite in una giornata, è stressante.»

    Mentiva.

    E non era solo perché in Accademia aveva imparato che quell’atteggiamento degli occhi era collegato alla costruzione di immagini o pensieri non veritieri, ma soprattutto perché lo percepiva distintamente nel puzzo di sudore, nel pallore alternato a vampate di imbarazzo, nella voce tremula e nel battito cardiaco accelerato.

    Davvero sentiva il battito cardiaco della dottoressa?

    Certo era il suo, quello di Veronika era insolitamente lento e potente.

    «Lo so, senti tutto più intensamente», le disse Samael nei pensieri, «usa questa capacità.»

    L’ascensore interno aveva una pulsantiera enorme che copriva non solo una ventina di piani verso l’alto, ma anche dieci interrati.

    La dottoressa mise la mano sullo scanner e selezionò il piano.

    L’ascensore partì e Veronika precisò: «Accidenti, non è il piano inferiore, qui ancora un po’ che scendiamo arriviamo in Cina! Ottavo piano sotto terra! Wow!»

    «I macchinari radiologici devono restare al fresco e occorre impedire la fuga di radiazioni. Regole del governo in materia di radioprotezione.»

    Occhi in alto a destra.

    Mentiva.

    Di nuovo.

    «Beh spero che faremo in fretta, il mio protettore mi aspetta al pub di fronte e se ci metto troppo poi mi mena», quando fece schioccare di nuovo il palloncino di gomma in bocca, la dottoressa trasalì in maniera evidente, mascherando la reazione con un sorriso falso.

    All’aprirsi dell’ascensore su un lungo corridoio, Veronika notò parecchie persone disposte in fila e tutti fissavano l’ascensore ma, non appena la videro, ripresero attività lavorative casuali, che parevano solo di copertura, effettuate senza perizia e senza apparente necessità.

    Una volta superate le persone, la poliziotta si voltò e notò che la fila si richiudeva precludendole la vista dell’ascensore, ma sempre con quella finta occupazione, quasi non volessero farle percepire che fossero lì a chiudere le vie di fuga.

    L’impressione che ne ebbe, fu che potesse solo seguire il medico, senza deviare o tornare indietro.

    Alcuni erano vestiti da infermieri, altri da medici, altri da inservienti e per un istante pensò di essere paranoica, ma perfino Samael si accorse della finzione attraverso la piccola telecamera e le sussurrò nella mente: «Quello sta usando detersivi per pavimenti sui vetri, gli diamo una brutta recensione per la recitazione eh?»

    Il vampiro sdrammatizzava, ma lei sentiva la tensione crescere man mano che si addentrava nei corridoi e la sensazione di essere in trappola le solleticava le viscere.

    «Eccoci, signorina Harper, metta pure gli abiti, orecchini e oggetti metallici nello spogliatoio, anche il reggiseno se ha i ganci e i ferretti. Deve sputare anche la gomma, non ci si può muovere durante l’esame. Troverà una busta con un camice usa e getta per coprirsi. Io la lascio nelle mani del radiologo.»

    Veronika non aveva mai fatto una risonanza e il grande macchinario, che pareva un enorme sarcofago freddo, la terrorizzava.

    Dietro un vetro opaco intuiva la presenza di due persone, ma non le vedeva nel dettaglio.

    Una di esse si piegò in avanti e lei sentì una voce maschile nell’altoparlante: «Salve Signorina Harper, si accomodi pure sulla barella, pancia in su e mani lungo i fianchi, appena sarà comoda, la sposteremo dentro il tubo.»

    Si distese, lentamente la piattaforma si mosse e lei si trovò dentro il macchinario, così stretto che non avrebbe potuto girarsi o alzarsi, neanche strisciare fuori.

    Panico.

    «Non sapevo soffrissi di claustrofobia», disse dolcemente Samael.

    Il medico parlò nello stesso istante, col gracchiare metallico degli altoparlanti all’interno del tubo: «Si rilassi Melody, l’esame durerà una mezz’oretta, deve stare immobile però, posso metterle della musica, cosa preferisce?»

    «WarRock, grazie.»

    «Ottima scelta, ma non balli e non canti o dovremo ripetere l’esame da capo.»

    Una serie di colpi e di schiocchi annunciarono l’avvio dei tubi e dei campi elettromagnetici e Veronika chiuse gli occhi.

    Non aveva modo di parlare attivamente con Samael, di comunicargli la sua paura e il desiderio di fuga che stava prendendo posto per intero nella sua mente, così lasciò i pensieri razionali preda delle emozioni, sapendo che quelle le avrebbe sentite.

    Desiderava solo fuggire con lui lontano da tutto quell’orrore, morte e pericolo.

    Voleva tornare nel piccolo motel e fare ancora l’amore per tutta la notte.

    «Lo faremo», le concesse Samael. «Ascolta la mia voce, concentrati solo su di essa… potrei portarti su un’isola deserta dove la guerra non è mai arrivata e lì, sotto le palme ondeggianti, potrei amarti ancora, tra il frusciare delle onde e l’odore del Frangipani.»

    «Molto interessante», disse la voce del medico nell’altoparlante con un tono così ruvido che la strappò di prepotenza dal sogno lucido che Samael le aveva regalato. «Mia cara Melody, credo che rimarrà qui con noi ancora a lungo.»

    Uno sportello di vetro chiuse ermeticamente capo e coda del tubo e un ugello soffiò del gas anestetico dritto in volto alla donna che tossì, si divincolò, tentò di trattenere il fiato, ma alla fine si arrese e prese un titubante respiro.

    Già dal secondo sentì il mondo spegnersi nel nero del sonno indotto.

    Mentre perdeva conoscenza, Samael dilagava nella sua mente chiamandola per nome.

    L’ultima cosa che sentì fu: «Vengo a prenderti!»

    *

    La dottoressa Sterling sognava di fare carriera in un grande ospedale, diventare un luminare della chirurgia, ma era una donna e, uno dopo l’altro, tutti i laureati maschi che avevano collezionato anche meno punti sul curriculum rispetto a lei, l’avevano superata e, finiti i brevi anni del tirocinio, ormai c’era carne più giovane cui attingere.

    Poi era iniziata la guerra e lei aveva prestato servizio nell’esercito e imparato a operare le ferite più difficili in condizioni proibitive.

    Finita l’emergenza, tutto era tornato come prima.

    Gli uomini in sala operatoria, le donne fuori, a meno di sacrificare la propria femminilità scegliendo di non fare figli e non avere una famiglia.

    Era approdata alla Human First senza troppe aspettative per il colloquio.

    L’avevano presa e, per qualche giorno, aveva creduto di essere davvero in gamba, poi aveva affrontato il suo primo turno di lavoro, in un’aula gremita di nuovi assunti e aveva ritrovato alcuni compagni di corso con una media di voti vergognosa.

    Avevano assunto sessanta dottori, qualsiasi fosse la loro preparazione.

    Lei era solo una tra i tanti, un numero a tre cifre su un badge, appena passabile per gli standard molto morbidi della selezione.

    Presto capì il motivo, poiché venne messa a fare lavoro di ufficio, visite ed esami base per la concessione delle assicurazioni sanitarie.

    La dottoressa Sterling sognava di salvare vite, ma si trovò incatenata a dei criminali che avevano in mano la sua stessa esistenza.

    Un giorno sbagliò tasto e finì all’ottavo piano sotto terra.

    Vide i sacchi neri sulle barelle, il flusso a volte ininterrotto di corpi verso l’inceneritore del settimo piano, i furgoni neri senza insegne al sesto, pronti per scaricare prigionieri o portare via documenti e campioni.

    Vide le sale operatorie al quinto.

    Le gabbie al quarto.

    Vide tutto ciò e, da quel giorno, fu schiava della Human First.

    Per loro individuava ibridi di soprannaturali e li consegnava ai piani interrati, dove sparivano senza uno strepito o una traccia.

    Aveva terrore dell’ottavo piano, dell’odore di dolore e sangue che vi aleggiava, delle armi nascoste da finti inservienti che in realtà facevano la guardia all’abisso di crudeltà più abbietto che avesse mai visto.

    La dottoressa Sterling sognava di essere un’eroina, ma divenne solo complice di assassini.

    Quando si piegò sul lavandino della toilette, lavò le mani e il volto rigato di lacrime, ma quando si rialzò, dietro le sue spalle vide una figura dall’incarnato africano, scuro, con occhi neri e profondi.

    La pelle aveva qualcosa di falso, ma non fece in tempo a capire cosa non andasse, che quell’uomo la prese in ostaggio con un pugnale puntato ai polmoni: «Se affondassi la lama, il respiro le si mozzerebbe in gola, non riuscirebbe a gridare e morirebbe sola.»

    «Non mi faccia male la prego!»

    «Non lo farò, ma deve aiutarmi. Voglio scendere all’ottavo piano e mi serve lei», le permise di girarsi.

    L’uomo indossava una divisa da inserviente e il badge di Zeno Ubuntu.

    Lei conosceva quell’inserviente e non era quello che le stava davanti.

    Le labbra le tremarono di paura al pensiero della sorte di quel povero ragazzo e della propria: «C-cosa devo fare?»

    Alzò lo sguardo e fissò direttamente quell’uomo negli occhi, nello sconfinato nero delle iridi screziate di rosse braci.

    Da quel momento non ebbe più controllo sul suo corpo e la sua mente.

    *

    Tanis, estate 1225

    La forza oscura dilagava nella mente di Samael, che perse il controllo del corpo e della volontà, quasi dovesse infrangersi in mille pezzi come un cristallo.

    Una spinta dolorosa lo gettò indietro, contro la parete e lui tossì sangue dalle numerose fratture interne, rotolando fino a guardare di nuovo quell’enorme porta d’oro.

    Nella sua testa risuonavano delle parole straniere, ma non riusciva a coglierle, a tradurle, a ricordarle.

    Solo una parola sembrava trovare senso e logica.

    Nome.

    Qualcosa a proposito del proprio nome.

    «Io sono Samael il Giovane, erede di Tanis, questo è il mio nome», ripeté alla porta, «perché non mi fai entrare?»

    I passi leggeri di un vampiro scesero dalla lunga scala a chiocciola dai trecentosessantacinque scalini, che si inoltrava nel cuore della terra di Tanis.

    «Padre…»

    Samael riconobbe Kabir prima che si palesasse.

    «Hai fatto progressi?»

    «Non credo di essere io l’erede designato a entrare, la porta mi respinge ogni anno.»

    «Invece sei tu. La mia visione dice che sarà il settimo figlio del settimo figlio nella settima generazione. Quindi tu.»

    Samael si rialzò, pulendo la bocca dal proprio sangue e contemplò le macchie oscure sulla tunica candida: «Secondo me avete sbagliato a contare», disse lui, secco e imbarazzato, correndo su per le scale.

    Kabir fissò la porta d’oro e vi posò contro la mano: «Sarai tu, figlio mio. Tu avrai l’onore di entrare nel sacrario dei progenitori e il mio sarà quello di accompagnarti a capire il tuo destino, ma non potrò vedere il tuo pieno trionfo.»

    La mano scivolò via dall’artefatto d’oro e Kabir si sedette in meditazione contro la parete opposta, incrociò le gambe e abbassò il capo.

    *

    La dottoressa Sterling sollevò il capo e aprì gli occhi nel fumo nero della debolezza che le stringeva il corpo, quasi fosse incatenata per terra, con la sensazione di aver dormito per un anno intero.

    Era nella sala delle risonanze.

    Chiamò i colleghi, ma la stanza era immersa in un silenzio innaturale.

    Nonostante sentisse freddo e le girasse la testa come se avesse la pressione troppo bassa, si impose di mettersi in piedi.

    Il collo le pizzicava da un solo lato, come se qualcuno le avesse appena passato una piuma sulla pelle e tutto il derma si fosse sollevato in un piacevole brivido.

    Si specchiò nel vetro scuro che divideva la stanza degli esami da quella dei bottoni e inorridì nel vedersi i capelli scompigliati, le profonde occhiaie e il camice sporco.

    Lo guardò.

    Gocce cremisi.

    Sangue.

    Presa dal panico si toccò il collo e ogni parte del corpo.

    Non era ferita.

    Affrettò il passo nella stanza dei bottoni, ma non riuscì ad aprire la porta più di uno spiraglio.

    Spinse ancora e ancora, guadagnando ogni volta qualche pollice in più e, alla fine, spalancò il battente.

    I due medici che erano appoggiati contro la porta rotolarono via come bambole di stracci in una pozza di sangue.

    La dottoressa Sterling si mise la mano sulla bocca per non gridare e indietreggiò fino all’uscita della sala delle risonanze, dove scivolò col tacco in qualcosa di bagnato.

    Sangue.

    Il pavimento era una distesa di sangue e corpi morti tra i quali emergevano impronte e segni di lotta.

    Schizzi sui muri, sui serventi, sulle porte.

    Tremando avanzò nel corridoio, senza sapere come fosse giunta fin lì, senza riuscire a gridare o piangere, con le gambe tremanti e il petto scosso da singulti di orrore puro.

    Scavalcò i finti inservienti, con le armi inutilizzate ancora nelle fondine, si aggrappò alle maniglie delle porte, si appoggiò ai muri, sia che fossero puliti o verniciati di linfa, e tese l’orecchio a percepire un lamento o un richiamo, qualsiasi cosa che le potesse far trovare qualcuno ancora vivo.

    Il silenzio irreale la fece tremare ancora di più mentre entrava nella stanza del dottor Grand, il direttore di quel limbo infernale che era l’ottavo piano interrato.

    Fili rotti e disordine le fecero capire subito che il computer era stato preso.

    «D-dottor Grand?»

    Aggirò la scrivania, verso la poltrona girata di schiena rispetto alla porta.

    L’odore di sangue fresco e carne viva era come quello che sentiva in sala operatoria, ma quando lo vide, capì che non avrebbe potuto fare nulla per lui.

    L’uomo giaceva sulla sua sedia imbottita, con il petto e il collo squarciati da lunghe artigliate profonde.

    Gli occhi erano spalancati sull’orrore e il petto aveva ormai solo un residuo di movimento, mentre le vene recise zampillavano le ultime once di sangue.

    Lo guardò morire, impotente e terrorizzata.

    «L-licantropi», gemette la donna, caracollando fuori dalla stanza, col terrore che l’assassino fosse ancora lì.

    Guardò per terra.

    Orme.

    Tante file di orme diverse deturpavano i laghi brillanti di sangue e andavano in una sola direzione, verso l’ascensore.

    Solo le sue percorrevano il corridoio in senso contrario, oltre la sequenza ipnotica di porte tutte uguali, verso quella fine che le avrebbe reso tutto chiaro.

    Accelerò il passo, corse quasi, singhiozzando, gemendo e piangendo e, quando spalancò la porta dell’ultima stanza le vide.

    Le gabbie erano aperte.

    *

    Le immagini della strage della Human First, debitamente rimaneggiate, furono su tutti i notiziari entro l’edizione della sera.

    La polizia scientifica montò una regia perfetta, mostrando la processione di barelle coi sacchi neri chiusi che salivano ognuna su una diversa ambulanza e partivano alla volta della Morgue.

    I giornalisti cercavano l’inquadratura migliore, la foto esemplificativa di quella strage immotivata che, nel progredire delle ore, iniziò ad avere un senso e, soprattutto, un colpevole.

    Un uomo di carnagione scura, veniva inquadrato dalle telecamere di sicurezza mentre prendeva l’ascensore usando la dottoressa Sterling come ostaggio.

    La donna era in evidente alterazione mentale, immobile in mezzo al corridoio mentre l’uomo passava tra i guardiani uccidendoli con una meravigliosa e terribile danza di morte.

    In mano aveva solo un pugnale e con quello, usato magistralmente, colpiva e schivava, attaccava e uccideva sorprendendo gli avversari praticamente inermi.

    L’ultima inquadratura lo vedeva spingere la dottoressa Sterling contro il muro e piegare la testa contro il suo collo.

    La donna aveva scalciato un poco, poi si era abbandonata con l’estasi dipinta sul volto, finché lui l’aveva lasciata cadere a terra, come un sacco vuoto.

    Le registrazioni avrebbero dovuto mostrare molto altro, ma nulla di ciò che realmente accadde all’ottavo piano venne mostrato al mondo.

  • Memorie dal Buio – Ucronia – Capitolo 23

    PUNTO 23 – Ci sono due modi in cui il sangue di vampiro compromette un umano. Se prima l’umano non è dissanguato, diventa solo schiavo, se invece prima è dissanguato, diventa completamente un non morto.

    Gerusalemme, 21 dicembre 1196

    La mezzanotte era passata da poco, quando i due ragazzi vennero introdotti nella sala.

    Dopo essere stati immersi nel sangue immortale per curare ogni difetto ed essere stati lavati, rasati e depilati con cura, dopo aver ricevuto l’ultimo taglio di capelli e una veste immacolata a coprire la nudità del corpo, avevano lasciato le camerate degli allievi.

    Fuori dalla stanza, erano passati tra due ali di altri aspiranti umani, che avevano salutato per l’ultima volta da pari e che non avrebbero rivisto finché non avessero avuto sotto controllo la Sete.

    Poi avevano percorso il corridoio in cui erano schierati i Custodi e, infine, avevano reso omaggio agli altri vampiri in quel momento residenti nella grande fortezza, nell’Accademia in cui si formavano i nuovi Giudici.

    Dentro la sala dalle pareti intonacate di rosso, i due creatori attendevano in mezzo ai rispettivi parenti e, quando i ragazzi arrivarono, il sottile brusio tacque.

    Khalid fissò immediatamente lo sguardo su Kabir, il cui corpo si era risanato solo in parte durante il giorno.

    Non c’era più il bianco osso della mandibola a vista, ma la pelle in molti punti era carbonizzata e i muscoli al di sotto non erano che informi grumi nerastri.

    Il ragazzo si sentì in colpa per la sofferenza del suo mentore, per il dolore che aveva patito e lasciò le lacrime gonfiarsi negli occhi.

    Kabir lo fulminò con lo sguardo.

    Lo stava facendo ancora.

    Insicurezza, senso di colpa, dolore.

    Khalid strinse la mandibola e avanzò a testa alta.

    Il patriarca Binael appariva anche più giovane del Vegliardo che stava per divenire Sire di Saahir e, quando si fece avanti, le teste si inchinarono in segno di riverenza.

    «Ho veduto tante rinascite nel corso dei secoli. Ma ogni volta è sempre un onore e un privilegio assistere alla benedizione del sangue di noi Giudici sui mortali che abbiamo scelto per perpetrare il difficile compito di assicurare ai Figli della Notte un’equa giustizia. Questa notte Samael il Vecchio e Binael il Vegliardo creeranno i loro futuri figli. Il quinto per Binael, il settimo per Samael.»

    I due Sire posarono la mano destra sulla spalla destra del proprio pupillo, avanzando insieme verso il patriarca.

    «Giovani umani, venite pienamente consapevoli di ciò che sta per accadere, senza coercizione e lieti della vostra scelta?»

    «Sì!», risposero entrambi e il patriarca ne penetrò i pensieri, scavando fino a trovare la sincerità.

    «Avete dunque la mia benedizione», poi si rivolse ai Sire. «Non siete nuovi a creare la progenie, ma è mio dovere rinnovare il monito a compiere tutto nel modo più accorto e consapevole.»

    Quindi guardò Kabir in particolare: «Fratello, sei sicuro di essere abbastanza in forze da portare a compimento il rito?»

    «Lo sono, Patriarca.»

    «Si proceda dunque, che la vita mortale di questi due guerrieri cessi stanotte e che rinascano nella piena gloria del Sangue!»

    Il Vegliardo si voltò verso il proprio pupillo: «Sei pronto Saahir, figlio mio?»

    Il ragazzo respirò a fondo: «S-sì padre. Affido la mia vita a te.»

    E chiuse gli occhi, ma quando il Vegliardo gli azzannò il collo, li strizzò in una smorfia di dolore.

    Kabir ancora non toglieva la mano dalla spalla di Khalid, lo obbligava a guardare il suo migliore amico, il fratello che aveva scelto come compagno di studi e di crescita, che veniva dissanguato, che boccheggiava disperato mentre la vita abbandonava gli occhi ora spalancati sul nulla, con le pupille dilatate.

    Il Vegliardo si sollevò dal collo e si azzannò il braccio, facendogli cadere il sangue in bocca, poi sulla ferita e quindi di nuovo in bocca, mentre il candore della tunica raccoglieva il rosso brillante della linfa umana che si mesceva all’oscura vita, densa e corposa del vampiro.

    La bocca del ragazzo si riempì fino quasi a tracimare e la sala guardò quella gola in un silenzio sospeso e vibrante di aspettativa.

    Era il momento in cui il cuore stava forzando i suoi ultimi battiti.

    Toccava al ragazzo ora.

    Doveva lottare.

    Doveva bere.

    Doveva voler vivere.

    Il ragazzo deglutì e un’ovazione di sollievo percorse la folla.

    La bocca si riempì di nuovo e il ragazzo bevve ancora, finché le pupille si strinsero e le iridi presero sfumature verde scuro, brillanti e metalliche, mentre i denti, ancora umani, si chiudevano sul braccio del Sire, succhiando avidamente il sangue.

    Khalid sapeva che il suo amico ce l’aveva fatta.

    Il Patriarca lo esaminò controllando le estremità di mani e piedi, occhi e denti, poi annuì.

    «Quale sarà il suo nome, figlio mio?»

    «Binael la Volpe», annunciò il Sire.

    «Ottimo, portalo pure a riposare e a completare la trasformazione.»

    «N-no!», disse la Volpe, lottando con le poche forze presenti. «Voglio vedere Khalid.»

    Il patriarca acconsentì e i due ragazzi si guardarono.

    Gli occhi umani di Khalid fissi negli occhi eterni della Volpe.

    Kabir gli tolse la mano dalla spalla e il cuore di Khalid prese a battere in maniera tanto furiosa che in molti commentarono con un sorriso.

    Lo sentivano.

    Fiutavano la sua paura.

    «Guardami», chiese Kabir a bassa voce.

    Khalid si voltò e incontrò il candido brillare delle lunghe zanne del Sire in un ringhio feroce e crudele.

    Non era più l’amorevole padre, ma un boia che mostrava al condannato gli arnesi del suo supplizio; Kabir restava immobile, con il labbro superiore arricciato e la promessa di un morso non arrivava mai.

    La platea iniziò a sussurrare, a commentare e Khalid, col mento tremulo chiese: «Padre?»

    Kabir non disse nulla, rimase immobile e il ragazzo capì.

    Era la sua paura.

    Kabir non voleva che morisse provando paura.

    Lo amava a tal punto da soffrire sotto il sole per lui, facendosi bruciare fino alle ossa, pur di farlo giungere in piena consapevolezza alla rinascita; lo aveva amato per tutti quegli anni, lasciando la città sacra ai suoi soli fratelli, pur di stargli vicino e crescerlo con le sue mani, addestrarlo e istruirlo.

    Gli altri ragazzi all’accademia vedevano i Vampiri che li avevano scelti una o due volte l’anno. Kabir era sempre stato presente, giorno dopo giorno.

    Proprio come un padre.

    Khalid ancora portava il nome da umano che suo padre e sua madre gli avevano dato, ancora si struggeva per ciò che aveva perduto e non si era accorto che ogni volta in cui chiamava Kabir allo stesso modo, padre, come facevano tutti i candidati col proprio futuro Sire, lui si inorgogliva, si illuminava.

    Non aveva notato le carezze e le manifestazioni di affetto quando il ragazzo cedeva allo sconforto.

    Non aveva notato i sacrifici e la pazienza messi nella sua istruzione.

    Ripiegato su sé stesso e il proprio dolore, non aveva colto l’opportunità di trovare una nuova felicità e un nuovo padre.

    Ora l’aveva capito.

    Il suo cuore si acquietò.

    Non aveva più paura.

    Sorrise.

    Kabir avanzò e lo morse.

    Le braccia lo strinsero con la cura e l’affetto di un padre e Khalid rispose abbracciandolo a sua volta con la gratitudine e la devozione di un figlio.

