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PUNTO 17 – I vampiri possono mutare il loro aspetto, sia fisicamente che tramite illusioni mentali.
«Grazie di averci ricevuti, signor Barrymore. Mi sa dire quindi se Candy Cotton può aver visto qualcosa di pericoloso? Mafiosi al lavoro, uno spacciatore, un omicidio, un politico corrotto?», chiese Veronika sedendosi sullo sgabello che l’uomo le offrì.
«Mi chiami pure John», rispose il ragazzo mettendo sul tavolo della cucina la seconda delle scatole con gli effetti personali di una delle vittime. «Candy era una ragazza a posto, non frequentava ambienti pericolosi. I poliziotti hanno scritto che era una prostituta, ma non è vero. Lavoravamo entrambi al Blue Flamingo, io come costumista, truccatore e coreografo e lei come Drag Queen. Era grandiosa! I suoi abiti erano sempre eleganti e di classe, le sue performances argute. Dileggiava e imitava i personaggi dello spettacolo e della politica con una tale finezza, che ti faceva rovesciare a terra dal ridere e i suoi Lip Sync erano assolutamente perfetti, ironici e scabrosi.»
La casa era ingombra di ogni sorta di attrezzo di scena e costumi, parrucche, maschere di silicone, trucchi e scatole, barili e secchi di materie prime, dal gesso a vari tipi di gomme e plastiche.
Samael emerse dalla stanza di Candy Cotton, in cui aveva controllato armadi e cassetti e prese a frugare negli scatoloni, mentre Veronika continuava a fare domande al coinquilino: «E non aveva amanti fissi, un fidanzato?»
«Non al momento. Io e lei facemmo coppia per un anno all’inizio della sua carriera, poi restammo solo amici, grandi amici e io sapevo tutto di lei. Era in un momento particolare della sua vita, stava per iniziare la trafila medica e psicologica per un completo cambio di sesso. Lavorando nello spettacolo aveva messo da parte abbastanza denaro per gli interventi chirurgici, il resto l’avrebbe messo l’assicurazione. Aveva fatto il colloquio e le prime visite giusto una settimana prima. Stava per coronare il suo sogno.»
Samael prese il plico con i documenti e li sfogliò.
Contratto di affitto, contratto di lavoro, numero di previdenza sociale, tessera di un sindacato per lo spettacolo e il cinema, moduli dell’assicurazione.
Samael passò il foglio alla detective, puntando il dito sul logo: «Assicurazioni H1.»
Il ragazzo rimase imbambolato nel sentire la voce di Samael e ci mise molto a riprendere parola: «S-sì, fu l’unica che accettò di assicurare Candy, le altre non volevano sostenere le spese del lungo calvario per il cambio di sesso, specie perché Candy sarebbe andata fino in fondo, al massimo livello.»
«Che significa?», chiese Samael.
«Le avrebbero costruito il seno col silicone e poi rimosso ogni segno di mascolinità, pene e testicoli, creando una finta vulva.»
«Sembra molto doloroso.»
«Lo è, ma Candy non aveva paura, era pronta ed era il suo sogno… sapete è… è difficile vivere intrappolati in un corpo che non si sente proprio.»
E si allontanò per mettere dei cookies al cioccolato su un piatto.
Samael si piegò a sussurrare all’orecchio di Veronika: «Mh. E pensare che noi vampiri possiamo fare queste modifiche con poco sforzo.»
La poliziotta deglutì e socchiuse gli occhi lasciandosi cullare dalla voce di Samael che era divenuta per lei una piacevole carezza, quasi una coccola rubata al concitato tempo per le indagini.
Non voleva ammetterlo con lui, ma provava autentico piacere per ogni furtivo contatto, per ogni sguardo che indugiava più del dovuto e si sentiva come una ragazzina davanti al suo primo amore irraggiungibile.
Il problema era che lei non era più una ragazzina, anche se il suo corpo e la sua mente reagivano come se lo fosse, come se avesse finalmente diritto a vivere quelle emozioni spensierate in cui tutti gli adolescenti si tuffano di testa e che lei aveva sempre rifuggito.
Il ragazzo tornò e mise il piatto sul tavolo, offrendo i dolci agli ospiti: «Quelle che la attendevano, erano tutte procedure difficili e costose, così come il post operatorio. Trovare la Human First fu la sua salvezza. Almeno poté sognare per qualche settimana.»
«H1 sta per Human First, prima gli umani. Ho già sentito questo nome», disse il vampiro, prendendo un album di foto che sfogliò dal fondo.
«Li avrà visti in televisione. Si fanno una gran pubblicità in questi mesi, offrono assicurazioni sanitarie e convenzioni odontoiatriche a prezzi davvero competitivi per chi non ha più nulla dopo la guerra. È un’associazione gestita e finanziata in parte da filantropi. Insomma quei ricconi che erano tali anche prima e che sono caduti in piedi.»
Veronika annuì: «Ovvio, produttori di armi, farmaceutiche, appaltatori per l’edilizia. Ora le farò una domanda che potrà sembrarle pericolosa, ma sappia che non ho alcuna intenzione di metterla nei guai, voglio solo fermare l’omicida. Candy era una collaborazionista?»
John si irrigidì e cercò di parlare almeno tre volte, prima di annuire: «Nella primavera del 2009 Candy iniziò a sentirsi spesso con la sua famiglia in Alaska, cosa che non faceva dal suo coming out. Poi mi chiese maschere di lattice e guaine complete per il corpo a un ritmo per me insostenibile e, quando la misi alle strette, mi confessò che venivano usate dai soprannaturali per sfuggire agli scanner biometrici e poter raggiungere la Hermon. Fummo complici, sì. Ci parve giusto aiutare gli innocenti.»
«Chi è questo?», lo interruppe Samael.
Aveva puntato il dito su una vecchissima e ingiallita foto di famiglia nella prima pagina dell’album.
«Ah, la foto del battesimo di Candy», rispose John, «quando ancora si chiamava Christopher Bagel. Quelli sono i genitori, le sorelle grandi e quello che sta indicando è il nonno di Candy, Ostro Bagel.»
Veronika fissò quell’aitante e giovanile uomo coi capelli lunghi, il viso affilato e gentile, privo di barba e poi guardò Samael con aria interrogativa.
«Grazie del tuo aiuto, ragazzo», si spicciò Samael, che trascinò via una Veronika reticente.
«Ma che?»
«È un fatato», rivelò lui quando furono al sicuro nell’ascensore, «e sì, ne sono sicuro, i lineamenti non mentono. Ho bisogno di vedere altri testimoni.»
«Hai capito qualcosa?»
«Forse. Entrambe le vittime erano collaborazioniste, ma sia la vedova Morris che John non sono stati uccisi. Perché?»
«Non c’è stata occasione?»
«In oltre due mesi? Non credo. Comunque finora abbiamo solo la H1 come ponte di contatto tra due vittime, voglio rivedere i dossier per capire se anche gli altri erano stati a fare le visite mediche tramite o presso l’assicurazione. Ma soprattutto voglio vedere altri testimoni.»
«Possiamo andare alla chiesa di Saint Peter and Paul. Padre Michael Carmody divideva la canonica col suo gemello, Padre Uriel.»
Samael spingeva in quell’indagine come una motrice sulle rotaie e Veronika, sebbene galvanizzata dai progressi rapidi, iniziava a sentire il peso di tutte quelle ore di veglia e di lavoro ininterrotto.
Mentre l’abitacolo scendeva, Veronika sbadigliò così tante volte che alla fine il vampiro borbottò: «Scusa per i miei ritmi serrati. Non sono più abituato a lavorare con gli umani.»
«Posso resistere. Se la pista è buona, vale la pena seguirla prima che si raffreddi.»
«Andremo solo qui, te lo prometto, parleremo con questo testimone poi ti lascerò dormire, mentre io lavorerò sui file.»
«Tu quindi non dormi davvero mai?»
«Se posso lo faccio, se ho del lavoro resisto, ma tu hai bisogno di riposo, sento un forte stress nel tuo sangue.»
«Non… non annusarmi per favore, mi imbarazza.»
«D’accordo, non lo farò.»
Veronika tacque, ma si rese conto di aver fatto una richiesta assurda.
Come poteva Samael impedirsi di annusare?
È ovvio che l’avrebbe fatto comunque, ma non le avrebbe detto più nulla.
Mentre l’ascensore scendeva, lei rimase a fissare il vuoto.
*
Il tredicenne Khalid fissava nel vuoto, ad occhi sbarrati, mentre Kabir, col volto sprofondato contro il suo collo, si nutriva di lui con composta determinazione.
Il ragazzo tremava e contraeva i muscoli tentando di liberarsi dalla presa che il vampiro aveva fatto ai suoi polsi, ma alla fine cedette, rilassandosi e attendendo solo che tutto finisse.
«Grazie figliolo, le mie ferite erano troppo gravi», disse infine la creatura, leccandosi le labbra. «Ma ora abbiamo finito, tutta la genia di Bernardo è stata eliminata e il Saladino non avrà più problemi nella riconquista delle terre.»
Il ragazzo si toccò il collo, perfettamente sanato: «Quindi è questo che è un vampiro?»
«Questo è il pasto. Essere vampiri è molto di più, credevo l’avessi capito.»
«Vi ho visto combattere con quegli altri vampiri, i figli di Bernardo. Erano in quattro e voi solo, ma li avete uccisi uno dopo l’altro, incassando i colpi senza perdere lo slancio! Essere un vampiro vi ha fatto divenire un guerriero immortale e potente, giusto?»
Kabir sorrise, scompigliando i capelli lunghi e ricci del ragazzo con la mano: «Giovani irruenti e pieni di ardore, siete tutti uguali! Vedi, Khalid, noi principalmente siamo gli occhi della storia, la memoria del tempo, pastori di umani.»
«E voi volete che io diventi un pastore di umani o un guerriero?»
«Entrambe le cose, perché solo la saggezza ti indicherà quando combattere con le armi in pugno e quando farlo con mezzi incruenti. E vorrei essere io colui che ti creerà immortale. Ma non ora. Non trasformiamo nessuno prima del ventunesimo anno di vita, nessuno che non abbia già provato tutte le gioie del vivere, nessuno che non lo voglia fermamente. Ora lavati e indossa gli abiti che ti ho portato. Stanotte entreremo a Gerusalemme e ti porterò all’Accademia.»
«Cosa mi aspetterà?»
«In quel grande rifugio convergono tutti i membri della Bianca Alleanza dei Giudici. Ufficialmente è la dimora dei Binael, ma tutti siamo benvenuti per tutto il tempo che vogliamo. Gli aspiranti di ogni clan vengono addestrati lì, i loro mentori li affidano ai Binael per renderli giudici completi, sia come guerrieri che come sapienti. Qui potrai incontrare gli anziani del tuo clan e quelli delle altre sei famiglie. Troverai gli apprendisti e tanti ragazzi e ragazze come te, umani, che si addestrano in attesa di diventare vampiri.»
«Maestro Kabir?»
«Dimmi, figliolo.»
«Potrò rifiutare il sangue, vero?»
*
«Come mai non ti rifiuti di entrare in una chiesa?»
«Perché non è pericoloso. Credevo che le pubblicazioni del governo spiegassero diffusamente ai cittadini le caratteristiche dei soprannaturali.»
Le due portiere sbatterono quasi all’unisono: «Spiegavano la fisiologia, come uccidervi, ma non si preoccupavano degli aspetti psicologici, piuttosto spersonalizzavano la creatura facendola apparire come…»
«Un mostro.»
«Già. Se pensi di avere davanti solo bestie senza controllo, puoi sparare in testa anche ai bambini senza provare rimorso», disse lei, con un filo di voce. «Ho visto il peggio delle persone durante la guerra, ne ho scoperto il vero volto, quello che per tanti anni avevano abilmente nascosto dietro una maschera di perbenismo medio americano. Sai, le bandiere il quattro luglio, tacchini enormi al ringraziamento, continui rimandi a Dio e alla patria», raccontò mentre passavano accanto al battesimale di marmo. «Tutta la sequela di discorsi, foto e sorrisi demagogici miravano a creare un simbolo, a selezionare quartieri solo per bianchi, solo per protestanti, solo per ricchi, case in cui fingere di essere perfetti. La migliore casalinga con la migliore ricetta di torta di mele, il migliore uomo di casa con l’auto più grande o il lavoro più esclusivo.»
«Il capobranco con il seguito più numeroso, il vampiro più antico e famoso, il mago col territorio più esteso», continuò lui. «Come vedi non siamo diversi.»
«Nulla di tutto ciò ci è mai stato detto o è mai filtrato dall’informazione.»
«Una guerra come quella che abbiamo vissuto obbliga i governi a instaurare una dittatura mediatica di controllo e manipolazione. Hai visto i Morris e John, la loro reazione alla violenza ingiustificata? Diventarono collaborazionisti perché era la cosa giusta da fare. Non puoi chiedere ai cittadini di buon cuore di combattere porta a porta, a volte contro gli stessi parenti o gli amici di una vita. Devi per forza imporre la tua visione del nemico, togliendogli ogni umanità o possibilità di redenzione, solo così convincerai il popolo a combattere la tua guerra», concluse e si guardò attorno.
«Questa è la chiesa di Saint Peter and Paul», spiegò lei. «Sorge sulle macerie di un’altra chiesa storica, rasa al suolo dall’esercito quando si scoprì che era rifugio di Mistici che accoglievano soprannaturali in fuga, prima di farli uscire dalla città. Dopo la ricostruzione le cambiarono nome, così come diedero nuovi nomi a strade, edifici e quartieri. Volevano ricominciare da capo, un nuovo inizio.»
«La pioggia lava sempre via il sangue. Ora scusami un istante…»
Samael si avvicinò alla rastrelliera in cui venivano incastrate le candele che i fedeli accendevano e prese un cero, infilandolo nel supporto più lontano e isolato.
Veronika, accanto a lui, fece scivolare una moneta nella cassetta delle offerte: «Per chi è?»
«Per coloro che ho perso», disse muovendo appena un dito.
La candela si accese da sola di una fiammella blu, che poi iniziò a mangiare lo stoppino e la paraffina, tornando del suo colore normale.
Veronika gli concesse qualche istante di solitudine e, quando lui la raggiunse, ripresero a camminare lungo la navata.
«Come vi siete fatti convincere a scegliere la guerra?»
«Eravamo tutti talmente scioccati dalla notizia, che seguimmo il primo leader forte che ci disse cosa fare. Burrows fu il vero e unico responsabile della passiva accettazione dello stato di dittatura e guerra. Lui ci convinse che fosse l’unica strada possibile e, dopo poche settimane, tutto era divenuto la nuova routine; cercavamo di sopravvivere, trovavamo il soprannaturale, uccidevamo il soprannaturale, continuavamo a vivere, mentre i politici sbraitavano per arrogarsi nuove libertà e nuovi introiti, limitando sempre di più le nostre individualità costituzionali, promettendoci che sarebbe tutto finito entro breve.»
«E quando la guerra in realtà non finiva alla data prevista, scommetto che la colpa diventava nostra.»
«Indovinato», concluse lei, che vide il prete muoversi dall’altare ai due gradini dai quali offrì la comunione ai fedeli. «I gemelli Padre Michael e Uriel erano già titolari della diocesi all’inizio della guerra. Vennero arrestati e interrogati quando vi fu la distruzione dell’edificio, ma non vennero condannati a morte solo perché in quei giorni ci fu l’omicidio del Papa e uccidere anche due preti cattolici sarebbe stato troppo per l’opinione pubblica.»
La messa era in pieno svolgimento nell’ampia chiesa, che si rifaceva a modelli classici palladiani, ma con materiali nuovi, leggeri, adatti alla veloce fase ricostruttiva della città dopo i bombardamenti.
L’architettura, con le sue tre navate, gli alti e candidi archi gotici e i rosoni di vetro colorato, non aveva nulla da invidiare alle antiche vestigia europee e, sebbene tutto fosse ricoperto di neve, era evidente la nuova piantumazione di alberi che incorniciavano la collinetta su cui sorgeva l’edificio.
Era di nuovo tutto pulito e ordinato.
Il cemento aveva ricoperto macerie antiche e corpi innocenti, creando una collina artificiale alta una decina di metri che era divenuta, suo malgrado, un tumulo funerario per coloro che erano rimasti imprigionati nei sotterranei dopo le esplosioni che avevano murato e inumato ogni via di fuga.
Samael condusse Veronika lungo la navata laterale, senza mai perdere di vista il prelato.
Non appena la celebrazione liturgica ebbe fine, Veronika seguì il prete, sfoderando il tesserino dinanzi ai sagrestani, che si scansarono e la lasciarono entrare in canonica.
«Padre Uriel, sono la Detective Parker, lui è il mio collega Selim. Avremmo alcune domande da farle su suo fratello.»
L’uomo si segnò con la croce cristiana: «Che dio lo accolga, ditemi tutto, Detective.»
«Suo fratello per caso aveva stipulato una assicurazione sanitaria?»
«Sì, l’abbiamo fatta entrambi. Dall’elezione di papa Alessandro IX, dopo l’omicidio del suo predecessore, gli stipendi dalla Santa Sede non arrivarono più e fu così per tutto il resto del conflitto. Ora, in tempo di pace, giungono decurtati di una notevole percentuale e spetta a noi preoccuparci di pagare la sanità. La Human First ha un pacchetto speciale per gli operatori di culto, paghiamo veramente poco e ne vale la pena.»
Veronika guardò Samael, poi di nuovo Padre Uriel: «Le spiacerebbe farci vedere la polizza?»
«Certo, naturalmente, è di là, in casa, venite, accomodatevi.»
Non appena l’uomo ebbe varcato la porta che separava la sagrestia dagli appartamenti privati dei due preti, Veronika chiuse con discrezione il battente e, allo scattare della serratura, Samael balzò addosso a Uriel, affondando le zanne nel suo collo.
Veronika cacciò un grido e si coprì la bocca con la mano, fissando l’altra faccia della medaglia del nutrimento dei vampiri.
Dopo la rispettosa e delicata procedura su Sienna, assisteva a una vera aggressione e rimase impietrita nel vedere l’uomo lottare giusto un istante, per cadere poi preda della malia del vampiro e smettere di agitarsi.
Forse più della veloce tecnica predatoria di Samael, quello che più la disturbava era la reazione del prete, che abbandonò le braccia lungo il corpo e reclinò il capo, come se chiedesse altro dolore, o meglio, altro piacere, a giudicare dagli ansiti che esternava senza controllo.
Il dominio di Samael non era completo, perché il prete arrivò a sollevare le mani per abbracciare i lombi del suo carnefice e così, stretto a lui, lasciò il volto libero di seguire le deliziose volute di godimento che gli venivano concesse.
Quando il vampiro ebbe finito, lo fissò negli occhi impartendogli l’ordine di dimenticare l’aggressione e tornò ad affiancare Veronika.
Il prete tornò in sé, vacillò, sorrise imbarazzato e si inoltrò nello studio, lasciando la porta aperta mentre rovistava nelle carte.
«È pallido come una tazza di latte, dovevi proprio prendergli così tanto sangue?»
Veronika rimproverò il vampiro con un cipiglio di completo biasimo e la voce che sussurrava con veemenza.
«Sto sprecando molte energie, devo mangiare quando posso, ma apprezzo che tu non stia più invocando il decalogo da parecchie ore.»
«Cosa hai concluso?», chiese lei arricciando il naso contrariata.
«Lui e il fratello collaboravano coi Mistici, ho visto nella sua mente i volti di tutti quelli che ha salvato, ma anche quelli che ha visto morire nel crollo della chiesa. Ma non è tutto. La cosa davvero stupefacente è che ha del sangue licantropo diluito nel genoma.»
«Licantropo?»
«Già. Michael non aveva una sola goccia di sangue, in corpo o l’avrei sentito. Ma con lui è evidente. Un parente tra nonni o bisnonni sicuramente era un lupo mannaro. È frequente nelle nascite gemellari.»
«Due casi possono essere una coincidenza, ma inizio a non crederlo più.»
Il prete tornò con i documenti, identici a quelli visti anche a casa di Candy Cotton e dell’infermiere Albert Morris che riportavano il logo della H1 e gli esiti degli esami medici fatti per conto dell’assicurazione.
Veronika fotografò col cellulare le pagine importanti, poi guardò il prete: «Abbiamo ragione di credere che siate in pericolo anche voi, chiederò al Capitano Hollis di fornirvi una scorta armata.»
«I-io? In pericolo come mio fratello? Ma il vampiro l’hanno bruciato ieri.»
«Preferiamo essere tranquilli fino alla fine delle indagini, tenga il mio biglietto; in caso le occorra aiuto, non esiti a chiamarmi. Le chiederei però di restare in casa o in mezzo ad amici fidati, in luoghi pubblici e mai da solo, fino all’arrivo della scorta.»
*
Samael entrò nella casa di Veronika con lo zaino in una mano e un sacchetto di cibo cinese tenuto a distanza in punta di dita, come se contenesse cacche di cane raccolte dal marciapiede e non cibo da asporto.
L’appartamento della donna era scarno ed essenziale, facile da pulire e con pochi segni di personalizzazione, moderno negli elettrodomestici e nelle architetture di interni e con linee geometriche a decorare gli ambienti.
«Lo so, dillo pure, sembra la casa di una noiosa maniaca del controllo.»
«Nella propria casa ci si deve sentire bene, non importa cosa pensano gli altri», e posò il sacchetto con la delicatezza che si riserva alle bombe.
«Guarda che non è radioattivo, è solo cibo cinese!»
«Ha un odore terrificante, ti impesterà il sangue per un giorno intero! Se volevi trovare un deterrente al mio morso, l’hai fatto!»
Veronika rabbrividì, balbettò cercando di cancellare dalla mente la voluttuosa fantasia di Samael che la toccava, la baciava, la mordeva: «C-casa tua com’è?», chiese lei, scaldandosi il pacchetto di vermicelli di soia.
Le sue mani sul corpo.
«Quale casa?», chiese lui, accomodandosi sul divano.
Le sue labbra sul collo.
«Q-quella dove stai ora. Cioè quando non… non stai qui. Insomma sulla nave?»
Il suo bacino tra le cosce.
Veronika scrollò il capo e ficcò le mani sotto l’acqua gelida del rubinetto.
Cosa mi sta succedendo?
È lui a indurmi queste fantasie?
«Tutto bene?», le chiese mentre accendeva il portatile.
«Sì, certo, ho solo un po’ di ansia. Dimmi della tua casa.»
«Adesso sulla Hermon ho tre ampie stanze sul ponte due, sotto il livello del mare. Camera da letto col bagno, una biblioteca e un salotto per ricevere gli ospiti, ma ci resto poco, sono sempre in giro per i ponti o sulle altre navi a risolvere problemi o ascoltare richieste.»
«E prima, dove abitavi?»
«In tanto tempo, ho abitato un po’ dappertutto, a volte per una notte, a volte per un anno o per venti. La mia prima casa, quella in cui nacqui, era una semplice casa di pastori, poi vissi a Damasco, da un mentore che educava i ragazzi particolarmente dotati per inserirli nell’amministrazione dei sultani o dei califfi. Poi in un accampamento militare, poi per molto tempo all’Accademia della mia famiglia immortale. Da lì, quando diventai un vampiro, ci trasferimmo a Tanis. Il mio ruolo e le necessità della famiglia mi costrinsero però a viaggiare spesso, da solo o con il mio sire o i miei fratelli e non riesco a immaginare la mia vita in un solo luogo, giorno dopo giorno. La Hermon mi va già stretta, e anche per questo ho accettato di venire qui.»
«Vedrai che prima o poi qualcosa cambierà. Gli umani hanno bisogno di abituarsi alla vostra esistenza, ma credo che entro una o due generazioni tutto possa accomodarsi, sempre se riusciremo a superare la nefasta influenza dei complottisti nella rete», e gli indicò il portatile sul tavolino della sala. «Intanto che io pranzo accomodati pure, i file del caso sono sul desktop.»
Veronika mangiò di gusto, si lavò e si mise a sedere accanto a Samael sul divano, mentre lui sfogliava, uno dopo l’altro, i referti dei casi con le gambe distese sul tavolino e le caviglie intrecciate sul suo zaino.
Aveva i piedi nudi e lei si perse qualche istante in quel dettaglio che non aveva ancora mai notato.
Erano piedi normali, proporzionati alla sua statura, magri e asciutti come il resto del corpo, ma nessuno avrebbe potuto dire che appartenessero a un vampiro: «A te… insomma… ti crescono le unghie?»
«Ma certo», confermò senza sollevare gli occhi dallo schermo. «Quando voglio, lo fanno.»
«Ah, quindi passa tutto dalla volontà e…»
Lui però non la stava ascoltando e ruotò il portatile verso di lei: «Stavo pensando che, con quegli esami e le visite, qualcuno alla H1 possa stare cercando di individuare tutti coloro che hanno anche solo lontanamente sangue soprannaturale. Potrebbero avere un vampiro, come me, che assaggia e classifica o aver sviluppato qualche tecnica di laboratorio.»
Fine delle confidenze, non le restava che accettarlo e sospirare: «Con che fine secondo te?»
«Pulizia etnica?», chiese e sollevò una spalla. «Assicurazioni, esami genetici, raccolta del sangue…», mormorò. «Se volessi trovare gli ultimi frammenti di sangue soprannaturale nascosti nell’umanità, non esisterebbe sistema migliore.»
Veronika lo ascoltava con attenzione: «E il fatto che fossero collaborazionisti?», incalzò lei.
«Mh. Ci sono ancora molti punti oscuri. Voglio tornare dalla vedova Morris e capire se ci sono parentele soprannaturali anche per Albert, poi voglio che tu estenda la ricerca crociata che stavi facendo per i nomi di San Francisco, anche nei database di altri stati e nel mondo.»
«Per vedere se anche altrove ci sono omicidi analoghi?», e sbadigliò, chiedendo scusa con un gesto della mano.
«Qualcosa mi dice che ci saranno», sussurrò, meditabondo. «C’è qualcosa di grosso dietro lo scoppio della guerra, qualcosa di così incancrenito nel tessuto stesso dell’umanità che…»
Aveva sonno, tutta la stanchezza di quella giornata intensa in cui aveva riposato sì e no quattro ore, le stava pesando addosso, eppure quell’esternazione di Samael meritava tutta la sua attenzione: «Che?»
«Nulla… è solo che c’è qualcosa che mi sfugge…»
«Non siete voi quelli che ricordano ogni cosa?», chiese lei con le parole impastate di sonno.
«Ricordare è un discorso, trovare il giusto sentiero per arrivare al ricordo è un altro. Devo solo… unire le stelle in cielo», e si sporse a poggiare i gomiti sulle ginocchia, i piedi nudi sul pavimento freddo.
Le mani intrecciate davanti alle labbra coprivano in parte l’espressione assorta con cui fissava la medesima pagina sullo schermo.
«Passami il computer…», chiese tendendo le mani. «Mando una mail a Cavanaugh, visto che erano entrambe ansiose di aiutare e chiederò anche di cercare di collegare i morti senza nome e i dispersi. Con in mano un elenco, sarà più facile capire se tutti sono stati alla Human First», e sbadigliò di nuovo, con le dita che si spostavano lente sulla tastiera e spesso cancellavano e riscrivevano.
«Da’ qua!», si impose il vampiro, che mosse le mani così in fretta che le lettere si formarono sullo schermo con qualche istante di ritardo.
Veronika lesse annuendo: «Va bene, invia pure.»
«Fatto, ma devi far firmare a Hollis un documento che vieti la cremazione immediata dei corpi, per lo meno finché non avremo finito ogni tipo di test. Ricordi quello che ti dicevo a proposito dei nomi? Guarda questi elenchi delle persone scomparse a San Francisco.»
Veronika non rispose e Samael indicò un punto sul documento aperto nel computer: «Prendi ad esempio questa vittima. Geraldine Henriksson. È un cognome che ricordo bene, è legato ai maghi della città. Bisogna collegare il suo nome a uno dei corpi delle autopsie, perché Gunnar Henriksson era il Primo Evoker del Principe Ramirez ed è un nome troppo particolare a San Francisco per essere un caso.»
Di nuovo Veronika non disse nulla, mentre Samael, con gli occhi fissi sullo schermo, aprì il file congiunto di tre Abner uccisi all’inizio di settembre: «Di Abner posso dire che è un cognome a me noto, in quanto i custodi del reggente di San Francisco avevano quel nome. Sono indizi molto vaghi e sto facendo solo supposizioni, ma almeno è un punto di partenza. Che ne dici?»
Silenzio.
«Veronika?»
Samael si voltò, scoprendola addormentata sul divano, sprofondata esausta tra i cuscini.
«Se dormi in mia presenza, vuol dire che ti fidi di me», le disse sottovoce.
Il vampiro la osservò ancora un poco, poi la prese in braccio per portarla sul letto e continuare così le ricerche in silenzio in sala.

