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PUNTO 7 – Una volta trasformati in mostri, anche i più pii tra gli umani saranno capaci di uccidere i loro stessi familiari.
«Elisabeth?», chiamò la detective aprendo la porta scorrevole della sala autopsie.
«Nika! Vieni, entra! Che piacere vederti!»
Il medico legale era una donna anziana con i capelli pettinati come la Regina Elisabetta, avvolta nel camice usa e getta, con una visiera di plexiglass a coprire il volto.
Della sovrana inglese poteva avere il nome, l’età, la statura e il fisico, ma la sega da ossa in mano e gli schizzi di sangue sul camice la facevano assomigliare a una grottesca caricatura cyberpunk della donna.
«Ciao Beth, sono qui per esaminare i due cadaveri del vampiro, mi occuperò a tempo pieno del serial killer. Il mio collega è esperto di simili casi», disse indicando Selim che fece un cenno di saluto alla donna, «possiamo averli nella sala autoptica tre?»
«Entrate in polizia sempre più giovani ormai!», borbottò Beth dopo un lungo sguardo silenzioso al vampiro. «Ah quanti ragazzini ho visto, cari miei, morti in guerra, dilaniati e scomposti!», sospirò contemplando ancora il volto di Selim, poi tornò su Veronika. «Ti portiamo subito i due corpi, noi abbiamo già finito tutti i test.»
Posò la sega da ossa e sollevò la maschera protettiva: «Farò il tifo per te cara, sai che smacco se tu riuscissi laddove i grandi uomini hanno fallito? Comunque, se può esserti di qualche sostegno, secondo me hai fatto bene con Truman», slacciò il camice bianco chiazzato di irriconoscibili liquidi corporei. «Noi siamo esempio per i cittadini, specie in questa delicata fase di ricostruzione post bellica. Se non siamo integri noi, non possiamo pretendere che lo siano gli altri.»
«Grazie Beth, la tua stima mi onora.»
Selim non aveva detto nulla e attese di essere nella sala isolata, piccola e discreta in cui Veronika aveva chiesto di visionare i corpi, per rivolgerle parola: «Nika?»
«Solo per gli amici.»
«Posso chiamarti così anch’io?», chiese e, alla concessione di lei, la guardò con maggiore attenzione. «Il tuo volto ha tratti europei, la pelle un testamento moresco, mentre gli occhi verdi…»
«Sono quelli di mio padre. Lui era per metà di origine inglese, trapiantato in America e per metà rumeno, la nonna veniva dalla Transilvania, ci crederesti? La terra dei Vampiri! Quando conobbe mia madre, lavorava per l’ambasciata americana al Cairo. Lei era egiziana, della valle, nata in una frazione rurale di Luxor. Lui divenne ambasciatore per un quinquennio in un periodo di profonda crisi col mondo arabo. Ci trasferimmo in America alla fine del suo mandato, quando avevo poco più di tre anni e mia sorella sei. Quindi sono per un quarto americana protestante, un quarto rumena cattolica, un quarto egiziana copta e un quarto egiziana musulmana», e lo fissò con un sorriso luminoso. «I tuoi lineamenti sono mediorientali puri, giusto?»
«Provincia di Gerusalemme», confermò lui, «ma ho vissuto parecchio in Egitto, a più riprese.»
«Ah e quando…»
Le porte della stanza si aprirono e dovette zittirsi.
Ancora una volta non era riuscita a scoprire esattamente l’età di Selim e la curiosità per i dettagli della sua vita stavano diventando un chiodo fisso.
In fondo, pensò la donna osservandone il profilo perfetto e lo sguardo assorto sul nulla, il modo che ciascuno ha di raccontarsi, fa capire molto di più della banale cronaca anagrafica, perché esplora ricordi e li rielabora secondo il vissuto e la propria sensibilità individuale.
Beth spinse una delle due barelle davanti a loro, mentre il suo aiutante posizionava la seconda: «Come favore personale per Nika ho procrastinato l’invio del referto, ma quando avrete finito, dobbiamo mandare i corpi alla cremazione senza altri ritardi. Quello di destra è un John Doe, un senzatetto che bazzicava la zona dell’Embarcadero, quello di sinistra è Padre Michael Carmody.»
«D’accordo, grazie Beth, ti devo un favore!»
«Me lo restituirai prendendo quel bastardo e mandandolo al rogo!»
Quando rimasero soli, Veronika si sentì in dovere di scusarsi per le parole della collega, ma Selim non sembrò turbato e iniziò a scoprire il primo dei corpi: «Non è colpa sua, avete sofferto in guerra, perso amici e parenti, così come anche noi. Non si può pretendere che smetta subito di considerarci nemici. Pensa che sulla Hermon, i primi tempi, ci fu un nutrito gruppo che si preparava a tornare a combattere e che premeva per la soluzione finale.»
«Soluzione finale? Sa molto di nazismo.»
«L’idea era la stessa. Sterminarvi e ridurre in schiavitù solo una minima parte per le necessità alimentari. Fummo costretti a fermarli, imprigionarli o condannarli al sonno indotto con un paletto nel cuore.»
«Potevate farlo? Dico, potevate davvero sterminare tutti gli umani?»
Selim si piegò a osservare i fori del senzatetto, poi alzò solo lo sguardo di quegli oscuri occhi in cui, di nuovo, lei vide il bagliore rosso di braci: «Certo che potevamo. Abbiamo sempre potuto vincere la guerra. Nonostante quello che predicava James Burrows dai suoi pulpiti integralisti, nonostante i vostri proclami patriottici di vittorie imminenti e schiaccianti, la sicurezza della vostra difesa, la potenza delle armi nucleari che avete mostrato su Boston», le rispose.
Si era infervorato, sembrava che quell’argomento avesse innescato una miccia troppo corta e lui fosse sul punto di detonare e lei fece un passo indietro.
Quasi fosse una secchiata d’acqua gelida, quel gesto di rifiuto, di allontanamento, riuscì a placare il vampiro, che tornò a guardare il cadavere e a esprimersi in maniera misurata: «Una volta firmata l’alleanza tra le razze soprannaturali, avremmo potuto porre fine al conflitto in pochi mesi. Non l’abbiamo fatto perché non era giusto. La maggior parte di noi semplicemente si difese, poi scelse di ritirarsi dalla guerra e contribuire alla costruzione della Hermon. Rimasero fuori dall’alleanza pochi guerrafondai tra i soprannaturali di ogni razza e furono solo loro a continuare a combattervi.»
Veronika aveva fatto un passo avanti nella comprensione dello sterminato universo dentro la mente di Selim e aveva accettato di vedervi dei sentimenti così forti, che avrebbero potuto prendere il sopravvento sulla sua razionalità più del sangue.
E questo, nessun umano lo immaginava.
«Ritardarono la pace, ma vi diedero il tempo di completare la nave e questo vi tornò comodo. Li usaste… o sbaglio?»
«Non potevamo obbligarli a sposare la medesima filosofia etica pacifica che avevamo noi, né aprire un fronte di guerra contro di loro. Avevamo una flotta da finire e una pace da costruire.»
«Scegliendo di non combattere tutti compatti, foste costretti all’esilio su quell’enorme nave, perennemente in balia dei mari, in acque internazionali. Coloro che invece combatterono vi avranno odiati per il mancato supporto.»
«L’esilio e la guerra interna furono sacrifici che facemmo per voi. Venne intrapresa una via e tuttora non ce ne pentiamo. Chi si imbarca con noi accetta le nostre regole. La Hermon non è solo una nave, è l’utopia di un’idea. Un ritorno alle origini della nostra genesi.»
«Raccontamela allora. Noi non sappiamo nulla della vostra origine.»
«E continuerete a non saperlo, finché non saremo riammessi in pace a convivere con voi. Nel frattempo stiamo ricostruendo una nuova società di soprannaturali, una alleanza cui noi per primi non siamo avvezzi, dopo esserci combattuti o ignorati per millenni.»
«Eppure affermi con certezza che avreste vinto la guerra?»
«Certo. Ma dalla tua espressione scettica intuisco che non mi credi. Allora segui il mio consiglio. Ritarda il tuo giudizio e attendi qualche mese, poiché non appena avremo finito alcune valutazioni ambientali, il mondo assisterà a uno sfoggio di potere mai visto prima, l’espressione più alta dell’alleanza.»
«A-attaccherete di nuovo?», chiese lei, col terrore che risaliva dallo stomaco.
«No, nessuno si farà male, ma sarà una pagina di storia fondamentale e ti dimostrerà che, potendo fare quello, avremmo davvero potuto sterminarvi in ogni angolo del globo.»
«Il che mi suona molto come prova di forza, o sbaglio?»
«Mh. Passami due specilli per favore, le domande un’altra volta», rispose lui e le indicò il servente con gli attrezzi di lucido acciaio.
«D’accordo, prendo il tuo silenzio sull’argomento come un appello al quinto emendamento. Ma voglio fidarmi di te e attenderò. Cosa non ti convince delle ferite? Perché mugugni?»
«Il medico legale ha eseguito qualche altro esame? Una tomografia o una risonanza?»
Veronika sfogliò il referto: «No, non ce n’è traccia, solo un esame fisico. Strano. Il prelievo di tessuti e campioni comunque ha evidenziato solo tracce di cloroformio nel sangue e residui di stoffa nelle narici, ma nessun DNA estraneo», disse passando le pagine con cura. «Compatibile con l’uso di guanti e accortezze da professionisti, ma non esclude un vampiro, infatti a parte il sangue, che rimane, qualsiasi altra parte staccata dal vostro corpo brucia in cenere. Quindi niente DNA.»
«Esatto. Però c’è il sedativo e ci sono i segni di legatura. Le vittime sono state drogate e trattenute meccanicamente con lacci e corde, mentre il sangue veniva asportato. E questo non è l’agire tipico di un vampiro», rispose e infilò gli specilli nei fori.
«Eppure è un reperto comune, anche in altri corpi erano presenti droga e segni di costrizione.»
«Anche il più debole novellino non ha bisogno di drogare o legare le vittime. Basta imporre la propria volontà e le prede stanno ferme. E un novellino avrebbe difficoltà a sopravvivere senza la protezione di una congrega per tanto tempo, specie in una città come San Francisco, tecnologicamente avanzata dal punto di vista degli scanner per soprannaturali.»
«Una congrega però sarebbe compatibile con l’enorme quantità di corpi ritrovati.»
«No, Veronika. Contrariamente a quello che credete, quando ci nutriamo non uccidiamo quasi mai. Altrimenti avremmo sterminato la razza umana prima ancora dell’età del bronzo. Ora guarda…», disse lui, togliendo e infilando di nuovo gli specilli, «i fori giungono a profondità diverse e anche notevoli, quindi a meno che il nostro vampiro abbia una zanna di due pollici e una da tre, non è possibile creare una lesione del genere. È una cosa che avevo notato leggendo i precedenti referti e che volevo appunto verificare; c’è sempre una asimmetria nella profondità delle lesioni, a volte minima, a volte notevole come in questo corpo. C’è poi il fatto che non hanno più una sola goccia di sangue in corpo. Noi uccidiamo, ma appena il cuore si ferma, diventa difficoltoso nutrirsi.»
«In che senso?»
«Mh. Se te ne parlassi, so che ti imbarazzerei», iniziò a dire, ma davanti all’espressione offesa e risoluta della donna, cedette e lo fece dando alla frase un tono saccente che disturbò l’amor proprio della poliziotta. «Il fatto che il vampiro succhi il sangue non è proprio vero. Ci pensa il cuore a pomparlo fuori dalla ferita. Noi beviamo e basta o succhiamo delicatamente. Quando il cuore si ferma dovremmo appendere il corpo a testa in giù o applicare la forza di una idrovora per finire di svuotarlo in questo modo.»
«E questo… questo basterebbe per dire che non è stato un non morto?»
«Se vuoi di più, posso anche dirti che non sento alcun odore di vampiro sul corpo.»
«Odore? Sentiresti l’odore di un tuo simile su un corpo?»
«Certo. In particolari situazioni in cui sostanze estranee non abbiano alterato la carcassa…»
«Carcassa?», lo interruppe sollevando un sopracciglio.
Selim emise uno sbuffo per farle capire che era scocciato: «Il corpo esanime, i miseri resti, le spoglie, il deceduto…», snocciolò finché fu lei a sbuffare. «Se non sono già in decomposizione e non sono stati imbalsamati o messi in formalina, potrei sentirne la saliva. Questa… salma?», chiese il permesso col tono di voce. «È solo refrigerata, quindi dovrei percepire una traccia.»
«Hai un olfatto così potente dunque? Sui libri dell’accademia non è menzionato.»
«Posso sentire tutto ciò che è veicolato dal sangue in saliva e secrezioni. Malattie, emozioni, ormoni…»
«Quindi finora hai sentito tutto anche in me?»
Selim non rispose, ma tolse gli specilli dal primo corpo per fare lo stesso esame sul secondo: «Anche qui non sono simmetrici e sono molto più superficiali.»
«Non mi hai risposto Selim.»
«E non vorrei farlo, per non cagionarti imbarazzo, possiamo concentrarci sui casi?»
Di nuovo emerse quell’atteggiamento paternalistico irritante, cui Veronika rispose avvicinandosi al corpo in maniera risoluta: «Quindi cosa concludi?»
«Mh. Non è stato un vampiro, il mio lavoro qui è finito.»
*
Il bel dodicenne dai lunghi ricci neri, coi profondi occhi scuri ravvivati da un caldo castano vicino alle iridi, diede di gomito al suo compagno: «Dici che sotto quel telo c’è una donna nuda?»
«Non si fanno dissezioni sulle donne, piantala di fare il cretino!», rispose l’amico, annusando ancora la resina profumata nel barattolo che portava in tasca, cercando di ovviare al lezzo del cadavere che attendeva su un tavolaccio di legno nel centro della stanza.
Nella sala, il brusio dei giovani studenti era discreto, ma occupava tutto il rumore di fondo mentre, in cima alle gradinate, i mentori e protettori più facoltosi di Damasco parlottavano tra loro di politica.
L’anziano mecenate si avvicinò a prendere i due per le orecchie: «Non fatemi fare brutta figura mocciosi! Stasera assisteremo a una lezione del medico personale di Salah Ad Din, l’ebreo Musa Ibn Maimon, state zitti, attenti e ringraziate per il grande onore.»
Il chiacchiericcio tacque di colpo quando la porta della stanza si aprì ed entrò il medico, seguito da una figura riccamente vestita, cui tutti si inchinarono.
«Il Saladino è qui!», sussurrarono passandosi la voce uno con l’altro, con lo sguardo pieno di ammirazione per il condottiero e la sua leggenda.
Accanto a lui, un guerriero in tunica bianca, con una fusciacca rossa in vita, si guardava intorno con fare sospettoso, senza mai distanziarsi troppo dal condottiero.
Il capo era coperto da un turbante bianco e un lembo passava dinanzi al naso e alla bocca, celandone le fattezze.
Il Saladino salutò i presenti e si accomodò in prima fila, mentre la sua guardia del corpo restava in piedi e teneva d’occhio il consesso di studenti e mentori.
Nulla di lui era visibile se non gli occhi, che percorsero uno per uno i presenti, fermandosi più a lungo sul giovane dai lunghi ricci folti.
Si guardarono a lungo, anche quando Maimonide l’ebreo iniziò a mostrare agli studenti come effettuare un’autopsia, usando degli specilli per analizzare le ferite del morto.
Tutto scomparve in quella stanza per il guerriero e il ragazzo.
C’erano solo i loro sguardi che si cercavano, come se si conoscessero da sempre, come se i loro destini fossero già legati.
*
Veronika inseguì Selim fuori della stazione di polizia, incurante della pioggia che aveva sostituito la neve, trasformando la candida coltre in un inferno gelido di cristalli corrotti dalla sporcizia della città.
Sotto l’incessante martellare delle pesanti gocce ghiacciate, tutto diveniva più triste e indefinito, diluito in una cortina umida di acqua che si raccoglieva in rigagnoli improvvisati lungo le strade, portandosi via pezzi di vita delle persone.
Un guanto, un fazzoletto, il biglietto di un autobus.
Lei lo afferrò per un braccio per farlo fermare e poterglisi parare davanti con entrambe le mani sul petto: «Fermati e rispondimi. Cosa vuol dire che il tuo lavoro è finito?»
«Vuol dire che, se l’assassino non è un vampiro, non ha senso che io rimanga. I presupposti della mia presenza qui sono decaduti. Restando rischierei di creare uno scandalo e compromettere le trattative di pace già difficili per conto loro. Pensaci bene. L’esercito non mi vuole qui, il tuo Capitano nemmeno, la società non parliamone neanche.»
«Ma ti voglio io», confessò lei, abbassando le braccia e il capo, mentre l’acqua scorreva lungo i suoi ricci e il volto.
Era imbarazzata.
Aveva usato una frase ambigua, l’aveva esternata senza neanche ponderare.
Era ciò che le voleva uscire dal cuore in quel momento e aveva trovato di che fiorire sulle labbra.
Voleva che lui restasse, nonostante la facesse ancora tremare, nonostante il timore per la sua forza e l’imprevedibilità del furore dei vampiri, nonostante il ricordo di ciò che aveva veduto durante la guerra.
Perché lo voleva?
Forse perché lui rappresentava la saggezza, la storia, aveva vissuto secoli conoscendo personaggi famosi, assistendo alle svolte epocali della società umana.
Forse perché, per la prima volta, sentiva un diverso punto di vista sulla guerra, perché aveva la possibilità di conoscere aspetti dei soprannaturali che nessun testo governativo aveva mai pubblicato.
Forse perché, accanto a lui, stava iniziando a sentirsi a suo agio tanto da accettare il contatto fisico, le sue mani a sostenerla nella metropolitana, le proprie a fermarlo spingendolo sul torace.
O forse, perché nelle poche ore in cui avevano vissuto gomito a gomito, il mondo di Veronika aveva ripreso colore, abbandonando il grigio di una solitudine rassegnata per una tavolozza fatta del rosso dell’ira, il giallo della creatività intellettuale, l’arancio del calore sociale.
Non si era mai resa conto del baratro di solitudine lavorativa e affettiva in cui si era chiusa, fino a quel momento e, forse, anche la denuncia del furto di Truman era stata una decisione spinta proprio dalla sua reazione inconscia all’isolamento in cui l’avevano relegata tutti, dai suoi genitori, ai compagni di classe, ai cadetti dell’accademia di polizia, ai colleghi, che non la invitavano alle uscite sociali ben prima della vicenda della marijuana.
Ed era lì, in piedi davanti a un nemico che aveva imparato a temere, mentre il mondo si ammantava dei colori caldi dell’iride, per poi concederle anche ogni sfumatura del freddo, dal blu della serenità che le scioglieva il nodo di dolore dal cuore, al verde di un equilibrio che per la prima volta le dava la sicurezza che i suoi piedi poggiassero su un supporto stabile.
Li vedeva tutti, quei colori, nelle vetrine addobbate per il Natale, nei fari delle auto, nelle luci delle insegne e, quando anche il viola apparve nella sciarpa di una donna che li scansò, affrettandosi con le mani piene di pacchi regalo, a Veronika parve di non aver mai visto colori così vivido come quel giorno in cui aveva confessato a sé stessa di desiderare la compagnia di un altro essere.
Anche se non era un essere umano.Fissava ormai solo i piedi di Selim, circondati dal rivolo di acqua come rocce lungo il fiume: «Ho sbagliato ad accoglierti col pregiudizio. È evidente che, prima ancora di una pace scritta, dobbiamo costruire una fiducia reciproca, noi e voi. Fare in modo che non ci sia più distinzione e che diventiamo tutti un unico ‘noi’. E io credo che se tu collaborassi alla cattura di un serial killer che vi emula, potrebbe essere una buona pubblicità, un buon ponte comunicativo per iniziare a presentarvi alla società da un diverso punto di vista.»
«Non essere ingenua. So che odi quando ti guardo come fossi una ragazzina, ma io conosco l’umanità da così tanto tempo, che neanche immagini. E non ha mai accettato la diversità, specie quando questa diversità può scardinarne l’ordine costituito e le certezze su cui si basa il patto sociale.»
«Cosa intendi?»
«La storia è costellata di padroni e servi. I vostri padroni non possono accettare che ci sia qualcuno più forte e potente di loro. Qualcuno che possa offuscarne ricchezza, fama, gloria, potere, controllo…»
«Non siamo più gli stessi del passato», lo interruppe lei.
«Ah no? Quanto tempo credi che servirà per riformare nuove fazioni, sette e clan che perorino la divisione di tanti noi contro tanti loro? Quanto per veder sorgere un altro James Burrows che arringhi le folle verso una nuova era di odio e segregazione?»
Eccolo di nuovo, così umano, passionale, infervorato dal passato, dalla guerra e da cicatrici mai rimarginate.
La verità era quella, lui poteva avere anche un corpo immortale, che guariva perfettamente ogni lesione, ma aveva le stesse ferite di un umano.
«Guardati intorno, Veronika, e vedrai già tutti i sintomi. Riconoscerai il disagio e la sofferenza che stanno cercando un nuovo capro espiatorio, quel diverso che potrà catalizzare il rifiuto e la persecuzione, che potrà essere accusato di tutto il dolore, le brutture e l’ingiustizia del mondo», allargò un braccio e indicò una generica direzione, lontana da lui. «Vi serve sempre qualcuno da temere.»
La pioggia gli colava lungo il volto senza che lui battesse ciglio: «Prima i cristiani. Poi gli ebrei. Poi i catari», e indicò la città dietro di lei. «Ora noi.»
Veronika sentì un nodo stringerle lo stomaco, perché sapeva già la risposta alla domanda che le premeva nella mente, ma voleva sentirla da lui: «E domani?»
Selim sorrise appena, non con scherno, piuttosto con rassegnazione: «Domani troverete qualcun altro, nella perenne ricerca di qualcuno cui addossare la colpa degli strali del destino!»
Il braccio si piegava e si stendeva, indicando con l’indice eretto quella direzione fittizia e lo faceva ancora e ancora, come se laggiù ci fosse l’origine del dolore e della separazione: «Accade così nella mente umana, fa parte della sua struttura stessa. È l’istinto che ti fa guardare con astio ciò che è esterno, pericoloso e diverso. Tu mi hai guardato proprio così, quando ci siamo conosciuti. E questo non cambierà. Neanche dopo quello che avete vissuto in guerra.»
Era rimasto immobile alcuni istanti, poi aveva lasciato ricadere il braccio, ma aveva continuato a guardarla: «Stai per piangere? Scusa… non volevo spaventarti.»
Veronika si passò le dita sotto le palpebre umide, poi scrollò il capo: «Non è paura, sono triste per quello che hai detto, perché temo sia vero.»
Avrebbe voluto anche dirgli il resto, che sentiva che accanto a lui stava guarendo e che sperava di veder guarire anche lui e quella ferita sanguinante che gli apriva il cuore.
Ci provò. Prese fiato, socchiuse le labbra, ma ne uscì solo un respiro caldo che creò una nuvola di vapore al freddo della notte invernale.