    Rimasero così, mentre il sangue fluiva lentamente dal corpo mortale a quello eterno, finché le gambe di Khalid non persero sensibilità e, subito dopo, le braccia fredde e prive di forze scivolarono via dal collo del Sire.

    Aveva nutrito Kabir alcune volte in quegli anni, ma lui non si era mai spinto così oltre.

    Era ormai una bambola inerme nel suo abbraccio saldo e, quando il Sire lo posò sui cuscini, cicatrizzando la ferita del collo, Khalid riuscì ancora a guardarlo, prima che il nero della morte arrivasse a ghermirgli la vista.

    Riuscì a sentire il peso del suo corpo, poi il caldo fiotto di linfa densa e oscura che gli entrava in bocca.

    Non era un braccio.

    Era il suo collo.

    Kabir aveva inciso il collo per dargli il sangue.

    Un atto di assoluta devozione per la progenie.

    Il sangue era abbondante e riempì la bocca di Khalid in un attimo.

    Toccava a lui scegliere se vivere o morire, dimostrare di essere abbastanza forte da deglutire l’eternità.

    Toccava a lui lottare per rinascere, come se dovesse uscire di nuovo dal grembo materno, spingendo e strisciando.

    Nessuno vide il primo sorso, nascosto dal corpo stesso di Kabir, ma sentirono il suo gemito di piacere, quando il ragazzo serrò i denti sulla ferita e prese a suggere avidamente la linfa eterna.

    Khalid sentì il sangue scendergli nello stomaco e da lì irradiarsi nel corpo, corrompendolo con puntiformi dolori evanescenti, come se piccole galassie esplodessero in ogni cellula e lasciassero dietro di sé solo la perfezione della creazione.

    Riprese il controllo delle gambe, delle mani, degli occhi che spalancò mostrando il nero screziato dal rosso brillante delle braci e serrò un abbraccio attorno al Sire, rivoltandolo supino in una inversione di ruoli che lo portò a tenerlo come un amante, coi corpi intrecciati per lunghi istanti.

    Quando si staccò da lui, sollevando il volto trasfigurato dall’estasi, col mento lordo di sangue e la tunica imbrattata di schizzi, si stupì di vedere tutti gli anziani così vicini a loro e il patriarca in prima fila, con un paletto in mano.

    Erano tutti lì, pronti a fermarlo.

    Lui abbassò lo sguardo verso il suo sire, che lo fissava, con la ferita sul collo che andava rimarginandosi.

    Il patriarca rilassò le braccia e nascose il paletto dietro la schiena: «Quale sarà il suo nome, fratello mio?»

    «Samael il Giovane», rispose Kabir.

    *

    Alle tre del mattino, la notte sembrava non dovesse finire mai.

    Era il 21 dicembre, il giorno del Solstizio, l’anniversario dell’esplosione atomica che aveva distrutto Boston due anni prima e Samael aprì la porta dell’ennesimo Motel, stavolta a Sausalito, a nord della città, lungo la strada 101, poco dopo il Golden Gate Bridge.

    Portò dentro entrambi gli zaini e la cassa con i travestimenti di John.

    «Accendi il portatile, Veronika, voglio seguire le notizie in rete, io intanto controllo le vie di fuga da questa topaia.»

    Lo faceva sempre e lei si sentiva rassicurata dalla sua lucida presenza, perché da quando lavoravano insieme aveva scoperto in lui un compagno accorto ed esperto, in grado di dividere con lei il peso delle decisioni.

    Anzi, si caricava lui la maggior parte dell’onere e lei si sentiva sollevata e lieta di lasciarsi guidare da Samael, sempre concentrato e rapido a elaborare le situazioni per entrambi.

    Il primo notiziario riportava aggiornamenti sui corpi trovati nella fossa comune, ripresa finalmente da vicino, a una distanza cui prima non erano state ammesse le telecamere.

    La buca appariva enorme, scavata meccanicamente in una discarica abbandonata tra le colline attorno a Brisbane, a sud della città e copriva un’area di trenta metri per dieci, profonda almeno sei metri in cui i corpi erano stati disposti in più file, ammassati caoticamente e parzialmente bruciati.

    «Hanno tentato di cremarli», constatò lei, «questo significa che gli assassini non hanno accesso a un forno crematorio o a un modo più intelligente di far sparire i corpi. Il che è strano se stiamo parlando della Human First. Coi mezzi che hanno, avrebbero potuto far sparire chiunque.»

    Samael chiuse le tende con cura: «La domanda quindi è perché fare un lavoro così approssimativo per qualcosa di così importante», e si accomodò accanto a lei. «Più scopriamo tasselli, meno penso che alla base ci sia una semplice pulizia etnica. Dopo migliaia di anni di accoppiamenti misti, almeno un quarto della popolazione umana ha residui soprannaturali tracciabili nel sangue. Dovrebbero fare un olocausto tale da far sembrare Hitler una scolaretta. Devono avere per forza un altro fine, uno che passi dall’uso del sangue soprannaturale.»

    «Quando il capitano ha chiesto come avessero fatto a isolare le parentele coi soprannaturali, tu avevi quell’espressione…»

    «Io non ho espressioni», sorrise lui, «non se non voglio averle.»

    «Esatto. Quando sei con me le hai, imiti con naturalezza gli umani per essere più facile da capire, questo mi è chiaro. Invece in quel momento eri completamente inespressivo. Quindi stavi nascondendo le reazioni. Significa che sai come fanno?»

    «No, Veronika», iniziò, ma lei lo interruppe balzando in piedi.

    «Non mentirmi! Per forza sai come funziona, tu li assaggi e scopri tutto di loro, di noi umani!»

    «Calmati. So come funziona per noi, so cosa cercare e come isolarlo, ma non so come possiate farlo voi a meno che…», e si prese una pausa davvero lunga, immobile sul divano con le dita appoggiate una all’altra dinanzi al volto.

    Veronika attese, spostò il peso da un piede all’altro, girò attorno al tavolo, percorse la stanza ad ampie falcate, e alla fine si fermò davanti a lui: «A meno che cosa? Aspetti che vada in menopausa per dirmelo?»

    «Mh», brontolò lui con quell’espressione gutturale ruvida, reminiscenza dei suoi anni solitari e girovaghi, che ormai lei aveva imparato a riconoscere e alla quale si era, tutto sommato, affezionata.

    «Mh cosa?»

    «Negli anni in cui vissi a Roma, verso la fine del 1400, conobbi un alchimista che riuscì a trovare il modo di estrarre il principio soprannaturale dal sangue. I suoi studi furono la base per i nostri successivi, ma so per certo che non uscirono mai dalla biblioteca di Corday. Riflettevo sulla possibilità che, durante la guerra, qualcuno ne possa aver trovata copia, anche se non so chi o come.»

    «Corday potrebbe aver commesso un errore?», chiese lei.

    «Chi? Scopa-nel-culo-Corday? No Veronika, lui non è tipo da commettere errori. È rigido, integerrimo, sapiente, onesto e prudente da quando lo conosco e lo conosco dal… fammi pensare… era l’inverno del 1484, a Roma, dopo la lettura di una oscena bolla papale di Innocenzo VIII.»

    «Cristo. Ma ti ricordi davvero ogni cosa o mi stai prendendo in giro?»

    «Ricordo ogni cosa. Croce e delizia di noi vampiri. Comunque lo conosco da allora e non l’ho mai visto commettere un errore o una dimenticanza, figuriamoci lasciare documenti così importanti alla villa quando la abbandonò.»

    «E se ci fossero arrivati come fece il tuo alchimista? Con il medesimo procedimento?»

    «È l’unica spiegazione.»

    «Quindi esiste un modo per isolare il principio soprannaturale? E cos’è? Come appare?»

    «Non posso dirti altro Veronika, mi dispiace.»

    Sulle prime la donna ebbe voglia di prenderlo a cazzotti in un modo stizzoso e istintivo.

    Che motivo poteva avere di mantenere ancora segreti, se tanto poi avrebbe cancellato la sua memoria come aveva fatto con John?

    Quando il successivo pensiero giunse, la fece rilassare, perché comprese che, se la teneva all’oscuro di qualcosa, probabilmente era perché non era più così sicuro di agire sui suoi ricordi.

    Il pensiero la confortò fino a disegnarle un sorriso impercettibile sul volto che poi sparì con la consapevolezza che, invece, lo stesse facendo per evitare che lei potesse confessare suo malgrado queste notizie.

    «Se mescolassero il sangue di più soprannaturali cosa accadrebbe?», chiese poi Veronika.

    «Non lo so, nessuno lo ha mai fatto. So di bambini nati da ibridazioni di soprannaturali, ma questo è diverso, è qualcosa che percepisco come eretico e mi disgusta, credimi.»

    Samael continuò a esaminare foto e documenti ancora a lungo, mente lei si concesse una cena frugale, riscaldata al microonde, tra ciò che aveva comprato in fretta in un Wallmart lungo la strada.

    «Foster ha messo in rete il filmato di Jubilee», rivelò Samael.

    «Rimbalza?»

    «Come una mosca sotto una campana di vetro!», disse con un bel sorriso soddisfatto. «La stanno cancellando dai server, bloccano gli account, ma ormai è, come si dice, virale. Un milione di condivisioni nella prima ora. Sta crescendo in modo esponenziale. O bloccano la rete e fanno saltare tutti i terminali o è andata!»

    Nessuno bloccò la rete.

    I terminali non vennero bruciati.

    Veronika si concesse anche un dolce per festeggiare.

    Dopo cena fu la volta della doccia, mentre Samael seguiva l’evolversi dell’impatto del filmato di Jubilee sulla rete.

    Le pezze che la Cerberus cercava di mettere alla diffusione delle notizie non coprivano la portata dello scandalo.

    «Nei prossimi giorni si organizzeranno meglio per manipolare le notizie, forse cantiamo vittoria troppo presto», disse il vampiro, ma Veronika non rispose.

    Mentre l’acqua scendeva calda sul suo capo, sembrava capace di portarsi via anche la tensione e le preoccupazioni e lei rimase immobile sotto il getto, osservando i rivoli di sporcizia che finivano nello scarico, divenire più chiari e limpidi.

    «Stai a vedere che mi s’è addormentata sotto la doccia», disse lui, bussando alla porta.

    Nessuna risposta.

    Entrò: «Tutto bene Nika?»

    La voce di Samael era immediatamente fuori dalla tenda della doccia e lei tremò per lo spavento.

    «Cazzo! Piantala di farmi prendere colpi così o mi verrà un infarto.»

    «Prima ti verranno le branchie, sei sotto la doccia da oltre mezz’ora.»

    «Non mi ero accorta del passare del tempo, ci sono novità?»

    «No, staranno pensando a contromisure per screditare il filmato, ma non ora. Quindi prenditela comoda, volevo solo accertarmi che non ti fossi addormentata a faccia in giù nell’acqua. Quando finisci poi la farò io.»

    Veronika chiuse l’acqua e si arrotolò nell’asciugamano, liberando il vano doccia: «Vai pure, io mi asciugherò qui i capelli, se non ti dà fastidio.»

    «Nessun fastidio», disse lui spogliandosi con la consueta naturalezza, «solo se mi prometti che non ti legherai i capelli nella crocchia, per una volta. Ti ho visto quando hai provato il travestimento da John e sei bella coi capelli liberi.»

    Sei bella coi capelli liberi…

    Sei bella…

    Le parole di lui erano penetrate a fondo nell’anima della donna che non si sentì affatto imbarazzata dal complimento, perché a differenza di quelli ricevuti in passato, non aveva alcun secondo fine ed era sincero.

    Eppure il mento tremava in un balbettio, quasi fosse tornata a essere l’adolescente davanti al quarter back fascinoso: «V-va bene, finché non dovremo uscire a lavorare ti permetterò di vedere il mio cespuglio crespo», sorrise, ma si pentì subito del paragone infelice e si strinse nell’asciugamano, coprendo ancora di più il pube.

    Samael rise.

    Rise davvero stavolta.

    Di cuore.

    La sua doccia durò il tempo necessario a lavarsi, non un istante di più e quando uscì, sgocciolò per tutto il locale senza avere la decenza di coprirsi o rivestirsi; quando Veronika uscì dal bagno, scivolò su una pozza di acqua davanti al tavolo del computer: «Ma porca miseria, si vede che non hai una moglie, sarebbe un disastro averti in casa, guarda qui! Acqua dappertutto!»

    Il vampiro la guardò a lungo, soffermandosi sui capelli ricci e selvaggi che le incorniciavano il volto e le sorrise: «Il mio amico Saahir la Volpe si accasò subito dopo la rinascita. Lui e sua moglie stanno ancora insieme, ma io non potrei mai avere una moglie, sono troppo libertino.»

    «E devi sempre stare nudo dopo la doccia?»

    «È la condizione naturale del corpo umano. Nasciamo nudi e moriamo nudi. Gli abiti sono una definizione, un’etichetta. Quando indosso la tunica bianca dell’Alleanza io sono Samael di Tanis e nessun altro. Così invece posso ancora essere me stesso.»

    «Un applauso alla tua ricerca interiore, ma io sono in imbarazzo.»

    Lui piegò la testa di lato: «Cosa ti imbarazza del rapporto con gli uomini? Vedo che mi sfuggi, mi cerchi a volte, vuoi un contatto o una rassicurazione, ma quando sono io a sfiorarti, trasali. E non solo perché sono un vampiro.»

    Veronika rimase con la bocca socchiusa alcuni secondi, istintivamente avrebbe voluto dare la colpa di tutta la sua reticenza alla razza di lui, al terrore atavico, ma non era più così e non poteva mentire ancora a lui o a sé stessa.

    «Io non amo il contatto fisico, sono sempre stata così, forse perché mio padre non c’era mai e la mamma non sapeva fare le coccole, ma sono cresciuta senza il bisogno o il desiderio di contatto umano. Quando avevo diciassette anni, alla High School di Farmington, conobbi un ragazzo che mi corteggiò e mi convinse a fare sesso con lui. Dovetti impormi la disciplina di non fuggire e gli sembrai un pezzo di legno probabilmente, comunque come immagini, quel rapporto fu un fiasco.»

    Si frizionò i capelli con l’asciugamano, tenendo la testa piegata in avanti, poi arrotolò il telo come un turbante. «Lui però diffuse foto e filmati di me ai suoi amici e un giorno arrivai a scuola e trovai foto mie in tutti i bagni dei maschi. Chiamarono i miei genitori e ne uscì uno scandalo di tale portata per mio padre, che lavorava nelle ambasciate, che venni messa in una scuola privata cattolica molto rigida, in cui acuirono il mio disagio verso il contatto fisico, la vergogna e il senso di colpa per il sesso e il mio stesso corpo.»

    Lui la ascoltava in silenzio, scrutando i suoi movimenti con discrezione, mentre si sedeva alla scrivania e iniziava a cercare di domare la sua chioma ancora fradicia a colpi di spazzola: «Quando iniziai a lavorare come insegnante nel medesimo liceo, provai a frequentare un collega, ma mi resi conto di non riuscire a lasciarmi andare. Mi mancava la fiducia in lui. Eravamo ottimi amici, ma non provavo alcuna pulsione sessuale. Ci provai ancora con altri uomini, perfino il mio insegnante di pilates. Ma il sesso era una fatica psicologica che mi faceva perdere l’autostima. Presto iniziai a non avere pulsioni neanche quando ero sola, sai…»

    Si aspettava che lui finisse la frase, ma Samael se ne stava immobile ad ascoltarla, così prese fiato e concluse: «Beh poi ci furono la guerra, i lutti, la paura e nulla ebbe più importanza. Mi arruolai, diventai poliziotto e per tre anni la mia vita è stata questa. Fino a quando sei arrivato tu.»

    «Grazie di averlo condiviso con me», concluse lui, senza espressioni, poi voltò il portatile e le mostrò lo schermo. «Mi hanno risposto dalla Hermon», disse e Veronika si lasciò cadere pesantemente sulla seggiola.

    Aveva cambiato discorso proprio quando lei si era aperta come un frutto maturo.

    «Confermano che sparizioni analoghe ci sono, ma non coi numeri e le caratteristiche di San Francisco. Alcuni dei residenti sulla nave hanno raccontato di rapimenti di loro conoscenti o parenti, anche nelle famiglie umane inconsapevoli, sia prima che durante la guerra e in varie parti del mondo. Quindi chi colpiva con sicurezza i soprannaturali e i loro discendenti, lo faceva con numeri inferiori e con più discrezione.»

    «Beh la guerra e il caos che genera possono aver protetto questi crimini negli ultimi anni, ma continuo a non trovare un nesso con l’ostentazione degli omicidi», rimuginò scorrendo col touchpad sull’elenco degli scomparsi. «E se fosse proprio questo?», ipotizzò alla fine.

    «Ostentazione degli omicidi?»

    «Pensaci, quale modo migliore per far venire allo scoperto dei vampiri, che far loro credere che ce ne sia qualcuno a San Francisco?»

    «Mh, gruppi sbandati che non si sono presentati all’imbarco sulla Hermon, potrebbero essersi nascosti subito dopo la guerra e ora potrebbero voler cercare di aggregarsi e venire in città.»

    «Rischiando di venire uccisi o presi prigionieri. Dritti tra le fauci del Cerberus.»

    «Esattamente dove vuoi andare tu domani», disse lui serrando la mano con tale forza sullo schienale della sedia di lei, da farlo scricchiolare.

    Lei si tolse il turbante e prese il phon: «È una buona idea.»

    «È una pessima idea, Veronika. Ci sono mille cose che potrebbero andare storte e tu saresti sola lì dentro!», lei scosse il capo con un sorriso rassicurante e lui le fissò la chioma, piegandosi quasi volesse annusarli. «I tuoi capelli…»

    «Che hanno? Sono terribili vero?», disse lei scattando in piedi imbarazzata.

    «No, mi piacciono tanto, dovresti tenerli così più spesso. Ma non farmi divagare ora. Andrò io alla H1 e tu farai da palo in auto. Non voglio esporti a un pericolo o farti fare da esca.»

    Lei si allontanò, rossa di vergogna, tenendosi l’asciugamano con la destra, mentre la sinistra continuava a passare tra i capelli da destra a sinistra, spostandoli nervosamente.

    Con la mente era rimasta a quella frase…

    Mi piacciono tanto…

    Eppure il suo istinto da poliziotto aveva già elaborato anche il resto: «Non puoi farlo tu, la tua natura di vampiro è riconoscibile. Io invece posso fare l’esca e devo fare la mia parte. Con il travestimento di John e questa chioma al vento, non mi riconosceranno. Piuttosto… c’è una cosa di cui non abbiamo parlato», e posò il phon, prendendo un grosso respiro e cercando di apparire più fredda e professionale possibile. «La missione prevede che io venga poi aggredita dai killer, ma accadrebbe solo se fossi appetibile per loro. Quindi dovrei avere sangue soprannaturale nelle vene e, onestamente, non so se ho qualche parentela recente! Insomma, mia nonna era della Transilvania, ma non vuol dire nulla.»

    La luce sfarfallante dello schermo lambiva la pelle liscia del vampiro con una carezza grigia che evidenziava ogni dettaglio della muscolatura in un ipnotico gioco di luci e ombre: «Io so cosa fare, ma ora sei tu a dovermi dire fin dove puoi spingerti, cosa puoi accettare di subire per questo caso e quanto ti fidi di me davvero.»

    Veronika indietreggiò fino alla parete, contro cui premette la schiena, senza perdere di vista il vampiro.

    Era arrivato il momento.

    Non era giunto come una romantica svolta amorosa, ma come la necessaria procedura investigativa.

    Attraverso il sangue, lui avrebbe potuto conoscerla.

    L’avrebbe morsa?

    Dio! Quanto lo stava desiderando!

    E se invece le avesse chiesto di tagliarsi una vena e riempire un bicchiere?

    Scrollò il capo e lui la guardò di sbieco: «Che cosa c’è? Hai cambiato idea?»

    Poteva farlo… poteva chiederglielo, pretendere che lui…

    «No, è una cosa che va fatta, Sam.»

    E se non avesse trovato nulla di soprannaturale?

    Avrebbero dovuto fare in modo che l’avesse… avrebbe dovuto contaminarla e renderla una preda appetibile per l’assassino.

    «Spiegami solo come accadrà?»

    «Non accadrà nulla che tu non voglia, Nika. Possiamo trovare un altro modo… qualsiasi altro modo.»

    «N-no. Questo è un modo perfetto, lo sai tu, lo so io. Devo solo… voglio solo capire, sapere cosa mi aspetta., cosa proverò.»

    Cercava di controllare la situazione, di caprire e conoscere i dettagli di qualcosa che tutta la sua ragione rigettava come pericoloso, innaturale, ma che tutto il suo corpo bramava.

    «Ti lascio scegliere il modo che preferisci.»

    «Non è solo… ehm… l’assaggio… Samael», quasi piangeva, con la voce rotta dall’emozione che faticava a controllare. «Se io non fossi in parte soprannaturale, tu dovresti fare in modo che io lo diventi», e lo guardò.

    Lui annuì: «Un custode…»

    «Gli schiavi umani. No, non correggermi, sta’ zitto. So cosa dico, li ho visti immolarsi per i loro padroni. Sarei la tua schiava? Insomma, perderei la mia mente? La mia individualità?»

    «Solo se ti imponessi la mia volontà. Certo l’attrazione e l’istinto ti porterebbero ad avere pensieri e desideri per me che non ti sono propri, ma passerebbero in qualche giorno, allo smaltire del sangue. Non è esente da dolore, dicono.»

    «Desideri per te», sorrise appena, rimasta di nuovo un paio di frasi indietro. «Come se non ne avessi idea.»

    «Nika, io…»

    Lei lo zittì: «Non è il momento di crisi vampiresche di coscienza o ripensamenti. Il piano va messo in atto, Sam. Il Capitano Hollis mi ha abbandonato, Beth mi ha mentito, la Cerberus sta preparando chissà quale torbido gioco. Dobbiamo porre fine a questo complotto e battere il ferro scaldato dal filmato di Jubilee, affinché la sua morte e quella di tutte le vittime della Human First non sia vana. Devo fare quello che abbiamo stabilito. E non ci sono discussioni. Ho la tua parola che non mi trasformerai in una medusa senza cervello accoccolata ai tuoi piedi?»

    «Veronika, per l’amor di Tanis, io non ho mai desiderato una medusa ai miei piedi! Perché mai dovrei imporre a te questa umiliazione?»

    «Ti credo. Ti credo scusami», disse sulle prime, staccandosi dalla parete per camminare malferma verso di lui, «ma ho paura. Sono terrorizzata dall’idea di quello che succederà. Non posso prenderla alla leggera, Samael!»

    «Infatti non te lo chiedo. Pensaci pure quanto vuoi. Abbiamo tempo fino all’alba.»

    Veronika espirò l’aria in una risata falsa e nevrotica: «Eh tanto tempo per decidere, vaffanculo Sam.»

    Lui piegò la testa di lato: «Me lo merito. Touché

    Ma quando cercò di passarle oltre, verso il punto in cui lo zaino attendeva floscio contro la parete, lei gli mise una mano sul petto nudo e freddo: «Va bene. Fallo.»

    «Se non sei sicura io…»

    «Fallo per dio! Fallo prima che cambi idea o me la faccia sotto dalla paura!», e gli sbatté il pugno sul torace, una, due volte, poi entrambi i pugni, quando lo vide immobile e titubante.

    E sempre ripeteva la stessa parola, in un sommarsi di terrore, tensione e lacrime: «Fallo.»

    La ripeteva mentre perdeva il controllo e la ragione lasciandosi sopraffare dalla paura nella sua forma più antica e atavica: «Fallo! Fallo! Fallo!»

    Samael le prese i polsi, interrompendo il crescendo di follia.

    Quando l’asciugamano le cadde dal corpo, lei era già persa negli occhi neri di brace che la fissavano: «Non così, Veronika.»

    «E allora fallo… come hai fatto a Rebecca», disse lasciando le mani inerti mentre lui le accompagnava a ricadere lungo i fianchi.

