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Foto archivio Alamy sul Web Insieme alla trama e ai personaggi, l’altro punto cardine per un romanzo di successo è la capacità di scrittura. Analizziamo insieme gli errori da non commettere.
ERRORI di LINGUA
1 Grammatica. Non dovrei neanche commentare. Se non si sa scrivere in italiano, meglio riprendere in mano un testo scolastico e studiare. Chiunque può avere sviste, per carità, ma un conto è un errore singolo di stanchezza, un conto sono reiterate manifestazioni di completa ignoranza della lingua madre.
2 Stile. A parte la fruibilità del testo narrato, l’altro errore sta nei dialoghi, punti dolenti di molte produzioni letterarie. Il dialogo deve essere commisurato al periodo storico e all’estrazione sociale e cultuale dei personaggi, deve poterci far capire chi stia parlando in quel momento e deve aggiungere qualcosa di nuovo o utile al progredire della storia senza perdere in coerenza ed equilibrio.
3 Spiegone. Che siano in forma di Flash Back o di narrazione, i lunghi paragrafi esplicativi possono essere necessari all’interno di un romanzo. Alcuni editor e alcuni autori li aborriscono. Personalmente li trovo utili per offrire al lettore degli spunti di riflessione, in modo che si metta in gioco lui stesso per prevedere il proseguo dell’intreccio. L’importante è che non se ne abusi, perdendo di vista il fine per cui li dobbiamo inserire. Esistono alcuni escamotages che possono essere usati per inserire “spiegoni” mascherandoli e rendendoli meno pesanti. Uno di questi è far progredire la storia su due binari paralleli, passato e presente, in modo che man mano emerga il presente in relazione agli avvenimenti del passato. Un altro modo è la missiva, ovvero uno scritto lasciato da un personaggio a un altro. Metodi meno eleganti poi sono i sogni, le visioni, i flash back o i racconti dei personaggi. In un modo o nell’altro, quando uno “spiegone” deve essere inserito, l’autore dovrà ingegnarsi a renderlo fruibile.
4 Punteggiatura. Andrebbe sotto il paragrafo grammatica, ma è talmente importante e mal considerata, che preferisco insistere. Lungi da me insegnare come si metta la punteggiatura corretta, segnalo solo che alcuni editor sono allergici ai due punti esplicativi. Si tratta di quelli che ci hanno insegnato a mettere prima di un elenco. Mi sono vista correggere un testo segnalando tutti i due punti, tranne quelli prima di un dialogo. Il motivo era che secondo l’editor, non fosse elegante l’elenco. La mia opinione è che se i due punti nella lingua italiana ci sono, nella giusta maniera vanno usati e non dimenticati.
5 Avverbi. Sugli avverbi potremmo disquisire un’ora intera, non di più o sentirei di aver sprecato tempo, ci sono cose ben più divertenti da fare che logorarsi sugli avverbi. Anche in questo caso ho assistito a vere rappresaglie contro gli avverbi, orde di revisori incancreniti sulla necessità di eliminarli tutti, piazze piene di No Avv che protestavano per la libertà di non doverli usare nelle frasi composte. Come è facile intuire, la mia posizione è su un equilibrio talmente pacifico, che Anubi non mi invita mai alla pesatura dei cuori dei morti. Con me la bilancia non pende mai. L’avverbio esiste nella lingua italiana? Sì. Bene, usiamolo, ma nel mondo corretto, ovvero quando proprio non è possibile sostituirlo con una frase. E’ pur vero che tutti gli avverbi possono essere sostituiti, ma a volte per farlo si allunga ed appesantisce il periodo che, invece, con un bell’avverbio scelto ad hoc, sarebbe scorrevole.
6 Papiri e telegrammi. Sebbene io sia fanatica dell’Egitto antico in ogni sua declinazione, nella letteratura i papiri, ovvero quei lunghi paragrafi che diventano dei veri Wall of text, con tante frasi subordinate, mi vanno indigesti. A volte mi sono trovata a prendere il lapis rosso e blu per fare l’analisi logica delle frasi nel tentativo di trovare un soggetto e, molte lettere dopo, il suo povero verbo! D’altro canto anche le frasi telegrafiche, ottime per i momenti incalzanti della narrazione, se sono l’unico reperto nel romanzo, mi fanno desiderare l’eutanasia delle pagine e la loro tumulazione.
7 Vocabolario. A volte un semplice testo da 12 euro al superstore può salvarci la vita e la carriera. Si tratta del Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari. Sebbene abbia visto più volte in testi da recensire l’errore di usare parole con un significato sbagliato, per fortuna la maggior parte delle volte il problema è solo una mancanza di varietà nel lessico. Personalmente non credo all’ultima statistica che prevede che una grande percentuale di studenti di un liceo inglese conosca solo 400 parole. Mi pare davvero esagerata e sottintenderebbe una ignoranza galoppante molto più preoccupante del previsto. Devo tuttavia ammettere che, in effetti, la proprietà di linguaggio delle ultime generazioni sta declinando.
8 Accuratezza. Un giorno, parlando con un altro giocatore di ruolo, chiesi la spiegazione di una magia particolare trovata nell’avventura. La cosa non aveva senso per me, ma quando lui mi rispose, tutto fu chiaro: “Cazzo vuoi, è magia!” Ebbene possiamo riderci sopra, ma quando scriviamo anche della cosa più fantastica al mondo come un biunicorno ciclope, sarà sempre meglio avere un fondo di verità e di rigore inattaccabile, in modo che la trama non abbia falle. A maggior ragione il rigore deve esserci in un testo che contiene scienza e storia.
9 Impaginazione. Per alcune recensioni ho perso diottrie per seguire un testo non allineato correttamente. Per la sanità mentale di chi vi legge, sia che offriate il lavoro a un editor per la pubblicazione con Casa Editrice, sia che scegliate il Self publishing, usate uno stile fruibile a partire dalle virgolette/caporali nei dialoghi, agli espedienti per i pensieri o i flash back, ai caratteri e le interlinea.
10 Illustrazioni. C’è chi le odia, c’è chi le adora. Indovinate? Io sto nel comodo mezzo. Va bene inserire un’immagine, se è indispensabile nel testo e non può essere messa come copertina o seconda o terza di copertina. Ma questa immagine deve essere pertinente al testo, adeguata nello stile e ridimensionata in modo da adattarsi alle misure di stampa del volume, pur mantenendo la sua nitidezza e la sua comprensibilità. Mi sono trovata a dover eliminare una mappa molto importante dalle pagine della Bestia, proprio perché, una volta rimpicciolita per il formato della pagina, sarebbe stata inutile perché avrebbe perso tutti i dettagli.