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PUNTO 16 – I vampiri non possono esporsi al sole
«Ricominciamo da capo», Samael spense la televisione e aprì il faldone dei casi di omicidio, «un passo alla volta. Il mio creatore mi disse che si può combattere e uccidere per molti motivi. Ognuno ha il suo modo di uccidere, per stile o motivo.»
Ne tirò fuori una mappa della città che srotolò sul tavolo del salotto: «Appurato che Gordon non era l’assassino, dobbiamo cercare di capire se c’è uno schema nelle morti e una tipologia nelle prede. Solo così potremo presagire cosa vuole l’assassino e precederlo. Cosa lo spinge a uccidere? Cosa lega i morti? C’è qualcosa che li accomuna tutti?»
Veronika finì la birra e usò la bottiglia per tenere fermi i lembi della mappa, che tendevano ad arrotolarsi: «Qui è segnata la disposizione dei cadaveri ritrovati, come vedi è omogenea nel territorio cittadino e, in parte, anche in periferia», disse mentre segnava col dito le zone del crimine. «Abbiamo un numero quasi uguale di donne e uomini, dal punto di vista etnico abbiamo pochi orientali e nativi, ma un pari numero di caucasici, afroamericani e mesoamericani.»
«Quindi non è un predatore che colpisce una certa tipologia di preda. Rispecchia comunque in qualche modo la percentuale etnica di popolazione della città?»
«Potremmo dire di sì, sembrano apparentemente omicidi dettati dal puro destino. Chi si trova sul suo cammino quando vuole uccidere, viene preso.»
«Proprio come farebbe un vampiro affamato», commentò Samael, «anche se… beh anche noi abbiamo i nostri gusti.»
Il brivido giunse e Veronika non poté impedirlo, solo sviare l’attenzione, cercare di non far notare quanto la destabilizzasse il pensiero che Samael, quelli come Samael, predavano le persone, si nutrivano di loro: «Ma… ehm… ecco proviamo a non farci distrarre dall’ovvio e ad andare in fondo alle motivazioni. Iniziamo dal suggerimento di Reetha. Come mai ci sono pochi esponenti di due etnie in particolare, nativi e orientali?», e prima che lui rispondesse, lei proseguì. «Durante la guerra, i nativi si schierarono ideologicamente a protezione dei soprannaturali in quanto manifestazioni comunque della volontà degli spiriti superiori, dunque furono isolati e ancora vengono perseguitati e ghettizzati.»
«Questo contraddice l’ipotesi della tua amica. Dovrebbero essere i collaborazionisti per antonomasia e quindi i primi a essere uccisi dal killer.»
«Esatto. Per quanto riguarda l’altra etnia, dalla fine della guerra, molti quartieri orientali si svuotano appena cala il sole. La storia degli Oni ha attecchito più di quanto pensassimo.»
«Quindi avete stabilito che le aggressioni sono tutte notturne. Vantaggioso se si deve mimare un vampiro e sfruttare il deficit della circolazione di mezzi, anche di polizia.»
«Secondo Beth, che ha effettuato tutte le autopsie, laddove era possibile stabilire un’ora della morte in un breve lasso di tempo, era acclarato che fosse accaduto durante le ore notturne. Altri corpi, come sai, furono rinvenuti a giorni di distanza, dunque ogni speculazione si rivelò inutile.»
«Beth, tuttavia, non ha eseguito sempre tutta la trafila di esami, sembra abbia fatto le cose superficialmente.»
«Credo sia per l’enorme mole di lavoro, non volergliene. La gente ha continuato a venire assassinata anche in modi normali, non erano gli unici corpi su cui lavorare. Spero con tutto il cuore di non trovare altri cadaveri, ma se dovesse accadere, sapremmo cosa chiedere a Beth di fare, in una futura autopsia.»
«Mh. Riguardo le zone della città in cui sono stati trovati i corpi o l’estrazione sociale degli stessi, cosa mi sai dire?»
«Abbiamo pochi dati per valutare se il luogo di ritrovamento coincida sempre col luogo dell’omicidio, ma circa l’estrazione sociale, sono state colpite persone con abitudini ambigue come prostitute, alcolisti, senza tetto, ma anche insospettabili come un infermiere che smontava dal turno di notte e un prete che stava andando a dare assistenza spirituale a un moribondo.»
«A parte Rebecca, in che modo prostitute e alcolisti avrebbero potuto fare da collaborazionisti?», si domandò Samael, e scosse il capo. «No, è una pista senza sbocco e non è dimostrabile per tutti.»
«Spero sempre che ci sia uno schema che possiamo trovare, Samael. L’alternativa è inaccettabile. Un folle spinto solo dall’istinto.»
«Andiamo avanti. Nei file vedo poche indicazioni sugli interrogatori alle famiglie dei cadaveri noti. Qualche notizia di pedinamenti o stalking precedente all’aggressione?»
«Non sono stati approfonditi i dettagli e, dopo le domande di rito, i familiari sono stati esclusi dai sospettati e nessun particolare è stato considerato degno di nota. Qualcosa ti stuzzica?»
«Se dobbiamo capire l’assassino, pensare come lui, è indispensabile sapere se sceglie le sue vittime secondo un criterio più logico del pescare a caso nella folla.»
Samael diceva le identiche cose del suo istruttore all’accademia di polizia, ma usava le parole di un esperto sul campo, invece di un teorico davanti a un manuale: «La maggior parte degli omicidi seriali ha una forte componente emotiva e affonda la radice in un disagio insoluto dell’assassino», citò lei, quasi a memoria, ripescando i ricordi del suo libro di testo.
«Se troviamo uno schema, la sua pulsione, potremo man mano stringere il cerchio dei sospetti. Per esempio, se tutti i morti fossero membri degli alcolisti anonimi, potremmo pensare che l’assassino lo sia, o sia legato a quel mondo.»
Veronika sbuffò, esausta: «L’idea di Reetha sui collaborazionisti mi sembrava la più logica, fino alla tua confutazione. Non abbiamo evidenziato nessun hobby o conoscenza in comune tra le vittime e le famiglie non sanno nulla.»
Samael sorrise tirando il labbro in un ghigno feroce: «Mia cara. Quello che credi di sapere è mille volte meno di quello che sai in realtà, ma non sai di sapere.»
«No fermati, il punto nove del decalogo è chiaro in merito. Non puoi usare i tuoi poteri contro gli umani. E ho già fatto fin troppi compromessi per te.»
«Devi scegliere, Nika. E con convinzione, senza considerare tutto un compromesso. O mi segui e proviamo a fermare un assassino, oppure continuerai da sola. Dunque sei pronta a questa scelta?»
*
«Sai guidare?», chiese Veronika mentre Samael caricava il suo zaino nell’auto della detective.
«Perché non dovrei? Ho guardato Leonardo Da Vinci disegnare i suoi prototipi semoventi. Ho assistito al primo movimento del carro di Cugnot nel 1769. Ho guidato per la prima volta una carrozza a vapore quando sono salito su quella chiamata La Marquise. Era il 1884», Samael vide l’espressione sbigottita di lei e chiuse il bagagliaio. «Ma fino a pochi decenni fa ero più veloce io di qualsiasi mezzo inventato dall’uomo. Comunque non amo particolarmente guidare, i mezzi meccanici sono rumorosi, puzzano e possono esplodere. Preferisco andare a cavallo.»
«A cavallo non saremmo mai arrivati a destinazione in tempo», disse lei, cercando di apparire indifferente, anche se nel profondo era destabilizzata dalle rivelazioni del vampiro.
Quanta storia era passata dinanzi ai suoi occhi e quante persone aveva conosciuto, protetto o ucciso in tutto quel tempo?
Era completamente affascinata da lui, intimorita e attratta e non riusciva ad amministrare l’ambivalenza di quei pensieri che oscillavano dall’istintivo sgomento, al desiderio che la faceva gravitare come un satellite attorno al suo pianeta.
Samael chiese le chiavi: «Guido io, così potrai dormire un po’.»
«Grazie, non so se riuscirò, ma apprezzo il pensiero. Esci piano, non attirare l’attenzione delle pattuglie, ci manca che ci fermino per un controllo.»
«Tu ti preoccupi troppo, Detective. Sei abituata a lavorare con principianti?»
«No, con esseri umani», sospirò lei. «Ora vediamo i dettagli del viaggio. La moglie dell’infermiere ucciso si è trasferita dalla sorella a Cleone», inserì l’indirizzo nel navigatore satellitare. «Prendendo la 101, traffico permettendo, arriveremo in tre ore e mezza e sarà quasi l’alba, come pensi di fare?»
«Non preoccuparti di questo», ma prima che potesse dire altro, il telefono di Samael trillò e lui aprì la video chiamata che, dopo alcuni flash e il caricamento del programma di protezione dati, si stabilizzò sulla figura di un angelico giovane dai lunghi capelli lisci biondo grano, con limpidi occhi azzurri e i lineamenti perfetti.
«Ci sono aggiornamenti?», esordì Samael in francese.
«Buonasera anche a te», rispose il ragazzo, che passò all’inglese, sporcato da un gradevole accento provenzale. «Buona sera, Detective Parker.»
Veronika balbettò un istante, poi rispose: «Signor Corday…»
Lo aveva riconosciuto.
Probabilmente non c’era umano al mondo che non riconoscesse quel volto e quello sguardo severo.
Etienne Corday, membro della Gherusia, primo ambasciatore, primo interlocutore dei soprannaturali, colui che più di tutti si era esposto, fin da subito, nella ricerca della pace.
«Innanzitutto ti rassicuro sulla donna che ci hai mandato, Rebecca. È stata accolta e sta affrontando la quarantena sanitaria a bordo della nave ospedale Asclepios, ma dai primi esami di Davide, pare sia tutto a posto. Ora devi dirmi tu che cosa è successo. Abbiamo visto dei filmati sulla rete e sui telegiornali mondiali. C’era davvero un vampiro a San Francisco?»
«Un’infermiera ha rubato il sangue e ha tentato una trasformazione su suo figlio di otto anni, malato di leucemia.»
«Una trasformazione? Compiuta da un’umana… Situazione spinosa.»
«Molto Corday… molto. Il neonato era un imperfetto, per di più mentalmente instabile, affamato, ignorante della propria condizione e incapace di provvedere a sé stesso, ma non era lui il serial killer per cui sono venuto qui. Purtroppo si è mostrato, nonostante gli avessi detto di attendere nelle fogne mentre preparavo il suo recupero. Colpa mia, non sono penetrato abbastanza nella sua mente per superare la sua sete istintiva.»
«Cosa sanno suoi superiori, Veronika?»
La poliziotta ebbe un tremito nel sentire il suo nome dalle labbra del francese, ma cercò di dominare il calo della voce: «Ho dovuto fare rapporto circa l’incidente di Gordon, ma non ho detto nulla sull’identità di Samael.»
«Ottimo, la ringrazio della delicatezza nel trattare la vertenza. Dal mio punto di vista di Mago Rosso avrei voluto tentare la cura dell’imperfezione, quindi avrei fatto di tutto per averlo qui sulla Hermon, ma come membro della Gherusia mi arrendo all’evidenza che l’esposizione di un vampiro, a soli due anni dalla fine della guerra e dall’esilio, sia stata controproducente. Gli umani alzeranno il livello di guardia e anche tu sarai in pericolo, Sam. Sarebbe più logico che tornassi.»
«Non mi sento a rischio e voglio restare ad aiutare Veronika col killer. Alcuni dei morti identificati erano collaborazionisti. Durante la guerra hanno aiutato i soprannaturali a fuggire o nascondersi. Chiunque sia l’assassino, sta comunque cercando di addossare la colpa delle morti ai vampiri e anche questo è controproducente.»
«Se vuoi rimanere mi fiderò di te come sempre, fratello. Ma stai attento.»
«Lo sarò. Ti manderò un rapporto esaustivo appena saprò qualcosa di concreto.»
Etienne guardò verso Veronika: «Le porgo i miei omaggi, Detective Parker.»
La comunicazione venne chiusa.
Veronika sorrideva al pensiero che Samael sarebbe restato: «Lavoreremo ancora insieme dunque.»
«Il fatto di aver visto un imperfetto mi ha fatto pensare alla possibilità che anche l’altro killer possa esserlo e che il tentativo di diventare immortali non sia stata una follia esclusiva di Carol Taylor, il che giustificherebbe le prede prese a caso e suggerirebbe che l’imperfetto possa avere in difetto la mancanza di canini.»
«Quindi asporterebbe il sangue con qualche mezzo meccanico alternativo?», lo guardò annuire e proseguì. «Qualcosa che lo faccia sentire davvero vampiro…», ipotizzò lasciando vagare la fantasia, «magari una protesi dentale! E mangerebbe così tanto, proprio perché è imperfetto, come Gordon, ma adulto, quindi con maggiori necessità alimentari.»
Aveva snocciolato la sua ipotesi man mano che le si formava nella mente e prendeva corpo e razionalità e, senza accorgersi, si era staccata con la schiena dal sedile, protendendosi verso di lui, che fissava la strada senza distrarsi.
Si rimise comoda sul sedile del passeggero: «Ha un senso. Ma non ho capito cosa speri di ottenere parlando con i familiari delle vittime.»
«La memoria umana non è ordinata. I ricordi si contaminano, si coprono a vicenda. Io posso seguire le tracce giuste, discernere tra i più percorsi e scavare nella mente, in modo da far emergere il vero ricordo o dettagli impressi in punti irraggiungibili dell’archivio mentale.»
«E come lo farai?»
Samael non tolse gli occhi dalla strada: «Attraverso il sangue.»
*
Il vampiro fermò l’auto fuori dalla casa in cui abitava la moglie dell’infermiere Morris, proprio mentre le prime luci dell’alba coloravano l’est di delicate sfumature di rosa e azzurro.
«Sta per sorgere il sole», disse Veronika, preoccupata.
«Me ne sono accorto», rispose e non sembrò affatto in pensiero.
«Ci sto pensando da tutto il viaggio, ma… questa cosa di leggere i ricordi attraverso il sangue… insomma lo fanno tutti?»
«Non tutti. Ci vuole esperienza e un buon… come direste voi? Pedigree?»
«Sì, ma come…», avrebbe voluto chiedere altro, sapere, conoscere, ma Samael fissava immobile la finestra della casa di fronte a loro, attraverso la quale si intuiva una figura con una tazza fumante in mano.
«È lei. Riconosco la foto dal dossier. È già sveglia, possiamo approfittarne.»
Uscì per primo dall’auto e Veronika si affrettò a imitarlo, ma lui si fermò: «Lasciale finire il caffè, avrà più zuccheri e liquidi in corpo», ghignò perfido.
«Ma il sole?»
«Mi vedi preoccupato? Preoccupati quando anche io lo sarò», e prima che potesse ribattere, proseguì lui. «Nel rapporto per Hollis, cos’hai scritto?»
«Nulla che possa comprometterti. Ho scritto che segui scrupolosamente il decalogo e che l’incidente con Gordon è stato causato dall’avventatezza del vampiro che non ha eseguito i tuoi ordini, il che è vero.»
«Mh. Avrei potuto infilargli un paletto nel cuore fino al mio ritorno, ma non l’ho fatto e ho sbagliato, il semplice ordine mentale che gli ho lasciato non poteva superare l’istinto a nutrirsi che in lui era molto forte. La fame lo ha guidato, prendendo il controllo della sua ragione.»
«Regressione?»
Samael annuì: «Quando la fame si fa sentire, non si riesce a essere lucidi, si inizia a guardare ogni cuore che pulsa come mero cibo, anche quello di chi ami. E, se non riesci a soddisfare la sete, il desiderio diventa un obbligo e la bestia interiore prende il sopravvento, obbligandoti a mangiare. Invecchiando, impariamo a disciplinare la sete, anche se alcune sette facevano del loro credo il cavalcare la regressione, lasciando liberi istinti e ferocia.»
«E nessuno li fermava?»
«Noi Giudici lo facevamo, ma erano molti di più di noi. E poi rimettere a posto le loro mattanze, facendo sparire corpi e cancellando ricordi, ci portava via molto tempo.»
«Ed erano sempre giovani?»
«Non solo, anche alcuni anziani purtroppo. Li guidavano e li indottrinavano alla loro filosofia della violenza. E i giovani li seguivano ben lieti, perché cedere alla bestia è facile, disciplinarsi non lo è ed erano così difficili da saziare! I giovani non sanno ottimizzare l’energia vitale del sangue.»
Veronika stava per chiedere altro, ma vide l’espressione di lui focalizzata sul nulla, con le labbra schiuse nello stupore: «Hai la faccia di uno che ha appena avuto un’idea geniale. Hai capito qualcosa?»
«Non lo so. Forse. Ora andiamo. Parla tu con lei, io mi farò avanti al momento giusto.»
*
Sienna Morris continuava a sistemarsi i capelli ancora scompigliati dalla notte, coprendosi il pigiama con la camicia da notte lunga e, nonostante rispondesse a Veronika, di fatto continuava a occhieggiare Samael con un accondiscendente imbarazzo.
«Sappiamo che altri colleghi le hanno porto le medesime domande e ci dispiace ricordarle ancora momenti dolorosi, ma ci occorre comprendere dettagli che magari allora le erano sfuggiti e che ora potrebbe ricordare meglio.»
«Va bene, Detective Parker, non c’è problema. Voglio fare tutto il possibile per aiutarvi a prendere l’assassino. Nessuna moglie, madre o figlio deve più soffrire come me», disse annuendo, col volto precocemente invecchiato dal dolore.
La sorella di Sienna osservava la scena dalla porta del salotto, mentre la vedova, seduta su una poltrona, si tormentava le mani passando lo sguardo inquieto da Veronika a Samael.
«Signora Morris, vorrei che tornasse con la memoria ai giorni e settimane prima della tragedia. Albert si è mai lamentato di un collega o di un paziente? Lo ha mai visto preoccupato per delle minacce o qualsiasi cosa che le è apparsa anomala?»
Man mano che la donna negava col capo, Veronika incalzava con le domande: «Lei ha ricevuto minacce? Qualche cliente insoddisfatto del lavoro dello Studio Legale può avere scelto di punirla attraverso i suoi affetti?»
Nessun nemico, nessun litigio a lavoro o nel tempo libero, durante la guerra Albert era rimasto sempre assunto nel medesimo ospedale, il Civil General, lo stesso in cui lavorava Carol Taylor, con diverse mansioni, dal pronto soccorso alla terapia intensiva ed era stato promosso capo reparto durante la pace, ma i colleghi lo stimavano.
Veronika guardò Samael e lui annuì, perché avevano appena trovato qualcosa in comune in due vittime, entrambe infermiere, entrambe assunte in quell’ospedale.
«Riesce a ricostruire la settimana antecedente l’omicidio?»
Sienna rifletté un poco, respirò asciugandosi le lacrime, poi prese a raccontare: «Passammo il fine settimana al God’s Bath a Deadwood, immersi nella natura. Mia madre si era offerta di tenerci Kevin per lasciarci un po’ soli a riprendere fiato. Lui è… un figlio della liberazione.»
Samael guardò Veronika che spiegò brevemente: «Chiamiamo così quei bambini nati esattamente nove mesi dopo la firma del trattato di Boston. Molte persone festeggiarono la fine della guerra con tale trasporto, che vennero concepiti molti bambini. Fu un vero Baby Boom paragonabile a quello dopo la Spagnola o dopo la seconda guerra mondiale.»
«Esatto, Detective, però così facendo non potemmo avere un solo momento per ritrovarci come coppia, dopo l’apocalisse. Così ci regalammo quel fine settimana da soli e fu splendido. Il lunedì tornammo ai rispettivi lavori, il martedì entrambi facemmo una visita di routine per l’assicurazione medica, pranzammo insieme in una Taqueria sulla Liberty Street, poi io presi il bambino al nido e lui fece il turno di notte. Quando smontò, ebbe le quarantotto ore di permesso come da contratto, ma a parte portare o prendere il bambino all’asilo, non uscì di casa. La spesa la feci io tornando dallo studio legale. E sabato, quel maledetto sabato, andò al lavoro col turno del mattino, dalle otto alle quattro, ma mi chiamò dicendo che avrebbe fatto un po’ tardi, perché c’era stato un brutto incidente e avevano bisogno di personale. Mi chiamò alle dieci di sera, dicendo che aveva finito e stava tornando a casa, ma non arrivò mai.»
«Ora le farò una domanda un po’ particolare, signora Morris. Le garantisco che qualsiasi risposta mi darà, non avrà alcuna conseguenza per lei. Suo marito era un collaborazionista?»
Sienna guardò sua sorella che fece cenno negativo, ma lei, dopo aver inspirato per ricacciare indietro le lacrime, confessò ogni cosa: «Uno dei suoi colleghi era un licantropo. Erano amici da oltre dieci anni, ma si era nascosto bene e Albert scoprì che non era umano solo quando vennero ad arrestarlo in ospedale, durante il turno, la mattina dopo la diretta televisiva. Malcolm reagì e tentò di fuggire e gli spararono alla nuca con uno di…», deglutì e cercò di dominare il pianto, «uno di quei proiettili che esplodono e tutta la testa venne spazzata via e finì dappertutto nel corridoio del pronto soccorso.»
Veronika le venne in aiuto: «E da quel momento aiutò i soprannaturali?»
«Sì, Detective. Lo facemmo entrambi perché era giusto. Molti di loro erano nostri conoscenti, amici ed erano persone splendide.»
Il pianto non poté più essere trattenuto e la donna si piegò su sé stessa, fiaccata dal dolore.
Samael fissò la sorella e Veronika sentì di nuovo l’aria farsi elettrica, quasi come dopo un temporale, mentre la donna, sbarrati gli occhi, si mosse come un automa per tornare in cucina.
Il vampiro invece si avvicinò a Sienna e le sussurrò qualcosa che Veronika non sentì.
La vedova rimase a bocca aperta, fissando non più il vampiro, ma in avanti, nel vuoto, con le pupille dilatate e la bocca socchiusa, mentre il capo si reclinava docile indietro scoprendo il collo.
Non sembrava rendersi conto di nulla mentre Samael le afferrava delicatamente la nuca e avvicinava le labbra alla pelle.
Il cuore di Veronika prese a galoppare, frustato dall’adrenalina e le dita pizzicarono di nervosismo, tanto che prese a stringere le falangi una con l’altra, respirando con l’affanno di chi abbia corso la mezza maratona.
Stava per vedere un vampiro nutrirsi.
E non uno qualsiasi.
Samael di Tanis, un pilastro della comunità degli immortali.
Qualcuno che lo faceva da secoli e secoli.
Samael non lasciò la presa sulla mente di Sienna quando ne azzannò il collo e lei non emise un solo fiato o lui un gemito.
In silenzio il vampiro dilagò nella mente della donna, cogliendo i dettagli fotografici di quello che aveva narrato.
I bungalow del residence, la targa della loro auto, il riflesso delle montagne sul fiume, i faldoni dei casi giudiziari, il bambino che corre verso di lei col grembiule a quadretti piccoli e azzurri.
E poi ancora il taco, perfino la sensazione piccante della salsa, la soffice carezza delle lenzuola la sera e l’abbraccio del marito fino a quando prendevano sonno.
L’asettica freddezza della sala visita si contrapponeva al calore delle mura domestiche, ma entrambi, mano nella mano, sorridevano alla dottoressa che faceva domande e compilava cartelle cliniche.
Esame del sangue e delle urine, elettrocardiogramma, poi il plico delle clausole dell’assicurazione il cui logo recitava uno schematico H1.
Strette di mano e di nuovo a casa, lavoro, un film in televisione, il bambino che si addormenta nel letto dei genitori e Albert che lo solleva e lo porta nel suo lettino.
Samael cancellò ogni segno di morso con cura, si ripulì le labbra da quell’unica goccia sfuggita all’angolo e si riaccomodò accanto a Veronika.
Solo allora lei espirò, rendendosi conto di aver trattenuto il fiato tutto il tempo e di stare muovendo le cosce, sfregandole una contro l’altra in un impercettibile movimento.
Samael la toccò col ginocchio mentre si sedeva e lei schiarì la voce, richiamando Sienna dal mondo dei sogni in cui il vampiro l’aveva precipitata: «Grazie signora Morris, se avremo notizie non mancheremo di informarla.»
*
Quando uscirono, il sole era alto.
Per tutto il tempo passato nella casa, Samael era rimasto in un punto in ombra del salotto, ma il tragitto dal patio all’auto e il viaggio di ritorno, sarebbero avvenuti sotto il freddo sole invernale.
Veronika si girò a guardare il vampiro che si esponeva all’astro senza alcun problema e rimase a bocca aperta.
«Togliti l’espressione sbigottita dalla faccia, Nika, o la gente inizierà a chiedersi il motivo», le sibilò Samael passandole le chiavi.
Veronika rimase a fissare il suo volto e quell’unica traccia di bruciatura sulla punta di un orecchio, poi si affrettò all’auto e partì in tutta fretta: «Cristo! Come hai fatto? Com’è possibile?»
Samael saltò sul sedile posteriore, poi abbassò uno degli schienali e si infilò nel bagagliaio, lasciandolo però aperto.
Si sfiorò l’orecchio ferito e già in via di guarigione, poi si accoccolò comodo nell’angusto spazio: «Sotto gli abiti indosso una tuta di kevlar e neoprene trilaminato che funge da antiproiettile e protegge dal sole. Fu un suggerimento di Tessa. Ciò che rimane scoperto lo posso difendere con un trucco per qualche minuto.»
«Un trucco?»
«Non chiedere altro, ora muoviamoci alla prossima destinazione.»
Veronika mise in moto: «E lo possono fare in tanti? Questo trucco intendo.»
«No.»
Rimase in attesa a lungo, spostando lo specchietto retrovisore per poterlo guardare nel suo nascondiglio, ma quando fu evidente che non avrebbe avuto altre spiegazioni, parlò lei: «È da ieri che ci penso. Nonostante tutta l’abilità a nascondersi nelle pieghe dei secoli, mi hai detto che i servizi segreti dei maggiori stati al mondo sapevano già tutto… nidi, punti di forza e debolezze delle varie famiglie e avevano pronte strategie di attacco mirate e, in effetti, all’inizio la guerra sembrò facile e rapida.»
«C’era chi sapeva ogni cosa e informò i governi con tempestività.»
«E chi?»
«Non ora, non è il momento di parlarne. Sappi solo che i mercenari volontari che dominarono la scena fino alla reazione degli eserciti regolari erano pronti da tanto tempo a queste incursioni, già addestrati e dotati delle giuste armi. Aspettavano solo il primo accordo, la prima voce del soprano.»
«Maylynn Joyce. Qualcuno la definì idealista, qualcuno solo ingenua.»
«Viveva in un mondo tutto suo, Nika. I Romantici o Umanisti, come preferisci chiamarli, erano vampiri dall’indole pacifica e rispettosa della vita umana, che sognavano una arcadia di sensualità e concordia. Si era circondata di umani chiamati Consapevoli, poiché conoscevano l’esistenza del soprannaturale, che la amavano e per questo si era convinta che tutto il mondo potesse essere così. La verità era che aveva selezionato solo i più adatti a sopportare la rivelazione e si fece ingannare dalla sua completa estraneità al mondo reale, dall’idealizzazione che aveva fatto dello stesso.»
«Quindi, se è vero che tutti i governi sapevano dei soprannaturali, l’ipotesi che alcuni di voi non siano mai partiti, ma vivano prigionieri o protetti, sarebbe più che concreta.»
«Gli ordini dell’Inquisizione e di Corday, che ne è a capo, sono sempre stati vincolanti per i vampiri. Decidemmo che lui fosse l’autorità più adatta a emanare una convocazione mondiale alla banchina della Hermon. Così come lui lo fece per i vampiri, gli Alfa lo fecero per i Licantropi, il Demiurgo lo fece per i magici, il Sommo dell’ordine per i mistici, i consorti reali per i Fatati. Ma raggiungere Panama non fu facile in tempo di guerra. Significava abbandonare i rifugi, imbarcarsi in navi o aerei e sentirsi come bersagli per tutto il viaggio. Posso capire che molti non abbiano voluto rischiare. Però, quand’anche fossero rimasti, non si spiegano questi omicidi così plateali.»

