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foto dal Web Da quando ho adottato due arnie, ho scoperto il mondo dell’apicoltura e la meravigliosa organizzazione degli alveari e degli sciami ed è giunto il momento di parlare del prodotto più importante e conosciuto delle api: il Miele. Dopo l’oro nero della liquirizia, trattato nel precedente articolo nell’Armadietto di Draco ecco quindi l’oro liquido, quel cucchiaino dolce e avvolgente che una singola ape produce nella sua breve vita di appena quaranta giorni.
Il miele è infatti il prodotto che le api, domestiche o selvatiche, producono a partire dal nettare bottinato nei fiori e composto principalmente da glucidi, come saccarosio, glucosio e fruttosio, con un tenore d’acqua che può arrivare fino al 90%. La produzione del miele comincia nell’ingluvie dell’ape bottinatrice (la cosiddetta borsa melaria), dove il nettare raccolto viene accumulato. All’interno dell’ingluvie comincia il processo di trasformazione del nettare in miele, grazie principalmente all’enzima invertasi, che attiva il processo di idrolisi del saccarosio in glucosio e fruttosio. Giunta nell’alveare, l’ape rigurgita il nettare, che a questo stadio si presenta molto liquido, e tramite un processo di passaggio di ape in ape chiamato trofallassi il nettare si carica di enzimi e perde umidità.

Foto dal Web L’elaborazione del nettare viene ultimata con la sua disidratazione, fino ad arrivare a un’umidità naturale variabile di circa 16-23%, che consente la conservazione del miele. A questo scopo, le api operaie lo depongono in strati sottili sulla parete delle celle. Le api ventilatrici mantengono nell’alveare una corrente d’aria che determina un’ulteriore evaporazione dell’acqua. Il miele impiega in media 36 giorni per maturare, ma la durata varia a seconda dell’umidità iniziale del nettare, della temperatura e dell’umidità ambientale. Le cellette dei favi, una volta piene, saranno sigillate da un opercolo.
Nell’alveare tutto è organizzato a puntino: una singola regina, dopo un unico volo nuziale, può vivere 4-5 anni e continuare a produrre uova di operaie, fuchi (i maschi) o nuove regine, sia per dividere l’alveare in due famiglie e “sciamare” in cerca di una nuova casa, sia per creare la nuova regina che la rimpiazzerà quando ormai si avvicina alla sua fine. Le regine allevate vengono marcate con un piccolo puntino di colore, innocuo per lei, sul torace, in modo da renderla subito visibile (è comunque molto più grande delle sue figlie operaie) e sapere di che anno è: infatti a ogni anno è associato un colore standard. Tutte le uova vengono disposte nelle celle di “covata”, situate di solito nella parte centrale, mentre ai lati ci sono le riserve di cibo e qui vengono pulite, nutrite e accudite dalle più giovani tra le api, quindi un’ape neonata come primo lavoro farà la babysitter dentro l’alveare e solo in seguito diventerà bottinatrice di acqua, poi di nettare e, verso la fine della sua vita, sarà eletta a soldato.

Foto dal Web Questi passaggi sono perfetti per le api, poiché i soldati sono coloro che si sacrificano, pungendo i nemici e morendo in difesa dell’alveare ed è giusto che siano le più vecchie a farlo, quelle già prossime alla morte, ma intanto, nuove generazioni si preparano a svolgere i loro compiti così importanti per l’alveare e per la vita stessa dei vegetali sulla terra. Api e insetti impollinatori infatti, sono responsabili della riproduzione dei fiori e di tanti vegetali e, senza di loro, tutta la vita morirebbe inesorabilmente.
Il miele si conserva talmente bene, che se il barattolo è a chiusura ermetica o comunque bel curata, può resistere anche per millenni, tanto che è stato trovato un vasetto di miele in una tomba egizia del 1300 AC ancora in buono stato di conservazione. La storia del miele però è anche più vecchia di quel vasetto, perché già dal VI millennio AC sono state trovate indicazioni di alveari artificiali per allevare le api e il nome stesso pare venire dall’antico ittita “Melit“. oggi si usano vari modelli di arnia, dal tradizionale a castello, con i telai prestampati a cellette di cera su cui le api costruiscono i loro favi, fino alle novità, come quelle che ho scelto io, le top-bar, in cui le api sono libere di costruire da zero il loro favo come in natura.

Foto dal Web Nell’antico Egitto il miele era apprezzato: risalgono a 4000 anni fa le prime notizie di apicoltori che si spostavano lungo il Nilo per seguire, con le proprie arnie, la fioritura delle piante. Gli Egizi usavano deporre accanto alle mummie grandi coppe o vasi ricolmi di miele per il loro viaggio nell’Aldilà. Dalla decifrazione dei geroglifici è risultato palese che ricette a base di miele erano impiegate non solo a uso alimentare, ma anche medico, per la cura di disturbi digestivi e per la produzione di unguenti per piaghe e ferite, grazie alle sostanze antibiotiche naturalmente presenti nel miele e alle sue proprietà cicatrizzanti.
Mi è capitato stesso di applicare il miele non pastorizzato sulle ferite degli animali e sulle mie e al pari dell’aloe (efficace più sulle cicatrici già formate, e di cui parlerò un un prossimo articolo), si è rivelato un ottimo prodotto, anche migliore di costosi rimedi farmaceutici. I Sumeri lo impiegavano in creme impastate con argilla, acqua e olio di cedro, mentre i Babilonesi ne facevano uso culinario: erano diffuse focaccine fatte con farina, sesamo, datteri e miele. Nel Codice di Hammurabi si ritrovano articoli che tutelano gli apicoltori dal furto di miele dalle arnie.

Foto dal Web I Greci lo consideravano “cibo degli dei”, perché rappresentava una componente importantissima nei riti che prevedevano offerte votive. Omero descrive la raccolta del miele selvatico; Pitagora lo raccomandava come alimento per una vita lunga. I Romani ne importavano grandi quantitativi da Creta, Cipro, dalla Spagna e da Malta. Da quest’ultima pare anche derivarne il nome originale Meilat, appunto “terra del miele”. Veniva utilizzato come dolcificante, per la produzione di idromele, di birra, come conservante alimentare e per preparare salse agrodolci. Nella alimentazione medievale il miele aveva un ruolo ancora centrale, seppure ridotto rispetto all’antichità, ed era usato principalmente come agente conservante oltre che dolcificante.
Il miele fu gradualmente soppiantato come agente dolcificante nei secoli successivi, soprattutto dopo l’introduzione dello zucchero raffinato industrialmente. Solo recentemente, in virtù delle riconosciute proprietà terapeutiche, il miele sta ritornando in voga.

Foto dal Web In commercio si trovano mieli di diverse fluidità e colori, e ciò dipende dai fiori prevalenti o esclusivi nel periodo di bottinatura e dalla disidratazione del prodotto stesso. L’anno scorso le mie piccole amiche hanno prodotto due tipi diversi di miele, prima un millefiori, poi uno di castagno. L’apicoltore esperto conosce i periodi di fioritura e toglie i favi su cui le apine stanno lavorando in modo da ottenere il prodotto puro che preferisce.
Le api non producono però solo il miele: il loro corpo produce naturalmente, senza bisogno di materie prime, sia il veleno che iniettano con il pungiglione, la pappa reale e la cera. Il pungiglione è un capolavoro di ingegneria, perché ha una forma a punta di freccia che lo rende difficile da estrarre e, sebbene sia ancorato all’intestino dell’ape che quindi andrà a morire, una volta punto il nemico, può continuare a muoversi anche dopo il distacco e pompare altro veleno nel foro di ingresso. Regina e fuchi non hanno il pungiglione, prerogativa delle operaie, ma tutte possono anche dare dei “morsetti” di avvertimento.

Foto dal Web La cera viene prodotta dalle ghiandole ceripare, situate sotto l’addome e viene raccolta dalle zampe e lavorata con le mandibole per creare le cellette o per sigillare l’alveare. La pappa reale invece viene prodotta attraverso due ghiandole, dette ipofaringee: si tratta di una sostanza gelatinosa di colore bianco ricca di proteine che serve a nutrire le piccole larve fino a tre giorni e l’ape regina per tutta la vita. La pappa reale viene prodotta dalle api dopo che hanno mangiato una grande quantità di polline di fiori ed è un alimento di eccezionale valore, un concentrato di sostanze vitali molto utili anche per l’uomo.
Invece grazie alle materie prime producono la propoli attraverso resine e balsami speciali che le api bottinatrici raccolgono dalle gemme di diverse piante: una volta elaborate, sono trasformate in propoli, usata per costruire barriere di difesa, ma anche come antibatterico all’interno dell’alveare. Il polline infine è raccolto come polvere che rimane attaccata sulle zampette pelose quando entrano in un fiore per succhiare il nettare. Con le spazzole che hanno sulle zampe anteriori lo mettono nelle due “cestelle del polline” delle zampette posteriori così possono trasportarlo comodamente all’alveare. Il polline rappresenta l’unica fonte proteica per le api e quindi è importante per la loro crescita. Il suo contenuto proteico e vitaminico lo rende un alimento utile anche per l’uomo, in particolare per i bambini, per gli anziani, come ricostituente.

Foto dal Web Usi farmacologici:
Il miele possiede un’elevata concentrazione zuccherina e in soluzione beneficia dell’azione della glucosidasi contenuta: questo enzima, inattivo nel miele puro, in soluzione si attiva, trasformando il glucosio in acido gluconico e acqua ossigenata; ciò consente di proteggere il miele in formazione dalla presenza di batteri, quando ancora non agiscono l’acidità e la concentrazione di zuccheri.
Nella medicina erboristica, il miele è suggerito per la cura del sistema emopoietico (grazie alla ricchezza di sali), del sistema cutaneo (favorisce la cicatrizzazione e l’idratazione), del sistema nervoso (migliorerebbe sonno e concentrazione), dell’apparato respiratorio (contro tosse e catarro, sciolto in latte o tè), dell’apparato circolatorio (si presuppone abbia un’azione ipotensiva), dell’apparato digerente (regolarizzerebbe l’attività escretoria dei succhi gastrici e della flora batterica, migliorerebbe l’assorbimento di calcio e magnesio, sarebbe leggermente lassativo fatta eccezione per quello di lavanda o castagno).
Le proprietà antibatteriche e antiossidanti del miele sono oggetto di studi scientifici approfonditi. Queste sono massime nel miele fresco e diminuiscono nel tempo e con esposizione alla luce e calore, mentre nel miele pastorizzato possono essere completamente assenti.
Curiosità: nell’antico Egitto, uno dei nomi di incoronazione dei faraoni era Nysut bity, ovvero “del giunco e dell’ape”, poiché il nuovo re doveva essere flessuoso come un giunco, che si presta agli strali delle tempeste senza spezzarsi e operoso come un’ape per il suo popolo.

Foto dal Web La ricetta di Zel

Foto dal Web Sebbene ci siano migliaia di ricette in cui il miele è l’ingrediente principale, soprattutto in pasticceria, oggi riporto la ricetta dei Dorayaki giapponesi così come l’ho messa a punto negli anni.
Si inizia sbattendo 2 uova con 50 gr di zucchero, poi si aggiungono 100 gr di farina, un cucchiaino di miele e due di acqua in cui è stato sciolto un cucchiaino di lievito per dolci. Si ottiene una pastella che va fatta riposare mezz’ora, prima di cuocerla in una padella antiaderente appena unta con olio di semi o burro.
L’impiattamento prevede due dorayaki uniti, come un disco volante, al cui interno viene spalmata della crema di nocciole (o mandorle o pistacchi), marmellata di frutta o, come nella tradizione giapponese, di fagioli rossi Azuki.