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PUNTO 7 – Una volta trasformati in mostri, anche i più pii tra gli umani saranno capaci di uccidere i loro stessi familiari.
«Elisabeth?», chiamò la detective aprendo la porta scorrevole della sala autopsie.
«Nika! Vieni, entra! Che piacere vederti!»
Il medico legale era una donna anziana con i capelli pettinati come la Regina Elisabetta, avvolta nel camice usa e getta, con una visiera di plexiglass a coprire il volto.
Della sovrana inglese poteva avere il nome, l’età, la statura e il fisico, ma la sega da ossa in mano e gli schizzi di sangue sul camice la facevano assomigliare a una grottesca caricatura cyberpunk della donna.
«Ciao Beth, sono qui per esaminare i due cadaveri del vampiro, mi occuperò a tempo pieno del serial killer. Il mio collega è esperto di simili casi», disse indicando Selim che fece un cenno di saluto alla donna, «possiamo averli nella sala autoptica tre?»
«Entrate in polizia sempre più giovani ormai!», borbottò Beth dopo un lungo sguardo silenzioso al vampiro. «Ah quanti ragazzini ho visto, cari miei, morti in guerra, dilaniati e scomposti!», sospirò contemplando ancora il volto di Selim, poi tornò su Veronika. «Ti portiamo subito i due corpi, noi abbiamo già finito tutti i test.»
Posò la sega da ossa e sollevò la maschera protettiva: «Farò il tifo per te cara, sai che smacco se tu riuscissi laddove i grandi uomini hanno fallito? Comunque, se può esserti di qualche sostegno, secondo me hai fatto bene con Truman», slacciò il camice bianco chiazzato di irriconoscibili liquidi corporei. «Noi siamo esempio per i cittadini, specie in questa delicata fase di ricostruzione post bellica. Se non siamo integri noi, non possiamo pretendere che lo siano gli altri.»
«Grazie Beth, la tua stima mi onora.»
Selim non aveva detto nulla e attese di essere nella sala isolata, piccola e discreta in cui Veronika aveva chiesto di visionare i corpi, per rivolgerle parola: «Nika?»
«Solo per gli amici.»
«Posso chiamarti così anch’io?», chiese e, alla concessione di lei, la guardò con maggiore attenzione. «Il tuo volto ha tratti europei, la pelle un testamento moresco, mentre gli occhi verdi…»
«Sono quelli di mio padre. Lui era per metà di origine inglese, trapiantato in America e per metà rumeno, la nonna veniva dalla Transilvania, ci crederesti? La terra dei Vampiri! Quando conobbe mia madre, lavorava per l’ambasciata americana al Cairo. Lei era egiziana, della valle, nata in una frazione rurale di Luxor. Lui divenne ambasciatore per un quinquennio in un periodo di profonda crisi col mondo arabo. Ci trasferimmo in America alla fine del suo mandato, quando avevo poco più di tre anni e mia sorella sei. Quindi sono per un quarto americana protestante, un quarto rumena cattolica, un quarto egiziana copta e un quarto egiziana musulmana», e lo fissò con un sorriso luminoso. «I tuoi lineamenti sono mediorientali puri, giusto?»
«Provincia di Gerusalemme», confermò lui, «ma ho vissuto parecchio in Egitto, a più riprese.»
«Ah e quando…»
Le porte della stanza si aprirono e dovette zittirsi.
Ancora una volta non era riuscita a scoprire esattamente l’età di Selim e la curiosità per i dettagli della sua vita stavano diventando un chiodo fisso.
In fondo, pensò la donna osservandone il profilo perfetto e lo sguardo assorto sul nulla, il modo che ciascuno ha di raccontarsi, fa capire molto di più della banale cronaca anagrafica, perché esplora ricordi e li rielabora secondo il vissuto e la propria sensibilità individuale.
Beth spinse una delle due barelle davanti a loro, mentre il suo aiutante posizionava la seconda: «Come favore personale per Nika ho procrastinato l’invio del referto, ma quando avrete finito, dobbiamo mandare i corpi alla cremazione senza altri ritardi. Quello di destra è un John Doe, un senzatetto che bazzicava la zona dell’Embarcadero, quello di sinistra è Padre Michael Carmody.»
«D’accordo, grazie Beth, ti devo un favore!»
«Me lo restituirai prendendo quel bastardo e mandandolo al rogo!»
Quando rimasero soli, Veronika si sentì in dovere di scusarsi per le parole della collega, ma Selim non sembrò turbato e iniziò a scoprire il primo dei corpi: «Non è colpa sua, avete sofferto in guerra, perso amici e parenti, così come anche noi. Non si può pretendere che smetta subito di considerarci nemici. Pensa che sulla Hermon, i primi tempi, ci fu un nutrito gruppo che si preparava a tornare a combattere e che premeva per la soluzione finale.»
«Soluzione finale? Sa molto di nazismo.»
«L’idea era la stessa. Sterminarvi e ridurre in schiavitù solo una minima parte per le necessità alimentari. Fummo costretti a fermarli, imprigionarli o condannarli al sonno indotto con un paletto nel cuore.»
«Potevate farlo? Dico, potevate davvero sterminare tutti gli umani?»
Selim si piegò a osservare i fori del senzatetto, poi alzò solo lo sguardo di quegli oscuri occhi in cui, di nuovo, lei vide il bagliore rosso di braci: «Certo che potevamo. Abbiamo sempre potuto vincere la guerra. Nonostante quello che predicava James Burrows dai suoi pulpiti integralisti, nonostante i vostri proclami patriottici di vittorie imminenti e schiaccianti, la sicurezza della vostra difesa, la potenza delle armi nucleari che avete mostrato su Boston», le rispose.
Si era infervorato, sembrava che quell’argomento avesse innescato una miccia troppo corta e lui fosse sul punto di detonare e lei fece un passo indietro.
Quasi fosse una secchiata d’acqua gelida, quel gesto di rifiuto, di allontanamento, riuscì a placare il vampiro, che tornò a guardare il cadavere e a esprimersi in maniera misurata: «Una volta firmata l’alleanza tra le razze soprannaturali, avremmo potuto porre fine al conflitto in pochi mesi. Non l’abbiamo fatto perché non era giusto. La maggior parte di noi semplicemente si difese, poi scelse di ritirarsi dalla guerra e contribuire alla costruzione della Hermon. Rimasero fuori dall’alleanza pochi guerrafondai tra i soprannaturali di ogni razza e furono solo loro a continuare a combattervi.»
Veronika aveva fatto un passo avanti nella comprensione dello sterminato universo dentro la mente di Selim e aveva accettato di vedervi dei sentimenti così forti, che avrebbero potuto prendere il sopravvento sulla sua razionalità più del sangue.
E questo, nessun umano lo immaginava.
«Ritardarono la pace, ma vi diedero il tempo di completare la nave e questo vi tornò comodo. Li usaste… o sbaglio?»
«Non potevamo obbligarli a sposare la medesima filosofia etica pacifica che avevamo noi, né aprire un fronte di guerra contro di loro. Avevamo una flotta da finire e una pace da costruire.»
«Scegliendo di non combattere tutti compatti, foste costretti all’esilio su quell’enorme nave, perennemente in balia dei mari, in acque internazionali. Coloro che invece combatterono vi avranno odiati per il mancato supporto.»
«L’esilio e la guerra interna furono sacrifici che facemmo per voi. Venne intrapresa una via e tuttora non ce ne pentiamo. Chi si imbarca con noi accetta le nostre regole. La Hermon non è solo una nave, è l’utopia di un’idea. Un ritorno alle origini della nostra genesi.»
«Raccontamela allora. Noi non sappiamo nulla della vostra origine.»
«E continuerete a non saperlo, finché non saremo riammessi in pace a convivere con voi. Nel frattempo stiamo ricostruendo una nuova società di soprannaturali, una alleanza cui noi per primi non siamo avvezzi, dopo esserci combattuti o ignorati per millenni.»
«Eppure affermi con certezza che avreste vinto la guerra?»
«Certo. Ma dalla tua espressione scettica intuisco che non mi credi. Allora segui il mio consiglio. Ritarda il tuo giudizio e attendi qualche mese, poiché non appena avremo finito alcune valutazioni ambientali, il mondo assisterà a uno sfoggio di potere mai visto prima, l’espressione più alta dell’alleanza.»
«A-attaccherete di nuovo?», chiese lei, col terrore che risaliva dallo stomaco.
«No, nessuno si farà male, ma sarà una pagina di storia fondamentale e ti dimostrerà che, potendo fare quello, avremmo davvero potuto sterminarvi in ogni angolo del globo.»
«Il che mi suona molto come prova di forza, o sbaglio?»
«Mh. Passami due specilli per favore, le domande un’altra volta», rispose lui e le indicò il servente con gli attrezzi di lucido acciaio.
«D’accordo, prendo il tuo silenzio sull’argomento come un appello al quinto emendamento. Ma voglio fidarmi di te e attenderò. Cosa non ti convince delle ferite? Perché mugugni?»
«Il medico legale ha eseguito qualche altro esame? Una tomografia o una risonanza?»
Veronika sfogliò il referto: «No, non ce n’è traccia, solo un esame fisico. Strano. Il prelievo di tessuti e campioni comunque ha evidenziato solo tracce di cloroformio nel sangue e residui di stoffa nelle narici, ma nessun DNA estraneo», disse passando le pagine con cura. «Compatibile con l’uso di guanti e accortezze da professionisti, ma non esclude un vampiro, infatti a parte il sangue, che rimane, qualsiasi altra parte staccata dal vostro corpo brucia in cenere. Quindi niente DNA.»
«Esatto. Però c’è il sedativo e ci sono i segni di legatura. Le vittime sono state drogate e trattenute meccanicamente con lacci e corde, mentre il sangue veniva asportato. E questo non è l’agire tipico di un vampiro», rispose e infilò gli specilli nei fori.
«Eppure è un reperto comune, anche in altri corpi erano presenti droga e segni di costrizione.»
«Anche il più debole novellino non ha bisogno di drogare o legare le vittime. Basta imporre la propria volontà e le prede stanno ferme. E un novellino avrebbe difficoltà a sopravvivere senza la protezione di una congrega per tanto tempo, specie in una città come San Francisco, tecnologicamente avanzata dal punto di vista degli scanner per soprannaturali.»
«Una congrega però sarebbe compatibile con l’enorme quantità di corpi ritrovati.»
«No, Veronika. Contrariamente a quello che credete, quando ci nutriamo non uccidiamo quasi mai. Altrimenti avremmo sterminato la razza umana prima ancora dell’età del bronzo. Ora guarda…», disse lui, togliendo e infilando di nuovo gli specilli, «i fori giungono a profondità diverse e anche notevoli, quindi a meno che il nostro vampiro abbia una zanna di due pollici e una da tre, non è possibile creare una lesione del genere. È una cosa che avevo notato leggendo i precedenti referti e che volevo appunto verificare; c’è sempre una asimmetria nella profondità delle lesioni, a volte minima, a volte notevole come in questo corpo. C’è poi il fatto che non hanno più una sola goccia di sangue in corpo. Noi uccidiamo, ma appena il cuore si ferma, diventa difficoltoso nutrirsi.»
«In che senso?»
«Mh. Se te ne parlassi, so che ti imbarazzerei», iniziò a dire, ma davanti all’espressione offesa e risoluta della donna, cedette e lo fece dando alla frase un tono saccente che disturbò l’amor proprio della poliziotta. «Il fatto che il vampiro succhi il sangue non è proprio vero. Ci pensa il cuore a pomparlo fuori dalla ferita. Noi beviamo e basta o succhiamo delicatamente. Quando il cuore si ferma dovremmo appendere il corpo a testa in giù o applicare la forza di una idrovora per finire di svuotarlo in questo modo.»
«E questo… questo basterebbe per dire che non è stato un non morto?»
«Se vuoi di più, posso anche dirti che non sento alcun odore di vampiro sul corpo.»
«Odore? Sentiresti l’odore di un tuo simile su un corpo?»
«Certo. In particolari situazioni in cui sostanze estranee non abbiano alterato la carcassa…»
«Carcassa?», lo interruppe sollevando un sopracciglio.
Selim emise uno sbuffo per farle capire che era scocciato: «Il corpo esanime, i miseri resti, le spoglie, il deceduto…», snocciolò finché fu lei a sbuffare. «Se non sono già in decomposizione e non sono stati imbalsamati o messi in formalina, potrei sentirne la saliva. Questa… salma?», chiese il permesso col tono di voce. «È solo refrigerata, quindi dovrei percepire una traccia.»
«Hai un olfatto così potente dunque? Sui libri dell’accademia non è menzionato.»
«Posso sentire tutto ciò che è veicolato dal sangue in saliva e secrezioni. Malattie, emozioni, ormoni…»
«Quindi finora hai sentito tutto anche in me?»
Selim non rispose, ma tolse gli specilli dal primo corpo per fare lo stesso esame sul secondo: «Anche qui non sono simmetrici e sono molto più superficiali.»
«Non mi hai risposto Selim.»
«E non vorrei farlo, per non cagionarti imbarazzo, possiamo concentrarci sui casi?»
Di nuovo emerse quell’atteggiamento paternalistico irritante, cui Veronika rispose avvicinandosi al corpo in maniera risoluta: «Quindi cosa concludi?»
«Mh. Non è stato un vampiro, il mio lavoro qui è finito.»
*
Il bel dodicenne dai lunghi ricci neri, coi profondi occhi scuri ravvivati da un caldo castano vicino alle iridi, diede di gomito al suo compagno: «Dici che sotto quel telo c’è una donna nuda?»
«Non si fanno dissezioni sulle donne, piantala di fare il cretino!», rispose l’amico, annusando ancora la resina profumata nel barattolo che portava in tasca, cercando di ovviare al lezzo del cadavere che attendeva su un tavolaccio di legno nel centro della stanza.
Nella sala, il brusio dei giovani studenti era discreto, ma occupava tutto il rumore di fondo mentre, in cima alle gradinate, i mentori e protettori più facoltosi di Damasco parlottavano tra loro di politica.
L’anziano mecenate si avvicinò a prendere i due per le orecchie: «Non fatemi fare brutta figura mocciosi! Stasera assisteremo a una lezione del medico personale di Salah Ad Din, l’ebreo Musa Ibn Maimon, state zitti, attenti e ringraziate per il grande onore.»
Il chiacchiericcio tacque di colpo quando la porta della stanza si aprì ed entrò il medico, seguito da una figura riccamente vestita, cui tutti si inchinarono.
«Il Saladino è qui!», sussurrarono passandosi la voce uno con l’altro, con lo sguardo pieno di ammirazione per il condottiero e la sua leggenda.
Accanto a lui, un guerriero in tunica bianca, con una fusciacca rossa in vita, si guardava intorno con fare sospettoso, senza mai distanziarsi troppo dal condottiero.
Il capo era coperto da un turbante bianco e un lembo passava dinanzi al naso e alla bocca, celandone le fattezze.
Il Saladino salutò i presenti e si accomodò in prima fila, mentre la sua guardia del corpo restava in piedi e teneva d’occhio il consesso di studenti e mentori.
Nulla di lui era visibile se non gli occhi, che percorsero uno per uno i presenti, fermandosi più a lungo sul giovane dai lunghi ricci folti.
Si guardarono a lungo, anche quando Maimonide l’ebreo iniziò a mostrare agli studenti come effettuare un’autopsia, usando degli specilli per analizzare le ferite del morto.
Tutto scomparve in quella stanza per il guerriero e il ragazzo.
C’erano solo i loro sguardi che si cercavano, come se si conoscessero da sempre, come se i loro destini fossero già legati.
*
Veronika inseguì Selim fuori della stazione di polizia, incurante della pioggia che aveva sostituito la neve, trasformando la candida coltre in un inferno gelido di cristalli corrotti dalla sporcizia della città.
Sotto l’incessante martellare delle pesanti gocce ghiacciate, tutto diveniva più triste e indefinito, diluito in una cortina umida di acqua che si raccoglieva in rigagnoli improvvisati lungo le strade, portandosi via pezzi di vita delle persone.
Un guanto, un fazzoletto, il biglietto di un autobus.
Lei lo afferrò per un braccio per farlo fermare e poterglisi parare davanti con entrambe le mani sul petto: «Fermati e rispondimi. Cosa vuol dire che il tuo lavoro è finito?»
«Vuol dire che, se l’assassino non è un vampiro, non ha senso che io rimanga. I presupposti della mia presenza qui sono decaduti. Restando rischierei di creare uno scandalo e compromettere le trattative di pace già difficili per conto loro. Pensaci bene. L’esercito non mi vuole qui, il tuo Capitano nemmeno, la società non parliamone neanche.»
«Ma ti voglio io», confessò lei, abbassando le braccia e il capo, mentre l’acqua scorreva lungo i suoi ricci e il volto.
Era imbarazzata.
Aveva usato una frase ambigua, l’aveva esternata senza neanche ponderare.
Era ciò che le voleva uscire dal cuore in quel momento e aveva trovato di che fiorire sulle labbra.
Voleva che lui restasse, nonostante la facesse ancora tremare, nonostante il timore per la sua forza e l’imprevedibilità del furore dei vampiri, nonostante il ricordo di ciò che aveva veduto durante la guerra.
Perché lo voleva?
Forse perché lui rappresentava la saggezza, la storia, aveva vissuto secoli conoscendo personaggi famosi, assistendo alle svolte epocali della società umana.
Forse perché, per la prima volta, sentiva un diverso punto di vista sulla guerra, perché aveva la possibilità di conoscere aspetti dei soprannaturali che nessun testo governativo aveva mai pubblicato.
Forse perché, accanto a lui, stava iniziando a sentirsi a suo agio tanto da accettare il contatto fisico, le sue mani a sostenerla nella metropolitana, le proprie a fermarlo spingendolo sul torace.
Ne fissava ormai solo i piedi, circondati dal rivolo di acqua come rocce lungo il fiume: «Ho sbagliato ad accoglierti col pregiudizio. È evidente che, prima ancora di una pace scritta, dobbiamo costruire una fiducia reciproca, noi e voi. Fare in modo che non ci sia più distinzione e che diventiamo tutti un unico ‘noi’. E io credo che se tu collaborassi alla cattura di un serial killer che vi emula, potrebbe essere una buona pubblicità, un buon ponte comunicativo per iniziare a presentarvi alla società da un diverso punto di vista.»
«Non essere ingenua. So che odi quando ti guardo come fossi una ragazzina, ma io conosco l’umanità da così tanto tempo, che neanche immagini. E non ha mai accettato la diversità, specie quando questa diversità può scardinarne l’ordine costituito e le certezze su cui si basa il patto sociale.»
«Cosa intendi?»
«La storia è costellata di padroni e servi. I vostri padroni non possono accettare che ci sia qualcuno più forte e potente di loro. Qualcuno che possa offuscarne ricchezza, fama, gloria, potere, controllo…»
«Non siamo più gli stessi del passato», lo interruppe lei.
«Ah no? Quanto tempo credi che servirà per riformare nuove fazioni, sette e clan che perorino la divisione di tanti noi contro tanti loro? Quanto per veder sorgere un altro James Burrows che arringhi le folle verso una nuova era di odio e segregazione?»
Eccolo di nuovo, così umano, passionale, infervorato dal passato, dalla guerra e da cicatrici mai rimarginate.
La verità era quella, lui poteva avere anche un corpo immortale, che guariva perfettamente ogni lesione, ma aveva le stesse ferite di un umano.
«Guardati intorno, Veronika, e vedrai già tutti i sintomi. Riconoscerai il disagio e la sofferenza che stanno cercando un nuovo capro espiatorio, quel diverso che potrà catalizzare il rifiuto e la persecuzione, che potrà essere accusato di tutto il dolore, le brutture e l’ingiustizia del mondo», allargò un braccio e indicò una generica direzione, lontana da lui. «Vi serve sempre qualcuno da temere.»
La pioggia gli colava lungo il volto senza che lui battesse ciglio: «Prima i cristiani. Poi gli ebrei. Poi i catari», e indicò la città dietro di lei. «Ora noi.»
Veronika sentì un nodo stringerle lo stomaco, perché sapeva già la risposta alla domanda che le premeva nella mente, ma voleva sentirla da lui: «E domani?»
Selim sorrise appena, non con scherno, piuttosto con rassegnazione: «Domani troverete qualcun altro, nella perenne ricerca di qualcuno cui addossare la colpa degli strali del destino!»
Il braccio si piegava e si stendeva, indicando con l’indice eretto quella direzione fittizia e lo faceva ancora e ancora, come se laggiù ci fosse l’origine del dolore e della separazione: «Accade così nella mente umana, fa parte della sua struttura stessa. È l’istinto che ti fa guardare con astio ciò che è esterno, pericoloso e diverso. Tu mi hai guardato proprio così, quando ci siamo conosciuti. E questo non cambierà. Neanche dopo quello che avete vissuto in guerra.»
Era rimasto immobile alcuni istanti, poi aveva lasciato ricadere il braccio, ma aveva continuato a guardarla: «Stai per piangere? Scusa… non volevo spaventarti.»
Veronika si passò le dita sotto le palpebre umide, poi scrollò il capo: «Non è paura, sono triste per quello che hai detto, perché temo sia vero.»
Avrebbe voluto anche dirgli il resto, che sperava di veder guarire quella ferita sanguinante che gli apriva il cuore, ma non ci riuscì.