-


PUNTO 15 – Per perpetrare la loro specie immonda, i Vampiri corrompono il corpo delle vittime, ma soprattutto la loro mente, prendendo ignari giovani per renderli mostri.
Quando Veronika tornò nell’appartamento, trovò Samael già vestito e con gli occhi fissi sul computer: «Che bella cosa la cronologia dei file», disse lui chiudendo lo schermo sulla tastiera.
La donna posò il cesto degli abiti puliti e asciutti e rimase col capo chino: «Sono stata ingiusta, lo so e mi dispiace, ma se ti avessi chiesto informazioni, me le avresti date?»
«Solo ciò che è necessario all’indagine. Ma ormai hai visto più di quello che agli umani è concesso. Vuoi chiedere qualcosa?»
«Selim non è il tuo nome, vero?»
«È il nome di mio padre, che mi chiamò Khalid… Khalid Ibn Selim Ibn Azeem.»
«E sei… sei Samael di Tanis?»
«Sono io. La Gherusia riteneva indispensabile assistervi nel miglior modo possibile e, per forza di cose, sono dovuto venire io. Il mio volto non è mai stato reso noto, mentre Etienne lo si trova anche stampato sugli slip di fanciulle e ragazzini adolescenti», Veronika sorrise appena, ma lui incalzò. «Ora tocca a te. Cosa hai detto al tuo superiore?»
«Niente», sentenziò con una scrollata di spalle. «Tu resti Selim e basta. Non gli serve conoscere il tuo volto o chi sei. Quanto a me, so che potrai togliermelo dai ricordi, quando avremo finito.»
«Lo farò, infatti.»
Veronika rabbrividì a quella rivelazione.
Neanche lui si fidava e la detective non riuscì a quantificare la delusione di quella breve e feroce frase.
Si era aspettata un’apertura, l’assicurazione che la fiducia gli avrebbe fatto mantenere un rapporto con lei anche dopo l’indagine, invece il vampiro voleva distruggere ogni ponte e non lasciare nulla di sé in quel mondo.
Avrebbe anche dimenticato tutto, prima o poi, ma al momento voleva sapere: «Chi è Tessa?», chiese alla fine.
Samael si portò alla finestra, osservando le stelle in un cielo ormai rasserenato dopo neve e pioggia: «Mia figlia. La figlia che sarei stato orgoglioso di avere, se non si fosse uccisa a sedici anni», disse appoggiando la mano al vetro, con la testa china, abbandonata a contemplare il pavimento.
Era un atteggiamento così umano, che passava dall’empireo al terreno, dalle stelle al tappeto a buon mercato, dalla vastità del cosmo e delle sue possibilità, all’anonima finestra di un condominio.
«È giunta qui come un tornado e in pochi giorni ci ha riuniti, ci ha resi gli alleati che siamo ora e ci ha dato le risorse per resistere alla guerra», e tacque abbastanza a lungo da far capire a Veronika quanto dolore stesse provando quel vampiro nel parlare di lei.
La poliziotta si fece coraggio e avanzò fino ad affiancarsi a lui, che tuttavia non si mosse: «Come giunse qui? Da… da dove?»
«Lei veniva da… un mondo parallelo. Da ciò che accade quando una persona compie una scelta cardine, in grado di influenzare il futuro. L’universo allora risponde facendo vibrare quella scelta su armoniche differenti e così ognuno di noi giunge a esistere in entrambi i mondi. Ucronia.»
«Ucronia», sussurrò lei, spaventata dalle sue stesse parole. «E qual è il mondo vero? Il nostro o il suo?», chiese lei, che sentì il tremore dell’emozione pizzicarle le dita. «N-Noi non siamo reali?»
«Entrambi i mondi sono veri e io… se mi concentro… a volte riesco a vederla attraverso i miei stessi occhi, gli occhi di quella vibrazione di me che può starle accanto e lei… è così felice…»
Rimase in silenzio, a capo chino, col braccio teso e puntellato al vetro, che ne celava in parte il profilo, ma Veronika era persuasa che stesse reprimendo le lacrime, il rimpianto di aver perduto qualcosa di importante.
Quando stava per dirgli la cosa più stupida del mondo, ovvero che le dispiaceva, lui si rialzò e si allontanò in fretta, tornando verso il computer: «Non posso spiegartelo meglio di così perché stiamo ancora studiando tutto quello che lei ci rivelò nei pochi giorni in cui rimase con noi. Con un lungo dossier cercò di riassumere quello che aveva scoperto nella sua realtà, tutto quello che avevamo vissuto insieme e fu solo grazie a lei che riuscimmo a salvare ciò che abbiamo di più importante… la nostra storia.»
«Ma come arrivò qui e come se ne andò?»
«Fu una decisione… superiore.»
«Lucifero e Metatron», gli venne incontro. «Lo ha detto nel filmato.»
«Non posso dirti altro, Nika, mi dispiace.»
Era persuasa che gli dispiacesse davvero e non riusciva a spiegarsi come mai ne fosse convinta senza alcun dubbio, ma Samael si stava aprendo con lei, finalmente.
Si voltò a guardarla: «Non mi credi?»
Glielo stava chiedendo.
Questo significava che non voleva frugarle nella testa per ottenere la risposta vera e quello, ai suoi occhi, era un’enorme dimostrazione di fiducia.
«Ti credo», rispose lei. «È solo che pensavo a… Tessa, al peso che ha su quelle spalle», e vide che Samael la stava fissando, dandole la massima attenzione.
Veronika si sedette sul divano, raccogliendo le gambe, piegate di lato, sulla seduta: «In quel filmato sembra così dolce, così innamorata di te da non sapere come dirtelo. Ho visto tutto il dolore della consapevolezza che vi avrebbe dovuti lasciare e la vergogna del pensiero che sono certa avesse nel cuore… sarebbe stata contenta di tornare al suo mondo e non riusciva a perdonarselo.»
«Sì», disse lui, come unica ammissione. «Ma ho accettato di perderla, sapendo che comunque non l’avrei fatto perché da un’altra parte, siamo una famiglia, i miei figli sono vivi e questo mi basta.»
«Ma non sei tu a vivere felice in quel mondo.»
«Non importa, Veronika. Forse un giorno le due realtà collasseranno di nuovo una nell’altra e tutto si sistemerà.»
«È… è possibile?»
«In teoria, ma nemmeno noi sappiamo altro, stiamo ancora approfondendo gli studi, ma la guerra ci ha privato di molte risorse. Parecchi studiosi sono morti e, con loro, tutta la conoscenza che avevano accumulato. Quindi noi stiamo ripartendo da lontano e ci muoviamo piano.»
«Grazie di aver condiviso questo con me, Samael.»
Era la prima volta che lo chiamava col suo vero nome e lui non negò, anzi fece un assenso composto e nobile: «Posso essere certo che non dirai nulla al tuo capitano?», chiese di nuovo.
«Non lo farò, hai la mia parola.»
«E tu la mia. Non ti metterò mai volontariamente in pericolo. Sono venuto qui pensandoti un nemico, il solito umano ottuso e violento che ho imparato a combattere in questi anni di guerra, ma prima che partissi, Corday mi ha detto una sola frase.»
Si prese del tempo e Veronika si aggiustò sul divano, tradendo la sua impazienza: «Cosa?»
«Non possiamo fare altro che cercare di rendere migliore questo mondo, Veronika. Aggiustare ciò che è rotto, recuperare ciò che è perduto e riportare l’equilibrio delle origini. Ora voi sapete di noi, proprio come un tempo, prima che la storia dimenticasse quel passato e dobbiamo ripartire da qui, da queste macerie, per ricostruire.»
*
Veronika calò il coltello sulla fajita di pollo, segandola a metà con un taglio diagonale.
Aveva consegnato il rapporto al Capitano via e-mail poco dopo la mezzanotte che sanciva l’inizio del 19 dicembre e, solo dopo il dovere, si era concessa di riscaldare la cena messicana da asporto.
«Mangi molto», constatò lui, «ma male, come tutti gli americani.»
«Hai paura che ingrassi troppo?»
«No, fai bene a mangiare, c’è più sangue in circolo!»
Il coltello le sbandò sul piatto ed emise uno stridulo rumore.
Alzò gli occhi.
Il vampiro rideva di sottecchi mentre faceva zapping col telecomando, ma si fermò sulla NBC per seguire il rimbalzare della notizia di Gordon.
Lungo Grove Street, davanti al Municipio, una nutrita folla si era assembrata spontaneamente per chiedere maggiore protezione e sicurezza.
Una donna in prima fila, che indossava una maglietta col volto del predicatore James Burrows sbiadito dal tempo e dai lavaggi, che recitava il motto «o noi o loro», venne intervistata: «Svegliatevi!», urlò nel microfono. «Lo vedete? Sono anni che lo diciamo e ci prendono per visionari ma è tutto vero! Aprite gli occhi, non ci dicono la verità! La guerra è stata tutta una montatura!»
Il giornalista, imbarazzato, cercò di fare chiarezza: «Ma signora, non può negare la guerra!»
«Fu tutto recitato! Un modo per tenerci in casa e intanto organizzare il massiccio spostamento di mezzi e creature per metterle in salvo sulle navi!»
«Ma allora se avvenne tutto questo, come giustifica i combattimenti per le strade anche della nostra città?»
«Tutto combinato! Serviva che questi animali creassero un diversivo, instillassero la paura, per il vero scopo, perché loro e i poteri forti potessero accordarsi alle nostre spalle per affossare l’economia e ingrassare le lobby farmaceutiche e quelle di armi. E intanto noi morivamo di stenti! Apri gli occhi, non essere servo del sistema!»
Esaurito il suo delirio, la donna riprese a fischiare e a camminare col corteo.
«La società ha preso una strana deriva mentale e sociale, se arrivano a negare la guerra», notò Samael, pensieroso.
«Prima che scoppiasse, in molti negavano l’olocausto, se ricordi. Hanno solo spostato target. Comunque Burrows non diceva proprio questo», osservò Veronika.
«Ma i suoi eredi sì, per lo meno da quello che ho capito in quella riunione ieri notte», e cambiò canale. «Ma con le religioni funziona così. Quante persone si dicono cristiane e poi usano rituali pagani per la buona sorte o cristalli e tarocchi, reinterpretando il messaggio divino secondo la loro necessità? La religione è una richiesta di sicurezza nei confronti del dolore della vita e dell’orrore per la morte, non una verità rivelata e ognuno se l’adatta come meglio crede e desidera.»
«Non è solo quello. Secondo Burrows i soprannaturali schiavizzavano i potenti per farli lavorare per loro.»
«Il che non è totalmente sbagliato», sentenziò lui, omettendo ogni altra spiegazione.
Veronika rimase lì, con la bocca socchiusa e il respiro bloccato nei polmoni ad attendere una rivelazione che non giunse, dunque espirò e tornò a dedicarsi alla sua cena.
Samael fermò il vagare dei programmi su un canale minore.
In uno studio essenziale, un veterano di guerra esibiva con orgoglio il suo moncherino di gamba, raccontava di come un vampiro l’avesse azzannato al polpaccio e lui si fosse amputato la gamba con l’aiuto dei suoi uomini, per evitare il contagio.
Scrollò il capo, rassegnato, poi voltò il profilo verso di lei: «Da sempre noi vampiri siamo connessi alla società umana ed è capitato più di una volta che manovrassimo i potenti. A volte per sopravvivere, a volte per orientare la storia verso un futuro che non fosse di distruzione. Viviamo tra di voi e manipoliamo la storia e le vostre vite per il nostro bisogno più di qualsiasi altra razza», lasciò che la televisione continuasse a parlare in sottofondo. «I Samael sostennero il Saladino, ai tempi delle crociate, il clan di Bernardo Bentivoglio parteggiò per Re Raimondo, alcuni vampiri scelsero Hitler e altri Churchill», e si voltò a guardarla con gli avambracci sullo schienale del divano.
Lo stava fissando con la bocca aperta e il coltello in mano, sospeso a mezz’aria: «Non… non è possibile, non ci credo. Nessuno si è mai accorto di nulla?», e lo guardò fare un cenno negativo. «E quando… insomma quando sarebbe successo? Fammi un esempio!», lo sfidò.
«Uno dei più recenti atti di dominazione di massa fu durante l’epidemia di influenza che chiamarono Spagnola. Per evitare che tutti moriste, iniziammo a imporci sulle menti di medici, politici e giornalisti, per far passare il messaggio di restare confinati in casa e limitare il contagio. Noi soffrimmo la fame, molti vennero addormentati, perché per due anni non ci fu abbastanza cibo per tutti, ma alla fine l’epidemia passò. E di nuovo dominammo le menti per spingervi a procreare e a riportare il numero di umani ideale per i vampiri.»
«Quindi è vero, ci avete manipolati!», sbottò lei, con le mani che si aggrapparono al pianale della cucina.
Non sapeva più cosa credere!
Samael le aveva detto e dimostrato che molto di ciò che il governo aveva diffuso erano menzogne, eppure ora, su ciò che era più importante, riceveva una conferma.
I vampiri manipolano gli uomini!
Già, che idiota, come aveva potuto pensare che, solo perché Samael si era presentato così controllato e posato, tutti fossero così.
«Se non fossimo intervenuti, sarebbe morta almeno la metà della popolazione mondiale.»
Veronika si arrese, abbassando il capo e il tono di voce: «Scusami… Come tutti, anche io ho bisogno di trovare un nemico che sia completamente condannabile. Ne ho bisogno per non impazzire tentando di capire chi ha ragione o torto.»
Anche lui però fece un passo indietro: «Ma la storia non è mai tutta nera o bianca. Alcuni vampiri manipolarono gli uomini spinti da buoni propositi, per esempio per evitare che vi autodistruggeste, altri dal tornaconto personale, non posso negarlo.»
«Mi stai dicendo che… che non tutto ciò che è avvenuto nella storia è merito o colpa vostra?»
«Lo sto dicendo. Uno dei più grandi errori commessi, fu quello di non bloccare la scoperta della bomba atomica, per esempio», le disse indicandole la cena. «Mangia che si fredda.»
«Dici che senza di voi ci saremmo già autodistrutti?», chiese quasi ironica infilandosi in bocca la fajita, cui assestò un generoso morso.
Doveva farlo, o lui avrebbe visto il tremore del mento e il dubbio nel suo sguardo.
«Mh. Certo che vi sareste distrutti. E più di una volta!»
Samael allungò il braccio armato di telecomando verso il televisore e cambiò ancora canale: «…e non è da escludere che nel sottosuolo delle città ci siano altri vampiri sfuggiti all’epurazione, così come alcuni Licantropi o Fate siano celati nelle foreste e nei luoghi più impervi», disse un esperto dal rassicurante completo di tweed e un deciso accento londinese.
Di nuovo cambiò.
«…si sta perdendo di vista il punto focale», stava dicendo una moderatrice, che cercava di mettere pace tra due uomini posti ai lati di una lunga scrivania a forma di Tao. «La legge Boyle, che non stiamo assolutamente contestando, autorizza i capi della polizia delle città o gli sceriffi a istituire un processo e comminare una pena. Questo avrebbero dovuto fare con il vampiro. La giustizia a furor di popolo non può essere ammessa in un paese civile.»
«Eppure c’è una interrogazione del congresso che vorrebbe abolire la legge Boyle, o per lo meno ridimensionarla in virtù delle mutate condizioni sociali e di sicurezza, a due anni dalla fine della guerra», intervenne uno dei due.
«E si vede come sono cambiate!», ironizzò l’altro. «Oggi è un piccolo mostro nelle fogne di San Francisco. Un mese fa l’avvistamento di Licantropi nella foresta amazzonica. Quante altre prove servono per capire che non è finita? Non siamo ancora al sicuro. La legge Boyle non può essere abolita.»
La moderatrice sollevò una mano: «Tuttavia potrebbe essere rivista. Attualmente il potere in mano ai capi di polizia e agli sceriffi è tale che sono praticamente dittatori militari.»
«Sì, ma eseguono le leggi federali, non le proprie, non paragonateli a un Pinochet», obiettò l’uomo.
Il primo interlocutore, il progressista, aprì le braccia: «E ci mancherebbe altro! Il problema è che, in guerra, questa dislocazione del potere accentrato tutto nelle mani di un singolo, aveva un senso pratico per la difesa delle città, adesso non c’è più motivo e l’amministrazione della giustizia e la difesa devono tornare agli organi competenti.»
Altro cambio.
Un predicatore infiammava una folla di fedeli invocando Dio contro gli abomini di origine infernale, a lui chiedeva di salvare tutti gli umani bravi cristiani e di bruciare le bestie di satana proprio come era stato fatto a San Francisco.
Finito di mangiare, Veronika si accomodò sul divano con una birra fredda in mano: «Nessuno ha mai detto nulla sulla vostra origine. Tra le teorie complottiste sulla nascita dei soprannaturali, la più gettonata è quella secondo cui verreste dall’inferno.»
«Abbiamo perso notizie definitive sulla nostra genesi da due mila anni», tagliò corto lui. «Ma anche prima la vera natura della nostra e delle altre razze è andata perduta. Se Tessa fosse rimasta più a lungo, forse ci avrebbe detto cosa è già stato scoperto nel suo mondo. Parlava dei demoni con tale naturalezza che pensai che si fossero rivelati da tempo.»
«Quindi esistono?», chiese lei con una punta di terrore nella voce. «Angeli e demoni…»
Samael fece solo un impercettibile cenno di affermazione e lei continuò: «Come mai non sono scesi in guerra?»
«Ogni volta che i Celestiali combattono, i mondi vivono grandi estinzioni di massa.»
All’ennesimo Amen della congrega, Samael cambiò velocemente canali, uno dopo l’altro.
«Non siamo sicuri! Neanche nelle nostre case!»
«Loro ci controllano, sanno tutto di noi e come prenderci e anche chi prendere!»
«Sono decenni che ci allevano per nutrirsi di noi! Hanno le mani nella medicina e nella politica. Ci pensi bene. Quale obbligo medico ci ha resi tutti schedati?»
Samael fermò il dito nervoso sul pulsante e, dopo un istante, il giornalista rispose: «Le vaccinazioni obbligatorie?»
«Esatto!», disse l’esperto illuminandosi in volto col corpo che quasi saltava sulla sedia. «Con la scusa delle vaccinazioni di massa ci hanno iniettato microchip di controllo, mentre coi prelievi hanno preso il nostro DNA, ci hanno classificato e hanno saputo tutto di noi. Hanno assaggiato il nostro sangue delle donazioni. In questo modo, con il chip e con la schedatura, hanno potuto rintracciarci e prendere proprio le prede che desideravano, quando lo desideravano. Lo capisce che siamo ancora tutti loro schiavi? Che non è vero che sono partiti sulla nave? Sì qualcuno c’è salito e si sta facendo la crociera, ma gli altri sono tutti qui e tirano le fila come sempre, di nuovo nascosti e protetti dai poteri forti.»
«Per quale motivo i politici dovrebbero proteggere i soprannaturali?»
«Ma è chiaro, il sangue dei vampiri può curare, rendere immortali. Immagini magnati dell’industria, banche e farmaceutiche col potere di accedere alla vita eterna; in eterno potrebbero controllarci e continuare ad ammassare soldi e potere.»
Samael si allungò sul divano, proprio accanto a lei, che lo guardò: «È davvero così?»
«Non chiedermelo, non ancora. C’è un punto oscuro nella genesi della guerra che non posso ancora rivelare.»
«D’accordo», concesse lei. «Mi fido di te.»
Le parve di cogliere un accenno di distensione in lui, forse anche sollievo, come se avesse tolto una maschera o un peso dal cuore e fu lieta che quelle sue semplici parole avessero sortito un effetto così rasserenante su di lui.
Veronika rimase al suo fianco a guardare i programmi televisivi, senza badare alla vicinanza che concedeva, in maniera altrettanto naturale della diffidenza che prima aveva: «Una cosa vorrei però saperla… il sangue… è vero che cura le malattie e le ferite?»
«Mh. Ci chiamano non morti, ci dicono antitesi della vita, eppure il nostro sangue dona l’eternità e, in piccole dosi, senza bisogno di trasformare in vampiri, guarisce ogni ferita e ogni male.»
«Questo non era scritto nei testi del governo. Nessuno ha mai detto per certo che il vostro sangue guarisce, è sempre stata materia da invasati.»
«Pare che vi abbiano mentito su questo e chissà su cos’altro. Prova a chiederti il perché.»
«Non è possibile, non ci credo», disse quasi per istinto, mossa da quell’indottrinamento e dalle certezze granitiche su cui aveva fondato la sua vita negli ultimi anni.
Eppure qualcosa aveva eroso quei pilastri e, mentre faceva prorompere quell’affermazione assoluta, già ne percepiva tutta la debolezza.
«Se un giorno tu scoprissi che, spremendo sangue da un vampiro, potresti restare giovane per sempre, immortale, sana… diffonderesti la notizia o la terresti per te?», e la guardò, mentre sul suo volto i segni di una crisi di coscienza prendevano forma in un pallore alternato a vampate di imbarazzo e, anche se non disse nulla, Samael incalzò. «Esatto. Ed è quello che hanno fatto i bastardi fautori dalla gurra, quello che hanno deciso i governi. Demonizzando noi e chiunque si fosse contaminato con la nostra linfa, impedirono la diffusione di un mercato nero di elisir di lunga vita. Questo è il controllo delle dittature, Nika. Decidere chi vive e chi muore e a che condizioni.»
Samael la fissò scuotere il capo in rifiuto, poi si alzò con un movimento agile e preciso, senza dire nulla.
Veronika lo seguì con lo sguardo mentre raggiungeva lentamente il piano della cucina, dove prese uno dei coltelli da cucina dal ceppo e glielo offrì dalla parte del manico, ottenendo però di farla indietreggiare sul divano fino al bracciolo opposto: «C-che cosa fai con quello?»
«Ferisciti, ti mostro che è la verità.»
«N-no, va bene mi fido», Veronika aggirò il divano passando ben lontana da lui, mettendo diversi metri e ostacoli tra loro, gli occhi fissi sulla lama di acciaio e il corpo irrigidito dall’adrenalina.
Non ne era certa, ma le sembrò di vedere le narici del vampiro dilatarsi.
La stava fiutando.
«Hai paura di me con un coltello in mano?»
«Sì, ti pare così strano?»
«Credi che mi servirebbe un coltello da cucina per ucciderti?»
«C-certo che no…», rispose, ma se ne rese conto proprio in quel momento.
Lui stesso era un’arma.
Abbassò il coltello sul pianale: «Potrei usare le zanne, ma…»
Sì, ti prego.
Quel pensiero improvviso le accese un calore violento nel basso ventre e la irritò quasi quanto la paura; ma come aveva potuto pensarlo?
Arrossì.
Lui le sorrise e posò il coltello nel ceppo: «Guardami negli occhi.»
«V-vuoi controllarmi la mente?»
«No, dannazione no! Guardami e basta!», lei sollevò gli occhi e lui le parlò, con la pazienza dei padri per i figli spaventati: «Io… non… voglio… farti… male», scandì lentamente. «Chiaro?»
«Chiaro. Ma ora cambia canale per favore. Non ce la faccio a sentire ancora queste cazzate.»
Samael accettò il cambio imbarazzato di discorso, evidentemente non avrebbe ottenuto nulla insistendo: «Non seguo i canali televisivi dalla Hermon. Non pensavo che si dicessero queste cose.»
«Le teorie complottiste sorgono per ogni cosa, compreso il fatto che la terra sia in realtà piatta.»
Samael sollevò un sopracciglio: «Perfino quando nacqui io insegnavano che fosse una sfera, come mai questa regressione?»
Veronika sollevò le spalle, senza una risposta da dare, ma gli pose la domanda che le bruciava nel cuore da giorni: «E quando… quando sei nato tu?»
Samael cambiò canale. «Vivo da abbastanza tempo da riconoscere che, tra tutte queste… cazzate, come le chiami tu, una cosa è vera. E se ci fossero davvero dei soprannaturali rimasti qui, consenzienti o prigionieri?»
«Credo che trovare questi ipotetici soprannaturali non sia nelle nostre possibilità al momento», disse, ma la frase avrebbe dovuto continuare in altro mondo, perché era evidente che lui non aveva voluto rispondere.
Veronika sospirò, rassegnata: «Concentriamoci sugli omicidi. Sulla scena ho incontrato Reetha Anne Travis», rivelò e, allo sguardo interrogativo di lui annuì. «Sì, il cognome è famoso. È la sorella di Jubilee, la blogger scomparsa. Abbiamo fatto l’accademia insieme, ma lei si è data alla libera professione come investigatore privato. Sta cercando di fare luce sul destino della sorella da due anni. Ha trovato dei nessi tra alcune vittime. Sarebbero stati collaborazionisti.»
«Una vendetta contro chi ha aiutato i soprannaturali?»
«Secondo lei sì, ma è difficile dimostrare la pista, se quelle persone non sono mai state condannate, com’è possibile che il killer sappia chi prendere? Come li trova? Insomma non c’era un tesseramento associativo per il salvataggio dei non umani!»
«Mh. Vero, c’era la legge marziale per ogni collaborazionista scoperto. Ma è comunque una pista su cui vale la pena indagare. Dobbiamo lavorare sui nomi e i legami tra loro, anche se questa associazione pro soprannaturali non esisteva in maniera ufficiale, se ne potrebbe trovare traccia nel Web, in forum di coordinazione, caselle postali, attraverso proprietà immobiliari in cui riunirsi o elenchi di numeri di cellulare degli aderenti.»
«Questo è un lavoro per il dinamico duo Cavanaugh e Perkins!», affermò Veronika. «I database della polizia funzionano per parole chiave. Possiamo inserire criteri di ricerca e vedere dove ci porteranno.»
«Ci deve essere qualcos’altro però, detective. Se io volessi uccidere un collaborazionista, lo farei e basta, magari torturandolo, ma lo ucciderei con un’arma e farei sparire il cadavere. Per quale motivo dissanguare e mimare l’omicidio di un vampiro e solo quello, senza per esempio simulare anche un licantropo? Perché lasciarli in modo che vengano trovati? Perché dissanguarli?»
«Dove vuoi arrivare Samael?»
«E se questi morti fossero stati dissanguati per un motivo? Se avessero tenuto quel sangue, invece di disperderlo? Stando ai referti, in alcuni casi e non tutti, il corpo risulta lasciato esattamente dov’è morto, senza spostamenti, eppure attorno non c’è una sola goccia di sangue.»
«E cosa potrebbero mai fare con tutto quel sangue? Sfamare dei vampiri prigionieri? Altri Gordon imperfetti e famelici?»
Lui fece cenno negativo, non lo sapeva: «C’è qualcosa che mi sfugge, Nika. Lo so, lo sento.»
Veronika tornò a sedersi: «Prova a distrarti, magari ti verrà in mente. Faccio così quando non trovo qualcosa.»
«Ma io non ho perso le chiavi.»
Lei sorrise e indicò il televisore: «Fermati qui. È una emittente alternativa. Il canale associato all’organizzazione Algiz, che ha sempre sostenuto la possibilità di una pace e accordi coi soprannaturali. La loro sede è qui a San Francisco ed è stata bombardata, ricostruita, data alle fiamme, ricostruita di nuovo, vilipesa in ogni modo e ne sono sempre usciti, a volte trasmettendo dalle case, a volte solo via internet, ma prima o poi tornavano in studio», si rimise a sedere sul divano. «Credo che abbiano perso almeno una dozzina di giornalisti uccisi in circostanze misteriose e altrettanti arrestati. Ma se vuoi un po’ di speranza, ascolta loro. Quello è il dottor Foster, il leader del movimento Algiz per la fratellanza.»
Samael appoggiò il telecomando sul tavolino e si accomodò accanto a Veronika.
La donna si irrigidì al fugace contatto col corpo di lui e prese un gran sorso di birra.
«…dico solo che non comprendo questo clima di odio generalizzato. La guerra è finita e quello era un bambino», lamentò Foster.
«Un vampiro bambino», corresse l’ospite con spocchia, «il che non lo rende meno pericoloso di un apparente adulto.»
«Talmente pericoloso che lo hanno catturato senza alcuno sforzo e giustiziato senza processo.»
«Sono mesi che a San Francisco vengono trovati cadaveri col collo forato da vampiri, quello che lei chiama bambino non è altro che un mostro sanguinario in un corpo piccolo, che ci inganna facendo leva sul nostro atavico senso di protezione verso i bambini. Ma è comunque un assassino acclarato ed è nostro dovere civico perlustrare e bonificare le fogne e qualsiasi zona d’ombra delle nostre città, estendendo le prerogative della polizia attraverso un inasprimento della legge Boyle», la telecamera strinse un primo piano sull’uomo che parlava, «in modo che i poliziotti possano fare il loro dovere e noi possiamo dormire finalmente sereni, in attesa che venga adottata una soluzione definitiva che rimuova il pericolo dei soprannaturali dal mondo.»