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foto dal Web Veniva definita Oro Nero, prima che il fetido petrolio ne usurpasse il nome. E non a caso la liquirizia era preziosa come l’oro! Le sue proprietà farmacologiche sono importanti e variegate, tanto da renderla una pianta davvero utile in erboristeria. Personalmente non amo la liquirizia pura, è troppo amara, mi stordisce le papille gustative, preferisco le caramelline gommose, più delicate o, meglio ancora, le radici da masticare fino a farle sfioccare in un pennellino aromatico utilissimo quando, fuori casa, non si riesce a lavare i denti. Nella mia infanzia, le liquirizie avevano le mille forme delle Morositas, delle Tabù, delle Tic tac, ma anche delle rotelle e di tutte le gommose Haribo, ma anche il bastoncino del Liuk al limone, che si scioglieva in mano e macchiava tutto di nero appiccicoso!

Foto dal Web La pianta che ci dona le sue radici da cui estrarre l’essenza di liquirizia è la Glycyrrhiza glabra, una pianta perenne le cui proprietà farmacologiche erano già note, in Egitto, in medio Oriente e in Cina. L’evo Oscuro come sempre ci ha tolto queste antiche sapienze e solo nel XV secolo è stata reintrodotta negli erbari dai frati domenicani, ma già Ippocrate la consigliava contro la tosse.
Principio attivo è un glicoside chiamato glicirrizina di cui sono note le proprietà antinfiammatorie e antivirali e potrebbe sostituire il saccarosio nella dolcificazione degli alimenti. Principalmente viene usata nella terapia dell’ulcera, malattie croniche del fegato e nella prevenzione di gravi malattie autoimmuni, oltre a inibire la replicazione del virus HIV e coronavirus associato alla SARS in cellule umane.

Foto dal Web Esiste una dose massima consigliata giornaliera che è di 2 mg/kg al giorno di glicirrizina (bisogna controllare il contenuto nelle caramelle che consumiamo rospetto al loro peso, ma anche alcuni farmaci e parafarmaci o lassativi ricchi di estratti di concentrati di liquirizia). La glicirrizina ha infatti molti effetti collaterali sull’equilibrio dei sali minerali nel corpo e un abuso di liquirizia può provocare ritenzione idrica, aumento della pressione, fino all’ipertensione (tramite riassorbimento del sodio, e maggiore escrezione di potassio) e questo diviene evidente con gonfiore al viso e alle caviglie, mal di testa e astenia. Inoltre possono aumentare l’effetto di farmaci assunti e andare in contrasto con l’uso, per esempio, dei farmaci digitalici, causando ipersensibilità al prodotto. Pertanto le persone predisposte a ipertensione o edemi, i diabetici e le donne in gravidanza o in allattamento, devono evitare l’uso prolungato di estratti di questa pianta. Da evitare l’uso anche in caso di epatopatie colestatiche, cirrosi epatica, ipertensione, ipopotassiemia e grave insufficienza renale.
A difesa della liquirizia, sembra che l’aumento della pressione sia evidente solo in seguito al consumo di caramelle e dolciumi in cui è contenuta la sola glicirrizina, che è uno dei componenti della liquirizia, ma non se questa è consumata nella sua integrità. Quindi resta importante presidio terapeutico per rendere più fluido il muco, facilitandone l’espulsione dalle vie respiratorie; inoltre, contrasta l’infiammazione e lo sviluppo di infezioni, facilitando la ripresa della normale funzionalità respiratoria. Questi effetti sono associati prevalentemente alle saponine triterpeniche, anche se non si può escludere il contributo di altri composti, soprattutto i flavonoidi.

Foto dal Web La glicirrizina riduce l’acidità di stomaco, prevenendo la formazione di ulcere e migliorando i sintomi associati a disturbi della secrezione gastrica come le esofagiti da reflusso e in questo posso confermare in prima persona la sua utilità, visto che la uso da anni come rimedio naturale quando i problemi gastrici da stress e ansia mi devastano lo stomaco. Alcuni studi preclinici hanno evidenziato anche la capacità dei componenti della liquirizia di contrastare l’infezione da Helicobacter pylori, uno dei batteri corresponsabili dell’ulcera peptica. Infine, nei casi di afte orali, l’uso dell’estratto topico aiuta la guarigione.
Personalmente amo consumarla sia masticando la radice che in tisana, insieme a menta, melissa, finocchio e altre piante utili per i vari disturbi di stomaco o intestino, creando il mix adatto a quel giorno particolare.

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Foto dal Web Quando si parla di presenze, fantasmi e spettri, ci si addentra nei reami della fede, sia sulla vita dopo la morte, che sulla possibilità che queste diverse forme di esistenza si possano manifestare ed essere percepibili ai viventi, coi nostri limitati campi percettivi. Per ogni contributo audio o video che si trova in rete, un buon tecnico può dimostrare come sia stato realizzato al fine di truffare il pubblico e sono veramente pochi i documenti privi di una spiegazione logica. Resta indubbio che la possibilità di rivedere i trapassati, ascoltarli e toccarli, specie se sono i nostri cari, ha attraversato il tempo e lo spazio, divenendo un “topos” sociale e letterario fin dall’antichità.
Nell’articolo su Azzurrina, il fantasma di Montebello, ho parlato anche delle tecniche dei Ghost Hunters per rilevare i fantasmi attraverso i campi elettromagnetici o le registrazioni audio/video. In questo articolo ripercorrerò invece le classificazioni delle entità secondo gli studiosi del paranormale e poi secondo me, offrendo all’analisi un mattone importante della trama di Memorie dal Buio. Per quale motivo ho sentito la necessità di proporre una nuova classificazione delle entità? Semplicemente perché le nomenclature di cui vi parlerò ora, quelle ufficiali, non risolvono la domanda su una possibile natura dei fantasmi e il loro comportamento, ma ripercorrono in maniera superficiale gli avvistamenti più eclatanti, mentre la mia teoria, pur nella completa impossibilità di una spiegazione scientifica (come ogni cosa che riguarda il soprannaturale), ne offre una abbastanza logica da essere collante in un romanzo. Vediamo dunque insieme una prima classificazione “ufficiale”:

foto dal Web - Poltergeist: è un termine di origine tedesca, letteralmente “spirito chiassoso”, che descrive tutti quei fenomeni come lo spostamento di oggetti, il rompersi di piatti, lo sbattere delle porte, ma anche voci e rumori. Una teoria li lega alla presenza di bambini e adolescenti vivi che, essendo pieni di energia, la scaricano all’esterno del proprio corpo creando fenomeni che i più considerano spiritici. Una celebre presunta testimonianza di questa tipologia, è la leggenda della Strega dei Bell. Siamo nel 1817 e John Bell, del Tennessee, dichiarò di essere stato vittima di un poltergeist che aveva infestato la sua casa e lo colpiva sul volto durante la notte e arrivò a causarne la morte avvelenando una boccetta di sciroppo.
- Residui psichici: appaiono sempre nello stesso identico modo, nello stesso luogo e compiono gli stessi gesti. Il “doppio”, “apparizione-crisi” e “proiezione astrale”, farebbero parte di questa tipologia: Il doppio in particolare sarebbe uno spettro ambasciatore di morte, ovvero la manifestazione ai parenti di una persona morente con le sembianze del malato. L’apparizione-crisi sarebbe il fantasma di una persona ancora in vita e sottoposta a un fortissimo stress emotivo (a causa di un pericolo immediato), tale da permettere lo “sdoppiamento” della propria persona che apparirebbe quindi sotto forma telepatica a un familiare o a un amico. In questi casi si parla più propriamente di bilocazione e alcuni sedicenti medium affermano di essere in grado di utilizzare coscientemente questo espediente e in questo caso si chiama proiezione astrale (ubiquità). Per lo studioso inglese Andrew Green, queste apparizioni coprirebbero di gran lunga la maggioranza dei casi.
- Doppelgänger: indica la copia, il doppio paranormale di una persona ancora in vita. Solitamente questo tipo di apparizioni vengono interpretate come presagi maligni o di sfortuna, una forma di bilocazione malvagia o sinistra. In alcune culture, familiari o amici di una persona che appare loro come doppelgänger interpretano la cosa come segnale di pericolo o malattia, mentre si dice che se una persona vede il proprio doppio, allora è presagio di morte. In altre culture, il doppio è tale in maniera completa, carne e ossa.
- Gli spettri ciclici: sono fantasmi innocui che appaiono ciclicamente in un certo posto, in ricordo di un avvenimento a loro caro o temuto. Per esempio soldati sul campo di battaglia dove hanno perso la vita, condannati a morte dove sono stati giustiziati o suicidi dove hanno compiuto il gesto estremo. Della stessa genia sono i Fantasmi domestici, la causa del fenomeno dell’Infestazione. Sono spettri che infestano una casa o un luogo circoscritto e rimangono stabili anche nel corso dei secoli, si crede a causa del fatto che non sanno di essere morti e per questo spesso ripetono i medesimi gesti, ignorando le persone presenti nel luogo. Appaiono sia sfumati che con dettagli talmente vividi da sembrare persone reali.
- Ectoplasma: indica la materia nebbiosa e densa che fuoriesce dal medium durante la fase di materializzazione, necessaria per la ricomposizione visiva di spiriti.
- Banshee: fantasmi femminili tipici di Irlanda, Galles e Scozia, il cui nome deriva dall’irlandese e significa “donna fata”. Sono legati a una particolare famiglia e i discendenti non possono liberarsene fino alla morte della persona cui la banshee è legata. Si manifestano di notte per lo più, come figure urlanti che annuncerebbero un lutto prossimo per la famiglia, e si dice siano in grado di fare impazzire chi le ascolta. Nonostante l’aspetto cadaverico, scheletrico con occhi verdi luminescenti, la banshee non avrebbe altro scopo che proteggere la famiglia dagli attacchi dei nemici esterni.
- Aatxe: spiritello malvagio della cultura basca.
- Baubau (o uomo nero): fantasma malvagio della cultura italiana.
- Bella ‘mbriana: spirito della casa napoletano, antagonista del Munaciello.
- Cane Nero (Barghest): fantasma malvagio, messaggero dell’oltretomba del folclore della Gran Bretagna.
- Spiriti animali: sono una minoranza nella casistica e possono essere malvagi o benevoli, ma sono quasi sempre animali domestici (cani e gatti), se escludiamo il Canguro fantasma, creatura leggendaria australiana.
- Incubo e Succuba: spirito/demone maschile (incubo) e femminile (succuba) della tradizione romana che causa brutti sogni alle proprie vittime.
- Jinn: geni della religione preislamica.
- Strzyga: categoria di spettri della mitologia slava.
- Strigoi: spirito inquieto della mitologia rumena.
- Yokai: un gruppo di esseri soprannaturali della mitologia giapponese, vi appartengono spiriti e demoni.
- Yurei: fantasmi giapponesi (non appartengono al gruppo degli Yokai).

foto dal Web Se del culto dei morti sappiamo molto, grazie a petroglifi, pitture rupestri e ritrovamenti archeologici, su fantasmi e apparizioni abbiamo meno documenti. Se escludiamo gli egizi, di cui parlerò ampiamente dopo, i primi testi scritti sulle apparizioni di spettri possiamo apprezzarle in Odissea ed Eneide, dove le ombre, associate a specifiche persone, sono per lo più visive, mentre in altri casi sono addirittura uditive o olfattive. Per altre culture lo spirito può manifestarsi sotto forma di animale, demone o pianta.
La differenza tra le varie culture è come queto spirito veniva visto: maligno, benigno o naturale? Anticamente tutto era riconducibile alla natura, quindi tali apparizioni facevano parte di un ciclo diverso di vita e per questo venivano celebrate in festività come Samhain, il capodanno celtico, che per noi cade ad Halloween, momento in cui il Sidhe, il velo che divide il regno dei vivi da quello dei morti, è tanto sottile che può essere attraversato dagli spiriti. Per i romani c’erano i Lemuralia, feste in cui il capofamiglia vagava nove volte in cerchio in casa gettando fave nere dietro le sue spalle per placare gli spiriti.