-


PUNTO 6 – Non sarà possibile indagarne menzogne e psicologia utilizzando le normali apparecchiature a battito cardiaco, sudorazione e pressione. Non mutano il diametro pupillare, espressioni e timbri vocali.
Quando uscirono, Selim si presentò al bianco gelo della città con indosso degli abiti consoni, in modo da mascherarsi nella folla.
Jeans, maglione e la giacca a mezza coscia di pelle nera.
«Ricorda gli scanner termici», sussurrò lei, mentre sollevava il cappuccio sulla testa per difendersi dalla neve.
«Non preoccuparti. Non è certo così che mi scopriranno.»
Veronika aggrottò le sopracciglia, dubbiosa, e tese una mano verso il suo volto: «P-posso?»
Era curiosa, desiderava toccarlo da quando l’aveva visto scendere dall’elicottero, per capire come fosse davvero la pelle di un vampiro, come apparisse al di fuori delle inquietanti fotografie dei manuali governativi.
Lui annuì e i polpastrelli dell’umana si avvicinarono a lui, esitarono richiudendosi verso il palmo, poi si fecero coraggio e presero contatto delicatamente con la guancia immortale, calda, umana, morbida, ma liscia come una statua di alabastro.
Veronika tremava a quel contatto che aveva il sapore dell’attrazione, del desiderio, ma anche del turbamento.
Le sfuggì un sottile gemito e, quando realizzò di aver lasciato fluire le emozioni, ritirò la mano velocemente, ricoprendo entrambe coi guanti imbottiti.
«Sento il battito furioso del tuo cuore, l’aria profuma della tua paura»
Sulle prime Veronika balbettò una qualche sillaba, poi scelse la verità nuda e la offrì a lui, sollevando il mento con la fierezza degli onesti: «Sei il primo vampiro con cui parlo e sono in difficoltà, ma mi sto sforzando di comportarmi assennatamente. Dammi tempo.»
«Mh», tagliò corto lui con quel modo burbero di ringhiare e cambiò argomento. «Sei armata?»
«Lo sono, tu?»
«Io sono un’arma», sorrise saccente.
Veronika alzò gli occhi al cielo e lo seguì mentre si spostava lungo il viale verso l’embarcadero: «Hai intenzione di farmela fare a piedi fino dal medico legale? Castro Street è lontana!»
«No, andremo al capolinea della metropolitana.»
«Ma sarà piena di gente!»
«E quindi? Hai paura che faccia una strage?»
«Ho capito che sai controllarti, ma le metropolitane sono illuminate a giorno. E se qualcuno ti riconoscesse?»
Ed ecco di nuovo quel ghigno di spocchiosa superiorità.
Se lui, che non aveva espressioni, le mostrava quel sorriso di scherno, era precisamente perché voleva che lei lo vedesse.
Odioso.
«Perché mi hai chiesto se fossi armata?»
«Per capire se posso contare su di te. Ma non posso.»
Colpita nel vivo la donna espirò con forza cercando di dominare la tentazione di prenderlo a pugni: «Non mi conosci neanche, il mio punteggio al poligono è…»
«Inutile. Il punteggio… è… inutile», sillabò e il calcare della voce su ogni singola parola le rese ancor più pesanti. «Hai la pistola sotto due strati di abiti e i guanti imbottiti sulle mani. Se fosse necessario sparare, prima che tu riesca a estrarre l’arma, sarebbe già finita.»
Stavolta lui non aveva sorriso, era maledettamente serio e Veronika si sentì come una recluta che aveva appena fatto una figuraccia davanti al veterano ed era peggio che sentirsi sminuita da uno scherno.
Aveva ragione.
«Non contavo di sparare ora, stiamo solo andando dal medico legale, non siamo in azione.»
«Detective, io sono un estraneo in questa città, rischio che mi lincino a ogni angolo. Finché sarò in territorio ostile, significherà vivere con un bersaglio disegnato sul petto. Quindi, quando sarai con me, sarai sempre in azione. Ricordatelo quando sceglierai i tuoi vestiti domani.»
*
La metropolitana era ovviamente gremita di pendolari a quell’ora.
Coi mezzi di superficie paralizzati dalla neve, tutti si erano riversati nei treni che correvano, in parte sotterranei e in parte a cielo aperto, dall’embarcadero a nord-est, verso il resto dell’isola, disperdendosi come i rami di un albero.
Nonostante le brutture della guerra, la città manteneva il suo fascino con la grande isola collegata alla terra ferma dai ponti, tra cui il rosso e imponente Golden Gate.
San Francisco aveva ancora i suoi tram tradizionali, la pianta squadrata e razionale delle vie, le colline immerse nel verde, costruite a misura d’uomo.
Selim osservava ogni cosa attorno a sé, come se potesse penetrare l’oscurità come lei faceva alla luce del sole, si fermava ad ascoltare i musicisti sotto la stazione della metropolitana, studiava gli umani che gli sfilavano accanto, inconsapevoli di chi fosse.
E Veronika osservava lui, quel modo quasi infantile di stupirsi di ciò che incontrava e quel sorriso appena accennato, che lei aveva imparato già a decifrare non appena lui lo concedeva.
Gli piaceva essere lì, in quella sporca e affollata stazione della metropolitana, quasi quanto a lei piacevano le passeggiate in solitudine in montagna.
«Sei a tuo agio in questa situazione?», gli chiese alla fine, con un sussurro.
«Non mi crea particolare gaudio, ma mi adatterò. È solo che… non vedevo così tanti umani insieme da troppo tempo.»
«Per questo sorridi?»
«Sì, un po’ di colorita umanità è piacevole, a piccole dosi.»
Erano a malapena riusciti a trovare due posti a sedere, quando Selim si alzò, lasciando il sedile a un’anziana.
Veronika fece lo stesso e lo seguì nell’angolo della carrozza, di nuovo in piedi, con l’assembramento che andava aumentando man mano che si avvicinavano alle vie centrali della città: «Probabilmente sei più vecchio tu di lei», disse con un sorriso e, quando lui annuì, si scoprì a non temere quella rivelazione.
Non più.
Selim avrebbe potuto aggredirla mentre erano nell’appartamento, avrebbe potuto bere il suo sangue fino all’ultima goccia e fuggire nel continente, mordere Cavanaugh in quel bagno, approfittare di ogni umano in cui si erano imbattuti, invece aveva alzato lo sguardo verso un’anziana traballante e, primo tra tutti, si era alzato per lasciarle il posto.
Perché quel vampiro sembrava contraddire pagina dopo pagina tutto ciò che aveva imparato?
Sui libri era tutto molto più facile.
Considerare un nemico completamente crudele la sollevava dall’onere del giudizio e della scelta, la liberava dalla responsabilità e dal senso di colpa.
L’unico vampiro buono era il vampiro morto, si leggeva sugli incipit dei testi di addestramento.
«Sei… sei mai andato in Regressione?», chiese lei con un filo di voce, neanche sicura che lui potesse sentire.
«Sì, mi è capitato da giovane, poi ho imparato a dominarla. Vuoi sapere se sarei un pericolo per te?»
«Anche», disse piegando appena il capo verso la spalla, «ma soprattutto perché tu non sei affatto come i V… cioè come quelli che ho studiato sui libri del governo.»
Lui si guardò intorno, poi prese a parlarle in arabo egiziano, seppur lentamente: «Mi capisci se ti parlo in questa lingua?»
Lei annuì e rispose alla stessa maniera: «Come hai capito che ho delle ascendenze arabe? Ah già… hai studiato il mio fascicolo.»
Selim fece un cenno di assenso: «Non solo. C’è la luce del deserto nei tuoi occhi», le disse, senza mostrare compiacimento quando lei avvampò di vergogna e imbarazzo, anzi continuò il discorso. «Ho visto i libri che sono stati pubblicati su di noi. Le immagini mostravano sempre i volti trasfigurati dalla Bestia, con le zanne lunghe e gli occhi iniettati di sangue, bocche spalancate e rivoli cremisi sul mento. Non erano mai rappresentati con tratti normali.»
Le parlava, ma non gesticolava, non muoveva altro che le labbra o gli occhi, per controllare il viavai di umani all’aprirsi delle porte: «Non posso negare che esista la Bestia, è un istinto di sopravvivenza che si attiva in caso di pericolo, è potente e soverchiante, capace di annichilire ogni logica e ragione per mantenerci in vita ad ogni costo», le spiegò, stringendo la maglietta con le dita ad artiglio proprio sopra lo sterno. «È facile per un giovane vampiro cadere vittima della Regressione, mentre i più antichi riescono a controllarsi maggiormente o a sopprimere addirittura l’istinto, ed è questa volontà disciplinata a permettere quello che si chiama il ‘riposo eterno’.»
«Ma tutti siete mostri e tutti avete il volto da bestia, anche sotto i lineamenti angelici e perfetti. Anche tu hai sicuramente una bestia assassina acquattata da qualche parte nell’inconscio.»
«E un umano no?», ribatté all’inizio, poi abbassò il capo, si avvicinò a lei, per sussurrare. «Se vuoi prendere il controllo degli istinti, dominare la carne e il sangue, devi importi un rigido controllo. Solo allora potrai soffocare la Regressione, ma se ti abbandoni ad essa, se la cavalchi, perdi ogni briciolo di umanità.»
Le scivolò attorno, come la serpe tentatrice nel giardino dell’Eden. «Essere un mostro è una scelta, non una regola», e si prese del tempo per fiutarla con discrezione, mentre lei, a occhi socchiusi, sembrava persa nella seduzione di quella prossimità. «Chi sceglie di non controllarsi diventa ciò che avete immortalato nei vostri manuali.»
Veronika aveva le labbra atteggiate allo stupore e, quando riaprì gli occhi e lo trovò così vicino, il cuore dimenticò un battito e lei si sentì quasi venire meno.
Non sapeva cosa dire, perché attraverso le parole di Selim stava iniziando a conoscere un lato degli immortali di cui non aveva mai sentito parlare e, per la prima volta, i decenni o i secoli di esperienza non le apparivano solo un modo per divenire più letali e potenti, ma erano specchio della sapienza e testimonianza della storia; quel vampiro sembrava saggio, posato e cortese, ma soprattutto, mostrava rispetto per gli umani, o non avrebbe mai lasciato il posto a sedere a un fragile anziano.
Eppure era così difficile indagarne i pensieri o fissare quel volto privo di espressioni senza esserne sopraffatta, senza provare la perenne sensazione di camminare su un filo di seta pronto a rompersi in qualsiasi istante per farla precipitare in un baratro.
Il vagone andò riempiendosi e qualcuno spintonò Selim che mise le mani a ponte contro la parete della vettura, per evitare di schiacciare la donna, emettendo un basso mugugno contrariato: «Mh. Scusa», le disse semplicemente.
«N-nulla», rispose lei, cercando di dominare l’imbarazzo di quella vicinanza costretta e inopportuna.
Era una spanna più bassa di lui e ne sentiva la voce così vicina all’orecchio e il corpo così prossimo, che tutto il calore fittizio di cui si ammantava le era evidente come una carezza.
Chiuse gli occhi e il profumo di lui le trafisse la memoria con sottili note esotiche cui non riusciva a dare un nome.
Incenso.
Sentiva la pressione del corpo di Selim contro il proprio, le calzature che si sfioravano, il suo lieve movimento che mirava a darle maggiore agio, eppure tutti i suoi sensi erano dominati dal ricordo, dall’evocazione di qualcosa che forse apparteneva a lei, a momenti sereni dell’infanzia, quando viveva in Egitto durante il mandato di suo padre come ambasciatore e ancora il mondo non sapeva dell’esistenza dei soprannaturali, quando la guerra non aveva devastato la società e gli umani erano convinti di essere la specie dominante.
Era qualcosa che conosceva, ne era persuasa.
Qualcosa che risaliva a quando era una bambina.
*
Sito archeologico di Saqqara, Serapeum, Egitto
21 marzo 1981, ore 21
La bambina si voltò verso le rovine e il sussurro della notte, che giocava col vento in mulinelli di sabbia fine e creava un canto, una ninna nanna solo per lei.
No, non era solo il lento sfregare dei granelli contro le antiche pietre, il fruscio dei millenni sepolti, erano proprio parole per lei, una nenia che parlava al suo cuore.
Smise di appoggiarsi alla gamba della madre e dedicò ogni attenzione a una forma di sabbia che prese per un istante sagoma umana, proprio davanti alla grande piramide a gradoni, per poi dissolversi nel vento della sera.
Aveva visto bene?
Si voltò a cercare lo sguardo di sua sorella più grande come faceva sempre, perché lei era l’unica a guardarla davvero, a vederla, ma già dormiva in auto, esausta.
Cercò allora l’attenzione dei suoi genitori, tirando l’orlo della gonna della madre, ma entrambi le davano le spalle e, dei volti che vedeva, coglieva solo l’ossequioso inchinarsi a suo padre, l’elargire di grandi sorrisi, il cinguettare troppo acuto delle altre donne verso sua madre.
«…naturalmente le piccole staranno con la bambinaia», cicalava lei.
«…la festa di primavera sarà un successo», squittì una delle donne, ma lei percepiva solo stralci di quei discorsi noiosi da adulti.
«…l’ambasciata porterà a termine un arduo compito diplomatico», aggiunse poi un uomo.
Lavoro… sempre lavoro…
«…la crisi petrolifera non sarà più una preoccupazione», assicurò il padre.
Gli adulti parlavano sempre, ma mai con lei.
Aveva tre anni e poche pretese, ma la più importante era essere guardata, almeno un po’, da mamma e papà.
Si accanì ancora sulla gonna della madre, tirandola con maggiore energia e la mano della donna le accarezzò il capo con fare sbrigativo, ma non la guardò neanche quella volta e la bambina, così piccola in quella selva di gambe lunghissime, voltò loro le spalle e fece un passo avanti verso il buio.
Sì, il vento la stava chiamando, sentiva il suo nome scandito da ogni granello di sabbia e una mano invisibile che raggiungeva la sua schiena e la sospingeva di nuovo verso le rovine, oltre le transenne e i tappeti rossi tesi per loro.
La gita di quel giorno le sembrava ora così lontana e anche il sole, che aveva reso quel luogo meno spettrale, le sembrava mancasse da troppo tempo.
Era notte fonda e lei avrebbe dovuto essere con la sorella, in auto a dormire, eppure fece un altro passo e nessuno la fermò.
Nessuno la vide immergersi nel buio tra gli antichi resti ancora in parte sepolti delle sabbie che, pur nella distruzione dei millenni, erano così imponenti rispetto alla sua piccola figura, infagottata nella giacca che la difendeva dal vento.
Camminò oltre una colonna rovesciata e sparì alla vista.
Nessuno la chiamò.
*
«Khaliiiiiid!», chiamò la voce di ragazza.
Sdraiato sotto un sicomoro, il bel bambino dai ricci lunghi e folti era cresciuto e si avviava agli otto anni.
Stava leggendo un libro, che una intraprendente capra cercava di masticare: «Piantala Fatma!»
La ragazza gli versò dell’acqua sul capo e lui schizzò in piedi: «Fatma! Stupida sorella!»
«Guarda, stupido fratello, che non ti ho ancora perdonato per aver dato il mio nome a una capra.»
«Siete testone uguali, semmai è la capra che dovrebbe sentirsi offesa!»
«Ah sì? Beh, fratellino, mi sa che porto via il pranzo che mi ha dato mamma!» e gli fece dondolare un cestino davanti al naso, che odorava di pane fragrante, formaggio e datteri.
«No no! Ti prego! Sei la sorellina più bella e intelligente del mondo!», disse lui inginocchiandosi con fin troppa teatralità.
«Non adularmi, non funziona. E stasera non fare tardi a leggere, è il tuo compleanno e non dovrei dirtelo, ma la mamma ha fatto le focaccine al miele. Verrà anche Ahmed, quindi comportati bene e lavati prima di presentarti a tavola!»
«Ahmed? Ma gli puzzano i piedi! Davvero vuoi fidanzarti con quello?»
«Sono in età da marito se non te ne sei accorto. Ahmed è un bravo ragazzo, mi piace. E farò in modo che si lavi i piedi più spesso.»
«Contenta tu, sorellona!»
«Sì sono contenta, entro una stagione mi sposerò e toccherà a Ahmed mantenermi, così voi potrete mettere via più soldi per i tuoi studi», disse lei, grattando i ricci del ragazzo, «mamma e papà non l’hanno dimenticato.»
Il bambino sollevò le spalle e le lasciò ricadere di peso: «Boh, non lo so…»
«La vita è difficile, Khalid. Tu eri troppo piccolo per ricordare, ma qualche anno fa i crociati cristiani hanno derubato il villaggio e portato via soldi e animali, ma da allora i nostri genitori non hanno smesso un attimo di allevare capre, filare lana e fare formaggio», gli disse farcendo il pane col formaggio, per poi offrirglielo, «e sono riusciti a mettere via abbastanza soldi per sposare tutte noi e, a breve, toccherà anche a te andare a Damasco a studiare!»
«Damasco?»
«Sì piccoletto, è più lontano di Gerusalemme, lo so, ma hanno trovato un ottimo mentore che prende con sé i ragazzini più talentuosi e li istruisce, inserendoli negli ambienti nobili e ricchi della città. Da lì ti si aprirà qualsiasi porta!»
«Non so se ho più tanta voglia di studiare, sto bene anche qui.»
«Non ammetto discorsi del genere fratellino, tu hai un dono e la tua intelligenza, il canto e la tua mano da artista sono state benedette da Allah. Se studierai, potrai intraprendere qualsiasi lavoro vorrai e non sarai mai più povero. Avrai una vita lunga, lunghissima! Credi a me!»
«In fondo la mamma mi ha chiamato Immortale.»
«Già… il nome ci definisce. Io sono colei che svezza i bambini, quindi lei voleva per me un destino con tanti figli, tu sei l’immortale, figlio di Selim, l’uomo in pace, figlio di Azeem, del Potente.»
«Quindi io sarò immortale, in pace come papà Selim e potente come il nonno Azeem? Mica male!»
Fatma sorrise e il vento del deserto fece danzare i suoi ricci lunghi e ribelli.
Il ragazzino le gettò le braccia al collo, stringendola forte.
*
Selim la stava stringendo e la sosteneva.
Veronika riaprì gli occhi mentre lui la fissava: «Tutto bene? Ti ho sentita svenire.»
«Ho mal di testa, sto cercando di focalizzare una sensazione e farlo mi causa dolore e smarrimento», rispose mettendo forza nelle gambe per tenersi dritta e indietreggiare per togliersi da quel contatto.
Era piacevole e rassicurante, ma al contempo così alieno per lei, che non amava il contatto fisico.
Lui assottigliò il taglio delle palpebre: «Mh. Non pensarci allora. Potrei aiutarti a venirne a capo se tu smettessi di invocare il punto nove del decalogo. Ma non insisto, lo farò quando e se me lo permetterai.»
«G-grazie, suppongo», e guardò i cartelli alla fermata, proprio mentre il treno ripartiva. «La prossima è la nostra, per fortuna, mi serve aria fresca, ma non so come faremo, con tutta questa gente.»
«Non preoccuparti di quello», le disse e, quando di nuovo la vettura rallentò, Selim espirò e Veronika percepì un ronzio fastidioso nelle orecchie per alcuni istanti, che bastarono tuttavia a far aprire la folla e creare un passaggio comodo per entrambi, non appena le porte della vettura si aprirono.
«Sei stato tu?»
«Temo di aver infranto il prezioso punto nove. Ma vedila in questo modo. O così o camminando sui cadaveri.»
Veronika sorrise: «Non ti credo, stai solo fingendo di fare il mostro crudele.»
«È quello che si aspettano tutti, no? È più facile accettarmi, se sono aderente allo stereotipo che vi hanno insegnato a combattere.»
«Accettarti magari sarebbe facile, apprezzarti sicuramente no», disse e poté godersi la sensazione di averlo zittito.
Toccò a lei fare strada verso la sede del dipartimento di medicina legale e, non appena il groviglio di corpi si fu diradato, lui le sussurrò: «Chi sa di me?»
«A parte io e il Capitano, sicuramente il capo dell’FBI, il capo della CIA, il presidente Baker e quei cinquanta soldati che c’erano al tuo arrivo.»
«Mh, cinquantatré persone di troppo. Quindi a breve dovremmo aspettarci di avere attorno giornalisti e curiosi.»
«Non posso escludere fughe di notizie. Il Capitano Hollis ha pronte delle dichiarazioni fuorvianti per i media, ci siamo preparati. I militari poi sono addestrati a obbedire agli ordini e Hollis ha ordinato loro di tacere. Lo faranno, perché anche lui è stato un Marine. Lo rispettano. Sai come dicono no?», concluse lei, sminuendo con un gesto di sufficienza.
«Non lo so.»
«Beh Marine una volta, Marine per sempre.»
«Qualcosa di cui non mi vanterei», disse lui, aprendole la porta della Morgue con un gesto desueto, cavalleresco.
«Grazie. Comunque da parte del Presidente Baker è stata chiesta massima discrezione sull’argomento, ma come immagini, più persone conoscono un segreto, meno è facile tenerlo.»
Quando Veronika venne vista nella reception della Morgue, il chiacchiericcio si abbassò di diversi toni e molti la fissarono con astio, disgusto e riprovazione, mentre sussurravano tra loro in maniera fin troppo maleducata.
Selim le aprì anche la successiva porta, senza commentare: «Al medico legale mentirai?», chiese invece.
«Beth è mia amica da tre anni, una mentore in pratica. È un po’ la nonna di tutti, qui al distretto. Perkins e Cavanaugh si sono decise a convivere dopo aver parlato con lei, perfino Hollis le chiede consiglio per certi casi, riconoscendo la sua esperienza. Io amo raccontarle i miei problemi e i dubbi e lei ha sempre una parola saggia per tutti.»
«Beh questo proprio non puoi dirglielo, credimi, non la prendono mai bene», e si indicò.
«Non mi fa impazzire l’idea di mentirle, preferisco omettere la verità, in fondo se non farai cose da vampiro, potrebbe non rendersi necessario dire proprio tutto, ti pare?»
Lui la guardò, dipingendosi in volto un’espressione complessa, tra il divertito e il curioso: «Definisci cose da vampiro.»
«Mah tipo annusare i morti, assaggiare il loro…»
«Sangue. Guarda che puoi dire quella parola in mia presenza, non griderò come una groupie sotto il palco di una boyband, comunque ho capito, niente cose da vampiro», si fece la croce sul petto, «parola di pipistrello.»
Veronika rimase inebetita a guardarlo, poi scoppiò a ridere: «Tu sei matto.»
Forse, alla fine di ogni elucubrazione, la verità nuda e spoglia era che lei desiderava che lui fosse normale, una persona, prima ancora che un vampiro, perché Selim stava iniziando ad andarle proprio a genio e questo riusciva a terrorizzarla nel profondo.
Se l’indifferenza dei suoi genitori, due semplici umani troppo impegnati dalle loro vite per accorgersi di lei, le aveva lasciato addosso ferite tanto profonde, cosa avrebbe potuto fare un vampiro che sembrava nato per insinuarsi sotto la pelle?