-


PUNTO 14 – Attraverso le parole e lo sguardo diretto negli occhi, possono instillare dubbi e dominare le menti.
Veronika rinvenne, sballottata come una bambola, con la sensazione dei passi veloci di lui, del contatto con la sua giacca e cercò subito di riagganciarsi al brandello di ricordo che l’aveva cullata prima dello svenimento.
La primigenia sensazione fugace non era più di un impalpabile e irraggiungibile pensiero, ma si trasformava nella certezza che non fosse in pericolo, ma protetta e sicura.
Sì, era qualcosa che aveva già provato in passato.
Perché lei era già stata tra quelle braccia.
Le tempie ripresero a pulsare.
Si rilassò espirando con calma, poi il ricordo della morte di Gordon si impose di nuovo davanti ai suoi occhi bagnati di pianto e nulla più ebbe altra importanza.
Le lacrime rinnovarono il dolore, senza che lei potesse sopprimere i singhiozzi e lo choc in cui era precipitata.
«È tutto finito, non ha sofferto», disse lui con freddo distacco.
Veronika provava un dolore acuto al centro del petto, come se il cuore fosse stato trafitto da un ago rovente, eppure continuava a trovare un conforto inatteso tra le braccia di Samael che, percepiti i suoi singhiozzi, l’aveva stretta con maggiore delicatezza.
Incenso.
Lino bianco.
La tristezza e il dolore di Veronika presto si stemperarono in una sensazione di ottundimento disperato che le permise di ritrovare non la serenità, ma per lo meno la calma.
E molto di quel cambiamento di stato lo doveva a quel petto contro cui poteva appoggiare il volto e quelle braccia forti che la circondavano e la sostenevano come fosse senza peso.
Tra quelle braccia in cui si sentì ancora una bambina di tre anni.
Forse, in quel momento, avrebbe anche potuto apprezzare quel modo irreale di muoversi nella città, forse ora stava iniziando inconsciamente a fidarsi ed era una sensazione aliena per lei che non era abituata a tutto quel contatto fisico né ad avere bisogno di qualcuno cui abbandonarsi così.
Non solo non era avvezza alla debolezza, ma non poteva ancora accettarla, specie perché un piccolo tarlo molesto stava generando una nuova domanda.
Mi sta manipolando?
Sta togliendo il dolore anche a me?
Fece appello al suo orgoglio e la sua disciplina di poliziotto per riprendere il controllo delle sue emozioni, controllandole come aveva imparato a fare: «L-lasciami giù, posso camminare.»
Aveva così tanti pensieri e pesi sul cuore, che non sapeva da quale iniziare, anche se percepiva come prioritaria la necessità di confessargli che sapeva della sua vera identità.
Già, ma come dirglielo senza rischiare uno scoppio d’ira?
Doveva trovare le parole giuste e il momento migliore.
Samael la mise a terra: «Stai bene ora?»
«Sì, scusami, di solito non svengo come una donnetta, sarà la mancanza di sonno o di cibo…»
Lui annuì e guardò l’insegna del locale davanti al quale si era fermato: «Mangia qui dentro, devi essere in forze», disse con schietta praticità e la spinse dentro il pub, in cui una piccola band di tre elementi suonava del cool jazz in un ambiente buio dalle delicate e ronzanti luci blu al neon.
Erano talmente lontani dall’ospedale, che l’eco dell’accaduto non era ancora giunto.
«Bevi anche qualcosa di forte, so che agli umani fa bene in questi casi.»
«Sarei in servizio, ma hai ragione, ne ho bisogno», si accomodò al bancone, ordinando un grosso hamburger e poi, con gli occhi fissi sull’esposizione di bottiglie alle spalle del barista, ne indicò una. «Scotch, qualsiasi cosa scozzese mi va bene.»
E quando il barista guardò Samael, lui rispose: «Sono musulmano, non vede? Acqua per favore.»
Veronika lo guardò con gli occhi sbarrati di stupore mentre beveva piccoli sorsi: «Ma tu puoi? Cioè nutrirti?»
«Di cosa è composto il sangue?», sussurrò lui.
«Ah. Giusto. Acqua per lo più. Ma sei davvero musulmano?»
Lui prese un altro sorso: «Lo fui.»
E cambiò subito discorso. «Hai visto perché non posso restare?»
Lei attese di aver deglutito una generosa dose di alcolico prima di rispondere: «Ho sentito qualcosa prima. Come se l’aria fosse diventata di colpo pesante. Sei stato tu? Cosa gli… come ci sei riuscito?»
«Gli sono entrato in testa, gli ho tolto il dolore e gli ho fatto vedere qualcosa di rassicurante. È tutto ciò che ho potuto fare per Gordon.»
«Non è quello che ti ho chiesto. Voglio capire come fai, come funziona il potere che avete. Insomma i testi dicono che è una maledizione demoniaca, ma…»
«In un certo senso lo è», rispose lui, pronto e senza filtri. «Ma il punto cardine del concetto è un altro. Cosa è demoniaco? Comunque non posso risponderti. Abbiamo deciso che il resto dei nostri segreti non sia più affar vostro.»
Abbiamo deciso, pensò lei. Mi stai confermando ogni cosa… Tu sei proprio Samael di Tanis.
Un brivido la fece richiudere in sé stessa, ma mascherò il disagio accavallando le gambe, un gesto comunque di chiusura, per lo meno come lo fece lei, rapido e senza seduzione.
Doveva dirglielo, non era giusto omettere quella scoperta, ma non poteva farlo in quel pub: «E non mi dirai neanche come funziona il potere mentale?»
Lui fece cenno di no: «Posso dirti solo che le energie misurabili dalla fisica che conoscete sono solo una parte di quelle che muovono l’universo.»
Veronika accettò la risposta con un cenno di assenso e prese a percorrere il bordo del bicchiere col dito: «Ieri hai detto una cosa che mi ha fatto riflettere. Uccidere è facile, ma lasciar morire…»
«Guardare qualcuno che muore senza fare nulla ti toglie empatia, umanità, sentimenti. Devi chiudere il cuore, disciplinare il sentire, sopprimere il grido nella tua mente che ti spinge a opporti alle ingiustizie. Perché, credimi, quando si giunge a dover uccidere qualcuno, è perché la legge e la società hanno fallito.»
Veronika restò basita dinanzi a quelle parole e le comprese nella connessione con quello che ora sapeva di lui.
Era un Giudice, faceva parte di una famiglia di Vampiri che si caricava sulle spalle il peso del giudizio dei propri simili e che, all’occorrenza, comminava le pene di morte.
Un Giudice che aveva deciso che quel piccolo vampiro avesse una possibilità di recupero nella loro società.
«Non sarebbe stato facile portarlo via», disse infine la donna, con gli occhi fissi sul piatto, quando il barista le mise davanti l’enorme e sgraziato panino.
«Lo so. E forse è meglio così. La nostra legge vieta di fare vampiri così piccoli. Prima o poi impazziscono perché la loro mente cresce, ma il corpo no. In più lui era imperfetto, avrebbe avuto un’esistenza davvero dura. Ma ormai era al mondo e non potevamo voltargli le spalle. La Hermon sarebbe stata la sua unica possibilità di sopravvivere e di sapere chi e cosa fosse, accettarsi e conoscersi fino a un’età in cui avrebbe potuto decidere in autonomia se continuare a vivere o farla finita. E l’avremmo aiutato in entrambi i casi.»
«Molti umani avrebbero abbandonato un figlio imperfetto o malato.»
«Anche molti vampiri. Non è una questione di razza, Veronika, credevo l’avessi capito.»
«L’ho capito, è una questione di cuore.»
*
«È tutto nel tuo cuore, ragazzo. Non nell’occhio o nel dardo», disse Kabir. «Devi scoccare quando già avrai colpito il bersaglio dentro il cuore.»
Con delicatezza Khalid azionò il meccanismo di sgancio e il quadrello della balestra sibilò nell’aria finché trapassò il frutto, facendo esplodere la melagrana.
Nel muro dietro i bersagli, la punta del dardo precedette di poco gli schizzi del succo, rossi come sangue.
«Ottimo colpo figliolo», disse Kabir, andando a posizionare un’altra melagrana sul paletto infisso nel terreno. «La balestra ha una gittata migliore, miglior penetrazione contro le cotte di maglia dei crociati e non dipende dalla forza di chi tende il budello. Quindi anche tu, che hai la forza di una rondine, potrai caricarla col minimo sforzo ed essere competitivo quanto un uomo adulto.»
Guardò verso il ragazzo che, puntellando l’arma a terra, ben fermata dal piede, tendeva la corda fino al noce, che scattò bloccandola in tensione.
«Proprio per la facilità con cui un dardo può uccidere anche un prezioso nobile bardato di acciaio, il Concilio Laterano dei cristiani, nel 1139 secondo il loro computo, stabilì che le balestre non potessero essere usate dai cristiani contro altri cristiani, ma solo contro gli infedeli. Noi. Ecco perché voglio che impari a usarla anche prima dell’arco. Forza ora, ricarica», e si voltò per mettere altre melagrane sui bersagli più lontani.
«Sì, maestro», rispose, poi appoggiò il dardo nella scanalatura. «Avete citato l’anno con precisione. Davvero ricordate ogni cosa?»
Khalid sollevò l’arma, ma imbracciando l’affusto, sfiorò il sensibile meccanismo di rilascio che fece partire il quadrello verso la schiena di Kabir.
Il maestro si voltò rapidamente, afferrando il dardo a mezz’aria, prima che lo ferisse e prima che il ragazzo potesse gridare: «No!»
Khalid cadde in ginocchio, floscio come una pelle di fico: «M-maestro…»
«Devi stare più attento, ragazzo.»
«Ma come avete fatto? Non è normale, non è naturale!»
«Attento a quello che dici, giovane Khalid», minacciò Kabir, tornando verso di lui col quadrello stretto in mano e la punta minacciosa rivolta verso il ragazzo.
E lui indietreggiò spaventato, strisciando sulle natiche, ma quando Kabir ruotò il quadrello, offrendoglielo, si calmò: «Viaggiamo insieme da un mese ormai. V-voi non uscite mai al sole di giorno. Non vi vedo mai mangiare o bere. Sparite e apparite senza che nessuno si accorga di come vi spostate e siete così forte e veloce che…»
«Che?»
Era imbarazzato, quasi si vergognava delle sue parole, ma ormai aveva tutti gli elementi per sospettare del maestro: «Io ho letto delle cose quando studiavo a casa del mio mentore. V-voi siete un Algoul?»
«Tu cosa vedi? Come sono, secondo te.»
«Siete un mentore generoso e affettuoso con me.»
«Ecco. Sono precisamente questo e solo questo. Tutto il resto è secondario. Perché sono solo le nostre azioni che ci definiscono, Khalid.»
«Mostratemi tutto», chiese poi il ragazzo. «Voglio sapere tutto.»
Kabir lo fissò a lungo, penetrò nella lucida maturità del tredicenne, poi acconsentì e lo portò a passeggiare tra le tende dell’accampamento militare: «Esistono alcuni individui in questo mondo, pochi in verità, che non sono come gli altri uomini. Hanno poteri fisici e mentali che li rendono più forti e pericolosi. Come Bernardo, di cui tu hai sperimentato la forza mentale. Se al posto tuo ci fosse stato un altro umano, non avrebbe resistito e sarebbe stato soggiogato a compiere il suo ordine imposto.»
«Perché io ho resistito?»
«Perché la tua anima è vasta e potente, mentre il tuo cuore è saldo e nobile. Ecco perché ti ho preso con me», guardò uno dei soldati e questo prese a ciondolare, come in trance, seguendoli fuori dall’accampamento.
Khalid si voltava a controllare quell’uomo con lo sguardo vacuo che camminava meccanicamente dietro Kabir, ma non osò interrompere il maestro.
«Esiste una legge divina al di sopra di ogni religione e di ogni morale umana. È l’Equilibrio. A tanti doni, vengono opposte delle rinunce. Io sono forte, ma il giorno mi indebolisce. Io domino la notte, ma il sole mi distrugge. Io vivo in eterno, Khalid, ma solo finché il mio capo rimane attaccato al collo. Non invecchio, non mi ammalo, ma a patto di nutrirmi della vita stessa di altri uomini.»
Erano ormai lontani dall’accampamento e Kabir si voltò verso il soldato, schiuse la bocca e mostrò le zanne allungarsi sotto lo sguardo di un impietrito Khalid.
Mostrò il bianco delle sclere ormai arrossate dalla Sete, il volto trasfigurato di un mostro che si gettò a mordere il collo della sua preda priva di coscienza.
Il vampiro si nutrì del soldato, che non si mosse e non emise un solo fiato, mentre gli occhi, velati dalla fissità dello sguardo, contemplavano il nulla.
Khalid sentì il rumore della deglutizione nel silenzio della notte nel deserto e lo stomaco si contrasse al pensiero che quello fosse sangue, col suo odore pungente e il suo sapore metallico.
Kabir cicatrizzò le ferite mostrando al ragazzo come la lingua e la saliva agissero sulla carne vilipesa degli umani e fissò negli occhi il soldato, la sua preda: «Torna all’accampamento, dimentica di esserne uscito, di averci visto e che ti ho morso. Dimentica e, solo dopo, risvegliati.»
Khalid guardò il soldato tornare indietro e il suo stomaco lentamente si rilassò, finché non vide il suo maestro che si asciugava le labbra con un panno chiaro, chiazzandolo ancora di sangue: «Figlio mio, ecco quello che sono. Io sono un vampiro. Ma sono prima di tutto Kabir, il tuo mentore. Questo è il nome che mi definisce e che io onoro. Nella vita avrai molte identità, Khalid, ma un solo vero nome.»
*
«John Doe», disse Samael, leggendo il nome sul campanello dell’appartamento che gli era stato assegnato dalla polizia, mentre Veronika apriva la porta, «non ero mai stato un John Doe.»
«Beh John per noi è un po’ come Muhammad per voi, il nome più diffuso. E Doe è il cognome di chi non ha cognome. Un signor nessuno. Chiamiamo così i cadaveri non ancora identificati. John e Jane Doe. In questo caso abbiamo usato un nome anonimo per un appartamento del governo.»
«Mh», disse accarezzando la targhetta sulla porta. «Il nome ci definisce, possiede un significato e un potere intrinseco che passa di genitore in figlio. Per la mia famiglia umana un momento di passaggio fondamentale era quando il figlio raggiungeva l’adolescenza e la madre o la madrina rivelavano il vero nome scelto alla nascita.»
«Noi abbiamo un rito analogo nel battesimo.»
«Lo so. Ogni popolo ha i suoi riti, Veronika. Ne ho visti così tanti», disse stropicciandosi il volto, «alcuni sono perduti per sempre, altri sopravvivono ancora oggi. Riti di nascita, di passaggio, di unione, di morte.»
Entrarono e lei chiuse la porta, lasciandolo parlare, facendosi cullare dal suono di quella voce calda e rassicurante: «Il nome può dire chi sei, da dove vieni, dove vuoi andare e il rito ti aiutava a capire questo nome e la strada a esso correlata. È una parte di te più importante di quello che si pensi. È una frazione dell’anima stessa», disse lui spostandosi verso il suo zaino.
«Frazione… dell’anima?», chiese e lo guardò armeggiare con lo zaino, deglutendo mentre il cuore prendeva a battere con maggiore intensità.
Aveva rimesso tutto in ordine come l’aveva trovato.
Si sarebbe accorto della manomissione?
Samael sollevò gli occhi dallo zaino per posarli su di lei, sondando quella reazione a bocca aperta che le vide assumere. «Non mi credi?»
«Suppongo… beh sì, che tu non abbia motivo per mentirmi», rispose, ma era a disagio ed era persuasa che lui avrebbe potuto leggerlo in ogni sua manifestazione umorale, dal sudore alla tachicardia.
Lui non le stava sicuramente mentendo, lei sì, per lo meno stava omettendo di aver frugato nelle sue cose.
«Io non mento, Veronika, non lo faccio mai.»
Aveva lasciato quella dichiarazione a danzare nell’aria per piegarsi a prendere lo zaino dall’anello superiore e quelle parole continuarono a rimbalzare nella mente della poliziotta.
Non mente mai.
Lui non mente.
Tornando verso di lei, le concesse poche altre parole: «Parte del rituale di esorcismo di un demone prevede di conoscerne il nome vero e il sigillo di evocazione. Senza di quello, anche noi siamo senza potere nei loro confronti. Conoscere il vero nome dà un grosso potere ai maghi, agli esorcisti e anche ai detectives», lei lo guardò con aria interrogativa e lui terminò. «Dobbiamo dare un nome a tutti i John e Jane Doe. Vedrai che ci diranno più di quello che crediamo.»
E si diresse nella camera da letto, cambiando argomento, come se fino ad allora avesse parlato del superbowl e non di magia ed esorcismi: «Devo mettere questi abiti nella lavatrice, puzzano ancora di fogna.»
Veronika ci mise un po’ a rispondere: «A-aspetta. Ci sono davvero i… demoni?»
Ma lui era già chiuso nella camera da letto e lei si fermò con le labbra vicino alla porta chiusa e le mani bloccate nell’atteggiamento del bussare.
Non lo fece, piuttosto cercò di dominare quel sottile ago di terrore che le stava pungolando la nuca: «N-nel seminterrato del palazzo ci sono lavatrici e asciugatrici, io mi scaldo un tramezzino.»
Saccheggiò il frigorifero, infilando verdure, formaggio e insaccati tra due fette di pane da toast, ma quando si voltò per raggiungere l’elettrodomestico, si trovò il vampiro alle spalle, che la fissava severo.
Lo spavento le fece tremare le mani e cadere il piatto, che lui afferrò al volo, senza toglierle gli occhi di dosso: «Hai frugato nella mia roba.»
Non era una domanda.
Veronika sentì le gambe divenire fredde e deboli, il volto avvampare di vergogna in una serie di manifestazioni di colpa che non avrebbe potuto celare in alcun modo, neanche a un normale umano.
Era evidente che avesse commesso un errore nel riordinare lo zaino.
«I-io… sì. Perdonami. Continuavo a tormentarmi, a chiedermi se potessi fidarmi o meno di te. Non riesco a capirti, non riesco a classificarti e questo mi angoscia.»
«Hai paura di me?»
«A volte sì.»
«Cosa credi che possa farti?»
«Non lo so, è qualcosa di atavico, che lotta contro la ragione e la disciplina che mi impongo», rivelò, mentre già il suo corpo cercava una via di fuga, ma lui era fermo davanti all’unica via d’uscita.
Si fermò con la schiena contro il frigorifero e lo guardò immobile, in silenzio, in attesa di una spiegazione che lei si sentì costretta a dare, ma non per coercizione mentale, perché era giusto così, doveva farlo se voleva costruire una fiducia sufficiente a restare fianco a fianco senza sospetti.
«Io non temo la morte, forse più il dolore, ma non la morte. Eppure non riesco del tutto a darti fiducia, a sentire che puoi coprirmi le spalle e non aggredirmi alle spalle», vomitò tutto fuori dalle labbra, fissandolo negli occhi alla ricerca di una qualsiasi manifestazione di sentimenti, ma si trovò dinanzi un muro di ghiaccio. «Io ho… Ho paura di essere tradita.»
Lui non rispose, ma si avvicinò lentamente.
Veronika non poteva indietreggiare di più, era già premuta contro il frigorifero e vi appoggiò i palmi, sollevando il capo quando lui le fu addosso abbastanza da dominarla in statura.
Sentiva i corpi sfiorarsi appena e il tempo si fermò per lei che era in attesa solo di una scelta del vampiro.
Vivere, morire.
Restare, andare.
Perdonare, vendicare.
Cos’avrebbe fatto?
Samael appoggiò il piatto col tramezzino sul pianale dietro di lei, indietreggiò di un passo, si voltò e sparì nella stanza da bagno; a Veronika non restò che guardare la sua cena, ancora perfetta come l’aveva preparata, con solo la fetta di pane superiore leggermente spostata.
Il vampiro era stato così rapido e preciso nell’afferrare il piatto, che il grattacielo di ripieno non si era scomposto e Veronika sentì la necessità di scavare in quel pensiero all’apparenza inutile per capire cosa avesse provato.
Non terrore, no.
Forse solo… ammirazione.
Guardò verso la porta socchiusa del bagno, mentre l’acqua della doccia scorreva a lungo.
Si mosse in punta di piedi, confidando che lo scroscio del soffione togliesse al vampiro almeno un poco della percezione soprannaturale e si affacciò alla stanza, piegandosi a recuperare gli abiti abbandonati sul pavimento.
L’aveva fatto in fretta, con la testa bassa che evitava il contatto visivo con il vetro della doccia, perché nonostante il vapore, distingueva bene, al margine del campo visivo, il suo corpo nudo.
Coi vestiti appallottolati in una cesta scese nel seminterrato.
Ormai non aveva più fame, lo stomaco si era chiuso in una morsa di rimpianto e colpa e tanto valeva restare a guardare il cestello della lavatrice che ruotava ipnotico, mentre i pensieri si affastellavano nella sua mente, impedendole di capire come gestire l’ambivalenza dei sentimenti che provava per lui.
Lo conosceva da un giorno appena e lui le aveva già sconvolto la vita, ma cosa provava in sua presenza?
Fiducia, abbastanza da aprirsi con lui come non faceva con nessun amico da tanti anni o timore, come era giusto provare davanti a un vampiro?
Sicurezza, quanto serviva a sentirlo affidabile come partner nell’indagine o dubbio, suggellato da tutti i suoi repentini cambi di registro?
A volte sembrava così umano, come in quel momento, mentre si faceva una doccia calda.
Calda… non fredda.
E poi… una doccia?
I vampiri si lavano il corpo?
Altre volte non poteva dubitare che fosse una creatura antica e con processi mentali e regole morali a lei aliene.
Avrebbe potuto coniugare lo stesso la necessità di lavorare fianco a fianco, con l’istinto che la portava a essere sempre sul chi vive?
Mentre la portava in braccio, si era sentita in pace e protetta, come se le naturali barriere che si era costruita attorno negli anni, fossero crollate dinanzi a Samael.
Ma lui chi era?
All’inizio della guerra, gli archivi avevano immediatamente trovato notizie di Corday, di Maylynn e di altri vampiri coinvolti nelle trattative diplomatiche, ma di Samael di Tanis nessuno sapeva dire nulla, solo che fosse già antico all’epoca dello Scisma all’interno della società dei vampiri, cinquecento anni prima, quando Corday era solo un giovane vampiro.
Quelle mani che l’avevano sostenuta con tanta delicatezza avevano portato la morte per sei o settecento anni quindi e quegli occhi che le scavavano nell’anima avevano assistito alla storia dell’umanità, vi avevano partecipato, l’avevano influenzata.
Samael di Tanis.
Samael.
Neanche si sapeva il perché di quel nome.
Un nome da angelo caduto.
Il deserto egiziano…
Il dolore pulsante alle tempie tornò e lei si prese il capo tra le mani, incassando il collo nelle spalle alla certezza che, se uno come lui avesse deciso di dominarle la mente, non avrebbe potuto fare nulla, nemmeno accorgersene, quindi doveva trovare un altro modo di rapportarsi col suo improbabile socio, in modo che lui non sentisse la necessità di farla diventare una bambola di pezza piegata al suo desiderio.
Doveva costruire una fiducia reciproca e lei non aveva affatto iniziato bene, rovistando nella sua roba.
Il tarlo molesto però era ancora lì e le suggerì un nuovo modo per torturarsi.
E se lui l’avesse già dominata?
Magari l’aveva morsa, si era nutrito di lei o aveva fatto altro, togliendole poi il ricordo.
Le venne di nuovo da vomitare, ma il telefonino trillò.
Hollis.
«Detective Parker, perché non ha ancora fatto rapporto? Cosa mi dice del caso del vampiro bruciato, era lui il colpevole?»
«Capitano, le invierò per e-mail il mio rapporto entro due ore, siamo appena rientrati all’appartamento. Il vampiro bambino era colpevole solo dell’ultimo omicidio, siamo ancora in cerca dei colpevoli degli altri delitti.»
«Ma quel… mostro, lo ha trovato lui?»
«Sì Capitano, è un cacciatore formidabile, presto verremo a capo del caso.»
«Ci conto. Ha due ore per mandarmi il rapporto, devo rilasciare una dichiarazione alla stampa e ho già i giornalisti appostati fuori.»
«Capitano posso essere sincera con lei?», chiese e lui la rassicurò in maniera sbrigativa. «Ecco, solo io ho trovato strano che di quel bambino vampiro ci si sia accorti solo ora, dopo otto anni in cui viveva in una città in guerra che si fondava sulla delazione? Non so, è una sensazione e…»
«Si occupi del caso, Parker», la interruppe lui, brusco, «con dati e fatti, non con sensazioni.»

-


PUNTO 13 – La società dei Vampiri è rigida e dittatoriale. I creatori degli abomini li dominano e li sfruttano senza alcun sentimento umano.
Il ragazzo si muoveva a tentoni nel buio del campo dei prigionieri nella piana di Hattin.
Saladino aveva detto che Kabir si stava occupando di Bernardo, ma lui doveva vedere, doveva provare a convincere la guardia del Sultano a lasciargli vendicare la sua famiglia.
Era pronto a farlo.
Sì, era pronto a uccidere un uomo, anche se il pugnale nella sua mano tremava alla luce della luna.
Nel recinto dove i prigionieri dormivano sui loro mantelli, era stata eretta un’area più salubre, con alcune tende da campo che contrastavano con la desolazione del tappeto di corpi che dormivano sulla nuda terra.
Alcuni si lamentavano, altri russavano, qualcuno pregava o piangeva.
Khalid puntò lo sguardo sulla tenda più grande.
Lì dovevano esserci i prigionieri di rango.
Magro com’era, si infilò tra le pertiche della staccionata e camminò, tra i soldati feriti e addormentati, fino alla tenda grande, silenziosa e buia.
Proprio mentre cercava di togliere un picchetto per infilarsi sotto il tessuto, vide Kabir uscirne con un prigioniero di traverso sulla spalla.
Da come era avvolto nelle catene che lo immobilizzavano completamente, doveva essere pericoloso e feroce, ma nonostante fosse un uomo massiccio e avesse addosso qualche decina di chili di ferro, Kabir lo portava come non fosse altro che una cesta di pane.
Si infilò in una tenda più piccola, poi ne uscì, dirigendosi al suo cavallo.
Khalid attese che il guerriero fosse lontano e scostò il lembo, col pugnale stretto nel palmo che non aveva smesso di tremare.
Bernardo era solo e si muoveva come una serpe, tentando di liberarsi dalle catene, ma quando vide il ragazzo, sorrise bieco.
Per un fugace attimo, a Khalid parve di vedere troppo avorio nella sua bocca, troppo bianco, troppo lungo, ma quello che più di ogni altra cosa lo fece tremare di paura, fu lo sguardo con cui lo accolse, col nero delle pupille dilatate annegato nell’azzurro ghiaccio delle iridi.
«Vieni qui!», disse la voce profonda e roca di Bernardo e il ragazzo sentì quelle poche sillabe scolpirsi a fuoco nella sua mente.
Doveva andare da lui.
Doveva andare.
Andare.
Mosse un passo, ma il ricordo della madre che lo guardava col volto colmo di orrore, mentre schiaffeggiava il posteriore dell’asino per farlo correre via, con Khalid aggrappato al collo, fu più forte.
Sbatté gli occhi, mentre la pressione di un dolore mai provato prima gli dilaniava la testa.
«Vieni!», ripeté Bernardo e di nuovo l’impulso di eseguire l’ordine lo spinse a fare un altro passo, mentre la ragione e la coscienza lo ridestavano dal pensiero fisso.
Vendetta. Vendetta. Vendetta!
Sollevò il pugnale minaccioso, ma la mano di Kabir lo fermò afferrandolo per il polso.
«Hai resistito al suo potere mentale», rivelò.
«C-cosa?»
Il cuore pulsava nelle orecchie di Khalid e, quando si sentì le labbra bagnate, capì di stare perdendo sangue dal naso.
«Sei un ragazzo interessante. Ora dimmi, vuoi uccidere questa persona?»
«Sì, voglio farlo.»
«Qual è il motivo?»
«Lo sapete il perché… ha dato l’ordine di uccidere tante persone, compresa la mia famiglia.»
«Molti Re lo fanno. Però non li uccidi. Voglio sapere in cosa lui è diverso, per te e per la tua vita?»
Il ragazzo spostò gli occhi di nuovo su Bernardo: «Lui… lui mi ha tolto tutto! Mi ha reso solo e lo ha fatto senza un motivo, prendendosela con innocenti, pellegrini, vecchi e bambini senza colpe», lo guardava solo di sottecchi, quasi ne avesse timore, e cercava il conforto dello sguardo di Kabir, presso cui si giustificava, alzando la voce da fanciullo. «U-un Re può essere giusto o crudele, può combattere solo per difendersi o iniziare le guerre e ordinare stragi. E se è crudele non può e non deve regnare. Deve…», e guardò Bernardo ora, «…morire.»
Lo vide sorridere divertito, come se non lo temesse, se non conoscesse la paura.
«E come giudichi il Sultano?», gli chiese il mentore.
Khalid tornò a guardarlo, quasi sollevato di non dover più sostenere quegli strali di accusa che nascevano dal nemico legato: «Saladino combatte per restituirci la terra che i Franchi ci hanno preso e per difendere i nostri luoghi santi», disse abbassando il capo come davanti a un’interrogazione del suo mentore. «I pellegrini cristiani sono sempre stati accolti quando venivano in pace, ma i Franchi non sono arrivati come pellegrini, sono arrivati con gli eserciti. E quando conquistarono Gerusalemme non ebbero pietà», rialzò il capo, con le lacrime che colavano dagli occhi scuri. «Il sultano, invece, mostrò molta più misericordia quando la città tornò nelle nostre mani.»
«Allora, ragazzo, se sei certo del tuo desiderio di vendetta, pugnala quella persona al cuore e non sbagliare.»
Bernardo si agitò dentro le catene e continuò a ordinare a Khalid di non farlo e il ragazzo, lottando con il dolore al capo e il sangue che colava dal naso, dagli occhi e dalle orecchie, muovendo uno dopo l’altro passi che parevano gravati dal peso di macigni sui piedi, raggiunse il corpo dopo interminabili minuti.
Sollevò il pugnale e, piangendo, colpì.
*
Veronika colpì il tavolino col pugno: «Dannazione! Ma che diavolo sta succedendo?»
Rebecca si strinse nelle braccia: «Ma cosa vuol dire, Detective? Quella ragazza sembra insinuare che ci siano altri mondi diversi dal nostro. Mondi paralleli. È possibile?»
«Non so cosa dirle, Rebecca, otto anni fa abbiamo scoperto l’esistenza dei soprannaturali. Per me può esistere pure Babbo Natale a questo punto.»
Fece ripartire il filmato.
«…e non potrò mai perdonarmelo. Specie perché so che mi riporteranno nel mio mondo in pace e dovrò lasciarvi qui, al preludio di una rivolta popolare che non so come verrà sedata o in quanto tempo. Ci credi, Sam? La differenza tra la pace del mio mondo e questa tragedia, sono quelle poche parole che dissi a Maylynn in una lontana notte. Come faccio a non sentirmi responsabile per la rivolta che state vivendo e che vi abbandonerò da soli a combattere? Come potrò avere notizie di voi quando sarò tornata di là?»
La vampira aveva iniziato a piangere, a singhiozzare e le lacrime rosse di sangue colavano copiose lungo le gote: «Potrete mai perdonarmi, padre?»
Guardò di nuovo fuori campo e si asciugò le lacrime con la mano, ottenendo solo di spalmarsi il sangue sul viso.
Poi scrisse qualcosa, muovendo una penna su un foglio e tornò a guardare in camera. «Mi stai chiamando, devo andare. Ricorda che non sei solo. I nomi che ti ho dato saranno buoni alleati. Nel mio mondo lo sono, ragionevoli e razionali esponenti delle razze soprannaturali. Devi trovarli e unire le forze con loro. Non vincerete mai questa guerra da soli. È il momento di unire le razze e portare a termine ciò per cui siamo stati creati. Ricorda dove sono i nostri antichi, salvali. Proteggi Tanis», sorrise amaramente. «Quanto ho odiato Tanis. La tua fissazione, l’ossessione per l’onore e la missione che ti portavano sempre lontano da me, in pericolo. Solo ora ho capito la sua importanza. Quanto a me, da questo viaggio ho imparato che gli umani sanno già dove trovarci e come ucciderci e lavorerò nel mio mondo per metterci in sicurezza prima che accada qualcosa di analogo. Ecco ho finito, ci sarebbero così tante cose che vorrei dirti, ma come posso riassumere tutto quello che abbiamo vissuto insieme in pochi minuti di video?»
Soffiò il naso e si pulì meglio con dei tovaglioli di carta appallottolati: «Dannazione, ‘sta cosa di piangere sangue è una scocciatura», borbottò strappando un sorriso tanto a Rebecca che a Veronika. «Affiderò questa chiavetta a Etienne. Fidati di lui, Padre, nel mio mondo siete tornati amici. Quelli di cui non devi fidarti, se mai si riveleranno a voi anche in questo mondo, sono i Celestiali. Ti prego, non fidarti mai. Dei demoni lo sai, ma anche e soprattutto degli angeli. Perché se io sono qui, è perché tutti l’hanno permesso, sia Lucifero che Metatron.»
Si soffiò il naso in maniera molto umana, il fazzoletto divenne rosso intenso e lei fissò dritto in camera, restando in silenzio, col mento tremulo, per alcuni istanti: «I-io ti voglio bene, Padre. Nel mio mondo ho scalpellato la corazza che avevi creato attorno al tuo cuore ferito e ho trovato una persona eccezionale, con cui amo condividere la mia vita. Qui abbiamo trascorso solo pochi giorni insieme, ma so che ti amo, qui come altrove. Addio Samael, sarai ogni giorno nei miei pensieri.»
Il filmato terminò e le due donne rimasero immobili a guardare lo schermo sfarfallante finché Veronika non chiuse il laptop.
«Il padrone sa che ha guardato nelle sue cose?», chiese Rebecca, con una punta di accusa nella voce.
«N-no. Mi dispiace di averlo fatto, ma avevo bisogno di capirlo.»
«Davvero? Io l’ho capito non appena ho visto le sue zanne. Quando ho associato il fatto che quel ragazzino fosse in realtà un vampiro. Lui mi ha ascoltato senza parlare e poi mi ha portata con sé. Come dice la ragazza bionda, è una persona col cuore grande, ma ferito. E forse proprio perché ha il cuore grande, è più facile ferirlo. È un bersaglio più comodo.»
«Forse ho capito perché Selim, cioè Samael, vuole portarla sulla Hermon», e si sorrisero. «Se lo merita, non ne dubiti mai.»
Il telefono di Veronika trillò mostrando la scritta Numero Privato.
«Pronto?»
«Sono io», disse Samael all’altro capo, «la donna è lì?»
«Sì è qui. Si chiama Rebecca comunque.»
«Ottimo, la affido a te per il trasporto, io non posso muovermi, devi raggiungermi tu quando avrai fatto. Sono nelle fogne, grosso modo sotto il Civil General Hospital. Dopo controllo e ti dico esattamente dove ci vedremo.»
«Hai trovato l’assassino?»
«Sì, è qui. E non posso lasciarlo. Tra l’altro», e fece una pausa lunga, troppo lunga, tanto che Veronika intervenne.
«Tra l’altro?»
«Non dire nulla di lui al tuo capo. Devo portarlo via con me, sulla Hermon. Lì vivrà secondo le leggi. ci prenderemo cura di lui e non farà più male a nessuno.»
«C-cosa? Non possiamo, il punto dieci del decalogo dice che…»
«Piantala con quel decalogo!», sbottò e la sua voce assunse un timbro che parve un ruggito, così spaventoso che entrambe le donne balzarono indietro terrorizzate, ma fu solo un istante e il tono baritonale, morbido e avvolgente tornò a dominare nell’acustica. «È un vampiro giovane, nel corpo di un bambino. Sua madre era infermiera in questo ospedale, ha usato del sangue rubato a un vampiro per farlo diventare immortale, per curare il cancro che aveva. Ma lo ha fatto male e il ragazzino è un imperfetto.»
«Mio dio! M-ma è comunque colpevole!»
«Non è colpevole, lui non sa nulla, non ha coscienza di cosa sia e come controllarsi, ho preso tutti i ricordi nel suo sangue. Ascoltami. Sua madre ha provveduto a lui in questi anni, lo alimentava lei, si lasciava mordere quando non trovava le sacche di sangue, il resto lo rubava. Aveva creato un rifugio per lui nei sotterranei dell’ospedale, per tenerlo al sicuro», camminava mentre raccontava e lei poté sentire il riverbero della sua voce in un ambiente vasto e chiuso, con una debole eco. «Qui dieci giorni fa, al risveglio al tramonto, il ragazzo l’ha trovata morta. E so per certo che non è stato lui a ucciderla, non è morta dissanguata e nei suoi ricordi era già riversa a terra quando si è svegliato. Un altro punto strano è che lui avrebbe dovuto avere scorte di sangue per un mese, ma ieri non ha più trovato le ultime e stanotte è uscito a cacciare per la prima volta, seguendo odore di sangue umano sulle pareti della fogna. Una traccia che ho visto anche io», e prima che lei obiettasse, lui alzò la voce, «Veronika. È solo un bambino. Dorme tra le braccia decomposte di sua madre. Non posso lasciarlo qui o farvelo decapitare!»
Rebecca mise una mano sulla spalla di Veronika, che fissava attonita il muro con il telefono in mano: «Ha ragione, Detective. Qui lo ucciderebbero, ha bisogno di un’altra possibilità. Come me. Come tutti.»
*
17 agosto 2008
Hollis controllò il caricatore, poi lo infilò nel fucile, mettendo il colpo in canna: «Non gli daremo una seconda possibilità, ragazzi! Oggi ci vendicheremo della Prima Incursione su San Francisco. È la più vasta operazione congiunta di forze in California e noi ne siamo parte fondamentale, organizzatori e promotori. La guerra oggi prenderà una svolta decisiva. San Francisco sarà libera!»
Il camion traballava sulle strade sconnesse, in cui i segni delle battaglie e l’incuria avevano eroso il manto di asfalto e i soldati rimbalzavano, spalla contro spalla, per ogni voragine che le ruote aggredivano.
Hollis si sarebbe aspettato grida di autentico entusiasmo, ma quando vide il terrore negli occhi dei suoi soldati, capì che i discorsi motivazionali non sarebbero penetrati nelle coscienze, ma continuò a cercare appigli per galvanizzare i ragazzi che stavano per andare a morire.
«È la mattina dopo la luna piena, il momento in cui i Licantropi sono esausti e vulnerabili. Colpiremo e metteremo fine una volta per tutte alla minaccia dei Branchi delle Montagne Rocciose. Per noi e per le nostre famiglie, che ci attendono a casa pregando Dio che la guerra finisca presto. Per gli Stati Uniti, che usciranno vittoriosi e per la secolare democrazia, che trionferà intatta. Ma anche per il piacere di infilare le canne dei vostri fucili nelle sorche di quelle cagne, in modo che non partoriscano più altri abomini!»
I soldati finalmente gridarono battendo gli anfibi sul pianale del mezzo, il camion si fermò e Hollis scese per primo gridando: «Forza, muoversi, muoversi, muoversi!»
I Marines saltarono sul terreno riarso in due ordinate file e iniziarono subito a correre verso alcuni chalet nel fitto della foresta.
Nel giardino dinanzi alla prima delle case, una donna faceva il bagno a due bambini sporchi di fango e sangue, mentre un uomo scuoiava un cervo morto coi segni di zanne nella gola e nel corpo.
Una ragazzina uscì dalla casa con un secchio in mano, intravvide i soldati sul vialetto e gridò: «Papà!», correndo verso di lui, mentre il corpo si trasformava in quello di una cucciolotta di lupo dal manto argentato.
Guaiva spaventata.
La donna prese i due piccoli e li nascose col suo corpo.
La cucciola di lupo saltò per rifugiarsi in braccio al padre, ma Hollis la intercettò a mezz’aria, facendole esplodere la testa con un singolo colpo preciso.
*
«Sei stato preciso, coraggioso e senza ripensamenti. Hai avuto il cuore saldo e hai rimosso un grosso pericolo dal mondo, bravo», disse Kabir, mettendo una mano sulla spalla del tremante dodicenne Khalid.
Il ragazzo si sottrasse con stizza, con gli occhi fissi sul corpo immobile di Bernardo, che guardava il nulla nel buio a occhi spalancati, col manico del coltello che usciva dal centro del torace.
Il ragazzo sentì lo stomaco contorcersi di dolore e scappò fuori dalla tenda per vomitare la cena inginocchiato nella sabbia calda.
Quando Kabir lo raggiunse, il giovane si pulì la bocca con il dorso della mano: «L’ho…l’ho ucciso, ho vendicato la mia famiglia ma non sto meglio. Loro non torneranno e io sono solo diventato come lui. Un assassino. La morte è una ruota senza fine che macina vite umane.»
Il mentore lo fissò con la gravità che si riserva agli uomini adulti, che hanno preso piena coscienza della vita e del prezzo da pagare per le proprie azioni: «Ora vai, ragazzo. Al corpo penserò io. Dopo parleremo.»
Khalid non aveva voglia di confidare i suoi dolori né a Kabir, né ad altri.
Non appena uscì dalla tenda, sentì un rumore pesante di catene afflosciarsi al suolo e scappò via, rifugiandosi nella tenda medica, dove Abu Bakr, con indosso la tunica e i simboli del medico dell’esercito, prestava la sua opera caritatevole.
«Se non hai da badare al bestiame o fare commissioni per il Sultano, dammi una mano qui.»
«Sono un paggio, non un medico», borbottò lui che non aveva voglia di parlare neanche col suo amico.
«Ma passi molto più tempo qui che a fare il tuo lavoro», osservò Abu e annusò il contenuto oleoso di un piccolo orcetto.
«Perché mi stai simpatico… e ti devo la vita.»
«Già, e in cambio mi hai fatto arruolare con te, l’indomani della tua bravata in inverno.»
«Lo dici come se fosse una condanna e non un’opportunità.»
«La paga è buona, lo ammetto, ma la sofferenza e la morte iniziano a darmi dolore al cuore.»
Non aveva smesso un attimo di lavorare, selezionando unguenti e bende che mise su un vassoio pulito e Khalid gli si avvicinò: «La verità è che questo è l’unico luogo in cui riesco a trovare un po’ di pace e la tua compagnia l’unica che mi rasserena.»
«Mi fa piacere saperlo. Andiamo, io cambio le fasciature, tu dai da bere ai feriti.»
Sulle prime al ragazzo sembrò che Abu Bakr non avesse compreso il suo disagio, il tremore che ancora gli faceva nascondere la mano assassina dietro la schiena.
Si dispiacque dell’assenza di interesse dell’amico perché, alla fin fine, con lui in effetti avrebbe parlato.
Aveva appena ucciso una persona e sentiva il bisogno di avere la conferma di aver agito nel modo giusto.
Tentò quindi di forzare il dialogo, iniziando con un tentennante: «Prima ho…»
Ma Abu Bakr rispose con un sorriso e gli mise in mano la brocca dell’acqua: «Il lavoro ti aiuterà a non pensare.»
L’amico medico aveva capito e lo stava aiutando nell’unico modo sensato, dandogli qualcosa da fare.
Kabir raggiunse Khalid poco prima dell’alba e lo portò a camminare verso l’altopiano roccioso costellato di grotte naturali: «Hai un potenziale, ragazzo. E per questo voglio portarti con me, nella casa del nostro clan a Gerusalemme. Voglio adottarti e fare di te un guerriero.»
«E se ne avessi abbastanza di morte e assassinio? Di guerra e sofferenza?»
«Puoi scegliere di combattere per tanti motivi e in diversi modi; se verrai con noi, potrai trovare la tua strada e la tua missione.»
Il sole sorse a est, trasmutando il rosa dell’alba in un’esplosione d’oro e di turchese e Kabir indietreggiò di un passo al buio della grotta: «Io sono Kabir, ma in famiglia mi chiamano Samael il Vecchio. E voglio darti una nuova vita, una seconda possibilità.»
*
«Credo anche io nelle seconde possibilità», disse Veronika affiancandosi a Samael nel vicolo laterale dell’ospedale.
Di sicuro nella sua decisione di dargli fiducia in quella follia, c’era il fatto che sapere la sua vera identità aveva impresso un marchio di affidabilità maggiore sulla figura del vampiro.
Se Samael di Tanis voleva salvare un imperfetto, era la cosa giusta da fare e lei, da collaboratrice di un vampiro dal carattere volubile, stava iniziando a sentirsi più un ponte di dialogo e pacificazione tra le due razze.
«Quindi mi aiuterai a portarlo via?», chiese lui.
«Hai la mia parola. Ora dov’è?»
A Veronika Samael sembrò sollevato, come se un peso fosse stato tolto dalle sue spalle: «Di sotto, nelle fogne. Si è svegliato al tramonto e gli ho spiegato un po’ di cose, come il mio Sire le spiegò a me, poi gli ho detto di attendere, che sarei andato a prenderlo. Sei con l’auto vero?»
«Sì, è parcheggiata qui vicino.»
«Ottimo, dobbiamo fare in modo che ci salga non appena emerge dalle condotte o quei maledetti scanner lo individueranno subito. Vieni, ti mostro dove portare l’auto. Rebecca è partita?»
«Sì, l’ho messa io stessa sull’elicottero e ho passato le successive due ore a sorbirmi la lavata di capo di Hollis. Non era previsto che degli umani lasciassero la città per venire con voi, ma non era espressamente vietato dal decalogo, quindi non ha potuto obiettare nulla, però…»
«Cosa?»
«Mi ha imposto di farti rispettare le regole. Avresti dovuto essere con me quando sono stata all’eliporto, avresti dovuto indossare la cavigliera e aver già firmato il decalogo per accettazione. Ho promesso che avrei risolto immediatamente.»
E tirò fuori dalla borsa una cavigliera per detenuti con segnalatore satellitare.
Samael incrociò le braccia: «E vuoi davvero mettermela? Provaci», la sfidò, incrociando le braccia al petto.
«È ovvio che non posso obbligarti con la forza, ma…»
«Tienila tu nella borsa, così sembrerà che siamo insieme», e le sorrise, ma invece di rispondere al volto disteso di lui, Veronika sbiancò e gli indicò un punto della piazza.
Il piccolo vampiro stava uscendo dalle fogne con gli occhi rossi e il volto trasfigurato dalla sete.
In un istante, i telefonini lo inquadrarono e le grida degli umani risuonarono nella pioggia.
Vampiro!
Vampiro!
Polizia!
Vampiro!
Ci fu chi fuggì ma chi, forte dell’esperienza in guerra, placcò a terra il bambino aiutato da altri cittadini.
Gordon gridava, chiamava aiuto, invocava Selim, ma soprattutto sua madre.
Veronika fece per avanzare, ma Samael le mise davanti il braccio di traverso, fermandola: «Non lo salvi? Non…», ma lui aveva il pugno così stretto da infilarsi le unghie nei palmi.
«Non posso. Non più. Non senza scoprirmi, metterti in pericolo o fare una strage.»
Era evidente che stava soffrendo, che si stava caricando le spalle della colpa di non aver gestito la situazione, di aver condannato quel piccolo vampiro.
In un istante Gordon venne legato a un palo dell’illuminazione, usando perfino le cinture dei pantaloni dei presenti.
Prima ancora che la polizia arrivasse, gli avevano già messo dei fogli di giornale sotto i piedi, ammassandovi qualsiasi cosa potesse prendere fuoco.
Una donna incendiò il giornale e glielo appoggiò alla camicia.
Gordon non aveva capito cosa stava per succedere, ma quando i suoi abiti presero fuoco, iniziò a gridare di puro terrore.
La sua voce si alternava tra armoniche innaturali e la pura voce dei fanciulli, ma quello che si leggeva nei suoi occhi travalicava la razza.
Non capiva perché gli stessero facendo questo.
Aveva paura di morire solo.
Un’altra donna chiuse gli occhi e si tappò le orecchie gridando: «No, basta basta! È solo un bambino!», ma venne spintonata via e presa a calci.
«Non possiamo lasciarglielo fare!», disse la detective, appesa alla manica del vampiro, con gli occhi inondati di lacrime e il dolore che le serrava il petto.
Prima Gordon per lei era solo un assassino senza volto, ma ora che aveva visto il piccolo vampiro, ne aveva avuto pietà ed era un sentimento sgorgato con la semplicità e l’istinto delle persone buone, semplicemente umane nella morale, non solo nella definizione razziale.
Samael espirò con un gemito e Veronika sentì l’aria attorno a lui vibrare di un’energia impalpabile che tuttavia la avvolgeva e passava oltre lei, che fissò il vampiro con gli occhi sbarrati: «Stai usando i tuoi poteri!», esordì e non era una domanda, più un rimprovero.
«Lo sto facendo, sì. È l’unica cosa che posso fare per lui.»
Il bambino smise di gridare e sembrò sorridere sereno, mentre le fiamme gli divoravano i capelli e le labbra, restituendo la sola visione delle zanne acuminate.
«Gli stai togliendo il dolore?»
«E la paura.»
Veronika si arrese al gesto di lui che trovò quanto di più umano e pietoso si potesse fare in quel momento.
Il piccolo corpo era avvampato come legna secca e la pelle si staccava in leggere scaglie che salivano verso il cielo: «Mamma? Sei tu? Va bene, arrivo. Torniamo a ca…»
Ormai carbonizzato, il collo non fu più in grado di reggere il peso della testa e, con un rumore secco di ossa spezzate, si piegò sulla spalla e cadde a terra.
Gordon divenne cenere nelle grida di giubilo dell’umanità corrotta e Veronika passò lo sguardo dai miseri resti legati al palo ai girotondi infantili di chi festeggiava una vittoria orrenda.
Qualcuno prese a calci le ceneri, disperdendole, un altro aprì la patta dei pantaloni e orinò su di un cumulo ancora incandescente.
Era troppo per lei, che sentì per la prima volta la vergogna di appartenere alla medesima razza di quelle persone.
Il mondo prese a vorticare davanti ai suoi occhi e le gambe di burro cedettero, mentre le braccia cercarono d’istinto l’aiuto di Samael.
Lui la sentì pesargli addosso, mentre sveniva e si piegò a sostenerla, poi la prese in braccio, avviandosi lontano dalla piazza e dagli schiamazzi degli assassini.
Con il capo posato contro il suo petto, Veronika tornò con i ricordi alla sua infanzia.
Aveva già vissuto qualcosa di simile, ma il buio della perdita di conoscenza le strappò ogni possibilità.

