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Foto dal Web Trovarsi davanti un Thriller psicologico è una bella sfida, sia nella lettura che nella recensione. Significa calarsi nella mente di un criminale e farsi prendere per mano da un autore che vi sorriderà tagliente e poi vi getterà nel tritacarne del suo romanzo. Iniziando la lettura di Stati di Alterazione, dopo aver già edito l’intervista doppia e quella con l’autore, mi ero fatta un’idea del romanzo e della sofferenza che avrebbe creato in uno spirito sensibile come il mio. Alla fine mi sono buttata nella lettura conscia che ne sarei uscita diversa. Ma alla fine è questo lo scopo dei libri no?
Il romanzo, scritto in prima persona, narra un breve periodo della vita di un giovane uomo milanese a noi contemporaneo e lo accompagna tra deliri farmacologici e viaggi psicotropi alla scoperta di sé stesso e del proprio fallimento come essere umano, percepito al punto da considerare seriamente il suicidio. Alcune figure secondarie accompagnano X, il nostro protagonista, tratteggiandone le abitudini e le frequentazioni in locali dark della città che personalmente, annuso come afferenti, ad esempio, al famoso Midnight. Chissà se io e l’autore ci siamo mai incontrati per caso nella vita reale!
X è un ragazzo devastato dal rapporto con la sua mente e con gli scherzi che a lui gioca in un sudato dormiveglia farmacologico, tra sdoppiamenti di personalità e deliri al litio. X si aggrappa spesso alla sua musica preferita, così abbondantemente specificata e profusa nelle pagine, che potremmo preparare una playlist con la medesima colonna sonora per accompagnare la lettura dei vari paragrafi. Ma X si aggrappa anche all’alcool, birre e whisky per lo più e agli psicofarmaci, alle droghe più o meno leggere un po’ per anestetizzare i suoi demoni, un po’ per sfuggire al dolore di vivere.
Quello che accade nello stato di alterazione della sua mente a volte pare un delirio onirico, a volte un lucido e sadico desiderio, ma al risveglio qualcosa è sempre accaduto e qualcuno ha sofferto o è morto, mentre X veleggia tra consapevolezza delle proprie azioni e sussurri diabolici nella sua mente.
X è davvero colpevole di ogni decesso, in maniera consapevole e fortemente desiderata, o la colpa è del demone che gli cresce dentro? E’ tutto davvero accaduto come lui l’ha visto o è solo stato un parto della mente obnubilata?
In questo romanzo in cui si mette in dubbio la realtà e ciò che la mente vede o crede di vedere, le situazioni e le riflessioni sono scritte con una buona penna, evocativa e potente e i piccoli sprazzi di vita che X ci concede di vedere sono bastanti a caratterizzarne le scelte e le movenze, tanto da renderlo un personaggio credibile, ben sfaccettato.
Ciò che mi ha fatto storcere il naso sono alcuni contenuti, più che altro riflessioni di X sul mondo e le cause del suo marciume, che sono da me condivisibili solo in minima parte, ma che coinvolgono comunque, per lo meno con la volontà di prendere X per mano e dirgli: “Figliolo, non è proprio tutto così, la tua visione è parziale.” Oppure, in maniera meno saccente e più formativa…
Questo non è il mondo, X, solo uno dei suoi confini…
COME LEGGERLO:
Luogo: Milano, nei luoghi della movida alternativa
Tempo: in qualsiasi stagione, Milano non si ferma mai
Sapori: Birra bionda alla spina
Profumi: Tabacco e Maria
Musica: Nick Cave – When the wild roses grow – musica nominata ben due volte nel romanzo.

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Manca davvero poco all’autunno e non credo ci sia stagione migliore per affrontare le tematiche importanti del viaggio dentro la mente corrosa e instabile di un protagonista e in quella sviscerante del suo autore. Tra l’altro, il personaggio di oggi non ha nome, l’autore mi ha spiegato che ognuno di noi può e deve immedesimarsi col personaggio che dunque, secondo me non è che non ha nome, ma ha il nome di ognuno di noi. Sulla bibbia direbbero che il suo nome è legione… Godiamoci intanto la quarta di copertina!
“La cosa peggiore che può accadere non è perdere la ragione, ma ritrovarla…”
In una Milano dark, un turbinio di introspezioni vi porterà ad essere spinti in un vortice di elucubrazioni mentali tali da farvi confrontare con reali problemi creati da questa società malata. Noi siamo reali o siamo solo una macchinazione del subconscio? Il sottile filo divisorio tra finzione e realtà sta per essere messo in discussione. Stati di alterazione ci prende per mano e ci trasporta lungo una spirale di follia e raziocinio, facendoci condurre da un cerimoniere a metà strada tra il criminale e il giustiziere, capace di azioni deplorevoli come di slanci di generosità grotteschi.
Leggere questo libro significa immergersi nelle pieghe più recondite della mente, sperando di uscirne illesi.
Foto dal Web Ciao, come ti chiami?
Autore:
-Max Zocca.
Personaggio:
-Chiunque abbia il coraggio di guardarsi dentro con profonde elucubrazioni.
Dove vivi?
Autore: Hinterland milanese.
Personaggio:
-Milano.
Qual è la tua professione?
Autore: Metalmeccanico.
Personaggio:
-Addetto agli stampi.
Qual è la professione dell’altro?
Autore: Metalmeccanico.
Personaggio:
-Scrittore.
Ti piace come sei?
Autore:
-La perfezione porta alla follia.
Personaggio:
-Assolutamente no.
Cosa cambieresti di te stesso?
Autore:
-L’altruismo non sempre è cosa buona e giusta,
Personaggio:
-La ricerca dell’equilibrio è fonte di salvezza.
Cosa cambieresti dell’altro?
Autore:
-TUTTO……e nulla.
Personaggio:
-La capacità di porti domande che possano mettere in dubbio le tue certezze.
Cosa ti piacerebbe fare in futuro?
Autore:
-Un film.
Personaggio:
-Aver successo scrivendo un libro.
Cosa rimpiangi del passato?
Autore:
-Nulla, al peggio non c’è mai fine!
Personaggio:
-Il non aver compreso sfumature vitali.
Raccontaci una memoria, un ricordo che ti è particolarmente caro.
Autore:
-La procreazione.
Personaggio:
-La consapevolezza del valore dell’equilibrio.
Qual è la scena più bella del romanzo che hai scritto/interpretato?
Autore:
-Certamente è l’esser riuscito a trovar la “ quadratura del cerchio “, creando un opera circolare, frammentata e solida nella sua interezza.
Personaggio:
-Raggiunta la consapevolezza, tutto risulta più chiaro.
Dì qualcosa di cattivo all’altro.
Autore:
-Sei troppo simile a me.
Personaggio:
-Hai abusato di me in maniera violenta.
Ora invece qualcosa di carino all’altro.
Autore:
-Sei parte di me.
Personaggio:
-Grazie d’avermi creato.
E in ultimo qualcosa ai lettori.
Autore:
-Spingetevi oltre, non ve ne pentirete,
Personaggio:
-Immergetevi nel mio essere, e non vi sentirete soli…..e non mi sentirò solo.
Se siete pronti a intraprendere questo viaggio, troverete il romanzo su Amazon cliccando il link!