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Foto dal Web Per alcuni la trama di un romanzo è una strada che va percorsa dall’inizio alla fine, per altri è l’arborescenza di un vegetale che si apre a corolla, per me è un lavoro di tessitura. Dal rapporto tra ordito e trama, dal modo in cui la spoletta corre dentro e fuori i fili tesi, dal tipo e dallo spessore dei fili, dei nodi e dei colori, otteniamo capolavori sempre diversi. Nel mio immaginario, i fili tesi e fissi sono i personaggi e la spoletta che corre tra essi sono gli avvenimenti. Dal rapporto tra essi, emerge lentamente l’immagine del romanzo, la storia completa. Ma quali sono errori e pregi di una buona trama? Vediamo insieme i difetti, poiché per i pregi basta evitare questi errori!
ERRORI di TRAMA
- Trama origami. Quando gli avvenimenti sono così ripiegati che non si coglie nulla del fine o dei pregi che può offrire. E questo non solo accade con le trame investigative o poliziesche, ma anche con quelle psicologiche. Il rischio è che ad un certo punto si arrivi a una tale ripiegatura che tutto l’impalcato diventa insostenibile e diventa necessario il classico intervento di Alessandro Magno sul nodo gordiano. Il grande condottiero macedone, messo davanti a un enorme gomitolo che nessuno era mai riuscito a districare, prese la spada e lo tagliò. Bello, ingegnoso, di grande impatto, un po’ come quelli che al mattino dopo il “buongiornissimo caffé” iniziano a postare meme filosofici di come ci siano leoni e gazzelle e loro siano veri leoni alpha. Però dopo il taglio, le corde non sono più state di alcuna utilità.
- Trama a flusso di coscienza. Quando non si ha ben chiara la trama e si va alla cieca, vedendo dove ci porta la creatività. A Dalì la cosa veniva benissimo, ma un romanzo non è una istantanea onirica, è un fiume di parole che devono avere una loro coerenza, esattamente come Dalì misurava i colori e le ombre nelle sue opere che, diversamente, sarebbero le medesime macchie nere che un gorilla potrebbe fare intingendo le mani in tutti i solori insieme.
- Trama incensiera. Quando il profumo che esce dalle pagine lo può sentire solo l’autore, perché la trama non è altro che un continuo lodarsi e sbrodolarsi sia in maniera diretta, nelle autobiografie, sia indirettamente, attraverso l’identificazione dell’autore con l’eroe.
- Trama patchwork. Quando l’idea di fondo non è lineare, ma lascia degli strappi nel continuum narrativo e quindi ci adoperiamo nel mettere tante pezze che, sulle prime ci paiono anche organiche e risolutive, ma poi non si attaccano bene ai lembi slabbrati e dunque quell’abito di parole, sarà pieno di spifferi.
- Trama clone. Quando la scopiazzatura va oltre l’archetipo. Se ci si sofferma a pensare alla storia della letteratura, possiamo individuare alcuni archetipi letterari come la lotta tra i due fratelli, il triangolo amoroso, il rapporto docente e discente, il viaggio di formazione. Dire che siccome una trama simile è già stata scritta è però un errore. Altrimenti Shakespeare non avrebbe potuto scrivere l’Amleto, visto che ormai avevano già narrato di Caino e Abele! A volte gli editor condiscono via una trama con la dicitura: “E’ già stato scritto.” Non abbattetevi. Non è l’archetipo di fondo a definire la validità del romanzo, ma glie elementi che vi inserite, lo stile, l’innovazione che saprete infondere.
- Trama spoilerata. Non sono una che ama le definizioni, sono un tipo “fluido” secondo cui le persone sono individui che non vengono definiti dalla propria sessualità o dal colore della pelle, a meno che siano loro stessi a crearsi una simile barriera. Quindi a maggior ragione non mi piace schematizzare scolasticamente i concetti dietro definizioni tecniche come “prefigurazione”. Questo espediente letterario viene usato per far sentire il profumo di una trama futura, lasciandola in sospeso con una frase, un dettaglio o qualcosa che faccia capire al lettore che di lì a poco succederà qualcosa o che quel dettaglio tornerà ancora e avrà maggiore importanza. Da questo passo allo spoiler, la distanza è breve e insidiosa. Inserire una frase tipo – “Di lì a poco sarebbe sorto il sole, ma Mary Sue non sarebbe stata viva per vederlo.” – non è una prefigurazione, è un vero spoiler!
- Trama oblio. Quando non c’è trama, non accade nulla, non c’è altro che un vuoto diario o, peggio, una cronaca di fatti di dubbio interesse che possono interessare giusto l’autore o la sua mamma, che senso ha scrivere un libro? E’ un libro che viene dimenticato molto in fretta, che non sortisce nessuno dei due effetti per cui un libro dovrebbe essere scritto: dare emozioni e dare cultura. Se io imparo qualcosa da un libro, sia anche solo una nuova emozione o un nuovo fatto, allora il libro ha centrato l’obiettivo.
- Trama inverosimile. Gli alieni li possiamo far atterrare, l’ucronia va benissimo, l’importante è che nel complesso, la trama abbia una sua logica e una sua coerenza. Non posso permettermi salti logici, inserimenti di personaggi e fatti non credibili e non armonizzati alla trama, altrimenti tutto l’impalcato cadrà come un castello di carte e il lettore farà la cosa peggiore che può fare: chiuderà il libro prima di averlo finito. E noi avremo fallito.
- Trama prismatica. Si possono scegliere molti registri narrativi e mostrare i fatti dal punto di vista di uno o più protagonisti. La più facile soluzione è la prima persona, in cui il punto di vista è unico: il raggio di luce entra in un foro ed esce lineare. Quando tiro in ballo altri punti di vista, gli errori da evitare sono due e il primo è quello di rivelare troppo, col rischio di spoilerare al lettore un esito attraverso l’agire di altri personaggi. Basti pensare a un libro su Jack lo Squartatore, Se usassi Jack come secondo punto di vista, dovrei stare molto attenta a non mostrarlo nel suo dettaglio o nel quotidiano o nelle motivazioni, altrimenti lo svelerei troppo. Il secondo errore è quello di complicare eccessivamente il ventaglio di possibilità narrative, introducendo un filone per ogni protagonista. Vedere il medesimo fatto da diversi punti di vista potrebbe essere noioso o, peggio, costringermi a falsare la visione di un personaggio per evitare di svelarlo come colpevole.
- Trama pilotata. La troviamo quando lo svolgersi delle azioni e delle descrizioni punta sempre e comunque a un finale che pare predestinato. Commettendo questo errore è come offrire al lettore direttamente l’ultima pagina, salvo poi riportarlo all’inizio e dire: “Adesso ti mostro come arriveremo lì.” Rischioso. Perché se stiamo parlando della storia di Spartacus, è chiaro che finiscono tutti crocefissi, ma se il racconto è inedito, il lettore deve avere la percezione che le cose possano ancora cambiare o l’emozione sarà pari a zero.
Ma come sviluppare un buon intreccio? Sul Web ho trovato un’immagine che riassume da sola in maniera esaustiva il cosiddetto “arco narrativo”, rappresentato proprio con un arco medievale a doppia curvatura o, per dirla come un matematico, con una curva gaussiana.

Foto dal Web Chiaramente questo schema è indicativo, ognuno ha un suo stile, ma questa è una impostazione che “funziona” e per un motivo molto semplice: esattamente come un divulgatore sa che non può mantenere alta la concentrazione dei suoi ascoltatori per più di 12 minuti, dopo i quali deve concedere loro una pausa emozionale e mentale (vale per i discorsi, le lezioni scolastiche e il ritmo dei film), così un autore deve bilanciare le parti del suo romanzo per seguire la naturale e fisiologica attenzione del lettore che necessita la simmetria e la logica di questi passaggi per apprezzare a fondo una trama.

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Foto dal Web, dettaglio della maschera funeraria d’oro E’ il 4 novembre del 1922. Howard Carter, un archeologo non ancora famoso, si sta preparando ad abbandonare per sempre le campagne di scavi. Dopo sei stagioni i fondi sono finiti e la sua idea che ci sia ancora una tomba da scoprire nella Valle dei Re, in Egitto, non sembra trovare riscontri.
Molti suoi colleghi ritengono che l’Egitto non abbia altri tesori da regalare. Eppure lui ha in mano piccoli oggetti, ha sotto gli occhi una mappa delle tombe già scoperte e della geologia del luogo. Lui sa che gli antichi architetti conoscevano il proprio mestiere. E sa che c’è un punto, nella valle, in cui convergono i rivoli d’acqua delle piogge improvvise, depositando detriti e sabbia.
Se c’è ancora una tomba rimasta intatta, protetta dalla natura stessa, deve essere lì. Fa un ultimo tentativo e trova tre scalini che scendono nelle viscere della terra. Libera la rampa e trova una porta con ancora i sigilli intatti. I sigilli recano il nome di Tutankhamon, il faraone bambino che regnò per dieci anni dalla morte di Akhenaton, il faraone eretico, fino al suo diciottesimo anno di vita per poi scomparire in fretta dalla storia. Ma recano anche un altro importante testo. La sua maledizione: “La morte sfiorerà con ali leggere chiunque osi disturbare il sonno del Faraone.”