    Con un passo Veronika chiuse le distanze e si appoggiò al petto di lui con la guancia. «Mentre la portavo all’elicottero, mi ha raccontato della dolcezza con cui l’hai presa, di come l’hai stretta e l’hai fatta sentire tua e l’ho invidiata, p-perché…»

    «Lo so il perché», disse lui sollevandole il mento con le dita. «Perché finalmente hai provato qualcosa. E proprio con qualcuno per cui mai avresti pensato di provare trasporto, o che potesse farlo con te.»

    Sembrava che Samael si stesse dissetando con l’ansante attesa che gemeva dalle labbra di Veronika, avvicinandosi a lei, al suo mondo instabile, con il ritmo greve del lungo respiro della terra.

    Ciò che lei sentiva, che percepiva in quella stanza, si dilatava man mano che lui si avvicinava alla sua bocca.

    Accanto a lui tutto era più nitido, come se potesse sentire il rintocco dei secoli, la vibrante energia del cosmo e il ribollire del magma nel cuore della terra.

    Non era una creatura soprannaturale, era ciò che di più terreno e naturale esistesse, ma danzava col ritmo delle costellazioni, sospeso tra il firmamento e il rivoltarsi ciclico della crosta della terra sul nucleo pulsante del cuore del mondo.

    Le sue labbra.

    Quando si erano toccate?

    Quando era accaduto?

    Cos’era quel sapore ipnotico che la lingua coglieva dalla bocca di lui?

    Dov’era?

    Perché sentiva il profumo del deserto nelle narici e la carezza del Khamsin sulla pelle nuda?

    Il bacio del sole, l’abbacinante riflesso della sabbia eterna.

    Era qualcosa che aveva vissuto lei?

    O lui?

    Era il tocco del vento?

    No, erano le sue dita, le mani che le percorrevano la schiena, che indugiavano sulla curva delle natiche e le sollevavano la coscia contro la propria.

    L’instabilità di una palma che si piega sotto gli strali di una tempesta, vuoto e leggerezza, poi la soffice consistenza del letto sotto di lei.

    Il letto di un Motel?

    O erano piuttosto nuvole impalpabili oltre le quali lei sperimentava per la prima volta la curvatura della terra, la rarefazione del respiro.

    Era la bocca di Samael a toglierle il fiato, ad affogare in quel bacio disperato in cui lei naufragava, incapace di distinguere realtà e sogno.

    Riprese il controllo delle braccia, abbandonate ai lati del corpo e, quando sollevò le mani, trovò la serica pelle del vampiro a riempire ogni brandello di razionalità.

    Il contatto dei corpi la faceva rabbrividire in un’attesa inquieta che anelava toccare ed essere toccata, finalmente, dopo una vita di solitudine spezzata.

    E stava accadendo perché era finalmente pronta ad abbandonarsi a qualcuno, a provare completa fiducia.

    Lo accarezzò, ne esplorò il torace, la schiena, le natiche nude e schiuse le cosce, avvolgendolo in un abbraccio saldo delle gambe.

    Fu allora che lui si fermò, con le labbra che sfiorarono il profilo del mento per prendere una distanza sufficiente a fissarla negli occhi.

    Dentro di essi.

    Fino nel profondo della coscienza, dei desideri e dell’istinto.

    Il corpo di lui arretrò, scivolandole attorno come la serpe dell’Eden che gli dava il nome.

    Samael.

    Il seduttore.

    Il tentatore.

    A cosa doveva quel nome?

    Le labbra del vampiro percorsero la mandibola fino alla radice delle orecchie e lungo il collo e Veronika sentì distintamente ogni cellula della sua pelle fremere in un lungo brivido di attesa ed eccitazione.

    Era protesa interamente verso di lui, offerta nel corpo e nel sangue, con la carne tesa allo spasimo nel bramare ancora il contatto, la vicinanza e tutto ciò che i suoi gesti promettevano e annunciavano.

    Percepì qualcosa di appuntito contro la pelle del collo e reclinò la testa di lato in muta concessione, inarcando la schiena fino a sollevare i lombi dal letto.

    Samael chiuse di scatto il morso sul collo di lei e, mentre i denti ne penetravano la gola forando la giugulare gonfia e pulsante, il membro si infilò di prepotenza nella sua intimità, trascinandola in un istante fino all’apice del piacere, che giunse con un grido liberatorio che parve uscire del cuore stesso, aprirle il torace per ripiegarsi nel vento e giungere in ogni angolo del mondo.

    Liberazione, completa e consapevole.

    Quando fu di nuovo silenzio, gli occhi si riaprirono sul buio della stanza, sul soffitto di legno.

    Il peso del vampiro era sopra di lei, il capo incastrato contro il collo, il rumore del suo pasto era solo un gemito lieve che accompagnava il ritmico deglutire.

    Le braccia di lui la circondarono, la sollevarono a sedere sul suo membro che lentamente si mosse in lei, riscaldandole il ventre in una nuova ascesa.

    Piegò il capo contro quello del vampiro, lo abbracciò e puntellò le ginocchia al letto, muovendosi al proprio ritmo, al proprio desiderio cosciente e sicuro, cullato dai brividi sconosciuti che erompevano dal punto in cui il morso gemeva sangue, in cui le labbra di lui premevano e la lingua lambiva le ferite.

    Il dolore era anestetizzato, ma la pressione era presente, lo sentiva rovistare nella sua carne coi denti assassini che avevano trasmutato alchemicamente la sofferenza in qualcosa di superiore che apriva la sua memoria, ogni recondito angolo della mente, rendendo il suo corpo uno strumento perfettamente accordato e in armonia con quello di lui.

    Sentiva il piacere che lui traeva nutrendosi, lo ricambiava e lo sommava al proprio che il suo corpo, così sensibile ed eccitato, amplificava inseguendo l’evanescente sensualità della carne.

    Piacere.

    Di nuovo l’arrancare verso un empireo sfuggente e la caduta dalla grazia.

    Il respiro strozzato e la debolezza.

    La lingua di lui che sana le ferite.

    E ancora il desiderio, l’ingordigia di una femminilità troppo a lungo castigata e costretta.

    Brama che trova finalmente un degno compagno per condividere illecite carezze e baci rubati.

    Veronika lo spinse indietro, con la schiena sul letto e la testa a ciondolare lungo il bordo, le labbra arricciate in un singulto di piacere che mostrava le zanne feroci, sporche della sua stessa linfa e gli occhi interamente allagati di sangue, con le sclere di un cupo rosso.

    Eccolo, il volto della bestia.

    Anche Samael lo aveva, ma non era ferocia quello che lo generava e lo alimentava.

    Era passione.

    Passione che condivideva con lei come compagna e dunque tutto fu così semplice e naturale in quell’istante tra loro, senza parole, senza compromessi, con lui che si donava completamente e lei che si prendeva tutto il piacere che le era mancato in una vita di solitudine, muovendo il bacino sempre più rapida, frenetica fino a gridare la sua catarsi.

    Ancora e ancora.

    Non si dava tempo di riprendere fiato.

    Le bastava sentire un minimo fremito del membro rigido nel suo corpo per desiderarlo ancora e riprendere a cavalcare libera e indomita.

    Non riusciva a capire in che modo lui riuscisse a farle tutto questo.

    Non aveva mai fatto sesso in quel modo.

    Non aveva mai fatto sesso davvero fino a quella notte.

    Ovunque le sue mani toccassero la pelle del vampiro, percepiva una lieve elettricità statica che le fremeva sotto le dita e lo stesso accadeva nel ventre, dentro la carne come lungo il turgore delle labbra e del clitoride che incontrava la carezza del corpo glabro di lui come fossero una cosa sola.

    Crollò su un fianco, esausta, con le gambe intrecciate alle sue, senza alcuna intenzione di lasciarlo e Samael la accontentò, scivolando dietro di lei senza neanche uscire dal suo corpo.

    La prese ancora con violenta determinazione, lucida precisione, intrecciando le dita con le sue, azzannandole di nuovo la gola quando la sentì pronta a cadere nell’abisso.

    Per l’ultima volta Veronika sentì il suo corpo rompersi in mille pezzi e ricomporsi al capriccio del Khamsin.

    Il cuore le si fermò di colpo e non ebbe paura.

    Il bacio che lui le stava dando aveva il sapore del sangue denso e nero dei vampiri.

    Dolce veleno.

  • Memorie dal Buio – Ucronia – Capitolo 22

    PUNTO 22 – I vampiri possono nascondersi nella folla e apparire come umani

    John e Veronika bevvero molto caffè per avere la lucidità di accettare i nessi che il video di Jubilee mostrava e, alla fine, la detective appuntò lo sguardo sulla propria maschera: «Userò il travestimento per infiltrarmi nella H1, non solo per fuggire.»

    Samael la interruppe: «Veronika, no… non è…»

    «Devo farlo, Sam. Devo andare alla H1 e vedere coi miei occhi cosa stanno facendo o almeno farmi un’idea di quale sia il loro livello di coinvolgimento nei delitti», poi si rivolse a John. «Ti ringraziamo davvero tanto per il tuo contributo prezioso, adesso ci sposteremo per non metterti ulteriormente in difficoltà e attenderemo che ci concedano un appuntamento per me.»

    «Non è un problema, davvero, ora so la verità e capisco molte cose», disse il ragazzo sulle prime, poi fissò Samael e le sopracciglia si aggrottarono in una espressione triste e rassegnata. «Ah, giusto, dimenticherò tutto.»

    Si guardò attorno e, quando Samael si avvicinò, prese a respirare affannosamente, senza poter celare la paura che gli saliva dallo stomaco, annebbiandogli la vista.

    Il vampiro gli mise la mano sotto il mento, obbligandolo a fissarlo negli occhi.

    *

    Veronika alzò un poco il volume della radio dell’automobile proprio mentre Hollis veniva intervistato: «…ed è ormai evidente che proporre un’abolizione o anche solo una limitazione alla legge Boyle sia prematuro e poco saggio. La guerra è finita, ma come ci dimostra il caso del vampiro sotto le fogne, non possiamo escludere che altri soprannaturali si aggirino ancora tra di noi.»

    «È impazzito?»

    Samael, nascosto nel bagagliaio, ascoltava in silenzio.

    L’intervista continuò: «Capitano Hollis, cosa ci può dire delle dichiarazioni rilasciate dal misterioso informatore riguardo l’ingresso a San Francisco di un non morto, autorizzato da lei.»

    «Non sono mai andato oltre il mio mandato o la legge. La presenza di un esperto, inviato dalla Gherusia, era stata autorizzata dai capi della CIA e dell’FBI e dal nostro stesso presidente Baker», e tirò fuori il documento firmato, «e doveva servire a stanare ed eliminare un ben più pericoloso vampiro che sta mietendo vittime in città da mesi. Uno o più vampiri, questo è ancora da accertare. Pare infatti che quello giustiziato ieri non sia responsabile degli altri crimini e ci chiediamo quanti altri soprannaturali siano rimasti nascosti nelle nostre città, a prescindere dall’accordo siglato nella pace di Boston.»

    «Figlio di puttana!», ringhiò Veronika, svoltando di scatto lungo la Freedom Street.

    Sul cellulare, trillò il messaggio che confermava un appuntamento alla Human First con la dottoressa Sterling per la mattina successiva, ma lei non ci badò.

    «Cosa ci può dire dei fatti riguardanti la Detective Parker? Come mai nel suo appartamento sono stati trovati i corpi di venti soldati carbonizzati?»

    «La Detective Parker era stata assegnata al caso e aveva il compito primario di tenere sotto controllo il non morto in visita dalla Hermon…»

    «Bastardo, mi sta sputtanando!»

    «Tuttavia la mancanza di regolari rapporti sullo stato delle indagini e alcune menzogne emerse nelle dichiarazioni della Detective, ci hanno fatto ritenere le sue scelte viziate da qualcosa di esterno. Da qui l’intervento dell’esercito per mettere in sicurezza lei e il non morto, considerato ormai fuori controllo.»

    «Cosa intende con viziate? Che fosse sotto dominazione mentale?»

    «Conoscendo e stimando la collega, voglio sperare di sì. Diversamente si tratterebbe di tradimento e verrebbe trattato come tale. In ogni caso, al momento la Detective è irreperibile e probabilmente si nasconde insieme al non morto.»

    «Le forze di polizia che lei comanda la stanno cercando?»

    «Naturalmente, è considerata armata e pericolosa e ci stiamo muovendo coi mezzi che ci restano, dopo la strage immotivata di ventiquattro ottimi soldati, figli americani. Abbiamo infatti anche la necessità di dislocare risorse per mantenere l’ordine cittadino durante le manifestazioni e le aggregazioni spontanee sorte nella giornata di oggi. Chiedo dunque a tutti i manifestanti, di tutte le filosofie, di disperdersi e tornare a casa, al fine di lasciarci fare il nostro lavoro in serenità. Comunico che, in ogni caso, ho già richiesto altri contingenti dall’esercito e che mi sono stati accordati. La situazione in città verrà riportata in breve tempo alle condizioni ottimali.»

    «Lurido stronzo!», disse infine Veronika e inchiodò davanti a un cinema che sulle locandine mostrava, invece dei soliti film patriottici a base di violenza, azione e principi ipocriti, bandiere con la runa celtica della fratellanza, simbolo dell’Associazione Algiz, che ne aveva sposato nome e significato.

    Un cartellone variopinto annunciava una riunione straordinaria, con relatori di eccezione come il Dottor Foster, presidente dell’associazione e uno dei principali interlocutori in ogni dibattito televisivo e la giornalista Annelise McCullen.

    «Fanculo!», disse la donna picchiando i pugni sul volante.

    «Stai calma Veronika», la blandì Samael, scivolando fuori dal bagagliaio per andare a sedersi accanto a lei. «Era ovvio che Hollis dovesse disconoscere la situazione per pararsi il culo.»

    «Non posso credere che mi abbia davvero abbandonata, lo conosco da due anni.»

    «Lo conosci davvero? In fondo è solo il tuo capo a lavoro.»

    «Non solo, ogni tanto organizzava vacanze e pic nic per farci socializzare. Credevo ci tenesse ai suoi uomini. Quando era nei Marines era dipinto come il primo a entrare in azione e l’ultimo a lasciare il campo, senza che mai nessuno venisse abbandonato.»

    «Ascoltami, se questa intervista era solo un modo per depistare i giornalisti, troverà il modo di contattarti, fino ad allora consideralo un nemico.»

    «E fino ad allora ci servono altri amici sicuri.»

    «Mh», borbottò lui guardando il cinema. «È una tua idea e ti seguirò, anche se non credo cambierà nulla.»

    «Mi hai giustamente detto che avevamo bisogno di aiuto. E loro sono gli unici di cui possiamo fidarci. Secondo John hanno i mezzi tecnologici che ci mancano e di sicuro hanno la volontà di fare giustizia.»

    Guardò in fretta il cellulare: «Appuntamento confermato, perfetto… Ah e Reetha è già dentro.»

    L’ingresso al cinema era libero e il clima che si respirava dentro la hall era di gioiosa serenità, aspettativa e speranza.

    Sul palco, una donna arringava la platea sull’enorme opportunità data dalla presenza di un soprannaturale in città.

    «Chi è quella smilza?», chiese il vampiro.

    «È la McCullen, corrispondente di guerra e ora convinta pacifista e in prima linea nell’associazione Algiz per l’integrazione dei soprannaturali.»

    Reetha fece un cenno di saluto dalla distanza e li raggiunse, restando a lungo a fissare Samael, per lo meno finché Veronika non richiamò la sua attenzione con un abbraccio: «Sono felice che tu sia venuta. Hai qualcosa per me?»

    «Ah… sì… eccome! Ci avevi visto giusto, tutti gli scomparsi sono stati alla Human First, i familiari hanno confermato! Cosa c’è sotto? È qualcosa di enorme se c’è di mezzo quel colosso assicurativo!»

    «È qualcosa che devo ancora collegare e confermare.»

    L’investigatrice alternò lo sguardo da Veronika a Samael: «Cosa farai ora? Infiltrazione?»

    Veronika rimase a bocca aperta.

    Reetha era sempre stata molto intuitiva, ma vedere il suo piano rivelato così facilmente le faceva pensare che fosse prevedibile.

    Samael fece un sottile cenno negativo e lei abbozzò una scusa: «Non ne ho i mezzi ormai», e dopo una breve pausa, sfoderò una bella menzogna. «Pensavo di fare un video di denuncia e metterlo sulla rete.»

    «Te lo bloccheranno prima che tu possa anche solo soffiarti il naso, come hanno fatto con Jubilee.»

    «Ci devo almeno provare. Grazie di tutto Reetha, spero di rivederti presto.»

    «Perché non dovresti?», chiese sulle prime, poi alzò il capo. «Oh, capisco, devi sparire dopo quello che ha detto quel coglione di Hollis.»

    «Stronzo sì, ma coglione non credo. Sembra anzi aver calcolato ogni cosa», disse estraendo una chiavetta USB dalla tasca. «Tieni, questa è per te.»

    «Cos’è?», chiese osservandola e rigirandola tra le dita.

    «L’ultimo messaggio di tua sorella», le disse e la guardò negli occhi spalancati di stupore. «Cercheremo di rimetterlo in rete, ma intanto quello è solo per te, come ricordo.»

    Le lacrime si gonfiarono tra le ciglia di Reetha e lei le lasciò libere di scorrere, senza vergogna, senza castigarle nella disciplina, e si gettò tra le braccia dell’amica: «Grazie! Grazie!»

    Quando si staccò fece lo stesso con Samael: «Gr…»

    Lo aveva avvolto con quella presa spontanea appoggiando la guancia sul suo petto e lui non si era mosso, ma Rheeta si immobilizzò, a occhi spalancati e aprì lentamente le braccia, indietreggiando.

    Nei suoi occhi lo stupore lasciò il posto alla consapevolezza e un debole sorriso sbocciò sul bel volto da irlandese: «Grazie», ripeté con maggiore compostezza.

    Fece due passi indietro, guardò la chiavetta nel palmo della mano, la strinse e si affrettò fuori dal locale.

    Veronika iniziò a farsi largo verso il retro del teatro, ma Samael si fermò ad ascoltare la donna che camminava avanti e indietro sul palco, gesticolando come un’imbonitrice: «Non è poi tanto diversa dal Reverendo che porta avanti la crociata di Burrows», disse guardando poi la poliziotta.

    «Non dirlo troppo forte qui dentro però!»

    La donna sventolò un foglio: «Ieri avevamo solo le parole di un soldato a testimoniare l’arrivo di un vampiro in città. Oggi abbiamo la conferma del Capitano della polizia cittadina! È notizia di pochi istanti fa.»

    Il brusio cresceva mentre lei parlava, alzando la voce man mano per sovrastare l’ovazione della platea: «Abbiamo un non morto qui, tra noi. È la nostra occasione di far sentire a lui, in quanto rappresentante della Hermon, il solidale abbraccio del popolo che sa amare e che vuole pace e fratellanza. Un popolo che ragiona con la sua testa, che sa quante bugie ci siano dietro le vittime di questi mesi. Nessuno di noi crede in un assassino vampiro. Nessuno di noi vuole un altro rogo di bambini in piazza.»

    Dietro di lei, le immagini dell’esecuzione di Gordon iniziarono a girare a ciclo continuo, da diverse angolazioni, riprese con telefonini e messe subito in rete.

    «Andiamo?», chiese Veronika e lui la mise in attesa con un cenno.

    «Il giorno in cui ti ho lasciata sola alla Morgue, ho camminato per la città e ho visto una riunione come questa, ma degli eredi di Burrows.»

    «Gli Integralisti Biblici?»

    Samael annuì: «Quella notte mi sono convinto che l’umanità non avesse speranza, ma qui… qui va bene. Qui sono sulla strada giusta. Inizio a credere che ci sia un futuro e che tu abbia ragione.»

    Veronika gli strinse la mano e rimasero affiancati a sentir parlare Annelise.

    «Eravamo andati in pace in Liberty Plaza per manifestare il nostro dolore per il brutale assassinio di un bambino. Un bambino vampiro, certamente, ma pur sempre un bambino, forse solo e di sicuro disperato. Ci hanno scacciato dalla piazza, ma questo spazio è nostro e qui nessuno potrà intimorirci o minacciarci. Siamo tutti fratelli e sorelle in questo mondo, tutti ospiti della madre terra e abbiamo il dovere morale di vivere in armonia tra noi e con essa, e gridare a piena voce che non accetteremo mai più odio e guerra! Mai più menzogne e strumentalizzazioni! Mai più un’altra Boston nel futuro dei nostri figli!»

    La platea era così gremita di manifestanti, che Veronika faticava a stare in piedi e, quando il teatro esplose in un boato di approvazione, l’agitarsi dei corpi la rimandò indietro, proprio contro Samael che le stava alle spalle a protezione.

    «Togliamoci di qui, ho fretta di incontrare Foster!» gli disse e si fece largo a spinte, puntando il palco e il servizio di sicurezza che difendeva i relatori, mentre Samael rimase indietro, tra i manifestanti in platea che dondolavano al ritmo di una vecchia canzone di John Lennon, Imagine, le cui parole restavano un inno indiscusso alla pace e alla fratellanza.

    La donna parlò a lungo col buttafuori, ma alla fine ebbe libero accesso al retro del palco.

    Quando si guardò alle spalle, rimase spiazzata dalla mancanza del vampiro, rimasto tra la folla, che lo circondava mentre lui, restava immobile, attorniato dalla massa di cuori pulsanti che ignoravano di avere accanto una creatura antica come la storia, proprio quella creatura che invocavano tutti al grido: «Vieni da noi!» 

    Veronika lo osservò senza intervenire.

    Avrebbe resistito alla tentazione di essere ammirato e adorato da una folla di oltre duecento umani pronti a tagliarsi le vene per lui?

    Una donna accanto a lui lo stava guardando, troppo fissa e troppo sospettosa per non avere delle congetture in mente, ma lui non aveva occhi che per il palco e quel momento cardine che la giornalista stava annunciando.

    Le testimonianze.

    Il primo testimone a prendere il microfono fu un uomo che aprì un cofanetto, estraendo una medaglia al valore militare: «Sono il sergente Miller, Marine in congedo e questa è una medaglia sporca di sangue innocente. La diedero a tutto il mio battaglione per aver sterminato una tana di Licantropi a Mount Diablo. Hollis era il nostro comandante. Ci andammo l’indomani di una luna piena, pensando di trovare belve assassine assetate di sangue, invece trovammo famiglie terrorizzate e sperdute, braccate e odiate. Tutti spararono perché il Capitano Hollis lo ordinava. Io sparai piangendo, perché non ero più io, ero una macchina senza volontà nelle mani di un sistema che ha sbagliato. Sparai, ma sapevo che avrei dovuto espiare quella colpa per il resto della mia vita. Mi impedirono di presentare richiesta di congedo e dovetti fingermi folle e passare i successivi sei anni in un istituto psichiatrico, per ottenere di poter abbandonare quel tritacarne che è l’esercito.»

    Samael si sentì sfiorare la mano e abbassò lo sguardo verso un bambino che, dopo averlo toccato, si rifugiò contro le gambe del padre: «Ha la mano fredda!»

    Anche l’uomo prese a guardarlo con insistenza e Veronika notò che entrambi si erano allontanati di un passo e, sebbene la folla si fosse disposta in maniera omogenea, proprio attorno a Samael c’era un vuoto sospetto.

    Sul palco, il veterano stava ancora arringando il pubblico: «Io non ci sto, amici. Nessuno mi deve manipolare ancora. Nessuno mi deve togliere la capacità di giudicare. Nessuno mi deve impedire di dire no a qualcosa che contraddice la mia morale. La mia missione nella vita ora è solo una. Portare la mia testimonianza in ogni angolo del paese e gridare a gran voce mai più! Mai più!»

    La platea ripeté quelle due parole fino all’arrivo del successivo testimone.

    La donna si voltò di nuovo per controllare Samael, ma il posto in cui si trovava fino a un attimo prima, era vuoto.