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Foto dal web Thriller, gialli e polizieschi sono generi che non cerco in primo approccio, ma questo romanzo intriga già all’impatto perché è risultato vincitore del concorso “Una storia per il cinema” e sta diventando un film. Quindi Ne ho iniziato la lettura con due grandi domande nella mente: riuscirò a trovare interessante qualcosa così al di fuori della mia comfort zone e che cavolo vuol dire Renaskigo? Ebbene per la risposta alla seconda domanda dovete arrivare in fondo al libro, non sarò io a fare spoiler, quanto alla prima domanda la risposta è sì. Un libro ben scritto può far volare anche una patita del fantasy e dello storico come me! Iniziamo insieme questo viaggio dunque con la quarta di copertina.
Quanto vale un sogno?
Per Alberico Della Vecchia, socio fondatore della NovaVivo, nessun prezzo è esagerato.
Tanto, non sarà lui a pagare.Un uomo in disgrazia in fin di vita.
Una donna che chiede la riscossione di un credito a chi non si sente in debito.
Un’azienda che cela un segreto meraviglioso e terribile.
Isabella Antinori ritorna, ed è sempre dalla parte della giustizia.Premetto che si tratta del terzo volume delle avventure di Isabella Antinori, ma un lettore novizio, che abbia preso in mano il terzo capitolo della saga, può tranquillamente godersi la trama senza buchi narrativi, che vengono riempiti con pochi accenni mirati senza risultare mai pesanti e spammer.
La trama si sviluppa attorno alla ricostruzione dell’indagine fatta da un ex poliziotto, dimesso dall’incarico proprio a causa di “qualcosa” successo nei volumi precedenti, durante il suo nuovo lavoro come capo della sicurezza della NovaVivo, un’azienda farmaceutica con a capo un industriale senza scrupoli.
Il poliziotto giace in coma all’ospedale con una pallottola nel cranio e la moglie chiede l’intervento proprio della Antinori, conscia da un lato di essere creditrice di un enorme favore, visto che ha rovinato la vita al marito e dall’altro che se al mondo c’è qualcuno che può riuscire nell’impresa, è proprio Isabella, con la sua intelligenza e la preparazione.
Fin da subito, isolati paragrafi narrano di persone normali, facendo emergere vizi e virtù e piccoli scampoli della loro vita e si alternano alle mail che l’industriale, Alberico della Vecchia e il suo direttore tecnico della ricerca, si scambiano con dei codici linguistici particolari.
Dopo pochi capitoli però tutto si assesta e si comprende che quelle persone entrano a far parte della trama, anche se in una maniera particolare perché in quella farmaceutica, come nel peggiore degli incubi, dopo la sperimentazione sugli animali, si è passati a quella sugli umani. E non certo volontari.
Isabella accetta l’incarico e cerca un modo per infiltrarsi alla NovaVivo, forte della lettura dell’agenda del poliziotto che le permette di riprendere dove lui ha dovuto lasciare. Sta a lei fare giustizia e chiarezza su ciò che di torbido accade nella nota farmaceutica.
Il romanzo è davvero ben scritto, curato e trascina il lettore nel suo ritmo narrativo, anche se non immediatamente, perché si deve trovare la giusta collocazione ai contrappunti rappresentati dai paragrafi sulle “cavie” e alle mail, ma quando si è appianato lo scoglio, la lettura procede scorrevole e la tensione sale, man mano che Isabella si avvicina alla sconcertante verità.
Un romanzo che, a mio parere, non deve mancare nelle biblioteche degli amanti del genere e che meritatamente diverrà un film che guarderò sicuramente! Enjoy!
COME LEGGERLO:
Luogo: baita tra i monti
Tempo: autunno inoltrato
Sapori: frutti di bosco e miele
Profumi: bosco umido in autunno
Musica: Einaudi – Nuvole Bianche, perché Isabella ora ha bisogno solo di questa pace.