-


PUNTO 5 – I vampiri ingannano, mentono e manipolano al fine di ottenere potere e controllo sugli esseri umani.
Dopo l’uscita dal locale, non avevano più parlato e il vampiro l’aveva guidata, preceduta, anticipata, esplorando scorciatoie che neanche lei conosceva nella grande città di San Francisco.
La neve aveva continuato a cadere, accumulandosi in uno strato soffice di almeno una spanna, che le basse temperature andavano rapidamente ghiacciando.
Veronika giunse a destinazione coi piedi gelati e il freddo che penetrava nelle ossa, nonostante il ritmo di cammino rapido che lui aveva mantenuto.
Selim entrò per primo nell’ingresso del palazzo in cui si trovava il suo appartamento e, senza aspettare la donna, salì a piedi nella tromba delle scale facendo i gradini a gruppi di tre, con balzi prodigiosi, come se volasse sui graniti di rampa in rampa, fino all’ultimo piano.
Lei rimase imbambolata a osservarlo sparire dal basso e rinunciò subito a seguirlo, optando piuttosto per l’ascensore.
Nel tempo che attese per l’arrivo e l’ascesa, ripensò a quelle prime ore passate insieme, cercò di capirlo e giudicarlo a sua volta, così come Selim aveva già sicuramente fatto con lei.
Non rispondeva assolutamente al profilo che il governo aveva tracciato dei vampiri, presentandoli come creature prive di umanità e di morale.
Eppure non poteva persuadersi che fosse normale, un essere umano con qualche potere in più e una dieta particolare.
Era un vampiro, un nemico, un assassino, quello che gli umani consideravano l’origine primaria della Guerra delle Razze, ma era anche un ragazzo con un cellulare in mano che sfogliava bacheche.
Si massaggiò gli occhi e cercò di fare il punto di quello che sapeva.
Poteva ritenere assodato che fosse un uomo di fiducia di Etienne Corday, che era uno dei consiglieri della Gherusia dei soprannaturali, vampiro di almeno cinquecento anni, dall’indiscussa leadership.
A lui e a pochi altri si doveva la pace dopo cinque anni di guerra dolorosa.
Da lui erano giunte le proposte cardine su cui si era fondato il foglio chiamato Pace di Boston, che aveva sancito una pace bilaterale e, di fatto, la vittoria degli umani quando i soprannaturali avevano accettato l’esilio da ogni stato, relegandosi a vivere su enormi navi in acque internazionali.
Corday, tuttavia, nel suo discorso di addio all’umanità aveva auspicato un futuro di accettazione e convivenza e, quindi, non avrebbe mai mandato una testa calda che rischiasse di vanificare ogni sforzo di trovare un appiglio per il loro ritorno sulla terra ferma.
Ne conseguiva che Selim doveva essere affidabile, lucido e capace, ma soprattutto, disciplinato.
Il migliore dei suoi uomini.
«Forse dovrei dargli una possibilità», si disse guardandosi nello specchio dentro l’ascensore, «ma senza scoprirmi troppo. Non perdere mai il controllo Veronika, d’accordo?»
Si aggiustò i capelli rifacendo la crocchia.
Quando varcò la soglia dell’appartamento, Selim stava finendo di controllare le finestre di quei cinquanta metri quadri essenziali, formati da un open space per cucina, ingresso e sala e due stanze separate per bagno e camera da letto, tutti con finestre rivolte a nord e la decantata vista sul porto e, in lontananza, sull’isola di Alcatraz: «Bene, sono dentro, puoi chiudere la porta e tornare a casa.»
«Da oggi fino alla fine delle indagini non ho turni veri. Dormirò quando anche tu dormirai, in modo da poter svolgere le indagini insieme, come da protocollo.»
«Ti va male, donna, io non dormo.»
«Mai?»
«Mai. Bella fregatura l’eternità eh?»
«Merda. Mi serve davvero un caffè caldo, perché sono gelata fino al midollo, tu intanto sistemati, poi inizierò a parlarti del caso.»
Selim posò lo zaino contro il divanetto: «Non hai una famiglia che ti attende a casa?»
«No. Non sono sposata.»
«Perché?»
Sulle prime Selim le sembrò troppo invadente e istintivamente desiderò non rispondere, ma alla fine cedette con un sospiro: «Semplicemente non ho trovato qualcuno che mi facesse stare meglio di quando sono da sola.»
Selim annuì restando fermo in mezzo al salone.
Era davvero immobile in una maniera inquietante e fissava Veronika senza espressioni, movimenti oculari o tentennamenti.
Nonostante non avesse più chiesto nulla, mentre preparava il caffè mettendo il filtro nella macchinetta, si sentì autorizzata, quasi spinta a continuare a raccontarsi: «Ti ho già detto dei miei genitori, morti per mano dei vampiri nei primi mesi di guerra. Mia sorella invece vive ancora a Farmington, è maestra di asilo. Io dopo la guerra ho scelto di cambiare città e vita.»
Davvero glielo aveva detto?
Perché davanti a lui le era così facile parlare?
«Ma forse già lo sai», gettò l’amo per far luce su ciò che lui sapeva, perché il fatto di aver nominato la sorella di sua madre e suo figlio, non poteva essere stato un caso.
Ma lui non sembrò abboccare: «E cos’hai, trent’anni?»
«Trentasei.»
Il vampiro le sembrò compiaciuto e rimase immobile qualche istante, poi avanzò verso l’angolo cucina: «Se ci fosse una moka potrei farti un caffè serio, ma temo ci sia solo quella macchinetta per la brodaglia americana.»
«T-tu conosci il caffè? Sai cucinare?», ed eccolo di nuovo con quelle esternazioni inaspettate.
Veronika era stupita, divertita quasi dalla situazione surreale, ma mentre gli dava le spalle, senza sentire il minimo segno di vita e presenza da lui, tornò a irrigidirsi di paura, a maledirsi per aver abbassato la guardia in sua presenza.
Si presentava controllato, ironico, perfettamente in grado di mescolarsi agli umani, ma non lo faceva forse per illuderla di avere accanto qualcuno di innocuo?
No, non era innocuo e lei doveva restare sempre in campana.
Dargli una possibilità non avrebbe dovuto significare offrire la gola alla morte.
Lo cercò nel riflesso dell’anta del microonde e lo vide seduto sullo sgabello dell’isola che divideva la cucina dal soggiorno, mentre armeggiava con il computer portatile.
«Ho imparato come si fa un caffè italiano dalla mia famiglia umana. Mi piace fare piccoli atti di gentilezza per loro, ma non direi che so cucinare; quando ero umano, erano mia madre e le mie sorelle a farlo, ovviamente. Io badavo alle capre.»
Veronika espirò, completamente spiazzata da quella figura enigmatica che ora le raccontava di sé.
Era terribile e semplice allo stesso tempo, sfuggente e naturale, misterioso e cristallino.
Non c’era nulla dello stereotipo del mostro senza regole e morale che aveva imparato a conoscere.
Se non avesse saputo cosa fosse, un non morto, un bevitore di sangue, l’avrebbe considerato un piacevole ragazzo e un conversatore amabile, ma lo sapeva e, mentre sentiva inconsciamente sciogliersi il naturale sospetto e la reticenza verso la sua razza, razionalmente la disturbava non sapere se fosse una reale simpatia o qualche trucco da soprannaturale.
Decidere quanto ammetterlo vicino alla propria anima e al proprio corpo, sarebbe stata una decisione tutt’altro che facile, specie in previsione del lavoro che dovevano svolgere.
*
«Abbiamo svolto un ottimo lavoro oggi!»
Selim prese il figlio, di appena quattro anni, sotto le ascelle e se lo mise sulle spalle, prendendo a scendere dalla collina in coda a un bel gregge di capre pasciute.
Il tramonto colorava di rosso le dune rocciose del deserto, mentre il sole lasciava il posto all’imbrunire quieto e profumato di resina di mirra.
Quando la donna dal ventre gravido uscì dalla bassa casa di mattoni di fango battendo il mestolo di legno sul coperchio della pentola, tutti accelerarono il passo, a cominciare dalle capre, ansiose di farsi mungere dopo la giornata passata nel pascolo segreto della famiglia, vicino a una polla sorgiva.
Anche l’uomo prese a saltare lungo il sentiero, facendo ridere il bambino sulle sue spalle: «Salta salta caprone!», diceva il piccolo dai bei ricci lunghi, folti e neri, tenendosi ai capelli del padre.
Nella piccola casa, le risate delle figlie risuonavano allegre, mentre la tavola veniva imbandita con pane e formaggio di capra, verdure e datteri essiccati al caldo sole del deserto.
«Moglie mia, sii fiera del tuo unico figlio maschio! Oggi abbiamo imparato a leggere quasi bene.»
«Benissimo!», corresse il bambino.
«Benissimo», concesse il padre, dal volto precocemente invecchiato dalla fatica della vita, «ma soprattutto, ha imparato a scrivere e a decorare i versetti del Corano.»
«È meraviglioso Selim!», disse la donna, abbracciando l’alto uomo. «Dobbiamo risparmiare per un viaggio a Gerusalemme! Nostro figlio merita un mentore e la possibilità di studiare e guadagnare molto oro.»
«Manca poco Amyra, le capre crescono sane e forti, potremo permetterci una buona dote per ogni figlia e il denaro per far studiare il piccolo in città. Allah ci sorride, moglie mia!», e si voltò a guardare il bambino che si accomodava sulla stuoia. «Vero Khalid?»
I bambini avevano già iniziato a mangiare, quando l’abbaiare del cane di famiglia mise tutti in allarme e il padre uscì a guardare l’orizzonte e quella nube di polvere che non prometteva nulla di buono.
La donna gli si strinse contro: «Una tempesta di sabbia? Non è stagione.»
«Non è una tempesta amore mio», disse lui assottigliando il taglio degli occhi, per poi spalancarli insieme alla bocca. «Che Allah ci protegga! Sono i crociati!»
*
La nube dei vapori del caffè si dissipò in fretta e Veronika tornò a guardare Selim, a suo agio davanti allo schermo del computer: «Il consigliere Corday mi ha detto che vi serviva un consulente della mia razza per approfondire le indagini su una serie preoccupante di omicidi di dubbia matrice», disse lui disponendo dei fogli vicino al laptop.
In primo piano, il Decalogo elencava punto per punto gli obblighi stringenti cui Selim sarebbe stato assoggettato.
1 – Non nuocere agli umani in alcun modo.
2 – È proibita la pratica della Caccia. Verranno fornite razioni alimentari sotto forma di sacche di sangue da ospedale.
3 – Non omettere scoperte o notizie utili all’indagine.
4 – Non contattare i media e non rilasciare dichiarazioni.
5 – È fatto obbligo di obbedire agli ordini del Capitano Hollis e del Detective Parker.
6 – È fatto obbligo il confino nell’appartamento ogni qual volta non si stia lavorando con il Detective Parker.
7 – È obbligatorio indossare una cavigliera localizzatrice per tutto il tempo in cui si resterà sul suolo degli Stati Uniti d’America.
8- Non è possibile comunicare con la Gherusia senza permesso del Capitano Hollis o del Detective Parker.
9- È fatto divieto di usare qualsiasi potere sugli umani.
10- Una volta individuati tutti gli eventuali colpevoli, essi saranno consegnati alla Polizia di San Francisco nella persona del Capitano Hollis.
«Esattamente», disse la donna, «sono iniziati alla fine dell’estate. I primi due cadaveri sono stati ripescati al largo da uno yacht privato, mentre galleggiavano, parzialmente smembrati dagli squali, a una decina di miglia dalla costa. Inizialmente nessuno ha associato le lesioni sul collo dei due surfisti ai vampiri e sono stati archiviati come incidenti. Gli altri cadaveri però sono apparsi con una cadenza quasi giornaliera, tutti con segni tipici di morsi sul collo e dissanguati.»
«Tipici?», chiese lui, lasciando perdere il decalogo per aprire la cartelletta con le foto del medico legale sulle autopsie.
«Sì, tipici del morso di un vampiro, coi due buchi delle zanne lungo la giugulare.»
Selim sollevò lo sguardo con una tale intensità, che Veronika se ne sentì trafitta.
Aveva parlato con tante persone delle ferite da morso, le aveva studiate in accademia, ma parlarne ora, davanti a un vero vampiro, la destabilizzò.
«Prova a chiederti come mai, dopo migliaia di anni di predazione continua, non avete trovato che pochi cadaveri con segni di morso, consegnando al mito la nostra esistenza e alla letteratura la nostra fisiologia.»
«Non prendermi per idiota, Selim», ringhiò lei aggirando l’isola per guardare lo schermo dalla medesima parte. «È la prima cosa che mi sono chiesta. Nonostante l’esilio dei soprannaturali imposto dal trattato di Boston, il nostro dubbio è che qualcuno non si sia imbarcato sulla Hermon, all’ordine di Corday, per lasciare la terraferma per sempre. Ma se anche ci fosse un vampiro ancora nascosto a San Francisco, perché seminare in città così tanti cadaveri con segni di morso e rischiare di esporsi? Sarebbe un controsenso.»
«Mh», borbottò lui, a labbra serrate. «Non sottovalutare l’ego delle creature della notte. È quasi pari a quello umano», rivelò accantonando le foto e i referti man mano che li leggeva, veloce nel vagare degli occhi sulle righe.
Veronika sorseggiò il caffè beandosi nella rassicurante carezza di qualcosa di conosciuto, come fosse una boa sicura in un oceano pericoloso e ignoto: «Questa guerra ha generato un cambiamento non indifferente nella società. Gli umani che tu conoscevi sono cambiati. Adesso siamo tutti consci di essere la stessa razza, non importa più l’etnia o il colore della pelle.»
Lui sorrise, come se a parlare fosse stata solo una bambina col suo metro di giudizio infantile.
Il silenzio, il ghigno sardonico dipinto apposta all’angolo della bocca e il modo con cui continuò a sfogliare le fotografie dei cadaveri senza guardarla, mandarono in bestia la detective.
Di nuovo la stava giudicando.
Sarebbe stato dunque sempre così tra loro?
Lui che ne giudicava con presunzione e pregiudizio i pensieri e le azioni, oltre alle intenzioni e all’aspetto e lei che…
Beh che faceva la stessa identica cosa.
«Quando possiamo vedere i corpi?», chiese lui, voltando l’ultimo dei fogli.
«Gli ultimi due anche subito. Purtroppo gli altri sono stati cremati, così come da legge.»
Selim alzò il capo e la guardò, lasciando trasparire l’espressione interrogativa.
«Curiosa questa cosa che fai con il volto», e usò il dito per indicarlo, disegnando un cerchietto nell’aria, poi si nascose dietro la tazza di caffè e prese un sorso. «I manuali dicono che non avete comunicazione paraverbale, ma ti ho visto già prima, in auto…»
«Ho espressioni volontarie, le recito e le uso quando voglio risparmiare parole», rispose, spiccio. «Avete una legge che impone la cremazione?»
«In caso di sospetto soprannaturale, sì. E anche per lesioni e ferite sugli umani che siano imputabili al morso di vampiro o di licantropo o al graffio dei loro artigli. In tempo di guerra essere feriti era una condanna, la legge marziale imponeva l’immediata esecuzione. Adesso c’è tempo per un ricovero e l’osservazione in quarantena.»
Selim richiuse il plico. «Il morso dei licantropi è completamente diverso dal nostro, è sgraziato e feroce. È davvero sconcertante che, dopo aver sviscerato la nostra fisiologia, temiate ancora contaminazioni da morso di vampiro. Noi non creiamo ‘impuri’», disse facendo le virgolette nell’aria con una sola mano, «col semplice morso. La Rinascita è un rituale preciso.»
«Cioè?», chiese lei appoggiando i gomiti al pianale di marmo dell’isola e quando lui le riservò il medesimo cipiglio dubbioso, lei specificò. «Conosco la teoria, quella dei libri, ma vorrei sentirla da te.»
«Bisogna fermare un essere umano sull’orlo della morte e impedirgli di cadere.»
Un brivido scese lungo le braccia della donna e si rese manifesto col tremare della tazza e il sollevarsi dei sottili peli sugli avambracci: «E se… e se sbagliate?»
Selim rimase in silenzio qualche istante: «Allora nasce qualcosa che non avrebbe dovuto esistere.»
Lei esitò, ma aveva capito, anche se quella parola sembrava avere delle spine che le ferivano la bocca, mentre la pronunciava: «Gli ‘imperfetti’.»
Lui annuì appena: «Corpi eterni che continuano a guarire carne destinata a morire.»
Abbassò gli occhi sulle foto del dossier. «Il dolore è continuo… la fame è continua.»«È… è orribile.»
«Sì.»
Selim non aveva detto altro e lei aveva finito di bere il suo caffè, osservandolo leggere i rapporti del medico legale sullo schermo del laptop.
La luce azzurrina della pagina rendeva il suo volto ceruleo e gli occhi freddi, ma lei aveva bene in mente le striature rosse che li lasciavano brillanti, come magma in un vulcano attivo.
Da quella distanza, dalla prossimità in cui si era adagiata, coglieva molti dettagli del vampiro e lo faceva con l’insistenza di chi sappia di non essere osservato.
Eppure lui la stupì di nuovo: «Hai altro da chiedere?»
Colta in fallo, cercò una risposta plausibile: «Ehm… sì. Quindi… ecco… se prima non dissanguate la preda… l’umano che assume il vostro sangue diventa uno schiavo?»
«Io preferisco chiamarli ‘custodi’, comunque sì, il senso è questo», e si voltò sullo sgabello, fronteggiandola. «Quando invece creiamo un figlio, il Sire asporta tutto il sangue e lo sublima dentro il proprio corpo, preparandosi a restituirlo, arricchito dell’immortalità. Il momento in cui sceglie di smettere di asportare sangue e iniziare a offrirlo è il più delicato, si deve cogliere l’attimo giusto, prima dell’ultimo battito del cuore, perché noi non rianimiamo i morti, quello lo fanno i necromanti, noi cristallizziamo la vita in eterno, bloccandola prima che avvenga la morte e l’anima migri.»
«T-tu hai figli?», chiese lei, in un moto di istinto, una curiosità malsana che si pentì subito di aver esternato perché colse il dolore, autentico e genuino dolore negli occhi del vampiro, che chiuse gli occhi e si voltò di spalle.
«Ne avevo sei. Perfetti nel corpo e nella psiche. Morirono in guerra per permetterci di mettere in salvo i nostri antichi e i tesori di Tanis.»
«M-mi dispiace», confessò sincera. «Ci sono così tante cose che non sappiamo sui soprannaturali.»
«Non è esatto. Qualcuno le sa, ma non le diffonde. Evidentemente gli fa comodo tenervi nell’ignoranza.»
«Beh in ogni caso, davanti a una ferita non possiamo a priori sapere se quel morso sia associato al dissanguamento e all’instillazione di sangue non morto, che renderebbe l’umano in fase di transizione, infetto.»
«Mh. Ne parli come se il vampirismo fosse un virus.»
«E cos’è allora?»
«Il fardello di una preziosa eredità.»