    *

    «Detective Parker», disse un uomo corpulento, che una solerte truccatrice stava incipriando. Si stava preparando alla sua apparizione e, accanto a lui, una decina di persone tra parrucchieri, registi e addetti alle luci si muovevano in un apparente caos. «Il suo Capitano ha appena dichiarato in televisione che lei è fuggita con il vampiro. È qui con lei?»

    «È in platea», ammise con un sorriso e tutti corsero a guardare il pubblico attraverso le quinte del palco, percorrendo i volti in cerca di qualcosa di innaturale e perfetto. «Le cose sono molto più complesse di quanto immagina, Dottor Foster.»

    Lui tornò a sedere al tavolo da toeletta e offrì la seconda sedia a Veronika: «Bart dice che ha qualcosa per la causa. Qualcosa di grosso. È il vampiro?», domandò e, quando lei fece cenno di no, lui si mostrò dubbioso. «Definisca cos’è per lei grosso.»

    Veronika mostrò la chiavetta: «Il filmato originale di Jubilee Anne Travis.»

    Lo staff bloccò immediatamente la ricerca di Samael nei volti del pubblico per restare immobile a guardare quella chiavetta USB come fosse il Santo Graal, ma Foster la squadrò con sospetto: «Non le chiedo come l’ha avuta e verificheremo ovviamente che sia davvero originale. Ora mi dica cosa vuole in cambio?»

    «Innanzitutto voglio che dia massima diffusione al filmato. Dovete metterlo in rete e farlo rimbalzare su così tanti server, che dovrà essere impossibile per chiunque cancellarlo. Sulla chiavetta troverete anche un mio filmato in cui spiego tutto ciò che abbiamo scoperto finora, ma quello dovete passarlo in rete solo nel caso che io muoia. Se invece riuscirò ad andare in fondo all’indagine, avrete un nuovo e più esauriente messaggio per i posteri.»

    «D’accordo Detective. Ha la mia parola.»

    «E mi serve anche un’altra cosa. Dovete darmi supporto nelle indagini coi mezzi di cui disponete. Come avete visto, adesso sono sola contro il sistema.»

    Infilò la chiavetta in un laptop, facendo partire il filmato.

    In pochi istanti, tutti si trovarono testa a testa ad ascoltare Jubilee.

    Qualcuno ricordava parti del filmato, altri non avevano fatto in tempo a vederlo, ma tutti concordavano sul fatto che fosse autentico.

    «Questa è la più grande opportunità che il movimento abbia mai avuto, Detective. Come mai la dà a noi? Credevamo che la polizia fosse compatta nel combattere i soprannaturali.»

    «Diciamo che in questi giorni ho assistito a fatti che hanno incrinato le mie credenze, facendole crollare fino a mostrarmi la verità.»

    Mentre tutti seguivano il dialogo tra Veronika e Foster, una mano si allungò avida a prendere la chiavetta, nascondendola nel pugno chiuso.

    «È stato il vampiro, vero? Qual è il suo nome?»

    Veronika non rispose.

    «È lui che le ha mostrato la verità?»

    Lei sorrise senza ammettere nulla, ma a Foster bastò e si alzò a stringerle la mano: «Lieti di averla tra noi allora, spero vorrà portare sul palco la sua testimonianza.»

    «Non oggi Dottor Foster, devo agire nell’ombra, il mio nome ora è compromesso, farei più male che bene alla vostra causa. Ho ancora molto lavoro da fare per assicurare l’assassino alla giustizia.»

    «Lei crede sia un vampiro?»

    Veronika serrò le labbra prima di rispondere: «Normalmente non dovrei parlare delle indagini, ma giusto dieci minuti fa il mio Capitano mi ha dipinta come una invasata traditrice, quindi posso dirvi che no, non è un vampiro. L’assassino, o assassini, sono umani e lavorano per la Cerberus.»

    I presenti si lasciarono andare a un boato di soddisfazione e una figura tentò di allontanarsi alla chetichella in mezzo al gruppo, mentre Veronika continuava: «La Human First identifica persone con sangue soprannaturale e la Cerberus le usa come bersagli per simulare attacchi vampirici. I corpi vengono infine abbandonati in modo che vengano trovati.»

    «In questo modo si alza il livello di guardia nella polizia e il senso di pericolo nella popolazione», osservò Foster.

    «Esatto. E qui entrate in gioco voi. Dovete cercare di abbassare il livello di paura nella gente, evitare che i morti vengano strumentalizzati per inasprire di nuovo le leggi contro i soprannaturali o l’ampliamento dei poteri previsti dalla legge Boyle.»

    Foster rimase muto per lungo tempo: «Capisce che mi sta chiedendo di rischiare l’intero movimento?»

    Veronika annuì, ma non fece in tempo a rispondere, perché un urlo di dolore richiamò tutti verso una delle uscite, dove Samael teneva stretto il polso del ladro con tale forza, che quello aprì la mano, facendo cadere nel palmo del vampiro la chiavetta USB.

    Foster scattò in piedi: «Marc? Cosa pensavi di fare?»

    Samael gli puntò gli occhi addosso e disse semplicemente: «Parla.»

    La voce del vampiro catalizzò l’attenzione su di sé, più che sul ladro e Foster si appoggiò malfermo alla seggiola: «È lei dunque?»

    Samael non rispose, ma spinse avanti Marc con il braccio ripiegato in una leva dolorosa che lo fece zampettare in punta di piedi per sottrarsi all’angolo innaturale in cui era trattenuto.

    «I-io… mi dispiace, ma erano tanti soldi, davvero tanti», disse e, quando Samael lo gettò in avanti, contro lo stesso Foster, il giovane continuò. «Dovevo riferire i vostri obiettivi, le strategie, i piani e sabotare ogni iniziativa che avesse solide basi. Come questo filmato. E poi… ecco… avvertire in caso il Detective Parker fosse venuta qui.»

    Veronika indietreggiò verso Samael: «Quindi stanno arrivando!»

    «Chi ti ha pagato?», chiese Foster, prendendo il traditore per il bavero, proprio nell’istante in cui dalla platea si levarono grida e rumori di schianto.

    Un istante dopo, Annelise McCullen entrò sbattendo la porta: «La polizia! Stanno bloccando le uscite!»

    Nel rumore e nelle grida dei dimostranti, emerse il metallico gracchiare di un megafono, con cui un poliziotto cercava di mettere ordine nella platea: «Mettetevi in fila, è un controllo di routine. Tutti in fila per favore! Passerete sotto lo scanner e potrete andare.»

    Dall’uscita posteriore fecero irruzione altri poliziotti in tenuta antisommossa, iniziando a spingere Foster e gli altri presenti verso il palco.

    Samael e Veronika si trovarono in mezzo alla folla, punzecchiata come animali al macello verso la platea; la poliziotta inciampò e sarebbe finita calpestata se il vampiro non l’avesse tirata in piedi di peso.

    Raggiunto il limitare del palco, Foster si bloccò e prese il microfono: «La vostra irruzione è anticostituzionale. Questa riunione associativa è legittima e realizzata in un luogo privato.»

    Dalla platea, il poliziotto sollevò il megafono: «C’è stata una segnalazione sulla presenza di una ricercata e di un soprannaturale in questo luogo», disse il poliziotto e la parola ‘Vampiro’ si inseguì in un sussurro sulle labbra dei presenti, mentre gli occhi cercavano febbrilmente intorno qualsiasi dettaglio che lo rendesse riconoscibile. «La legge Boyle ci autorizza a controllare ogni presente con ogni mezzo che riteniamo lecito e utile a stabilirne l’identità.»

    Foster fissò Veronika, poi Samael, ma scostò subito lo sguardo, per non tradirli: «Va bene, allora fratelli e sorelle, aiutiamo i poliziotti, così finiremo prima. Tutti coloro che hanno un lasciapassare di classe Boyle A si mettano sulla destra, quelli col tipo Boyle B sulla sinistra.»

    Il poliziotto si oppose e cercò di dare altri ordini, ma ormai la platea s’era mossa, creando una baraonda di gente che ondeggiava da destra a sinistra e viceversa, a seconda che avessero un lasciapassare B generico o uno A specifico per operatori di pubblica utilità come medici e infermieri, paramedici e psicologi, forze dell’ordine, esercito, pompieri, religiosi e piloti.

    Foster spinse Veronika e il vampiro dietro gli altri che erano sul palco: «Mi dispiace per Marc, non sapevamo fosse un traditore», disse e indicò l’alto: «Ci sono i lucernari, ma è pieno giorno e…»

    «Non avrò problemi, dottore», lo interruppe Samael. «Grazie, non dimenticherò l’aiuto che ci ha dato», e gli fece cadere in mano la chiavetta.

    «La prego allora di considerare la possibilità di accogliere alcuni di noi sulla Hermon. Parlare con lei è un’opportunità unica, mio Signore. Non potendo comunicare con la nave per farvi la nostra richiesta, mi permetto di perorare la causa.»

    «Mh. Di quanta gente stiamo parlando?»

    «Due o trecento persone, secondo un sondaggio di due mesi fa. Ma se la vedessero ora, qui in mezzo a noi, probabilmente vorrebbero partire tutti. Non c’è più nulla per noi in America, solo persecuzione e violazione dei basilari diritti umani.»

    «Accolgo la vostra richiesta a nome della Gherusia. In quanto portavoce, la contatteremo per una risposta. Ora dobbiamo andare, prima che i poliziotti decidano di aprire il fuoco su di voi.»

    Samael e Veronika si occultarono dietro i tendoni del palco, poi sparirono tra le carrucole e i contrappesi e, quando lui le tese la mano, lei la prese senza indugio, rilassandosi tra le sue braccia, mentre ascendeva levitando in silenzio verso i camminamenti delle luci e, da lì, sulle travi del tetto, fino ai lucernari della piccionaia.

    Il sole aveva lasciato il posto a una nuvolosità sottile e grigia, ma Samael iniziò subito a cercare un riparo, saltando di casa in casa, con Veronika in braccio, finché poté infilarsi nell’accesso del tetto di un palazzo.

    Si accasciò all’ombra, esausto e Veronika gli sfiorò i capelli, spostando i ricci per controllare il volto, solo appena segnato dalle ustioni solari: «Ma come fai?»

    «Col sole dici?», sorrise fiacco e stanco. «Brucio il sangue prima della pelle. Finché posso alimentarlo, resisto.»

    «E per quanto resisti?»

    «Dipende quanta pelle devo proteggere.»

    Veronika scattò in avanti e lo abbracciò.

    Neanche lei si rese conto del gesto istintivo, ma recuperò la lucidità quando sentì il corpo di Samael rigido e immobile, che non rispondeva allo slancio.

    Si ritrasse, rossa di imbarazzo: «S-scusami, non so neanche perché l’ho fatto. Ho avuto terrore, per un istante, che potesse succederti qualcosa. Non riesco a togliermi dalla mente l’immagine di Gordon che brucia, le sue grida, il corpo che si disfa», gli prese la mano. «Ho paura, Sam, ma ascoltami. Se dovessero prenderci, tu scappa. Non pensare a me, sono cittadina americana, un poliziotto, non possono farmi nulla, mentre tu verresti giustiziato. Scapperai, me lo prometti?»

    «No.»

    *

    Scesero dal palazzo e si infilarono in fretta nella metropolitana, scansando le ronde della polizia come fossero ladri, finché il treno li portò di nuovo in vista della Morgue.

    Samael si appostò a poca distanza e Veronika mandò un messaggio a Beth che, dopo qualche istante, uscì dalla porta di sicurezza posteriore e fissò a lungo quella figura bardata con cappello, sciarpa sul volto e occhiali da sole.

    «Veronika! Ma cosa succede? Cos’hai fatto? Hai ucciso tutti quei soldati?», disse abbracciandola con affetto.

    «Certo che no. Beth, devi fidarti di me per ora, un giorno ti spiegherò tutto. Hai altri corpi freschi?»

    «Nessuno. Quelli della fossa sono stati cremati e così il povero Padre Uriel. Hollis sa che sei qui?»

    «No, non lo sa, mi ha tradito in diretta televisiva, come faccio a fidarmi di lui?»

    «Ci sarà una spiegazione per il suo comportamento. Vuoi che indaghi?»

    «No, non esporti. Piuttosto, qualcosa di insolito nei corpi che hai analizzato di recente?»

    «Sui corpi della fossa comune no, nulla di rilevante, il modus operandi è il medesimo, ma ho eseguito l’autopsia sulla donna nelle fogne. La causa della morte è avvelenamento da cianuro.»

    «Cianuro? Le compresse del governo?»

    «Ne ho rinvenute nello stomaco e nell’esofago. Sarebbe dunque un suicidio.»

    Veronika le diede corda: «Un suicidio, capisco. Si vede che la pressione del restare prigioniera del piccolo mostro l’ha alla fine sopraffatta.»

    «Lo penso anche io. Ma dimmi di te? Come stai? Cosa farai ora?»

    Per un istante desiderò solo dirle ogni cosa e ritrovarsi con lei a bere un caffè nel locale vicino alla Morgue, come facevano sempre, poi si ricordò del vademecum di strategia di spionaggio del vampiro e abbozzò un sorriso.

    Depistare: «È evidente che Hollis mi ha sacrificato sull’altare della sua carriera, quindi devo andarmene. L’esercito era lì per uccidermi.»

    «L’esercito vuole ucciderti?»

    Beth sembrava sorpresa e dubbiosa.

    «Te lo garantisco. Nel mio appartamento non badavano a dove sparavano, sono viva per miracolo.»

    Dopo un lungo silenzio, Beth riprese: «Ma è vero che sei con un non morto? È quello con cui sei venuta da me vero? Lo so perché, per quanto mi sforzi di ricordare, non ho più in mente i dettagli del suo volto e questo è un fottuto potere dei vampiri!»

    Veronika fece cenno di no: «Non so dove sia. È scappato dopo l’attacco al mio appartamento e non so altro.»

    «È una catastrofe questa! Bisogna recuperarlo subito, non può andarsene in giro ad ammazzare gente!»

    «Non posso fare nulla Beth, la polizia mi cerca come fossi anche io colpevole.»

    «Devi spiegare la tua posizione. Organizzeremo una conferenza stampa e tireremo fuori tutto il marcio di questa storia. Mostreremo i referti delle autopsie e le armi del delitto, così riabiliteremo la tua immagine!»

    Veronika si irrigidì: «D’accordo Beth, organizza pure una conferenza stampa, io intanto resterò al sicuro e ti raggiungerò al momento giusto.»

    Nonostante le proteste di Beth e il suo tentativo di trattenerla, Veronika si divincolò e corse via, finché, dopo quasi due isolati, Samael non la apparve davanti, fermando la sua fuga e tirandola in un vicolo laterale.

    «Pensavo di doverti seguire di corsa fino a Capo Horn. La situazione mi pare evidente, Veronika. Beth si è tradita.»

    La detective si massaggiò il volto con forza, quasi volesse stemperare la disperazione nel dolore fisico: «Già, come diavolo faceva a sapere delle armi? L’abbiamo detto solo a Hollis.»

    «Sicuramente lui ha parlato con Beth. Sono così intimi?»

    «Beth in amicizia è un po’ il padre confessore di tutti, ma non hanno un rapporto speciale. Non ha senso che lui discuta informazioni riservate con un medico legale.»

    «Da qualcuno l’avrà pure saputo. Però nel messaggio a Hollis non abbiamo mai detto che le armi del delitto fossero due.»

  • Memorie dal Buio – Ucronia – Capitolo 21

    PUNTO 21 – Il fatto che, oltre al Sole, i Vampiri temano il Fuoco, significa che subiscono tutte le manifestazioni del sacro.

    Veronika tirò delicatamente la pelle del collo dal basso, infilandoci le dita fino a sgusciare fuori dalla maschera, come un camaleonte dalla propria scorza, ma era sudata e piena di residui di lattice e colla sul volto: «Mi stavo lessando qua sotto», si lamentò.

    John la rimise sul manichino, sistemando le pieghe: «Per fortuna la dovrai portare poco», poi le indicò Samael che faceva zapping con la tv via cavo e abbassò la voce a un sussurro: «Cosa c’è tra voi, sorella?»

    «Nulla, siamo colleghi… più o meno. Dobbiamo risolvere questo caso», rispose veloce, mentre si guardava allo specchio e staccava i resti con le dita a pinza.

    «A me non la dai a bere. Vi ho sentiti litigare prima, mentre ero in bagno», e le passò l’indice davanti al volto, bloccandole l’obiezione a metà fiato. «No, no, sorella, non ci si incazza così se si è solo colleghi.»

    «A volte ha dei momenti in cui è adorabile, gentile, premuroso, simpatico e… dimentico che è un vampiro», e tornò a guardarsi allo specchio, tirando una pellicina di lattice particolarmente ostinata. «Poi torna a essere freddo, cinico, crudele e sembra che ogni sua mossa sia frutto di un calcolo utilitaristico», e abbassò lo sguardo sulle proprie mani umide. «E di nuovo si mostra rispettoso della vita, disponibile a mostrarmi il suo mondo, ad ammettermi in esso, fino al prossimo fallimento emotivo, quando mi tiene a distanza e non capisce i miei sentimenti.»

    «Sicura che sia perché è un vampiro e non perché è solo un uomo?»

    «E allora essere un vampiro è un’aggravante!», e risero nascondendosi, complici.

    John la aiutò a togliere i resti di lattice che lei non aveva visto: «Magari davvero non capisce i sentimenti umani, non li sa leggere. Però, se è disposto a venirti incontro, glieli puoi insegnare tu. Devi solo trovare un canale di comunicazione.»

    Dall’altra stanza, la televisione restituiva la sigla di apertura di un talk show dei più beceri e razzisti e l’artista inzuppò un dischetto di cotone con dello struccante all’aloe: «Ma che palle, sono due ore che guarda i programmi spazzatura.»

    «Ti sento», disse il vampiro ed entrambi rimasero a bocca aperta.

    Li aveva sentiti per tutto il dialogo o solo in quel momento?

    Samael si affacciò alla porta dello studio: «Sto guardando tutto ciò che può essere utile per prevedere cosa accadrà», disse indicando delle immagini sullo schermo. «Per esempio in questa nuova piazza che avete chiamato Liberty Plaza, proprio davanti al municipio, si sta formando un corteo dell’organizzazione Algiz a favore dei soprannaturali, che condanna l’uccisione di Gordon. La polizia li ha già circondati e stanno cercando di tenerli separati dall’altro corteo, quello a favore dello sterminio incondizionato. Da ciò vi comunico che…», disse sollevando le dita man mano che parlava, «primo, non possiamo passare per quel quartiere; secondo, che la polizia è impegnata con uomini e mezzi, quindi non ce ne sarà per le altre strade; e terzo, che dovranno risolvere la situazione entro un paio di ore, o ci saranno scontri per tutto il giorno.»

    «È in gamba», ammise John.

    «Vedo situazioni analoghe da tanto tempo e non cambia mai nulla. Il popolo è una massa potente, ma acefala, che si muove solo se ha un leader che dice loro contro chi essere furiosi e come esternare la furia.»

    L’artista fece spallucce: «Magari la cosa è voluta.»

    Entrambi lo guardarono sospettosi e lui balbettò il resto: «V-voglio dire… e se ci fosse qualcuno interessato a questa instabilità sociale.»

    «Sei un maledetto genio», disse poi Samael, avanzando a passo di carica verso John che, impaurito, arretrò con le spalle al muro.

    Il vampiro gli mise le mani sugli omeri e lo sbatacchiò un poco: «La Rivoluzione Francese!»

    E il ragazzo, con le mani davanti al volto a difesa pigolò: «Eh?»

    *

    Carcere della Bastiglia, 14 luglio 1789

    «Samael di Tanis», disse l’aristocratico, aggiustandosi il cappello a tricorno sulla parrucca canuta.

    «Principe Dieudonne», rispose il vampiro, voltandosi a mostrargli il volto coperto dal turbante e dal lembo che ne celava le vere fattezze.

    «Perché mi avete voluto incontrare sui camminamenti della Bastiglia? La vostra presenza in città significa che siete venuto ad amministrare la giustizia?»

    «Sono venuto per capire se fosse possibile fermare questa follia.»

    «E allora ritiratevi. La Bianca Alleanza non ha più giurisdizione», disse con un ghigno perverso, tagliente. «Neanche sapevamo che esistesse ancora, specie voi, Samael. Vi davamo per morto da trecento anni.»

    Samael rimase in silenzio, mentre il vociare dei parigini si diffondeva nelle vie tutto attorno alla fortezza e andava crescendo di intensità: «Il popolo sta puntando i cannoni contro questo edificio. All’alba inizieranno a sparare.»

    «Forse, tutto sommato, è tempo che la monarchia cada.»

    Samael fissò gli occhi di brace in quelli del Principe, che socchiuse le labbra e abbassò le palpebre.

    Aveva perso la battaglia di sguardi.

    Solo allora l’antico parlò: «Non è la Repubblica che temo, ma una dittatura. Non ci sono le stesse premesse dell’Indipendenza americana, ma questo voi lo sapete benissimo, vero?»

    «Non capisco a cosa vi riferiate, Maestro Samael.»

    «Da quale deputato vi siete fatto manovrare?»

    «Da quando i vampiri si fanno manovrare dagli umani?», disse il principe, sorridendo bieco e feroce.

    «Da quando gli umani che i vampiri rendono consapevoli del soprannaturale, per affetto o per errore, per manipolazione o per stupidità, scoprono su quali tasti porre gli accordi per farli suonare come un organetto, a comando. Il momento in cui smettete di porvi dubbi, domande e vi sentite un dio è il momento in cui anche un semplice umano potrà farvi cadere dalla grazia. Chi è?»

    «Perché dirvelo? Per farvelo uccidere?»

    «Non sono qui per uccidere un umano. La storia farà il suo corso. Sono qui per punire un altro crimine, Principe. Quello di aver consegnato una città alla guerra civile invece di favorire una transizione più pacifica. Il testo unico dello scisma è orrendo, ma ha ripreso dall’antica legge un concetto importante e afferma che ogni reggente di città ha l’onere di mantenere stabile il proprio dominio, preservando la popolazione, senza che la sopravvivenza delle fonti di cibo venga in alcun modo compromessa», disse avanzando di un passo alla volta, felino. «I lavori dell’Assemblea Costituente erano iniziati in armonia, poi tutto è degenerato. E nelle menti dell’aristocrazia e del clero c’era un veleno anomalo che io ho sentito. Ed era il vostro.»

    Dieudonne iniziò a comprendere la piega della discussione, quando Samael si rimboccò la manica sinistra della tunica fino al gomito.

    «Ho fatto delle scelte e i miei sudditi mi hanno appoggiato.»

    «Ma chi paga è sempre il capo. È una questione di oneri e onori.»

    «No, aspettate! Posso darvi quello che volete Samael. Il tesoro della corona? Sarebbe accettabile?»

    «Non mi interessa il denaro. Ero qui per cercare documenti su Abramo di Pergamo, ma mi sono imbattuto nel vostro piccolo complotto e non posso lasciarlo impunito, il mio ruolo di giudice me lo impone.»

    Il principe sapeva di non poter competere sul piano fisico con quell’antico giudice e indietreggiava cercando una via di fuga tanto nella fortezza, che con le promesse: «Posso… posso spiegare…»

    «Spingendo verso la guerra civile avete infranto la legge e la pena è una sola», disse con solennità.

    «Bonaparte. È stato Bonaparte!», confessò senza reticenze.

    «Grazie, ma questo non muta la vostra situazione.»

    Il principe si voltò e iniziò a correre, guardandosi alle spalle, mentre Samael, ancora fermo, proseguiva ad arrotolare la manica oltre il gomito.

    Il vampiro sbatté contro una porta chiusa e sbarrata che non mostrò di cedere, neanche alla sua forza inumana.

    Prese a balzare di guglia in merlatura, cercando un punto in cui nascondersi, quando un’ombra bianca fece sibilare il vento dietro di lui.

    Si voltò di scatto, ma non vide nessuno, mentre alle sue spalle, un refolo freddo gli fece scorrere un presagio nella mente.