foto dal Web Con l’avvento del cristianesimo, tutte queste pratiche sono state dichiarate pagane e demonizzate, così da ottenere che i fedeli non bypassassero il sacerdote, chiedendo intercessione ai morti invece che a dio. Forse non tutti sanno che il concetto di Purgatorio (come molte altre liturgie che oggi consideriamo originali dell’epoca della fondazione della setta cristiana), è nato nel medioevo, allorquando ci si rese conto che sarebbe stato un modo per mantenere le anime dei defunti in sospensione del giudizio, abbreviando tale processo grazie alle più cospicue donazioni da parte della famiglia. Quindi le uniche tre destinazioni possibili per un’anima cristiana sono il Paradiso, il Purgatorio o l’Inferno. In questo senso, la chiesa si proponeva di fare da intermediario tra i due mondi, ma mai in nessun caso la dottrina cristiana ammette che tali anime possano “sfuggire” al controllo di dio, uscendo dal purgatorio o non andandoci affatto per restare a infestare il mondo dei vivi. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica non si parla infatti di fantasmi, mentre nella Bibbia sono narrate apparizioni di spiriti (Saul fa evocare lo spirito di Samuele; durante la Trasfigurazione di Gesù appaiono Mosè ed Elia). Quelle che vengono viste come anime dei defunti sarebbero, secondo il Vaticano, spiriti inviati da Satana.
Nell’Induismo le scritture affermano genericamente che morire per suicidio (e per ogni tipo di morte violenta) porta a diventare un fantasma, destinato a vagare sulla terra fino al momento in cui si sarebbe dovuti morire se non ci si fosse suicidati.

Foto dal Web Superati i secoli bui, umanesimo, rinascimento, il secondo imbarbarimento dei 1600, arriviamo all’epoca dei Lumi e, nella seconda metà del XIX secolo, a un ritorno in pompa magna dell’interesse per l’occulto. Il 1854 è una data famosa per gli addetti ai lavori. In questo anno le sorelle Kate, Leah e Margaret Fox tentano, per la prima volta nella storia, di comunicare con un’entità ultraterrena a partire dal fatto che nella loro abitazione di Hydesville avevano iniziato a udire strani rumori, i mobili si spostavano da soli e si sentiva bussare incessantemente alle pareti. La notte del 31 marzo la giovane Kate decise di sfidare la presenza creando un codice fatto di colpi al quale la presenza reagiva rispondendo coerentemente. Interrogando il fantasma, le tre sorelle scoprirono che si trattava dello spirito del defunto Charles B. Rosma, un venditore ambulante che fu imprigionato e ucciso in quella casa.
Fu una svolta. Già si stava diffondendo la neonata dottrina filosofica francese dello Spiritismo teorizzata da Allan Kardec, ma le sedute pubbliche delle sorelle Fox la resero famosa e, dopo quell’anno, anche la letteratura iniziò ad avere il tema dei fantasmi come “topos” del romanzo cosiddetto “gotico”. Cosa affermava lo studioso? Secondo lui i fantasmi possono divenire visibili grazie a un fenomeno del tutto naturale: rendono più “denso” il loro corpo animico, formato da sostanza materiale estremamente rarefatta, e grazie a particolari circostanze medianiche (tra cui l’ectoplasma del medium), appaiono a chi desiderano. Kardec descrisse il fenomeno prendendo a prestito il concetto scientifico per cui un gas, che in condizioni normali non è visibile, quando viene raffreddato diviene immediatamente semi-trasparente e raffreddato ulteriormente diventa solido e tangibile.

Foto dal Web Dal 1882 la Parapsicologia indaga i fenomeni paranormali, ma li riconduce praticamente tutti alla mente umana. Le apparizioni non sarebbero altro che allucinazioni provocate da un forte stress emotivo e dalla suggestione: lo stress derivante dalla paura e dalla convinzione dell’esistenza degli spiriti, induce l’individuo ad avere allucinazioni che possono essere di tipo visivo, uditivo, olfattivo e tattile. Tale allucinazione può essere addirittura collettiva, sia quando il soggetto che offre la suggestione riesce a essere impositivo con la sua visione, convincendo gli altri a visualizzare le medesime immagini, sia tirando in ballo la telepatia. Sempre la telepatia sarebbe poi l’origine dei cosiddetti “fantasmi viventi”, o “ubiquità”, fenomeno per cui un soggetto potrebbe “sdoppiarsi” e trasmettere altrove la propria immagine.
La parapsicologia si è anche occupata del movimento degli oggetti, ipotizzando la telecinesi, ovvero la capacità di muovere oggetti con la mente, magari in maniera inconsapevole, dando origine alle leggende sui Poltergeist. Quindi sebbene usando spiegazioni non suffragate da prove, la parapsicologia tenta di dare una connotazione scientifica alle apparizioni, accentrando lo studio sulla mente umana e il fatto che parte della sua funzione ci è ancora ignota e resta avvolta nel mistero.

Foto dal Web Herman Wilkins e Peter Underwood (rispettivamente professore dell’università dell’Ohio e cacciatori di fantasmi) più di recente hanno offerto l’ipotesi dei “buchi spaziotemporali”: in particolari situazioni ambientali, squarci nel continuum dello spazio-tempo permetterebbero la visione di immagini di altre epoche passate, così da spiegare i fenomeni delle figure che attraversano i muri o fluttuano nell’aria o con metà corpo dentro una strada: se nel passato quelle strutture non c’erano, ecco che le due immagini si sovrappongono nella finestra. Il muro in passato forse non era lì o la strada era più bassa.
E oggi? Beh la scienza ovviamente nega il soprannaturale, ma il bello della scienza è che per lo meno prova a spiegare i fenomeni, si pone il problema che possano esistere forme di energia non ancora capite, studiate e teorizzate, esattamente come l’avvento della relatività generale di Einstein dopo secoli di scienza newtoniana: qualcosa che era solo teoria, poi è stata spiegata e accettata dalla comunità scientifica.

Foto dal Web MEMORIE DAL BUIO
Tutto il materiale seguente è frutto nel mio ingegno ed è stato già pubblicato in parte nel romanzo Memorie dal Buio – Meretrix, in cui Samael spiega qualcosa a proposito del Ka e verrà ancora ripreso in altri romanzi di prossima pubblicazione.
Ogni cultura ha un suo concetto di al di là, dalla bellissima Duat Egizia, al paradiso monoteista, dall’inferno per i peccatori, all’oltretomba cupo greco, al Valhalla vichingo e ognuno ha una credenza sul destino delle anime. Alcune restano in questo altro piano, avendo concluso il loro ciclo vitale, magari in attesa di una “resa dei conti”, una “fine del mondo” che cambierà le cose. Per altre culture invece le anime tornano a reincarnarsi ed è questa teoria che ho inserito nei romanzi.

Foto dal Web Chi mi conosce, sa che per me l’Egitto è la vera culla della civiltà, ecco perché quando ho scoperto la complessità della visione delle anime nella loro religione, ho deciso che sarebbe divenuta parte della genesi di Memorie dal Buio. Romanzo dopo romanzo, ogni aspetto occulto verrà infatti spiegato, dalla genesi delle razze soprannaturali all’origine del mondo, dalla natura dei celestiali alla storia parallela del mondo preternaturale accanto a quello umano. Iniziamo ora dall’anima, così evito gli spoiler!
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L’Ermetismo ci tramanda la leggenda di Imhotep, che fu architetto del faraone Djoser, creatore della Piramide a gradoni e del complesso di Saqqara, ma anche medico, studioso eclettico che potremmo paragonare a un Leonardo del mondo antico. Secondo gli ermetici greci, egli sarebbe tornato nel corpo rianimato per istruire il medico Tessalo sulle erbe medicinali, ma questa possibilità era davvero teorizzata dagli egizi antichi? Certo che sì. E questo perché l’anima, secondo gli egizi, era un concetto multiforme, un insieme di parti, ognuna con le sue caratteristiche e la sua funzione.