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Foto dal Web Manzoni si era recato a Firenze per “sciacquare i panni in Arno” e liberarsi dei dialettismi milanesi, in modo da consegnare alla storia il suo “I promessi sposi”, in una lingua il più possibile universale. L’autrice del romanzo che recensisco oggi, invece, ha fatto l’opposto, ma andiamo per gradi, iniziamo dal titolo: Et in bona gratia, ovvero il commiato a chiosa delle missive dell’epoca, il sedicesimo secolo. Sottotitolo è “Un’indagine per il commissario Ludovico Ariosto” e già leggendolo, si viene colti dalla curiosità: “Che c’azzecca un poeta e drammaturgo con indagini poliziesche in stile Montalbano?” Ebbene l’Ariosto venne incaricato dagli Este di gestire i territori della Garfagnana per circa tre anni e così il poeta, suo malgrado, dovette assumere l’incarico di Commissario per quelle lande infestate di briganti, in cui la legge ducale faticava a penetrare.
La trama del Romanzo si snoda fin da subito, col ritrovamento del cadavere di un orafo e, dalle indagini successive, tra sospetti arrestati, interrogati ed esclusi dalla lista nera, si inizia a delineare il carattere del morto come una persona abbietta, che in molti, in vero, avrebbero visto volentieri a guardare le margherite dalla parte delle radici. Tra i personaggi che affiancano l’Ariosto spiccano senza dubbio la domestica Velia e il capo della Polizia Jacopo, il Baricello, il capitano Giovanni Navarra “lo spagnuolo”, oltre ad altri comprimari, le cui esistenze reali sono un fiore all’occhiello nel romanzo, che mesce fatti storici accuratamente studiati e personaggi e fatti di fantasia, proprio come piace a me.
Dell’indagine in sé non parlerò, per evitare spoiler, ma posso garantire che si regge benissimo sulle sue gambe solide, sebbene alcuni paragrafi o alcune frasi siano rimaste un po’ in sospeso, come la classica pistola fumante che però non trova esplicitazione. Questo, aggiunto ad alcuni refusi di stampa e revisione, adombrano un testo davvero interessante e curato. Il mio consiglio è di sistemarli per eliminare queste “sporcizie fastidiose”.
La vera innovazione del testo è la scelta audace dell’autrice di scrivere i dialoghi in toscano del 1500.
Tutti i dialoghi…
La cosa inizialmente risulta ostica, specie per chi mastica altri dialetti, come me, che sono per lo più milanese, ma con qualche voto positivo in cremonese, tuttavia la lettura consecutiva del testo fa entrare il cervello in modalità “ariostea” e dunque alla fine la lettura scorre lo stesso, ma è chiaro e lapalissiano che il testo non è affatto di semplice aggressione.E’ uno di quei romanzi che classificherei di livello elevato, non per tutti i palati, ma alla fine io, probabilmente, avrei fatto la stessa scelta, perché tutti noi autori scriviamo di ciò che amiamo e che ci appassiona; se dovessimo piegarci alle logiche editoriali di mercato, non saremmo diversi da quegli autori che vengono aiutati dai ghost writers o che mettono la firma solo su prodotti commerciali di basso livello e ampia diffusione che mirano solo a “fare cassa” per sei mesi e poi vengono dimenticati.
Questo romanzo no, non è fatto per essere dimenticato su uno scaffale.Dal punto di vista stilistico, la parte descrittiva appare scarna e funzionale giusto alle azioni e ai dialoghi, che sono i veri motori della storia, alleggerita da poche analisi intime dei protagonisti, ma ricca di dati, indizi e sospetti che mettono il lettore in condizione di partecipare all’indagine e farsi le proprie ipotesi. Il tutto bilancia il rallentamento nella lettura dovuto ai dialoghi in toscano e fa scorrere la storia senza inciampi.
Di tanto in tanto piccoli numeri in apice segnalano alcune parole o frasi (tipicamente in dialetto stretto che necessitano sicuramente una traduzione, o comunque le ore del giorno, col loro computo particolare), che ritroviamo in appendice in fondo al libro per dirimere ogni dubbio. Il problema è che andare in fondo al libro per leggere le note, fa perdere tempo e filo al discorso, già gravato dal linguaggio cinquecentesco e questa è una critica che non posso esimermi dal fare, avendo tra l’altro letto il romanzo in e-book. Avrei maggiormente apprezzato le note a pié di pagina, risolvibili con un veloce colpo d’occhio.
Queste note e i vaghi refusi seminati nel testo sono le uniche note dolenti in questo romanzo, che è comunque una bella prova di scrittura sia come intreccio “giallo” che come parentesi storica sulla Garfagnana del 1520. Un libro di nicchia sicuramente, ma che darà soddisfazione a chi lo saprà apprezzare.
COME LEGGERLO:
Luogo: tra le colline toscane
Tempo: inizio primavera
Sapori: pane toscano appena sfornato
Profumi: bosco in primavera
Musica: tradizionale cinquecentesca

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Foto dal Web Quando il concetto di “riposa in pace” non vale più, ci troviamo in Indonesia, nell’isola di Sulawesi e all’interno della comunità dei Toraya che ancora segue l’Aluk Todolo, la via degli Antenati. Ma’ Nene significa infatti “pulizia dei cadaveri” e avviene ogni tre anni quando i familiari ormai morti vengono dissotterrati e i loro abiti cambiati, i corpi puliti e spazzolati. E c’è anche l’occasione di qualche Selfie.

foto dal Web Siccome per loro la morte è solo il primo passo verso una nuova esistenza spirituale, hanno sposato, ormai un secolo fa, l’usanza di un cacciatore, Pong romasek, che avendo trovato un cadavere in decomposizione nel bosco, lo ha vestito coi suoi stessi abiti, dandogli una degna sepoltura e credendo che, in cambio, avrebbe ottenuto grande fortuna per essersi preso cura di un morto.