-


PUNTO 12 – Sebbene coloro che vengono classificati come anziani e antichi siano i più potenti, quelli più pericolosi sono i nuovi vampiri, poiché alla mancanza di morale aggiungono una fame sempiterna e violenta.
Veronika aprì la scarsella associata a una cintura di cuoio ed estrasse una lettera, protetta da una busta di plastica trasparente e una chiave USB.
La lettera era sgualcita, come se avesse vissuto le peggiori apocalissi e fosse stata letta tante volte da rischiare la consunzione.
Veronika la aprì con cura.
Era una carta intestata con una C in carattere gotico e non fu difficile riconoscervi il monogramma di Corday, Etienne Corday.
«Milano, 11 aprile 2007
Padre, non sono riuscita a dirti tutto quello che avrei voluto, così ho registrato un video che affiderò a Etienne, in caso non abbia tempo di dirti altro. La password scommetto che la indovinerai subito.
Ricordati sempre che ti amo, qui come in qualsiasi altro mondo.
Tua
Tessa.»
«Che diavolo significa l’ultima frase?», borbottò Veronika, accendendo il laptop. «La data è di pochi giorni dopo la Rivelazione.»
Il menu della chiavetta si aprì mostrando una serie di file su San Francisco, dettagli su ogni persona che era stata coinvolta nella chiamata di Selim, dal Capitano Hollis, al contatto nella CIA, il direttore dell’FBI, perfino un dossier completo su Veronika con tutti i dati sulla sua nascita e la carriera, la cartella clinica ed episodi salienti della sua vita.
«Bastardo, sapevi già tutto di me. Allora perché mi hai chiesto l’età e della mia vita?»
Infine scovò il video, una sequenza di numeri e lettere, senza un vero titolo, con un’estensione tipica dei file video.
Rimase con la mano sospesa sul mouse qualche istante, poi pigiò.
Inserire password.
Provò con Selim, con Tessa, con Etienne e Corday, con padre e con assassino, con Hermon, con giudice, con guerra e con pace.
Provò almeno trenta password diverse finché, frustrata e con le dita a stringere i capelli sulle tempie, non ebbe l’illuminazione.
La città sacra dei vampiri.
Tanis.
Il file si aprì.
Era una password fin troppo facile, in effetti.
Una giovane ragazza bionda dal bel viso acqua e sapone e grandi occhi verdi, rimase immobile in un primo piano da copertina, finché partì il filmato.
La ragazza si trovava in una specie di biblioteca che aveva come sfondo, nell’oscurità, la sagoma di alte librerie ingombre di testi e lasciava intravedere la testiera di una sedia di mogano scuro preziosamente intarsiata.
Si sedette col piede sulla seduta e il ginocchio destro abbracciato dalle mani.
Indossava la medesima tunica bianca, anche se non ne vedeva la cintura, in quell’inquadratura a mezzo busto.
La ragazza sorrise e furono subito evidenti i canini acuminati, sebbene in linea con gli altri denti, non estratti o allungati per predare: «Ciao Padre. Ormai ho pienamente capito il motivo della mia presenza qui e quindi temo che presto verranno a riprendermi. Ricordi? Sarei restata finché non avessi ‘visto’», disse facendo le virgolette nell’aria con una mano e le dita messe a uncino. «E porca puttana se ne ho viste di cose!»
Fece una pausa guardando alla sua destra. «Ma prima di sparire voglio almeno avere il tempo di dirti ciò che non sono riuscita a fare a voce, guardandoti negli occhi, perché ogni volta mi veniva da piangere.»
Stava per farlo ancora, si vedeva chiaramente che gli occhi erano segnati da lacrime di sangue e Veronika premette il tasto di pausa: «Piange? I vampiri piangono?»
Per lunghi istanti la poliziotta rimase immobile a guardare quella lacrima intrappolata nelle ciglia, poi deviò lo sguardo sullo zaino e quello che ne aveva estratto.
«Un momento… perché lo ha lasciato qui, dove avrei potuto trovarlo? Voleva che lo scoprissi? O forse… forse non pensava di restare fuori per il giorno.»
Scrollò il capo e rimise la mano sul touchpad: «Non importa… voglio sentire cos’ha da dire questa ragazza.»
Premette su play e vide la vampira asciugarsi l’occhio con la mano in un gesto pratico, privo di grazia studiata: «Tu ora sei nell’altra stanza, ti sento parlare con Etienne», tirò su col naso. «Merda. Dire addio a tutti voi sarà più dura del previsto», e si massaggiò la chioma bionda, scostando i capelli sulla spalla con un gesto naturale. «Il mio mondo è un paradiso, rispetto a quello che avete ora davanti, rispetto a questa rivolta contro i soprannaturali iniziata così improvvisamente, come una detonazione. Dio! Quella testa di cazzo di Maylynn!», e guardò oltre lo schermo, socchiudendo gli occhi e Veronika ne vide il collo sottile, pallido. «Pensavamo tutti di avere del tempo prima di una reazione popolare, tempo per cercare di mettere una pezza, invece in un istante l’Apocalisse è iniziata e voglio sperare e credere fermamente che non siano gli ultimi anni di vita del mondo, l’antefatto di ciò che i Maya predissero per il 21 dicembre del 2012, la vera fine.»
Abbassò lo sguardo e poi fissò in camera: «Cerca sempre la via della concordia e della diplomazia, con gli umani e gli altri soprannaturali, non essere il solito stronzo», sorrise e gli ammiccò. «Anche se vesti quella maschera, io so come sei davvero, conosco ogni tua ferita e tu conosci le mie.»
Conoscere le rispettive ferite e amarsi lo stesso, pensò la poliziotta. Amarsi proprio per questo.
Tessa sfregò la guancia contro il ginocchio flesso: «Getta i semi della pace, prima o poi germoglieranno.»
Guardò ancora fuori campo, da dove provenivano voci concitate e caotiche: «Maledizione! Non posso restarmene a non far nulla mentre questo mondo collassa. Io ho paura per tutti voi, padre», sorrise a labbra strette, abbassando lo sguardo dalla telecamera. «So che non sei mio padre, non in questo mondo. Ma tu sei lui, siete la stessa persona, sebbene con esperienze diverse negli ultimi trent’anni e io ho rivisto in te esattamente il mio Samael.»
Veronika scattò in piedi e indietreggiò, mentre la bionda, Tessa, continuava a parlare e lei copriva la voce registrata con la sua, più alta e stridula del voluto: «Cazzo. Cazzo. Cazzo. Samael? Selim è Samael di Tanis?»
«Per me è stato naturale rivedere in te e in Etienne i vostri omologhi nel mio mondo. Merda, non so neanche come definirlo. Mondo parallelo, piano di esistenza? Fanculo le definizioni da cervelloni. Il punto è questo. Io non posso restarti accanto e aiutarti», si voltò di scatto, poi tornò a guardare il video. «Ora ascoltami. Io in questo mondo mi sono arresa, mi sono uccisa a sedici anni, il giorno del solstizio di primavera del 1981…»
«S-Samael», il sangue nelle sue vene sembrava divenuto freddo. «E… e io gli ho puntato la pistola alla testa!»
«…e noi non ci siamo mai conosciuti, tu non mi hai mai resa tua figlia e quindi non ho potuto fermare Maylynn Joyce. Nel mio mondo, io e lei ci conoscemmo alcuni mesi fa. Lei, teorica e primo profeta del movimento degli umanisti, mi disse che era sua intenzione rivelarsi agli umani.»
«Ma sì certo… una cavigliera elettronica», rise quasi isterica.
«Io la sconsigliai, le feci notare che un uomo è ragionevole, ma la popolazione è una massa feroce e ignorante e che quei pochi illuminati di cui si era circondata non erano certo il mondo, ma solo uno dei suoi confini. Quando ci lasciammo, lei mi assicurò che non avrebbe fatto nulla.»
Veronika calò la mano sul mouse e il filmato si bloccò.
Si strinse la blusa all’altezza del ventre, che doleva di tensione nervosa e iniziò a camminare avanti e indietro sul tappeto.
Le mancava l’aria, neanche si ricordava tutto quello che Tessa aveva detto dopo averlo chiamato con quel nome.
Samael.
«È Samael. Lui… è… Samael!», continuava a balbettare Veronika, spaventata, assordata da quelle poche sillabe che avevano il peso di una condanna.
«Chi è Samael?», chiese Rebecca dalla porta della stanza, restando immobile, a piedi scalzi. «L’ho sentita gridare, Detective.»
«Non è nulla Rebecca, davvero. No, non guardi lo schermo, sono informazioni riservate.»
«Lui chi, Detective? Selim? Il buon padrone è Samael di Tanis?», chiese la donna e, quando Veronika ammise con un cenno impercettibile del capo, anche lei si lasciò cadere a terra: «Lui e Corday sono…»
«I capi indiscussi della Gherusia dei soprannaturali», concluse Veronika, «e questa ragazza, questa Tessa, dice di venire da un altro mondo, un mondo in cui lei ha fermato Maylynn Joyce.»
«La vampira di Boston? Quella della rivelazione!»
«Già. Colei che diede inizio alla Guerra delle Razze.»
*
«Sei sicura Maylynn?»
L’uomo era visibilmente teso, sebbene nei suoi occhi ci fossero un amore e una fiducia sconfinati.
Nel piccolo camerino, con le luci fredde del trucco accese, la donna appariva ancora più spettrale nel pallido biancore albino della pelle e dei capelli.
Sorrise mostrando i canini al ragazzo, che le baciò le mani: «Amor mio, sono sicura del passo che sto per fare. Gli ambasciatori umani che ho ricevuto in queste settimane mi hanno mostrato previsioni ottimistiche e chiare. L’umanità è pronta. Stanotte, io e te scriveremo la storia e porremo le basi di un nuovo mondo di pace e concordia. Porteremo il nostro messaggio di convivenza e condivisione, poi risponderemo alle loro domande. E domattina tutto sarà differente.»
«Io voglio crederti, mia signora e amore mio, ma pensa bene a ciò che abbiamo letto nella rete. Ho come la sensazione che l’umanità non sia quella che gli ambasciatori ci hanno dipinto, ma ci sia dell’altro. Tu vivi nel tuo mondo perfetto che hai creato per tutti noi, ma fuori non è così.»
«Credi che vogliano strumentalizzarci per qualche motivo?»
«Ho questo timore Maylynn.»
La donna si fissò allo specchio, ma quando bussarono, annunciando cinque minuti alla diretta, lei si alzò lo stesso: «Non è possibile che ci abbiano mentito al punto da darci previsioni così false. L’alternativa sarebbe una rivolta popolare e una guerra contro i vampiri. A che pro ingannarci? Morirebbero loro prima ancora di noi. I tentacoli della nostra società sono così radicati nella vita degli umani, che sappiamo tutto di loro, tanto da poterli ridurre in schiavitù. No, io non trovo un solo valido motivo per falsare i dati e condurci alla guerra. Non sarà facile per loro accettarci, ma tutto si sistemerà.»
«Io ti amo proprio per questo», sussurrò il marito. «Tu credi sempre nella bontà delle persone.»
E le posò un bacio leggero sulle labbra.
La vampira prese per mano il suo uomo e si incamminò lungo i corridoi, mentre le persone si spostavano impaurite, bisbigliavano o li fissavano di sottecchi.
Una luce abbagliante costrinse l’umano a schermarsi gli occhi, quando giunsero nello studio principale e Katherine li accolse con un sorriso falso: «Benvenuti, accomodatevi, meno di un minuto alla diretta, siete pronti?»
*
Samael si fece largo tra mobili rotti, legni distrutti e ferro arrugginito, fino a un angolo liberato dalle macerie.
Su un vecchio divano giaceva il corpo di una donna morta, in cui la decomposizione aveva iniziato il suo lavoro da circa una settimana e, lì accanto, sdraiato tra le sue braccia, un bambino era raggomitolato di schiena all’ingresso.
Poteva avere al massimo otto anni.
Per lo meno così appariva.
Samael si avvicinò, constatando il pieno sonno dei giovani Vampiri, qualcosa che ormai non provava più da tanto tempo.
Era un sonno profondo, simile alla morte, che coglieva gli eterni nelle ore di luce solare.
I più giovani tra i nuovi rinati vampiri, come il bambino, crollavano dall’alba al tramonto, i più anziani solo nelle ore in cui il sole era all’apice e gli antichi come lui, potevano contare su una veglia quasi perpetua, sebbene sfiancante.
Lo prese per le spalle e lo girò.
Istintivamente il piccolo vampiro snudò le zanne e aprì gli occhi sul nulla, mentre continuava a dormire e Samael prese la misura della distanza tra i due canini, poi gli annusò la bocca.
«Sei tu l’assassino di quest’ultimo umano. Ma non degli altri. No. Di quelli sei innocente. Ci scommetto», disse sollevando le labbra livide del bambino col dito per esaminare i canini. «Hai denti così piccoli, incompatibili con ciò che abbiamo trovato. Tu hai ucciso per fame. Gli altri corpi parlavano di rituale, messinscena, lucidità.»
Gli occhi gli caddero poi sulle mani e le braccia del bambino, sui piedi e le gambe e le dita eterne sfiorarono un livido che odorava di morte.
Sapeva perfettamente cosa significassero quelle lesioni: «Un imperfetto. Non è possibile!»
Anche il cadavere della donna venne esaminato con perizia: «Non è dissanguata, non l’hai uccisa tu, ma la decomposizione toglie ogni altro odore. Vediamo chi può essere.»
Nell’angusto e fetido rifugio, riadattato per essere un nascondiglio abbastanza sicuro, non c’era molto di personale, solo alcuni vestiti di ricambio del ragazzino, sacche di sangue da ospedale finite e gettate per terra e, infine, un diario.
«Mh. Carol Taylor. Era tua madre», disse sfogliando e leggendo alcune pagine, soffermandosi sulle foto e i ricordi che erano stati incollati a perenne memoria di una vita che era stata meravigliosa fino al giorno della rivelazione.
La data era quella, nessuno al mondo avrebbe mai dimenticato quell’8 aprile 2007.
«Ore 12.15 AM. Sono sulla metro. Ho appena ritirato gli esiti. Gordon ha la leucemia. Il dottor Spencer mi ha rassicurato che avrebbero fatto di tutto per lui, cercato donatori, iniziato la chemio, ma che la cosa migliore sarebbe stato intanto verificare le compatibilità tra i congiunti. Gordon ha solo me. Quel bastardo di suo padre si sarà ficcato chissà dove a bere e giocare. Ho fatto subito il test. Se risulterò compatibile, gli darò tutto il midollo che ho. Devo andare a ritirarlo a scuola, non ci andrà più. Deve iniziare a curarsi restando in una bolla epidemiologicamente sicura e dobbiamo godere del tempo che ci resta insieme.»
La pagina successiva era datata sette giorni dopo.
«Ore 11 PM. Il mondo è in guerra, io non avrei mai pensato o creduto e… Mio Dio! Ma che sto scrivendo? Esiste davvero un modo per descrivere quello che è successo? Non sono alieni, si chiamano soprannaturali. Vampiri, Licantropi, Streghe e chissà che altro. E sono sempre stati in mezzo a noi. E io li odio, perché ora il mondo è nel caos e nessuno più pensa alla malattia di Gordon. Lui ha ancora la leucemia e sta sempre peggio, ma nessuno lo ricovera, nessuno gli somministra la chemio, lo hanno dimenticato. Gli ospedali si occupano solo dei feriti e dei morti della guerra. È impossibile girare per strada, dobbiamo restare tutti a casa ad attendere l’esercito che ci esaminerà per accertarsi che siamo umani. Forse poi ci daranno una lettera o qualcuno dice un transponder sottocutaneo, non lo so, qualcosa per autorizzarci a circolare e prendere da mangiare o le medicine. Io sono fortunata, come infermiera posso anche andare all’ospedale perché devo lavorare, ma avevo appena preso un lungo congedo per curare Gordon e ora non so come fare. Dio aiutami!»
Un salto di dieci giorni.
«Ore 2 AM. L’ho fatto, che Dio mi perdoni. Da quando ho visto lo speciale della CNN sui Vampiri, ho capito come fanno a diventare immortali. Quando ho visto entrare in pronto soccorso quell’uomo, ho capito che c’era qualcosa che non andava. I barellieri avevano preso tutti i superstiti del bombardamento di stanotte. Ma quell’uomo non era umano e non se n’erano accorti. Io sì, gli ho visto i denti. Ho agito meccanicamente, non ero neanche in me. Era come se stessi assistendo a un film di cui non avevo il controllo. Pensavo solo a Gordon. Solo a lui. Ho infilato l’ago nel braccio del mostro e l’ho dissanguato. Quel sangue maledetto, scuro e denso, non voleva uscire. La pelle sputava fuori l’ago, ho dovuto legarlo con del nastro adesivo, ma alla fine sono riuscita a riempire una siringa, prima che arrivasse lo staff.
E sono rimasta lì, in piedi, in disparte, fingendo di essere autorizzata, nascondendo il mio bottino in tasca.
Quando il medico ha visto le zanne, ha suonato l’allarme e la sicurezza è entrata col machete d’ordinanza a decapitare il vampiro.
La nube di cenere mi ha investito.
Non avevo mai visto un vampiro dal vivo.
Non ne avevo mai visti morire.
Stanotte ho dato un sedativo a Gordon, gridava dal dolore e non potevo reggere oltre.
Mentre dormiva, l’ho fatto.
Ho ucciso mio figlio, l’ho dissanguato e gli ho fatto bere il sangue di quel vampiro.
Così hanno detto in televisione.
Così funziona la Trasformazione.
Così deve accadere.
Gordon vivrà in eterno.»
Tre giorni dopo.
«Ore 10.30 PM. Non posso più sfamarlo io. Ha sempre bisogno di sangue e io non ne ho abbastanza per lui. Da domani inizierò a rubare sacche da trasfusione dall’ospedale. Mi preoccupano degli strani lividi alle estremità, sembrano quasi lebbra.»
Samael richiuse il libro col dito all’interno a tenere il segno.
«Non era lebbra, era ignoranza, la tua. Gli umani non sanno davvero come si crea un figlio. Tu hai creato un imperfetto! Ecco perché ha sempre fame. Maledizione!», ringhiò alla donna morta, aggirandosi per la fetida stanza fino a trovare una traccia nella polvere a terra, dove un semicerchio suggeriva lo spostamento frequente di un armadio.
Dietro di esso, una porta era rimasta celata.
Si fece largo, superando l’apertura per trovarsi in un corridoio buio ma ben tenuto, in cui avanzò senza problemi con gli occhi da vampiro che gli restituivano una visione perfetta del lungo passaggio che terminava con una porta taglia fuoco.
La aprì con cautela, aggirandosi nei sotterranei ingombri di oggetti ospedalieri abbandonati, spostando sedie a rotelle, serventi, barelle e piantane per flebo.
Seguì odore e rumore di umanità e trovò due battenti, chiusi con una catena, da cui filtrava luce e il chiacchiericcio di due infermieri: «Mh. Quindi da qui tua madre andava e tornava da te, piccolo Gordon. Ingegnoso.»
Tornò nel rifugio e controllò il ragazzino, immobile ancora con gli occhi vacui verso il soffitto e le zanne snudate in inutile minaccia.
Si sedette sul tavolino e continuò a leggere, pagina dopo pagina, giorno dopo giorno, il calvario di cinque anni di guerra e privazioni e due di pace.
«L’ultima annotazione è di dieci giorni fa», e lesse ad alta voce. «Gli ispettori non sono più tornati e non ci sono state altre inchieste interne o accuse. Significa che non si sono accorti che rubo le sacche di sangue. Oggi c’è stata la giornata della donazione, abbiamo avuto alcune centinaia di donatori e sono riuscita a prenderne trenta, così Gordon avrà sangue sufficiente per tutto il mese e io potrò respirare un po’. Ormai neanche le vitamine mi aiutano più di tanto, anche se ho raddoppiato le dosi, ma è l’unica cosa che posso prendere. Avrei solo bisogno di far riposare il mio corpo, ma non voglio mollare. Gordon ha bisogno di me, io lo amo più della mia vita, ma sto seriamente considerando di provare a trovare il vampiro che sta lasciando cadaveri in giro per la città. Forse potrebbe aiutarmi a capire come mai le braccia e le gambe di Gordon sembrano marcire se lui non mangia tutti i giorni e tanto. Ma ho paura. E se ci uccidesse? È quasi il tramonto, il mio piccolo tesoro si sta per svegliare. Prenderò le vitamine e poi penserò alla sua cena. E alla mia. Devo mangiare o non riuscirò a nutrirlo.»
Samael guardò la donna: «E come diamine sei morta allora? Vediamo cosa ricorda il ragazzino.» Si sedette accanto a Gordon, gli prese il braccio e cercò un punto in cui la carne non fosse livida di decomposizione, ma non appena stringeva uno degli ematomi, la pelle e la carne si sfaldavano in un lezzo di morte.
«La cosa mi disgusta, piccolo vampiro, ma devo farlo e conoscere i fatti dal tuo sangue impuro», e fissò un punto che pareva ancora sano.
Vi avvicinò la bocca, spalancò le fauci e lasciò allungare i canini mortali.
Lunghi, acuminati, perfetti nella loro sentenza di morte.
Lo azzannò, mentre l’arto del giovane vampiro si dibatteva a tentoni nel buio.
Gli bastarono pochi sorsi, lo stemperare del liquido corrotto sulla lingua e il sangue gli riversò addosso ogni ricordo, ma allo spalancarsi dei propri occhi, interamente rossi di sete, vacillò.
Lasciò di colpo il piccolo braccio, che ricadde sul divano e si voltò, carponi, a terra.
Il disgusto fu tale che rigettò sul pavimento quel sapore marcescente, spargendo coaguli nerastri sul cemento.
Seduto con la schiena contro il muro e la bocca ancora sporca di sangue, Samael si teneva il capo con una mano e, lentamente, chiuse gli occhi.