Foto dal Web da un originale scattata da Carter ai sigilli della tomba L’archeologo non si fa certo fermare da una superstizione, ma resiste alla tentazione di fare come i suoi colleghi, che buttavano più le porte e rompevano i vasi alla ricerca dell’unica cosa considerata preziosa: l’oro. Ricopre il tutto, mette delle guardie a protezione del sito giorno e notte e telegrafa al suo finanziatore principale, Lord Carnarvon, che si precipita in Egitto per assistere, con le autorità e la stampa, all’apertura in diretta della tomba. La tomba di Tut era stata dimenticata presto dai suoi contemporanei, ricoperta dalle alluvioni e dalla sabbia e questo l’aveva preservata dai tombaroli. Ma sarebbe bastato per poter trovare qualcosa di valore? Carter pratica un piccolo foro nella porta e fa luce all’interno con una candela. Carnarvon gli chiede: “Cosa vedi?” E lui risponde: “Cose meravigliose!”

Foto dal Web, da un originale scattata da Carter di parte del contenuto della prima stanza La portata della scoperta fa subito il giro del mondo: una tomba di un faraone è stata ritrovata, intatta, dopo tre millenni. Di nuovo questo grande uomo chiamato Howard Carter, resiste alla tentazione di entrare come un bisonte e mettere tutto a soqquadro per trovare la mummia. Cammina in punta di piedi tra mobili e oggetti, scatta foto, documenta ogni cosa nella sua posizione originaria e poi dà ordine di liberare con cura le stanze, recuperando ogni singola perlina persa nella sabbia. Grazie a questo lavoro meticoloso, molti oggetti distrutti durante un frettoloso furto a pochi anni dalla morte del faraone possono essere ricomposti e tutto il tesoro restituito intatto alle sale del Museo del Cairo. La tomba è piccola, scavata di fretta, poco decorata come ci si attende da una morte prematura e inaspettata, con poche stanze, ma tutte ingombre di oggetti di un corredo funebre enorme e prezioso.

Foto dal Web da uno scatto originale di Carter dei carri smontati e dei letti I mesi passano, il lavoro procede con la lentezza che merita la grande scoperta e il pubblico attende con ansia nuovi articoli di giornale che aggiornino sullo stato degli scavi: c’è la mummia? E’ intatta? C’è dell’oro? Non manca giorno che Carter non riporti alla luce un meraviglioso manufatto, avvolto in ovatta, lino e imballaggi: statue, oggetti di uso quotidiano, carri, letti, statuine ushabti vengono fotografati sulle portantine che permettono loro di rivedere il sole dell’Egitto dopo oltre tre mila anni di oscurità.

Foto dal Web, Carter e Carnarvon dopo l’apertura della porta della tomba Carter trova molto presto l’enorme catafalco che nasconde il sarcofago, ma esso occupa quasi tutta una stanza, così decide di terminare lo svuotamento delle camere, per evitare di mettere in pericolo i reperti. Ogni giorno, scendendo nella tomba, guarda quella parete d’oro sapendo con certezza che dentro avrebbe trovato Tut. I sigilli erano infatti ancora intatti anche su quelle pesanti lastre d’oro e i ladri non potevano essere giunti fino lì, perché la porta delle due stanze del tesoro erano murate. I manigoldi si erano fermati alla prima stanza poi, probabilmente, erano stati scoperti e messi a morte e la tomba richiusa in fretta per non disturbare il viaggio del Faraone.

Foto dal Web, ricostruzione delle quattro camere Giunge finalmente il giorno dell’apertura del catafalco. Con perizia viene smontato pezzo a pezzo rivelando un secondo sacrario, poi un terzo e un quarto e, finalmente, un grande sarcofago rettangolare di quarzite. All’interno tre sarcofagi antropomorfi di legno e oro o di oro puro attendevano, come in un gioco di bamboline russe, di rivelare il suo contenuto.

Foto dal Web da uno scatto originale di Carter, con la mummia coperta dalla maschera d’oro e la resina nera che la avvolge Il problema principale salta subito all’occhio: la mummia è stata cosparsa da così tante resine profumate che è annegata in una pece secca che la incolla al fondo del sarcofago. Il lavoro procede, ma è chiaro che qualche danno stavolta andrà fatto: la testa del faraone si stacca dal corpo durante la rimozione e parte del corpo si danneggia col calore o le sostanze chimiche provate per sciogliere la resina nera indurita. Alla fine però Tut viene liberato della preziosa maschera funeraria e il suo volto incontra lo sguardo degli archeologi.

Foto dal Web, radiografia e cranio della mummia E’ un volto mal conservato, annerito dalle resine, eppure già con quelle prime analisi, gli esperti dell’epoca riescono a definire la causa della morte del faraone bambino. Un foro nel cranio li fa infatti propendere per l’omicidio e l’indiziato è il suo successore, il sacerdote Ay (nella foto che segue, è l’ultima figura sulla destra, con la pelle di leopardo sulla spalla, ritratta mentre usa l’apposito strumento rituale per aprire la bocca al faraone, durante il funerale), oppure il generale Horemheb, successore di Ay. Chiunque sia il colpevole, la diagnosi è fatta e tutto il mondo da allora crederà a due cose: la morte violenta del faraone e la sua volontà vendicativa esplicitata nel testo della maledizione. Il problema è che il mondo crede ancora oggi a entrambe le cose.

Foto dal Web, dipinti nella camera del sarcofago Come stanno dunque i fatti? Allo stato attuale delle analisi e delle conoscenze, possiamo innanzitutto smentire il discorso maledizione, visto che l’unico morto durante gli scavi (se escludiamo il canarino di Carter mangiato da un cobra), è Lord Carnarvon, morto per complicanze setticemiche dopo una puntura di insetto o un piccolo taglio da rasatura. Carter stesso è morto 17 anni dopo, nel 1939, dopo aver dedicato la sua vita al restauro, analisi e catalogazione delle sue scoperte nella ricca tomba di Tut.

Foto dal Web, particolare dello schienale del trono di Tutankhamon, seduto, con la moglie Ankhesenamon che gli spalma un unguento sul corpo Possiamo anche sfatare il mito dell’omicidio, perché la scienza medica ha potuto effettuare analisi molto più meticolose pochi anni fa, sottoponendo Tut a una TAC, poi a una risonanza e ad analisi genetiche incrociando i dati di tutte le mummie ritrovate finora e che potevano risalire a quel periodo. L’esito è stato sorprendente: non solo Tut era fratellastro per parte di padre, di sua moglie Ankhesenamon, ma era anche portatore di una serie di tare genetiche da consanguineità che fanno supporre che certi matrimoni incestuosi nelle famiglie reali non fossero solo “di rappresentanza”, ma effettivamente consumati e con prole a dimostrarlo. L’articolo, pubblicato sul Journal of the American Medical Association (JAMA), riporta infatti che il povero Tut soffriva innanzitutto di Osteocondrosi, una malattia rara e debilitante che gli rendeva difficile la deambulazione, poiché aveva un piede deforme e soggetto a necrosi e dolori lancinanti. Ecco spiegato il motivo per cui sono stati trovati tanti bastoni consumati e usati nel corredo funebre.

foto dal Web, ricostruzione dell’aspetto fisico di Tut La causa ultima del suo decesso però, può essere ragionevolmente imputata alla Malaria tropica, la forma più feroce della patologia, che si accompagna a necrosi ossee. Queste lesioni, specie nel ginocchio, potrebbero essere dunque la causa della sua prematura dipartita. L’ultimo mistero rimane però sulla causa della lesione necrotica al ginocchio che, secondo alcuni patologi, potrebbe essere imputabile a una caduta e non alla malaria che avrebbe solo assestato il colpo finale. Quindi il giovane Tut non è morto per un colpo alla testa o per una caduta dal carro (casuale o organizzata da un assassino), che usava spesso perché, come tutti i giovani, amava le fuoriserie e la velocità, specie perché in quel modo poteva spostarsi senza camminare e provare quindi dolore.