Foto dal Web Fin qui tutto bene, alla fin fine se la fiera degli orrori si concludesse con qualche posa con cadaveri, non ci sarebbe molto da ridire, anche se i neonati fanno un certo effetto, ma purtroppo la cosa va ben oltre. E’ altresì credenza diffusa che i funerali debbano protrarsi per settimane e che, in questo lasso di tempo, si debbano sacrificare al morto un numero elevato di animali con corna (rito del Puya), solo per poi appendere queste corna alla casa e dimostrare così l’importanza del defunto.

Foto dal Web Per preservare i corpi dalla putrefazione, rallentarla e favorire una mummificazione che eviti la liquefazione dei corpi, i defunti vengono sepolti in grotte funerarie o in bare legate al fianco della montagna, mentre i bambini addirittura nelle cavità degli alberi, arrotolati nelle stoffe che dovrebbero proteggerne il corpo dalla decadenza.

Foto dal Web Alla base ci sarebbe la credenza per cui quelle persone non saranno davvero “morte” finché non verranno sepolte e, a tal proposito, dopo essere state deposte nella montagna, vengono vigilate dalla Tautau, un’immagine di legno con le fattezze del defunto che protegge la salma.

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Foto dal Web Achille fu un eroe greco, le sue imprese fanno parte del mito come pure la sua immortalità, guadagnata grazie alla madre, la ninfa Teti, che lo immerse nelle acque del fiume Stige, per ovviare al problema che suo padre, il nobile Peleo (da cui il titolo di Achille, pelìde), fosse umano. Il mito narra che Teti, per questa particolare abluzione benedetta, tenne il neonato per il tallone destro, in modo da immergerlo a testa in giù nelle acque. Al di là del valore pedagogico di questa madre che affoga il figlio in un fiumiciattolo da niente come lo Stige, resta il fatto che quel tallone rimasto fuori dall’acqua divenne l’unica parte vulnerabile del nostro eroe. E dove venne dunque colpito Achille dalla freccia assassina (e avvelenata, giusto per essere sicuri) di Paride?
Esatto! Proprio sul tallone! Si dice che la freccia fosse stata guidata dagli dèi avversi, in ogni caso questa leggenda mi permette di affrontare un tema spinoso nella letteratura. Achille è famoso anche per il paradosso della Tartaruga, ovvero quella teoria per cui se Achille, sebbene “pié veloce”, volesse raggiungere in corsa una tartaruga, non potrebbe mai, perché nel momento in cui lui arrivasse alla posizione della tartaruga, lei sarebbe avanzata di un altro piccolo passo e così via, tendendo all’infinito. Ma non è di cheloni e corse campestri che parleremo, né del fatto che, in medicina, il tendine di Achille (che è quel tendine che parte dal tallone e risale posteriormente alla gamba, dando poi origine ai muscoli del polpaccio) nei secoli, ha dato origine al modo di dire “avere un tallone d’Achille”. Il che significa avere un punto debole, qualcosa contro cui la persona non può lottare e dal quale non può emanciparsi e che può venire usato contro di essa.
Nella mia analisi odierna, invece, lo definisco un “paradosso”, perché?
Foto dal Web Durante la stesura di un romanzo, quando dobbiamo trovare la soluzione a un “conflitto”, sia esso fisico o psicologico, un intreccio di fatti o una trama poliziesca, ci occorre dare logicità e coerenza agli avvenimenti, ai movimenti della lotta e alle scoperte dei personaggi. Nel momento in cui la soluzione prospettata ci appare incoerente o la strada scelta dai personaggi non è la più logica, ci troviamo di fronte al paradosso di Achille. Ma cosa c’entra l’eroe con la trama di un romanzo?
Ebbene, nessuno di voi si è mai posto la domanda sul perché Teti non fece poi cambio di piedino, in modo da immergerlo tutto? Il paradosso è proprio questo, ovvero scegliere un’azione incoerente, trascurandone un’altra che invece sarebbe stata logica e funzionale. Perché quel personaggio non ha sparato subito? Perché quell’altro si è separato dagli altri per esplorare l’antro del mostro? Perché Daenerys Targaryen, dopo tutte le stagioni in cui era evoluta come paladina del popolo, difensore degli oppressi e degli schiavi, decide di comandare a Drogon il “Dracarys” e radere al suolo una città liquefacendo i cittadini innocenti nel giro di una puntata?

Foto dal Web A volte ci troviamo davanti a una serie di domande sulle scelte di trama degli scrittori e non possiamo fare altro che prendere atto della presenza di un paradosso: per far progredire la trama, serviva che il personaggio facesse la scelta sbagliata. Daenerys doveva morire e non si trovava un modo per farlo. Ed eccola che diventa il nuovo Villain.
Per rendere l’eroe Achille parte del mito e dargli una morte gloriosa, serviva che avesse il suo punto debole. Se Achille non fosse morto in quel modo, il suo mito avrebbe avuto lo stesso peso nella letteratura? Difficile, visto quanto ai greci piacessero le morti e le battaglie, i conflitti e le situazioni insuperabili. Tanto poi avevano il “deus ex machina”, ma di questo parleremo in un altro articolo.