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PUNTO 11 – I Vampiri devono nutrirsi di sangue sano e puro, dunque prediligono i bambini e i giovani.
«Fidati di me Khalid, non è una buona idea, anzi è pessima!»
Abu Bakr stringeva la borsa dei medicinali come fosse uno scudo con cui ripararsi da ogni agguato.
Gli occhi sbirciavano terrorizzati il vasto accampamento dei soldati del Sultano che si preparavano per il cambio della guardia a metà della notte.
«Se hai paura rimani qui, io devo andare, devo incontrare il Saladino.»
«Ti sei appena rimesso dalle ferite, ti ho salvato e ti ho preso con me per prendermi cura di te, piccoletto, come fossi il mio fratellino, ma non per rimetterti in piedi abbastanza da vederti impiccato dai soldati.»
«Ho conosciuto il Saladino pochi mesi fa, forse si ricorderà di me.»
«Non ci arriverai mai alla sua tenda, ti uccideranno prima!»
Il ragazzo non diede ascolto al giovane dottore e scivolò lungo la sabbia della collina, correndo a testa bassa verso le palizzate, aggirò i soldati, svicolò nelle ombre e raggiunse la tenda del Sultano.
Non appena mise la testa sotto la stoffa, tra due picchetti, una mano possente lo afferrò per la collottola, mettendolo in piedi.
Il guerriero vestito di bianco.
«Cosa ci fai qui, ragazzino?»
«Nobile Kabir, non ho cattive intenzioni, io volevo solo incontrare il Sultano e mettermi al suo servizio.»
«Il Sultano riposa, vieni, intraprendente piccolo combattente, se il destino ci ha fatti incontrare ancora, va favorito. Leggo sul tuo volto che molto è cambiato dall’agiatezza della scuola in cui ti conobbi.»
«V-voi vi ricordate di me?»
«Mi ricordo, mio malgrado, di ogni cosa. Camminiamo e mi racconterai tutto.»
Il ragazzo parlò, raccontò, pianse e accolse sulla spalla quella mano fredda che tuttavia riusciva a dargli conforto e calore umano.
«..ed ecco perché voglio uccidere Rinaldo.»
«Conosco l’attacco di cui parli. Rinaldo puntava a rapire la sorella del Sultano che viaggiava nella tua stessa carovana, in incognito.»
Khalid dilatò le palpebre e l’ira iniziò a tracimare dal suo respiro concitato e quasi singhiozzante: «Ma… i soldati…»
«È la guerra, ragazzo. I soldati devono potersi scatenare come bestie, di tanto in tanto, gli eserciti fanno così da sempre e i re, i condottieri lo sanno. Eravamo in tregua… una tregua che sarebbe dovuta durare due anni e mezzo, ma lui l’ha rotta», si accomodò sul tappeto a gambe incrociate. «Ho visto molte guerre, giovane Khalid e sono tutte uguali. I soldati muoiono in battaglia, ma i civili muoiono ogni giorno.»
Khalid si sedette allo stesso modo, davanti a lui: «Se un re è capace di dare simili ordini, Dio non dovrebbe permettergli di regnare!»
Kabir sorrise davanti alla granitica logica del ragazzo: «L’ordine di sterminio delle carovane comunque non venne da Rinaldo, ma da Bernardo, il suo consigliere militare.»
«Bernardo è dunque il mio obiettivo?»
«Non è alla tua portata, figliolo. Promettimi che non farai nulla di stupido.»
«Se non entrerò nella fortezza, non potrò sapere dove sono finite mia madre e le mie sorelline.»
Kabir si abbassò il lembo di lino candido dal volto e si piegò in avanti per poterlo fissare negli occhi.
Khalid rimase ipnotizzato da quel nero di ossidiana, che rendeva indistinguibile la pupilla dal resto dell’iride, non fosse per la raggera di schegge color del lapislazzulo che delimitavano la finestra visiva: «Ascoltami. I soldati prendono le donne per violentarle, poi le uccidono o le lasciano morire di stenti. Non durano mai più di qualche giorno, non hanno di che sfamare e dissetare anche loro. Mi dispiace, ma nessuna di loro sopravvive.»
Khalid si sentì venire meno, rantolò per allontanarsi e fece appena in tempo a voltarsi che vomitò la cena per terra, in ginocchio davanti al guerriero Kabir che si piegò a mettergli la mano fredda sulla schiena.
Suo padre, sua madre, le sue sorelle.
Tutti morti.
Era solo, definitivamente solo.
«Ascoltami ora, ragazzo. La battaglia è vicina, Saladino ha deciso la strategia e faremo cadere in trappola i cristiani. Ci penserò io a Bernardo. Lo ucciderò quando avrò l’occasione giusta. Hai la mia parola.»
*
«Hai la mia parola, Nika. Ti chiamerò se scoprirò qualcosa, ma tu non dare informazioni a nessuno per ora.»
Selim riattaccò, zigzagando sopra la sporcizia della fogna col corpo leggermente ripiegato per non sfiorare alcun confine fetido e i piedi che danzavano sui muri in sfida alle leggi di gravità.
Collaborazionisti, vendette, vigilantes.
Le ipotesi si affastellavano le une sulle altre mentre il vampiro continuava la sua caccia nel lerciume delle fogne della città.
Non aveva possibilità di seguire alcuna impronta e l’odore era talmente disgustoso da coprire quasi del tutto la traccia ematica del vampiro, eppure c’era qualcosa che stonava in quel mefitico concerto di aromi.
Era sangue umano e, di tanto in tanto, faceva bella mostra di sé sulle porose pareti di cemento delle condutture maggiori.
Nonostante non riuscisse a darne spiegazione, proseguì, perché entrambi gli odori provenivano dalla medesima direzione e restavano sovrapposti per tutto il tragitto.
Più volte fu però costretto a tornare sui suoi passi e imboccare un diverso tunnel, salire o scendere nei tubi collettori o nelle cisterne di decantazione pur di trovare tracce ematiche utili a mappare lo spostamento, laddove una mano o anche solo un dito della sua preda avevano toccato una superficie non bagnata dall’acqua stantia.
Quando il sole arrivò al suo zenith, il lavoro divenne ancora più faticoso e, ben presto, nonostante il pasto abbondante che si era concesso azzannando la prostituta, si trovò alle prese coi morsi della fame e la stanchezza per l’eccessivo uso dei suoi poteri.
Pur con tutte le deviazioni, sapeva di essersi spostato verso nord-ovest e calcolò di essere più o meno nella Noe Valley.
Esausto, si fermò a riposare al di sotto di una strada trafficata, mentre la luce penetrava, grigia e triste, dai tombini allagati di acqua e detriti.
Sentiva le voci degli umani che parlavano, gridavano, litigavano o fermavano i taxi, i clacson delle auto, le suonerie dei cellulari, l’ansimare di un podista che correva a ritmo sostenuto lungo il marciapiede.
Socchiuse gli occhi cercando di meditare, di recuperare un poco di energia fisica e mentale per evitare di soccombere al peso del giorno inoltrato.
Sforzarsi di mantenere la veglia era difficile e dispendioso e decise di concedersi un breve sonno, ma proprio quando chiuse gli occhi, un sentore pungente gli solleticò i sensi.
Odore di morte.
Si alzò e lo seguì con calma e attenzione, camminando e soffermandosi a ogni bivio per imboccare la strada migliore, quella in cui il lezzo si intensificava, portandolo più vicino alla meta.
Superò un tombino dal quale provenivano strilli di sirene di ambulanza e voci di paramedici, oltre al rimbalzare metallico delle barelle caricate e scaricate dai mezzi.
Un ospedale.
Poco più avanti, una breccia nella parete del tunnel e una luce fioca lo spinsero a muoversi lentamente, lungo lo stretto marciapiede della fogna.
Giunto dinanzi alla parete di mattoni divelti, entrò.
*
Veronika rientrò a casa propria a metà mattina.
Viveva nel Mission District, non distante dalla sede centrale della polizia, dove lavorava.
Aveva delle necessità improcrastinabili come cambiarsi d’abito, mangiare e farsi un bagno caldo e non necessariamente in quest’ordine.
Il cellulare, sempre acceso accanto a lei, era consultato ogni minuto e, quando trillò, lei rispose anche se era già nella vasca da bagno e lo fece ancor prima di guardare chi fosse: «P-pronto?»
«Detective Parker, come vanno le cose?»
«Capitano Hollis, tutto bene», si rilassò di nuovo nell’acqua con una punta di delusione nel cuore. Non era Selim.
«Vi ho visti sulla scena dell’ultimo crimine. Mi aspettavo un ragguaglio ore fa.»
Veronika trattenne l’istinto di rispondergli male: «Non ho ancora chiuso occhio, Capitano, sono esausta. Comunque Selim ha confermato che questo è un vampiro, ma ha dubbi sugli altri corpi. Abbiamo trovato una traccia, ma poi si perdeva nelle fognature.»
«Capisco, e l’avete seguita?»
Non poteva dirgli di aver lasciato il vampiro da solo, ma non voleva neanche mentirgli: «Stava per sorgere il sole. Contiamo di riprendere la pista stanotte.»
«Bene, ottimo. Come va per il resto? Collabora o le rende il lavoro difficile?»
«È molto utile all’indagine senza dubbio, non potremmo risolvere il caso senza di lui. In poche ore ha fatto giganteschi passi avanti. Ovviamente ha un carattere di merda.»
Sentì il Capitano ridere dall’altro capo dell’apparecchio: «Ma scommetto che lei gli terrà testa, Detective. Ha saputo nulla della sua età o dei suoi poteri?»
«Non ne parla, ma non credo mentisse quando ha detto di essere antico. Forza, agilità e autocontrollo non sono da novellini.»
«Cerchi di indagare, è importante. Comunque la chiamavo anche per informarla che la notizia della presenza di un consulente esterno non umano è filtrata ai giornalisti della CNN, anche se non so come. Stamattina ho già ricevuto una dozzina di chiamate in cui nego il negabile, secondo il nostro protocollo, quindi la esorto ancora di più a sbrigarsi e a mantenere un profilo basso.»
Come se fosse facile brutto coglione, pensò la donna che invece rispose con cortesia, di nuovo: «Ma certo, Capitano.»
Nonostante il sonno che il bagno caldo le aveva incollato addosso, si rivestì e tornò all’appartamento del vampiro, fuori del quale trovò la prostituta con alcune valigie.
Non l’avrebbe riconosciuta per strada, vestita normalmente, con dei jeans e una felpa dell’università dello Utah, ma trovandola accoccolata fuori della porta, come un cagnolino fedele, non ebbe dubbi.
«Buongiorno, Detective. Ho bussato, ma il padrone non c’è.»
«Selim è in missione, deve chiamarmi appena avrà notizie», Veronika si fece avanti, tendendo la mano per presentarsi ufficialmente e l’altra rispose con una stretta debole e timorosa, fredda e sudaticcia, che le permise di vedere la pelle pallida e le cicatrici sui polsi.
«Rebecca Hayley», rispose la donna con un sorriso fiacco.
«Venga, si accomodi», disse facendole strada nell’appartamento. «Nonostante sia contrario al decalogo, ho accolto la richiesta di accompagnarla all’elicottero che la porterà alla Hermon stasera alle diciotto. Fino ad allora si riposi, mentre io lavorerò.»
Veronika era esausta eppure sapeva che non sarebbe mai riuscita a dormire e apprezzò la timida distanza che Rebecca mise tra loro, rintanandosi nella camera da letto.
Camminò per l’appartamento cercando di schiarirsi le idee, ma gli occhi le si fermavano sempre sulla sacca da viaggio di Selim, gettata per terra contro il divano.
Sapeva che non sarebbe stato cortese o corretto frugare nelle sue proprietà, ma non riusciva a togliersi il tarlo della curiosità dal cervello o la chiara necessità di conoscere il vampiro, penetrare almeno un poco nel suo mondo e riferire le scoperte a Hollis.
Ma soprattutto, voleva capire come mai lui conoscesse i dettagli della famiglia Parker.
Selim stava decisamente divenendo un’ossessione.
Veronika si assicurò che Rebecca stesse dormendo in camera poi, con delicatezza e in silenzio, aprì lo zaino.
Cambi d’abito, una specie di tuta aderente che sembrava una muta da immersione, una scatola di metallo ignifuga e impermeabile che conteneva alcuni oggetti elettronici che la detective non riconobbe, un pugnale nel fodero, con fibbie incrociate di cuoio per legarlo alla schiena, della stoffa bianca avvolta in una specie di sciarpa rosso sangue.
Veronika deglutì a fatica, col cuore in gola e l’adrenalina ad annebbiarle la vista.
Conosceva quelle stoffe.
Lino fine, candido come la neve.
Le conosceva dalle pubblicazioni del governo, ma anche da ricordi che non riusciva a mettere a fuoco.
Le tempie le pulsavano esattamente come nella metropolitana.
Avvicinò il fagotto di tessuto al volto e vi affondò il profilo, avvolgendo la stoffa morbida contro la pelle.
Inspirò.
Odore di incenso, sabbia tiepida nella notte, vento secco del sud, i piccoli passi che affondano tra i granelli sottili, il corpo di Selim che la stringe mentre balza di tetto in tetto, ma anche…
La tiene in braccio.
La guancia contro il suo petto.
Un contatto umano.
Si sentiva vicina a ricordare qualcosa che aveva la stessa evanescenza di un sogno, una fiaba sussurrata, ma quando le sensazioni si infransero contro l’immagine di due occhi azzurri come i laghi glaciali sul tetto del mondo, lei ricordò solo una cosa.
«Guardami, piccola…»
Il dolore pulsante si attenuava solo quando smetteva di cercare di ricordare, quindi si inginocchiò davanti al tavolino del salotto e vi posò sopra il fagotto di lino bianco.
Lo guardò ancora, chiedendosi quanto sarebbe stato corretto verso Selim, poi con mani tremanti slegò la sciarpa rosso sangue e aprì il tessuto, separando dei pantaloni lunghi, larghi e comodi, dalla tunica a maniche lunghe, mettendo da parte gli stivali di cuoio con la suola morbida, una lunga striscia di lino larga due spanne e lunga più di quattro metri e infine quella stoffa rossa.
Gli occhi passarono su ogni oggetto, fissandoli nel dettaglio, mentre i ricordi dell’addestramento fluivano senza più ostacoli.
Aveva già visto questi oggetti, l’Accademia di polizia aveva dedicato intere lezioni a quegli abiti.
Appartenevano alla Nobiltà di Tanis.
«La cintura purpurea… è quella che indossano i maestri», disse e lasciò cadere le mani in grembo.
Tutto stava trovando una spiegazione, dall’autocontrollo di Selim al suo potere mentale, la sua esperienza e l’equilibrio che mostrava.
No.
Non era un vampiro qualsiasi e lei gli era rimasta accanto, sola con lui, alla sua mercé.
Il terrore le strinse il ventre in un gorgo oscuro, che risalì con una boccata acida dallo stomaco e le fece portare le dita alle labbra.
Gli occhi si velarono di lacrime, facendo perdere nitidezza agli oggetti sul tavolino.
Indietreggiò e finì a sedersi sui propri talloni, scivolando a terra, sul tappeto, con la schiena premuta contro il divano.
Non poteva più scappare, né fisicamente, né da ciò che quella lunga cintura rossa significava: «Mio Dio! Selim è… è un Giudice, un Maestro Assassino!»
*
Cronaca di Jamal Ibn Tariq
Secondo scrivano del Sultano Salah ad Din
I terribili assassini crociati avevano alle spalle una giornata intera di marcia nel deserto, sotto il sole estivo, privi di acqua e di soste, trainati dall’avanguardia di re Raimondo III, spinti da Guido al centro dello schieramento e pungolati nelle retrovie da Rinaldo, affiancato da Templari e Ospitalieri.
Il nobile Saladino giunse invece con l’esercito al pieno della forza, riposato sulle sponde del lago di Tiberiade fino al momento dell’incursione, verso mezzogiorno.
Il contatto avvenne ai Corni di Hattin.
Saladino tagliò la lunga colonna crociata in due, concentrandosi sull’avanguardia, mentre i suoi soldati pungolavano le retrovie con continui attacchi rapidi.
L’esercito crociato fu costretto ad accamparsi nella piana e Saladino rispose incendiando le sterpaglie secche tutto attorno, in modo da chiudere ai cristiani ogni via di fuga.
Guardai i fuochi ardere tutta la notte, restando al sicuro sulla cima dell’altopiano.
Alle prime luci dell’alba i cristiani, assetati, demoralizzati e accecati dal fumo, vennero attaccati dagli arcieri musulmani che falciarono gli uomini uno per uno.
Raimondo si fece convincere ad attaccare per rompere l’assedio, ma il piano non riuscì, anche a causa della diserzione di alcuni generali.
Il Saladino vinse e fece prigionieri lo stesso Guido e Rinaldo, oltre ad altri nobili che, col loro riscatto, avrebbero rimpinguato di ricchezze il tesoro del sultanato.
Solo tremila crociati dei ventimila originari sopravvissero e, tra loro, Raimondo, che era fuggito in ritirata, travolgendo i suoi stessi uomini.
*
Il ragazzino aveva le mani sudate, tremanti mentre si avvicinava alla tenda del Sultano, camminando a testa alta, fiero del suo abito da paggio.
I soldati stavano festeggiando la vittoria e nessuno badava a lui che, di nuovo, si infilò sotto la tenda.
Si aspettava da un momento all’altro di essere afferrato per la collottola da Kabir, che l’avrebbe messo in piedi come un gattino randagio, ma nessuno lo fermò.
Kabir non era lì.
C’erano solo il Saladino, quattro guardie e due cristiani.
Il ragazzo poté rotolare in silenzio dietro il trono del Sultano, proprio mentre riceveva i due prigionieri più illustri.
Saladino allungò un calice di acqua a Guido e, quando lui ebbe bevuto, lo passò a Rinaldo, ma il Sultano colpì il calice, rovesciando il contenuto a terra: «L’ho offerto a te, da Re a Re, non a lui, che Re non è», poi guardò direttamente Rinaldo. «Perché hai rotto la tregua?»
E quello, spavaldo, sollevò le spalle con arroganza: «I Re hanno sempre agito così.»
Saladino, furente, strappò la spada dal suo fodero e, con un unico e possente colpo, decapitò Rinaldo.
Guido crollò in ginocchio dinanzi al cadavere dell’amico e sollevò occhi supplici sul Saladino che pulì la spada sul mantello del morto: «I Re non si uccidono a vicenda», e lo fece portare via.
Quando si voltò, incrociò lo sguardo spaurito di Khalid, col pugnale in mano.
Era il suo attendente ormai da alcuni mesi, era abituato a vederselo intorno anche nei momenti meno opportuni, ma non era mai stato armato.
«Khalid! Per chi è quello?»
«Rinaldo, ma avete già fatto voi, mio signore.»
«Perché volevi ucciderlo?»
«Ha fatto uccidere la mia famiglia durante l’agguato alla carovana di pellegrini, quando rapirono anche vostra sorella.»
Saladino annuì e lo chiamò vicino a sé: «Mi spiace di averti sottratto la preda, ragazzo, c’è qualche altro prigioniero che vorresti affrontare per la tua vendetta? Puoi avere chiunque tu voglia.»
«Bernardo», disse il ragazzo senza tentennamenti.
«Di lui si sta occupando il caro Kabir. Lo troverai nel recinto dei prigionieri.»
Il ragazzo aveva le gambe malferme quando ricevette il congedo dal Saladino e inciampò in un ostacolo di cui non si era reso conto, un enorme oggetto, coperto da un drappo, che cadde a terra con un tonfo.
Le guardie accorsero, ma il Sultano le fermò con un cenno e sorrise: «Con questa grazia ed eleganza non ucciderai neanche una mosca!»
Khalid deglutì e si inchinò: «Perdonatemi mio Re», poi si impegnò a rimettere in piedi il pesante oggetto a forma di croce, fatto di legno e ricoperto di argento.
«C-cos’è?», chiese ingenuo. «Quella?», Saladino si sedette sul trono. «È lo strumento del supplizio del profeta di Nazareth. È la Vera Croce.»