Foto dal Web, il segretario generale del consiglio superiore delle antichità egiziane, il professor Zahi Hawass accompagna Tut nel tubo per la risonanza magnetica Cosa rimane dunque di Tut e della sua maledizione? Sicuramente una lezione per tutti noi. Per decenni la maledizione di Tutankhamon ha ispirato l’arte, attribuendo a questo ragazzo sfortunato la cattiveria e la volontà di punire i profanatori in modo così crudele. La verità è che simili avvertimenti erano presenti in ogni tomba, per evitare i furti, ma i ladri non se ne sono mai curati. Ho scovato il libro scritto da Carter sul ritrovamento della tomba in una bancarella di libri, quando avevo 12 anni e il sogno nel cassetto di fare l’archeologa. Per diversi mesi mi sono portata ovunque quel libro, cercando, come prima cosa, di guardare la foto in primo piano della mummia e superare la paura e il disgusto nel vedere un corpo morto. E’ indubbiamente di maggior impatto emozionale una mummia, con ancora capelli e pelle e l’espressione del volto, rispetto a un bianco scheletro.
Di Tutankhamon però io ho capito da subito molte cose, andando oltre quello che appare superficialmente. Ed è qualcosa che anche nel 1922 avrebbero potuto capire. I bastoni e il piede corto e contorto indicano che era un ragazzo sofferente, malato. Il cranio allungato suggerisce che qualcosa non era normale in lui. Il fatto che sia stato messo sul trono in fretta, a 8 anni, quando era ancora completamente controllabile, al fine di restaurare il potere dei sacerdoti di Amon dopo l’eresia di Amenofi IV, suo padre, mi ha suggerito che sia stato una pedina. Ma soprattutto, quello che mi ha fatto capire molto di lui, è che nella stessa tomba, mummificati e seppelliti con tutte le cure, ci sono due feti. Le sue figlie abortite da una giovane regina che non è mai riuscita a portare a termine una gravidanza. E lui, il papà, ha portato quelle bambine mai nate con sé, nella più preziosa tomba mai ritrovata.

Foto dal Web, uno dei feti mummificati 
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Foto dal Web No, non preoccupatevi, non parlerò di Dungeons And Dragons o dei giochi di ruolo. Però ho preso a modello la scheda personaggio perché potrebbe essere un buon ausilio per un neofita che ancora non abbia un suo stile di creazione dei protagonisti. Una scheda di Gioco di Ruolo contiene tutte le informazioni relative a un personaggio, dall’altezza, peso e tratti somatici, a carattere, bonus e malus (pregi e difetti), il suo equipaggiamento e, in molti casi, anche una zona dedicabile al background. In mancanza di un metodo personalizzato, una scheda come questa o come quella di Vampires The Masquerade, può aiutare. E, se ancora vi spaventa la similitudine col Gioco di Ruolo, immaginate la scheda come un bestiario medievale, con descrizioni minuziose, disegni, punti di forza e debolezza degli animali fantastici.

Foto dal Web Bestiario medievale Perché creare una scheda personaggio?
Avere una scheda ci permette di fissare il carattere che abbiamo creato e potervi attingere per tutte quelle necessità che ci permettono di mantenere un carattere costante. E’ ammissibile che un personaggio possa cambiare in seguito ai fatti del romanzo, è una evoluzione, ma non c’è nulla di peggio di vedere un protagonista mutare registro e carattere a seconda dell’umore dell’autore.
E’ un passaggio non necessario per tutti i personaggi, ma solo per quelli che avranno una certa importanza, sebbene una definizione di massima anche delle comparse potrebbe essere utile almeno in maniera più spiccia.Cosa metteremo in una scheda personaggio?
- Anagrafica: nome, cognome, data e luogo di nascita, parenti, stato civile, studi, professione, domicilio.
- Descrizione fisica: altezza, peso, costituzione, volto, caratteristiche, difetti e punti di forza, scheda anamnestica medica se di interesse (per esempio esiti di incidenti o malattie invalidanti), cicatrici, tatuaggi.
- Carattere: attuale ed eventuale evoluzione dal passato coi motivi che hanno generato il cambiamento (esempio solare ed espansivo, dopo morte di un genitore diventa introverso), pregi e difetti caratteriali (comprensivi di paure, manie, fissazioni, compulsioni patologiche), punti di forza e debolezza nel carattere, ambizioni non realizzate.
- Amici e nemici: persone non parenti che sono in conflitto o in accordo con il personaggio, ma anche personaggi neutri che gli sono comunque legati a vario titolo.
- Inserimento nella società: suo rapporto col lavoro, tendenza politica, hobbies, filosofia di vita, musica preferita, gusti culinari o artistici, giornata “tipo” e suoi ritmi, tasti dolenti sociali e cose di cui si fa beffe.
- Peculiarità: andature, gestualità, tic, reazioni fisiche o verbali fisse, atteggiamenti.
- Scopo nella storia: a cosa serve, come contribuirà, come mi aspetto che impatti sul lettore, come cambierà, che fine farà.
- Motore primario: cosa muove il personaggio, perché farà determinate scelte, cosa nel suo passato lo ha condotto a fare quelle scelte? E’ importante, nella definizione del carattere, stabilire il “perché”. Dare un motivo coerente per il comportamento di una persona.
Esempio: Ecco la scheda di Cécile Darcy così com’è stata usata nella stesura del romanzo.
1 Cécile Darcy. Nata ad Arles en Provence nella primavera del 1778. Padre sconosciuto, madre Marie Claudine Darcy, deceduta nel 1784. Vive con il nonno, Draco Darcy e di tanto in tanto con lo zio Zel Darcy in una casa dignitosa nella piazza principale di Cusago. Sta studiando per diventare levatrice e aiuta la levatrice del paese, Dinetta, nella sua professione. Assiste anche il nonno nella professione di curatore medico.
2 Di costituzione snella, carnagione chiara, con lunghi capelli rossi a boccoli lassi e corpo lentigginoso, occhi verdi su viso regolare. La crescita si è assestata su 1,58 m per un peso di circa 52 kg. Priva di cicatrici e tatuaggi, non si è mai davvero ammalata nella vita. Punto di forza è il viso angelico e i capelli soffici, punti critici sono le efelidi e il colore dei capelli per via delle superstizioni.
3 Normalmente solare ed espansiva, sembra offrire il fianco alle pugnalate della vita con insolita costanza. Pian piano nel corso del romanzo la si vede chiudere definitivamente come meccanismo di difesa estrema, ma fino ad allora, nonostante le bullizzazioni, ha sempre cercato l’inserimento nella società e, soprattutto, nel gruppo dei pari, verso cui ha mostrato generosità anche esagerata, nel tentativo di comprare l’amicizia e la fiducia. Momento critico nella sua vita è sicuramente la morte della madre, non solo per il fatto in sé, ma anche perché è stata bruciata come strega, lasciandole addosso l’onta della vergogna e della colpa che ha esasperato ancora di più il suo rapporto con i compaesani. Pregi sono la costanza e la curiosità, oltre che l’umiltà nell’apprendere, mentre i difetti sono tutti correlati al carattere fumantino, ovvero la tendenza a parlare prima di aver ben collegato il cervello e presagito in che modo per proprie parole impatteranno sugli altri: irascibile, sospettosa, convinta che il mondo ce l’abbia con lei. Spesso si sente inadeguata, fuori posto, incompresa e reagisce isolandosi e ricercando il silenzio. Sicuramente vuole avere le stesse possibilità degli uomini nella vita e sapere che non sarà così la frustra.
4 Alleati sicuramente Dinetta, Zel e Draco, Tiano, Etienne e, tra le comparse, Caterina Aliprandi, che lei salva al momento del parto. Nemici Don Egidio Scala, perché è in conflitto col nonno, ateo e umanista, il medico Tommaso Cazzaniga che accusa lei e il nonno di abuso di professione, la cameriera Veronica con cui è in conflitto per le attenzioni di Tiano.
5 Difficile rapporto con la società, ha ormai terminato le lezioni col prete e studia col nonno, isolandosi sempre di più dal gruppo dei pari, ma soddisfacendo la sua curiosità intellettuale. Non solo non riesce a inserirsi per le sue caratteristiche fisiche (i capelli rossi da strega), ma risente dell’eredità pesante di rapporti sociali difficili del nonno, temuto e perciò assecondato da tutti. Lui tra l’altro non ha mai fatto nulla per migliorare la situazione di Cécile, ma neanche ci ha provato per finta! A Cécile piace leggere e imparare tutto sull’arte di guarire, l’erboristeria e le antiche sapienze, ama assaggiare tutti i cibi strani che Zel porta a casa dai suoi viaggi. La sua giornata tipo prevede studio, riordino della casa, assistenza al nonno mentre visita i pazienti, escursioni nella foresta per trovare le essente vegetali, assistenza a Dinetta quando la chiama per i parti.
6 Peculiarità: nulla da segnalare, la sua origine razziale le garantisce assenza di turbe fisiche o psicologiche, ma quando è felice, ancora saltella come una bambina quando cammina.
7 Scopo nella storia: Cécile è la chiave di volta che regge tutto l’impalcato. Deve emergere la sua condizione di prescelta e il fatto che faccia convergere le forze positive fino a generare pace e concordia tra due poli opposti, come Tiano ed Etienne. Lei non sa nulla e si trova coinvolta in qualcosa di troppo grande che la farà maturare e crescere fin troppo in fretta. In un attimo, tutta la sua routine viene scardinata e lei delocalizzata in giro a tagliuzzare cadaveri di suoi coetanei. Per questo la sua evoluzione parte da una accettazione della crudeltà della vita e della possibilità che lei riesca a fare qualcosa di buono e significativo, se solo riuscirà a tirare fuori la sua forza e le sue doti nascoste, ancora acerbe.
8 Motore primario: la famiglia e gli affetti. Terrorizzata dal perdere l’amore, nel senso più ampio del termine (sia quello dei genitori e del nonno, che quello sentimentale, che quello di amicizia), si dedica anima e corpo per mantenere sicuri e vicini coloro che ama. Si getta a capofitto nell’indagine perché è giusto farlo: la prima vittima, Giacomino, era suo amico.