Foto dal Web Un paradosso di Achille potrebbe anche essere non voluto, se all’autore non è proprio venuta in mente una soluzione alternativa e logica, mentre a noi lettori è invece risultata lampante. Come possiamo salvare i nostri testi da paradossi di Achille voluti o non voluti? L’importante è cercare di giustificare la scelta nella maniera più logica possibile o facendo appello alla concitazione degli eventi, instillando il dubbio nel personaggio stesso: “Avrò fatto la cosa migliore? Eppure altro non ho potuto pensare così in fretta!”
Un paradosso di Achille è sempre in agguato nelle trame, ma con un poco di attenzione e magari un confronto con più beta reader e editor, può essere evitato. Enjoy!

Foto dal Web 
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Foto su concessione dell’autore Oggi parliamo di sentimenti, di accettazione di sé e di tutto quel mondo emozionale che fiorisce nel rapporto tra le persone e lo facciamo prendendo spunto dall’Intervista doppia tra Domenico e il suo Adam Donovan, estratta dal contest che ho messo sulla pagina facebook di “scrittori in gioco”. Godiamoci intanto la quarta di copertina!
Adam Donovan era certo di avere tutto: il lavoro dei suoi sogni a Seattle, la sua donna, la sua famiglia, i suoi amici. Ma non si metteva quasi mai in discussione. Era sicuro che se avesse recitato abbastanza bene, se fosse stato abbastanza “credibile” tutto sarebbe andato secondo i suoi piani. Tutto sarebbe stato perfetto per tutti; tranne per lui. A scombinare questi suoi piani ci penserà Chris, il migliore amico dai tempi del liceo. Entrambi si ritroveranno ad affrontare un rapporto messo quasi sempre in discussione, tra maree tempestose e quieti momentanee. E sarà proprio in quel momento che Adam, con il cuore in fiamme, dovrà fare i conti con se stesso e con un passato intriso di segreti per mettere in ordine il cuore. Lui sa, però, che l’unico modo per farlo è ascoltarlo. È accettarsi.Ciao, come ti chiami?
Autore: Domenico Di Pinto ( mettere il cognome mi rende più sicuro, non lo so)
Personaggio: Adam… a me mettere il cognome mette ansia, come se tutti si aspettassero qualcosa da me. Vabbè, lo scrittore poi è vanesio, è risaputo.
Dove vivi?
Autore: In una piccola città commerciale e turistica, Bisceglie, nella soleggiata Puglia
Personaggio: Al momento Los Angeles, ma sono nato a Seattle. In una “soleggiata” Seattle. Lo so, so cosa state pensando, ma ehi, l’idea è del nostro autore: non c’entro nulla io!
Qual è la tua professione?
Autore: Scrittore, o meglio, è quello che aspiro nel farlo diventare una vera professione. Ora sono blogger, editor, assistente, ufficio stampa, di blog letterari con cui lavoro e collaboro, mi occupo anche di collaborare con una CE nota nel campo dei Romance, ma sono anche freelance perché non voglio “legami” professionali duraturi: Il mio mondo è l’editoria a 360!
Personaggio: Oddio… ma quanto ti credi importante? Scendi dal piedistallo Di Pinto “so tutto io”. Io, a differenza del dottore, sono un grafico illustratore. Anzi, al momento art director presso una casa editrice in California. Ma sai com’è, non ho bisogno di dirlo con fare autoreferenziale stile #barbaradursocolcuore. Sono una persona umile, io.
Qual è la professione dell’altro?
Autore: Beh, il sig. Donovan, che avete capito che non ama troppo i complimenti ei salamelecchi, sì, è fastidioso il ragazzo! Però ha un curriculum notevole essendo che è stato un grafico illustratore a Seattle, per la Graphics M. Perry. Oggi, grazie alla sua passione, predisposizione, intuito, creatività e grande capacità è art director di un’importante casa editrice a Los Angeles. Sto zitto, ho detto troppo che poi si arrabbia… ha un caratterino…
Personaggio: Difficile non aver capito quanto lo scrittore si creda “importante” no? Sa fare tutto, fa tutto lui in pratica. Scherzi a parte, so di essere veramente poco riconoscente e acido alle volte, però devo ringraziare lui perché altrimenti non esisterei. Lui è uno scrittore, principalmente, il resto lavora totalmente immerso nel mondo dell’editoria: gli piace tantissimo, si sente vivo.
Ti piace come sei?
Autore: A fasi alterne, devo ammettere. Lo so, non sembra perché posso apparire molto “sicuro” ma in realtà, oltre l’aspetto lavorativo dove mi sento molto tranquillo e ben spedito, nella vita di tutti giorni spesso non mi piaccio, soprattutto fisicamente, mi insulto abbastanza, anche se Donovan non ci crederà, poi ci sono giorni in cui mi piaccio, diciamo che ormai ho imparato a convivere con il mio corpo e il carattere senza più adattarmi per risultare un’altra persona, ecco.
Personaggio: Anch’io ci sono giorni sì altri no. Ho messo anni per potermi accettare un pochino, sia fisicamente, mio grande dilemma, ma anche caratterialmente e come persona. Sono abbastanza sicuro anch’io nelle mie cose, soprattutto capacità. Meno nei rapporti interpersonali dove sono una frana, combino casini, sono troppo, troppo, emotivo e impulsivo, quello mi frega sempre quando mi comporto così: non ragiono, agisco e poi, come direbbe l’autore, sono la regina del drama totale. Mi piaccio, ma altre volte assolutamente.
Cosa cambieresti di te stesso?
Autore: Sicuramente l’essere impulsivo, perché lo sono anch’io. Anche troppo drammatico alle volte nelle cose, pessimista allo stato elevato, permaloso, orgoglioso, pignolo. E poi? Potrei continuare fino a domani, credetemi. Visto Donovan? Tu che dici che non riconosco di avere difetti? Malfidato!
Personaggio: Ehm… senti chi parla, vero? Chissà perché ma abbiamo lo stesso carattere noi due, lo sai. Io dico le stesse cose di lui, magari anche dell’essere troppo emotivo, fin troppo emotivo da portarmi spesso a fare sciocchezze, a fidarmi, a stare troppo male. Vorrei essere meno emotivo, non dico insensibile, però a volte me ne vorrei fregare di più delle cose.
Cosa cambieresti dell’altro?
Autore: Essere troppo emotivo. Non è sbagliato, davvero, ma a volte è un’arma a doppio taglio per lui. E di fidarsi meno delle persone, di non metterci sempre il “cuore” ma anche la mente, ogni tanto.