    Si voltò di nuovo e qualcosa lo colpì in pieno petto.

    La Morte Vera inizia così.

    Un dolore acuto, le vene che si raffreddano, il corpo che perde consistenza e la coscienza che diviene nera, mentre gli occhi fissano il carnefice, il suo braccio affondato nella cassa toracica fino al gomito, la mano che spunta dalla schiena col cuore stretto in mano.

    Il principe si dissolse in una nube di cenere che il vento dell’alba portò via.

    «Sentenza eseguita», disse Samael, riabbassandosi il risvolto della manica.

    I cannoni della Rivoluzione iniziarono a sparare sulle mura della Bastiglia e Samael venne investito dall’esplosione e dalle macerie delle pietre.

    *

    Samael prese un foglio e disegnò un cerchio: «Finora abbiamo considerato solo l’ipotesi che i killer e chi li foraggia, volessero colpire due tipologie di persone, i collaborazionisti e chi aveva una minima percentuale di sangue soprannaturale e che usassero le informazioni della H1 per trovare i bersagli. E se invece la cosa fosse molto più complessa?»

    «Cosa intendi?», chiese Veronika.

    «Prima della guerra, i vampiri controllavano la politica e la società in maniera occulta. Nel momento in cui un umano l’avesse scoperto e avesse voluto sostituirsi al vampiro, cosa avrebbe dovuto fare? Come avrebbe potuto cambiare la storia e la società? Ve lo dico io. Punto uno, si individua un leader carismatico che possa fare presa sul maggior numero di persone per sesso, ceto, religione, aspettative e si fa in modo che appaia divino o investito di una missione divina. Di fatto occorre una persona sociopatica e narcisista, che sappia sostenere il peso del protagonismo.»

    «James Burrows», dissero in coro i due.

    Samael disegnò un secondo cerchio accanto al primo: «Punto due, riforma del pensiero. Il leader deve fornire concetti e argomenti che facciano presa sul maggior numero possibile di individui.»

    «La scoperta dei soprannaturali», osservò Veronika.

    Il vampiro disegnò anche il terzo cerchio e li unì a formare un triangolo equilatero: «Punto tre sfruttamento fisico, mentale ed economico degli adepti. Le nostre indagini hanno dimostrato che James era stato creato molto tempo prima. La sua vita era stata consacrata a quel giorno prima ancora che anche Maylynn sospettasse del suo ruolo nella vicenda. Ora ditemi, cosa differenzia una setta da una religione?»

    I due si guardarono e Veronika fece spallucce: «Il numero di seguaci?»

    Samael annuì col capo: «E il tempo. Per i Romani, gli Ebrei erano una setta. E così i Cristiani. Per gli Ebrei, i Musulmani erano una setta. E così via nella storia. Solo il tempo trasforma una setta in una religione, diffondendo la filosofia e aumentando i fedeli, l’importante è che vengano fissati il fine e una solida base. Per il resto, tutte le religioni furono inizialmente solo sette minori e si consolidarono successivamente, seguendo il medesimo percorso che passava dalla promessa di una salvezza, attraverso il concetto di ripartire da zero, dopo un’apocalisse. Nella Bibbia, Apocalisse si traduce anche come Rivelazione.»

    «Mio dio, c’è tutto!», osservò John. «Abbiamo già vissuto tutto questo con il movimento di Burrows!»

    «E c’è anche di più», fece notare Samael. «Come funziona l’indottrinamento?»

    John fece spallucce: «Si ripete la stessa bugia per mille volte, finché diventa la verità?»

    Samael concesse un assenso: «Anche, ottima intuizione. La amplio io. Si prendono persone in un momento difficile della vita, in cui sono vulnerabili, come subito dopo la Rivelazione, si inizia con la persuasione, la presentazione del leader come figura affidabile cui riferirsi per uscire dalla crisi, poi viene l’invito dei reclutatori a seguire ogni mossa del leader, ogni incontro e riunione. Poi si passa a confezionare una nuova realtà attraverso l’isolamento.»

    «È vero, successe proprio così», disse Veronika. «Ci chiusero in casa per proteggerci ed esaminare ogni nucleo familiare per scovare i non umani. E in quell’isolamento casalingo avevamo solo la rete e Burrows era dappertutto, con le sue dirette continue e il bombardamento mediatico.»

    Samael picchettò con la biro sul foglio: «In questo modo cementarono il legame col leader e…»

    «Aspetta», lo interruppe Veronika, che aveva smesso di bere. «Vuoi dire che non ci hanno solo mentito?»

    Samael inclinò appena il capo.

    «Vuoi dire che ci hanno fatti ammalare di paura?»

    Il silenzio calò nella stanza.

    John abbassò lentamente lo sguardo.

    «Funziona sempre così», disse il vampiro. «Prima si crea il mostro, poi si fomentano a vicenda, creando un condizionamento di gruppo in cui venga ripetuto fino allo stremo che loro hanno ragione e, gli altri, torto. Il tutto rivolto contro il nemico comune. Noi. Poi si convince la gente che sopravvivere sia un privilegio concesso dal leader e il gioco è fatto.»

    Si fermò un istante, aprendo le braccia per mostrarsi, poi tornò con le mani sul tavolo e la biro che ruotava tra le dita che si muovevano con l’eleganza delle zampe di un ragno. «Ed ecco come mai ho pensato alla Rivoluzione Francese. Nonostante le vessazioni dei nobili di Francia, il popolo, che da solo costituiva il novanta per cento dei cittadini francesi, restò buono fino al 1789. Ma nel giro di un paio di mesi insorse, dopo che il Principe Vampiro della città, Jacques Dieudonne spinse il clero e i nobili a opporsi a ogni iniziativa della Costituente.»

    I due umani si guardarono e tornarono con l’attenzione su Samael, mentre John si giustificava: «Non studiamo molto la storia europea qui negli States

    «Io c’ero. Posso dirvi come andò, perché quando il popolo fu messo all’angolo, reagì. Ma l’idea non fu sua; venne da un umano che aveva tutto l’interesse a una guerra sociale. La monarchia costituzionale non era accettabile. Serviva qualcosa che ribaltasse completamente l’antico concetto di successione dinastica dei Re. Poiché anche se Luigi XVI fosse morto, sarebbe salito al trono suo figlio, un altro Borbone.»

    Veronika socchiuse le palpebre: «Stai dando la colpa ai deputati del popolo?»

    «Non proprio. Danton, Marat, Robespierre… Loro furono i leader che trascinarono il popolo alla rivoluzione spiegando loro cosa fare. Cortei fino a Versailles, disordini in città, la presa delle armi nella Bastiglia», elencò e sollevò poi la biro, dandole espressività nel puntarla sui due. «Ma c’era qualcuno che manovrava nell’ombra. Qualcuno che spinse sull’ego di Dieudonne e lo indusse a fomentare la rivoluzione. E mentre i leader cercarono di prendere il potere passando da una monarchia costituzionale a una repubblica, accusa dopo accusa, litigio dopo delazione, finirono uno contro l’altro, uccidendosi in una grottesca gara a chi fosse più rivoluzionario. Tutto ciò fece scivolare il paese nel periodo del Terrore, che permise l’ascesa del dittatore Bonaparte.»

    John aggrottò le sopracciglia: «E che accadde a Dieudonne?»

    «Lo uccisi la mattina della presa della Bastiglia», rivelò con un cenno di non curanza.

    John sbiancò in volto, Veronika invece rimase immobile e Samael continuò a parlare, ma dopo poche parole rallentò: «Che c’è? Qualcosa non è chiaro?»

    Mentre guardava la poliziotta, colse un cambiamento, qualcosa nel modo in cui lei lo guardava e non era paura, forse… delusione ed era anche peggio.

    «Era colpevole», precisò, piccato, prevenendo le loro remore.

    Veronika abbassò gli occhi sul bicchiere: «Non è questo il punto.»

    No, non era quello il problema e Veronika comprese a fondo la freddezza di cui era capace il vampiro nel dispensare morte, quando doveva farlo e quella compensazione che mezz’ora prima le era sembrata una parola insulsa, quasi offensiva dei suoi sentimenti, ora assumeva un nuovo significato.

    La compensazione non riguardava le vittime, riguardava proprio lui.

    Samael deve uccidere chi è colpevole di aver violato la legge.

    Samael non lo vuole fare, non sempre.

    Samael cerca meccanismi di compensazione del dolore, il suo e quello delle vittime.

    Era tutto così… umano.

    Il vampiro intanto stava ancora raccontando della Rivoluzione Francese: «Fu Bonaparte che, consapevole dell’esistenza dei soprannaturali, usò Dieudonne e gli altri deputati per sterminare la famiglia reale. In questo modo, un uomo venuto dal popolo poté essere re, addirittura imperatore. E, se facciamo un parallelismo con la situazione odierna…»

    «Abbiamo avuto il nostro leader, ci sono stati i deputati che hanno spinto per la guerra e stiamo vivendo il Terrore», osservò Veronika.

    John guardò entrambi: «E chi è Bonaparte in questo caso?»

    «Quando lo scopriremo, avremo anche la testa del killer», osservò Samael.

    «Quindi è stata tutta una montatura?», lamentò John camminando nervosamente per la stanza. «Abbiamo sofferto per cinque anni, ancora soffriamo, per le decisioni guerrafondaie di qualcuno che vuole fondare una nuova religione?»

    «È più di una semplice nuova religione, è un nuovo ordine mondiale. Pensaci John. Cosa ti dà l’essere capo di una religione?»

    «Potere», disse il ragazzo, sedendosi accanto a Veronika che ne abbracciò le spalle.

    «Esatto, John», confermò il vampiro. «I complotti parlano solo di soprannaturali che manipolano la società, ma mai degli umani che manipolano i soprannaturali. Ed è precisamente questo che è accaduto, che sta accadendo. E chi aveva capito già tutto? Chi aveva individuato la testa che stava dietro la creazione di Burrows? Jubilee Anne Travis!»

    Il nome non diceva nulla al ragazzo che fissò il vampiro con aria interrogativa, mentre Veronika colmava la lacuna: «Era una blogger, una giornalista che mise in rete un filmato di denuncia pochi giorni dopo la Bomba di Boston, ma il filmato venne cancellato, lo videro in pochi e lei sparì.»

    «Crediamo che sia morta», si spicciò a dire Samael, richiamando un video dal cloud della Hermon direttamente col cellulare. «La fine del video non fa ben sperare sulla sua sorte.»

    «James Burrows era il leader di comodo che doveva trascinare le masse», annuì Veronika, «i deputati possiamo identificarli in molti ricchi e potenti industriali e investitori nella macchina bellica, ma senza altre informazioni, rischieremmo di sparare nel mucchio.»

    «E qui interviene Jubilee e le accuse precise che fece», disse Samael. «Il suo video venne messo in rete il 23 dicembre 2012, due giorni dopo il nucleare su Boston, ma fu oscurato dopo pochi istanti. Tuttavia noi riuscimmo comunque a scaricarlo, ma il modo in cui finiva era preoccupante, e il Reggente di Los Angeles, il vampiro Fraser si attivò per cercarla e metterla in salvo, ma trovò la casa vuota e, sebbene ripulita, avvertì residui di sangue femminile in parecchi punti dell’appartamento. Per questo crediamo che sia stata uccisa. Comunque tutti i supporti elettronici erano spariti e del video non rimase traccia nella rete, neanche nelle sue parti più oscure e profonde, tranne che per noi.»

    Una ragazza con ricci rossi e il volto da bambina, con grandi occhi azzurri e la pelle costellata di lentiggini, appariva immobile nel fermo immagine del video girato in uno studio ingombro di libri.

    «Mio Dio, quanto assomiglia a Reetha!», confessò Veronika.

    Samael fece partire il documento: «Sono Jubilee Ann Travis e questo è il mio testamento.»

    I due umani guardarono il video originale a occhi sbarrati e John balbettò per l’emozione: «S-se avessero diffuso queste notizie, il mondo vi avrebbe visto con occhi diversi!»

    Samael mise in pausa il video: «Ci provammo da subito, ragazzo, ma non vollero ascoltarci.»

    «Sai cosa mi disse invece Candy? Che la vostra esistenza sarebbe stata troppo destabilizzante per gli umani. Insomma, i maghi possono virtualmente fare ogni cosa, come l’energia pulita perpetua che muove la Hermon. Ti immagini i magnati del petrolio? E ti figuri l’effetto di un esercito di fatati che controlla le menti e i sogni della gente?»

    «Compra questo», intervenne Veronika, «odia quell’altro, vota questo presidente.»

    «Esatto, Detective e poi i Vampiri, insomma Sam… ehm… Maestro Samael», disse John e Samael annuì, fin troppo compiaciuto del giusto titolo. «I Vampiri potrebbero renderci immortali. Perché non avreste dovuto farlo con tutti? Anche solo come Custodi? Non c’è persona che non abbia pensato a questo, non appena il marito di Maylynn ebbe spiegato chi o cosa lui fosse e come avesse fatto a diventarlo.»

    «Che è precisamente il motivo per cui non ci siamo mai rivelati. La scelta degli infanti è un momento delicato e intimo, e così la scelta dei custodi. Non possiamo diventare fabbriche di eternità per tutti.»

    «E invece chiunque l’avrebbe chiesta e pretesa. Perché al ricco sì e a me no? Perché allo scienziato sì e al ballerino no? Tutte domande che avrebbero rischiato di rimbalzare nella rete e portare presto a un disordine civile.»

    «Anche perché all’assunzione del sangue consegue una sudditanza mentale e non tutti riescono a spezzare il legame.»

    Veronika affogò la lucidità in un generoso sorso di vodka: «Quindi la guerra non ci fu perché gli umani dovevano impedirvi di prendere il controllo su di noi, ma perché volevano loro averlo su di voi e decidere come usare i vostri poteri!»

    «Esatto. Jubilee parlava solo delle origini della guerra, ma sto rivedendo ogni sua ipotesi in questa indagine. Ascolta il resto del video e tutto sarà chiaro.»

    E fece ripartire il documento, che sommava prove a denunce, nomi a colpevoli, foto a filmati e, quando vennero mostrate le immagini dei maghi che contennero l’esplosione nucleare con la cupola, John scattò in piedi: «Lo sapevo! L’avevamo ben chiaro, ma ci sembrava troppo assurdo!»

    Nome dopo nome, Jubilee si avvicinava a Bonaparte, passando dai capi della CIA e dell’FBI, dal Presidente e i suoi generali.

    I suoi collegamenti erano così logici da far paura, i suoi argomenti tanto lineari da sfatare ogni caposaldo della fazione a favore della guerra.

    Il cuore dei due umani accelerò quando lei iniziò a guardarsi le spalle e il loro sangue vorticò nelle vene quando i soldati entrarono.

    Veronika balzò sulla seduta quando partì il colpo.

    Lo schermo divenne nero e Samael mise in pausa: «Ora viene la parte interessante. Bonaparte.»

    Li guardò, ma loro erano ancora immobili a guardare lo schermo nero e decise di rispettare i loro tempi e i loro silenzi, accomodandosi al tavolo.

    John si scosse per primo e prese il bicchiere di vodka dalle mani di Veronika, scolandolo d’un fiato: «Ho… bisogno di qualcosa di forte», annunciò tornando in cucina.

    Veronika prese un grosso respiro: «Cosa avete scoperto di più su questo Cerberus?»

    «Non abbiamo avuto modo di indagare oltre, considerando la guerra e l’esilio, ma il nostro serial killer è la punta dell’iceberg che ci porterà sicuramente a collegarci con questi nomi, le tre teste dell’Idra.»

    John riapparve con l’intera bottiglia: «Quando Jubilee ha parlato della Noah Enterprise, mi è tornato in mente un dettaglio che mi aveva fatto notare Candy. In un museo era stata esposta una copia della Dichiarazione di Indipendenza e lei la lesse tutta, salvo poi farmi notare un paio di parole. Era convinta che non fossero corrette, che nell’originale ci fosse scritto altro, così controllammo ogni libro di testo in biblioteca e sulla rete. I siti su cui la Noah aveva messo le mani riportavano la versione sbagliata, ma nel resto del mondo, dove non era arrivata, c’era quella che ricordava lei.»

    Veronika si sporse in avanti: «In cosa era diversa?»

    «Ah lo ricordo perfettamente! La frase ‘Ma quando una lunga serie di abusi e di malversazioni, volti invariabilmente a perseguire lo stesso obiettivo, rivela il disegno di ridurre gli uomini all’assolutismo, allora è loro diritto, è loro dovere rovesciare un siffatto governo e provvedere nuove garanzie alla loro sicurezza per l’avvenire’, era stata cambiata e assumeva un significato completamente diverso. Il verbo reduce per indicare la costrizione alla schiavitù era stato falsificato in lead, con una connotazione di accompagnamento, mentre il verbo throw off, quel rovesciare di governo che avrebbe dovuto spingere i popoli a lottare, era diventato support

    La poliziotta rimase a bocca aperta, cercando in Samael una conferma o una smentita: «I latini la chiamano Damnatio Memoriae, e di solito riguarda una persona che vuole essere cancellata dalla storia, in questo caso è la storia stessa a essere manipolata.»

    «Non… non è possibile che nessuno se ne stia accorgendo!», disse Veronika, impossessandosi del portatile per recuperare il testo della Dichiarazione di Indipendenza su vari siti.

    Mise le immagini in finestre affiancate e iniziò a leggerle e confrontarle e, alla fine, lasciò cadere le braccia sulle cosce.

    Samael aprì la destra e sembrò volerla abbracciare, ma posò la mano sullo schienale della sua sedia: «Il passato è ciò che crea unione o divisione in un popolo, fa nascere tradizioni e contrapposizioni tra un generico noi e un generico loro. Se la Noah sfrutta il suo potere per plasmare il futuro attraverso la revisione del passato, il pericolo è reale.»

     «Ma se manipolano il ricordo di eventi passati…», lamentò Veronika, «un olocausto può diventare una pulizia etnica e questa, a sua volta, una liberazione dal nemico. Basta presentare i fatti nella giusta prospettiva.»

    John le riempì di nuovo il bicchiere: «Se il documento principe della nostra democrazia può essere aggiustato per convincerci che è giusta la dittatura, cosa possono fare a tutta la storia umana? La guerra ha sicuramente creato dei vuoti, i documenti originali possono sparire, la rete forse potrebbe saltare e miliardi di dati condivisi evaporare, lasciando di nuovo il sapere nelle mani di pochi, come in passato. E questi potranno indurci a credere solo quello che loro vogliono. Nel giro di una generazione, potrebbero sostituire tutti i testi scolastici e determinare cosa i bambini impareranno a scuola e la memoria dei veri documenti sarà perduta.»

    Il silenzio riempì la stanza, finché Samael chiese: «Sapete qualcosa della Solomon Society? A parte che il loro logo è maledettamente simile a quello delle SS di Hitler?»

    John bevve un sorso: «Sarebbe la testa del presente?»

    Veronika fece spallucce: «Per quello che so, si occupa di logistica, statistiche, analisi, pubblicità, diffusione e circolazione di merci, persone e notizie. I suoi analisti decidono la lunghezza delle permanenze in dogana delle merci, a chi concedere le green card, quali post della rete debbano avere rilevanza, come usare le informazioni dei cookies per raggiungere le giuste persone con messaggi mirati. Al congresso venne presentata una mozione per limitare il potere della multinazionale», si alzò e iniziò a camminare per la stanza. «Era l’inizio degli anni ’90, ma si considerò accettabile fornire nomi, date di nascita, titoli di studio, indirizzi e numeri di telefono in cambio dell’accesso alla Rete, al sapere universale. E non c’era alcuna tutela di chi accedeva alla rete o come la usava, l’importante era creare dipendenza da Internet e dai Social. Ora tutti noi facciamo parte delle loro statistiche e non solo per banali analisi di mercato sui consumi e le preferenze per la Cola o la marca degli Hot Dog. Le statistiche riguardano tutte le nostre informazioni personali e mediche, di cui la Solomon conserva traccia in dossier che ci riguardano.»

    Samael annuì: «Abbiamo percepito anche noi questa pressione al diffondersi della tecnologia. Abbiamo sempre avuto problemi di identità fittizie per le proprietà e i testamenti, quando dovevamo cambiare nome e riapparire.»

    Veronika si fermò accanto a lui: «Il problema è che si impossessano di questi dati in maniera perfettamente legale dalle concessioni che tutti noi facciamo mettendo spunte sui permessi per i siti, gli abbonamenti, il trattamento di dati personali e i fascicoli sanitari di cui autorizziamo la detenzione di una copia proprio a loro. C’è il loro logo in piccolo, in calce a ogni cartella sanitaria, e ora che sappiamo che sono correlati anche alla H1, il piano generale sta divenendo chiaro.»

    Samael le prese il bicchiere dalla mano e lo mise sul tavolo, decidendo per lei che stesse bevendo troppo: «E poi c’è la testa del futuro, la Nova Tech Corporation, ma di lei sappiamo poco, solo che è titolare di praticamente tutti i nuovi brevetti.»

    Veronika prese direttamente la bottiglia dalle mani di John: «Dunque la situazione è questa. Maylynn venne spinta a esporsi e, ingenua com’è, lo fece. Chi la manipolò aveva già predisposto una guerra che mirava a distogliere l’attenzione dalle attività della Cerberus il cui fine è sicuramente il controllo, cosa che, coi soprannaturali nelle posizioni che avevano prima, non era realmente possibile. Senza i principi vampiri, i reggenti o i branchi di licantropi, senza i maghi e i mistici ad arginare le derive storiche, la Cerberus ora è libera di dettare le regole in tutto il mondo, a qualsiasi livello, dalla tecnologia all’energia, alla medicina, alla società e alla religione», prese un sorso a canna e proseguì. «Però è anche vero che di tutti i convogli carichi di soprannaturali che dovevano arrivare a Panama, ne giunse solo una parte. Quindi la domanda è… dove sono finiti?»

    Samael strinse i pugni: «Noi sapevamo già che c’era qualcos’altro al di sopra della Cerberus. Ce lo disse Tessa nel memoriale che lasciò inciso per noi, con tutte le scoperte che aveva fatto nel suo mondo.»

    John guardò entrambi: «Mondo?»

    Ma Samael proseguì: «Il primo attacco a San Francisco fu un diversivo che ci permise di entrare alla sede della Cerberus e portare via due creature importanti che loro detenevano prigioniere. Quando l’operazione fu conclusa, facemmo saltare il palazzo, nella speranza di assestare un colpo decisivo a questo apparato delirante.»

    Veronika annuì: «Ricordo l’esplosione della sede della Cerberus! Per una settimana non si parlò d’altro, poi si trasferirono in una nuova sede e nessuno se ne preoccupò più. Quindi non erano nuovi a rapire soprannaturali?»

    «Il vero problema è che la Cerberus non è l’unico tassello in questa congiura. Ce ne sono in tutto il mondo, da centinaia di anni e l’unico nostro vantaggio, è che non sono onniscienti. Sbagliano anche loro e non hanno il controllo dei focolai che scatenano. Ma sono comunque pericolosi e l’ostacolo maggiore alla pace che cerchiamo.»

    «Per questo mi hai chiesto quella ricerca?»

    Samael fece cenno di sì: «Ma non basta, ci servono altri mezzi, più potenti e meno legali.»

    John si massaggiò il mento: «Beh gli hacker che lavorano per l’associazione Algiz sono famosi per scoperchiare vasi di Pandora.»

    Veronika rimase con gli occhi fissi sul profilo del vampiro: «Possiamo contattarli sicuramente. Resta però l’ultima domanda. Chi è Bonaparte?»

  • Memorie dal Buio – Ucronia – Capitolo 20

    PUNTO 20 – Attraverso il sangue, i Vampiri conoscono tutto delle loro prede, anche i pensieri più nascosti.

    In auto, il silenzio imbarazzato li divideva, ognuno chiuso nel suo mondo di ripensamenti e desideri inascoltati.

    Alla fine Veronika si collegò al portatile: «Cavanaugh e Perkins mi hanno mandato una mail. Avevo chiesto loro di associare i nomi degli scomparsi denunciati con quelli dei corpi non identificati.»