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PUNTO 3 – Prima della guerra, i Vampiri erano presenti in tale numero, che ogni cento abitanti della terra, uno era un mostro.
Veronika aveva visto per la prima volta coi suoi occhi come un briciolo del loro potere potesse devastare la mente di un umano.
A quello si aggiungeva anche la consapevolezza che i vampiri erano potenti, ancora in parte misteriosi e, soprattutto, imprevedibili.
«Andiamo a piedi», disse infine Selim, calzando una giacca di pelle nera a mezza coscia emersa dal capiente zaino.
Già, imprevedibili.
«C-cosa? No, non possiamo, è contro le regole. Innanzitutto ci sono scanner di temperatura corporea che coprono tutto il territorio cittadino e poi anche ogni cellulare privato ormai ha il termoscanner», alzò la voce, perché lui era già sceso. «Ed è stato stabilito che facessimo questo percorso in auto e che ti accompagnassimo fino all’appartamento, chiudendoti…»
«Dentro. Prigioniero.»
«Esatto. Punto sei del decalogo. Resterai confinato nell’appartamento fino a quando verrò io a prelevarti per le indagini, intanto avrai tempo di studiare i documenti del caso. Te li abbiamo stampati in formato cartaceo, ma ci sono anche come file sul laptop. Insomma, non sapevamo se sapessi usare un computer…»
«Lo so fare», richiuse la porta e si aggiustò lo zaino in spalla. «E non preoccuparti degli scanner. Ho letto l’indirizzo e ho memorizzato la pianta della città, sempre dritto fino a svoltare a destra su Bay Street, sono poche miglia. Posso andarci da solo o con te se mi accompagni. Scelta tua, Veronika.»
La donna guardò la triste e ingobbita figura del Capitano che restava immobile sotto la neve, nel mezzo del traffico congestionato, tra echi dissonanti di clacson e capì che da lui non avrebbe avuto altro sostegno o consiglio.
Compromessi, pensò, ecco il primo.
Aveva contribuito a stilare il decalogo di regole, poi firmato dal Presidente degli Stati Uniti Baker, atto a permettere a un soprannaturale di rimettere piede sulla terra ferma a meno di due anni dalla fine delle ostilità e si era trincerata dietro quel foglio di carta come se fosse la sua armatura, la difesa dal rischio di vivere gomito a gomito e lavorare con un non morto per chissà quanto tempo.
In meno di un’ora, quello sconosciuto aveva iniziato a vanificare le regole e costretto lei a piegarsi ai compromessi, consapevole che avrebbe dovuto farne chissà quanti ancora, per risolvere il caso: «Va bene, andiamo», concesse avviandosi a piedi con lui.
Compromesso.
Era la stessa parola che Hollis usava da anni.
La stessa retorica con cui, nel 2007, aveva convinto uomini terrorizzati a trasformarsi in soldati spietati.
*
San Francisco, 15 aprile 2007
Hollis salì sulla pedana e picchettò col dito sul microfono, assicurandosi che fosse acceso.
Guardò lentamente tutti i poliziotti schierati sull’attenti, poi aprì il foglio con la dichiarazione che doveva leggere.
«So che molti di voi hanno già sentito la notizia dai telegiornali e dalla rete. È ufficiale. Siamo in guerra», e tacque perché il brusio crebbe di intensità in pochi concitati istanti, minacciando di divenire un’autentica crisi di panico generale.
«State calmi, il Governo Federale ha tutto sotto controllo. Quello che sto per dirvi è autorizzato dal Presidente Baker ed è la medesima cosa che altri capitani e ufficiali dell’esercito stanno dicendo ora ai propri uomini. Ciò che alcuni di voi hanno visto qualche sera fa alla CNN è reale, non è uno scherzo e non è un montaggio. I Vampiri esistono e non sono l’unica tipologia di creatura non umana al mondo.»
Di nuovo dovette fermarsi e richiamare i suoi uomini all’ordine: «Esistono streghe, esistono fate ed esistono lupi mannari. Non sappiamo molto dell’origine di queste creature, ma sappiamo dove si trovano e dove si nascondono. A ogni capitano e ogni generale è stato fornito un piano d’attacco. Siamo in attesa di contingenti dell’esercito che ci aiutino a stanare ed eliminare tutte queste creature che ci hanno deliberatamente dichiarato guerra. Se Dio ci assisterà, e lo farà di sicuro, in poche azioni di guerriglia, mirate e precise, porremo fine al conflitto, restituendo l’America e tutto il mondo ai suoi legittimi proprietari, gli esseri umani.»
La maggior parte dei poliziotti applaudì al discorso, ma alcuni restarono immobili, dubbiosi nel fissare Hollis, che si ergeva come un condottiero e si faceva scudo della retorica per infiammare gli animi: «Tornate a casa ora, rassicurate le vostre famiglie e i vostri vicini. Domani mattina inizieremo i rastrellamenti. Che Dio ci benedica tutti… che Dio salvi l’America!»
*
Nonostante Veronika indossasse comode scarpe da tennis, riusciva lo stesso a fare rumore nelle pozzanghere gelate e accompagnava ogni passo con il ritmico scricchiolare della gomma o lo schioccare delle suole.
Selim invece non produceva alcun suono nei suoi movimenti e lei non poteva impedirsi di fissarlo con curiosità, timore e sospetto in ogni suo atteggiamento, per come scansava ogni ostacolo con fluida consapevolezza felina, per come osservava con insistenza le persone, tanto da sembrare sempre sul punto di azzannarle.
Ma forse era solo un suo timore infondato, perché il vampiro camminava senza mostrare alcuna perdita di controllo o brama alimentare.
«Hai scelto tu di venire qui o ti hanno inviato?», chiese lei quando si fermarono in attesa del semaforo pedonale.
«L’uno e l’altro.»
«Non sei di molte parole», deviarono in un vicolo poco battuto.
«Dovrei parlare di più? Non ti sei ancora assuefatta al suono della mia voce?»
La stava provocando, sfoggiava un ghigno saccente e la cosa la mandò in bestia; fu con un ringhio che rispose: «Se c’è una cosa che odio, oltre alla disonestà, è l’atteggiamento disinvolto con cui gli uomini si sentono in diritto di approcciarsi a me, sminuendomi. Bambolina, piccola, signorina, baby, zucchero, segretaria», disse fermandosi non appena lui lo fece, per non avvicinarsi troppo.
Sebbene tentasse di tenergli testa in quella tenzone verbale, non appena lui si voltò a guardarla, lei si scoprì piccola e indifesa, proprio come quelle bamboline che odiava tanto: «Hai… hai la voce che mi aspetto da un qualsiasi vampiro», disse a chiosa, cercando di mascherare il suo disagio.
Selim era immobile in mezzo alla strada, mentre gli umani sfilavano loro accanto a testa china e la fissò senza espressioni, ma con la mimica e le pause di una curiosità crescente: «Vuoi ridimensionarmi perché non ti piace come ti senti, quando il tuo corpo risponde istintivamente alla seduzione soprannaturale, non è così?», le chiese infine.
Veronika si irrigidì e si affrettò a liberare la strada al suono di avviso del semaforo che stava per cambiare colore e lui la raggiunse, col passo leggero che pareva quasi non toccare terra: «Leggi nella mente? Il punto nove del decalogo vieta…»
«Non in questo momento», la interruppe smettendo di guardarla, quasi con il disgusto distillato nelle stesse parole, «ma ti ho osservata con il Capitano Hollis, ho colto i dettagli del tuo abbigliamento e dell’aspetto, senza trucco, coi capelli castigati che vorrebbero invece solo il soffio del Khamsin tra le ciocche.»
Veronika percepì il cuore contrarsi con maggiore intensità e lentezza.
Il Khamsin.
Sentiva odori dimenticati nelle narici, il suono ovattato dei ricordi e la calda carezza del vento sul volto.
Incenso, enormi rovine di granito erose dal tempo, il vento del sud che la spinge in avanti, come una mano paterna sulla schiena.
Neanche si accorse che Selim le stava ancora parlando: «Lotti per farti considerare alla pari dei tuoi colleghi maschi più anziani, cerchi di mantenere il controllo su tutto ciò che ti sfiora nella vita perché credi che, solo controllando ogni aspetto, reazione e parola, potrai uscire indenne da questa devastante lotta che è la vita», e prima che lei potesse ribattere, concluse. «Nessun potere soprannaturale, ma conosco abbastanza gli umani da intuire le reazioni e le emozioni.»
La detective si fece forza per non aggiustarsi i capelli che lui aveva nominato e che lei ora percepiva in disordine dopo vento, pioggia e neve e tornò a camminare: «Bene, bravo, ti daremo la laurea ad honorem per la psicologia. Il mio è un mondo difficile, un mondo in cui comandano gli uomini e io sono l’ultima arrivata.»
«E ti rifilano il caso rognoso, per di più gomito a gomito con un vampiro. Devi averla fatta grossa.»
Veronika abbassò il capo: «Ho denunciato un ammanco di marijuana dopo un sequestro al porto. Sapevo che il ladro era uno di noi e che lo aveva fatto per motivi gravi e condivisibili ma…»
«Ma tu lo hai denunciato, perché?»
«Perché era la cosa giusta da fare. La disonestà deve pagare. La legge esiste per un motivo, giusta o sbagliata è l’unica cosa che ci separa dalla barbarie. Se iniziamo a fare eccezioni per ciò che ci pare umanamente necessario, alla fine non distingueremo più il giusto dal torto.»
Selim tacque, la fissò e a Parker sembrò che fosse mutato il modo in cui la guardava che, per assurdo, in quella totale mancanza di espressioni ci fosse del rispetto, nonostante non esternasse alcun commento e, anzi, avesse ripreso a camminare col passo così sostenuto, che lei si trovò ad arrancargli dietro, ad alcuni metri di distanza.
Il vampiro deviò dal percorso principale, tagliando per strade secondarie con sicurezza, come se fosse un abitante della città da lungo tempo.
Superarono viali trafficati e vicoli senza più dire una parola e a Veronika non rimase che osservarlo di spalle, riflettendo sul suo mistero.
Eppure, per quanto ripercorresse mentalmente quei pochi dialoghi intercorsi tra loro o le ancor più scarne espressioni paraverbali di lui, non riusciva a mettere ordine nel tumulto di pensieri che quella figura le aveva suscitato.
Ricordi lontani, una sensazione di pace nella sua voce, la curiosità verso i suoi segreti.
Chi era Selim?
Da dove veniva?
Cosa avevano visto i suoi occhi da quando era nato?
Era il primo vampiro con cui parlava, non il primo che vedeva, ma il primo con cui poteva creare un dialogo, con cui doveva per forza farlo.
Lo conosceva da appena due ore, ma si era aperta con lui, aveva lasciato che lui la conoscesse, alternava la propria necessità di conoscerlo a sua volta col fremito di rabbia all’idea che lui l’avesse indotta a parlare con qualche strano trucco da vampiro o, peggio ancora, che la stesse giudicando leggendole nella mente.
«Dici di intuire e capire le emozioni umane», azzardò infine, rompendo il silenzio. «Ma se i vampiri sono tutti così sensibili alle nostre sofferenze, perché ci avete ucciso con tanta facilità?»
«Potrei dire lo stesso di voi. Esistono assassini senza morale tra i soprannaturali come tra gli umani», rispose piccato, quasi lei l’avesse pungolato su un nervo scoperto.
Stava già per ribattere, ma colse qualcosa di diverso in lui, nel modo che ebbe di reclinare il capo di lato, lasciando che una ciocca di capelli scivolasse via dalla spalla per dondolare in avanti, a coprire in parte lo zigomo.
Sembrava una resa: «Non tutti volevano convivere», confessò alla fine. «Alcuni consideravano la pace una vergogna e gli umani del bestiame con un linguaggio articolato. La guerra poi, li aveva resi ancora più feroci, più determinati nell’attendere la notte solo per cacciare.»
Rialzò lo sguardo verso di lei e parve di nuovo altero e saccente: «I secoli che passano possono renderci saggi o spietati, così come per voi gli anni o i decenni, ma coloro che oggi sono sulla Hermon seguono l’antica legge di rispetto reciproco e convivenza. È l’unica ragione per cui esiste una pace e, già che stiamo affrontando la cosa… Hai altre domande da sviscerare? Che so, aglio, acqua santa?», sminuì con un gesto vago della mano. «Fallo subito, così ci togliamo di torno i luoghi comuni.»
Dov’era finito di colpo quel ragazzo triste e gentile?
«Non preoccuparti, so benissimo come ucciderti», gli rispose con un ghigno da faina. «E non parlo per luoghi comuni. Sono fatti, ricordi scolpiti indelebilmente nella mia memoria. Tu parli di vampiri cortesi e rispettosi, mentre io ricordo solo orde di non morti che a ogni tramonto uscivano dalle loro tane, inseguivano le persone, travolgevano porte e automobili, tirando fuori a forza intere famiglie per affondare i denti nei loro corpi. O branchi di licantropi che devastavano le colonne di soldati ai posti di blocco nelle città e le persone che correvano folli per le strade, con la mente devastata dagli incubi dei fatati… I vampiri di cui parli… io non li ho mai visti!»
Selim stava diventando inquieto e lei era conscia di provocarlo, rischiando una reazione violenta e pericolosa, ma erano cose che andavano dette, erano campane che andavano fatte suonare per chiarire i rispettivi punti di vista, anche se percepiva perfettamente quel basso ringhio gutturale che emergeva dalla sua figura.
«I miei genitori sono morti così», concluse, fiera di avergli rinfacciato che la colpa non fosse tutta umana, «con la gola squarciata da morsi così profondi, che quasi avevano staccato la testa dal collo!»
Si aspettava di tutto, dopo quell’accusa, ma non quello che accadde: «Mi dispiace», disse lui, atono.
Mi prendi in giro?, pensò trattenendo a stento la voglia di affrontarlo con un gancio al volto.
Però i pugni li strinse entrambi: «Non è vero. Non sembra che ti dispiaccia. Lo dici solo perché è gusto dirlo, per quieto vivere.»
Selim scosse il capo, fermandosi lungo il marciapiede, mentre i pochi passanti sfilavano loro intorno: «Eravamo in guerra, Veronika. Potrei ribattere parlandoti di come gli umani sparavano in testa ai cuccioli di licantropo anche quando erano in forma umana. Fissavano negli occhi dei bambini e sparavano senza pietà.»
Non poteva sopportare di vederlo di nuovo calmo, mentre lei urlava di rabbia in ogni fibra del suo corpo: «Ma voi ci avete attaccato per primi!»
«Non è vero, Detective. Non conosci niente di ciò che accadde dopo la Notte della Rivelazione, eppure giudichi?»
Selim indurì i tratti del volto in una feroce espressione di odio e Veronika arretrò istintivamente; aveva paura di lui, ma forse ne aveva di più di quello che stava per dire, perché stava per ascoltare l’altra campana, l’altra fazione, il retro di una medaglia comune.
Già, perché nonostante i suoi genitori fossero stati sbranati come animali dai vampiri, non aveva potuto non chiedersi dove stesse la verità o il colpevole dell’inizio della guerra.
«C’è una cosa che in pochi sanno», iniziò lui, fermandosi sotto la luce intermittente di un’insegna al neon. «Lo sterminio dei soprannaturali era stato deciso molto prima della Notte della Rivelazione. I vostri governi erano pronti, aspettavano solo un pretesto.»
Veronika rimase in silenzio, in attesa di capire dove avrebbe portato il discorso, quale bugia o verità addomesticata le avrebbe propinato.
Era pronta ad ascoltarlo, ma non a credergli e Selim proseguì, con quella calma glaciale che rendeva ogni parola ancora più pesante: «Quando la diretta di Maylynn Joyce andò in onda, non passò neppure mezza giornata, prima che iniziasse la caccia e bada bene che nessuno prima cercò conferme su quello che era stato trasmesso. Era vero? Era un film? Neanche tentarono un contatto diplomatico», enumerò sulle dita ogni dettaglio del genocidio, mentre avanzava lentamente verso di lei che, impietrita, sollevava il capo per colmare il divario delle loro stature. «Non ascoltarono gli emissari inviati per trattare. Non indugiarono un solo istante, perché le liste dei rifugi erano già pronte, i piani operativi già distribuiti, le unità militari già mobilitate. Questo non succede in poche ore, Detective. Succede quando qualcuno prepara una guerra da anni.»
Il vento trascinò neve e cartacce lungo il marciapiede e creò un mulinello tra di loro, così vicini che Veronika avrebbe potuto allungare una mano e toccarlo.
Avrebbe voluto farlo, ma strinse i pugni e abbassò il capo: «Continua.»
«Ci definirono invasori, ma vivevamo già accanto agli umani da millenni. Nascosti? Sì, certamente, e separati, prudenti, rigidamente controllati nel numero e nelle azioni. Era ammesso un vampiro ogni mille umani nelle corti…»
«Ogni… cento. Il governo dice cento», azzardò a bassa voce.
«Mente», dichiarò freddo. «I nostri numeri erano inappellabili, elaborati per sopravvivere senza esporci e senza trasformare la caccia in un massacro.»
Veronika non accennava a muoversi o a sollevare lo sguardo e lui si voltò, fissando quella medesima insegna traballante: «Sai cosa accadeva durante le epidemie? Durante le carestie? Quando la popolazione umana crollava? Intere corti si mettevano volontariamente nel sonno di morte. Sai come funziona, no? Un paletto nel cuore. Ma quello che non sai è che il dolore è sordo, costante, il riposo diurno tormentato e la veglia notturna lucida, fatta di solitudine, di immobilità, di vulnerabilità, aspettando che gli umani tornassero abbastanza numerosi da sostenere entrambe le specie.»
Veronika sentì un brivido salirle lungo la schiena e trovò il coraggio di guardarlo, di contemplare quelle spalle larghe e forti che si piegavano in un ricordo quasi personale, quasi… umano.
«Noi conoscevamo il valore dell’equilibrio. Voi no», disse infine, ma anche se il tono della voce non si alzò mai, qualcosa nei suoi occhi si fece improvvisamente più duro. «Si vede da come avete ridotto gli ecosistemi, sfruttandoli fino all’aridità, all’estinzione.»
Sembrava un padre che elargisce la sua saggezza al figlio inesperto: «La verità è che gli umani non sopportarono l’idea di non essere soli in cima alla catena alimentare, non riuscirono ad accettare che le creature delle loro religioni, delle fiabe e degli incubi fossero reali. Così scelsero la soluzione più semplice, sterminare tutto ciò che li spaventava.»
Riprese a camminare e Veronika si affrettò a seguirlo, senza più badare alle deviazioni: «E quando rispondemmo agli attacchi, quando iniziammo a combattere per sopravvivere, allora divenimmo i mostri perfetti della vostra propaganda.»
Le luci rosse di un’auto della polizia attraversarono la strada distante, tingendo per un istante il suo volto di sangue.
«Voi umani vincete le guerre riscrivendo la storia, Detective. E siete sempre stati bravissimi a decidere chi debba essere chiamato mostro, ma non siamo stati noi a rastrellare quartieri interi e bruciare vivi bambini licantropi nelle scuole trasformate in centri di raccolta o a costruire campi di contenimento, ma soprattutto, non siamo stati noi a radere al suolo Boston con il nucleare. Ricordalo sempre.»