Foto dal Web In questo paragrafo è riassunto, tutto il concetto complesso che gravita attorno all’idea di anima per gli egizi. Vediamola passo a passo e scopriamo in che modo si può rapportare alle varie manifestazioni degli spettri. Siamo davanti a otto concetti: uno è il corpo fisico, ma gli altri sono idee soprannaturali.
- Sekhu (o khet o khat) è il corpo materiale, quello di carne e ossa che, dopo la morte, si decompone e che può ospitare l’anima solo se è in vita. Non appena le funzioni vitali cessano in via definitiva, l’anima normalmente si stacca in unico blocco e migra nell’al di là. Attraverso i rituali del funerale e la conservazione del corpo tramite mummificazione (che lo trasformava in Sah, ovvero nobiltà, dignità), i sacerdoti egizi garantivano al defunto la possibilità di tornare periodicamente nel proprio corpo con una parte di anima, per partecipare della vita dei suoi congiunti. E se qualcosa fosse andato storto o se i rituali di sepoltura non fossero stati eseguiti correttamente o del tutto? Di certo sarebbe nato l’intoppo che avrebbe imprigionato uno spettro nel nostro mondo.
- Ren è il nome vero. Non quello con cui veniamo riconosciuti e chiamati, ma quello (se c’è, beninteso), che la madre sceglie per il proprio figlio e che gli comunica in segreto. L’idea è che spesso il nome sia una consuetudine dinastica, non l’espressione dell’anima del bambino e si offra il nome di un parente, per onorarlo, ma non si tratti del nome che una madre avrebbe dato, in libertà, al proprio figlio. Presso i nativi americani poi il nome cambia, perché accanto a quello con cui viene chiamato da piccolo, va formandosene uno che lo identifica da adulto. In fondo, anche noi prendiamo soprannomi, avatar o pseudonimi che sentiamo più “nostri”. Il concetto di Vero Nome, scelto dalla madre, sarebbe dunque espressione di una ispirazione metafisica o un semplice augurio che la genitrice offre al neonato o al bambino. La potenza del nome è ben conosciuta in ogni cultura, basti pensare che Iside è l’unica ad essere riuscita a farsi rivelare il nome segreto di Ra e che durante il rituale di esorcismo, la prima cosa che un officiante cerca di ottenere, è il vero nome dell’entità, poiché conoscere il vero nome, offre potere sulla creatura. Un detto egizio recita: «L’uomo di cui è pronunciato il nome, vive».
- Sheut è l’ombra, il ricordo fisso delle vite passate. Quando una persona è in vita, si può vedere che l’ombra non abbandona mai un corpo, quindi per gli egizi qualcosa di noi passava nella nostra ombra ed erano proprio questi ricordi, vissuti come un film, forse proprio quello che si dice che i moribondi vedano poco prima di trapassare. In Egitto, l’ombra aveva anche una valenza protettiva sull’anima, tant’è che il geroglifico che la rappresenta contiene un parasole, che proteggeva dai caldi raggi del sole del deserto. L’importanza dell’ombra era nota anche presso gli sciamani Cheyenne, che ritenevano che “vedere la propria ombra” avesse un significato di importante cambiamento, nel bene o nel male. Ma, come dice Samael, l’ombra non appare mai, se prima non c’è la luce.
- Sekhem è questa luce che mette in evidenza l’ombra; è la forza dell’anima, l’energia vitale che condiziona i poteri paranormali, le facoltà particolari. Nel mondo di Memorie dal Buio i soprannaturali hanno ovviamente un Sekhem molto sviluppato, consapevole e potente, che governa il loro potere. Infine è ciò che permette all’anima reincarnata, come una lanterna nel buio, di ritrovare il suo passato, le ombre dei suoi ricordi. Ogni volta che un’anima rinasce a vita fisica, il suo Sekhem può aumentare, ma se l’individuo non sviluppa a pieno il suo potenziale finché è in vita, è come se ne perdesse lo spessore, se cadesse a un livello più basso, proprio come teorizzano gli studiosi della reincarnazione: le anime lasciano le spoglie materiali e, prima o poi, tornano in un altro corpo fisico e questo sarà umano, se sono stati retti e giusti, ma animale se non lo sono stati e devono, per punizione, risalire la ruota del karma da un gradino tanto più basso dell’evoluzione, quanto più sono stati inadempienti o cattivi.
- Akhu è la scintilla divina, la parte di anima che procede direttamente dalla creazione e che tiene unito tutto il resto, specie nell’al di là. Non ne parlo molto per non fare spoiler su romanzi ancora non usciti, ma conto di aggiungere un bel pezzo sulla stilla divina a breve! Basti pensare che, in Egitto, si credeva che fosse l’Akhu ad apparire in forma luminescente ai vivi. Era il loro concetto di fantasma e non appariva di notte, ma a mezzogiorno, quando il sole allo zenit non proietta ombra e gli uomini, senza ombra, erano indifesi!
- Ka è l’ultima cosa che viene soffiata nel bambino che nasce, la prima a staccarsi quando muore. Si dice che provenga geneticamente dal padre ed è la vera sorgente immortale dell’anima, ciò che cresce e prende consapevolezza ogni volta che si incarna in un nuovo essere vivente. Siamo davanti alla somma delle esperienze e del vissuto non ricordi cinematografici come nella Sheut e, quando i vampiri nell’ambientazione praticano le sentenze di morte tradizionali, procedono a estirpare proprio il Ka, restituendo l’anima alla primigenia innocenza e permettendole di risalire la scala dell’evoluzione dello spirito e quella perfezione che, una volta raggiunta, permette l’ascensione a un livello superiore, quello dei Celestiali (angeli o demoni poi è una scelta personale). Gli antichi egizi addirittura credevano che gli dèi avessero più di un Ka, tanto era vasta la loro anima. Essendo una parte decisamente indipendente dalle altre, è quella che si può staccare provvisoriamente anche mentre si è in vita, nelle cosiddette proiezioni astrali. La distinguiamo dalla Sekhem perché il Ka è una parte consapevole su cui possiamo lavorare, mentre la Sekhem è una luce interiore che cresce o si perde senza che noi possiamo impedirlo o manipolarla. Di certo però è intuitivo che viaggino parallele e che, al crescere dell’una, cresca l’altra.
- Ba è il doppio dell’uomo, una copia fedele in ogni dettaglio che, presa forma di uccello, può viaggiare tra i mondi. E’ l’ultimo frammento a lasciare il corpo, l’ultimo legame con le spoglie terrene e l’ultimo faro in caso che la morte sia solo apparente o uno stato comatoso e, in questo caso, funge da legame per far tornare indietro tutte le altre parti dell’anima che si sono disperse. Il distacco del Ba avviene quando sono compiuti i riti funebri. Uno dei problemi è distinguere il Ba dalla Sheut, ma mentre l’ombra è fissa, così come i ricordi che appartengono al vissuto, il Ba è un’entità dinamica che può interagire, rispondere con cognizione e riconoscere coloro con cui parla.
- Ib è il cuore. Non nel senso fisico, ma in quello metafisico, ovvero le emozioni e i sentimenti, quella parte che si dice venga dalla madre, durante la gestazione. Per gli egizi, il cuore era il centro del pensiero e non attribuivano grande importanza al cervello, che infatti con la mummificazione veniva estratto e gettato. Era sempre il cuore a venire pesato dagli dèi durante la psicostasia, ovvero il raffronto tra il cuore del defunto (che era lasciato nella mummia) e la piuma di Maat, la giustizia, la rettitudine. Il defunto aveva facoltà di pronunciare un’arringa in propria difesa e, se la bilancia restava in equilibrio (un cuore leggero come una piuma), il defunto era definito “giusto di voce”, cioè non si era difeso mentendo, a vanvera, e l’anima poteva iniziare il viaggio attraverso le dodici porte dell’al di là e giungere nella Duat, mentre un’anima indegna sarebbe stata divorata dal mostro coccodrillo Ammit. Nella mia ambientazione, Ib è ciò che i vampiri possono spegnere, escludere, quella parte di anima che sussurra il rimorso e il dolore di vivere. Ib è legato al Ba per il fatto che, se sono insieme, il Ba sa amare e soffrire, se manca, il Ba è freddo e distaccato.

Foto dal Web Per fare un riassunto, prendo a prestito un paragrafo che Samael dice in un romanzo di prossima uscita: «Cerco di fartela facile… Immagina una bottiglia di spumante. Il vetro è Sekhu, il corpo materiale, Akhu è il tappo, ciò che tiene insieme il tutto e da cui dipende tutto, Ren è l’etichetta che definisce quello che è al suo interno, anche se nel nostro caso, il vino esisterebbe lo stesso anche senza un nome», fece una pausa e riprese. «Ka sono le bollicine di gas, ultime a formarsi, prime ad uscire, Ba è il corpo del vino, il suo colore, il sapore, ciò che lo rende unico e diverso da tutti gli altri vini, Ib è la sua alcolicità, il sentimento stesso nel vino, Sekhem, la potenza invisibile in grado di avviare tutta la maturazione, Sheut l’aroma di tutto ciò che lo ha generato, il ricordo dell’odore dell’uva, del colore dell’acino, dei minerali dell’acqua, della carezza del vento. Ti è chiaro ora?»
E a voi è chiaro? Spero di sì, in caso possiamo parlarne nella chat qui sotto. Questa teoria spiegherebbe le varie manifestazioni spettrali associando a ogni tipologia una parte di anima o una combinazione di esse. Se poniamo come base il concetto che un fantasma nasce al momento del distacco dell’anima dal corpo materiale e che, in assenza di spoglie mortali, l’anima debba migrare completa nel piano sottile (o l’al di là o una qualsiasi delle locazioni previste dalle varie filosofie e religioni), per restarci o poi reincarnarsi, quando un evento esterno concorre a mantenerla in uno stato sospeso (morte violenta, improvvisa, inconscia o frammentazione dell’anima), questo viaggio non si può compiere o viene compiuto solo da una parte dell’anima stessa, mentre l’altra resta bloccata in un limbo a metà tra i due piani. Memorie dal Buio ha immaginato che questo soggiorno forzato non possa essere eterno e non sia esente da decadimento, tanto che parti di anima possono venire man mano perse (a volte migrano, ma il più delle volte si dissolvono e sono perse per sempre), lasciando dei residui sempre meno coscienti e sempre più istintivi.

Foto dal Web Se avessimo davanti delle Sheut, potremmo vederle ripetere dei gesti (spettri ciclici), mentre quelle manifestazioni informi nere che a volte vengono riprese a rotolare nell’ambiente o gli Orbs veri (non il diamine di pulviscolo!) sarebbero delle manifestazioni “terminali”, prive quasi del tutto di capacità di comunicare. Se avessimo davanti degli Ib, avremmo manifestazioni di puro sentimento (positivo o distruttivo) ed ecco i poltergeist. Quindi per ogni tipologia di fantasma che viene documentato (e non sbugiardato da qualche analisi forense), potremmo trovare una spiegazione in una parte di anima, sola o in associazione con altre, secondo la filosofia egizia.
La cultura dell’antico popolo della valle del Nilo è la culla di ciò che siamo oggi e se l’evo oscuro (cristiano e musulmano) non avesse distrutto la biblioteca di Alessandria e dimenticato la scrittura egizia, ritengo che oggi la nostra scienza sarebbe molto più progredita. E se da loro avessimo imparato anche la tolleranza, pure la società sarebbe migliore.
«Fa’ eccellente la tua dimora nella necropoli,
e fa’ perfetta la tua sede dell’Occidente ( il mondo dei morti).
Adotta questa regola perché la morte per noi è scoraggiante;
adotta questa regola perché per noi è la vita è esaltante.
La casa della morte serve alla vita».Hergedef, saggio egizio IV dinastia (2575-2450 a.C. circa)
E voi? Avete qualche storia di fantasma da raccontare?

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Foto dal Web Sebbene la scienza si sia largamente occupata dei Fuochi Fatui (in latino Ignis fatuus, ovvero fuoco effimero), qualche dubbio sulla loro origine ancora rimane. Queste fiammelle bianche o bluastre che appaiono nelle calde notti estive nei cimiteri, stagni e brughiere, hanno da sempre affascinato gli osservatori che hanno creato numerose leggende attorno a questi fenomeni naturali. Vediamone alcune e, in seguito, anche la spiegazione scientifica del fenomeno.
Le leggende sui fuochi fatui sono presenti in ogni angolo del mondo e per lo più sono correlate all’anima, proprio a causa dei luoghi in cui appaiono, ovvero i luoghi di sepoltura, e all’aspetto di queste manifestazioni, come luci tremule, nebbioline bianche e luminose nella notte.
Gli antichi egizi suddividevano l’anima in diverse componenti, come ci ha spiegato Samael in “Memorie dal Buio – Meretrix” e una di queste, l’Akhu, rappresentava quella “Scintilla di luce divina”, che sarebbe stata tanto più intensa quanto più una persona fosse stata virtuosa nella sua vita terrena, quanto più fosse riuscita ad avvicinarsi agli dei attraverso l’applicazione della legge di Maat; è dunque questa parte dell’anima che avrebbe potuto illuminarsi, dando origine ai fuochi fatui.

Foto dal Web Nelle credenze popolari occidentali, i fuochi fatui venivano pure interpretati come la manifestazione degli spiriti dei morti, ma in particolare si trattava di anime dannate o del Purgatorio, oppure di bambini non battezzati, quindi anime inquiete, che non avevano trovato la pace o il paradiso.
Nel Folklore anglosassone si narra infatti la leggenda “Will-o’-the-wisp“ (in Irlanda) e il suo omonimo Jack o’ Lantern (inghilterra), nella quale un fabbro malvagio di nome Will o Jack, per due volte gabba il diavolo venuto a prendersi la sua anima di peccatore. Giunto alla fine dei suoi giorni, viene respinto dall’inferno, perché il diavolo non gli ha perdonato le due marachelle. Giunto in paradiso però, incontra San Pietro all’ingresso dei cancelli dorati. Il santo lo rimanda sulla terra per redimersi e meritarsi l’ingresso in paradiso, ma Will si dimostra incapace nell’assolvere il compito e viene condannato a vagare sulla Terra per l’eternità. Lamentatosi per la sensazione di freddo che percepiva, per aiutarlo a scaldarsi, il diavolo stesso gli lancia un tizzone ardente che lui mette in una zucca (o in una rapa) vuota intagliata. Fedele alla sua malvagità, Will si serve del carbone luminoso per attirare in trappola gli ignari viaggiatori che, notando e seguendo la luce, vengono condotti in fitte foreste e terribili paludi dalle quali è impossibile uscire.
Secondo la mitologia giapponese le anime delle persone morte da poco assumono la forma di una Hitodama e appaiono come piccole sfere luminose di colore blu pallido o verdastro con una piccola coda, generalmente nei cimiteri e soprattutto in estate. Sarebbe talvolta possibile osservarle accanto a persone gravemente malate come manifestazione dell’anima che lascia gradualmente il corpo. Se le hitodama generalmente si dissolvono o si nascondono dopo essere state avvistate, parrebbero invece attratte da persone di particolare forza spirituale.