Personaggio: di essere meno stacanovista, diamine! Non puoi lavorare, pensare sempre alla carriera, alla professione, alla rigorosità, alla devozione, alle cazzate che ti inventi! A volte devi vivere di più i momenti che hai nella tua vita, devi fermarti e pensare meno. Fai oltre quello che dovresti, sai benissimo che non hai nulla da dimostrare a nessuno. Te lo meriti, viviti di più quello che ti circonda.
Cosa ti piacerebbe fare in futuro?
Autore: Direttore editoriale e aprire una mia CE che abbraccia tutte le “diversità”
Personaggio: Non lo so, davvero… ma vorrei anch’io diventare qualcuno che gestisce un team, che gestisce un’azienda. Mi piacerebbe fare il lavoro che amo, far crescere chi mi sta accanto, dare la stessa opportunità che ho ricevuto io anni fa, quella di stagista.
Cosa rimpiangi del passato?
Autore: Non aver capito delle cose personali che, in tempi diversi, forse, avrei capito. Oggi sono risoluto, sono sereno su questo fronte. Però molto spesso rimpiango il fatto che mentre gli altri andavano avanti, avevano obiettivi, passioni, sogni, io non avevo niente, vivevo alla giornata, o nemmeno mi importava: ho buttato tanti anni nel gabinetto, ho lasciato i studi, non ho pensato più al mio futuro. Sicuramente oggi sono una persona diversa, ma è questo che rimpiango da sempre nella mia vita: aver perso tempo, perché ho capito che il tempo è prezioso, importante.
Personaggio: Il non accettarmi! Ho passato gli anni a mettere tante di quelle maschere sul volto che, onestamente… non mi riconoscevo più, non sapevo più chi fossi. L’ho nascosto a me stesso, agli altri, ma il male peggiore è stato nei miei confronti perché soltanto io ero l’artefice del mio dolore, del mio male totalizzante. Ho fatto prevalere la paura, il timore di deludere chi mi stava accanto, ho messo anni per ammettere di amare qualcuno, e di amare anche me stesso. Non lo rifarei mai più, oggi.
Raccontaci una memoria, un ricordo che ti è particolarmente caro.
Autore: Beh, ne ho davvero tanti e cari nella mia vita, però uno, tra questi, è quando mia mamma, che anni fa stava passando un periodo molto difficile della sua vita, nel marasma della incertezza e instabilità, una volta tornata a casa per un periodo imprecisato, si ricordò che la mia cantante preferita, Kylie Minogue, aveva pubblicato il suo ultimo album in quel periodo, lei insistette nell’andarlo a comprare: il ricordo non è il disco, ma il fatto che mamma fosse tornata a casa, il fatto che volesse recuperare quel tempo perso con noi. Il fatto che stesse tornando a vivere. Uno dei ricordi più forti che porto dentro di me, un ricordo che mi ha fatto capire il senso vero delle cose e della vita.
Personaggio: Oddio… tanti, però c’è uno forte che non dimenticherò mai così facilmente. Stavo per compiere i miei sedici anni, all’epoca, il mio migliore amico Chris ,(molti di voi lo conoscono abbastanza bene!) mi preparò una sorpresa che non ho dimenticato mai più: con l’aiuto di mia mamma, lei complice da sempre, escogitò una specie di “caccia al tesoro” : aveva piazzato delle tappe dal bus di scuola fino a casa mia attraverso una specie di cruciverba sulla nostra amicizia, sul nostro rapporto, su di me, tutti i nostri ricordi e io dovevo soltanto trovare le parole per la risoluzione. Il premio era un video realizzato da lui di tutta la mia vita. Per molti potrà sembrare banale o niente che abbia valore, però per me è stato qualcosa di importante, qualcosa che soltanto chi ti ama può regalarti.
Qual è la scena più bella del romanzo che hai scritto/interpretato?
Autore: Guarda, sicuramente ci sono tantissime scene che ho scritto che hanno un grande valore per me, però ce n’è una in particolare, sicuramente quella che le mie lettrici hanno amato e attendevano da parecchio tempo: il momento Adam e Chris! Non voglio dire altro, perché è davvero un momento forte tra loro, oserei dire “culminante” ma anche divisorio per certi aspetti. Scriverlo è stato forte quanto l’esigenza da parte loro di volerlo vivere. Ora Donovan mi picchierà, sono pronto a questa evenienza, ma qualcuno doveva dirlo.
Personaggio: Tutto quello che l’autore mi ha fatto vivere è a dir poco rocambolesco e follia alle volte. Però c’è un momento forte, tra i tanti, quello in cui ho capito chi fossi, quello in cui abbracciavo il vero Adam mettendo da parte il fake, vivendo le cose per quelle che erano: i momenti con la dottoressa Lorraine, sono quelli più intimi e importanti che porterò sempre nel mio cuore. Oddio, non oso immaginare, conoscendolo, cosa avrò risposto invece il mio creatore.
Di’ qualcosa di cattivo all’altro!
Autore: Svegliati, idiota! Se ti amasse, credi che sarebbe in grado di perderti milioni di volte? Lui ama se stesso e basta! Lo sai che è così, sai che ci tengo a te, ma credo che tu sia veramente idiota!
Personaggio: A volte sei proprio cattivo con le parole! Non ti rendi conto che puoi ferire e far rimanerci male gli altri. Credi di sapere sempre cosa dire, puoi anche avere ragione, ma a volte sei veramente un pezzo di merd*! Te lo dico con tutto il cuore.
Ora invece qualcosa di carino all’altro!
Autore: Grazie Donovan, mi hai insegnato il “coraggio”, la dedizione, quella che non avevo.
Personaggio: Ti voglio bene, grazie a te mi sono accettato. Però ora non ti allargare, va bene? Il 50 % è farina del mio sacco, il resto tuo, dai. <Sorride compiaciuto>
E in ultimo qualcosa ai lettori:
Autore: Che dire? Mi avete dato tante soddisfazioni, tante opportunità, tanto affetto e attenzione. Sto lavorando sempre più per non deludervi, per non deludere me, prima, per migliorarmi e crescere assieme a voi e attraverso il mio lavoro. Grazie per la fiducia nei miei confronti, grazie, davvero.
Personaggio: Oh, io vorrei ringraziare tutte quelle persone che hanno letto e stanno leggendo la mia storia. Vi ringrazio perché altrimenti non so dove sarei, oggi. Spero possiate ritrovarvi, non del tutto nelle stesse situazioni, mi auguro, però spero di avervi aiutato, di avervi creato quel coraggio e accettazione che vi mancava. Grazie a chi ha intrecciato la sua vita alla nostra, grazie a voi io mi sono amato di più.
Troverete Adam e la sua storia nel primo volume di Vite Intrecciate a questo link!