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PUNTO 4 – Ogni loro azione è finalizzata al procacciamento del sangue. Approfitteranno di ogni possibilità per trovare e assicurarsi il nutrimento.
«Detective Parker!»
Al sentire il proprio nome, Veronika si voltò verso l’origine della voce femminile: «A-agente Cavanaugh!», rispose stupita, cercando immediatamente attorno con lo sguardo fino a individuare una seconda donna, in coda fuori da un locale. «Agente Perkins!»
Le due poliziotte erano in borghese e, mentre Eleanore Perkins attendeva il turno per entrare, Thilda Cavanaugh stava fumando poco lontano e puntava gli occhi su Selim, interessata e inquisitoria: «Cosa ci fai da queste parti, Detective?»
«Io… ecco… stavo accompagnando», in palese difficoltà, alternava lo sguardo tra Thilda e Selim, che le corse in aiuto.
«Accompagnava me a casa», e si sporse a stringerle la mano, «sono Selim, suo cugino, dal Cairo, sono arrivato oggi in visita. Molto piacere Agente Cavanaugh.»
«Cugino?», chiese la poliziotta, incredula.
«Esatto, cugino da parte di madre», disse Selim con naturalezza e una capacità recitativa che lasciò di stucco perfino Veronika, che lo fissò a bocca socchiusa, senza poter celare il dubbio e non solo perché, in quel momento, il vampiro sembrò esattamente un umano nella postura del corpo e nella mimica del volto, o perché sfoggiò perfino un accento arabo egiziano nella parlata, cosa che non aveva mostrato prima, ma anche perché sapeva esattamente che sua madre aveva una sorella e che il figlio di lei, che si chiamava tuttavia Ahmed, abitava al Cairo, in Egitto.
«Un turista! Dobbiamo assolutamente farti divertire», e passò gli occhi entusiasti dall’uno all’altra. «Entrate con noi? È uno dei pochi locali autorizzati a restare aperti la notte, ma è il nostro preferito! E, in quanto poliziotti, possiamo avere accesso assicurato!»
E si avviò verso la collega in coda, che serrava la mandibola, non molto entusiasta della cosa.
Veronika lo notò e si preparò a declinare, ma Selim le rubò la scena, accettando l’invito.
«Ma che fai? Non possiamo!», disse la donna tirandolo per la manica.
Lui si fermò e guardò la mano di lei, che venne prontamente ritratta, imbarazzata per quel primo contatto tra loro.
«Certo che possiamo, Detective. Mi avete chiamato qui per dare la caccia a un presunto vampiro che si aggirerebbe nella città. Ebbene, se io fossi un vampiro che cerca cibo, verrei qui, in un locale, sarebbe come andare in un supermercato. Fammi dare un’occhiata, poi potrai portarmi a casa e mettermi sotto chiave.»
«D’accordo, però ricorda il decalogo e non alzare gli occhi al cielo, so che lo fai apposta. Ora ascolta», e si mise di spalle alle donne, proprio mentre Cavanaugh si infilava sotto il nastro rosso che delimitava la fila, affiancandosi a Eleanore. «Quelle due sono una coppia. Eleanore è omosessuale, Thilda è bisessuale e ogni volta che civetta con un uomo, Eleanore soffre e sbotta di gelosia.»
«Perché me lo dici?»
«Riconosco una donna che flirta e Thilda lo stava facendo con te. Non lasciare terra bruciata dopo il tuo passaggio. Noi dobbiamo ancora vivere qui. E io dovrò lavorare con loro. Sono le sole due che non mi odiano per la vicenda di Truman.»
Il vampiro sorrise a labbra strette: «Fidati di me, andrà tutto bene.»
Fidarsi.
Mai sforzo le era parso più gravoso di quello.
Fidarsi di un vampiro.
Le due agenti passarono sotto lo scanner di funzioni vitali e, quando toccò a Selim, Veronika si sentì mancare, poi percepì il battito cardiaco rilevato dal macchinario e vide la luce verde dello sportello che si aprì per lui.
«Come hai fatto?», chiese lei, affiancandolo nel frastuono del locale.
Lui si avvicinò e l’istinto a sottrarsi fece indietreggiare Veronika, che tuttavia si impose di non reagire come una mocciosa impaurita, dunque rimase ferma mentre lui le sfiorava l’orecchio con le labbra calde: «Hai sentito il battito, no?» sussurrò contro l’elice. «Allora il problema non esiste», e si allontanò camminando all’indietro, per poterla guardare. «Rilassati e goditi la serata, Detective.»
Veronika aveva chiuso gli occhi.
Non si era neanche resa conto di aver trattenuto il respiro per tutto il tempo in cui lui le aveva sussurrato, di aver serrato le palpebre e di aver sentito il ventre rimescolato in una pulsione inopportuna.
Era lo charme del vampiro?
Qualche altro potere mentale?
O era solo la sua cronica astinenza dal sesso che la portava a tormentarsi il labbro con i denti?
Ma cos’altro c’era che stonava?
Labbra calde… lui aveva le labbra calde, come un umano.
Spalancò gli occhi, ora consapevole, e perfino sollevata, che lui fosse in grado di ingannare gli scanner, e lo cercò nel locale.
Selim era già accomodato al tavolo con le due agenti e stava conversando con loro.
Non le guardava più di tanto, effettivamente stava controllando la pista da ballo e i presenti con estrema attenzione.
Anche Veronika si accomodò, proprio mentre iniziava un pezzo di WarRock col suo martellante ritmo metallico e feroce.
Selim si portò una mano all’orecchio: «Cos’è questa accozzaglia di suoni da acciaieria?»
«Non l’avete in Egitto?», chiese Cavanaugh. «No eh? È WarRock. Il primo pezzo in assoluto è stato Freedom Freedom dei Gunmetal, pubblicato nel novembre del 2007. Da lì è stato un successo. Un sacco di gruppi pop si sono convertiti al WarRock.»
Perkins intervenne: «Già. Nel WarRock si parla solo di guerra, sangue, combattimenti, fratellanza, onore, sacrificio. Un po’ come l’Epic Metal dei decenni precedenti, solo in chiave moderna. I testi spesso incitano a combattere il nemico, i non umani. Da quella maledetta notte si è parlato sempre e solo di soprannaturali, dappertutto, giorno e notte. Nelle canzoni, nei libri, a volte saggi, a volte romanzi. Sembrava che non ci fosse altro argomento da trattare e tutti avevano qualcosa da dire in merito. Poi è iniziata la censura e sono stati ritirati tutti i testi e le musiche ritenute sconvenienti dal governo.»
Selim appariva molto interessato, tanto da lasciar perdere la ricerca di possibili assassini nel locale per concentrarsi su Eleanore: «Censura?»
«Tutti quelli che avevano pubblicato libri, scritto articoli o diffuso musica, poesie, quadri e qualsiasi forma di arte che in qualche modo inneggiassero alla pace, alla tolleranza, all’integrazione e alla concordia con i non umani, sono stati perseguiti dal governo federale», scrollò il capo. «Non è mai bella, la censura, ma è servita a mantenere il popolo compatto in un momento di crisi, in cui non ci potevamo permettere attivisti che remassero contro lo sforzo bellico.»
«Capisco…», rispose lui.
Veronika però capiva anche un’altra cosa, la intuiva dal modo che aveva il vampiro di porre domande e interessarsi alle parole di Eleanore.
Stava indagando sul mondo umano e, ne era persuasa, quella poteva essere la sua seconda missione.
«Mi dispiace per tutto quello che è successo», continuò la poliziotta, «io e Thilda siamo entrambe convinte che la guerra si sarebbe potuta evitare. I nostri amici, il padre di Thilda, mia zia, nessuno sarebbe morto e magari avremmo convissuto in pace con i soprannaturali.»
Thilda sbuffò e prese Selim per la mano: «Dai basta parlare di cose tristi, è la nostra serata libera Nore, siamo qui per ballare. E poi sai che non puoi dire queste cose ad alta voce. Qualche integralista potrebbe aspettarti fuori e mandarti all’ospedale o all’obitorio. Come se non l’avessi già visto succedere.»
Il vampiro si fece trascinare sulla pista e si fece coinvolgere nel nuovo stile di ballo, istintivo e quasi animalesco, fatto di battiti di piedi e posture dal baricentro ribassato, quasi fossero tutti regrediti di alcune ere geologiche.
Veronika lo guardò mentre controllava i presenti con la scusa del ballo, avvicinandosi tra un passo e l’altro, fino a osservare da vicino ogni angolo del locale.
Eleanore invece vide Thilda seguire Selim, con le mani che cercavano il contatto col suo corpo e il sorriso da ragazzina in amore; sbuffò, bevve un generoso sorso di un cocktail con tre strati di colore diversi e guardò Veronika: «Il capitano ha detto che del caso del vampiro serial killer ti occuperai tu.»
La mano di Parker tremò sul bicchiere: «Sì. Ricomincerò da capo, caso dopo caso.»
«So che siamo solo agenti semplici, ma se ti servisse aiuto, chiama pure.»
Veronika stava per ribattere, ma vide Thilda trascinare Selim per mano verso la toilette e prese una scusa per alzarsi e seguirli.
Bagno degli uomini.
Un coro di ovazione risuonò dentro la stanza, emerso dai presenti che si rivolgevano chiaramente ai due che si stavano rintanando in una delle cabine.
Veronika rimase immobile fuori dalla porta principale mentre si chiudeva, troppo imbarazzata per entrare.
Quando uscì un primo avventore, la detective sbirciò all’interno, ma non vide né Thilda né Selim.
Quando uscì il secondo chiese se dentro ci fossero una donna con un ragazzo.
«Oh sì che ci sono e lei sta squittendo come una cagna in calore!», e rise lasciando Veronika in una prostrazione priva d’uscita.
La stava mordendo?
La stava scopando?
La stava uccidendo?
Quale dei punti del decalogo Selim stava infrangendo con tanta superficialità e disprezzo delle regole?
La donna strinse i pugni, dominando la voglia di sferrare cazzotti alla porta del bagno e, quando l’ultimo degli uomini uscì dalla porta e lei intravvide la stanza vuota, si decise a entrare.
I gemiti di Thilda erano evidenti e non era possibile fraintendere quell’ascesa prossima al massimo godimento.
Provenivano da dietro una delle porte chiuse dei piccoli cubicoli dei bagni e, nonostante Veronika sapesse di dover intervenire, era imbarazzata da quello che avrebbe visto e da come avrebbe potuto farsi obbedire da una creatura come Selim, profondamente narcisista, dominante e indipendente.
Era evidente che lui avrebbe fatto sempre e comunque il suo comodo e che avrebbe anche potuto fuggire e rendersi irreperibile in qualsiasi istante.
La detective tremò e prese un grosso respiro, spostandosi nella cabina adiacente, per poi salire in piedi sulla tazza di ceramica.
Si sporse a guardare da sopra il cubicolo e vide la donna contorcersi abbracciando il nulla, con il volto stralunato dal piacere, mentre Selim, appoggiato alla porta chiusa, con un piede sulla tavoletta, sfogliava il cellulare, interamente vestito e apparentemente estraneo a ciò che accadeva a Cavanaugh.
«S-Selim?», chiamò la detective.
Lui non alzò neanche lo sguardo dallo schermo: «Io le darei ancora cinque minuti, hai fretta?»
«N-no, ma cosa sta succedendo? Non dovresti avere un cellulare! E cosa le stai facendo? L’hai morsa?»
«Certo che no. Voleva sesso, ma a me non andava, la sto accontentando in altro modo.»
«Ma stai usando i tuoi poteri!», sibilò lei, guardandosi attorno come fosse una ladra, una cospiratrice.
«Eh sì, lo confesso», mise la mano sul cuore, con fare teatrale, «farò ammenda, ma lo trovavo divertente.»
«D-divertente?»
Veronika rimase colpita da quella esternazione.
Selim si poteva divertire, poteva resistere all’impulso di nutrirsi pur stando in mezzo a tante persone, pur avendo il modo e l’opportunità per farlo senza essere scoperto.
Di nuovo, quello che aveva letto e studiato sui testi in accademia e sulle pubblicazioni governative le appariva falso, contraddittorio, incompleto.
O, forse, solo opportunamente falsato.
E se invece fosse stato tutto corretto e la spiegazione fosse stata un’altra?
Più semplice, ma più terribile. Selim la stava manipolando, stava recitando fin dall’inizio, ma il problema non era che lui stesse mentendo, ma che lei desiderava credergli.