Foto dal Web La prima teoria storica sull’origine del fenomeno fu presentata da Alessandro Volta subito dopo aver scoperto il metano nell’estate del 1776. Volta tirava in ballo i fulmini come catalizzatori per l’accensione delle cosiddette “luci tremolanti“. La teoria era in parte corretta, poiché presa dalle scoperte di Benjamin Franklin che nel 1749 diede una spiegazione scientifica ai “fuochi di Sant’Elmo”, ovvero a quelle scariche elettriche che apparivano durante i temporali soprattutto sull’albero maestro delle navi.
Tali fenomeni, che prendevano il nome da Sant’ Elmo, protettore dei naviganti, erano correlati alla ionizzazione dell’atmosfera in quei particolari momenti e trovavano “scarico” sui pennoni a causa del principio fisico di dispersione delle scariche elettriche su superfici appuntite (parafulmini o, appunto, alti alberi maestri nelle navi). Erano comunque ben visti dai naviganti, di buon auspicio.

Foto dal Web Per i fuochi fatui i fulmini non erano necessari. Si trattava della combustione spontanea della fosfina, una molecola instabile, infiammabile e tossica, descritta per la prima volta nel 1789 da Lavoiser come idrogeno fosforizzato; la sua presenza nelle emanazioni gassose è dovuta alla putrefazione della materia organica fosfatica (come corpi di animali) e ne risulta un gas così instabile, che al contatto con l’aria può esplodere in fiamme spontanee in modo imprevedibile.
Ecco spiegato come mai il fenomeno si formasse in stagni e brughiere, dove era abbondante la materia organica morta in decomposizione e nei cimiteri, dove l’usanza di seppellire i morti nella terra o in bare non sigillate e zincate (come si fa oggi, quando infatti i fuochi fatui non sono più visibili), permetteva la fuoriuscita di gas nella putrefazione.
Il coinvolgimento di fosfina e metano, non solo forma una luce blu–verdastra intensamente luminosa, ma crea anche una spessa nebbia biancastra che amplifica le dimensioni della fiamma e genera le leggende sulle apparizioni di spiriti o anime dei morti. Conoscendo la causa di questi fuochi fatui possiamo fare luce anche su un altro mistero notato dai giapponesi: quasi tutte le leggende raccontano che, quando vengono avvicinate, le luci “si allontanano” e “si disperdono”. Questo è dovuto al fatto che le correnti d’aria dei movimenti dell’osservatore spezzano il flusso di gas in uscita e spengono la fiammella.

Foto dal Web Chiudo l’articolo con un pezzo del brano di De André, Un Chimico e vi lascio una domanda: avete mai visto dal vivo un Fuoco Fatuo? Io no, sebbene li abbia cercati a lungo nei cimiteri, ma ormai appartengo alla generazione di persone che ha visto i morti sigillati nelle bare zincate e, finita la decomposizione, sulla tomba antica non si vedono più fiammelle.
“Solo la morte m’ha portato in collina
un corpo fra i tanti a dar fosforo all’aria
per bivacchi di fuochi che dicono fatui
che non lasciano cenere, non sciolgon la brina.”
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Foto dal Web Ogni popolo ha una sua visione della fine del mondo, ma se per alcuni si tratta solo di un passaggio, un positivo e atteso rinnovamento, per altri si tratta di una vera e propria catastrofe planetaria che porterà all’estinzione del genere umano. Dell’Armageddon e dell’Apocalisse mi sono occupata tra le pagine di Memorie dal Buio – Meretrix, dando una nuova definizione al concetto di “fine del mondo”, basata su ciò che le varie culture hanno scritto, ipotizzato e profetizzato. Proprio il ruolo dei profeti è cruciale nelle apocalissi bibliche, ovvero nelle “rivelazioni” sul destino dell’uomo e del mondo, fatte da dio ai prescelti tramite sogno o visione. Apocalisse è intatti una parola greca che significa “togliere il velo”, e quindi, rivelare. E l’Armageddon cos’è?
Per scoprirlo diamo la parola a Draco e Zel, in una delle scene rivelatrici del romanzo, in cui raccontano a Sarah cosa è stato scritto nei testi sacri fino a quel momento e cosa aspetterà tutti loro. Draco inizia: «[…] questi testi [Apocalittici n.d.a] parlano di un rinnovamento del mondo che passerebbe da una distruzione non solo della terra in cui viviamo, ma anche di tutto il cosmo. Una devastazione che possa riportare il mondo agli albori, verso la collaborazione, pietà, umanità, frugalità, essenzialità che valorizzi tutto il buono che c’è nelle persone. Le persone sopravvissute al giudizio divino, ovviamente. Tale giudizio arriverebbe, secondo i cristiani, in un luogo chiamato Armageddon, in ebraico Har Megiddo, ovvero la montagna della città di Megiddo.»

Foto dal Web Quindi Armageddon è un luogo! L’antica Megiddo fu una città fortificata in un luogo strategico di passaggio per eserciti e commerci e fu teatro di molte battaglie in passato. Oggi, questa collina fatta solo di rovine dell’antica città, è così misteriosa e, in qualche modo temuta, da far diventare l’espressione “Armageddon” simbolo e sinonimo di “fine del mondo”. Armageddon è menzionata una sola volta nel Nuovo Testamento greco (Apocalisse 16, 16) e deve il suo nome, Megiddon che significa “un luogo di folla”, alla fortificazione fatta dal re Ahab (869-850 a.C.) che dominava la Piana di Jezreel, e che, per la sua conformazione geologica, era adatta a radunare (e controllare) una moltitudine di uomini.
Ma torniamo alla lettura del romanzo: «Zel sospirò frugando tra i libri dietro il bancone: «In vero non c’è una sola apocalisse. I cristiani conoscono quella di Giovanni, contenuta nelle sacre scritture, ma in vero ogni popolo ha una sua Apocalisse, che coincide con la venuta degli dei, degli angeli, di qualcosa di soprannaturale che spinga e costringa un cambiamento definitivo», e mise sul tavolo alcuni testi, indicandoli uno per uno. «Apocalisse di Giovanni, di Mosè, di Enoch, Apocalisse Greca di Baruch e Apocalisse Siriana.» […] «Sul Monte Hermon tutto iniziò, sul Monte di Megiddo tutto finirà», disse Zel.

Foto dal Web Cosa intende dire? Ebbene nelle pagine del Libro di Enoch, un testo che le religioni ufficiali considerano apocrifo, si narra di un dissenso interno tra gli angeli circa la possibilità o meno di portare la conoscenza agli umani. Questo problema avrebbe generato uno scisma tra le schiere celestiali: gli angeli per la maggior parte ritenevano che l’umanità non fosse pronta alla conoscenza superiore, ma alcuni di loro, detti da quel momento “ribelli”, sostenevano invece che gli uomini fossero pronti e che, se fossero stati aiutati a progredire, avrebbero dato il meglio di sé.

Foto dal Web I duecento angeli ribelli, guidati dall’arcangelo Semeyaza (o Samael, foto sopra) avrebbero quindi scelto di scendere sulla terra, mettendo i piedi sul monte Harmon, per portare ciascuno un dono agli uomini: chi l’astronomia, chi l’artigianato, chi l’architettura o la medicina. Alcuni di loro poi, giacquero con le donne umane, generando i Nephilim, o Veglianti, dei giganti semidivini che furono la causa del primo intervento armato degli angeli.

Foto dal Web Se davanti alla diffusione della conoscenza gli angeli erano rimasti a guardare l’evolversi dei fatti, davanti alle creature semidivine non rimasero inattivi e ordinarono ai ribelli di ucciderle e di sterminare le madri. Loro ovviamente non volevano uccidere né i figli, né le loro compagne e fu la guerra. In uno degli episodi di questa guerra, l’Arcangelo Michele avrebbe sciabolato il famoso colpo di spada fiammeggiante che avrebbe aperto una fessura nella terra in cui precipitare i Ribelli. Lungo quella fessura, perfettamente rettilinea, nell’anno mille sono sorte otto basiliche, tra la Terra Santa e l’Irlanda. E’ la cosiddetta Linea del Drago, di cui parlerò nel romanzo di prossima uscita: Memorie dal Buio – Mille.

Foto dal Web Quindi per i popoli che hanno la Bibbia come testo sacro, l’Apocalisse inizierà come una rivelazione del divino agli umani, una nuova guerra di angeli e la venuta dei Quattro Cavalieri dell’Apocalisse: Fame, Guerra, Carestia e Pestilenza. Il resto lo sappiamo già: fuoco e fiamme, giudizio divino e morte di ogni forma di vita. Ma le altre culture cosa pensano in merito? Torniamo alle pagine del Romanzo e diamo la parola a Draco.
Draco aprì alcuni testi talmente antichi che le fragili pagine avevano già l’odore della dissoluzione, ma lasciavano ancora vedere pregiate miniature e righe scritte in lingue e alfabeti sconosciuti al soldato: «Abbiamo testi analoghi in ogni cultura. Ecco il mahāpralaya come descritto dai loro saggi, ovvero un mare di metallo fuso dal quale i giusti emergeranno indenni e poi l’ekpýrosis dei filosofi presocratici e stoici, la concussio mundi di Seneca, il ragnarøkkr dei popoli del nord», poi indicò una serie di semplici fogli tenuti insieme da un cordino. «E queste sono trascrizioni di tradizioni ascoltate dai popoli delle Indie Occidentali dai primi missionari al seguito di Colombo. Questo invece si chiama ollin ed è un testo profetico che, come recitano tanti altri in ogni parte del mondo, annuncia il sommovimento ciclico del tempo e il capovolgimento dello spazio. Tutta la vita come la conosciamo morirebbe e rinascerebbe con altre forme, altri protagonisti. Si aprirebbero passaggi tra i mondi e tra i piani, materia e creature si sposterebbero in questa momentanea congiunzione e tutto ciò che venisse disfatto, troverebbe un nuovo equilibrio. In queste apocalissi, la vita muore, ma la terra rigenera.»

Foto dal Web Leggendo questi testi, non si può non soffermarsi a pensare che tutti questi concetti si armonizzano al sentire nordico, alle filosofie vichinghe secondo cui il tempo è circolare e, così come il passato condiziona il futuro, il futuro condiziona il passato. Noi viviamo in una filosofia che considera il tempo lineare, ovvero una retta che ha una sua origine e avrà una sua fine, che per alcuni è l’Apocalisse. L’unica circolarità, l’unico ritorno, riguarda le stagioni annuali, il cerchio del clima che torna sempre identico ogni anno. Cosa significa dunque un tempo “circolare”?
L’Apocalisse è un fatto previsto, profetizzato, fa parte del futuro, ma è certo che accadrà per molte religioni e quindi noi saremmo influenzati dal futuro perché tutto si muove verso quel fine, quel Nodo del Destino, indipendentemente da quello che facciamo col nostro libero arbitrio. Questa è dunque la chiave di lettura. Il libero arbitrio degli umani è solo un miraggio limitato alle scelte del singolo nel suo agire quotidiano, poiché qualsiasi decisione prendiamo, sia da cittadini comuni che da “dittatori del mondo”, non può portare ad altro che alla fine già prevista. E siccome già sappiamo che sarà l’Apocalisse, il nostro presente è influenzato da un futuro non ancora accaduto. Un futuro in cui Angeli, dèi e ogni forma di vita sconosciuta e diversa dagli umani verrà mostrata e ogni reticenza agnostica spazzata via, ogni tessuto sociale messo in discussione e così ogni spiritualità e credenza. Insomma, finalmente scopriremo chi ha ragione!
Spero solo di avere qualcosa di decente da indossare per l’occasione!