    «Hanno scoperto qualcosa?»

    «Cavanaugh scrive chiedendo dove sono e come sto, comunque in allegato c’è il lavoro che avevo chiesto. Non hanno trovato correlazioni statisticamente significative tra le vittime, ma hanno dato un nome a molti corpi. Direi che l’elenco ora completo al sessanta per cento, ma ai nomi identificati per certo, si affiancano anche alcuni come sola ipotesi. Mh… In alcuni casi ci sono singoli nomi possibili, in altri casi due o tre identità probabili. Se a ciò aggiungiamo che scrivono che nelle altre città la situazione non è minimamente paragonabile alla nostra, direi che abbiamo una traccia. Gli scomparsi sono i nostri cadaveri. Non resta che associare le identità certe alla Human First. Spero che Reetha mi scriva presto.»

    Si avvicinarono a San Francisco fino a incontrare il mare, ad Alameda e, qui l’auto venne parcheggiata.

    Quando Samael tese la mano, invitandola proprio come quella notte sul tetto del palazzo, Veronika capì cosa volesse fare.

    Stavolta era consapevole e consenziente e, sebbene avesse timore del vuoto, decise di fidarsi di lui.

    Stava iniziando a conoscerlo davvero, diveniva più chiaro il suo carattere e, ciò che vedeva, le piaceva abbastanza da farle abbandonare ogni remora e affidarsi a lui, che la abbracciò stretta attorno ai reni e alle spalle.

    Quando perse contatto col terreno, trattenne il fiato, poi si rese conto che Samael non stava saltando come la prima volta, era proprio un volo, una levitazione armonica e fluida.

    «Non sapevo che i vampiri potessero volare così!», disse socchiudendo gli occhi, rilassata in quell’abbraccio cui affidava tutta sé stessa.

    Se lui avesse deciso di aprire le braccia, lei sarebbe precipitata.

    Gli stava consegnando la sua vita.

    «Non possono farlo infatti», rispose senza emozioni percepibili. «Io sì.»

    Veronika rimase in silenzio, aspettando una parola, qualsiasi altra spiegazione, ma lui rimase zitto e lei si accontentò di percepire un tocco amorevole e attento nell’abbraccio con cui la tratteneva.

    «Me ne sto facendo un’idea. Ed è per questo che sei venuto tu, questo l’ho capito. A parte Corday, sei l’unico a poter gestire questa situazione per esperienza, forza e risorse. L’unico a poter restare in una grande città e sfidare telecamere, visori termici, sete e sole.»

    «Già, ora chiudi la boccuccia, donna, o inizierai a mangiare moscerini.»

    Veronika sorrise e si decise ad aprire gli occhi, per voltare il capo e guardare almeno uno scorcio del mondo da quella altezza, nonostante il freddo pungente e il vento del volo le imponessero di strizzare e battere spesso le palpebre.

    Sotto di lei, il mare era nero come un abisso senza fondo ricamato di irregolari fregi dalla spuma delle onde e le luci dei grattacieli che si avvicinavano velocemente le erano di conforto, nonostante il cuore battesse all’impazzata e lei si aggrappasse al vampiro per paura di precipitare.

    Samael prese quota per fissare la città dall’alto e si mise eretto: «Ecco la Chiesa», disse e Veronika rimase incantata dallo spettacolo di luci multicolori dei palazzi alternate alle voragini buie di ferite non ancora risanate, che emergevano come grandi occhi neri, asimmetrici e oscuri.

    I suoni della città, lontani e ovattati, restituivano lamenti di clacson, sirene di ambulanze e corse della polizia mentre l’aria, gelida e pulita, ricordava il fresco profumo delle nevi dell’Alaska, nulla a che vedere con l’odore delle strade, discordanza di umanità e sporcizia, cibo e combustione.

    Era un mondo puro, ancestrale, fatto solo di silenzio e vento dal nord.

    Samael scese velocemente e atterrò davanti alla Chiesa dopo soli trenta minuti dalla chiamata, ma rimase immobile con le narici dilatate: «Odore di sangue umano. Due maschi adulti.»

    Veronika estrasse la pistola e corse verso la canonica e quella porta aperta che non lasciava presagire nulla di buono.

    Nella cucina, davanti a tazze ancora fumanti di caffè, le due guardie di sorveglianza giacevano morte, sedute al tavolo con un piccolo foro nel centro della fronte e un rivolo di sangue che colava a lato del naso fin sull’angolo della bocca.

    «Dove?», sussurrò la donna e Samael socchiuse gli occhi, partendo poi di corsa sulla scala per salire alle stanze da letto.

    Veronika rimase al pianterreno, puntando l’arma verso ogni zona d’ombra attorno a lei, fino a giungere ai piedi della seconda scala.

    Sopra la sua testa, ai passi sul pavimento di legno fece eco un trambusto di mobili e piedi in corsa che attraversavano di nuovo lo spazio tra le due scale.

    Due serie di passi.

    Due persone.

    La prima delle due apparve e la travolse con tanto impeto che perse la pistola e dovette aggrapparsi alla balaustra per non cadere.

    La seconda le sfilò davanti senza che potesse fermarla, ma lei allungò una gamba e fece uno sgambetto che costrinse il fuggitivo a incespicare e aggrapparsi alle sedie della sala da pranzo, per non cadere.

    Samael la superò balzando verso quello in difficoltà, mentre il primo aveva ormai guadagnato l’uscita.

    «Dov’è Padre Uriel?», gridò al Vampiro.

    «Di sopra», rispose lui e afferrò la borsa che quello portava sulle spalle. «Ci sei!»

    Il fuggitivo sganciò la linguetta di una granata luminosa e Veronika si coprì la testa, voltandosi un attimo prima della detonazione.

    Sentì il ringhio di Samael che, pur accecato, tratteneva ancora la borsa che l’aggressore strattonava per liberarsi.

    Veronika si intromise e ingaggiò una lotta corpo a corpo con l’uomo, fatta di colpi bassi e tecniche di difesa personale, di pugni da rissa e leve marziali.

    Alla fine la donna riuscì a colpire la trachea dello sconosciuto, che si portò le mani alla gola e caracollò indietro, perdendo la presa sulla borsa.

    L’oggetto era lì, a metà strada tra i due, ma l’uomo fece un solo passo in avanti per recuperarla, perché Veronika gli puntò contro la pistola di riserva: «Polizia di San Francisco! A terra! Mani sopra la testa!»

    Il vampiro si stava rialzando, con le mani sugli occhi chiusi e lo sguardo ancora abbagliato e l’aggressore tentennò un solo istante, poi fuggì.

    «Non gli hai sparato», constatò Samael.

    «Eri sulla traiettoria di tiro», e rimise la pistola più piccola e discreta nella fondina dietro la schiena.

    «E allora? Non avresti potuto uccidermi lo stesso!»

    «I-io non… non sono abituata a sparare ai miei colleghi!», recuperò la pistola d’ordinanza e la mise nella fondina ascellare.

    «Ma io non sono un tuo collega e non posso morire! Non per uno stupido proiettile! Dovevi sparare!»

    «Pensiamo a Padre Uriel!», tagliò corto, correndo per le scale.

    «È inutile…», commentò lui, freddo e quasi cinico.

    «Samael!», gridò lei di nuovo, dal piano di sopra.

    Il vampiro afferrò alla cieca la borsa e tornò indietro a tentoni, aggrappandosi alla balaustra per salire senza incespicare.

    Quando raggiunse la stanza del prete, Veronika stava tenendo la mano premuta contro la ferita al collo di Padre Uriel, che si dibatteva in convulsioni di dolore: «Aiutami, è ancora vivo, puoi fare qualcosa?»

    Il Vampiro si sfregò gli occhi e lei li vide interamente rossi, inumani, con le sclere allagate di quel medesimo colore che aveva ormai associato alle emazie non morte e che, in Samael, era particolarmente denso e vicino al nero.

    Questo voleva dire solo una cosa, secondo i manuali governativi.

    Era vecchio.

    Dannatamente vecchio.

    Vicino ai mille anni.

    Lui cercò di tirarla via: «Non posso salvarlo. È troppo tardi ed era troppo tardi anche prima, per questo ho preferito inseguire gli assassini. Se gli dessi il sangue ora, in questa condizione, lo trasformerei in vampiro, ma posso fare ancora una cosa.»

    Prese il braccio del prete e lo azzannò, asportando con delicatezza le ultime gocce di sangue ancora vive.

    Veronika non disse nulla, ma ricompose le mani dell’uomo sul suo rosario: «Volevi solo ucciderlo con umanità?»

    «No, volevo vedere nei suoi ricordi e identificare gli aggressori, ma avevano indosso dei passamontagna e non li hanno mai tolti.»

    «C’erano solo quei due allora?»

    «Solo loro esatto, l’hanno bloccato e drogato col cloroformio, quindi ho visto solo qualche brandello di immagine prima che perdesse conoscenza, ma abbiamo la loro borsa», dichiarò indicando la sacca verde, anonima, di nylon, che riposava afflosciata sul pavimento.

    «Vediamo per cosa sono disposti a uccidere due preti», disse lei, aprendo la lampo.

    «Fai… fai tu», le rispose, sedendosi sgraziato contro il muro.

    «Ancora i postumi della granata?»

    «Non ci vedo ancora bene, ma il problema è il cloroformio nel sangue», disse portando il pugno alla bocca, come per reprimere un conato. «Cosa c’è dentro? Descrivimelo», chiese infine, spingendola a proseguire l’indagine.

    «Quattro sacche da ospedale da mezzo litro piene di sangue, sono disposte con ordine in un grande sacchetto tipo Ziplock, con la chiusura sigillante ancora aperta e un’altra decina, inutilizzate, sono trattenute da una fascetta di carta», spostò i primi reperti e continuò a frugare. «In una scatola di plastica ci sono due… boh… non lo so, è qualcosa di elettrico grosso come delle torce tascabili.»

    Samael li richiese e li osservò a lungo, rigirandoli tra le mani e toccandoli: «Sembrano raccordi a pompa elettrici. Posso ipotizzare che servano a creare il vuoto aspirando il sangue.»

    «Ah, di certo ti appoggio l’ipotesi! Guarda!», disse sollevando una finta zanna in resina, forata al centro. «All’estremità opposta si possono inserire questi tubi di lattice col raccordo per la sacca da ospedale e qui si innesta la pompa.»

    «Direi che è l’arma dei delitti», affermò il vampiro, che pian piano recuperava il normale colore degli occhi e, insieme a esso, la capacità di vedere. «Le armi dei delitti, visto che sono due.»

    «Quindi penetrano il collo con questi arnesi, poi la pompa aspirante riempie le sacche, una dopo l’altra», Veronika le illuminò con la torcia. «Riesci a leggere già? Qui, sulle sacche piene, è scritto a mano col pennarello indelebile nero ancora fresco. Uriel Carmody e la data di oggi. Avevamo ragione! Queste sono le prove definitive! Devo informare il capitano!»

    «No, aspetta», Samael le mise la mano sull’avambraccio. «Ti ho detto che avevo un’idea per depistare le indagini. Mi è chiaro che le cose non sono lineari come apparivano all’inizio. Non si tratta di un serial killer, ma non possono essere neanche solo quei due a gestire un’operazione così vasta. Siamo davanti a qualcosa di molto più grosso e, finché non avremo delimitato i confini del complotto, dobbiamo andarci cauti.»

    «Ma il capitano…»

    «Il capitano potrebbe essere dalla nostra parte oppure nel complotto, come chiunque…», iniziò a spiegare e lei subito ribatté.

    «Sarebbe un tradimento!»

    «…ma anche se», la interruppe a sua volta. «Anche se fosse dalla nostra parte, potrebbe doverci sacrificare o volerlo fare, per il suo tornaconto o per il bene della città. Quindi da ora in avanti pondereremo bene le informazioni da divulgare a lui, a Beth, alla tua amica Reetha e a ogni altra persona che è o sarà coinvolta. Per lo meno in attesa di un momento opportuno e sicuro in cui io possa infilare i denti e la mente nei sospetti e cavargli fuori anche il ricordo di quando a tre anni hanno mostrato il pisello alla sorella.»

    *

    Il messaggio di testo apparve sul messenger del Capitano Hollis, da parte di un numero sconosciuto: «Siamo alla casa sicura. Recuperata borsa dei killer di Padre Uriel e l’arma del delitto. Rischio fuga notizie. Talpa nel distretto. Solo prepagati. Non divulgare nulla. Veronika.»

    Veronika guardò lo schermo del cellulare, poi lo diede a Samael che lo sbriciolò stringendolo nella mano: «Sam, spiegami perché hai voluto che scrivessi che eravamo alla casa se invece siamo ancora in città?»

    Ripresero a camminare nelle strade di San Francisco: «La prima regola per diventare cacciatori mentre tentano di farti diventare preda, è non far sapere dove sei, rendersi irrintracciabili», e gettò i resti del cellulare nel cestino, «creare scompiglio insinuando un nemico interno, in modo che si concentrino su altro e infine offrire una informazione parziale per capire come circolano le notizie.»

    «Credi che lo dirà a qualcuno?»

    «Se lo dirà, vedremo cosa dirà e a chi. E acquisteremo vantaggio su di lui. L’importante è che creda che tu gli stia ancora dicendo tutta la verità, in questo modo ti considererà sempre affidabile e manovrabile.»

    «E lo sono, Samael, lo sono sempre stata. Da che sono entrata in polizia ho sempre fatto tutto quello che dicevano i miei superiori.»

    «Se la catena di comando è sicura, ti toglie la necessità di decidere, di prenderti responsabilità enormi. Affidarsi a qualcuno ti permette di non vivere con l’ansia.»

    «Da come ne parli, sembra che anche tu l’abbia provato.»

    «Prima di restare solo, eseguivo gli ordini della mia famiglia. Magari litigavo col mio Sire e i miei fratelli, ma alla fine eravamo solo questo… una famiglia. Kabir ci guidava con abilità e saggezza e io sognavo solo di divenire come lui, un giorno.»

    Veronika colse il dolore nelle parole di Samael e si avvicinò abbastanza da sfiorargli il braccio col proprio: «Se vuoi parlarne, io ci sono.»

    Lui la guardò, poi fissò gli occhi sulla strada e si aggiustò il borsone verde in spalla: «All’inizio del sedicesimo secolo, Tanis venne attaccata e mio padre e i miei fratelli morirono. Io fui ferito gravemente e mi ritirai sotto le sabbie del deserto. Mi risvegliai oltre un secolo dopo in un mondo che non riconoscevo più. La città santa era stata conquistata da traditori, io ero solo e il peso di Tanis e della sua riconquista finì tutto sulle mie spalle. Ne fui sopraffatto. Avrei dovuto decidere io ogni cosa, sentii la pressione delle aspettative dell’Alleanza e le necessità del mio ruolo e cambiai. Diventai più duro, freddo, distaccato.»

    Si concesse una pausa, le indicò l’insegna di un ristorante italiano e lei espirò: «Oh sì, ho davvero fame.»

    Si accomodarono in un tavolino defilato e Veronika si stupì di vederlo leggere il menù e ordinare un piatto di spaghetti con le meatballs.

    Stava sorridendo.

    «Un penny per i tuoi pensieri», sussurrò Veronika.

    «I primi giorni sulla Hermon, una delle difficoltà maggiori fu dare da mangiare ai viventi. Avevamo approntato una mensa, ma il menù era ancora molto limitato e c’erano questi… spaghetti al ragù bolognese», disse scrollando il capo, «che Davide non vedeva l’ora di mangiare, lui è italiano…»

    «Lo hai già nominato, chi è Davide?»

    «Un medico… uno dei miei custodi.»

    «Tu hai dei Custodi?», chiese lei, a occhi sbarrati.

    «Fu Tessa a rendere tali lui e Alessandro, un soldato», spiegò sollevando appena il mento. «Ale lo hai visto… è il pilota dell’elicottero. Nel suo mondo erano la sua famiglia e li ritrovò qui. Quando se ne andò, li presi con me e, un giorno, saranno miei figli.»

    «Li trasformerai?», domandò, in preda a un caleidoscopio di sentimenti in cui non riusciva a fare ordine.

    Per la prima volta Veronika considerava l’esistenza di una vita migliore, diversa, eterna, una famiglia vera e unita come la loro.

    «Quando saranno pronti. Alessandro sta addestrando altri piloti, non può ancora rinunciare al sole, quanto a Davide… ha una figlia piccola, la vuole crescere da umano.»

    «E tu?»

    Sembrava non aver compreso a fondo la domanda, ma rispose lo stesso: «Io ormai sono pronto a essere di nuovo padre», deviò lo sguardo da Veronika, poi vi ritornò, ma lei percepì che qualcosa era cambiato.

    Samael spostò il bicchiere vuoto dall’altro lato del piatto, un gesto all’apparenza inutile: «Non… non dovevo dirlo.»

    Lei si sporse avanti: «Perché no? È molto bello quello che hai detto. Io non ho mai avuto figli, non so cosa si prova o se sia diverso averli come voi o come gli umani. Insomma… sono modi diversi.»

    «Molto diversi. I nostri figli sono legati a noi e noi a loro, attraverso il sangue. Li scegliamo, non sono frutto del caso e della genetica di due gameti.»

    Tacquero quando il cameriere servì le loro ordinazioni, poi Samael spinse il piatto un po’ più avanti, in modo da incrociare gli avambracci sul tavolo: «Davide parlò per tutto il giorno dell’ora di cena, della novità degli spaghetti e Alessandro fece valere le sue origini bolognesi per puntualizzare i dettagli della ricetta di famiglia…»

    «Si fomentarono a vicenda!», ridacchiò lei, iniziando a mangiare la sua pizza, divisa in quarti, direttamente con le mani.

    «Ah, parecchio! Li seguii anche io alla mensa e, quando arrivarono questi piatti con la pasta scotta, il ketchup e le palline di carne», raccontò puntando il dito contro il piatto che aveva davanti, che pareva il medesimo del ricordo, «Davide rovesciò il tavolo.»

    Veronika rise di cuore, mentre lui continuava: «Alessandro è più freddo, un vero soldato e si limitò a sollevare il suo piatto per non farlo volare via e continuò a mangiare, perché lui odia lo spreco del cibo, ma Davide… lui è emotivo, passionale e alterna una personalità professionale e focalizzata a momenti di pura goliardia coinvolgente. E così scavalcò il lungo tavolo del self service e si precipitò nelle cucine. E… beh… finì per insegnare ai cuochi come dovessero cucinare italiano.»

    Veronika stava facendo raffreddare la sua pizza, rapita dal racconto del vampiro che ascoltò con la mano a fare nido alla guancia: «Tu li ami, vero?»

    «Sono molto affezionato a loro, sì», mimò un sospiro del tutto umano, iniziando ad arrotolare con perizia gli spaghetti sulla forchetta. «La cosa bella di quella sera, è che l’abitudine si diffuse. Sulla Hermon ci sono persone che vengono da ogni angolo del mondo e ognuna ha portato la sua cucina, la sua musica, il suo artigianato ed è… bellissimo, Veronika.»

    Sollevò la forchetta e la allungò verso di lei, per offrirla e lei si fece imboccare, annuendo: «Sono buoni, anche se non sono tradizionali», disse dopo aver deglutito il boccone.

    «Siamo degli esiliati, abbiamo perso le nostre case e gli affetti, siamo costretti a vivere sulle navi, in acque internazionali, eppure puoi vedere bambini che tornano da scuola correndo tra i ponti e sentire il suono di mille voci diverse cantare, ognuna nella propria lingua.»

    Spezzò una polpetta con il lato della forchetta: «Forse per te non significa nulla, ma io ho vissuto lo scisma, le guerre segrete e poi questa apocalisse e vedere questi brevi attimi di serenità è ciò che serve per darmi lo sprone ad andare avanti.»

    «E che altro potresti fare?», chiese lei con una punta di preoccupazione.

    Tutto attorno a loro, il tintinnio delle posate degli altri avventori creava un coro dissonante che si intrecciava alle parole, agli scampoli di vita che ognuno si portava dietro.

    E lì in mezzo c’era lui, un vampiro, che li osservava con uno sguardo che Veronika poté definire nostalgico.

    «Potrei ritirarmi nel sonno eterno, per esempio.»

    La donna strinse le posate fino a sbiancare le nocche, ma le posò ai lati del piatto con compostezza: «Lo hai già sperimentato, sotto il deserto hai detto.»

    «Sì, per circa cento anni, poi sono tornato a vivere, ma il dolore della notte in cui avevo perso tutto, non si era attenuato. Andavo avanti solo perché avevo un obiettivo, l’ultimo desiderio di mio padre, Kabir. Dovevo riprendere Tanis.»

    «Tu? Da solo?»

    «Io… da solo», ripeté, poi fissò un punto oltre la spalla di lei, lo sguardo vacuo dietro il quale passava il peso del ricordo dei secoli. «Non vedevo mai oltre il campo visivo frontale del mio fine, non mi guardavo intorno ad apprezzare le piccole gioie e le bellezze del mondo, ma vi passavo sopra, come una valanga, cercando sempre la via più breve ed efficace per raggiungere lo scopo della missione. Senza valutare le perdite, umane e non, che mi lasciavo alle spalle. Vissi senza fermarmi mai a esaminare la mia coscienza e il mio credo, senza mettere in dubbio il mio agire. E questo era proprio ciò che Kabir non voleva mi accadesse.»

    Posò anche lui la forchetta e tornò a guardare la donna: «Venni meno alla promessa fatta a mio padre durante l’Ultima Alba. Quando me ne resi conto, iniziai a correre per sfuggire al pensiero di averlo deluso. Ma fu come correre incontro al sole per scappare alla propria ombra. Fermarmi avrebbe voluto dire lasciarsi raggiungere dai ricordi. E, se ciò fosse accaduto, mi avrebbero colpito alla schiena e non mi sarei mai più rialzato.»

    «Ma ora hai fatto pace col passato?»

    «Non del tutto», disse lui intrecciando le dita sul tavolo. «Ma quando giunse Tessa, io presi dal suo sangue i ricordi del suo mondo e vidi me. Il me di quel luogo, il me che era diventato migliore e vidi come avrei potuto realmente essere. In pace, felice, mai più solo.»

    *

    John Barrymore socchiuse la porta, tendendo la catenella di sicurezza: «D-Detective Parker, i notiziari hanno detto che il suo appart…»

    Samael spinse la porta con tale veemenza da far saltare la catenella e, mentre Veronika richiudeva a chiave, il vampiro tese la mano verso le finestre, illuminate dalla rosata luce mattutina, e ogni imposta si chiuse sbattendo, fino a precipitare a stanza nel buio.

    Il ragazzo indietreggiò con le spalle contro il muro: «N-non fatemi del male vi prego. Io non ho niente contro i non umani. Mi piacciono i non umani, cioè… io…»

    «Calmati John, siamo qui per chiederti aiuto, non per farti del male», disse Veronika, avanzando verso di lui con le mani offerte in pace.

    «E… e se non volessi aiutarvi? Se la polizia lo scoprisse, mi farebbero sparire, lo sa come funziona, detective, fa anche lei parte del sistema. Io ho paura, voglio solo vivere in pace.»

    «Abbiamo una pista sicura, sappiamo come incastrare chi ha ucciso Candy, non vuoi fare giustizia?»

    «M-ma lui?»

    Samael lo fissava e, nel buio della stanza, gli occhi rossi brillavano mostrando le iridi incandescenti e la piccola pupilla feroce: «Io sto rischiando la mia vita e la sudata pace per fermare un assassino che ha sulla coscienza diverse decine di persone innocenti. Fai la cosa giusta, John.»

    «L-lui è u-un vampiro!», disse piagnucolando, poi prese fiato: «C-cosa vi serve?»

    Samael accarezzò una delle maschere di scena di Candy: «Devi fare quello che hai fatto con Candy durante la guerra per salvare i soprannaturali, devi cambiare i connotati di Veronika. Trucco, lattice, parrucche, tutto quello che serve per sfuggire ai software di identificazione facciale», e mise la mano dentro una delle maschere, «e poi farai lo stesso con me. Questo lattice non fa passare il sole, vero?»