-


PUNTO 10 – I Vampiri sono privi di morale e spinti solo a perpetrare male e sofferenza.
«Sei sicuro di voler andare subito sulla scena del crimine? È vicino a Hunters Point, praticamente dalla parte opposta della città!», alzò la voce, seguendolo fino alle scale del condominio. «Sono le cinque del mattino, tra poco sorgerà il sole.»
«Non preoccuparti per me, so cavarmela e mi occorre esaminare il corpo prima che troppa gente lo maneggi», rispose facendo i gradini a grandi balzi.
«Perché saliamo? Che devi fare sul tetto del palazzo?»
«Guadagnare tempo.»
Veronika sollevò gli occhi al cielo; era evidente che cavare fuori parole a quel vampiro quando non voleva, sarebbe stato difficile quanto cavare il sangue dalle rape.
Eppure lo seguì, raggiungendolo col fiato corto e le vertigini, quando lui ormai aveva scambiato diversi messaggi dal cellulare.
«Eccoti, finalmente, ho memorizzato il tuo numero, il mio è protetto, non lo puoi avere.»
«E se dovessi avere bisogno di parlarti?»
«Non puoi. Ti chiamo io. Ora andiamo», e aprì il braccio, richiamandola vicino.
Veronika non si mosse: «In che senso andiamo? Cosa vuoi da me?»
«Piantala di fare domande inutili e vieni qui, non possiamo perdere i pochi minuti di buio discutendo.»
«Brutto maschilista fallocrate del cazzo! Non parlarmi così, non siamo più nel secolo scorso. E non mi avvicino se prima non mi spieghi cosa vuoi fare.»
Selim la fissò, poi guardò verso est e, quando anche lei controllò la direzione, distogliendo lo sguardo da lui, il vampiro scattò, rapido e silenzioso, fino a ghermirla saldamente.
Veronika gridò dibattendosi in preda al terrore più puro e istintivo, senza poter tuttavia liberarsi dalla presa che le immobilizzava il torace e la testa contro il petto di lui.
Un attimo dopo, senza poter vedere alcunché o voltare il capo, sentì il corpo mancare di sostegno e fisicità, i visceri precipitare nel vuoto e l’accelerazione laterale premerla ancora di più contro il vampiro.
Gridò più forte, terrorizzata, priva di orientamento, finché non ebbe più fiato in corpo, con la sensazione che tutto attorno fosse nero e insonorizzato.
Precipitava, un attimo dopo ascendeva, un istante dopo ancora il vento le sferzava il volto in diagonale, devastando il poco equilibrio che ancora il suo labirinto uditivo conservava.
Le gambe ciondolavano molli nel vuoto finché non riuscì ad aggrapparsi al corpo di Selim anche con le cosce, oltre che con le mani.
Non smetteva di gridare, imprecare, chiamarlo associandolo a bestemmie colorite e, quando lui si fermò, dopo un tempo che le parve infinito, lei si scoprì incapace di reggersi sulle gambe e crollò a terra, vomitando succhi gastrici con dolorose contrazioni dell’addome.
«Lurido figlio di puttana, non permetterti mai più!»
Estrasse la pistola e gliela puntò alla testa.
Selim avanzò, sfidando il crescente tremore delle mani di Veronika, fino a prendere contatto con il foro della canna, mentre vi posava contro la fronte: «Con quegli abiti sei in grado di sparare, visto? Comunque siamo arrivati alla scena del crimine. Puoi premere il grilletto e farmi perdere tempo mentre guarisco la ferita, oppure puoi mettere via l’arma e andare a fare il tuo dovere.»
Veronika abbassò la pistola: «Vero… guariresti, ma io avrei avuto la soddisfazione di farti tacere per qualche ora», concesse riponendola di nuovo nella fondina: «Faremo il nostro dovere, ma non credere che dimenticherò questa aggressione. Non è così che si costruisce e si cementa una fiducia tra colleghi.»
«Io non sono tuo collega, Veronika. Io ti aiuterò a prendere un assassino, poi sparirò dalla tua vita, di nuovo esiliato sulla Hermon», si era bloccato.
Veronika aveva capito che c’era dell’altro, che avrebbe voluto dirle altro, ma aveva stretto i pugni e si era zittito.
«Sputa il rospo, avanti.»
Per un solo istante il volto sembrò addolcirsi in un’espressione gentile, ma al serrarsi della mandibola, lei si ritrovò davanti il consueto cipiglio freddo e severo: «Per risolvere il caso il più in fretta possibile, gestirò le informazioni e le mosse come mi suggeriranno istinto ed esperienza. Se non ti è chiaro, ho il tempo contato. Nel momento in cui i media dovessero diffondere la notizia della mia presenza qui, avrei finito di aiutarti e dovrei andarmene comunque. Inoltre lotto ogni giorno col sole. Quindi se ti sta bene seguire i miei ritmi, ti porterò con me, altrimenti farò da solo.»
«Non puoi, il protocollo al punto sei ti impone di…»
Selim alzò una mano e lei si zittì: «Veronika, te lo dirò una sola volta. Me ne fotto del tuo protocollo. Ti do la mia parola che farò tutto il possibile per risolvere il caso senza esporre me o voi alla folla inferocita o a pericoli di cui abbia certezza o anche solo sospetto. Per il resto, quel documento non vale la carta su cui è stampato.»
Il mento della detective tremava di rabbia repressa e tensione nervosa.
Compromesso.
Di nuovo.
Avrebbe voluto ribattere, punirlo, ritagliarsi un angolo di comando in quella coppia male assortita, ma sapeva che non avrebbe ottenuto nulla dal vampiro, che continuava a trattarla come un fastidio inutile.
Nonostante tutto il suo orgoglio la spingesse a mandarlo a farsi fottere lavorando da solo, la sua ragione ebbe la meglio e lei infoderò l’arma: «Capisco il tuo punto di vista e tu capisci il mio. Avrei accettato la scorciatoia tra i tetti, sarebbe bastato dirmelo. Ora metti il tuo badge di consulente. Ti chiederanno sicuramente il nome.»
*
«Come ti chiami ragazzo?», chiese il giovane medico.
«K-Khalid Ibn Selim Ibn Azeem», rispose il giovane emaciato, disidratato e ferito.
«Bene, Khalid, io sono Abu Bakr e mi occuperò di te. Sei stato tanto tempo sotto il sole senza bere o mangiare, prendi piccoli sorsi, non troppa acqua insieme o starai peggio.»
Mentre il giovane beveva piccoli sorsi di acqua col miele, il giovane medico applicava sul suo corpo delle pomate disinfettanti: «Cosa ti è successo? Sei solo?»
Il ragazzo posò la tazza sulle ginocchia, restando con la nuda schiena ingobbita offerta alle delicate mani del dottore, che sentì le contrazioni di un singhiozzare sommesso: «Non preoccuparti, me lo dirai quando sarai pronto.»
Il fresco sollievo delle pezze bagnate e cosparse di miele riuscì a calmare in parte il pianto del ragazzo, che alla fine sollevò gli occhi sul dottore: «Ero… ero in viaggio verso La Mecca con la mia famiglia. Vicino alla fortezza dei cristiani a Kerak siamo stati attaccati dalle forze di Rinaldo.»
Il mento gli tremava e, al primo tentativo di bere un sorso, l’acqua gli andò di traverso e lo fece tossire a lungo.
«Fai con calma, figliolo», sussurrò Abu Bakr, accarezzandogli i capelli da cui si alzava la polvere e la sporcizia di un lungo viaggio.
«Loro hanno ucciso gli uomini… Tutti i maschi grandi e le donne vecchie, ma hanno preso le giovani e i bambini», fece crollare le braccia sulle ginocchia e parte del liquido nella tazza gocciolò fuori. «Mia… mia madre mi ha legato al suo asino e lo ha fatto fuggire. Ho solo visto che prendevano quello con le mie sorelle.»
Strinse la tazza e riprese a singhiozzare e nemmeno le mani del medico, amorevolmente chiuse su quelle del ragazzo, riuscirono a calmarlo e fu tra i pianti e le grida disperate che biascicò l’ultima frase: «Se solo… se avessi preso con me almeno una di loro…»
«Avrebbero preso anche te.»
«Non sarebbe stato forse meglio? Ora sarei in paradiso con la mia famiglia.»
Il medico mise una pezza pulita sulla schiena unta di pomata e lo aiutò a rivestirsi: «Ascolta Khalid, se Allah ti ha fatto sopravvivere all’attacco e al viaggio di ritorno pieno di pericoli fino qui a Gerusalemme, è perché ha in serbo per te un destino grandioso.»
Il ragazzo sollevò sul medico i suoi occhi scuri, non più quelli di un bambino o di un ragazzo, ma quelli determinati e feroci di un uomo: «Allora vivrò almeno fino a vedere Rinaldo morire.»
*
Il destino di Veronika passava, suo malgrado, dalla fiducia in lui, in un assassino.
Si avviò verso le luci intermittenti delle auto della polizia senza voltarsi indietro.
Mentre lei dialogava coi colleghi, creando un cerchio lontano dal corpo, in modo che Selim potesse esaminarlo senza destare sospetti, il vampiro si dedicò al terreno su cui giaceva il cadavere.
Era in una aiuola lungo la passeggiata panoramica costiera dell’India Basin, circondato da impronte che la pioggia aveva in parte cancellato in una inutile poltiglia ghiacciata di neve semi sciolta.
Dopo alcuni minuti la donna tornò: «Ci sono Cavanaugh e Perkins di turno. Per fortuna sono loro, almeno avremo dei rilievi decenti. Non c’è stata rapina. L’uomo aveva ancora il portafoglio nella tasca e un paio di gioielli, vediamo un po’ cosa ha scritto Perkins…», disse Veronika leggendo un primo rapporto su un foglio di taccuino, «la fede nuziale, un orologio sportivo da cinquecento dollari e a terra una catenina con la placca dei diabetici.»
«Sì, ne sento l’odore. Diabete nel sangue, ma non scompensato in chetosi.»
«Mi fai venire i brividi quando fai così», sussurrò guardandolo sorridere con un cenno leggero delle labbra. «Hai scoperto qualcosa?»
«È morto da poco, molto poco, è il miglior cadavere su cui si possa lavorare. La causa della morte è dissanguamento da queste ferite sul collo, ma è rimasto ancora del sangue nelle vene, non è completamente asciutto. Le lesioni sono simmetriche, nulla a che vedere con le mistificazioni degli altri corpi. Ora guarda le impronte. Da quello che posso ricostruire, l’umano stava percorrendo la passeggiata a passo di corsa. Era un runner, ma qualcosa l’ha fatto deviare e incespicare nell’aiuola, qui ha mosso i piedi come a cercare equilibrio, ma sempre sul posto, voltandosi e rigirandosi, poi è caduto a terra. Se escludi le impronte fresche di polizia e paramedici, le uniche degne di nota e compatibili con l’ora del delitto, sono queste.»
Segnò col dito alcuni avvallamenti del terreno fangoso, piccoli e poco profondi e Veronika si accucciò lì accanto: «Aspetta, non può essere una persona adulta, non un normoformato comunque. Piedi così possono essere di qualcuno alto un metro e trenta. Un nano? Un nano che gli è saltato addosso e lui, tentando di toglierselo dal collo, ha camminato e incespicato.»
Selim si piegò sul collo della vittima, esaminando il morso: «Sto cercando di capire. Guarda la distanza tra i fori e la presenza dei segni degli incisivi. Un vampiro adulto ha zanne abbastanza lunghe da non lasciare segni con gli altri denti. Quelli di un nano, con canini poco lunghi, darebbero il medesimo reperto col segno aggiuntivo degli incisivi, poiché avrebbe tentato di affondare abbastanza da ledere i vasi. Ma sarebbero segni di denti definitivi. Qui, oltre ai canini, c’è il segno di due arcate di denti ancora parzialmente decidui.»
«Decidui? Significa un bambino?»
Selim annuì e annusò vistosamente, aspirando l’aria tanto con le narici che con la bocca, leccando le labbra, come se gustasse il vento stesso e la schiena di Veronika venne percorsa da un brivido di timore reverenziale: «È un vampiro dunque?»
«Questo sì, non ci sono dubbi.»
«S-senti qualcosa? Una traccia?»
«Oh sì. La voglio seguire, ma tu resta dietro di me, il tuo odore mi confonde i sensi.»
Veronika era sempre più in difficoltà per le esternazioni di Selim, la sua sincerità brutale e priva di pudore e lo seguì col passo incerto, mentre controllava il crocchio di presenti che la polizia teneva a distanza.
Erano passate due ore dall’omicidio e, nello spiazzo in cui troneggiava il monumento ai caduti della Guerra delle Razze, all’ingresso del parco, era già apparso un portavoce degli Integralisti Biblici che arringava una trentina di persone, gridando dal suo pulpito improvvisato, ogni sorta di insulto contro i vampiri: «Sono ancora tra di noi, avete visto? Non hanno mantenuto le promesse, continuano a ucciderci con la compiacenza del governo che li tiene in segreto nelle strutture governative, per usarli come soldati invincibili!»
«C’è del vero?», chiese la detective, affrettando il passo per stargli dietro.
«Non ne ho idea. Coloro che erano sudditi di qualche principe o cancelliere, ma che non sono stati censiti sulla Hermon, sono stati dati per morti, ma so che alcuni soprannaturali diffidavano della nave, credevano che ci avrebbero affondato con una testata atomica, nel momento in cui fossimo stati tutti riuniti nel mezzo del mare, un po’ come fecero a Boston.»
«Lo temevi anche tu?»
«No, certo che no. Abbiamo almeno settantacinque principi di Torri di Magia a bordo, senza contare gli altri adepti e altri fruitori di magia di diverse razze; posso garantirti che la Hermon potrebbe navigare fino alla luna, se celebrassero un Rituale Maggiore.»
Parlava con lei, ma intanto seguiva le tracce con l’abilità di un consumato cacciatore e Veronika si rese conto di avere accanto qualcuno avvezzo a queste indagini da decenni, o secoli.
Deglutì a vuoto e tornò a seguirlo, mentre lui camminava lateralmente alle tracce, per non confonderle: «Il problema della testata nucleare non sarebbe nostro, ma dell’ecosistema e avrebbe fatto riprendere le velleità dei licantropi integralisti che miravano allo sterminio degli umani per salvare la natura da voi. Ciò non toglie che posso anche ammettere che qualche disperso non sia in realtà morto, ma nascosto o prigioniero. Per contattarli mentalmente dovremmo conoscerli nel sangue e loro dovrebbero essere in condizione di poter rispondere.»
Selim si fermò sopra un tunnel di scarico della fognatura cittadina, in cui le acque impetuose, gonfiate da neve e pioggia incessante, si riversavano nel mare con uno scroscio rumoroso.
«La traccia qui diventa debole, azzardo l’ipotesi che il vampiro si sia rintanato nelle fogne. È un classico nascondiglio sicuro. Si è al riparo dalla luce del sole e l’odore intenso maschera la presenza dei vampiri perfino ai licantropi.»
«Quindi dobbiamo entrare qui?»
«Non noi, ma io solo. Non so cosa troverò o in che situazioni mi dovrò muovere e non voglio pesi morti.»
Ecco di nuovo la sua crudele verità, mai addolcita da una menzogna di comodo o da un cuscino di parole; verità che Veronika dovette solo incassare come stilettata al suo orgoglio: «D’accordo, mi fido di te».
Le parole le uscirono prima che il cervello potesse fermarle e Selim si voltò a guardarla, senza che alcun sentimento trasparisse dal volto rigido, poi annuì: «Torna all’appartamento, riposati e prepara il trasferimento di… mh… quella donna, qualunque sia il suo nome. Partirà con l’elicottero alle sei di stasera, puoi farlo per me? Per favore?»
«Lo farò a una condizione. Perché?»
«Te l’ho detto, perché credo nelle…»
«Seconde possibilità, sì va bene. Ma dimmi la verità ora.»
Con un balzo Selim scese sul tubo della fognatura, in quella porzione che emergeva dal costone di cemento armato che sosteneva la pista pedonale e guardò su, verso di lei: «Ci servono riserve di cibo di emergenza.»
Veronika serrò le labbra: «Non ti credo. Ma spero che un giorno ti fiderai abbastanza di me da dirmelo.»
Lui ciondolò il capo con un atteggiamento decisamente scocciato e poi rispose: «Lei ha vissuto questi anni credendo di essere stata abbandonata e rifiutata e voglio dimostrarle che non è vero. I vampiri non la abbandonarono. Eravamo in contatto con il Reggente Summers per trasferirli tutti a Panama; lui ci diede il nome dei vampiri del suo dominio, ma anche di tutti i collaborazionisti che avrebbero salvato. La mattina prima della partenza, una retata li uccise tutti. Contenta?»
Veronika lo fu, e gli sorrise: «Grazie.»
*
La detective rimase accanto a Beth, che compiva i primi rilievi sul corpo, finché fu pronto per essere spostato alla Morgue; il campo rimase libero per la polizia scientifica che prese calchi di orme nella neve e impronte digitali, refertando e imbustando ogni residuo sospetto.
Alzando gli occhi verso i curiosi, che iniziavano a fermarsi al confine dei nastri gialli che delimitavano la scena del crimine, Veronika vide un volto conosciuto.
«Reetha Anne Travis!», esordì la detective alzando il nastro per lei.
La donna vi passò sotto con agilità, ma quando si trovarono faccia a faccia, Veronika notò qualche capello bianco e qualche ruga di troppo su quel volto mezzo irlandese.
Le lentiggini si erano ingrandite fino a macchiare la pelle in vaste confluenze di melanina e gli occhi verde chiaro, limpidi e grandi, erano infossati e circondati da illividimenti da stanchezza.
Erano coetanee, ma Reetha era invecchiata davvero male dopo la sparizione della sorella Jubilee.
«Ciao Nika, ne avete trovato un altro?»
«Non potrei parlare con gli investigatori privati dei casi in corso, lo sai.»
«Lo so, ma sono stata assunta dai parenti delle vittime, una class action che promette di avere una risonanza mediatica notevole. Posso citarti se vuoi.»
«Non mi interessa, non sono a caccia di visibilità.»
«Ma di giustizia, lo so Nika, ti conosco dai tempi dell’Accademia, però possiamo aiutarci a vicenda.»
«Se hai notizie, sai che dovresti comunicarle alla polizia.»
«E lo sto facendo. Le comunico a te. Vogliamo collaborare?»
Veronika sospirò, si guardò attorno, poi la invitò a fare colazione in una caffetteria poco distante: «Dimmi cos’hai in mano Travis.»
«Quando ho intervistato le famiglie delle vittime identificate, è emerso che alcune di loro, durante la guerra, avevano aiutato a vario titolo i soprannaturali. Magari nascondendoli o magari facilitando loro l’uscita dalla città. Poi ho controllato le denunce di persone scomparse e ho fatto domande anche alle loro famiglie, ormai sapevo cosa cercare. In effetti anche alcuni di loro erano collaborazionisti.»
«Potrebbe essere un caso.»
«Potrebbe, ma sai che non credo nelle coincidenze. E poi tieni conto che quelli per cui non ho dimostrato nulla, non è detto che fossero innocenti. Può anche darsi che i familiari non sapessero nulla. Ora tu.»
Veronika si masticò un poco l’interno del labbro, poi vuotò il sacco: «Pensiamo che non sia un vampiro a uccidere queste persone. O meglio, quella di oggi sì, ma le altre no. Ci sono delle incongruenze nelle lesioni rispetto al modus operandi di un soprannaturale e, ora che mi dici che alcuni erano coinvolti come collaborazionisti, inizio a pensare che qualcuno stia facendo pulizia di chiunque sia stato simpatizzante, attivamente impegnato.»
Reetha prese il cellulare: «Scambiamoci i numeri, la nostra collaborazione sarà fruttuosa, credimi! Potremo dare giustizia ai morti e soddisfazione alle famiglie. Fidati di me!»

-


PUNTO 9 – I vampiri si rapportano in soli tre modi con gli umani: li divorano, li rendono schiavi, li corrompono mutandoli.
Gli occhi scuri della guardia dalla tunica immacolata non avevano lasciato il ragazzo un solo istante.
Non c’era concupiscenza in lui, o accusa, solo una curiosità fin troppo penetrante.
Al giovane Khalid era piaciuta la lezione del grande medico ebreo, ma la maggiore emozione era stata incontrare il Saladino e, quando Maimonide dichiarò conclusa la serata, nonostante lo sguardo della guardia del corpo lo mettesse a disagio, il ragazzo scese velocemente le scale per cercare di conoscere il Sultano.
La guardia dagli abiti candidi gli mise una mano sul petto, fermandolo a debita distanza e, quando il ragazzo cercò di divincolarsi e ne sfiorò le dita, rabbrividì.
Erano fredde, come quelle di un cadavere e sembravano voler contaminare di gelo anche la pelle del giovane, la sua cassa toracica, fino a stringerne il cuore in una morsa di ghiaccio.
Alzò lo sguardo e si perse in quegli occhi neri, in cui schegge di lapislazzulo brillavano come su una corona reale.
Al collo della misteriosa guardia pendeva una catenina d’oro cui era agganciato un pendente a forma di sciabola.
«Perdonatemi, mio signore, volevo solo rendere omaggio al Sultano», disse il ragazzo inchinandosi.
«Tutto bene Kabir», disse Saladino, «lascialo passare.»
La guardia tolse la mano dal petto del ragazzo e il dolore e il gelo sparirono.
Quella notte, tutti i ragazzi che alloggiavano dal Mentore che li aveva adottati, parlarono a lungo del medico e del Sultano, ma il giovane guardiano di capre rimase alla finestra a guardare la luna piena che illuminava i tetti bianchi di Damasco.
Lui pensava alla guardia.
Kabir.
Alle sue mani fredde.
Agli occhi neri screziati di lapislazzulo.
I pensieri vagavano puntati verso la luna e il giovane non si accorse che due occhi lo stavano fissando, mentre la figura ammantata di bianco sostava, appoggiata al muro di cinta della tenuta del mentore.
*
Una prostituta era appoggiata al muro al confine del mondo civile e stava fissando Selim.
Aveva un buco nella calza a rete, sopra il ginocchio e mostrava il corpo oscenamente offerto nei suoi difetti e nella sua disperazione.
Eppure il volto era bello, gli occhi grandi e tristi come quelli di una cerva in gabbia.
«Ehi ragazzino, se verrai con me sarò delicata, sono esperta delle prime volte.»
Selim si avvicinò e lei si aprì la sciarpa mostrando il petto scollato e il generoso seno costretto in un bustino rosso e nero col pellicciotto bianco, vagamente natalizio.
«Posso farti fare tutto quello che vuoi, anche farti da mamma, vuoi succhiare?», e si sfiorò il seno.
Quello che lui sfiorò però, furono le cicatrici alla base del collo, che lei si ricoprì.
Fu allora che Selim vide anche le altre sul seno, sulle braccia, perfino sulle cosce.
Cicatrici di morsi.
«Ero una puttana dei vampiri. Adesso nessuno più mi vuole per questi segni, non lo dirai alla polizia vero?», disse coprendosi, come se fosse stata nuda in chiesa. «Anche per te sono merce avariata?»
Selim fece cenno di no.
Lei lo osservava, immobile sotto la pioggia e appuntò gli occhi nei suoi, fino a precipitare in un gorgo oscuro che aveva i confini netti delle iridi di brace che le entravano nella mente.
Tutto il suo dolore e il suo vissuto tracimarono dalle labbra e il suo cuore si aprì alla confessione: «Io mi sono offerta a loro in amicizia, credevo nella pace e nella convivenza, volevo davvero aiutarli, amavo l’idea di avere il corpo segnato dai loro morsi, mi sentivo di loro proprietà, appartenente a qualcosa di grande e chiesi di non aver sanate le ferite. Quando dovettero fuggire, sperai che mi portassero con loro, ma non lo fecero. Sparirono e, quando quella notte andai al loro rifugio, lo trovai vuoto. Mi avevano usata solo per nutrirsi e di loro non seppi più nulla, rimasi qui con le mie cicatrici, odiata e isolata dalla mia gente, proprio come fossi un’appestata.»
La sua risata fu isterica, priva di gioia, oscura nella disperazione: «Dovrei farla finita, non credi? Non c’è più nulla qui per me. Se avessi avuto la sifilide o l’epatite o l’HIV, non sarei stata così emarginata, mi avrebbero aiutato gli enti benefici, o tutte quelle bigotte dell’alta società che cercano un impegno sociale per sgravarsi la coscienza. Invece con queste cicatrici mi vedono marcia, anche se ho un certificato di non contaminazione, ecco guarda, è stato rilasciato dall’unità di crisi anti soprannaturale, ma questo foglio non serve a nulla e anche se mi inventassi di essere stata violentata e non di essere stata consenziente, per loro resterei sporca e irrecuperabile.»
Di nuovo lo fissò negli occhi: «Cosa voglio in realtà? Non lo so. Neanche so perché sto qui a parlare con un ragazzino che nemmeno mi risponde. Forse avrei voluto partire anch’io sulla grande nave blu, o anche su una qualsiasi della flotta, insieme a volontari, pacifisti, tutti gli umani che vogliono dividere coi signori della notte le brevi vite insulse che ci sono toccate in sorte. Sai, io non voglio la vita eterna, non la merito. Non ho altro dono da fare che il mio sangue e quel dono mi nobilitava, dava un senso alla mia piccolezza, all’inutilità che mi perseguita da quando sono nata. È come quando faccio la vita sai? Per un istante divento tutto ciò che serve agli uomini. E così, per un attimo perfetto, il mio sangue mi faceva essere cercata, scelta e desiderata.»
Selim era sempre immobile davanti a lei, fradicio di pioggia e lei aprì l’ombrello, prendendo entrambi sotto le falde rosse sgargianti: «Se avessi avuto i soldi o la possibilità sai cosa avrei fatto? La pasticcera!»
Selim le offrì il braccio e insieme presero a camminare lungo il fianco del palazzo, dentro la portineria e fino all’appartamento all’ultimo piano.
«Carino il tuo loft. Piccolo ed essenziale. Finora ho parlato solo io, adesso mi vuoi dire cosa vuoi fare? Non sai neanche le mie tariffe.»
Il vampiro riemerse dal bagno, circondato da una nuvola di vapore e dallo scrosciare dell’acqua che scendeva nella vasca.
Nel buio della stanza, le luci della città gettavano tremule ombre grigie nella sala.
La donna entrò nel bagno e sbirciò il cellulare di lui, in cui ancora brillava lo schermo dove lesse un messaggio di un certo ‘Ale’: «D’accordo vengo a riprenderti stasera alle 18, stesso posto.»
«Ultima notte qui dunque?»
Selim spense il cellulare e iniziò a spogliare la donna, accompagnandola nella vasca.
In un istante, tutto fu illuminato dal caldo sfavillio delle candele e la donna si irrigidì nell’espressione quando vide le piccole lacrime di fuoco apparse dal nulla.
Poi Selim iniziò a spogliarsi e non ci fu altro da guardare se non quel corpo perfetto, cesellato nel dettaglio di ogni singolo muscolo, esaltato dal gioco di luci e ombre delle candele.
Quando furono l’uno di fronte all’altra nel caldo abbraccio della vasca, la donna prese l’iniziativa e, con un sorriso accondiscendente, immerse la mano cercando l’inguine del ragazzo a partire da una languida carezza sulla coscia: «Cosa vuoi che faccia?»
Selim di nuovo non parlò, ma schiuse le labbra e le mostrò le zanne che si allungavano, feroci e appuntite.
La donna trasalì scattando indietro, mentre l’acqua debordava dalla vasca, spegnendo alcune candele: «Oh mio dio, ma tu… tu sei…»
«Posso?», chiese lui.
La sua voce fu come una vertigine per la mente della donna: «C-cosa? M-ma sì, certo mio signore. Non dovete neanche chiederlo. È un onore per me. È passato così tanto tempo che… io non speravo più che avrei…»
Selim si sporse in avanti, avvolgendola con le braccia fino a impossessarsi di quel collo vilipeso che portava il marchio di una scelta consapevole che l’aveva condannata a vita, nel corpo e nello spirito.
«Fallo, ti prego», sussurrò lei e, quando il morso giunse, trattenne il fiato e il grido di terrore, chiuse gli occhi e si aggrappò al bordo della vasca con le dita così contratte che le unghie si spezzarono una dopo l’altra: «Fallo fino in fondo, liberami per sempre da tutto questo dolore.»
Selim rimase a occhi aperti, fissando una delle candele con lo stoppino così corto, da avere solo un piccolo gemito di fiamma a illuminarla, niente cuore rosso di vitalità, solo il chiarore morente che ancora lottava per non spegnersi.
Erano uguali, la donna e la candela, talmente distrutte dalla vita, da non riuscire neanche più a generare ombra.
La sentì agitarsi sotto di sé, sedotta dal piacere che le concedeva nelle membra, percepì i suoi pensieri di annichilimento e morte, che divenivano specchio di un riposo agognato, non già la tristezza di un trapasso ingiusto.
Aveva la sua vita nelle mani, la rubava sorso dopo sorso avvicinandosi a quel momento fatale in cui avrebbe dovuto operare una scelta definitiva.
Ucciderla.
Salvarla.
Renderla immortale.
*
Veronika infilò la copia della chiave nella toppa e spalancò di colpo la porta di ingresso, fradicia, ansante, provata dalla lunga lotta contro il traffico cittadino per attraversare la città.
Lui era lì, immobile a guardare l’oscurità della baia attraverso il vetro della sala, illuminato solo dai riflessi dei neon che provenivano dalla strada sottostante.
Non l’aveva perso.
Lui non l’aveva tradita fuggendo.
Avanzò per parlargli e si accorse solo allora che Selim non aveva nulla indosso, tranne la catenina dalla quale pendeva una sciabola d’oro lunga un paio di pollici e se ne stava appoggiato con l’avambraccio contro la finestra.
«Tu! Sei qui, sei ancora qui e s-sei… nudo!»
Veronika si voltò di scatto, dandogli le spalle.
Si era mossa istintivamente e apprezzava il fatto di non avergli mostrato il rossore pudico delle gote, quando si era resa conto che lui non aveva alcun abito addosso: «Credevo fossi partito.»
«Avrei voluto, ma per far tornare l’elicottero devono riprendere l’assurdo balletto dei permessi, mobilitare l’esercito, chiedere il nulla osta al presidente. Arriveranno alle sei stasera. Fino ad allora me ne starò qui dentro, non preoccuparti.»
«Ti prego di ripensarci. Hai dato un contributo sostanziale all’indagine in soli dieci minuti, chiudendo un grosso capitolo che per noi era in sospeso da due mesi. È vero, non c’entra un vampiro, ma è comunque qualcuno che mima un vampiro e sarebbe nell’interesse di tutti che fosse fermato.»
«Sai perché ho accettato di venire qui?», fece una lunga pausa e Veronika si voltò, imponendosi di non reagire come una liceale davanti a quel corpo nudo, esposto in maniera così naturale e priva di malizia o pudore.
Prese fiato e sollevò il mento, ma gli occhi continuavano a correre su quel corpo, splendido già da umano, che il sangue di vampiro aveva reso sublime nella perfezione del disegno delle masse muscolari prive di grasso e nelle proporzioni artisticamente eterne.
«Volevo vedere coi miei occhi. Capire se ci fosse posto per una riconciliazione e, guarda», le offrì il volantino accartocciato della setta che, a suon di citazioni bibliche, prometteva di spiegare dieci motivi per cui fosse lecito, corretto e benedetto da Dio uccidere a sangue freddo ogni soprannaturale.
«Questo è un estremo malato e corrotto. Ti garantisco che ci sono molti movimenti per la fratellanza e la tolleranza. L’associazione Algiz per esempio.»
«È inutile che cerchi di indorare la pillola, Veronika. La verità è che non c’è più posto per noi nella vostra società, qualsiasi cosa io faccia. Anche se salvassi un gattino dall’albero mi accuserebbero di volerlo poi mangiare. Se trovassimo poi questo assassino, direbbero che ho collaborato solo col secondo fine di rifare una facciata falsa di perbenismo per mascherare che siamo bestie.»
«E allora non pubblicizziamo il fatto che tu abbia partecipato alle indagini. Ce lo teniamo per noi. Il Capitano Hollis si prenderà il merito, ma intanto avremo lavorato insieme e fermato un assass…»
La prostituta ciondolò in sala, emergendo dalla stanza da letto, avvolta nella trapunta: «M-mio signore?»
Veronika si sentì il sangue gelare nelle vene.
L’irritazione che provò aveva poco a che vedere con il decalogo: «Selim, chi è questa? Mio dio, non dirmi che l’hai… tu hai?»
«Selim? Ti chiami così mio signore?», la donna si accucciò ai suoi piedi, abbracciandogli la gamba mentre fissava Veronika: «Mi ha fatto l’estremo onore di nutrirsi di me.»
Veronika si lasciò cadere sulla poltrona, inciampando quasi nel tappeto: «Ma sei pazzo? Il decalogo, al punto due ti vieta di cacciare!»
«Non ho cacciato. Lei è consenziente», poi guardò direttamente la prostituta: «Ora rivestiti e vai a casa, prepara una valigia e torna qui entro le tre del pomeriggio, perché se vorrai, potrai salire su quell’elicottero e venire con me sulla Hermon.»
«Mio signore! G-grazie, io non lo merito», si rialzò restando però a capo chino. «Ditemi solo una cosa. Perché non mi avete uccisa quando ve l’ho chiesto?»
Per risponderle, Selim guardò invece Veronika: «Perché credo nelle seconde possibilità.»
*
Quando furono soli, nonostante lui si fosse deciso a sollevare la detective dall’imbarazzo infilandosi almeno dei pantaloni, l’atmosfera rimase pesante e sospettosa.
«Hai deliberatamente violato il decalogo più volte.»
«Non l’ho mai firmato e, prima che tu voglia obiettare, ricorda che mi avete invitato voi qui, e quel decalogo è una inutile imposizione atta a umiliarmi come fossi un vampirello coi canini da latte.»
«E non lo sei?», buttò la provocazione. «Cercavamo solo di garantirci una minima sicurezza. Vuoi davvero biasimarci per quelle regole?»
«Ho smesso da molto… molto tempo», calcò la parola, «di biasimare e giudicare gli umani, ma come vedi, voi siete liberi di proporre regole, io di infischiarmene.»
Più passavano le ore, meno Veronika riusciva a penetrare nelle pieghe di quella mente antica e insondabile; all’inizio gli era sembrato semplice e simpatico, piacevolmente colto e con una sensibilità per il prossimo rimarchevole.
Ora era diverso, cinico, disilluso, macabramente ironico.
Cosa gli era successo?
Ma soprattutto, quale dei due era il vero Selim?
Lo guardò mentre, in piedi al tavolo, si poneva chino sul cellulare e scorreva col dito sui messaggi di un social di cui lei non aveva mai visto i colori o i caratteri: «Cosa stai guardando?»
Si avvicinò e lui non smise di lavorare: «BlueArk, una rete intranet riservata ai passeggeri della flotta della Hermon.»
«Arca, come quella di Noé e blu per il colore dell’ammiraglia?»
«Esatto. Ognuno ha un account univoco con diversi livelli di accesso alle varie sezioni. Molto utile.»
Non stava facendo nulla per impedirle di sbirciare e dunque lei si avvicinò fin quasi a prendere contatto col torace nudo di lui e ben presto capì perché le stava permettendo di ficcanasare, visto che la pagina che stava scorrendo era scritta in geroglifico egizio.
«Ma che diamine…», esordì.
«È la lingua ufficiale a bordo della Hermon», rivelò lui, ma prima che Veronika potesse chiedergli altro, vide la catenina dondolare venne investita da un pensiero ossessivo, nulla più che un flash asimmetrico davanti ai suoi occhi che presto si dilatò a coprire ogni senso.
Il caldo sulla pelle, il sapore della sabbia sulla lingua, il rumore del vento che faceva danzare i granelli e il profumo di incenso grezzo.
*
Sito archeologico di Saqqara, Serapeum, Egitto
21 marzo 1981, ore 21,30
La bambina dagli incolti ricci scuri avanzò tra le rovine, con la piccola mano che accarezzava il lungo muro perimetrale, mentre il vento del Khamsin soffiava da sud, dietro la sua schiena, spingendola avanti con impalpabili carezze tra i ricci ribelli e crespi che le ornavano il capo, come la criniera di un leone.
Trotterellò tra le antiche pietre, ma quando si voltò, non vide più la madre e non riconobbe il tragitto appena percorso.
Iniziò ad avere paura e si stropicciò le mani, ma andò ancora avanti, sospinta dal vento, finché non vide degli adulti.
Ecco i suoi genitori!
Si avvicinò quasi correndo e sorridendo e, solo quando fu a pochi metri, capì l’errore.
Non erano i suoi genitori né gli altri uomini dell’ambasciata; questi erano vestiti di bianco, alla maniera dei predoni del deserto ed erano avvolti da tuniche, strette in vita da fusciacche rosse, mentre il capo era celato da turbanti che giungevano a coprire i lineamenti, lasciando visibili solo gli occhi.
Due di loro, invece, erano vestiti normalmente ed erano europei, ma uno era libero, e restava in piedi in mezzo alle tuniche bianche, come fosse uno di loro, mentre l’altro era prigioniero di due misteriosi predoni in bianco, incatenato e tenuto in piedi a forza, tanto che le punte delle dita non sfioravano neanche la sabbia.
La piccola si fermò, pietrificata, quando vide uno dei predoni infilare la mano nel torace dell’uomo trattenuto, affondarla con una spinta forte della spalla e trapassare la vittima fino a riemergere dalla schiena col suo cuore in mano.
«Sentenza eseguita», disse lo straniero.
L’europeo si dissolse in una nube di cenere e il Khamsin le passò attorno, accarezzandone la figura con la stessa raffica che investì gli assassini e che si portò via i resti dell’uomo.
Gli altri presenti si voltarono verso di lei all’unisono, quasi ne avessero percepito solo allora la presenza.
Fiutarono l’aria alzando il capo offerto al vento e la fissarono con occhi inumani, rossi e brillanti nel buio della notte, rischiarata dalla luna fredda di quell’inizio primavera.
L’uomo con il braccio sporco di sangue, diede ordini nella lingua della mamma: «Andate, verificate che non ce ne siano altri», poi la raggiunse, insieme all’altro europeo e si accucciò alla sua altezza, abbassando il lembo del turbante dal volto, mentre con uno straccio si puliva il sangue dalla mano e dal braccio.
Era un ragazzo giovane, con la pelle ambrata degli egiziani e un sorriso rassicurante: «Cosa fai qui, piccola?»
«M-mamma», rispose lei.
L’europeo fiutò l’aria: «Sono a sud. Direi, dove gli umani parcheggiano i veicoli.»
Era più alto dell’arabo, magro anch’egli, ma con lunghi e lisci capelli biondo scuro e gli occhi verde acqua.
Il suo volto però era più maturo, severo e poco accomodante.
«Allora riportiamola al sicuro» disse il giovane vestito di bianco, che riabbassò la manica della tunica e la prese in braccio con delicatezza.
Lei, che a malapena conosceva la sensazione di un tocco gentile, si trovò sorretta da mani che la avvolgevano contro un corpo che he infondeva sicurezza e protezione e si abbandonò contro la sua spalla, inspirando il profumo delle stoffe di lino bianco.
Odorava di incenso e, anche se non sapeva a cosa corrispondesse quell’odore, si sentì cullata e protetta e desiderò ricordarlo per sempre.
Con le piccole braccia gli avvolse il collo e chiuse gli occhi.
«Ma la vedi?», disse il giovane in bianco al suo compare, con un ghigno divertito.
«Il tuo fascino si estende anche alle infanti, ragazzo mio!», rispose l’europeo, che gli camminava accanto.
Quando giunsero in vista delle auto e del gruppo di persone, tra cui i genitori, che ancora parlavano e ricevevano omaggi, il capo la mise a terra e lei lo guardò negli occhi: «Sta per morire», disse con la sua delicata voce di bambina.
Il capo si voltò verso l’europeo: «Ha visto la sentenza, toglile il ricordo, non deve crescere con questo trauma.»
L’europeo si piegò verso di lei, ma la piccola continuò a guardare il capo: «C’è una bambina grande oltre il mare e sta per morire. Devi fare qualcosa. Ha deciso e lo farà stanotte.»
In quel momento, la madre si accorse della mancanza della figlia e gli umani si allarmarono, iniziando a cercarla.
Il giovane arabo le accarezzò il capo: «Povera piccola, chissà cosa sei costretta a vedere nelle pieghe della politica degli umani.»
E prima che lei potesse ribattere e dire ancora quello che sentiva, che vedeva nella sua mente, che pensava e che sapeva stesse per accadere, l’uomo severo le parlò: «Guardami, piccola…»
E lei lo guardò negli occhi.
*
Il giovane Khalid guardò negli occhi l’asina su cui erano le due sorelle piccole, che sbadigliavano di stanchezza: «Coraggio, un altro piccolo sforzo, poi ci accamperemo e potrai bere!»
Le accarezzò il muso e dietro le orecchie, poi riprese la marcia, tenendola per le briglie.
Fatma, col marito Ahmed, li seguivano con un altro asino.
La luna era alta nel cielo terso e illuminava bene la pista carovaniera che si dirigeva a sud.
Selim, dai capelli ormai brizzolati per l’età, tirava la briglia dell’asino con le provviste e la moglie, Amyra, badava a una capra con il suo capretto.
In quella lunga fila di pellegrini in viaggio, loro non erano mai soli, c’erano sempre altre famiglie con cui parlare o che si accostavano quando il ragazzo iniziava a cantare qualche inno in lode ad Allah.
La sua voce angelica incantava chiunque lo ascoltasse e, non appena la notizia che un così bravo cantore di tanto in tanto si esibiva fu sparsa nella carovana, la famiglia si ritrovò sommersa di dolci, panini e frutta, in cambio di una canzone del ragazzo.
«Da dove venite?», chiese un vecchio.
«Dalla provincia di Gerusalemme», aveva detto Khalid, «ma io studio a Damasco.»
«Il tuo mentore non si arrabbierà per la lunga assenza?», chiese l’uomo.
«È per il pellegrinaggio alla Mecca, se ne farà una ragione.»
Selim mise una mano sulla spalla del figlio: «Mi dispiace di aver interrotto i tuoi studi, ma volevamo approfittare del periodo di relativa pace e del fatto che ormai ci avviamo verso la stagione calda, non c’è più rischio che gli eserciti di Saladino e di Rinaldo si scontrino», e indicò un’altura rocciosa con una fortezza arroccata in cima. «Guarda, laggiù sorge la fortezza di Kerak, roccaforte di Rinaldo e dei soldati cristiani. Purtroppo sappiamo che sono tanto feroci e irrispettosi da attaccare chiunque, anche le carovane di pellegrini inermi. Ma se la supereremo, saremo nel territorio del Saladino e viaggeremo al sicuro fino alla Mecca. Ecco perché stiamo affrontando questa parte di notte.»
«Il mio mentore dice che Rinaldo sta ammassando un esercito, ha sete di rivalsa dopo sedici anni di prigionia ad Aleppo. Uno non ammassa tanti soldati che vanno sfamati, dissetati, pagati, alloggiati e intrattenuti se non pensa di attaccare subito.»
«Se anche combatteranno, vincerà il Saladino. I cristiani vestono armature pesanti che li fanno soffocare sotto il sole del deserto, specie ora che ci avviciniamo alla stagione calda. Il Saladino lo sa e li sconfiggerà dettando lui il ritmo della battaglia come gli sarà più congeniale.»
Il ragazzo sospirò: «Sai padre, a volte mi chiedo il senso di queste guerre. Non possiamo semplicemente credere ognuno nel proprio dio e vivere in pace?»
«Che Allah ti ascolti, mio saggio figlio, e illumini le menti dei re e dei califfi, dei sultani e dei crociati. Purtroppo però, la storia narra cose diverse. E così sarà sempre, perché oggi siamo divisi sulla religione, domani lo saremo sul colore della pelle, o la città di nascita o la lingua che parliamo.»
«E se il problema non fosse quello? Non la religione o il colore della pelle, ma solo la paura di tutto ciò che è diverso da noi?»
*
«Cos’è successo tra la Morgue e qui?», chiese Veronika, con la risolutezza dell’interrogatorio.
«Per quella donna dici?»
Veronika soffiò aria dal naso con fare saccente, provocatorio: «L’hai aggredita e non ne sai neanche il nome.»
«Non mi serve saperlo», rispose lui guardandola con tale fredda indifferenza, che lei si pentì di aver detto quella frase infelice.
«Scusami, io non…»
«E non l’ho aggredita. Ho chiesto e ha acconsentito, o credi che ogni volta che un vampiro si nutre, la preda soffra le pene dell’inferno?»
«E non è così?»
«No. Causare dolore è una scelta», disse fissandola con quello sguardo capace di farla sentire nuda, «come pure offrire piacere.»
«Ci sono violenze che non hanno l’aspetto di zanne o artigli. A volte si celano in una carezza falsa o in un infinito tormento», Selim la guardò in attesa che concludesse il suo pensiero. «Ma non è solo per lei. È come se qualcosa ti avesse ferito nel profondo e tu stessi reagendo con una corazza di spine che tiene tutti alla larga», dopo un istante, si corresse. «Che tiene me alla larga.»
«Non farla più complicata di quello che è. Sei una donna piacevole e piacente, abile nel tuo lavoro e difendi con passione la giustizia e la legalità. In altre situazioni avremmo potuto essere amici o partner di lavoro, ma qui, ora, ogni istante in più in cui rimango in città metto a rischio te e la tua carriera. La notizia del mio arrivo sarà già filtrata ai media e li immagino tutti al lavoro per scoprire chi sono, dove alloggio, per non parlare delle illazioni inevitabili.»
«Illazioni?»
«Ci sarà una storia tra loro? L’avrà aggredita o, peggio, lei si sarà offerta alla depravazione del morso?», recitò così, scimmiottando i talk show televisivi.
Veronika tacque, perché sapeva che c’era del vero in quelle elucubrazioni.
I giornalisti non avrebbero avuto pietà, li avrebbero sezionati, inseguiti, marchiati a fuoco per il resto delle loro vite, proprio come era stato per quella donna dal corpo segnato dai morsi.
Il cellulare della detective trillò all’arrivo di un messaggio e lei controllò, restando un istante a bocca aperta, per poi offrirne visione anche a Selim, che si ritrovò a fissare un cadavere umano con due fori sanguinanti sul collo e i segni delle arcate dentarie sulla pelle. Veronika inspirò gravemente: «Forse quelli di prima non sono stati uccisi da un vampiro, ma questo sì.»