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Chiedere alle persone cosa sia per loro la vita, significa ricevere tante risposte quante sono le persone e chiederlo di nuovo alla medesima persona cinque o dieci anni dopo, genererà una risposta differente. Analizzare la vita, capirla, darle un senso, sia che si scomodi la religione, sia che ci si basi su una morale razionalista, è forse uno dei capitoli della filosofia più difficile da concludere. Se da un lato la società muta al passare degli anni e dei decenni, evolvendo o involvendo nella sensibilità comune, dall’altro certi capisaldi, come la ricerca della felicità personale, della realizzazione, sono archetipi universali, che attraversano il tempo e lo spazio. Nel libro che presentiamo oggi, attraverso le parole dell’autore e del suo narratore senza nome, iniziamo questo viaggio dentro le vite di alcuni personaggi e in quelle piccole, necessarie follie che ci permettono di restare vivi, di mettere un piede davanti all’altro e percorrere questo sentiero che è la vita. Un sentiero che tutti contribuiamo a costruire, per noi e per gli altri, a volte con delle lisce e comode mattonelle, a volte con cocci taglienti di vetro. In attesa di sentire le voci di paolo e del suo personaggio, leggiamo insieme la quarta di copertina.
La narrazione presenta diversi personaggi che, con le loro vicende, sembrano entrati in una stanza piena di specchi che riflettono immagini diverse, pur facendo parte della stessa storia. Oppure, tali personaggi, nel loro insieme realizzano un caleidoscopio. E se nel caleidoscopio i riflessi multipli di piccoli oggetti colorati formano figure che mutano in modo imprevedibile e variabile a ogni movimento, nel libro i diversi protagonisti realizzano, anche se inconsapevolmente, un’esistenza comune in una girandola confusa, diffusa e piena di consuetudine, o meglio, di felici, dolorose e vitali follie. Tra i protagonisti spiccano l’affascinante Fiorella, prostituta redenta ma che dovrà pagare, comunque, il suo passato. Oppure Berto, il tassista i cui profondi sentimenti lo porteranno alla catastrofe e, anche, il narratore, il regista del “racconto” che, nella solitudine, è legato assiduamente ai suoi libri, morti e vivi. In questo romanzo, realistico e attuale, emergono e dominano due elementi: l’amore e le futili esistenze. L’amore visto attraverso diverse prospettive e le futili vite fino a quando…

Foto su concessione dell’Autore Ciao, come ti chiami?
Autore: A dir la verità non è mia l’abitudine di chiamarmi, sono gli altri che, all’occorrenza, dicono Paolo
Personaggio: Non ho un nome, sono uno qualsiasi che veglia sui ricordi, sui dubbi, sulle domande senza risposta e sulle ragioni che hanno portato alle domande senza risposta
Dove vivi?
Autore: In Umbria, ma non abito in città, ho preferito la campagna.
Personaggio: Io, invece, ho scelto la città, una città qualsiasi, anche Milano, per esempio…
Qual è la tua professione?
Autore: Scrittore. È l’altro che mi ha dato questa possibilità.
Personaggio: Ho sempre preferito fare il bibliotecario. Mi piace stare in mezzo ai libri.
Qual è la professione dell’altro?
Personaggio: Io? Io sono un semplice tassista, a lui piacciono i libri e a me le persone, e non potete immaginare quanto c’è da divertirsi con certi tipi, è tutto un mondo da scoprire.
Ti piace come sei?
Autore: Perché, c’è la possibilità di cambiare?
Personaggio: Per forza, è lui che m’ha fatto così! Ma, sinceramente, non mi dispiace, sto bene così come sono.
Cosa cambieresti di te stesso?
Autore: Niente… o forse mi servirebbe un po’ più di coraggio, magari avrei superato meglio gli ostacoli della vita.
Personaggio: Io ho bisogno di amare e di essere amato, una persona senza amore è una persona malata, per questo vorrei incontrare di nuovo Anna.
Cosa cambieresti dell’altro?
Autore: Gli dico che è un coglione e che non avrebbe dovuto fare quello che ha fatto!
Personaggio: Sì, ha ragione… ho poco da dire…
Cosa ti piacerebbe fare in futuro?
Autore: Scrivere ancora e non è facile dopo aver pubblicato 13 romanzi, ti sembra di aver già detto tutto quello che avevi da dire. Ammiro i tipi come Simenon che è riuscito a tirar fuori 450 opere di narrativa.
Personaggio: Vorrei che lui si decidesse a riprendere la penna in mano e a farmi fare un’altra bella figura come l’ho fatta nella vita invalsa.
Cosa rimpiangi del passato?
Autore: La povertà, ti sembrerà strano ma è così. Perché è la povertà che mi ha fatto crescere e non mi ha fatto dimenticare l’umiltà di quelle mie origini.
Personaggio: No, non sono d’accordo, io preferisco la ricchezza… detto tra noi senza dindero non si dandera e a me, la gnocca, non dispiace.
Raccontaci una memoria, un ricordo che ti è particolarmente caro.
Autore: Quando camminando per la strada mi ha fermato una ragazza mai vista e mi ha detto, timidamente, sa?, ho letto il suo libro, è bello. Be’, mi sono commosso, perché scrivere è faticoso e dentro un libro c’è l’autore e la sua anima… il libro è: “Il dialogo della Morte e dell’Anima”.
Personaggio: io non posso che ricordare Anna e la sera, prima di addormentarmi, vedo ancora il suo sguardo esitante, e ricordo come lei mi prendeva la mano e la posava sul seno e ricordo come lei chiudeva gli occhi e le tremavano le labbra mentre le accarezzavo i seni e non dimenticherò mai quando si era distesa sul letto portando con sé tutto me stesso.
Qual è la scena più bella del romanzo che hai scritto/interpretato?
Autore: Le ultime parole, ma non le dico, semplicemente perché non vorrei far perdere all’eventuale lettore il piacere della lettura del libro.
Personaggio: Quando spiegavo all’autore come avrei voluto costruire “la casa del pianto”. Ma poi ho lasciato perdere.
Dì qualcosa di cattivo all’altro.
Autore: Be’, dopo questo poliziesco interrogatorio che ne diresti di andare a bere una pinta da Peppe?
Personaggio: Massì, vengo volentieri, ho la bocca asciutta.
Ora invece qualcosa di carino all’altro.
Autore: Dai, vieni anche tu.
Personaggio: Amico mio, vieni con noi ma prometti di non fare più quello che hai combinato verso la fine della nostra storia.
E in ultimo qualcosa ai lettori.
Autore: Ricordate sempre che un libro è come un amico al quale dici: “Dai raccontami qualcosa .” E lui ti prende sottobraccio e quando inizia a camminare ti parla della vita, dei sogni e dei desideri.
Personaggio: Tra l’uomo e Dio c’è l’arte.
Se siete curiosi di leggere il resto, trovate La vita Invalsa a questo link!

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Foto dal Web Cosa c’è di più evocativo e stordente di un odore? Personalmente ho provato emozioni travolgenti a causa di profumi e olezzi e, più di altri sensi, è l’olfatto quello che mi ha dato le sorprese più inaspettate, dalla sensazione di appartenenza, quando ho conosciuto colui che è diventato mio marito, a vere ispirazioni artistiche, mentre annusavo un panetto di ambra, fino alla sensazione di appartenere a luoghi diversi, a tempi diversi, il giorno in cui aprii per la prima volta un cofanetto porta gioie, facendomi investire dall’odore che conservava al suo interno.
Vediamo insieme la quarta di copertina: “Jean-Baptiste Grenouille, nato il 17 luglio 1783 nel luogo più puzzolente di Francia, il Cimetière des Innocents di Parigi, rifiutato dalla madre fin dal momento della nascita, rifiutato dalle balie perché non ha l’odore che dovrebbero avere i neonati, anzi perché “non ha nessun odore”, rifiutato dagli istituti religiosi, riesce a sopravvivere a dispetto di tutto e di tutti. E, crescendo, scopre di possedere un dono inestimabile: una prodigiosa capacità di percepire e distinguere gli odori. Forte di questa facoltà, di quest’unica qualità, Grenouille decide di diventare il più grande profumiere del mondo, e il lettore lo segue nel suo peregrinare tra botteghe odorose, apprendista stregone che supera in breve ogni maestro passando dalla popolosa e fetida Parigi a Grasse, città dei profumieri nell’ariosa Provenza. L’ambizione di Grenouille non è quella di arricchirsi, né ha sete di gloria; persegue, invece, un suo folle sogno: dominare il cuore degli uomini creando un profumo capace di ingenerare l’amore in chiunque lo fiuti, e pur di ottenerlo non si fermerà davanti a nulla.“
Così come esiste l’orecchio assoluto in musica, ovvero la capacità di distinguere e riprodurre perfettamente qualsiasi nota, così l’autore offre al suo protagonista, Jean Baptiste Grenouille, un olfatto assoluto, tanto fine, da causargli profondo stordimento in caso di odori intensi, specie di origine umana. Come contropartita, come abbiamo letto dalla quarta di copertina Grenouille non ha un odore proprio, ma il suo difetto peggiore non è questo, ma quello di essere privo di empatia e sentimenti. Comunque la mancanza di un odore proprio è la causa del rifiuto che il mondo ha verso di lui, perché lo fa apparire strano, alieno agli altri uomini che, più o meno consciamente, si basano sull’odore delle persone per “conoscerle” e provare attrazione o repulsione “a pelle”, come si dice.
L’infanzia infelice e la privazione del contatto umano, gentilezza ed educazione a un’etica accettabile, conducono il ragazzo a un isolamento sempre più profondo e alla repulsione verso l’umanità, eccezion fatta per una ragazza, dal cui odore Jean Baptiste è stregato al punto da ucciderla per poterla annusare voracemente. La decisione è presa e il giovane vuole passare da garzone in conceria (dove riesce a lavorare nonostante il puzzo che dovrebbe stordirlo, perché gli altri non si accorgono che lui non ha odore, visto che tutto puzza) a profumiere e si fa assumere da un famoso artigiano del campo, che però sa solo praticare la distillazione.
Grenouille intuisce altre vie e, per apprenderle, compie un viaggio verso Grasse, ma tra periodi onirici trascorsi in solitudine in una montagna (dopo Sette anni in Tibet, ecco Sette anni a Plomb) e deviazioni, fisiche e mentali, il ragazzo capisce da un lato di non avere un odore proprio (alla buon’ora) e dall’altro che quando si profuma con un odore “umano” artificiale, la gente non lo scansa più, ma lo tratta normalmente. Ecco allora l’idea: creare un profumo che soggioghi la mente delle persone, il loro inconscio, al fine di farsi amare e idolatrare.
Appresa la tecnica dell’enfleurage, ovvero l’estrazione degli odori per immersione nel grasso, il ragazzo affina il suo prodotto uccidendo ancora e ancora, per estrarre l’odore umano dopo aver cosparso le vittime di grasso e aver grattato via ciò che resta impregnato soprattutto sulle ascelle, il capo e i genitali. Dopo oltre venti omicidi è pronto a creare la fragranza sublime e il suo ultimo ingrediente è una ragazza il cui odore gli appare ancora più celestiale rispetto alla prima vittima. La città di Grasse è terrorizzata da questo misterioso Serial Killer, la cui ascesa nella tecnica procede di pari passo con la discesa nell’abisso.
Perversioni, decadenza, carnalità, orrore, vanno gonfiandosi come una pustola purulenta fino all’epilogo, cruento e perfettamente in linea con tutto il ritmo del romanzo.
Come Best Seller merita un posto nella classifica, è scritto bene ed è adatto a quei momenti in cui si voglia leggere qualcosa di disturbante, ma a me non è piaciuto completamente: ha dei momenti di calma piatta nella trama e di eccessiva lentezza nel ritmo che non sortiscono l’effetto di una sospensione onirica, quanto piuttosto di un peso al piede che trascina a fatica l’impalcato dei fatti. La parte “scientifica” poi mi ha richiesto una enorme sospensione della credibilità per accettare le causalità proposte e questo fa rientrare il libro in quella “scaffalatura” particolare della mia biblioteca che contiene quei testi che sono affascinanti per il potere evocativo della prosa, più che per i contenuti. Il personaggio di Grenouille è convincente nella sua lucida follia e questo salva molte parti zoppe.
COME LEGGERLO:
Luogo: tra i vicoli di antichi borghi
Tempo: primavera
Sapori: marmellata di frutti di bosco
Profumi: ambra grigia
Musica: Albinoni, concerti di Oboe

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Foto dal Web Frutti simbolo dell’autunno, sono il Pane dei Poveri, poiché dalle loro farine vengono realizzati dolci e panificati alternativi al grano, ottimi quindi per chi soffre di intolleranze e allergie. Nella mia famiglia non c’è una grande tradizione nell’uso delle ghiande, ma le castagne trovano posto sulla tavola e nelle merende dei giorni d’inverno. Come non ricordare poi le “castagnate”, gite in collina e in montagna, tra ottobre e novembre, per raccogliere le castagne, rigorosamente coi guantini e il bastone appuntito per sgusciarle dai ricci spinosi? Castagne per me vuole dire soprattutto merenda, con la padellina sulla fiamma e i marroni all’interno, rigorosamente incisi sul lato bombato, che cuociono spandendo il loro profumo in tutta la casa. E quando riuscivi a pelarle, con le dita ustionate, le infilavi in bocca e… “Ashashahshahsahsaaaah”, si giocava al fumo di drago!