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Foto dal Web Immaginate di essere in una di quelle case di pietra della Gallura, in villaggi piccoli, isolati sulle colline o sui monti, lontani miglia e miglia da un dottore o da un ospedale che, nei secoli scorsi, era forse peggio di un lager. Immaginate di essere un malato terminale, immobile a letto, devastato dal dolore e dalla sofferenza. Immaginate la vostra famiglia che, impotente, vi guarda spegnervi tra atroci sofferenze ora dopo ora. Immaginate ora di vederli alzarsi, spogliare la camera da ogni amuleto o immagine scaramantica che potrebbe ostacolare il distacco dell’anima dal corpo e aggrapparla a quella casa che deve invece lasciare. Immaginateli dirvi addio e baciarvi e poi lasciare la casa con la porta aperta. Al loro posto, immaginate di veder entrare una donna vestita di nero, velata, con un mazzuolo in mano. E’ lei, la sacerdotessa della buona morte e i vostri familiari se ne sono andati per non intralciarla, per lasciarle fare il suo lavoro. A quel punto sapete che la vostra sofferenza sta per finire.
La sacerdotessa avrebbe seguito un preciso rito, sedendosi accanto al malato, recitando il rosario mentre ne accarezzava il capo, poi avrebbe scelto il metodo più indicato per porre fine a quella vita dolorosa, optando per una martellata secca all’osso parietale, sulla nuca o sulla fronte, oppure per il soffocamento con un cuscino o con le sue stesse mani. Terminato il suo compito, si dileguava nella notte, avendo già ricevuto il suo compenso: mai denaro, piuttosto prodotti agricoli dei campi di famiglia.
Lei era “s’accabadora”, la donna incaricata di far nascere i bambini, quando era vestita di bianco, o di porre fine alle sofferenze dei malati, quando era vestita di nero. Il termine che la identifica è spagnolo “acabar” che significa “porre fine”, proprio perché il suo compito più conosciuto e più importante era quello di porre fine a una vita, non certo farla nascere. Eppure molte testimonianze parlano della medesima figura per entrambe le incombenze: ostetrica e angelo della morte.
Per quanto la discussione sulla fine vita sia di stretta attualità in questi anni, per i sardi, che fin da 1500 anni prima di Cristo hanno usufruito dei servigi della sacerdotessa della Buona Morte, il problema non si è mai posto: se un malato sta soffrendo, va aiutato a passare oltre senza rimorsi, poiché è la cosa giusta da fare per il malato stesso, la sua dignità e per il dolore della famiglia.

Foto dal Web Quando s’accabadora si aggirava per le vie del paese, tutti sapevano che l’indomani, in chiesa, ci sarebbe stata una famiglia a lutto e tutti avevano rispetto per quel velo nero e per il sacchetto di lana grezza, impermeabile, che conteneva “su marteddhu”, un martello ricavato da un ramo di olivastro, lungo 40 centimetri e largo 20 che, quando non veniva usato, era nascosto in luoghi sicuri nelle case e nelle proprietà di queste donne.
Il rispetto era però accompagnato da una sorta di tabù: nessuno ne parlava, nessuno ammetteva di conoscerne l’identità, ma al momento del bisogno, tutti sapevano chi chiamare. Benché allontanata per tabù dalle storie e dalle leggende del luogo, il lavoro dell’accabadora era rispettato in quanto lei era considerata il sacro passaggio tra la vita e la morte in armonia con la natura, coi cicli vitali e mai la sua figura è stata associata a Satana, al male o all’assassinio.
Le sacerdotesse hanno operato sicuramente fino agli anni ’60 nelle zone più impervie della Sardegna, ma il mistero sulla loro attività, ancora circondato da quell’aura di segretezza e timore reverenziale, ci narra di un parroco che avrebbe raccolto la confessione di una donna, nel 2003, che dichiarò di aver posto fine alle sofferenze di un uomo molto malato non più tardi di un mese prima.