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Foto Amazon La saga di Ramses, come tutti i romanzi dell’egittologo francese Christian Jacq sono la manna per gli appassionati della storia e della cultura egizia. Se analizziamo le trame e lo stile di scrittura, non possiamo non notare che siano molto semplici, quasi elementari, con personaggi buoni che trionfano sempre sui brutti e cattivi malvagi sui quali pende la condanna di Maat: per quanto facciano soffrire i bravi protagonisti, già si sa che non potranno alla fine vincere la guerra. Il pregio di questa saga, è l’accurata precisione con cui viene ricostruita la vita quotidiana in Egitto, tipica della professione dell’autore che ci dona un sacco di piccoli cammei e conoscenze che rendono vivido onore a una grande civiltà. Ci parla di medicina, architettura, significato dei geroglifici, rituali, dèi, dinastie, storia, leggenda, ma anche cucina, favole e burocrazia del più vasto e progredito stato dell’antichità.

Foto dal Web Abu Simbel La storia inizia col giovane Ramses che, sotto lo sguardo vigile del padre, Sethi I, un altro monumentale re, affronta la prova col toro sacro, guadagnandosi un punto sull’asticella del principe ereditario perfetto. Viene poi presentato lo “Scar” di turno, il “Caino” in agguato, ovvero Shenar che, in quanto figlio maggiore, si sente in diritto di regnare, pur non avendo le medesime doti di rettitudine del giovane Ramses. ma Ramses è scelto dal dio falco, simbolo di regalità e Sethi che rappresenta il perfetto monarca teocratico, sa riconoscere in lui il suo successore. Shenar non approva, chiaramente e inizia col fratello un braccio di ferro che non termina neanche con la morte di Sethi e la nomina di Ramses sul trono. La trama e i libri successivi esplorano tutto il lungo regno del grande re, tra matrimoni, figli e morti, nuovi e vecchi nemici, guerre e riconciliazioni.
Ramses II, un re che ho avuto il privilegio di omaggiare nella stanza dei Re al Museo del Cairo nel 2001. La mummia di Ramses splendida e in uno stato di conservazione perfetto, riposa lì, al sicuro in una teca a clima controllato. Ho potuto vederlo a meno di un metro di distanza e ringraziarlo per aver reso grande l’Egitto per 92 anni e per aver significato tanto nella mia formazione culturale.
COME LEGGERLO:
Luogo: Seduti sulla sabbia, in posizione da scriba
Tempo: Estate, col sole caldo
Sapori: focaccia al cumino cotta nel forno a legna
Profumi: Loto, incenso, sandalo
Musica: Solferino & Ibis Babé, In the earth of Egypt full album