Foto dal Web Da ragazzina delle proprietà medicinali della castagna conoscevo solo l’uso per tingere le stoffe e dare un bel riflesso ramato ai miei capelli. Usavo l’acqua di bollitura delle castagne per fare l’ultimo risciacquo ai capelli e lasciarla un po’ in posa. Eh sì perché le castagne si possono abbrustolire, ma anche bollire e ricordo che spesso portavo a scuola, alle elementari, un sacchettino di castagne bollite come merenda. Adoravo mordere via il ciuffetto superiore e poi spremerle coi denti o le dita per fare uscire la polpa ormai ridotta a una cremina.

Foto dal Web Un altro modo per usare le castagne, specie se vanno conservate, è farle bollire con lo zucchero, creando i golosissimi Marrons Glacées, oppure possono essere fatte essiccare. Di recente abbiamo acquistato un piccolo casotto in mezzo alle colline liguri, circondato da un castagneto secolare. Ebbene abbiamo scoperto che quei locali, risalenti al 1700, erano in origine essiccatoi per castagne e avevano un intero locale adibito a focolare, sopra il quale i graticci ospitavano le castagne che venivano disidratate abbastanza da non farle germogliare, marcire o mummificare. Così trattate erano portate a valle in grandi sacchi e conservate per essere poi macinate in farina o fatte “rinvenire” nel latte bollente e poi usate in cucina. Ottima anche la marmellata di marroni o l’aggiunta di castagne nella cottura e come contorno dei piatti di carne. Consiglio anche di provare un risotto con castagne e tartufo, per gli amanti del genere.

Foto dal Web Per quanto riguarda le ghiande, sono preferibili quelle dei Lecci (quelle delle sughere sono troppo amare), che vengono lavorate tenendole prima a bagno in acqua fredda per almeno una settimana (cambiandola ogni giorno), poi vengono tostate nel forno a bassa temperatura; una volta sbucciate, si macinano. In realtà sono buone anche da mangiare così, il sapore è molto simile a quello della castagna, con un retrogusto che sa di caffè e cioccolato. Con la polvere macinata grossolanamente si può preparare una bevanda che ricorda il caffè, se si fa una macinatura più sottile si ottiene una farina che (mescolata eventualmente con quella di grano) può essere usata per biscotti dolci e salati e anche per preparare un pane molto rustico e profumato.

Foto dal Web: Chiffon cake con farina di ghiande Usi farmacologici:
Le castagne sono purtroppo ricche di carboidrati complessi, il che le rende inadatte a chi ha problemi di peso o diabete, ma sono ricche di fibre, proteine vegetali e sali minerali. Offrono un ottimo apporto di vitamine del gruppo B e non contengono colesterolo. Le castagne cotte contribuiscono al buon funzionamento dell’intestino, ma sebbene e siano dolci e croccanti, è meglio non mangiarle crude, perché la presenza della pellicina e la loro stessa composizione potrebbero rallentare la digestione. Ottime alleate anche della circolazione e del sistema nervoso. La loro carica di energia le rende ottime per combattere stress e stanchezza. Il buon contenuto di ferro rende le castagne un valido alimento per combattere l’anemia. L’acido folico contenuto in questi frutti è ottimo anche per chi affronta una gravidanza. Recenti studi dimostrano anche che l’acido folico va bene in ogni fase della vita, sia per la capacità di abbassare il colesterolo, sia per l’azione di prevenzione su molti tipi di tumore.

Foto dal Web Per quanto riguarda le ghiande, invece, già la corteccia della quercia ricopre un ruolo importante: è un ottimo antinfiammatorio per coloro che hanno malattie della pelle, pruriti o ferite che devono cicatrizzarsi, grazie alla presenza di tannini. Le proprietà benefiche delle ghiande invece sono dovute alla ricchezza di fibre e proteine, carboidrati, sali minerali, vitamine del gruppo B, calcio, potassio e sodio. Sono un ottimo battericida naturale e anti-tumorale, agiscono contro il dolore dei denti e delle gengive e hanno un potere antiossidante. Essendo prive di glutine, sono grandi alleate di chi soffre di celiachia.
La ricetta di Zel

Foto dal Web E come non parlare del Castagnaccio? Ho scelto questa preparazione perché si presta alla variante con la farina di Ghiande (ma anche farina di ceci in aggiunta, per “tagliare” un po’ castagna e ghianda se ci appare troppo amara). Iniziamo col procurarci gli ingredienti: farina di castagne o ghiande (300 grammi), acqua fredda (380 grammi), zucchero (4 cucchiai), olio EVO (2 cucchiai) e frutta secca a piacere in misura di 40 grammi ciascuno (uvetta, gherigli di noce e pinoli sono quelli tradizionali toscani). Si aggiungono poi due rametti di rosmarino (occhio che può dare troppo gusto amarognolo) e un pizzico di sale.
Il primo passo per un buon castagnaccio è far rinvenire in acqua l’uvetta (a me non dispiace farlo nel rhum) e tostare pinoli e noci in padella qualche istante: saranno l’ultima cosa da aggiungere, quando mi sarò assicurata di non avere grumi nel composto. Il resto degli ingredienti va unito infatti mentre si continua a mescolare usando l’acqua a filo per mantenere il composto omogeneo. Una volta strizzate le uvette e aggiunte le noci e i pinoli, resta da dosare il rosmarino: secondo me lasciare l’ago intero rende il boccone troppo amaro, ma tagliuzzarlo fa uscire molto olio essenziale, amaro anch’esso. Cernite bene le quantità di questo ingrediente secondo gusto personale.
La teglia va unta con l’olio (olio in più rispetto ai due cucchiai messi nell’impasto) e l’impasto viene decorato con un po’ di frutta secca e aghi di rosmarino in superficie. Si spennella con un altro filo di olio e si inforna a 180° per 30/35 minuti. E’ normale che si formino crepe sulla superficie e significa che è cotta! Buon appetito!

Foto dal Web 
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Foto dal Web Se c’è una verdura che ci fa pensare subito all’autunno, ad Halloween e all’arrivo delle festività natalizie è proprio la zucca. Per me, figlia di un cremonese, la zucca è un intercalare dell’autunno e dell’inverno, una costante dolce e versatile che si è conquistata un posto d’onore nei miei ricordi di bambina. Nel nostro orto non mancava mai un filare di zucche mantovane, quelle con la scorza tenace, verde e bitorzoluta, rigorosamente nate da semi di zucche che l’anno prima erano risultate particolarmente buone. Quei semi, tenuti con cura per tutto l’inverno, venivano piantati ai primi caldi primaverili nel semenzaio, trapiantati, curati tutta l’estate e poi raccolti e messi al riparo in cantina, su quell’enorme tavolo che ospitava anche i cachi e i kiwi e da cui si attingeva giorno per giorno, man mano che i frutti finivano di maturare, mentre fuori arrivava il gelo.

Foto dal Web Di zucca erano anche i tortelli che per tradizione la mia famiglia prepara alla vigilia di natale, rigorosamente con una ripiegatura della pasta a forma di “caramella”, come nella foto che segue e con l’impasto fatto con la zucca appassita in forno, in modo che si asciughi. E come nelle migliori tradizioni calcistiche, il campanilismo imperava nella teoria degli ingredienti: con l’amaretto o senza amaretto, con un cucchiaio di brodo di mostarda o senza. E poi il sugo: ragù di carne alla bolognese o burro fuso e salvia? Personalmente votavo sempre per amaretto, no mostarda e burro con salvia ben arrostita. E rigorosamente niente parmigiano, ma quello non lo metto mai a fresco sulle paste, trovo che mi copra il gusto del sugo.

Foto dal Web Le varietà di zucca, frutti del genere Cucurbitacea, originaria dell’America e coltivate in Italia sono tantissime, da quella già nominata Mantovana, alla Violina, all’Americana, ideale per l’intaglio, ma orribile come sapore e poi la Delica, la Gialla, la Butternut e la Barucca, tipica del delta del Po e con la buccia ancora più bitorzoluta della Mantovana! Ci sono poi tutte le piccole zucche ornamentali che fanno la gioia degli arredamenti a tema Halloween e che portano nelle case un tocco di campagna. Già, perché la zucca è bella, buona, salutare e versatile. Vediamo intanto le sue proprietà medicinali.

Foto archivio personale Usi farmacologici:
Come tutti i frutti e le verdure di colore giallo, rosso e arancio, la zucca contiene Flavonoidi (combattono i radicali liberi e difendono le cellule dall’invecchiamento con la funzione quindi di antiossidante naturale) e Carotene, precursore della Vitamina A, che interviene sull’integrità e l’invecchiamento di pelle, mucose e dei componenti dell’occhio, oltre che a proteggere dai tumori del cavo orale e dei polmoni. Alto contenuto poi di vitamina C che stimola le difese immunitarie e interviene nella sintesi del collagene, Vitamina E, pure antiossidante e Vitamine del gruppo B. Tra i minerali troviamo il Potassio (ottimo per il sistema cardiovascolare), Calcio, Fosforo e Magnesio importanti per la salute delle ossa e Selenio e Manganese che aiutano come antiossidanti. La componente più curiosa però è il Triptofano, precursore della Serotonina, l’ormone del buonumore, del neurotrasmettitore GABA e della melatonina, che favorisce il buon sonno. Se a ciò aggiungiamo che abbassa il colesterolo, le fibre regolarizzano l’intestino, è ricca di gli acidi grassi essenziali Omega 3 e 6 ed è usata come diuretico e per combattere la cistite, si capisce che è un frutto completo e benefico.

Foto dal Web La ricetta di Zel

Foto dal Web Personalmente adoro la zucca in ogni sua forma e, se si considera che si può mangiarla in ogni modo, dall’antipasto al dolce, si capisce quanto possa essere importante nella cucina povera delle campagne, ma anche sulle tavole dei ricchi. Un esempio di menù tutto a base di zucca?
Antipasto di chips di zucca al forno o fritte (anche in airfryer), primo con risotto di zucca o tortelli, secondo con sformato di zucca e dadolata di zucca al forno, dolce con torta di zucca. Come snack? Semi di zucca!