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PUNTO 2 – I Vampiri non possiedono altra forma di comunicazione che non sia quella verbale e logica. Non usano alcun processo comunicativo di tipo non verbale o paraverbale.
L’auto rimase presto incolonnata nel traffico del Richmond District, paralizzato dalla neve e dallo sfrenato shopping natalizio, fatto di un accumulo disperato, dopo gli anni di privazioni della guerra. «Mi scuso per l’accoglienza fredda», disse Hollis, rompendo un silenzio imbarazzato, «ma il Generale Bauer mi ha imposto la presenza dell’esercito, non appena ho annunciato che il Presidente Baker mi aveva autorizzato a contattare il signor Corday…»
«Sua Eccellenza il Maestro Corday», corresse Selim.
«Ehm… sì il Maestro Corday… come aiuto per questa indagine. Avrei voluto mantenere maggiore riserbo, ma non è stato possibile.»
Hollis fissava il vampiro attraverso lo specchietto retrovisore, mentre Veronika restava girata con la schiena contro la portiera, in modo da poter guardare tanto il capitano che il vampiro, comodamente rilassato sul sedile posteriore.
«Lo capisco. Le ferite della guerra sono ancora fresche. In tutti noi.»
Ogni suono di voce del non morto faceva vibrare le profonde corde dell’istinto umano, ma dopo il primo impatto, Veronika andava assuefacendosi a quel timbro preternaturale, come se si aspettasse già la scarica di endorfine.
E poi c’era quell’accento inesplicabile, ammorbidito da una babele di lingue, ma tendente all’inglese oxfordiano.
Era così piacevole sentirlo parlare, che la detective si scoprì a desiderare un maggiore contatto e vicinanza, ma strinse i pugni fino ad affondare le unghie nei palmi per resistere a quella sensazione aliena per lei.
I vampiri scavavano nelle pulsioni umane, portando a galla desideri e passioni per usarle a loro vantaggio e lei, durante i corsi in accademia, era stata addestrata a resistere, anche se mai con un esemplare vero.
La presenza del vampiro, il suo charme, erano più incisivi e prepotenti di qualsiasi simulazione accademica e lei si scoprì a fissarlo con insistenza, cercando di penetrarne il mistero e i lunghi silenzi.
Nella mente della donna si riaprirono i ricordi dell’accademia, i pieghevoli del governo, le pubblicazioni che fiorivano durante la guerra e tutti quei documenti che stigmatizzavano l’innato fascino dei vampiri, ancora inspiegato dalla scienza, come arma classificata sotto i poteri di dominazione e circonvenzione mentale.
E lui riempiva l’abitacolo di quel potere, anche se apparentemente non faceva nulla, neanche guardarli, preferendo la città a loro.
Oltre il finestrino chiuso, accanto al patinato splendore delle luci di Natale, di tanto in tanto emergeva qualche bruttura ereditata dal conflitto, come alti cumuli di macerie di palazzi distrutti o interi isolati rasi al suolo, che emergevano come cancri nell’ordinata successione a scacchiera di vie e traverse.
Ovunque, i cantieri per la ricostruzione cambiavano definitivamente lo storico aspetto della città, smantellando le strutture militari sorte nel quinquennio bellico e restituendo parchi e aree di svago ai cittadini sopravvissuti.
Alcune voragini nelle strade rallentavano il traffico, obbligando le auto a serrarsi in una sola fila per senso di marcia, per aggirare l’ostacolo.
Sulle facciate di palazzi abbandonati, resistevano ancora i vecchi cartelloni, ormai sbiaditi, degli Integralisti Biblici di James Burrows, coi loro slogan razzisti.
Dio odia le zanne.
Non sono come noi.
Nati dall’inferno, all’inferno devono tornare.
«È al corrente della mia corrispondenza con Corday?», chiese Hollis, passando oltre l’ennesimo strozzamento del traffico.
«Il Maestro Corday», corresse ancora il vampiro, calcando l’accento sul titolo, «mi ha informato sul caso e sulle garanzie che chiedete da parte mia.»
«Nella cartelletta che abbiamo preparato troverà tutto, dai dettagli dell’indagine al decalogo da controfirmare, per l’accettazione delle regole riguardo la sua permanenza sul territorio degli Stati Uniti. Come vedrà, non le è permesso usare i suoi poteri sugli umani; quello che ha fatto prima al soldato, non deve più ripetersi.»
«Non ho usato alcun potere su di lui, solo intimidazione vecchia scuola.»
Hollis ridacchiò nervoso e si schiarì la voce: «Dovrà indossare una cavigliera con localizzatore. Adesso ci togliamo dal traffico e provvederemo non appena giunti all’appartamento.»
«Non indosserò alcuna cavigliera da detenuto, Capitano Hollis, se ne faccia una ragione.»
«Conto che il Detective Parker la riduca a più miti consigli. Comunque, come da accordi, le abbiamo messo a disposizione un appartamento sicuro, a prova di sole, a North Beach, in uno degli immobili di proprietà del governo. Vista su Alcatraz», disse mantenendo il ghigno sul volto.
«Trabocco di piacevoli aspettative», rispose laconico il vampiro e Veronika accennò a un sorriso istintivo in risposta alla sagacia di Selim.
«Detective Parker, gli dia il plico», ordinò il Capitano.
Una cartelletta passò di mano, ma Veronika ritirò in fretta la sua, facendo di tutto per non sfiorare il vampiro.
«Ecco, signor Selim», iniziò lei.
«Solo Selim, niente signore, se dobbiamo lavorare insieme potremmo almeno rimuovere le formalità?»
«D’accordo, Selim. Ti pregherei di firmare subito il decalogo in cui ti impegni solennemente a rispettare le regole di comportamento concordate con i federali. Per il nutrimento non preoccuparti, ti verranno fornite razioni di sangue da…»
«No.»
«P-prego?»
«Niente razioni.»
«Il punto due del decalogo è chiaro, non possiamo permetterti di… insomma di…»
«Cacciare?»
Veronika deglutì e cercò aiuto in Hollis, che non rispose, limitandosi a stringersi nel colletto della giacca: «E-esattamente, cacciare.»
«E io non berrò mai sangue conservato in sacche di cui non conosco origine e composizione. Capirete che ne va della mia salute.»
«Questo è un problema, Selim. Capitano, lei che dice?»
Chiamato direttamente in causa, Hollis masticò a vuoto, prima di rispondere: «Forse ho una soluzione in mente, ma mi occorre tempo. Devi nutrirti già domani?»
Selim sorrise.
Era la prima volta che il suo volto assumeva un’espressione e la detective socchiuse le labbra, stupita e, nonostante non la stesse guardando, Selim le parlò: «Cosa ti fa sorridere?»
«Non… non mi aspettavo di vedere una manifestazione di comunicazione paraverbale. Credevo che… insomma insegnano che…»
«Che non abbiamo espressioni o sentimenti?»
Lei annuì e lui ripeté il medesimo sorriso, identico al precedente in ogni dettaglio di inclinazione delle labbra e, invece di risultare amichevole e divertito, riuscì a essere così inquietante da far tremare Veronika: «Posso resistere», rispose infine a Hollis.
«Allora cercherò dei volontari tra i soldati. Vedrai tu stesso il prelievo. Sarebbe accomodante?»
«Accettabile.»
Da Geary Boulevard, Hollis svoltò sulla Van Ness Avenue e di nuovo il traffico si fermò: «Maledizione! Ci vorrà un po’, mi dispiace.»
Il capitano si massaggiò il volto e cercò argomenti di conversazione: «Allora, dimmi Selim. Hai combattuto nella guerra?»
«Ho dovuto difendere la mia famiglia e la mia casa. Come te, Capitano.»
«Ma eri nelle forze armate dell’Alleanza dei Soprannaturali?»
«Lo sono.»
Hollis cercava di estorcere informazioni al vampiro che, di contro, centellinava le risposte e gli guardava la nuca con insistenza, trasmettendogli il disagio della sua insondabile presenza.
Sembrava oltremodo divertito nel farlo e stuzzicava la curiosità di Veronika, che non trovava nulla in lui dei profili studiati all’accademia.
L’uomo scrocchiò il collo muovendo di scatto la testa, rivelando tutta la sua ansia in quella mimica istintiva: «Con… con che mansioni?»
«E tu? Cosa sei tu?»
Hollis capì che non avrebbe cavato un ragno dal buco con Selim e decise di rispondere: «Ero un Marine. All’inizio della guerra mi ero appena congedato e avevo fatto domanda come Capitano della Polizia. La situazione eccezionale mi fece avere la nomina in poco tempo e il mio areale venne esteso nelle sue competenze dalla legge Boyle, per tutta la durata del conflitto. L’ufficio dello sceriffo venne accorpato alla polizia metropolitana per avere maggiore coordinazione e, da allora, io gestisco tutta la difesa della città.»
«Sono passati due anni. Non avete ripristinato lo status quo?», chiese Selim.
«Nulla potrà mai tornare come prima. Tutto è cambiato e non solo per i danni fisici alle costruzioni o per la conversione delle aree di svago a punti di emergenza», spiegò picchettando con il dito sul finestrino, per mostrare proprio uno dei cantieri cui si erano affiancati. «È rimasta una capillare diffusione di punti di controllo, sbarramenti e trincee, gli effettivi arruolati con compiti di vigilanza e difesa sono decuplicati rispetto a prima della guerra. Anche le persone sono cambiate. Chiedono sicurezza e prontezza nella reazione», la fila di auto si mosse per qualche metro e Hollis ne approfittò per superare alcuni mezzi e guadagnare strada. «E questo caso, quello per cui sei stato convocato, ristagna sulla mia scrivania da agosto, accumulando morti giorno dopo giorno, minando quel rapporto di fiducia tra civili e forze dell’ordine. E io ho intenzione di sfruttare completamente la mia grande autonomia e far valere tutte le prerogative, come quella di poter richiedere un consulente esterno per questa indagine.»
«O di comandare un plotone dell’esercito», aggiunse pacatamente il vampiro.
«La legge Boyle, che qualche revisionista negazionista vuole abolire, è l’unica cosa che si frappone tra i cittadini inermi e un’escalation di sciacallaggio e violenza. Dobbiamo tenere il pugno serrato sulla città in questi anni difficili e, per farlo, ci serve l’agilità e la preparazione investigativa dei nostri poliziotti usciti dall’accademia, così come l’armamento pesante e la potenza di fuoco dell’esercito. Altrimenti perderemo il controllo di San Francisco, tra crimine organizzato e furfanti spiantati.»
«Ovvero coloro che con la guerra hanno perso tutto», osservò Selim e, quando percepì il sorriso accondiscendente di Veronika, smise di fissare la nuca del Capitano e puntò gli occhi sulla donna: «E tu? Hai combattuto?»
Il cuore della donna prese a battere furioso e lei vide lo sguardo di Selim scendere sul suo petto, che lei coprì in fretta con una falda della giacca, come avrebbe fatto davanti a qualsiasi uomo invadente e impudico, ma negli occhi del vampiro non leggeva alcun ludibrio, solo una fugace ombra rossastra che colorò il bianco della sclera per un istante, prima di restituirgli un’apparenza del tutto normale.
Stava usando un potere soprannaturale e lo stava facendo su di lei, per studiarla, sezionarla: «I-io ero una civile, insegnavo matematica alla Washington High School di Farmington, New Mexico. Sono entrata in accademia subito dopo la pace di Boston.»
«Una novellina…», osservò lui, causando un repentino inorgoglirsi della donna.
Fu Hollis a prenderne le difese: «La Detective Parker è stata prima del suo corso.»
Il vampiro non sembrò stupito e guardò fuori dal finestrino, verso lo sfavillante concerto di luci natalizie, fari di auto e cartelloni pubblicitari così oscenamente luminosi e falsi nelle loro promesse, mentre Hollis parlava al cellulare con la centrale di polizia, perorando la necessità di donazioni obbligatorie e mentì dicendo che sarebbero servite all’ospedale.
Hollis riattaccò con un vistoso sorriso soddisfatto: «Perfetto, problema risolto. Ho solo bisogno di organizzare la cosa coi miei uomini. A parte me e Veronica, al distretto non sanno nulla», e lo guardò ancora dallo specchietto. «Quanto tempo mi dai prima della necessità?»
Selim pareva davvero divertito mentre guardava la nuca rigida del Capitano incassarsi nelle spalle e Veronika rimase spiazzata da quella nuova mimica del volto del non morto. «Ti farebbe piacere sapere che sono anche io un novellino?», stuzzicò il vampiro.
Hollis abbozzò un sorriso teso: «No, beh, stavo solo facendo conversazione.»
Selim si sporse in avanti arrivando a sussurrare sull’orecchio di Hollis, mentre il gelo del respiro dell’immortale gli solleticava il collo e l’aria crepitava del potere mentale dei non morti: «Io… sono… pericoloso.»
Hollis venne trafitto dal terrore instillato da Selim, inchiodò, spalancò la portiera e tentò di lanciarsi fuori, ma era ancora legato dalla cintura di sicurezza e, per alcuni istanti, tirò le fibbie in maniera irrazionale.
Alla fine armeggiò con le mani per liberarsi e fuggì tra le auto incolonnate per diversi metri, prima di fermarsi ansante coi palmi su un cofano ricoperto di neve: «Cristo… Cristo, Cristo santo.»
Imprecava, ringhiava, pallido e malfermo, mentre Veronika, premuta contro la portiera, assisteva al burnout del suo superiore senza riuscire a muoversi.
Lentamente voltò lo sguardo su quello che le appariva come un innocuo ragazzino col viso da angelo, ma che celava in sé una belva feroce, molto più pericolosa del previsto.
Fece in fretta i suoi conti.
Era un vampiro del vecchio mondo, nulla in confronto alle giovani generazioni presenti negli Stati Uniti ed era di sicuro abbastanza antico da aver sviluppato poteri mentali e di illusione, come la coercizione usata con Hollis.
E lei si trovava chiusa nella medesima gabbia con questo antico guerriero, a meno di un metro da zanne assassine.
Zanne che avevano dilaniato i corpi di chissà quanti viventi, mani che avevano tolto la vita a chissà quante persone, occhi scuri come abissi che avevano sezionato la mente di chissà quanti umani.
Erano bastate quelle poche parole, una vibrazione di potere oscuro e Hollis era fuggito perdendo in un istante dignità e orgoglio; era stato privato di tutto il suo sangue freddo, di anni di glorioso comando di uomini e mezzi in guerra, sbugiardato nelle sue storie di eroismo e di virile forza e tenacia.
Lui aveva avuto paura di quel vampiro, era stato succube del suo schiaffo mentale.
Lui aveva solo finto di avere la situazione sotto controllo.
Lui aveva mentito dicendo di saper gestire i soprannaturali.
E ora quel mostro era rimasto solo con lei e ogni sua parola la terrorizzava, ma nonostante tutto, una parte di lei voleva ancora sentirlo parlare.

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Autori vari
I soprannaturali
Libro 1 – Vampiri
Stampato in New York
10 maggio 2007
Con l’autorizzazione del Governo Federale degli Stati UnitiPagina 2
[…] È obbligatorio prestare attenzione alle principali caratteristiche psicologiche, fisiche e fisiologiche ricorrenti nei non morti, al fine di una corretta identificazione preventiva del soggetto.
Il Governo Federale ricorda che qualsiasi tentativo di approccio sociale, cognitivo o comunicativo è severamente vietato.
I non morti sono classificati come minaccia biologica di classe A.
In caso di avvistamento, si ordina di contattare immediatamente la Guardia Nazionale, trasmettendo documentazione visiva tramite dispositivo mobile, ove possibile.
È vietato in ogni circostanza affrontare il soggetto.
L’intervento diretto è consentito esclusivamente a personale autorizzato dall’Unità Federale di Crisi di Washington.
Si ricorda alla popolazione che la cooperazione civile è il primo strumento di sopravvivenza.
PUNTO 1 – I Vampiri sono narcisisti ed egocentrici, in ogni situazione cercheranno di dominare e stabilire una leadership.
San Francisco, 17 dicembre 2014
«Sono in ritardo», fece notare la donna con stizza, sollevando il bavero del cappotto fino a sprofondare con le orecchie nella sciarpa di lana.
Le sue parole danzavano visibili nell’aria in candide volute che la pioggia trafiggeva impietosa, mentre piangeva dal cielo nero e pesante di inquinamento di San Francisco.
Alle sei del pomeriggio era già completamente buio e le luci natalizie della città brillavano intermittenti in lontananza, mescendosi alle luci di segnalazione della piazzola di atterraggio degli elicotteri, in quel piccolo campo di volo vicino a Sutro Baths.
L’uomo si voltò verso di lei: «È nervosa, Detective?»
«Diciamo piuttosto infreddolita, stanca e delusa, Capitano», rispose occhieggiando verso il suo interlocutore, cercando di mentire meglio di quanto la voce tradisse.
Non era stizza quella che la faceva stringere nelle proprie braccia, era timore, ansia, desiderio di fuggire, di sottrarsi a quegli istanti di vibrante attesa.
«La consideri una grande opportunità per la sua carriera, piuttosto», disse l’uomo, nascondendo un ghigno sadico, mentre voltava il capo a guardare un punto imprecisato all’orizzonte, verso l’oceano, superando il cerchio serrato delle forze armate, dispiegate a circondare la zona in gran numero e in tenuta da battaglia, coi giubbetti di kevlar da assalto, gli elmetti tattici e i mitra in resta.
«Diciamo invece che mi sta punendo per la mia testimonianza contro il Detective Truman», lo sguardo che la donna riservò al profilo del suo Capitano era tagliente, fin quasi intriso di vero odio, perché per quanto cercasse di non rovinarsi il fegato con sentimenti così negativi, lui non faceva nulla per rendersi amabile.
Guardava chiunque, specie lei, con cipiglio severo e marziale, facendo pesare fin troppo spesso la sua aura di rinomato combattente ed eroe di guerra, la sua statura e la prestanza fisica, che instillavano ancora rispetto e riverenza, nonostante cinquant’anni sotto le armi, tutti sofferti e vissuti.
Quando si confrontava con lui, l’esile detective, con la massa incolta di capelli castani e ricci, costretti in una castigata crocchia alla base della nuca, con gli occhi verdi e piccoli, indagatori e vigili, si sentiva sempre in soggezione, ma in quel frangente, non c’era dettaglio nel Capitano che potesse intimidirla o ridurla al silenzio, perché sapeva di avere ragione.
«Non sono io a punirla, Detective, è stata lei a essersi scavata la fossa con le sue mani. Truman era benvoluto da tutti, uno stato di servizio impeccabile. Era a pochi mesi dalla pensione, alla fine di quest’anno si sarebbe ritirato e il dipartimento avrebbe archiviato la pratica. Lei gli ha rovinato la pensione e il resto della vita.»
La donna strinse i denti fino a farli stridere e, nei guanti di pelle imbottiti, le dita sbiancarono quando serrò i pugni: «Abbiamo già affrontato l’argomento, Capitano Hollis. Il fatto che Truman fosse vicino alla pensione non cancella il fatto che abbia sottratto una cospicua percentuale della partita di marijuana del caso Castillo.»
«Lo ha fatto per uso personale, per la moglie che, come ben sa…»
«Morbo di Parkinson, lo so benissimo. Come so che è ormai impossibile trovare farmaci con THC legale. Ciò non toglie che sia un reato.»
La pioggia gelida divenne velocemente nevischio umido, poi veri fiocchi di neve e la città di colpo tacque, rallentando il respiro in quell’istante di attonito stupore dinanzi alla prima nevicata dell’anno.
Perfino un soldato accanto alla detective tese il palmo aperto ad accogliere gli effimeri fiocchi.
Lei lo guardò.
Era così giovane che le sue dita non avevano ancora conosciuto i calli del duro lavoro e la pelle piena e morbida del volto rabbrividiva all’improvviso gelo secco, come se non fosse stata ancora temprata dall’addestramento intensivo dei Marines.
«A volte, Detective, bisogna solo imparare l’utilità dei compromessi», disse l’uomo aprendo un braccio a indicare lo stuolo di militari che li supportavano. «Vede? Il compromesso tra l’esercito e la polizia metropolitana è qui, davanti a lei. Una unità di cinquanta soldati prestati dai Marines, tutti ai miei ordini. Certo sono reclute con la bocca ancora sporca di latte, ma…»
«Non siamo più in guerra, Capitano», interruppe lei, «quando tutto era permesso e si chiudevano entrambi gli occhi dinanzi ad abusi di ogni genere. Stiamo ricostruendo una democrazia e, nel nuovo mondo, non c’è posto per i compromessi.»
«Si dovrà ricredere, Detective, o si spezzerà combattendo una battaglia che non può vincere», e sollevò il mento, indicando una direzione. «Là, a ovest, i nostri ospiti stanno arrivando», concluse lui, fissando le luci dell’elicottero nero che si avvicinava a grande velocità, lottando contro le raffiche di vento e nubi troppo basse per lasciare respiro. «Il pilota se la cava molto bene, direi.»
La detective percepì una morsa allo stomaco, la scarica di adrenalina e il tremore che si diffuse in tutto il corpo; aveva paura, naturalmente, ma non l’avrebbe mai confessato al Capitano Hollis, avrebbe tenuto duro, si sarebbe occupata di quel caso e l’avrebbe risolto senza compromessi.
L’elicottero danzò un po’ nell’aria, contrastando il vento, poi atterrò precisamente nel centro della piazzola, senza spegnere i motori.
Il portellone si aprì e ne discese una figura snella, alta circa un metro e ottanta, con un capiente zaino su una spalla.
Era vestito soltanto con una camicia senza bottoni, ma con le falde dello scollo a V prive di chiusura, dei pantaloni dal taglio a sigaretta, cilindrici e con la caviglia larga, decisamente comodi, e scarponcini tipo anfibio.
Era un abbigliamento estivo, fatto di lino ed era color sabbia con le cuciture e bordi neri per la camicia e interamente nero per i pantaloni.
Morbidi ricci neri giungevano fino alle spalle, raccogliendo la neve che li faceva brillare nei riflessi delle luci della piazzola.
Il rumore delle armi mise la detective in allarme, quando i colpi scattarono in canna e i mirini laser puntarono tutti al petto e al capo dell’ospite.
L’uomo si aggiustò lo zaino sulla spalla e richiuse il portellone senza tradire alcun timore, ma riservando solo uno sguardo diretto allo spiegamento di forze tutto attorno, poi al proprio torace, ricamato di laser rossi.
Quando il Capitano alzò un braccio in saluto, la figura avanzò verso di lui, mostrando i lineamenti moreschi della carnagione e il volto giovane, da ventenne, piacevole nella sua simmetria.
La fronte squadrata era incorniciata dai lunghi ricci che accarezzavano l’arcata delle fini sopracciglia e gli zigomi alti e sottili.
Le guance si prolungavano, piene e armoniche, verso labbra perfettamente delineate e un mento proporzionato, privo di qualsiasi segno di barba.
L’incarnato color del bronzo era parte di quelle caratteristiche, dai capelli agli occhi scuri, che identificavano la figura come di etnia medio orientale.
Gli occhi assorti conferivano a tutto il volto un’algida immobilità, quasi avessero davanti la perfezione di una statua greca, proiettata nell’infinito.
«Cristo, ma è un ragazzino!», sibilò a bassa voce la detective. «Ci mandano un ragazzino!»
Hollis guardò verso il militare alla sua destra, che fissava ammutolito il ragazzo con abiti estivi dentro il visore termico montato su un trespolo.
A bocca socchiusa e a occhi sbarrati, il giovane militare era rimasto impietrito davanti allo schermo, mentre le nuvole di fumo uscivano dalle sue labbra con troppa veemenza per poter nascondere quello che appariva come il respiro del terrore puro.
«Sergente?»
Hollis lo richiamò più volte, finché quello si riebbe e deglutì a secco: «C-confermo, Capitano Hollis. Temperatura ambiente, niente battito.»
La detective arretrò di un passo, senza poter fermare il tremolio del mento e il Capitano le sorrise bieco: «Etienne Corday ha mantenuto la parola, ci ha mandato uno dei suoi non morti. Ne avevate mai visto uno dal vivo?»
«N-non così da vicino, Capitano.»
«E non siete contenta? Fossi in voi però non lo chiamerei ragazzino, magari ha cento anni!»
Man mano che quell’uomo dall’aspetto di un ventenne avanzava, i meno coraggiosi, anche tra le truppe addestrate, arretravano e prendevano distanza.
«Guardateli, Detective. I rimpiazzi delle forze armate dopo la guerra sono troppo giovani, non hanno mai combattuto i vampiri e ora li temono come la morte incarnata.»
Il ragazzo si fermò a qualche passo dagli umani e li fissò immobile, mentre il vento apriva il colletto della camicia sul dettaglio della clavicola e della fossa del collo liscio, privo di qualsiasi accenno di battito cardiaco trasmesso alle vene.
Una sottile catenina d’oro seguiva le curve della pelle, sprofondando nella camicia col misterioso peso di un ciondolo, sottratto alla vista.
Dalle labbra e dal naso non usciva un solo sbuffo di condensa.
La donna si fece coraggio e, sebbene vedesse il mondo girare e la nausea salire alla bocca dello stomaco, tornò accanto al suo superiore.
Gli occhi incontrarono i pozzi neri del vampiro e, per un istante, lei intravvide un bagliore rosso, come pagliuzze di brace, irradiarsi dalla pupilla.
«Sono il Capitano Roger Hollis, della polizia di San Francisco, grazie di esserci venuto in aiuto. Lei è la Detective Veronika Parker, la sua partner in questa indagine.»
«Molto lieta», riuscì a dire la donna, con un tono di voce troppo stridulo per quelle che erano le sue intenzioni.
Il vampiro tacque a lungo, passando lo sguardo su entrambi, poi sui militari, che ancora non avevano cessato di puntare le armi al suo petto e alla schiena, poi esordì: «E questi?»
La sua voce…
Veronika espirò sonoramente, mentre un gorgo di pura concupiscenza si scioglieva nel suo ventre, riscaldandole le membra e annullando in un istante ogni timore, reticenza, freddo e sospetto.
La voce dei vampiri….
Non l’aveva mai udita.
Non l’aveva mai subita e lei, che si considerava razionale e con abbastanza sangue freddo da resistere a qualsiasi situazione, anche alla tortura fisica, si trovò completamente priva di difese davanti a quelle tre sillabe.
Perfino il Capitano Hollis, eterosessuale sposato e con un paio di bionde e giovani amanti di cui si favoleggiava nei corridoi del dipartimento, ebbe un tentennamento e un sospiro sedotto: «È… la prassi», e fece un cenno per licenziare i militari che, uno dopo l’altro, abbassarono i loro puntatori.
Solo uno rimase saldo, senza il minimo tremito, a indicare il petto del vampiro che, da parte sua, seguì la luce fino al soldato che ancora lo sfidava con quel gesto simbolico.
Il non morto si voltò quanto bastava per fronteggiare direttamente l’antagonista, offrendogli il petto completamente.
Era un veterano, a giudicare dalle ampie valli che ne solcavano la pelle del volto, forse l’unico ad aver davvero combattuto in guerra.
Il vampiro non disse nulla, né l’altro mostrò di voler cedere abbassando l’arma, nonostante i richiami alla prudenza dei suoi commilitoni e del capitano stesso.
Nulla sembrò cambiare per interminabili istanti di tensione, poi il laser iniziò a tremare e ad abbassarsi, finché l’arma puntò a terra.
Il vampiro alzò il mento: «E con questo, il discorso è chiuso», poi fece un cenno all’elicottero che ripartì, spingendo la neve di prepotenza contro il cerchio di divise mimetiche.
Quando il vampiro tornò a guardare Hollis e Parker, offrì il medesimo volto freddo e distaccato, su cui era impossibile leggere espressioni o passioni e la donna indietreggiò istintivamente di un passo, davanti alla manifestazione di poteri di cui aveva solo letto sui manuali: «Sono Selim, ora possiamo andare.»
Il nome attraversò la neve e il vento, accarezzò il ventre delle nubi e risalì verso le stelle e quella luna grigia e antica che brillava nel cielo.
*
«Ora puoi andare Selim, ci occuperemo noi di tua moglie, stai tranquillo e prega Allah», disse la levatrice, e spinse fuori dalla modesta capanna un uomo, un ventenne dalla faccia rubizza, nervosa e preoccupata.
Il futuro padre si massaggiò con entrambe le mani il capo, sotto i corti capelli ricci e neri che lasciavano spazio alla prima stempiatura e alzò lo sguardo al cielo terso e alla luna d’argento.
«Ho già pregato, c’è altro che posso fare?»
«Allora portami pezze pulite e fai bollire dell’acqua. Tanta acqua. Almeno due barili.»
Un anziano batté il bastone con cui sorreggeva gli acciacchi della vecchiaia nella polvere e lo invitò a sedere con lui, vicino al pozzo: «Sono cose da donne, figlio mio, obbedisci senza fiatare, poi vieni qui ad aspettare con me il mio prossimo nipote.»
Selim si voltò ancora verso l’interno, cercando di vedere un’ultima volta la moglie piegata sulla sedia da parto, ma la levatrice gli chiuse in faccia la porta della piccola casa di mattoni di argilla e paglia, mentre la giovane assistente fissava la sua mentore con curiosità: «Ma di acqua bollita e calda non ce ne serve più di una tinozza!»
«Almeno non mi starà tra i piedi. Sai quanti uomini ho visto svenire mentre le donne partorivano? Gli uomini devono stare lontani perché non sopportano il dolore, il sangue, specie delle donne che amano. Se poi perdono i sensi, noi dobbiamo aiutare la puerpera e anche loro. Meglio che stiano fuori. Gli ci vorrà tutta la notte per estrarre dal pozzo e far bollire due barili di acqua.»
Le donne risero e anche la partoriente abbozzò un ghigno complice, riprendendo a respirare e spingere.
La luna stava sorgendo nel cielo dell’equinozio di primavera, quando il grido della donna fece alzare di scatto gli uomini attorno al fuoco.
Perfino la primogenita, una bimbetta di cinque anni, si risvegliò dal sonno su un giaciglio di paglia soffice, per guardare verso la casa.
Tutti restarono in muta attesa in quel villaggio di allevatori nelle inospitali terre a ovest di Gerusalemme, poi il vagito di un neonato sciolse la tensione e tutti si congratularono col padre, che camminò barcollante ed emozionato fino alla porta della sua dimora.
Voltò il capo verso la luna, che andava colorandosi di un rosso intenso.
«Luna di sangue», sussurrò preoccupato, poi la levatrice aprì il cigolante portoncino di legno e lui vide la moglie, esausta e bellissima, che stringeva un fagottino di stoffe.
«Amyra! Stai bene?»
«Sto bene marito mio, vieni, lascia che ti presenti tuo figlio!»
«È maschio? È… è sano?»
La levatrice raccattò gli stracci sporchi di sangue e liquidi del parto: «Sano e forte! Con tutte e venti le sue dita e un bel pisellino a far ventuno!»
Quando le levatrici uscirono, anche la bambina entrò a guardare il suo fratellino e tutti si sdraiarono nel letto insieme alla donna: «Madre, come lo chiamerai?»
«Lo chiameremo Khalid, che significa immortale.»
«Perché questo nome madre?»
«Ho avuto una visione», rispose la donna, abbassando gli occhi sul fagotto di coperte che avvolgeva il neonato, «ma il suo vero nome glielo sussurrerò non appena resteremo soli e lo conoscerà quando sarà abbastanza grande da serbarlo nel cuore. Esattamente come farò con te Fatma, che porti il nome di mia madre, ma ne hai un altro segreto pregno della sua magia.»
«È giusto così», disse il padre alla figlia, prendendola in braccio, «da sempre le madri riempiono il nome segreto dei loro figli di forza e dell’impeto del loro destino, ora andiamo da nonno Azeem, lasciamoli riposare e parlare», e si piegò a baciare la fronte della moglie, poi quella del figlio. «Dormi, mangia e cresci forte… e lasciaci dormire la notte! Khalid Ibn Selim Ibn Azeem.» La porta si richiuse e Amyra baciò la fronte del figlio, così come fece il primo raggio di luna rossa che entrò dalla finestra a posarsi sul capo del neonato: «Quando stavi nascendo ho avuto una visione. Avrai una vita molto lunga e segnata da gioie e dolori, dall’onore e da un grave compito che sarà sulle tue sole spalle, vedrai guerre e paesi sconosciuti, vedrai persone con strani abiti e carri di ferro nel cielo. Non so cosa questo significhi, ma so che il tuo nome deve rendere giustizia a questa visione. Per questi luoghi e queste persone, tu sarai speranza», e avvicinò le labbra al suo orecchio, sussurrando al bambino il suo vero nome.