Foto dal Web Per quanto il rapporto degli uomini con la morte sia controverso e personale, tra chi accetta i cicli vitali nella loro naturalezza e chi crede nei mondi ultraterreni, è indubbio che la figura della sacerdotessa della buona morte sia da rivalutare e da analizzare meglio anche in funzione della discussione sociale sull’eutanasia legale.
Personalmente ritengo che un malato che esprima una volontà di porre fine alla propria sofferenza, debba essere ascoltato ed aiutato a morire nel modo più umano e indolore possibile e mi sento di dovermi inchinare alla forza di queste donne che, sebbene isolate e circondate dal sospetto e dal timore, accettavano di fare ciò che altri non avevano animo di realizzare, che fosse accogliere una nuova vita tra le mani o porre fine all’ultima agonia.

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Negli anni ’80 i Righeira cantavano “L’estate sta finendo, un anno se ne va…” sottolineando come la percezione dell’anno cambi prima o dopo le ferie, specie se si è studenti e si vede il tempo della scuola dilatarsi come un gorgo scuro e quello delle ferie una piccola parentesi di felicità. Abbiamo superato la boa di metà Agosto e qualcuno già inizia a tornare a casa e a pensare ai nuovi progetti, ma io continuo a estrapolare dalla pagina Scrittori in Gioco di Facebook, i contributi di chi ha giocato con me all’intervista doppia. Oggi ospitiamo Alessandro e la sua creatura, Erica. Intanto godiamoci la presentazione del libro da parte dell’editore.
Alessandro Maxia giunge al lettore con questo libro;
un’opera molto matura ed avvincente, da lui stesso cesellata
finemente nel corso del tempo.
Alessandro sa come affascinare il lettore: le righe scorrono
fluenti e incuriosiscono; si è deliziati dalle parole; la mente
spazia e fantastica; i misteri ci tengono incollati fino
all’ultimo foglio.
Chi ha amato i classici ottocenteschi amerà questo libro.
Ringraziate questo autore di “altri tempi” facendo una bella
recensione, contattatelo, e sostenetelo: se lo merita.
Io, personalmente, ho adorato leggere quest’opera e ve la
consiglio vivamente.
Nicola Bergamaschi
Fondatore – Edizioni We
Foto dal Web Ciao, come ti chiami?
Autore: Salve a tutti, mi chiamo Alessandro
Personaggio: Ciao, mi chiamo Erica
Dove vivi?
Autore: in provincia di Cagliari
Personaggio: Cagliari
Qual è la tua professione?
Autore: Scrittore (mi auguro, perlomeno, che diventi una professione)
Personaggio: per ora non lavoro, studio all’università
Qual è la professione dell’altro?
Autore: Erica è una studentessa universitaria di ingegneria
Personaggio: chi lo conosce? Dice di essere uno scrittore, sarà vero. A meno che non se lo sia inventato, allora…
Ti piace come sei?
Autore: fisicamente non molto, caratterialmente di più
Personaggio: certi giorni mi trovo uno schifo, altri giorni posso quasi dire, quasi, di essere contenta di come sono
Cosa cambieresti di te stesso?
Autore: il fisico, ma sarà dura
Personaggio: fisicamente? Dovrei perdere qualche chilo, mamma mia. Il carattere no, mi piace, non vedo niente da cambiare. Forse certe mie abitudini… ma ormai ci ho fatto, appunto, l’abitudine
Cosa cambieresti dell’altro?
Autore: è troppo acida
Personaggio: la faccia, mamma mia, ma cos’è?
Cosa ti piacerebbe fare in futuro?
Autore: continuare a scrivere e pubblicare
Personaggio: beh, lavorare dopo gli studi, visto che mi sto facendo un mazzo tanto!
Cosa rimpiangi del passato?
Autore: la semplicità della vita
Personaggio: alcune occasioni che ho perso… vabbè, sono andate, non voglio pensarci
Raccontaci una memoria, un ricordo che ti è particolarmente caro.
Autore: ho incontrato uno dei miei più cari amici all’università, quand’ero matricola. Che felice incontro
Personaggio: ho conosciuto Barbara e le altre anni fa, a un concerto. Ridevamo come pazze e non sentivamo un tubo di quelli che suonavano. Troppo bello
Qual è la scena più bella del racconto che hai scritto/interpretato?
Autore: forse la scena del mare (non anticipo nulla)
Personaggio: io non interpreto, io vivo! Comunque, mi è piaciuto molto quando ho dato l’esame e l’ho passato
Di’ qualcosa di cattivo all’altro!
Autore: basta col tuo acidume! Sei spietata!
Personaggio: ma ti sei visto?
Ora invece qualcosa di carino all’altro!
Autore: comunque ti adoro
Personaggio: dicono che tu mi abbia creato, mah. Comunque grazie… almeno sei gentile e non mi hai resa un mostro
E in ultimo qualcosa ai lettori:
Autore: se leggerete questo racconto e gli altri, ne sarò felice
Personaggio: siete interessati alle mie vicende? E allora leggetemi! Sono sicura che ne rimarrete colpiti… e magari direte: “Ma sta parlando di me!” come in quel famoso meme.
Troverete Erika nella raccolta: “5 racconti fantastici e del mistero” a questo link!