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Foto dal Web Stemm papale di Rodrigo Borgia Roma 1495 – Inizia qui il secondo romanzo della saga di Memorie dal Buio e lo fa con alcuni personaggi già conosciuti ne “la bestia” e con altri nuovi. Siamo nella Roma di papa Rodrigo Borgia, il toro fecondo e sensuale di Valencia che ha segnato uno dei momenti di più infima spiritualità della chiesa. Tre anni prima, Colombo ha scoperto l’America, ma ancora nessuno ha compreso la portata dell’importanza di quel viaggio: gli occhi dell’Europa sono puntati sulle guerre di successione al trono di Costantinopoli, allo spettro di una nuova crociata, di una invasione ottomana in occidente, alla certezza di una calata delle potenze europee nella penisola italiana, a caccia di ricchezze, territori e conquiste. C’è solo l’imbarazzo della scelta: spagnoli, sacro romano impero o francesi? A voi un estratto del capitolo 3
CAPITOLO 3
«Ogni uomo può dire quante oche o quante pecore possiede, ma non quanti amici.» (Cicerone)
Roma, 25 febbraio 1495 pomeriggio tardo
«Prendi il tuo lavoro di ricamo Sarah», disse la donna, rifilandole in mano un piccolo telaio tondo in cui era teso un finissimo lino bianco, con un lavoro appena iniziato e anche con poca perizia.
La ragazzina sbuffò, sedendosi composta vicino alla finestra, ago in mano, fissando il viavai di gente che affollava Piazza Santa Maria Rotonda, dominata dal Pantheon, riconvertito a chiesa cristiana.
Il loro palazzo ne cingeva il fianco destro, facendo angolo con la piazza stessa.
Un palazzo nobile e costoso in un luogo invidiabile e ambito, soleggiato e salubre.
«Perché non posso invece leggere un libro? Io scrivo novelle e poesie, leggo e ho una buona cultura, anzi ottima per la mia età. Invece mi date in mano tela e ago. Sapete che sono negata per il ricamo!» Piagnucolò capricciosa.
«Una ragazza che legge spaventa. Ci si chiede cosa potrà mai fare una donna colta. Meglio che ti sottovalutino.»
«E dovrò vivere con una maschera tutta la vita? Non potrò mai essere me stessa?»
«Sarai te stessa tra noi, in famiglia, ma la maschera che porterai in pubblico potrebbe essere la tua sola difesa in questo mondo.»
La madre era così, intransigente, esigente, a volte dura nell’educazione; negli ultimi tempi tra di loro si era instaurata quella palese e feroce guerra generazionale che vedeva la ragazza contestare ogni decisione della madre e la donna stringere sempre di più le maglie della formazione della fanciulla.
La ragazza sbuffò spazientita e tornò a guardare fuori dalla finestra.
Una portantina stava giungendo lungo la piazza, attorniata da questuanti in miseria e pellegrini sperduti e stava puntando dritta al loro portone; di sottecchi Sarah apostrofò la madre: «Chi ci sta venendo a trovare? Qualcuna delle vostre amiche?»
«Sai che io non ho amiche, solo convenienti conoscenze», ribatté la donna che si pose eretta alla scrivania con un libro in mano, aperto su una pagina qualsiasi, «e comunque è Vannozza de’ Cattanei.»
«L’amante di Papa Alessandro VI!» Disse Sarah allargando gli occhi di stupore.
«L’amante che fu, ormai Sua Santità si diletta in più giovane talamo, quello di Giulia Farnese, ma noi non lo faremo pesare alla nostra ospite. Se è venuta qui, è perché vuole qualcosa da noi. Ricorda mia cara, se il diavolo ti accarezza, è perché vuole la tua anima.»
Rachele era una splendida donna nella seconda metà dei trent’anni, con le forme perfette sottolineate da un lungo abito di velluto damascato blu.
I capelli neri erano stati tinti con dell’infuso di castagne che andava a coprire di rame brillante i radi fili bianchi che si mostravano nella scriminatura dell’acconciatura.
Morbide trecce partivano da dietro le orecchie facendo corona attorno al capo.
Dinanzi, la riga divideva la chioma a metà; dietro, alla treccia era assicurato un intreccio a rete di seta cui erano cucite perle a ogni nodo.
La giovane figlia, quindicenne, aveva i capelli ondulati come la madre, ma di un nero scuro, lucido e a tratti quasi bluastro, ben armonizzato ai suoi occhi verdi, che viravano al nero vicino alla pupilla in una screziatura affascinante nella sua complessità.
Di spiccata somiglianza somatica, entrambe avevano lineamenti piacevoli e pelle delicata e bianca, ma la madre portava i segni della vita vissuta in un’antica cicatrice sul dorso della mano destra che si perdeva oltre il polsino dell’abito.
Una cicatrice da ustione.
Le ciocche brillanti e libere di Sarah, portate scarmigliate come si conveniva a fanciulle ancora acerbe e non maritate, ondeggiavano allo spiffero insolente che filtrava dalla finestra assolata; gli occhi chiari percorrevano l’ordito del ricamo, senza tuttavia metterci impegno.
«Ahia! Guardate madre! Il mio sangue offerto in olocausto al lino!» Disse la ragazza con la retorica di un bardo, mentre si succhiava il dito in cui l’ago aveva scavato una ferita. «È ridicolo che io debba fingere di saper ricamare come tutte le brave fanciulle, quando non so neanche tenere un ago!»
«Non importa, tu fingi di farlo con dedizione e accortezza e intanto ascolta l’arte del dialogo tra gentildonne. Poi ti interrogherò. Non credere che io sia entusiasta di averla qui.»
«Ma se vi sta così antipatica, perché la riceviamo?»
«La ricevono tutte», sospirò la madre con un’alzata di spalle.
La fantesca Giuditta introdusse Vannozza che si baciò sulle guance con Rachele due volte, a destra e sinistra.
Sembrano due gatte che si stiano prendendo le misure prima di attaccare alla gola, pensò Sarah, trattenendo una risatina.
Vannozza aveva una figura tornita seppur ancora avvenente, per lo meno con tutte le impalcature dei bustini e delle corsetterie.
I suoi cinquant’anni ormai passati si facevano sentire tuttavia nella rilassatezza dei tratti del volto e del petto, ma il crine biondo oro celava l’argento della vecchiaia con maggiore discrezione di quanto accadesse nelle more come Rachele.
La giovane Sarah si esibì in un formale inchino, poi riprese il suo lavoro, apparentemente assorbita in esso.
Vannozza prese a girare per la stanza, soppesando gli arredi, i libri, il lavoro di ricamo della ragazza, prendendo il tempo necessario a far crescere la curiosità e la preoccupazione nella sua interlocutrice: «Mia carissima amica, è un piacere per me oggi farti visita, da troppo tempo non ci scambiamo simili cortesie.»
«Ahimè il tempo è tiranno», rispose Rachele, seguendo una recita che pareva quasi codificata e chiuse con grazia il libro. «E ditemi, cara Vannozza, siete qui per portarmi notizie o per apprenderne?»
«Entrambe le cose. Sapete anche voi che nel nostro mestiere si dà e si prende in egual misura.»
«In vero il segreto è prender molto elargendo poco, ma ora destate la mia curiosità», e fece un cenno con la mano per chiamarla al suo fianco come fosse il tempo delle confidenze o, per lo meno, per impedirle di esplorare e giudicare oltremodo la stanza, «ditemi tutto.»
«Prima voi dovete dirmi una cosa», la interruppe Vannozza con l’aria furba.
Sarah capì dal modo che ebbe la madre di serrare le mani in grembo, che la schermaglia era iniziata.
Una delle prime lezioni che le aveva impartito, era di non gesticolare mai e per quella, come per altre mille accortezze, ora rivedeva ogni parola di Rachele messa in pratica.
«E cosa potrei mai dirvi io che non partecipo della vita mondana?»
«Innanzitutto come sta il vostro protettore?»
Vannozza mise a segno il suo primo dardo, perché Rachele si lasciò sfuggire uno sguardo preoccupato verso Sarah, prima di ricomporsi e affrontare la sua avversaria.
«Non saprei, mia cara, è più probabile che lo sappia Sua Santità, potreste chiederlo a lui la prossima volta in cui vi chiamerà nelle sue stanze.»
Rachele aveva risposto con un colpo rovescio a tradimento che sottolineava l’estraneità cronica di Vannozza all’intimità col Papa.
Le due donne si scambiarono un sorriso a denti stretti, poi l’ospite riprese: «E come sta vostro figlio Davide? So che s’accompagna sempre a quella Guardia di Castel Sant’Angelo.»
«Oh, bravate di gioventù, quel gruppo di coetanei ama far bisboccia, ma non mi posso lamentare del mio ragazzo, i suoi studi sono assai proficui.»
«È vero, a volte dimentico che studia come Pratico.»
«Archiatra», corresse Rachele e l’altra ammise con un semplice cenno del capo.
I primi colpi di scherma erano andati a segno e la lotta entrò nel vivo: «Sono venuta per chiedervi il permesso di invitare vostra figlia presso di noi. Lucrezia avrebbe tanto piacere a rivederla e a passare con lei qualche giorno a Ostia.»
Sarah si drizzò sulla sedia, prestando maggiore attenzione al dialogo e la madre la fulminò con lo sguardo.
Aveva commesso l’errore di lasciar trapelare i sentimenti e questo, in una tenzone verbale, l’avrebbe messa in difficoltà.
Tornò a fingere di ricamare, cercando di mettere in fila dei punti che avessero almeno una parvenza di decoro.
«Non sapevo che Lucrezia fosse tornata. Non ho visto alcuna processione di carrozze. O forse ha lasciato il marito a Pesaro?»
«Non abbiamo reso noto il suo ritorno, ufficialmente passerà la Santa Pasqua con il marito, tornando a Roma dopo la settimana santa. In vero è venuta prima perché sta soffrendo di nostalgia. Da qui la mia richiesta di portare Sarah con noi a Ostia. So quanto mia figlia sia affezionata alla vostra, madonna Rachele.»
«Non è che una fanciulla ed è già maritata. Posso capire la sua nostalgia di Roma e della famiglia.» Vannozza annuì: «Maritata, ma non completata nelle sue gioie di moglie. Il matrimonio non è ancora stato consumato. Giulia e Adriana hanno vigilato bene a Pesaro perché Sua Santità ha fatto mettere per iscritto la clausola segreta che la fanciulla non venisse spiumata prima dei quindici anni di età.»
«Non mi pare il caso di continuare simili discorsi licenziosi dinanzi a mia figlia», osservò Rachele, alla quale Vannozza rispose con un ghigno da faina.
«Mia cara, in fondo stiamo parlando di privazione e rifiuto del sesso, non della sua legittimazione.» Vannozza era sicuramente un’abile oratrice, ma Rachele non era da meno.
Tra un sorso di rosolio, dolci di mandorle e castagne, entrambe dosavano parole e pause, cercando di portare l’altra su un terreno fragile, per ottenerne pettegolezzi o materiale di scambio e ricatto.
Il volto di Vannozza calzava una maschera d’attrice con tale precisione, che non si poteva distinguere una sola sbavatura espressiva che lei non volesse precisamente far trapelare.
«Il compleanno di Lucrezia si avvicina, in effetti», fece notare Rachele.
«Sarà il sabato Santo, esattamente, un mese dopo quello della vostra.»
Rachele lasciò passare un congruo numero di istanti che parevano sottolineare la coincidenza e alla fine sentenziò: «Suppongo che ogni madre farebbe di tutto per i propri figli. Specie se il proprio genero minaccia di venir meno ai voti. E non mi riferisco a quelli coniugali.»
«Giovanni è uno Sforza, avevamo messo in conto che potesse simpatizzare per Ludovico il Moro. Tuttavia è un vassallo dei territori della Chiesa.»
«Un vassallo che ha l’esercito di Re Carlo VIII a un tiro di balestra da casa. Un vassallo che ha veduto cosa quel francese è in grado di fare, quanto a spietatezza e ingordigia. Un vassallo il cui zio ha già strizzato l’occhio ai francesi.»
«So dove volete arrivare, madonna Rachele. Un vassallo che potrebbe voler usare la figlia prediletta del Santo Padre come merce di scambio e ricatto, mentre a Roma sarebbe protetta.»
Per un poco Rachele non disse altro, poi affondò la stoccata finale: «Madonna Adriana e Madonna Giulia non bastavano a farle compagnia?»
«Sono rimaste a lungo l’anno scorso, un po’ per la melancolia in cui Lucrezia era caduta, un po’ per vigilare sull’illibatezza imposta dal contratto. Ma si erano trasferite a vegliare il fratello di Giulia, morente e poi sono state fatte prigioniere dai francesi; da quando sono rientrate a Roma, il primo di dicembre, Sua Santità non le lascia più ripartire. Specie Giulia. Non può certo spendere altri tre mila ducati di riscatto.»
Rachele aveva recuperato lo svantaggio, ponendo l’accento sul fatto che Vannozza ormai non era più nelle grazie del Papa, sostituita da carne giovane, Giulia Farnese e che anche l’educazione della figlia Lucrezia era affidata non a lei, ma alla cugina Adriana Mila.
Vannozza si alzò dallo scranno, sporgendosi per baciare Rachele e prendere congedo: «Fatemi sapere allora se potremo contare sulla presenza della cara piccola Sarah per il nostro viaggio a Ostia. Sul segreto della presenza di Lucrezia a Roma, conto ovviamente sulla vostra discrezione, siete l’unica a saperlo.»