    «No, naturalmente no, era fatto apposta per i vampiri, ma gli occhi non vengono coperti e restano fori per le orecchie, il naso e la bocca e punti sottili di raccordo che…»

    «Lo so. Puoi farlo?»

    «Sì, mi ci vorrà tutto il giorno però.»

    «Allora è meglio che inizi subito», il vampiro sorrise, ma il ragazzo gridò terrorizzato davanti a quel volto che celava a stento tutta la sua crudeltà repressa.

    John prese il calco in gesso dei volti di Samael e Veronika e pian piano, mentre scolpiva le modifiche, colava il lattice e lavorava col colore, andò rilassandosi e abituandosi alla presenza di Samael nella casa.

    Mentre rimuoveva il gesso del primo calco, rimase a guardare il volto del vampiro e sospirò: «Hai un viso bellissimo», confessò arrossendo.

    «Grazie, assomiglio a mia madre, ma il resto è tutto del padre…», lasciò in sospeso la frase, quasi stesse flirtando con lui e Veronika sorrise dalla sua postazione tecnologica, scuotendo il capo.

    Il vampiro e la detective lavorarono, spalla a spalla, sul portatile di lei, leggendo i referti di Beth che nel frattempo giungevano sul cloud del dipartimento, man mano che la donna completava le analisi sulle vittime della fossa comune.

    «Come mai il tuo clan si chiama Samael? Insomma è il nome del primo angelo caduto… Lucifero.»

    «I nomi alle sette famiglie li diede il primo di stirpe. Quando lo risvegliammo, glielo chiesi e lui disse che ci deve ricordare le conseguenze dell’imboccare una via sbagliata, perché prima di essere un caduto, Samael era un portatore di luce e giustizia», rispose e Veronika lo fissò con le labbra aperte e stupite, ma lui le puntò il dito sul naso e la fece voltare verso lo schermo. «Guarda, questo è il corpo di cui Reetha ci ha mandato le foto», le disse infine. «Il referto parla di fori da eroina e attribuisce la causa della morte al morso di vampiro.»

    Lui si distese contro lo schienale, fissando lo schermo del portatile e lei continuò a scorrere i documenti: «Di solito Beth è precisa e scrupolosa. I referti sono firmati da lei, ma magari li hanno fatti gli allievi o gli studenti, normalmente richiede aiutanti quando il lavoro è troppo e da quella fossa sono venute fuori alcune decine di corpi, che tra l’altro non sono ancora stati identificati.»

    «Questi referti sono inutili!»

    «Se andassimo alla Morgue, credi che potresti analizzarne il sangue come hai fatto col prete?»

    «No, sono morti da troppo tempo, il sangue morto è disgustoso ed è muto.»

    «So che potete cibarvi delle razioni, perché quando ci siamo visti la prima sera, hai detto che tu non avresti accettato quelle fornite da noi? Non rischiavi davvero la salute, vero?»

    «Non rischiavo, ma avrei potuto essere costretto a rigettare un sangue troppo vecchio o troppo ricco di farmaci e anticoagulanti, come stavo per fare prima, col sangue di Padre Uriel. Per noi vomitare è un enorme spreco perché lo stomaco conserva davvero tanto sangue, tra un pasto e l’altro, specie il mio e, vomitando, esce tutto.»

    John fece cadere il bicchiere di diluente e bestemmiò: «Per favore, sto male, non dite queste cose, viene a me da vomitare, qui e adesso.»

    Samael sorrise e tacque, tornando a guardare i referti finché sentì Veronika appoggiarsi a lui e scivolare nel sonno.

    Ormai dormiva una o due ore quando riusciva.

    La lasciò sul divano e si avvicinò all’artista che prese a tremare, mentre lui lo fissava algido: «Credevo fossi abituato ai vampiri.»

    «Oh no, io non ne avevo mai visto uno. Dopo la firma della pace, molti soprannaturali rimasti nascosti cercarono di lasciare la città per andare a Panama. Candy venne contattata da alcuni collaborazionisti che le chiesero se volesse aiutare delle famiglie a camuffarsi e fuggire e lei coinvolse anche me. Mi pareva una cosa giusta. Insomma noi avevamo visto i guerrieri feroci, ma quelle erano solo famiglie e gente pacifica. Ci facevano avere foto e misure e io facevo maschere standard. Era Candy che poi le applicava sulla pelle e li truccava per farli passare per umani.»

    Il vampiro si avvicinò a controllare il lavoro e il ragazzo balbettò. «C-cosa mi farai quando avrò finito?»

    «Devo toglierti dalla mente la nostra presenza qui. Per la nostra sicurezza, ma anche per la tua.»

    «Non mi ucciderai quindi?»

    Lo guardò.

    Il ragazzo deglutì.

    Samael piegò la testa di un angolo impercettibile: «Dovrei?»

    «Ah, no… no, per favore, io voglio vivere!», rise nervoso. «È solo che appartengo a una delle categorie più vessate, fraintese e ghettizzate, e mi pareva normale che anche tu volessi… cancellarmi.»

    «Non ne vedo la necessità, al momento.»

    Il ragazzo sbuffò, si schiarì la voce che tuttavia uscì più stridula di quanto avesse preventivato: «Non volevo fare la morale a un vampiro, ma sai, assistetti a entrambe le incursioni dei soprannaturali in città, nella primavera dell’otto e nell’inverno del nove. Come ti ripeto, io non avevo nulla contro di voi dal principio, anzi, quando vedemmo in diretta quella donna, Maylynn, dissi a Candy che secondo me era una finzione, ma che se fosse stato vero, sarebbe stato fantastico conoscere creature così antiche e sagge. Prima ancora che potessimo capirci qualcosa, ci trovammo in guerra e di voi conoscemmo solo le immagini dei reportage dai fronti. Sangue, esplosioni magiche che sembravano l’atomica di Hiroshima, branchi di lupi mannari che devastavano interi stati», scrollò il capo, «lascia stare, è un discorso assurdo.»

    «Mi interessa. Io combattevo in Egitto in quegli anni e non so nulla di cosa successe in America. Racconta.»

    Il ragazzo mise ad asciugare le maschere nel forno per polimeri, mentre allineava delle parrucche da donna e da uomo sui mezzibusti di polistirolo: «In quegli anni fummo tutti uguali. Tutti noi umani intendo. Davvero uguali. Le persone non avevano più tempo e voglia di preoccuparsi di chi ci scopassimo o di che colore fosse la pelle. Finalmente avevamo spento i cellulari, avevamo alzato gli occhi dagli schermi di computer, scoprendo gli altri. Ci si aiutava, tutti avevano la sensazione, falsa o reale, di essere indispensabili. Lo sforzo bellico e la lotta contro un nemico comune avevano zittito tutti i predicatori e i politici che blateravano contro le diversità di genere. Puntuale ogni giorno, il discorso delle dodici del presidente Baker ci galvanizzava, ci sentivamo parte fondamentale di qualcosa di grande, la lotta per il nostro diritto a vivere liberi e non schiavi dei non umani.»

    Si voltò e trovò Samael così vicino che, indietreggiando, urtò un barattolo di vernice che cadde a terra.

    Il vampiro si piegò a prenderlo con un movimento umano, senza scomodare alcun potere: «Continua.»

    John si mise al fornello per preparare una tisana e si fece coraggio dando le spalle a Samael; in qualche modo, non guardarlo negli occhi lo metteva più a suo agio: «Dopo la prima incursione dei maghi per liberare una via di fuga ai vampiri, i militari ci chiusero in casa per mesi, testando uno per uno, casa per casa, porta per porta, per scovare ogni soprannaturale nascosto. In città le consegne tardavano, si faticava a trovare il cibo, dipendevamo dai militari per ogni cosa, dai generi alimentari alle cure e qui, nel palazzo, contribuimmo tutti a coltivare vegetali sul terrazzo e sui balconi, ad allevare polli e conigli.»

    Samael prese posto su una delle sedie variegate della cucina.

    Non ce n’era una uguale all’altra, ma non era per quel motivo che taceva.

    Man mano che John ricordava i tempi della guerra, lui rivedeva scene vissute molte volte e culminate con l’esilio sulla Hermon.

    Loro stavano vivendo ora gli anni di privazione che gli umani avevano già passato.

    «Io fabbricavo vasi col gesso e il lattice e la gente li appendeva in casa, sfruttando ogni punto di sole, Candy faceva l’animatrice ai bambini e li aiutava a non avere paura e a passare il tempo. Quando finimmo polli e volatili da cortile, trovammo il modo di cacciare i piccioni selvatici e, quando anche quelli finirono, cucinammo ratti, ma toglievamo le teste, le zampe e le code e fingevamo che fossero conigli. La taglia era quella. Comunque ci sentivamo parte di qualcosa di grande e, tutto sommato, semplice e genuino. Questo palazzo era tutto il nostro mondo e i suoi inquilini, la nostra famiglia.»

    Si voltò a guardare il vampiro con la tazza fumante in mano e il suo cuore si calmò, superando la paura in favore una cauta diffidenza: «Quando qualcuno di noi riceveva la notizia che un familiare in un’altra città o un soldato al fronte era morto, tutti ci stringevamo attorno a chi soffriva e la superavamo insieme. Durante la seconda incursione, quando la coalizione di licantropi e fatati cercò di riconquistare la parte nord della città, la maggior parte di noi era ormai stata armata dalla Guardia Nazionale. Al decimo piano abita ancora un reduce del Vietnam e il giorno in cui suonarono le sirene del coprifuoco in pieno giorno, fu il segnale che la battaglia stava giungendo nella nostra via. Turner scese dal suo appartamento e venne da noi, perché dalla sua finestra non c’è una visuale e una distanza ottimale di tiro sulla strada e, quando fu il nostro turno di difendere il quartiere, lui si affacciò e sparò da quella finestra, mentre io e Candy ricaricavamo i fucili e i mitragliatori e glieli passavamo. Lui ci aveva sempre etichettati coi peggiori epiteti prima della guerra, froci, finocchi, invertiti, ma quel giorno, la necessità e il bisogno ci avevano avvicinati. Ci rispettava. Certo diceva… veloci, ragazzi… parlava a Candy come a un maschio, ma tutto sommato non ci lamentavamo.»

    «E ora come vanno le cose?»

    «Qualcosa di quel mondo sta regredendo giorno dopo giorno, ma l’illusione iniziò a marcire da subito. Il problema attuale è che noi gay non siamo abbastanza patrioti da generare dozzine di bravi figli americani per difendere il paese in futuro, per rimpiazzare i morti. Come se al mondo non ci fossero comunque già troppi miliardi di persone a premere sul pianeta», sospirò e guardò il vampiro. «E da voi? Com’è nella vostra società? So che mi cancellerai la memoria, ma vorrei saperlo.»

    «Noi abbiamo superato le differenze di genere da diecimila anni», disse il vampiro alzandosi per controllare l’essiccazione e la polimerizzazione delle maschere, «e ora per fortuna abbiamo superato anche le antiche diatribe razziali. Forse da questa apocalisse qualcosa di buono è comunque emerso anche per noi. Non avremmo mai stretto una tale alleanza senza un casus belli di questa portata.»

    Il ragazzo sorrise: «Forse allora tutto sommato il mondo aveva bisogno di questo scossone, mi dispiace solo che la fine non sia stata lieta per tutti.»

    «Cosa intendi?»

    «Beh insomma, voi siete stati esiliati su una fredda nave, senza più il contatto con la terra ferma, con le vostre case. Avete perso amici che magari conoscevate da centinaia di anni», Samael abbassò il capo, fissando il pavimento senza rispondere. «Oh scusa, ho toccato un tasto dolente?»

    «Me ne sono fatto una ragione. Racconta ancora, ragazzo.»

    «Il giorno in cui venne dichiarata la pace…»

    *

    Dalle finestre piovevano coriandoli e strisce di tessuto. Chi poteva, esibiva la bandiera degli Stati Uniti o sventolava lenzuola su cui aveva scritto messaggi di gioia e liberazione.

    È finita!

    Abbiamo vinto!

    Siamo liberi!

    Viva l’umanità!

    Dio ci benedica!

    I notiziari e i giornali, internet e la radio diffondevano a ciclo continuo scene di festeggiamenti in ogni città americana e nel resto del mondo, alternandole alle immagini di Corday, nobile e composto, mentre apponeva la firma sulla pace di Boston, su un palco allestito in una zona sicura dalle radiazioni, con lo sfondo delle macerie di una città completamente rasa al suolo.

    Dietro di lui, una misteriosa figura bianca avvolta in una tunica di lino, col turbante sul capo e il volto coperto, attendeva immobile la fine dell’ambasceria.

    I reporter si collegavano in diretta dalle varie città riprendendo lo sfollamento delle roccaforti dei soprannaturali e riesumavano immagini di repertorio dei crolli delle Torri di Magia per dare ancora più enfasi al servizio.

    I filmati più cliccati quel giorno furono quelli in cui reticenti gruppi di subumani, come venivano ormai chiamati in senso dispregiativo, venivano trascinati fuori inermi dall’esercito e caricati su treni e container, su aerei e ogni mezzo possibile per farli arrivare a Panama, dove attendeva la nave Hermon, la più mastodontica nave da crociera mai varata e le altre navi satellite, che avrebbero ospitato in via definitiva i non umani.

    Tutti nel palazzo cantavano e ballavano, John suonava un mestolo di legno su un coperchio dando il ritmo solenne all’inno nazionale che si rincorreva come un’eco lungo le vie, trasformando il chiassoso grido di festa nel coro più grande che il mondo avesse mai visto.

    Candy Cotton si mise un abito coi colori della bandiera, stelle sul corsetto e strisce sulla lunga gonna con lo strascico brillante di lustrini e scese a cantare per strada, in mezzo a migliaia di altre persone, proprio mentre passava il corteo dei reduci di guerra, col loro corollario di deformità e menomazioni, che sfoggiavano con orgoglio le protesi a basso costo fornite dal governo al pari delle divise e delle medaglie.

    La voce angelica del sangue fatato catturò presto la ribalta del coro e Candy si trovò a fare il ritornello come solista in un silenzio crescente, che la fece tacere prima della fine dell’inno.

    Il suo quartiere la fissava attonito e, quando giunse il primo uovo marcio, lei si sfiorò il corsetto insudiciato, poi fu la volta di un sasso, infine qualsiasi cosa potesse essere lanciata, le arrivò sul capo, sul corpo, strappando il vestito, tirandole via parte della parrucca.

    «Sta’ zitto culattone!»

    «Frocio di merda!»

    «Insulti la bandiera e la nazione!»

    «Nasconditi troia!»

    «Vergognati!»

    «Imbucato del cazzo! Quanti ne hai succhiati per non partire?»

    Candy cercò gli occhi di John, non meno atterrito e stupito di lei e indietreggiò verso il portone del palazzo.

    A pochi passi da entrambi, uno dei vasi di gesso di John si schiantò, decretando la morte delle piante di pomodoro.

    Erano le piante di cui il reduce del Vietnam andava così fiero.

    La giornata di festa per John e Candy continuò in casa, tra disinfettanti e cerotti, tagliati fuori da quel mondo di cui si erano illusi di poter fare parte.

    *

    John riaprì gli occhi sul soffitto, col ventre scosso dal piacere e il ricordo di quel giorno sfumò nella fisicità di un orgasmo improvviso e devastante.

    Sentiva il corpo stretto in un abbraccio che gli attraversava il petto e gli tratteneva il mento, una presenza silenziosa alle sue spalle e qualcosa sul suo collo.

    Contro di esso.

    L’esplosione del piacere sembrò fargli schizzare l’intera massa di sangue fuori dal corpo, ma gli concesse anche di ritrovare la lucidità e percepire il tocco delle labbra tiepide del vampiro che si nutriva di lui.

    Il successivo gemito fu di abbandono, paura, rassegnazione.

    Poi venne il tocco della lingua e il corpo che si afflosciava a terra.

    Samael lo scavalcò e aprì il frigorifero, proprio mentre Veronika, con gli occhi spiritati dal sonno interrotto, li raggiungeva in cucina con la pistola spianata.

    «Samael, ma che cazzo!»

    «Ben svegliata principessa.»

    «L-lui non è Selim?», intervenne debolmente John. «Ma Samael è…»

    «Anche lui hai morso? Ma quanto mangi? Fortuna che potevi resistere settimane!»

    «Hai una vaga idea di quanta energia spendo per restare attivo e muovermi di giorno, al sole?»

    «Samael è uno dei capi… dietro le spalle di Corday…» rimarcò il ragazzo e, quando il vampiro gli allungò un bicchiere di succo d’arancia, lo svuotò di gusto.

    «Sono io, se vuoi dopo ti faccio l’autografo sulle mutande.»

    Veronika rimise la sicura alla pistola: «Lui deve lavorare per noi, se lo dissangui non ne avrà la forza!»

    «Sì che ce l’ha, vero John?»

    Il ragazzo tese la mano al vampiro per farsi aiutare a rimettersi in piedi: «Ce la posso fare, mi sento bene», si guardò i pantaloni, «e datemi solo un attimo per cambiarmi, ho completamente svuotato lo scroto nelle mutande. L’autografo me lo farai su quelle pulite!»

    Veronika attese che sparisse nel bagno e fissò gli occhi su Samael: «Riesci a spiazzarmi ogni volta.»

    «Mi conosci da tre giorni», disse sulle prime.

    Sembrava che potesse bastare quello, una delle sue frasi sintetiche e complete, ma Veronika era ancora lì con le labbra socchiuse, le braccia aperte e attendeva lui. «Pensi davvero di poter esaurire il mio mistero in così poco tempo?»

    Non c’era ironia o vanto nelle sue parole, solo il freddo calcolo delle probabilità che lei, giovane umana vissuta nella menzogna sui vampiri, pretendesse di sviscerare la psiche di uno dei più antichi.

    Veronika tratteneva a stento la rabbia e non riusciva a focalizzare a fondo come mai vedere John che ansimava le avesse dato così fastidio.

    Non era disgusto per l’ambiguità omosessuale del gesto o per essere stata costretta a fare il voyeur di un momento intimo che invece Samael viveva come se fosse normale, naturale.

    Oh mio dio… e da quando ho iniziato a considerare il morso di un vampiro intimo?

    Scrollò il capo: «Tre giorni o trecento anni non cambierebbero. Ci sono due nature in te, questo l’ho capito.»

    «Allora l’hai capito ben prima di me», e ora sì che era ironico.

    Saccente.

    Presuntuoso.

    «Ma quanto sei odioso! È solo che… non capisco. Insomma John ha… insomma lui…», e gesticolò nervosa con le mani, vagando vicino al proprio ventre.

    Samael spostò lo sguardo, e solo quello, sulle mani di lei, sul ventre stretto dai jeans sgualciti: «Gli ho dato piacere, mi pareva corretto, visto che ci sta aiutando», disse con naturalezza immediata, quasi troppo pulita.

    Veronika rilassò le spalle e fu una resa, una constatazione ineluttabile.

    Il silenzio calò su di loro.

    Fu questione di un secondo, forse due, un ritardo emotivo che spostò l’asse della loro intesa su binari divergenti.

    Veronika restò in attesa di una reazione, una parola, un cenno che potesse farle comprendere che lui aveva colto il sottotesto che lei non riusciva a esprimere.

    Samael serrò appena le labbra, un gesto impercettibile che la poliziotta notò.

    Ha capito finalmente? Oddio, ma ‘cosa’ avrà capito?

    «Ecco perché mi spiazzi», concluse lei. «Non capisco il tuo mondo emozionale, insomma… fino a tre giorni fa pensavo che non ne aveste, ora l’ho visto, l’ho sentito, l’ho sperimentato, ma ancora non lo capisco. Non ti capisco.»

    Si rese conto solo allora di aver abusato delle parole, di avergliene riversate addosso fin troppe per rimproverarlo di aver fatto qualcosa che somigliava al sesso con John, forse anche con Sienna, sicuramente con Rebecca, ma non…

    Non con me.

    «Non è emozione, è compensazione», disse sulle prime e, quando incontrò lo sguardo dubbioso di lei, si affrettò a specificare. «Per evitare sofferenza inutile.»

    Veronika fece ricadere le braccia e si voltò, affinché lui non vedesse le lacrime che minacciavano di tracimare oltre le ciglia: «Niente, lascia stare.»

  • PUNTO 19 – Il sangue dei vampiri compromette irrimediabilmente il corpo umano, come un veleno si diffonde e si incista nelle cellule umane, mutandole definitivamente.

    Era quasi mezzanotte quando l’auto si fermò dinanzi alla villa della vedova Morris.

    Veronika ritirò la mano e se la mise in grembo e Samael indugiò solo un istante nell’abitacolo, poi uscì senza dire altro.

    Si arrampicò come un gatto sulla facciata, per poi introdursi nella casa, mentre Veronika lo osservava dall’auto, raggomitolata nella giacca in un silenzio irreale che le ronzava nelle orecchie.

    Quando il vampiro riaprì la portiera, lei gridò istintivamente, tesa e nervosa in un dormiveglia agitato e gelido.

    «Sono io, stai calma.»

    «Scoperto qualcosa?»

    «Oh sì. C’era una foto col battesimo di Albert su una mensola e ho riconosciuto un luogo particolare di Roma. Un sotterraneo del Vaticano che non vedevo… mh, dalla fine del Quattrocento. Così ho controllato i cognomi dei genitori nei nostri archivi nel cloud della Hermon. La madre di Morris era un agente in congedo della task force locale di mistici e il bambino era stato battezzato proprio dal Gran Maestro in persona.»

    «Q-quindi è così. Colpiscono i collaborazionisti che hanno un’ascendenza soprannaturale e li agganciano tramite gli esami alla Human First!»

    Samael fece ripartire l’auto: «Ora tocca a te, Veronika. Andiamo da Hollis.»

    Il vampiro era pieno di energia da quando era tramontato il sole e Veronika ormai aveva imparato a riconoscere i suoi movimenti lenti e prudenti del giorno, contrapposti alla briosa, rapida e felina efficacia della notte.

    Al contrario, lei era esausta.

    Le poche ore in cui aveva dormito, quel pomeriggio, le parevano lontane una settimana e, per quanto cercasse di resistere, per quanto anelasse a tenersi ancora per mano con lui, cedette al sonno per tutto il resto del viaggio.

    Si svegliò allo sbattere delle portiere, drizzandosi a sedere con gli occhi che passavano da Samael a Hollis, che era salito sul sedile posteriore.

    L’auto ripartì e il capitano si guardò alle spalle: «Sicuro che nessuno ci abbia visto insieme Selim?»

    Il vampiro mostrò un piccolo componente elettronico: «Questo altera le comunicazioni nell’etere, il potere dei vampiri serve invece per ingannare i sensi dei viventi.»

    «C-Capitano Hollis», Veronika balbettò stropicciandosi il volto.

    «Detective, ho ricevuto i suoi rapporti, ma sono stati già sequestrati dalla CIA. Il presidente ha fatto un passo indietro e ci ha tolto autonomia e protezione. L’indagine e la mia posizione sono in un momento critico.»

    «Critico?», chiese lei. «Significa che vuole abbandonarla?»

    «I ragazzi che non hanno partecipato all’azione contro di voi mi hanno detto che l’ordine era venuto da Bauer. L’assassino non si fermerà solo perché un generale coglione soffre di sindrome da cazzo piccolo e deve imporre la sua inutile presenza e il suo ruolo. Tuttavia non posso più proteggervi», allungò un foglietto e un mazzo di chiavi a Veronika. «Questo indirizzo è una casa sicura e rifornita. Andateci e aspettate istruzioni, dobbiamo organizzare il rientro di Selim alla Hermon.»

    «Ma Capitano! C’è sotto qualcosa di molto grosso, non possiamo fermarci!»