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PROLOGO
Los Angeles, 23 dicembre 2012
L’immagine tremò a lungo prima di stabilizzarsi, tra disturbi, pixel e righe audio spezzate.
Poi una ragazza dai capelli rossi si chinò verso la webcam e il riflesso del monitor sulle lenti degli occhiali fece risaltare la ciocca blu che scendeva a lato della tempia e che la rendeva riconoscibile, diversa, particolare.
Il corpo magro, quasi consumato, passava in secondo piano.
Non era pettinata, non era elegante, ma quando si sedette e iniziò a parlare, nulla ebbe più importanza.
Nulla, eccetto la sua voce.
«Sono Jubilee Anne Travis e questo è il mio testamento», disse fissando la telecamera.
Di tanto in tanto si intravedevano gli occhi blu, subito nascosti dietro le grandi lenti da miope.
«Sto caricando tutte le prove delle mie ricerche. Salvatele. Diffondetele prima che oscurino il canale. Più occhi le vedranno, più possibilità avremo di fermare questa follia. E se domani non sarò qui… non piangete per me, ma continuate a lottare.»
Sul canale YouTube iniziarono ad apparire i file, mentre lei era ancora in diretta.
«La realtà non è quella che vi stanno raccontando. Questi documenti provengono da testi che il Vaticano classifica come apocrifi. Non sono leggende. Sono prove di contatti tra uomini e non umani e dimostrano una cosa. Non siamo mai stati soli.»
Attorno al suo volto si aprivano link e allegati, file di ogni tipo e immagini .jpg.
«Dopo la Notte della Rivelazione ho contattato Maylynn Joyce, ma ha accettato di parlare solo quattro giorni fa. Nel video che vedrete, lei conferma che i governi sapevano già tutto, che i soprannaturali erano reali e che non volevano la guerra, ma la convivenza.»
Nel riquadro inferiore apparve il volto pallido, quasi albino, di una giovane donna che parlava, priva di audio, mostrando di tanto in tanto affilate zanne non umane tra le labbra chiare.
«La nostra risposta è giunta meno di ventiquattr’ore dopo quell’appello, quando il presidente Baker ha autorizzato il bombardamento nucleare su Boston, il 21 dicembre 2012. Il giorno dell’apocalisse prevista dai Maya.»
La ragazza strizzò gli occhi e passò le dita sotto gli occhiali, la voce rotta dall’emozione: «Maylynn Joyce e la sua corte sono stati annientati, ma trecentomila civili innocenti sono morti con loro.»
Jubilee fece una pausa, cercò di deglutire e respirare, e alla fine si passò una mano sotto il naso: «Eppure… qualcosa ha fermato l’inferno. Lo avete visto tutti. Il fungo atomico è collassato su sé stesso. Si è chiuso in una semisfera perfetta, poi è sparito. Ci hanno detto che era una bomba intelligente, pulita, ma lo sappiamo tutti che nessuna spiegazione ufficiale regge… perché quella non è stata tecnologia militare», calcò la voce sull’ultima frase.
«Quattro maghi si sono sacrificati per creare una cupola di contenimento. Hanno salvato milioni di vite e sono morti per noi, e queste sono le loro foto! E ora ascoltate bene…»
Si voltò di scatto verso qualcosa fuori campo.
«Maledizione… sono già qui.»
Il suo silenzio teso fece percepire del brusio poco distante e, quando riprese a parlare, lo fece velocemente, masticando le parole, col volto più vicino alla telecamera, un volto terrorizzato: «Non esiste un’invasione soprannaturale. Non esiste uno sterminio pianificato da loro. I soprannaturali non sono il nemico. Il nemico è umano.»
Respirò giusto per riprendere subito a parlare: «Esiste una rete di potere che usa entrambe le parti per controllare tutto. Si chiama Cerberus.»
Alzò tre dita.
«Tre teste. Passato, presente e futuro. La Noah Enterprise riscrive la storia. Altera documenti. Modifica il passato fino a cambiare ciò che crediamo vero. La Solomon Society governa il presente. Dati, persone, economie, movimenti. Siamo già tutti nei loro archivi, consapevolmente o no. La Nova Tech Corporation controlla il futuro. Brevetti, innovazione, tecnologia. Decide cosa arriverà… e cosa no.»
Le notifiche continuavano a esplodere sullo schermo.
«Non sono entità separate. Sono un unico sistema di controllo globale.»
Jubilee guardò di nuovo la porta.
«Ci fanno credere che il problema siano i soprannaturali. Ma la guerra serve solo a questo sistema di potere, ricchezza e dominio. Una guerra interna crea una ricostruzione controllata, una nuova economia, una nuova élite e una nuova religione.»
La voce si incrinò appena.
«E nel frattempo la verità scompare, i documenti vengono riscritti, la memoria collettiva viene manipolata e la storia diventa un’arma.»
Un altro rumore fuori campo, più vicino, la fece balzare sulla sedia: «I-io non ho tutte le risposte… ma ho visto abbastanza per capire che ci stanno mentendo da entrambe le parti.»
Il respiro si fece corto, lo sguardo corse ancora alle sue spalle: «E se il passato può essere riscritto… allora anche il futuro può essere rubato.»
La porta tremò e lei alzò la voce: «Questo video è un punto di rottura. Sta a voi decidere se ignorarlo… o iniziare a cercare la verità.»
La porta esplose e i militari irruppero nella stanza, gridando e puntandole addosso i fucili: «Ferma! Mani sulla testa!»
Jubilee guardò lo schermo.
Poi loro.
Poi lo schermo.
Gli occhi pieni di lacrime non ancora cadute.
Un soldato incassò il calcio del fucile contro la spalla e glielo puntò al capo.
Jubilee allungò la mano.
Premette INVIO.
Un suono secco.
Lo schermo diventò nero.

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Foto dal Web Ci sono notti in cui il sonno non è davvero sonno. Il corpo riposa, ma la mente resta vigile, attraversa luoghi che non esistono, parla con personaggi che conosciamo fin troppo bene e costruisce storie mentre il mondo reale tace. Non è insonnia. E non è nemmeno semplice fantasia. È quella zona di confine, fragile, potente, ambigua, che chiamiamo Sogno Lucido. Il rovescio della medaglia è una qualità del sonno molto scarsa. Vediamo insieme cos’è il Sogno Lucido.
Si tratta di una condizione in cui recuperiamo una qualche forma di controllo sul sogno, proprio mentre ci accorgiamo consapevolmente di stare sognando: mentre stiamo sognando, sappiamo di stare sognando. Non ci svegliamo. Non interrompiamo il sogno. Semplicemente, acquistiamo consapevolezza. Fantastico no? A chi non è capitato almeno una volta? A me capita molto spesso, scrivo interi capitoli con questo metodo e, il mattino dopo, sono pronta a metterli nero su bianco.

Foto dal Web Dal punto di vista neurologico, durante questi sogni si riattiva parzialmente la corteccia prefrontale, la stessa area coinvolta nel pensiero critico, nell’autoconsapevolezza e nella pianificazione, pur restando immersi nella fase REM. Il risultato è uno stato ibrido con l’immaginazione libera, le emozioni intense e una presenza mentale insolitamente alta, che ci può portare anche a modificare parzialmente quello che stiamo vivendo. È qui che, per molte persone creative, accade qualcosa di interessante.
Per chi scrive, crea, immagina mondi, il sogno lucido può trasformarsi in una vera e propria officina narrativa. Le storie non vengono “inventate”, ma emergono, si mostrano e prendono forma senza lo sforzo conscio della veglia. Questo accade perché, nel sogno, si allentano alcuni vincoli fondamentali: il principio di realtà, la censura razionale, la paura di sbagliare. La mente può così osare. E spesso osa proprio di notte.

Foto dal Web La cosa che mi stupisce di più, è che a me capita quasi ogni notte di inventare storie, ma solo di rado rientrano nell’ambito di “Memorie dal Buio” e mai nella categoria dei romanzi storici. Di notte scrivo quasi sempre di fantascienza, un genere che non è certo nella mia “comfort zone” e che non tratterei mai. Non ne avrei il tempo, vista l’enormità dei progetti che ho già aperti.
C’è però un aspetto di cui si parla poco. Il sogno lucido non è riposo puro. Durante il sonno profondo il cervello recupera, consolida, “ripulisce”. Durante il sogno lucido, invece, una parte della mente resta attiva, vigile, impegnata. Se questo accade spesso, può succedere che il sonno si frammenti, compaiano micro-risvegli e, al mattino, ci si senta stanchi pur avendo dormito, si abbia la sensazione di aver comunque “lavorato” e di essersi coricati cinque minuti prima.

Foto dal Web Il Sogno Lucido non è “sbagliato”, ma la creatività, anche quando è piacevole, consuma energia. Molte persone (e io sono in testa al corteo, a guidare la manifestazione col mio cartellone “fantasy è bello”), scoprono che, smettendo di immaginare storie prima di dormire, la mente corre subito altrove: ai problemi irrisolti, le incombenze del giorno dopo, liste mentali, ansia.
Le storie, soprattutto quelle ambientate nella propria comfort zone narrativa, funzionano invece come un luogo sicuro perché sono prevedibili, familiari, sotto controllo ed entrarci abbassa il livello di allerta. I miei personaggi sono come degli amici che mi coccolano nel loro mondo e mi chiedono di restare, per non pensare a tutto ciò che mi attende il giorno dopo.

Foto dal Web Il problema è quindi bilanciare il bisogno di rilassamento prima del sonno con la riattivazione del cervello creativo che ci porta a risvegli frequenti e un riposo non ottimale. La soluzione non è smettere di immaginare, ma è l’andare avanti con la trama. Il punto cardine infatti, soprattutto di sera, è questo: le sensazioni non chiedono decisioni (attivazione creativa), le scene, invece, implicano azione, coerenza, sviluppo. Ma allora come usare il Sogno Lucido prendendo il buono, ma senza impedire al cervello di riposare?
Il trucco è pensare solo a luci, atmosfera, temperatura, presenza silenziosa dei personaggi, fare panoramiche sui luoghi, in modo che la mente si rilassi senza scivolare nella produzione vera e propria. Mi sono accorta di avere una qualità del sonno peggiore del normale e, cercando una soluzione a quella che è una vera spossatezza mattutina, mi sono resa conto che la causa era proprio quella attivazione della corteccia prima del sonno, che mi portava a scrivere interi capitoli, scene articolate, colpi di scena e nodi cardine delle trame. Tutte attività ad alto impatto creativo. Agli scrittori accade più spesso del previsto. Quindi come risolvere il problema senza perdere ciò che di bello ci concede il Sogno Lucido?

Foto dal Web Non è necessario rinunciarvi. Non è necessario “spegnere” la fantasia. Serve piuttosto costruire un confine gentile. Per esempio alcune notti possono restare creative, altre possono essere dedicate solo al riposo. I neurofisiologi sostengono che, in questo modo, la creatività non diminuisce. Anzi, spesso migliora, perché una mente che riposa davvero è una mente che, da sveglia, crea meglio.
Ecco qualche trucco per non soccombere alla propria creatività:
- iniziare una routine mezz’ora prima di dormire abbassando le luci (la luce attiva la parte di corteccia creativa) e quindi anche lo schermo del PC e usare questo tempo per creare le scene, magari appuntandole su un notes così non saremo portati a dire al nostro cervello che vuole riposare “svegliati, trattieni il pensiero, è una scena potente, non dobbiamo dimenticarla”.
- creare un confine convincendosi che è il momento di “spegnere tutto”. Basta così, per oggi abbiamo dato, è il momento del riposo in tutti i sensi.
- quando chiudiamo gli occhi, focalizziamoci solo sulle sensazioni della nostra comfort zone. I personaggi non devono parlare e “fare cose”, non devono “andare avanti” con le loro vite, solo restare lì a guardare con noi il meraviglioso mondo che abbiamo creato per loro.

Foto dal Web Curiosità! Durante i sogni (soprattutto in fase REM) il cervello fatica moltissimo a gestire informazioni simboliche precise e stabili, come numeri, testi scritti, orologi analogici o digitali. Guardare un orologio in sogno di solito produce effetti strani: le cifre cambiano continuamente, l’ora è impossibile o incoerente, se si distoglie lo sguardo e lo si riguarda, l’ora è diversa, l’orologio si “sfalda” o diventa illeggibile.
Questo succede perché l’area del cervello che gestisce logica, sequenze e controllo del tempo (corteccia prefrontale) nei sogni è poco attiva ed è quasi impossibile leggere un orologio in modo coerente e stabile. Proprio per questo nei sogni lucidi si usa il famoso reality check: Guardo l’orologio → distolgo lo sguardo → lo riguardo. Se cambia, sto sognando. Alcune persone molto allenate nei sogni lucidi riescono a leggere l’ora, ma spesso è più una percezione che una vera lettura numerica e c’è di più! I testi scritti sono ancora più faticosi degli orologi da leggere!

Foto dal Web Il sogno lucido non è quindi un fenomeno esoterico, né un superpotere. È una modalità della mente. Può essere uno spazio narrativo straordinario. Ma, come tutti gli spazi potenti, richiede misura. Ascoltare il proprio sonno non significa rinunciare alle storie. Significa permettere alle storie di durare nel tempo.