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Foto da Pinterest Scegliere dove ambientare il proprio romanzo o racconto può essere facilissimo o difficile, a volte il processo creativo nasce da un luogo in cui si vuole far accadere qualcosa, altre volte da una trama che cerca il luogo adatto per nascere. In ogni caso, qualsiasi sia il vostro punto di partenza nella composizione, ci sono alcuni consigli che posso schematizzare:
- Scegliete luoghi che vi permettano di preparare una mappa (crearla in caso di fantasy o recuperarla digitalmente con google maps o earth), in modo da avere una base cui attingere idee e spunti durante le descrizioni ed evitare di citare incongruenze. Molti autori blasonati consigliano di scrivere solo ciò di cui si ha esperienza diretta o di visitare di persona i luoghi in cui ambienteremo i romanzi. Salgari non sarebbe d’accordo con questo principio e io aggiungo che, se lui riuscì a fine ‘800 a creare l’ambientazione di paesi che non visitò mai, noi potremo riuscirci ancora meglio e con più precisione usando il magnifico strumento del Web. Se poi abbiamo modo e tempo per viaggiare, ancora meglio!
- Se stiamo scrivendo un racconto fantastico o di fantascienza, avremo molti meno vincoli rispetto a un racconto contemporaneo e ancora meno rispetto a uno storico. In ognuna di queste varianti però è ammessa una licenza d’autore più o meno ampia per rendere la trama interessante. Ad esempio posso inventare una botola segreta sotto una statua dentro il Louvre, ma non posso spostare la Cappella Sistina a Firenze!
- Non accettate mai revisioni editoriali che taglino le parti descrittive ambientali necessarie. Se è pur vero che alcuni autori spezzano il ritmo narrativo perdendosi in descrizioni fin troppo dettagliate di particolari tutto sommato inutili, è anche vero che alcuni editor tagliano in maniera acritica le parti descrittive in funzione di un non meglio precisato guadagno in termini di ritmo o lunghezza della composizione. Chi ha dunque ragione? Entrambi. Un romanzo funziona se il lettore riesce a visualizzare un luogo o una persona, ma allo stesso tempo scorre nella lettura con facilità. Dove mettere dunque le descrizioni? Nei periodi lenti, quelli in cui non accade nulla di concitato, che richiede di giungere alla fine della scena velocemente e senza ritardi. Oppure prima che inizi una scena galoppante. In questo modo potremo aiutare il lettore a calarsi meglio nel luogo dell’azione.
- Documentatevi. Non c’è un modo elegante per dirlo, ma i romanzi in cui non c’è ricerca del dettaglio, sono noiosi, appaiono raffazzonati, superficiali e non incontrano il successo di massa. Non dobbiamo certo essere dei novelli Eco, ma a volte sapere, ad esempio, che legni si usano in edilizia e arredamento, ci può offrire non solo un ausilio per aumentare il potere descrittivo della scena, ma anche un indizio per un delitto o dei sinonimi per vivacizzare i periodi. Per esempio sapere della durezza dell’ebano o di dove viene prodotto o come viene lavorato o importato, è utile per avere idea dell’arma del delitto (legno scuro, compatto, quasi nero, prezioso, molto costoso) o anche solo per avere una serie di aggettivi e sinonimi da alternare a legno.
- Se viene contestata una descrizione troppo lunga e se è possibile, potete spezzarla. Ad esempio un personaggio potrebbe essere descritto da lontano coi dettagli visibili da un osservatore che, man mano, lo vede avvicinarsi. Questo, oltre a far aumentare la tensione nella narrazione, apparirà naturale. Tutti noi infatti vediamo qualcosa prima da lontano, nel suo insieme, poi ne coglieremo i dettagli con la vicinanza sempre maggiore. Ad esempio potremo alternare una prima descrizione da lontano con un primo dialogo o un primo evento, poi progredire coi dettagli, sia del personaggio che dell’evento.
- Usate la descrizione come espediente narrativo per far crescere la tensione, l’aspettativa o la curiosità nei confronti di un personaggio o un luogo. Se la descrizione lunga e piatta di una situazione appesantisse la narrazione, è possibile, con pochi espedienti linguistici ed accortezze, trasformarla in un punto di forza, mantenendo così’ la necessità di inquadrare luogo e persone, con la velocità di scorrimento dell’immagine.
Facciamo un esempio di descrizione classica, che potrebbe venire tagliata dall’editor, e una che invece non verrà toccata. Partiamo da una foto qualsiasi presa sul Web con uno schema descrittivo identico per entrambi, a partire dall’ingresso per poi spaziare con una panoramica dal basso (pavimento), all’alto (soffitto), passando per i dettagli dell’arredamento.