    «Oh certo che è grosso. Oggi abbiamo trovato una fossa comune», disse offrendole una chiavetta USB dopo qualche reticenza. «Non dovrei dargliela, Detective, perché so che andrà a indagare e non è il caso. Ma è giusto che sappiate. Ci sono almeno quaranta o cinquanta corpi seppelliti in un periodo variabile tra fine agosto e fine ottobre. Beth a una prima occhiata ha confermato le ferite sul collo e il completo dissanguamento, ma per venire a capo di tutte quelle vittime, ne avrà per giorni. La Morgue è piena e non sappiamo più dove metterli!»

    «Mio dio», sussurrò la donna, stringendo la chiavetta nel palmo della mano. «Ascolti, Capitano Hollis, come le ho detto quando ho richiesto la protezione per Padre Uriel, abbiamo ragione di credere che siano omicidi su base razziale di collaborazionisti e persone che avevano almeno una parte di sangue soprannaturale, una parentela», si tenne alla maniglia sopra la portiera quando Samael prese una curva in velocità, facendo stridere le gomme sull’asfalto. «Sia Morris che Candy Cotton e padre Michael erano coinvolti nella fuga e nella protezione dei non umani, durante o dopo la guerra. Inoltre l’aggancio pare essere la visita per l’assicurazione sanitaria con la Human First, che prevede anche un prelievo di sangue. Da questo riescono a isolare gli ibridi, poi li colpiscono a distanza di uno o due giorni, massimo una settimana. Deve proseguire le indagini da qui.»

    «Non siamo a conoscenza di alcuna tecnica per isolare il soprannaturale dal sangue delle persone, ma se fosse possibile, si aprirebbe un nuovo scenario apocalittico di sterminio barbarico di innocenti. Tutto solo per le tracce nel genoma di un antenato non umano», disse Hollis che guardò Samael.

    «Però non avete mai varato leggi sugli ibridi», fece notare il vampiro. «E lei? Ora parla di innocenti sterminati, ma era in prima fila a uccidere innocenti in guerra.»

    «Erano soprannaturali. Erano il nemico», si giustificò senza il minimo rimorso.

    «E c’erano molti bambini tra loro. E persone che non avevano mai fatto male ad alcuno. Eppure…»

    Hollis espirò mettendo nel gesto tutta la sua volontà di non proseguire la discussione: «Cosa farete voi ora?»

    Anche Veronika guardò il vampiro che non rispose, né sviò gli occhi dalla strada.

    Lo conosceva da poco, ma aveva imparato a leggerne i silenzi tanto quanto ad ascoltarne le parole.

    Hollis andava solo ascoltato e non foraggiato di informazioni.

    «Capitano, noi abbiamo intenzione di proseguire l’indagine. Ma ci occorre lei come ponte per le notizie e le ricerche. Le farò una domanda diretta e una sola volta. È con noi?»

    Hollis inspirò: «Parker, tu hai fiducia in Selim?»

    Veronika schiuse le labbra e, senza guardare il vampiro, rispose: «Certo, capitano. Completa fiducia.»

    Hollis guardò Samael: «Sta mentendo?»

    «No», fu la risposta.

    «D’accordo, detective. Sono con voi. Cosa devo fare?»

    Veronika si sentì messa a nudo dai sensi superiori del vampiro, che aveva sicuramente fiutato la sua adrenalina e ascoltato il suo battito cardiaco e si strinse nella giacca: «Abbiamo bisogno del referto completo per ogni corpo recuperato dalla fossa comune. Vanno identificati e, per ciascuno, va recuperato l’albero genealogico di tre generazioni compresi i collaterali, anche se parziali. Poi bisogna capire se tutti siano andati a fare la maledetta visita medica assicurativa, dove, quando, con che medico, chi ha effettuato il prelievo, chi lo ha analizzato, chi ha avuto accesso al sangue e agli esiti.»

    «Non so se riuscirò a procurare tutte le informazioni, la legge Boyle mi dà molta autonomia finché dura, ma il presidente sta già disconoscendo il mio operato e la H1 è un’istituzione potente e influente, potrebbero ostacolarmi o rallentarmi. Fermati qui, Selim, scendo e torno a piedi.»

    L’auto accostò e Veronika allungò la mano a stringere il braccio di Hollis: «Capitano, stia attento, mi raccomando.»

    «Va bene, ma siate prudenti anche voi.»

    *

    20 dicembre 1196

    Khalid e Saahir avevano banchettato con ogni tipo di leccornia, si erano rilassati per un mese con fanciulle e svaghi, avevano goduto del sole in ogni modo possibile, curando il loro corpo, i capelli e la costruzione dei muscoli, come se dovessero diventare modelli per gli scultori ellenistici.

    Avevano dato il loro consenso a divenire vampiri e il mese sabbatico era stato per loro il coronamento di ogni desiderio umano, in modo da non lasciare nessun rimorso o atto incompiuto prima del grande passo.

    Kabir entrò nella stanza di Khalid, che dormiva sul corpo di una splendida ballerina e lo svegliò con uno schiaffo sulla natica nuda: «Ti aspettavo prima del sorgere del sole.»

    «M-maestro, scusatemi, mi sono addormentato.»

    «Vestiti, andiamo a vedere sorgere la tua ultima alba.»

    Khalid si affrettò a indossare pantaloni e una tunica pulita, null’altro.

    «Stanotte riceverai il sangue immortale. Hai chiuso tutte le faccende in sospeso con la tua vita mortale?»

    «L’ho fatto, padre. Sono pronto.»

    «Non mentire, nessuno lo è mai davvero.»

    «Vivo tra i vampiri e i custodi da nove anni, ho visto il sonno eterno e le ferite del sole, la regressione e la trasformazione, il potere e la vera morte. Non sono pronto all’imponderabile, ma so cosa mi aspetta e ho la forza di affrontarlo.»

    Kabir annuì e aprì la porta della terrazza, accompagnando Khalid nel punto più alto della vasta villa dell’Alleanza dei Giudici.

    Sotto di loro, nei giardini, Binael il Vegliardo, il cui nome sottolineava sia l’anzianità del sangue che quella umana, poiché era stato reso immortale in tarda età, passeggiava col suo futuro figlio, Saahir.

    «Rispetto agli altri Clan di Giudici, noi avremo anche una responsabilità in più.»

    «Tanis», rispose pronto Khalid.

    «Esatto. Ed è per la difesa della città sacra che ti ho preparato così a lungo e con tanta cura. Ti ho reso guerriero e sapiente, stratega del campo di battaglia e della psiche umana, abile di spada e di penna, determinato ma riflessivo. In te ho riversato la conoscenza del passato, affinché tu possa affrontare ogni avversità nel futuro», mentre Kabir parlava, il sole sorgeva e Khalid continuava ad alternare lo sguardo tra lui e l’astro mortale, con sempre maggiore ansia.

    «Padre, il sole!»

    «L’unica cosa che non ti ho ancora insegnato, è a non temere la morte.»

    «Non la temo, non…» ma cercò di spingere Kabir con le mani sul suo petto, per farlo rientrare, proprio mentre i raggi del sole iniziavano a lambirne la figura.

    Il vampiro era irremovibile, dotato di una forza che al ragazzo difettava e non si spostava di un solo passo.

    «Non è vero. Non hai ancora superato le tue paure. La solitudine, l’abbandono, l’insicurezza dei tuoi limiti, i tuoi sentimenti. Tu non sai uccidere senza provare profondo dolore.»

    «Non voglio vedere altre persone a me care morire. Non mi piace neanche vedere i nemici morire, è così grave?»

    «No, è la tua parte umana che si aggrappa disperatamente a una morale che da domani cambierà, ma se non sei pronto a ritrovarti faccia a faccia con il nuovo te stesso, impazzirai.»

    «Ho visto gli altri fratelli diventati vampiri negli anni, ce l’hanno fatta tutti, credete che io non possa? Che non sia abbastanza forte?», e si pose davanti al sole, cercando di mettere in ombra Kabir, dal cui corpo iniziava a levarsi un sottile fumo acre.

    Tranquillo e senza reazioni di terrore, il Maestro fronteggiava l’allievo: «Tu non sei come gli altri. Hai un’anima vasta, esposta agli strali della vita come se fossi privo di pelle. Splendido come una farfalla di cristallo. Ora guardami negli occhi, figlio mio e dimmi perché non sei pronto a fare questo passo.»

    Khalid guardò il sole, il maestro la cui pelle iniziava a sollevarsi in bolle percorse da vene combuste brillanti: «Padre ti prego, rientra!», disse lui, piangendo, annullando ogni formula di rispetto nelle parole, ogni distanza formale, mentre cercava ancora di spingerlo al sicuro.

    «Dillo Khalid!»

    Le lacrime scorrevano sul volto del ragazzo per la prima volta dopo tanti anni: «Non ho pianto per loro!», disse infine, crollando in ginocchio. «Non sono neanche riuscito a piangere per loro! Non li ho visti morire, non mi sono mai fermato a compiangerli, a fare un funerale. Io… io non ho pianto per loro e anche la rabbia e la vendetta si sono spente», piangeva, gridava con la fronte appoggiata ai piedi del suo maestro, «… il dolore è sparito e io mi sono odiato per questo. Che razza di figlio sono? Che fratello sono, se non ho pianto per la mia famiglia?»

    «Ti sei arroccato nel tuo castello di razionalità, soffocando i sentimenti, reprimendo le lacrime perché pensavi che la vendetta e la giustizia fossero tutto quello che era necessario per loro. Ma invece…»

    «Dovevo solo piangerli», disse Khalid abbracciando supplice le gambe di Kabir.

    «Tu sarai un grande Giudice. Un Vampiro che scriverà la storia. Ma lo sarai solo se troverai l’equilibrio tra l’onore e i sentimenti. Il tuo più grande errore sarà imboccare una sola delle due vie, perdendo l’altra. I sentimenti ti ricorderanno l’importanza della vita e della scelta, l’onore ti ricorderà la tua missione al di là delle tentazioni. È così facile per noi sentirci delle divinità, invece guarda. Alza gli occhi, figlio mio e guarda quanto facile è morire.»

    Khalid alzò gli occhi sul volto piagato di Kabir che in molti punti mostrava già il bianco delle ossa: «Padre, tu dici ciò che già sapevo, ma che non volevo accettare per timore che mi facesse apparire incompleto e inadatto a te. Credevo mi volessi forte e deciso in battaglia e nelle mie scelte.»

    «Lo voglio, perché tua sarà l’eredità di Tanis, ma più di tutto, io voglio una sola cosa. Che tu sia felice, figlio mio.»

    Kabir si accasciò a terra e Khalid lo prese in braccio, portandolo al sicuro.

    *

    20 dicembre 2014

    «Che c’è, detective? Aspetti che ti porti dentro in braccio come una sposina?», ghignò Samael.

    Veronika era rimasta sulla porta del Motel di Montclair a fissare lo squallore trasandato della stanza.

    «Se servisse a non pestare scarafaggi e cadaveri di topo, volentieri.»

    Samael entrò per primo: «Non sento odore di cadavere o di insetto, entra e non fare la schizzinosa.»

    «Non capisco perché non hai voluto andare alla casa sicura.»

    «Perché il capitano sudava, era nervoso e non mi ha convinto. E anche quell’accenno allo sterminio di innocenti… non credeva davvero a quello che stava dicendo.»

    «Non sei un po’ paranoico?»

    Samael la fulminò con lo sguardo: «Indovina come ho fatto ad arrivare alla mia veneranda età?»

    «E a quanto ammonta, questa veneranda età?»

    «Lo saprai a tempo debito.»

    La donna sbuffò, mascherando così il disagio per la risposta evasiva di Samael, che di nuovo la teneva alla larga, lontana dai suoi segreti e ormai era stanca di quei continui cambi di registro cui non sapeva dare un senso.

    O meglio, avevano un unico senso, difficile da credere, per un vampiro così antico ed esperto, ovvero che neanche lui sapesse come comportarsi con lei.

    Si accomodò sul letto e accese il televisore, che emetteva un fastidioso ronzio elettrico, mentre lui controllava le uscite e le vie di fuga.

    La notizia del giorno rimbalzava su tutti i notiziari.

    Un vampiro nelle fogne di San Francisco.

    Misteriosi traffici di mezzi.

    La testimonianza del soldato.

    La fossa comune e le forze dell’ordine che sgomberavano i corpi.

    Le foto della devastazione del suo appartamento.

    Le ipotesi dei giornalisti.

    La dichiarazione di Hollis: «Tra i corpi carbonizzati della task force incaricata di neutralizzare il soprannaturale, al momento non è stato identificato il cadavere del Detective Parker, titolare dell’appartamento. Il nostro pensiero e il cordoglio della città vanno alle famiglie dei fedeli soldati caduti in missione…»

    «Mia sorella verrà presto tirata in ballo, dovrei avvertirla in qualche modo», disse la donna.

    «Usa il mio cellulare, è schermato, ma fai comunicazioni di massimo un minuto», disse lui, controllando infine la stanza in ogni dettaglio.

    Quando Veronika finì la telefonata singhiozzò in silenzio, cercando di nascondere il dolore di ciò che aveva patito in quei giorni.

    Sentire sulle spalle le mani di Samael non la fece trasalire, anzi si calmò e inspirò, godendosi quel tocco quasi taumaturgico.

    «Quando ho riattaccato, mia sorella mi stava ancora insultando e se la prendeva con te. I vampiri in genere. Ha ancora così tanto odio nei ricordi.»

    «Ti tradirà?»

    «Questo no, ma crede che io sia impazzita!»

    Rise nervosamente e si voltò, avanzando a cercare appoggio, nascondiglio contro il petto di lui.

    Samael rimase a lungo con le braccia immobili e sospese laddove erano state appoggiate alle spalle di Veronika, poi le chiuse e la abbracciò: «Raccontami.»

    Si sedettero sul letto e la donna tornò ad accoccolarsi contro di lui, con la testa sulla spalla.

    Ormai non era più compromesso, era fiducia.

    «Una notte, nell’estate del secondo anno di guerra, quando già abitavo con la famiglia di mia sorella, nella periferia residenziale di Farmington, Magdalena fece tardi, violando il coprifuoco di alcuni minuti. Nel parcheggio davanti a casa un vampiro la aggredì, buttandola per terra. Lei gridò e mio cognato Yuri uscì di corsa con il fucile, ma non poté sparargli, non senza rischiare di colpire anche lei, così prese a dare colpi alla testa del vampiro col calcio della doppietta. Nonostante questo, il mostro azzannò la coscia di mia sorella, vicino all’inguine e, forse fu per i colpi in testa che intanto mio cognato continuava a calargli dall’alto, non lo so, ma il morso lacerò l’arteria femorale. Comunque Yuri colpì ancora e ancora e, quando un pezzo di calotta cranica si staccò, il vampiro si ritirò e fuggì.»

    Tremava mentre rievocava quella tragedia, nonostante la stanza fosse calda e umida: «I vicini guardarono la scena al sicuro nelle loro case, nessuno uscì ad aiutarci e, quando Magda rientrò in casa, Yuri la fece sdraiare a terra e le legò la cintura come laccio emostatico. Non potevamo andare all’ospedale, altrimenti per il protocollo medico della legge Boyle, avrebbero dovuto ucciderla e…», riprese a piangere, deformando la voce nel ricordo del terrore e della sofferenza di quei giorni. «Aveva del sangue di vampiro addosso, la lavammo, le tenemmo il laccio emostatico finché la gamba diventò blu, poi per forza di cose mio cognato allentò la cinghia, la gamba riprese colore rosso, poi rosa e dalle ferite ancora sgorgò sangue. Vegliammo così tutta la notte, allentando o stringendo il laccio mentre lei delirava e piangeva di dolore e terrore.»

    Veronika raccontava, faceva uscire le parole come cascate da uno sfiatatoio di diga, ma lo faceva nel medesimo modo, piangendo di dolore e terrore.

    «Se è troppo faticoso lascia stare e riposati», le disse Samael e non sembrava una richiesta, piuttosto un ordine.

    «N-no… posso farcela.»

    «Sei stata forte per tanto tempo, Veronika, ora puoi anche essere stanca.»

    «Ho bisogno di dirtelo. Voglio che tu capisca perché ti ho accolto con quella diffidenza e freddezza.»

    «D’accordo, allora ti ascolterò. La ferita di tua sorella era molto grave, da quello che dici.»

    «Lo era. Perdeva sempre più sangue, diventava sempre più debole e noi non potevamo fare nulla. Non avevamo strumenti per farle una trasfusione o darle liquidi endovena. Non potevo confortare i suoi figli e dir loro che sarebbe andato tutto bene perché non lo sapevamo. Forse la loro madre si stava trasformando, forse sarebbe morta, forse avremmo dovuto amputarle la gamba.»

    Samael aveva allargato il braccio e le aveva fatto posto contro il proprio petto, avvolgendola e lei riprese a raccontare: «A metà mattina la polizia bussò alla porta. Qualche solerte vicino aveva denunciato un’aggressione da parte dei non morti dicendo che Magda era stata ferita. Mio cognato diede loro tutti i contanti che avevamo in casa e i gioielli miei e loro, pur di corromperli e non far aprire il fascicolo. Il protocollo. La condanna a morte. Ci rilasciarono un verbale in cui constatavano l’assenza di ferite e contaminazione, ma uscendo di casa il poliziotto disse che sarebbe tornato dopo tre giorni. E stavolta avrebbe controllato davvero. Se ci fossero stati segni di contaminazione, ci avrebbe offerto le pastiglie di cianuro e poi avrebbe fatto bruciare la casa con noi dentro.»

    «Cianuro?»

    «Sì, era una cosa che nessuno diceva ufficialmente, per non creare panico, ma tutti lo sapevamo. Una casa compromessa veniva bruciata con dentro i suoi occupanti. Tutti. Ma per umanità, il governo offriva pastiglie di cianuro per gli adulti, sciroppi per i bambini e gli animali, per evitare che morissero urlando nel rogo. Erano in confezioni nere, con scritte in bianco. Le… le capsule erano nere, come la morte. Quando venivano viste, nelle mani dei poliziotti, tutti tremavano. Significava una condanna certa, ma lasciava ai condannati la scelta di come morire.»

    Samael non disse nulla, ma strinse le dita sulla spalla di Veronika che proseguì: «Dopo tre giorni, la situazione di Magda si stabilizzò. Il sangue perso era sempre meno e lei iniziò a bere tisane, poi brodo e infine cibo solido. Si presentò in piedi all’arrivo dei poliziotti, dando fondo alle poche energie, truccata in modo da cancellare il pallore e così la scampammo, anche se le ferite si riaprirono e lei rimase prostrata ancora una settimana, prima di potersi alzare e zoppicò per due mesi, prima di poter camminare bene. Tuttora, quando cambia il tempo, sente le cicatrici che pulsano e dolgono. Yuri mi dice che a volte ancora si sveglia gridando e che non riesce più ad avere intimità con lei, perché non appena lui le sfiora la coscia, lei grida e piange.»

    «Capisco perché sia preoccupata, ma io non farei mai una cosa del genere a te.»

    Veronika si alzò di scatto, con la voce stridula e commossa: «Ne sei sicuro?», lo accusò. «E se fossi in pericolo di vita, se la Bestia ti costringesse a nutrirti? Potresti farlo con chiunque. Un bambino, una donna come Magda o me.»

    Samael la guardò, ma non rispose e, nel silenzio imbarazzato e doloroso, si inserì il trillo del telefono della detective.

    «L’investigatrice Travis», disse sulle prime e guardò Samael, che annuì. «Ciao Reetha dimmi.»

    «Parker, stai bene?»

    «Sì, tranquilla, hai notizie?»

    «Cazzo, ho visto le immagini del tuo appartamento e…»

    Samael fece il cenno delle forbici con le dita e lei incalzò: «Tanto volevo rinnovare l’arredamento, cosa volevi dirmi?»

    «Ho esteso l’indagine. Sono stata alla fossa, speravo ci fossi tu e mi facessi passare come l’altro giorno, ma ho dovuto infiltrarmi. Prima che Beth portasse via i corpi, ne ho guardato uno da vicino, sai uno di quelli meno gonfi e… dio mio che schifo.»

    «Vieni al punto Reetha.»

    «Beh era pieno di buchi sulle braccia, ti mando le foto di braccia e collo. Non sono un medico legale, ma di morti ne ho visti, in guerra e dopo. E questo non è morto per i fori sul collo. Guardale e dimmi la tua opinione. Di più non ho potuto fare perché Cavanaugh e la sua donna mi hanno beccata e mi hanno portata in centrale. Tu hai novità?»

    «Credi di riuscire a trovare un collegamento tra i tuoi clienti, gli scomparsi in generale, e la Human First?»

    «L’assicurazione?»

    «Sì, dovresti verificare se gli scomparsi hanno per caso fatto delle visite mediche pre contrattuali con prelievi di sangue.»

    «Certo che posso, ma perché?»

    Samael fece cenno di no e Veronika ricacciò in gola le informazioni che stava per darle, prese commiato con una scusa, e riattaccò.

    Esaminarono insieme le foto, i fori lungo i vasi sanguigni delle braccia e i due segni sul collo finché il vampiro concluse: «Quelli sul collo sono post mortem

    «Concordo, ma non ho capito come mai non hai voluto che le dicessi della Human First e del sangue soprannaturale.»

    Samael la fissò in silenzio e, nella penombra della stanza, sembrò non esserci altro che quello sguardo, la curva della guancia, il profilo delle labbra che si aprirono mostrando un lieve biancore d’avorio appuntito: «Non mi fido, non voglio fare passi falsi.»

    «Di me almeno ti fidi?»

    Non rispose, ma Veronika non si sentì affatto disturbata dal tentennamento, capì che il suo indugiare non era legato a dubbi su di lei, quanto piuttosto a dubbi su sé stesso.

    Si stavano sfiorando appena lungo le braccia, come aveva fatto decine di altre volte coi colleghi, ma solo con lui la pelle si sollevava in un inaspettato tremore che rotolava dalla nuca al coccige, facendola sorridere, rigida e imbarazzata.

    Samael si avvicinò col volto, null’altro che un’inezia, un pollice di spostamento verso di lei che, invece di irrigidirsi, si sciolse in una vibrante attesa.

    Veronika schiuse le labbra e piegò il capo, rilassando le palpebre in un morbido intreccio di ciglia.

    Il telefono squillò di nuovo e Samael non solo si alzò, ma scattò letteralmente via dal tavolo mettendo alcuni passi tra di loro.

    «U-un numero non memorizzato», disse lei, ancora scossa, chiedendo di nuovo consiglio al vampiro con lo sguardo.

    Si stava affidando completamente a lui, lasciandosi guidare e istruire, stupendosi di come le risultasse facile lavorare con quel partner, da quando aveva smesso di temerlo e di voler a tutti i costi sfidarlo a braccio di ferro.

    Quando era accaduto?

    Dopo la morte di Gordon, quando l’aveva visto provare rimorso per i propri errori e prendersi la responsabilità degli stessi.

    Entrambi stavano aprendo le rispettive corazze e togliendo le maschere l’uno con l’altra, scoprendosi più simili di quanto pensassero.

    E si stavano pericolosamente avvicinando.

    «Dovevi gettarlo, possono tracciarlo.»

    «Ormai è fatta. Rispondo, poi lo lascio qui e ci spostiamo», disse aprendo la comunicazione. «Pronto?»

    «D-Detective Parker?», era una voce stanca e alterata dalla paura, ma lei la riconobbe.

    «Padre Uriel? Che succede?»

    «Io credo che ci sia qualcuno qui, ho paura.»

    «Dov’è la scorta?»

    «Dovrebbero essere al piano di sotto. Non lo so, ma non li voglio chiamare ho paura che mi sentano. Per l’amor di Dio, mi aiuti!»

    «Sono fuori città padre, mi muovo immediatamente, lei cerchi di mettersi in salvo, scappi o si nasconda!»

    Veronika tolse la micro card dal cellulare, lo mise per terra e lo schiacciò con la gamba di una sedia: «Ci sono le mie foto, numeri di telefono e documenti importanti, non posso lasciarla qui!», disse guardando i due bagagli ancora intatti, con la certezza che non si sarebbe potuta ancora fermare a riposare.

  • Memorie dal Buio – Ucronia – Capitolo 18

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