Foto dal Web Quella di cui voglio parlare oggi però è la ricetta per la Torta di Zucca. Ce ne sono molte, ma una in particolare me l’ha appena passata la mia amica Sonia e l’ho trovata davvero buona, tanto buona che l’hanno mangiata pure mio figlio e mio marito che notoriamente non amano la zucca. Purtroppo non ho foto, perché appena sfornata è stata subito finita, ma rimedierò. Intanto ecco gli ingredienti, molto semplici, e la ricetta.
Iniziamo col far cuocere la zucca in forno per una mezzoretta a 160°C, in modo che diventi morbida. Si possono mettere direttamente le fette con la buccia (e allora ne servirà mezzo chilo) oppure i pezzi sbucciati (per un totale di tre etti, tre etti e mezzo). L’importante in questa fase è non far annerire e bruciare gli spigoli, ecco perché preferisco pelare prima e mettere i dadi cubici. Se dovessero esserci parti dure, annerite, vanno eliminate, perché la zucca va poi frullata in modo da renderla una crema. Lasciare raffreddare.
Iniziamo con l’impasto e andiamo a montare i rossi di 3 uova con 80 grammi di zucchero e, a parte, a montare a neve gli albumi con altri 70 grammi di zucchero (totale 150 g di zucchero). Intanto facciamo sciogliere 100 grammi di burro senza farlo friggere e lasciamolo un po’ raffreddare. Sembra ovvio da dire, ma aggiungere ingredienti bollenti a un impasto con l’uovo lo farebbe cuocere. Meglio tiepidi!
Ci servono ancora un pizzico di sale, 50 grammi di farina e la cannella in polvere. La ricetta originale dava per queste dosi mezzo cucchiaino di cannella, ma io adoro la cannella e quindi ne ho messi due cucchiaini. Dipende dal gusto personale e dall’aroma della zucca: io ho usato la zucca dell’orto dei miei genitori, varietà mantovana, che ha un gusto bello pieno, quindi la cannella, per sentirsi, doveva essere abbondante. Da notare che c’è pochissima farina e non si usano né latte, né lievito.
Mescoliamo tutto insieme: rossi, albumi, farina, burro, sale, cannella e purea di zucca fino a ottenere un composto molto morbido. Per la cottura si consiglia di foderare con carta da forno uno stampo coi bordi rimovibili, in modo da non dover ribaltare la torta una volta cotta per non perdere la crosticina croccante che si forma sulla parte esposta alla cottura, io ne ho usato uno al silicone e la crosticina l’ho trovata anche sulla faccia inferiore una volta ribaltata. I tempi di cottura sono di circa 30 minuti a 180°C in forno ventilato, 5 minuti in più se forno statico o tradizionale. Purtroppo la tecnica dell’affondare il bastoncino per controllare la cottura in questo caso non funziona, perché è una torta “a cuore morbido”, un po’ come il castagnaccio come palatabilità. Si gusta meglio tiepida o fredda (non di frigo, infatti per 2-3 giorni resiste anche a temperatura ambiente). Enjoy!

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Foto dal Web Determinare la psicologia dei personaggi è importante in ogni scritto, non solo nei thriller psicologici propriamente detti, perché un buon personaggio, come dico sempre, è un personaggio credibile, coerente anche nelle sue follie. Benché alcune patologie mentali come il bipolarismo o le personalità multiple siano ancora presenti nei testi di psicologia e nella popolazione, a mio avviso ne è stato fatto già abbastanza uso e l’archetipo “Dr. Jekyll e Mr. Hyde” risulta ormai stantio e spesso interpretato a sproposito. In questo articolo non esaminerò le patologie propriamente dette, per quello aspetterete un prossimo scritto, ma mi occuperò di tutte quelle dinamiche psicologiche viziate, contrapposte alle normali, che possono essere scelte per caratterizzare la psiche dei nostri personaggi, protagonisti o antagonisti che siano.
Per questa trattazione, prendo spunto dalla teoria dell’Analisi Transizionale (AT) che ci aiuterà a capire la complessità delle dinamiche psicologiche (quelle che ho definito nel titolo “giochi”) tra persone e quindi personaggi. L’AT afferma tre punti basilari:
- tutti nasciamo buoni (io sono ok/tu sei ok)
- ognuno ha la capacità di pensare
- ognuno decide il proprio destino, quindi il cambiamento è possibile

Foto dal Web I comportamenti, le emozioni, pensieri e sentimenti di ogni persona sono la base (e pertanto risiedono) negli STATI DELL’IO e condizionano i nostri comportamenti secondo precisi modelli. Gli stati dell’io sono tre e noi li usiamo tutti nel corso di una normale giornata, anche se non ce ne rendiamo conto e queste modifiche possono avvenire in maniera funzionale o disfunzionale, proprio perché ogni stato ha una duplice valenza, e ogni valenza ha una sfumatura positiva o negativa. Vediamoli tutti insieme:
- stato dell’IO GENITORE (G): viene usato quando il nostro comportamento è afferente a un modello genitoriale così come l’abbiamo vissuto e percepito nell’infanzia dalle nostre figure di riferimento. Il GENITORE AFFETTIVO (GA) è quello che consiglia, protegge, stimola e aiuta in valenza positiva, ma in valenza negativa soffoca, si sostituisce all’altro, iper protegge e rende dipendente; il GENITORE NORMATIVO (GN) in valenza positiva fissa le regole al fine di proteggere e indirizzare, ma in valenza negativa si mostra estremamente critico, svalutante, con la tendenza a ridicolizzare o elargire punizioni.
- stato dell’IO BAMBINO (B): interviene quando reagiamo agli stimoli esterni proprio come avremmo fatto da bambini. Il BAMBINO LIBERO (BL) è presente quando abbiamo libertà di espressione, sincerità e curiosità e rappresenta una valenza positiva, ma sfocia in negativa se questo comportamento diventa impulsivo, spericolato, immaturo, egoista. Il BAMBINO ADATTATO (BA) invece è presente quando i bloccanti genitoriali hanno effetto arginando i bisogni infantili per poi farli emergere in contesti appropriati, ma tutto ciò ha anche una valenza negativa, quando questo blocco genera un individuo passivo e represso, compiacente o per estremo, ribelle e contro-dipendente.
- stato dell’IO ADULTO: caratterizza le persone ben radicate nel presente, che sanno esaminare il “qui e ora” con razionalità, ascoltando gli altri e prendendo decisioni senza prevaricare. Il rovescio della medaglia lo vediamo quando c’è troppo distacco e le caratteristiche di prima vengono soppresse. L’io adulto tiene le redini e modera gli altri due stati.

Foto dal Web Il passaggio tra uno stato e l’altro è mediato dalle TRANSAZIONI, ovvero da quei dialoghi (interni o con un interlocutore vero) che creano la comunicazione. Se fossimo a una lezione di fisica, potremmo definire la transazione il “quanto” minimo di energia che crea una comunicazione e, per il nostro essere animali sociali, ogni risposta a una transazione (definita carezza), ci offre appagamento, anche se una carezza è negativa, perché comunque presuppone che l’altro ci abbia visto, riconosciuto e ascoltato.
Ultimo concetto teorico della AT è la POSIZIONE esistenziale, ovvero il nostro atteggiamento verso il mondo, che determina quale stato dell’io risponderà più frequentemente al “gancio”, ovvero al primo stimolo della transazione. La risposta è definita “anello” che si attacca al gancio e origina il dialogo. E’ palese che il vissuto della singola persona può determinare transazioni diverse e l’apparizione di stati dell’io sempre differenti a seconda dell’argomento.
- io sono ok/tu sei ok – posizione sana, ottimale, in cui ci sentiamo degni d’amore e pronti a darlo senza prevaricare. Siamo in relazione positiva con gli altri.
- io non sono ok/tu sei ok – posizione depressiva in cui prevale una svalutazione di sé, paure, sensi di colpa, inadeguatezza, bisogno di approvazione da parte del mondo.
- io sono ok/tu non sei ok – posizione paranoide, in cui ci si sente superiori agli altri, li si svaluta con aggressività fisica o critiche.
- io non sono ok/tu non sei ok – posizione con forte senso di inutilità, disagio con sé stessi e con gli altri, forti sensazioni di sfiducia.
Il “gioco psicologico” non è assolutamente qualcosa di ludico, ma un insieme di transazioni, richieste di carezze (funzionali o disfunzionali), di riconoscimento, ripetizioni di situazioni confortevoli o comunque preferite in un individuo che spesso annullano l’Io adulto a favore di emozioni sgradevoli (emozioni parassite in cui pensiamo di avere vinto ma in realtà ci sentiamo tristi), tornaconto e doppi messaggi (discordanza tra parlato e sensazioni interiori). Questi giochi sono abbastanza frequenti nel Teatro di Improvvisazione e nel Gioco di Ruolo e iniziano con un Gancio, ovvero una svalutazione di una situazione, cui l’altro risponde con un anello e da lì inizia il gioco. Esempio:
Gancio: Non riuscirò mai a scrivere il nuovo capitolo del romanzo!
Anello: Perché non provi a fare una passeggiata per schiarire le idee?
Inizio del gioco: Sì, ma poi resterò fuori fino all’ora di cena e non combinerò niente!
Il “Sì, ma…” è l’anello classico, che accarezza il consiglio, ma che oppone subito dopo un problema, vero o presunto. All’interno di un gioco possiamo interpretare uno alla volta tre ruoli del cosiddetto “triangolo drammatico” a volte anche scivolando dall’uno all’altro:
- VITTIMA – si sente inadeguata, cerca aiuto, attenzioni, si svaluta, non si stima.
- PERSECUTORE – si sente superiore, svaluta gli altri e li sminuisce.
- SALVATORE – si sente superiore solo se può aiutare gli altri, perché li considera incapaci di aiutarsi da soli: l’aiuto che offre è solo per la propria gloria.

Foto dal Web E’ evidente che nella figura, salvatore, vittima e persecutore sono affiliati anche a degli stati dell’io (e l’adulto è fuori dalla dinamica, perché dovrebbe mediare) e che, che nell’esempio di prima, chi offre il gancio è la vittima, chi acconsente all’anello è il salvatore.
Da questi giochi emergono molto facilmente le dinamiche psicologiche infantili, i problemi che non sarebbero mai emersi se avessimo chiesto semplicemente a una persona di dirci “cosa non va”. Attraverso il gioco, la simulazione, si attiva quella sospensione dalla realtà che permette al paziente di far emergere i propri conflitti. Un esempio è nel gioco del “GUARDA CHE MI HAI FATTO FARE!” in cui la vittima, incapace di prendere decisioni, fa in modo che sia il salvatore a prenderle per lei e, se queste condurranno per caso a un fallimento, la vittima potrà caricare la colpa sull’altro. Un altro tipo di dinamica tossica è quella del “GOFFO PASTICCIONE”, ovvero quella persona di indole persecutoria, che combina sempre guai (piccoli come rovesciare dei fogli o anche peggio), ma che viene sempre perdonato perché in fondo chiede scusa per i guai che combina e non ha mai agito in malafede, giusto? Sbagliato! O per lo meno non sempre l’azione è in buona fede (vittima), potrebbe essere, ad esempio, un richiamo, una richiesta d’aiuto, di una carezza, di essere notati o l’anticamera di comportamenti rabbiosi e rancorosi accumulati dietro questo aspetto apparentemente innocuo (persecutore propriamente detto).
Siamo arrivati alla fine di questa sintetica trattazione che ha lo scopo di aiutarci da un lato a dare maggiore spessore a un personaggio, definendo il suo comportamento coerente nelle azioni del romanzo rispetto al suo passato, dall’altro a trovare spunti di dialogo e di interazione che risultino efficaci tra i personaggi. Come dicevo in un altro articolo, il dialogo costruisce la trama e deve essere funzionale, andare al sodo e mantenere coerenza nell’evoluzione dei personaggi e nei loro rapporti con l’azione.

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