Foto dal Web DESCRIZIONE CLASSICA:
All’apertura della porta di vetro antisfondamento, il battente sfiorò una cascata di fette di Agata nera appese a impalpabili fili di nylon da pesca. Ne uscì un tintinnio piacevole, seppur abbastanza intenso da risuonare nel locale vuoto. Le piastrelle si alternavano in un gioco cromatico di bianco, grigio tortora e nero, che riprendevano il sentore geometrico degli arredi nei colori e nelle forme, dialogando con i lampadari dai lunghi fili che portavano le luci calde, di un giallo rassicurante, ingabbiate in tronchi di piramide neri, fin sopra gli espositori refrigerati dei dolci. Il lungo bancone piegava ad angolo retto seguendo le dimensioni del locale, in modo che, dalla cucina, si potesse seguire il percorso dietro le vetrine pulite e splendenti, senza mai venire a contatto col pubblico. Dentro il bancone, riparati da vetri, sia verso il pubblico, che verso i venditori, i pasticcini e le torte si offrivano alla vista nel loro trionfo di forme e decorazioni, posizionati in file perfette o su alzate artisticamente disposte. Non un solo prezzo era esposto, non un solo cartellino rovinava la perfetta armonia del rasi panneggiati a creare una perfetta scenografia per le torte o i vassoi incastrati come un mosaico studiato. La teca coi prezzi era da tutt’altra parte, alle spalle della cassa, relegata a un angolo vicino all’ingresso, affidata a qualcuno che, arrampicato sul proprio trespolo, si limitava a battere sul registratore o a passare le carte di credito. Alle spalle del bancone, ordinati scaffali si alternavano alle grandi finestre che si sviluppavano in altezza, più che in larghezza, così come era uso nelle architetture del diciannovesimo secolo. Su ogni scaffale, in rigoroso ordine cromatico e di dimensione, i prodotti sembravano ammiccare agli acquirenti con le loro carte cangianti, brillanti di colori metallizzati e così impreziosite da fiori di carta velina e fiocchi, da apparire quasi gioielli in una boutique. Un intero espositore era adibito alle confezioni di latta con la miscela di caffé selezionata dalla famiglia Incanto, un secondo alle bottiglie del liquore alle erbe, ricetta segreta della trisnonna Carola e ai vasetti di marmellate e miele di millefiori prodotte dalle tenute Incanto, e l’ultimo offriva tutte le altre specialità per cui la famiglia era famosa in tutta Milano, ovvero i torroni di dieci gusti diversi e le praline, che spaziavano dai marrons glacés al cioccolato fondente, alle scorze di agrumi candite e ricoperte di cioccolati di vari gusti, alla frutta secca, trattata in diversi modi.
Tutto in quel locale narrava ordine e pulizia e anche lo scorcio della cucina, visibile all’apertura delle porte a saloon suggeriva che la medesima pulizia e il medesimo ordine rigoroso vigessero anche nel retrobottega. Il soffitto alternava travi dritte a terminali di archi a tutto tondo, creando una nuova armonia di unione ad angolo retto, tra l’antica ed austera architettura della manifattura tessile sorta a metà del 1700, con l’esigenza della nuova destinazione d’uso che Ruggero Incanto aveva scelto, dopo aver acquistato l’immobile per pochi spicci nell’estate del 1849, la Pasticceria Incanto. Unica deroga a quella maniacale definizione degli spazi, era il tavolo con i panettoni ed i cesti natalizi, che occupava la parete accanto all’ingresso, nella quale, durante le ristrutturazioni a cavallo del cambio di millennio, era stata ricavata un’ampia vetrina.DESCRIZIONE MOVIMENTATA:
All’apertura della porta di vetro antisfondamento, il battente sfiorò una cascata di fette di Agata nera appese a impalpabili fili di nylon da pesca. Ne uscì un tintinnio piacevole, seppur abbastanza intenso da risuonare nel locale. Il Commissario Colombo si guardò intorno a lungo, prima di avanzare. Le piastrelle si alternavano in un gioco cromatico di bianco, grigio tortora e nero, che riprendevano il sentore geometrico degli arredi nei colori e nelle forme, dialogando con i lampadari dai lunghi fili che portavano le luci calde, di un giallo rassicurante, ingabbiate in tronchi di piramide neri, fin sopra gli espositori refrigerati dei dolci. Le suole di cuoio del poliziotto scricchiolavano sui piccoli cristalli rotti, frantumandoli in una polvere brillante che sembrava voler rendere ancora più prezioso il gres porcellanato del pavimento. Il lungo bancone piegava ad angolo retto seguendo le dimensioni del locale, in modo che, dalla cucina, si potesse seguire il percorso dietro le vetrine pulite e splendenti, senza mai venire a contatto col pubblico. Dentro il bancone, riparati da vetri, sia verso il pubblico, che verso i venditori, i pasticcini e le torte si offrivano alla vista nel loro trionfo di forme e decorazioni, posizionati in file perfette o su alzate artisticamente disposte. Colombo si avvicinò al bancone, a quella parte terminale con i cristalli rotti, che si aprivano a ventaglio sul pavimento. Qualcosa aveva sfondato il vetro dall’interno. O meglio, da dietro il bancone. C’era del rosso sul vetro. Macchie per terra. Non aveva bisogno di avvicinarsi ancora per distinguere quali fossero glassa di lamponi e quali sangue. Raggiunse il retro bancone e iniziò a percorrerlo lentamente. Non un solo prezzo era esposto, non un solo cartellino rovinava la perfetta armonia del rasi panneggiati a creare una perfetta scenografia per le torte o i vassoi incastrati come un mosaico studiato. Colombo alzò lo sguardo e percorse illocale da quel punto di vista, precluso ai clienti. La teca coi prezzi era da tutt’altra parte, alle spalle della cassa, relegata a un angolo vicino all’ingresso, affidata a qualcuno che, arrampicato sul proprio trespolo, si limitava a battere sul registratore o a passare le carte di credito. Alle spalle del bancone, ordinati scaffali si alternavano alle grandi finestre che si sviluppavano in altezza, più che in larghezza, così come era uso nelle architetture del diciannovesimo secolo. Una di essere era aperta e le incisioni sul legno suggerirono che fosse stata forzata. Su ogni scaffale, in rigoroso ordine cromatico e di dimensione, i prodotti sembravano ammiccare agli acquirenti con le loro carte cangianti, brillanti di colori metallizzati e così impreziosite da fiori di carta velina e fiocchi, da apparire quasi gioielli in una boutique. Un intero espositore era adibito alle confezioni di latta con la miscela di caffé selezionata dalla famiglia Incanto, così come recitava un cartello incorniciato, ricamato a punto erba e punto pieno, un secondo alle bottiglie del liquore alle erbe, ricetta segreta della trisnonna Carola, di cui era visibile anche una foto sbiadita e ai vasetti di marmellate e miele di millefiori prodotte dalle tenute Incanto. L’ultimo offriva tutte le altre specialità per cui la famiglia era famosa a Milano, ovvero i torroni di dieci gusti diversi e le praline, che spaziavano dai marrons glacés al cioccolato fondente, alle scorze di agrumi candite e ricoperte di cioccolati di vari gusti, alla frutta secca, trattata in diversi modi. Non era stato toccato nulla. Non c’era un vasetto fuori posto, ma il commissario indicò all’agente un punto sulla costa dello scaffale, in cui era visibile un’impronta di mano in controluce. E mentre il RIS iniziava a fare i suoi rilievi, sciamando dentro il locale con ordinata rapidità, Colombo cercò ancora un suggerimento per il caso nella visione di insieme del luogo.
Tutto in quel locale narrava ordine e pulizia e anche lo scorcio della cucina, visibile all’apertura delle porte a saloon suggeriva che la medesima pulizia e il medesimo ordine rigoroso vigessero anche nel retrobottega. Il soffitto alternava travi dritte a terminali di archi a tutto tondo, creando una nuova armonia di unione ad angolo retto, tra l’antica ed austera architettura della manifattura tessile sorta a metà del 1700, con l’esigenza della nuova destinazione d’uso che Ruggero Incanto aveva scelto, dopo aver acquistato l’immobile per pochi spicci nell’estate del 1849, la Pasticceria Incanto. Unica deroga a quella maniacale definizione degli spazi, era il tavolo con i panettoni ed i cesti natalizi, che occupava la parete accanto all’ingresso, nella quale, durante le ristrutturazioni a cavallo del cambio di millennio, era stata ricavata un’ampia vetrina.Nella seconda descrizione, seguiamo l’ispezione di un commissario di polizia che giunge su una scena del crimine. C’è tutto quello che è stato descritto nel primo paragrafo e anche qualcosa di più, perché attraverso l’introduzione del personaggio, possiamo usare il suo punto di vista, la sua esperienza: il sangue e la glassa, l’impronta sullo scaffale, il modo in cui il vetro è stato rotto. Infine, un ultimo punto emerge ed è il contrasto tra l’ordine rigoroso del luogo e l’elemento disturbante della vetrina rotta, il fatto che nulla d’altro sia stato toccato e che può suggerire a un giallista, già alcune considerazioni: non è stata una rapina di ladri sconosciuti, ma un atto intenzionale con un fine diverso. E questo apre tutto un mondo di possibilità.

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L’autrice Tracy Romano mi intervista per il suo Blog letterario “Volevo fare la scrittrice.” Poche domande per far emergere una personalità e una finalità nel meraviglioso processo creativo della scrittura.
Leggi l’intervista a questo link:
https://tracyromano.blogspot.com/2021/12/intervista-isa-pagliarini-autrice.html?fbclid=IwAR1O-4M-6DfJpq9-t0EFnFyer8oQNbul6_NWD__n-V07jTPN7I_qdo0KbZA
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Foto dell’autore Copertina di Livia de Simone per Dark Zone edizioni In questo breve video montato e musicato dalla Dark Zone Edizioni, presento il romanzo fantastorico memorie dal Buio, la Bestia, raccontandone la trama mentre mi aggiro per quei boschi che furono teatro degli omicidi dell’estate del 1792.

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Suggestivi istanti immersi nella natura, fanno da cornice alla lettura di uno dei passi più significativi del romanzo, quando Cécile e Nonno Draco si trovano dinanzi uno dei cadaveri dilaniati dalla misteriosa Bestia e ne attuano l’autopsia in segreto.