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PUNTO 8 – I vampiri sono la causa prima della Guerra delle Razze.
La mia guerra
di Henry Foster
Professore emerito di storia contemporanea all’Università di San Francisco
Presidente dell’associazione no profit Algiz
Dal blog ufficiale dell’associazione
Maylynn Joyce si rivelò come vampiro in un piccolo studio della CNN a Boston, durante la trasmissione ‘After Midnight with Katherine Miller’, da cui partì una diretta televisiva alle 9 PM dell’8 aprile 2007, e lo fece con un breve monologo in cui si presentava come Reggente della città per conto della Fratellanza della Notte e raccontava la sua vita con pochi fatti salienti.
Nacqui, crebbi, divenni un vampiro…
Tutti restammo incollati allo schermo a sondare l’apparenza di quella creatura così fragile nelle sembianze, pallida fin quasi all’albinismo, a cercare segni di trucco, finzione e mistificazione.
Katherine la invitò a dare prova delle sue affermazioni e lei lo fece.
Tutti vedemmo il primo piano di quella bocca livida e l’allungarsi delle zanne che lei posò sul collo dell’uomo che l’accompagnava, premendo fino a lacerare la pelle e far zampillare il sangue.
Le telecamere non ci fecero perdere un solo istante, una sola inquadratura, dosando le riprese della bocca di lei, del sangue che colava sulla spalla dell’uomo e dell’espressione estatica di lui.
Tutti vedemmo la lingua della creatura passare sulla ferita e farla sparire in un istante e il sorriso dell’uomo, suo marito, suo compagno, suo unico amore, che le diede un bacio sulle labbra ancora sporche.
Katherine vestì ancora per qualche istante la parte della scettica, ma Maylynn si mosse per lo studio a velocità inumana e nessuno più dubitò di ciò cui avevano assistito.
Dopo la fine della trasmissione e per tutta la notte della Rivelazione, le televisioni rimbalzarono la notizia dell’esistenza dei vampiri confermandola, smentendola o sminuendola.
Accanto a chi credeva ciecamente nella veridicità dei fatti, c’erano i dubbiosi, ogni politico disse la sua, ogni opinionista commentò, ogni titolare di blog ribatté e chiunque avesse anche solo un ricordo o una esperienza da condividere, la rese pubblica, vera o falsa che fosse.
Qualcuno disse di aver visto bestie lupine nelle foreste, qualcun altro ricordava di essere stato morso da un vampiro o di aver visto persone incendiare auto o aprire le acque dei laghi con le mani tese.
Qualcuno aveva poi foto, sfocate e contraddittorie, che mostravano ogni sorta di mistero insoluto, da ombre dietro gruppi in posa, a crani con lunghe zanne al posto dei canini, a luci nel cielo.
Il mondo era equamente diviso tra chi credeva che fosse tutto un inganno alla Orson Wells, chi pronosticava fosse giunta l’apocalisse e chi invece salutava le nuove razze come un punto di evoluzione, fratelli da accogliere e da cui imparare.
Verso le sei di sera del 9 aprile 2007, prima ancora che il Presidente Baker facesse un comunicato ufficiale dalla Casa Bianca, emerse il leader.
James Burrows.
Maschio bianco, sui quarant’anni, di aspetto piacevole e curato sebbene ordinario.
Una cultura sufficiente a dargli credibilità con una laurea da avvocato e l’investitura a Reverendo che serviva a rafforzare il suo impatto religioso; indossava abbigliamento di marche statunitensi, mai estere, barba e capelli erano studiati nel taglio per infondere sicurezza e autorevolezza.
Poteva apparire come il padre responsabile d’America, il figlio di chiunque, il fratello su cui si può sempre contare, il marito presente e affettuoso.
James Burrows si presentò con la Bibbia in mano, sollevata al cielo, su un palco apparso chissà come nel mezzo di Central Park.
Le luci erano perfette, la scenografia curata nei colori bianco, rosso e blu, la moglie e i figli pronti a stringersi attorno al capo famiglia e a dare l’immagine del nucleo unito e cristiano.
Dopo poche ore dalla rivelazione erano già pronti i cappellini e le magliette, le bandiere e le bibbie, gli adesivi per l’auto e le calamite per il frigorifero.
C’era anche un vasto pubblico attorno al palco e degli spazi riservati alle maggiori televisioni, richiamate apposta per l’occasione.
James Burrows sapeva come catturare l’attenzione e gli invidiosi lo attribuirono al suo passato da attore fallito di Broadway.
Lui disse sempre che quell’esperienza gli era servita per imparare a parlare in pubblico, superando la sua timidezza innata e che ogni trascorso della sua vita era finalizzato solo a quel momento, alla chiamata di Dio, come un lungo addestramento necessario per essere in grado di guidare i bravi cittadini americani verso la salvezza.
James Burrows aveva una bella voce baritonale: «I vampiri sono reali», aveva detto come prima cosa quel giorno, mentre il sole tramontava tra i grattacieli della City. «Ora lo sapete tutti, li avete visti, si sono rivelati e l’inganno è finito. Possiamo aprire gli occhi e risvegliarci dal lungo sonno della ragione. I vampiri sono reali», ripeté dosando le pause con consumata abilità. «E lo sono anche la stregoneria e la licantropia. I nostri antenati lo sapevano, cercarono di avvertirci, di lasciarci i loro scritti e le esperienze, perché eroicamente li combatterono per tanti anni, li bruciarono sul rogo, li stanarono dai loro fetidi rifugi, cercando di consegnare a noi un futuro libero dalla schiavitù che ci impongono. Fecero molto, ma non bastò. Ora tocca a noi fare la nostra parte e finire il lavoro che loro iniziarono. Non ci sono vampiri nella Bibbia! Non licantropi! Solo umani e angeli. I restanti, non sono nient’altro che demoni.»
In meno di due minuti di discorso, qualsiasi messaggio di pace e amore di Maylynn Joyce venne completamente distrutto.
La guerra per noi iniziò alle prime luci dell’alba del 10 aprile, con scontri improvvisati in tutta la città di New York, quando le forze regolari vennero affiancate dai cittadini con le loro armi personali, ansiosi di contribuire allo sterminio dei nemici.
Si formarono spontaneamente comitati di quartiere e ronde armate; gruppi paramilitari spuntarono come funghi con le loro armi d’assalto.
Iniziò a diffondersi l’idea di essere davvero in guerra, iniziarono i saccheggi ai negozi e le esecuzioni sommarie, mentre la polizia non riusciva ad arginare le innumerevoli violazioni della legge che parevano rinnovarsi in numero e gravità a ogni dichiarazione pubblica di Burrows.
James rimase in testa agli ascolti per una settimana ininterrotta.
I seguaci lo vedevano lavorare, lo ascoltavano, lo seguivano mentre dormiva, quando veniva svegliato e intravedevano la sua sagoma mentre si chiudeva in bagno come un grottesco Truman Show in cui, ora dopo ora, il martellante messaggio di odio e destabilizzazione, guidava le menti verso l’unica soluzione possibile da abbracciare.
La guerra totale.
Entro una settimana, l’ottanta per cento delle aziende aveva chiuso o ridotto l’attività a causa della mancanza di personale, barricato in casa al sicuro o intento a combattere strada per strada contro qualunque cosa non sembrasse umana, o bianca, o americana.
I sondaggi cambiarono di giorno in giorno.
Sempre più americani volevano una guerra mondiale.
Sempre meno si fidavano del governo.
Solo pochi invocavano ancora la diplomazia.
La vendita di armi decuplicò, i supermercati si svuotarono, le farmacie vennero prese d’assalto.
Entro una settimana, il consenso era stato raggiunto e la diretta ininterrotta finì, ma Burrows non abbandonò i suoi seguaci.
La sua immagine di inviato da Dio si consolidò giorno dopo giorno, mentre il suo rifugio, rigorosamente top secret, diventava una vera centrale di operazioni alla quale ogni cittadino poteva segnalare la presenza di soprannaturali.
Iniziarono le delazioni, i rastrellamenti e il clima di sospetto aleggiò su tutto il paese, mentre la paura di una guerra spingeva le persone a invocare sicurezza, legge marziale, una distruzione che non lasciasse nessuno nelle mani dei nemici della democrazia e della libertà.
Molti innocenti umani vennero imprigionati anche solo per un sospetto e di alcuni non si seppe più nulla, neanche dopo la guerra, quando le famiglie pretesero verità e notizie che nessuno dette mai.
La cartina degli Stati Uniti, che troneggiava dietro la scrivania di James, presto iniziò a popolarsi di puntine colorate.
Rosse per i vampiri, blu per i maghi, marroni per i licantropi, gialle per le fate, nere per i mistici.
Man mano, i solerti seguaci riportavano anche le notizie dello sterminio dei nidi e le puntine venivano sostituite da bandierine a stelle e strisce.
I puntini rossi e marroni iniziarono a diminuire velocemente nei primi mesi di guerra, poi il governo russo rese nota la creazione di un distorsore elettromagnetico in grado di far saltare la copertura magica che difendeva le Torri di magia.
I puntini blu sparirono ancora più in fretta, entro l’autunno del 2007, mentre per le Fate ci volle un altro anno buono per scoprire come trovare le porte per raggiungerle nel loro piano di realtà.
Furono i mesi delle prime grandi vittorie.
Poi accadde qualcosa.
A poco più di un anno dall’inizio del conflitto, nel luglio del 2008, i soprannaturali firmarono a Roma l’Alleanza delle Razze e iniziarono la costruzione della Hermon a Panama.
Il Vaticano, che fino ad allora era rimasto puntellato di nero come le pulci sulla schiena di un randagio, scelse di epurarsi e tutta la città di Roma, già vista come la culla del male demoniaco, di cui i mistici erano gli agenti in terra che per millenni avevano manipolato e corrotto la santa istituzione, iniziò la caccia ai nemici.
Ma ormai il danno era irreparabile, la fiducia persa e il fatto che proprio lì venne firmata l’alleanza, decretò la fine della supremazia della Chiesa Cattolica.
Era il giugno del 2008 e, mentre ovunque i “non umani” coalizzati si prendevano sanguinose rivincite sui nemici, Burrows spingeva i suoi reclutatori a fomentare l’odio verso i Mistici e quella città colpevole di tradimento, da cui stava partendo la rivincita dei soprannaturali.
Ci vollero tre attentati dei seguaci di Burrows per riuscire a uccidere il Papa, ma quell’atto fu un punto di svolta nella guerra, perché sancì la prima vera frattura nell’alleanza mondiale umana.
Anche il Presidente Baker iniziò a disconoscere il predicatore e, quando la sua curva dell’indice di gradimento prese una ripida discesa, dopo una serie di iniziative impopolari di censura e roghi improvvisati di sostenitori della pace, Burrows divenne tanto scomodo da richiedere una risoluzione.
Nel gennaio del 2009, una falla nel suo imponente sistema di sicurezza permise a un singolo vampiro o presunto tale, il Lee Oswald della situazione, di ucciderlo davanti alle telecamere della sua villa.
Il passo finale era avvenuto.
James Burrows era divenuto un martire e la guerra riprese, opponendo i suoi seguaci al governo americano.
E mentre in tutto il mondo si rincorrevano notizie di epurazioni totali dei soprannaturali, nel luogo in cui stava venendo costruito il motore della Hermon, Boston, Maylynn Joyce continuava a richiamare le persone al dialogo.
Molti vampiri da tutto il mondo si erano trasferiti nel suo dominio, sotto la sua protezione, in attesa di essere imbarcati sulla Hermon e, quando giunse il 21 dicembre 2012, il presidente Baker acconsentì alla soluzione finale.
Quando l’ordigno atomico detonò su Boston, ci fu chi gridò allo scandalo, all’errore, ma il novanta per cento degli americani intervistati per un sondaggio, rispose che andava fatto.
Non si seppe mai come vennero raccolti quei dati, ma ebbero un impatto psicologico prevedibile sull’opinione pubblica e, in capo a pochi mesi, divennero dati reali.
Gli scienziati dimostrarono che l’arma non aveva rilasciato radiazioni al di fuori del perimetro della detonazione.
Era un’atomica ‘pulita’, ci dissero, necessaria allo sterminio di un’ingente quantità di nemici.
Le perdite umane erano trascurabili.
Ricordate bene questa parola.
Trascurabili.
*
«Prima hai detto una cosa sulla guerra. Hai detto che era già tutto deciso, ma come è possibile?», chiese Veronika, rabbrividendo per il freddo sul marciapiede, mentre la pioggia le inzuppava i capelli e colava dentro gli abiti a minacciarne la salute.
«Lascia stare, non è il momento.»
Veronika alzò lo sguardo furente su di lui: «Non trattarmi come un’idiota, non lo merito!»
«Lo so che non sei stupida. Sono io che non voglio dirti altro, perché ancora non mi fido di te.»
«C-cosa? Tu non ti fidi di me? Tu che in qualsiasi momento puoi uccidere qualsiasi persona in questo isolato, non ti fidi di me, debole umana?»
«Uccidere è facile. Lasciare vivere è difficile. Guardare morire è la fine.»
«Fine? D-di cosa?»
«Della tua umanità.»
Lui si scansò e la superò.
Nel tempo in cui lei decise di voltarsi e rispondere, Selim era sparito.
Lo cercò oltre l’angolo, dietro le auto in sosta, dentro le vetrine in un crescendo di preoccupazione che divenne vero terrore quando realizzò che non avrebbe mai potuto trovarlo, se lui non avesse voluto.
Era sparito così, nell’eco assordante della pioggia che risuonava fredda contro l’acciaio, il ferro e il cemento della città ferita.
Il suo non era un canto, come avrebbe potuto essere in una verde foresta, era piuttosto un lamento che giungeva da un cielo troppo lontano per essere raggiunto col dolore, il pianto e le preghiere.
Veronika prese il cellulare: «Capitano? Abbiamo un problema», e si allontanò verso le pensiline dei taxi, alzando la mano a richiamarne uno.
Selim era rimasto celato nell’ombra del suo potere di non morto; poco distante da lei, l’aveva osservata giustificarsi con Hollis, poi piangere, disperarsi e imprecare, ma alla fine si era allontanato a piedi nella pioggia, senza una meta.
Da quanto tempo non camminava per le strade di una grande città?
Dovunque guardasse, trovava qualche crepa, nei muri come negli umani.
Timore, repressione, la sensazione che tutto fosse in bilico sull’orlo del baratro eppure, accanto a persone che procedevano a passo svelto, armate e sospettose, lungo le strade ormai deserte, c’era anche chi resisteva, trovava in sé l’incoscienza o la forza di proseguire come se nulla fosse, prendendo il buono della vita quando c’era, senza null’altro chiedere al futuro.
Quelle persone cantavano agli angoli delle strade, decoravano le vetrine dei negozi, aprivano nuove imprese e puntavano tutto sul futuro.
Sì, c’era la speranza, ma c’era però anche l’eredità di una guerra lunga cinque anni che aveva cambiato per sempre le fondamenta della società e la storia stessa.
Cartelloni che inneggiavano alla libertà degli umani dalla schiavitù al servizio dei soprannaturali, storture nella storia, oscurantismi della verità e bugie preconfezionate decoravano i palazzi e le pensiline o gorgheggiavano dalle radio e impattavano emotivamente dalle televisioni.
Slogan come «mai più» o «prima gli umani», si confondevano a pubblicità di dispositivi di rilevazione e riconoscimento di realtà non umane.
A ogni angolo della strada, imbonitori ormai zuppi di acqua gelida offrivano volantini di corsi di difesa, sconti su armi da fuoco per tutta la famiglia, inviti a seminari e predicozzi nelle chiese, nelle congreghe, nelle sedi di nuove sette sorte in reazione alla guerra.
Era una città, una società, un mondo che li aveva rifiutati, esiliati, processati e condannati, che disperatamente cercava di tornare alla beata ignoranza di sempre.
Eppure, proprio come una tazza di porcellana caduta che, per quanto la si cerchi di riparare, sarà sempre una tazza rotta tenuta insieme alla meglio, così la società si reggeva su traballanti pezze pronte a rivelare tutta la loro fallace pretesa.
Nessuno avrebbe potuto cancellare la notte della Rivelazione e l’Apocalisse che ne era derivata.
Nessuno avrebbe ormai potuto negare l’esistenza di altre razze.
Nulla sarebbe mai più potuto tornare come prima, ma soprattutto, nonostante la speranza di Corday, non c’era più posto per loro tra gli umani.
Selim mandò un messaggio dal cellulare per richiedere il ritorno dell’elicottero e, un attimo prima che una mano gli si posasse sulla spalla, si scansò allungando le dita rigide verso la gola del nemico.
Se non si fosse fermato, con quel colpo avrebbe rotto la trachea e soffocato quello strano uomo che gli offriva il volantino: «Calma amico, non voglio farti del male. La riunione degli Integralisti Biblici sta per iniziare, entra con noi, si sta al caldo e c’è da mangiare.»
Il vampiro rilassò le dita e prese il volantino, lo lesse e lo accartocciò nel palmo, ma invece di buttarlo, lo mise in tasca.
Seguì la folla, avviandosi dietro altri umani festosi che, a decine, si infilavano in una chiesa prefabbricata nel cuore del Mission District, da cui usciva calore, profumo di dolci, punch caldo e l’armonico canto di un coro.
Aveva tempo da perdere prima dell’arrivo dell’elicottero, poteva valere la pena di analizzare e studiare la nuova società umana del dopo guerra.
Il predicatore cantava insieme al coro, incitando i presenti a elevare lodi a Dio e terminò la canzone con un balzo degno dei migliori performers, sancendo l’ultimo accordo degli strumenti.
Applausi e grida lo sostennero mentre si asciugava il sudore e si preparava al resto dello spettacolo, il sermone.
Una donna offrì a Selim un bicchiere con dell’aranciata e uno con dentro i biscotti.
Li accettò tenendoli in mano.
«Loro si definiscono ‘Soprannaturali’», esordì il predicatore, avanzando lentamente sul palco con il microfono stretto tra le mani e lo scherno nella voce. «È una parola scelta con cura. Sopra il naturale. Superiori all’uomo. Più evoluti. Più forti. Più degni di governare. E sapete qual è la cosa peggiore?», tacque qualche secondo, lasciando che il silenzio crescesse nella sala gremita. «Che molti di noi ci hanno creduto davvero!»
Un brusio di approvazione percorse la platea.
«Per tutti gli anni di guerra e anche ora, in questa effimera pace, gli amici delle bestie… questi… collaborazionisti, ci hanno raccontato che dovevamo essere tolleranti, comprensivi, aperti al dialogo. Ma mentre noi abbassavamo la guardia, loro si infiltravano ovunque.»
Indicò lo schermo alle sue spalle, dove scorrevano immagini della guerra, città devastate e ospedali sovraffollati: «Nelle università. Nei governi. Nei media. Nelle industrie farmaceutiche. Perfino nelle chiese», e si fermò davanti al pulpito. «E adesso vogliono riscrivere la storia.»
Alcuni tra il pubblico annuirono con forza.
«L’associazione Algiz parla già di integrazione, convivenza, cittadinanza! Vogliono convincerci che le bestie che hanno devastato il nostro mondo siano vittime incomprese, che i vampiri siano solo una minoranza perseguitata, che i mistici siano portatori di conoscenza e che dovremmo accettarli nelle nostre città, nelle scuole dei nostri figli, nei posti di comando.»
Il tono si fece più duro e il pugno stretto sbiancava mentre lui lo agitava davanti al volto, minaccioso: «Ma io vi chiedo… cosa succede quando smettiamo di distinguere l’umano dal mostruoso?»
La sala esplose in qualche grido isolato: «Amen!»
«Dillo!»
«Succede che perdiamo noi stessi!», declamò il predicatore, che riprese a camminare lentamente avanti e indietro.
«E non crediate che tutto questo inizi con un’invasione armata. No. Sarebbe troppo semplice. Loro agiscono in silenzio, poco alla volta. Una concessione oggi, una modifica domani, una nuova legge dopodomani.»
Indicò di nuovo le slide: «Prima vi dicono che certi vaccini sono sicuri. Poi scoprite che contengono tessuti alterati e materiale biologico prelevato dai Soprannaturali. Vi dicono che è ricerca medica, progresso scientifico, ma intanto introducono nel corpo umano sostanze che non appartengono alla creazione divina.»
Un mormorio inquieto attraversò la chiesa e un uomo con una folta barba rossiccia e il ventre dilatato da troppe birre diede di gomito a Selim e gli indicò il palco: «Ha ragione, cazzo, sì che ha ragione!»
«E mentre ci distraiamo, contaminano tutto il resto. I raccolti geneticamente modificati, gli allevamenti dove gli animali sono nutriti con sangue di vampiro, l’acqua estratta da falde sospette, le sostanze disperse nell’aria.»
Alzò un dito verso il soffitto: «Quante volte avete visto quelle scie nel cielo? Quante volte vi hanno detto di non fare domande?»
Alcuni presenti abbassarono il capo, altri annuirono convinti.
«Ci vogliono deboli, confusi, dipendenti. Vogliono una popolazione incapace di distinguere il bene dal male.»
La voce si incrinò di rabbia trattenuta: «E intanto la corruzione morale avanza insieme a quella fisica. Ci insegnano che tutto è relativo. Che non esiste più purezza. Non esiste più famiglia. Non esiste più peccato.»
Le immagini alle sue spalle cambiarono ancora, mostrando manifestazioni a favore dei soprannaturali, simboli esoterici, rave nei boschi, volti dipinti: «Normalizzano culti pagani, sabba, idolatrie, promiscuità, ogni forma di degenerazione che allontani l’uomo da Dio e lo renda più facile da controllare.»
Il pubblico era rapito e si avviava in quella fase di fanatismo emotivo che si diffondeva più veloce di un contagio e portava i presenti a premere verso il palco, tentando di avvicinarsi di più all’eroe, alla salvezza.
Selim rimase immobile coi due bicchieri in mano, mentre la gente sfilava attorno a lui.
Aveva gli occhi fissi sul predicatore: «E quando avranno finito, sapete cosa accadrà?»
Si batté una mano sul petto: «Non ci sarà più un popolo libero. Solo una massa addomesticata che crederà di scegliere, mentre obbedisce», gridò e si avvicinò al bordo del palco, sempre più vicino ai suoi fedeli, abbastanza da sfiorare le mani di quelli in prima fila.«I vampiri dominano col sangue, i mistici con l’inganno, i maghi con l’illusione, le fate entrano nei nostri sogni! Con i loro poteri blasfemi portano a un unico risultato… la schiavitù dell’uomo.»
L’uomo dalla folta barba aveva raggiunto le prime file e gridò: «Mai più!»
«Esatto!» tuonò il predicatore. «Mai più!»
Afferrò la Bibbia dal leggio e la sollevò sopra la testa: «Noi ricordiamo la guerra! Ricordiamo i morti! Ricordiamo Boston! Ricordiamo le città bruciate e i nostri figli massacrati!»
La folla iniziò a rispondere in coro: «Noi non dimentichiamo!»
«Per questo dobbiamo restare vigili. Per questo non possiamo permettere che tornino. Per questo non dobbiamo cedere alle menzogne di chi vuole renderci colpevoli per esserci difesi.»
Il predicatore abbassò lentamente la Bibbia e scandì le ultime parole quasi sussurrando:
«Dio ha creato l’uomo. Non i vampiri. Non i mostri. Non gli abomini.»
Poi rialzò lo sguardo verso la platea.
«E se una verità non è scritta nella Bibbia… allora non viene da Dio.»
Selim aveva sentito abbastanza.
In molti avevano cavalcato l’attualità per ritagliarsi una nicchia di potere, visibilità e seguaci, sia durante che dopo la guerra, ma questo predicatore ci stava riuscendo alla perfezione e il numero dei suoi seguaci era preoccupante quanto il loro grado di invasata e cieca fede.
Era semplice fare presa su di loro con discorsi roboanti a cavallo della main stream che voleva i soprannaturali come causa di ogni problema e disagio sociale; era facile trovare nei libri sacri o nella filosofia un giustificativo che si imponesse sulle menti stanche dei sopravvissuti, che anelavano una figura di riferimento cui affidarsi, come figli inetti e sperduti.
Qualsiasi cosa Selim avesse fatto in città sarebbe stata strumentalizzata, masticata e sputata dai media, fino a trasformarsi nella versione più utile ai loro interessi.
Comoda e mai veritiera.
Uscì in silenzio dalla chiesa e si mosse velocemente verso il retro.
Da una applicazione sul cellulare poteva avere segnalazione di dove fossero le telecamere di sicurezza e schivarne l’occhio indagatore e dunque sfruttò uno dei pochi punti ciechi per ascendere sui tetti con pochi, inumani balzi e, da lì, attraversare di nuovo la città fino all’appartamento e lo fece saltando di palazzo in palazzo, volando sopra le vie che tagliavano la città in regolari geometrie, dando fondo alla potenza e all’agilità per cui i vampiri erano famosi e temuti.
Troppo veloci per gli umani, troppo forti, in grado di dominarne le menti e di illuderne i sensi, erano temuti anche più dei licantropi, nonostante le limitazioni che avevano nel non potersi esporre al sole, proprio per il loro potere di agire sulle menti umane e ridurle a gusci vuoti.
Mentre sorvolava un cartellone pubblicitario, si voltò a osservare l’offerta a buon mercato dei famosi caschi di ferro per proteggere gli umani dal controllo mentale.
Qualcuno ancora credeva che funzionassero davvero e li comprava.
Qualcuno non aveva mai smesso di arricchirsi sulla credulità delle masse, né durante la guerra, né dopo.
No, non c’era speranza per quel popolo e non c’era posto per loro in questo mondo.
Selim atterrò in un vicolo laterale, si sistemò gli abiti e i capelli scompigliati dal viaggio e si mosse verso il marciapiede.
Due occhi lo osservarono.

