BLOG LETTERARIO

LIBRI, AUTORI, CURIOSITA’ E MISTERI DAL MONDO

“Loro temono ciò che non conoscono e distruggono ciò che temono.”

Memorie dal Buio

  • La linea di San Michele
    Foto dal Web La linea di San Michele Arcangelo

    Quando ho scoperto la Linea di San Michele, che rappresenta solo la più eclatante delle linee rette o dei triangoli che uniscono varie città europee, ho iniziato a pormi alcune domande. La leggenda vuole che l’Arcangelo Michele, combattendo contro Satana in forma di drago, menò un fendente con la sua spada che tagliò la terra e creò un abisso in cui far precipitare lui e tutti i diavoli.

    Foto dal Web Monastero del Monte Carmelo, Haifa, Gerusalemme

    In seguito, apparendo ai monaci, chiese loro di costruire chiese a lui consacrate in certi punti precisi.

    Foto dal Web Monastero dell’isola di Symi

    Tralasciando il fatto che, come tutti i luoghi di culto cristiani, queste chiese, monasteri e basiliche sono stati costruiti su templi pagani più antichi e quindi dovremmo ammettere che Michele sia apparso ben prima agli “infedeli”, salta subito all’occhio che queste chiese sono costruite su una perfetta linea retta, proprio come quella che traccerebbe un fendente di spada.

    Foto dal Web Monastero del Gargano

    Il vero mistero è come sia stato possibile costruire chiese perfettamente allineate in un periodo storico, antecedente per lo più all’anno Mille, in cui non esistevano mappe precise (dovremo aspettare Piri Reis e la prima metà del 1500 per vedere mappe non deformate e errate nelle distanze) o tanto meno i satelliti.

    Foto dal Web Monastero di Perugia

    Eppure queste chiese (e i santuari pagani che hanno espropriato), si trovano su una linea retta pressoché perfetta, basta controllare sui nostri mappamondi e cercare nell’ordine: il Monastero del Monte Carmelo ad Haifa, Il Monastero di San Michele nell’isola di Symi, Monte Sant’Angelo nel Gargano, il Tempio di Sant’angelo a Perugia (anche se non tutti lo mettono tra quelli della linea classica), la Sacra di San Michele in Val di Susa, Mont Saint Michel in Francia, Saint Michael’s Mount in Gran Bretagna e Skellig Michael in Irlanda.

    Foto dal Web Monastero Val di Susa

    In particolare, è evidente la straordinaria somiglianza architettonica tra Mount Saint Michel (più recente rispetto alle altre, ancora in costruzione nel secondo decennio dell’ XI secolo) e Saint Michael’s Mount, in Cornovaglia.

    Foto dal Web Monastero in Francia

    Infatti sono considerati santuari “gemelli”, ed è evidente dalla loro collocazione su un promontorio in mezzo al mare, soggetto alle ampie maree del Canale della Manica.

    Foto dal Web Monastero in Cornovaglia

    Molte altre chiese, monasteri e santuari sono stati consacrati a San Michele Arcangelo, ma nessuna come queste, lungo una perfetta e misteriosa linea retta. Per quale motivo assistiamo a un così inquietante reperto evidentemente al di fuori della capacità umane dell’epoca? La mia interpretazione del significato della Linea di San Michele apparirà nel Romanzo Memorie dal Buio – Mille, di prossima pubblicazione. Intanto potete godervi un estratto qui. Stay tuned!

    Foto dal Web Monastero di Skellig


  • Gli errori da non commettere coi personaggi
    Foto dal Web

    Ognuno ha il suo metodo particolare per costruire i personaggi. Il mio è quello di farli muovere un po’ nella mia mente per vedere se “funzionano”, ovvero se sono credibili, coerenti, se hanno una utilità nell’economia della storia e quale spazio potrei dar loro – protagonisti o comparse – tra le pagine. All’atto di costruire i propri personaggi, occorre evitare alcuni errori che rischiano di inficiare la riuscita anche della trama meglio costruita. Di seguito, dieci tipologie (e una bonus!) di personaggio da evitare:

    1. Sottiletta: un personaggio che appare piatto, statico, con un sapore falso, chimico e che si scioglie al primo intoppo della trama è il cosiddetto “personaggio sottiletta”, ovvero un riempitivo utile da mettere un po’ dappertutto nella cucina sciatta, ma sulla quale non baseresti certo una cena da Cracco. E’ un personaggio che non lascia nulla nell’emozione e nel ricordo di chi legge il romanzo, che potrebbe esserci o meno e non fare la differenza.
    2. MarySue e GaryStu: un personaggio troppo perfetto e privo di difetti o debolezze, viene definito MarySue o, al maschile, GaryStu dalla letteratura anglosassone. Se è pur vero che il protagonista qualcosa di eroico lo deve avere, anche in negativo semmai, è facile incappare nell’errore di attribuirgli una patina semidivina in modo che appaia qualche metro sopra gli altri, quel volgo da cui si distingue per acume e virtù. Sono personaggi che magari abbiamo pensato come fulcri positivi, ma che divengono solo noiosi e poco credibili.
    3. Supereroe: a meno che non stiamo scrivendo uno spin off per la Marvel, non ha senso che i nostri personaggi siano invincibili. Un errore che si può fare, specie nel fantasy o con personaggi cui siamo affezionati, è dare loro talmente tanto potere, da renderli intoccabili. Questo da un lato tranquillizza la nostra psiche, ci appaga al pensiero che quel personaggio, rifugio della nostra instabilità, sarà sempre lì a sostenerci, dall’altro ci mette nella difficile situazione di non avere più sfide da mettergli davanti: se è immortale, potentissimo fisicamente, pieno di poteri soprannaturali, cosa posso fargli fare che non sia risolvibile con uno schiocco di dita? Per quanto ci spiaccia, la mancanza di punti deboli sancisce la morte di un personaggio tanto quanto la loro presenza.
    4. Avatar: un personaggio nato col solo scopo di divenire il nostro vendicatore, colui cui affidiamo il compito di essere ciò che noi avremmo voluto divenire. L’avatar si muove col solo scopo di essere la nostra proiezione nel romanzo che, spesso, affronta un tema che nella vita reale ci ha messi alla prova e contro cui abbiamo perso. Ecco che l’avatar ci permette di esorcizzare quella sconfitta riportando la pace nel nostro subconscio, ma la noia nel nostro lettore che non è detto che capisca il nostro bisogno di rivalsa, se non ha vissuto la medesima prova o se ha reagito in maniera diversa.
    5. Clone: personaggi tutti uguali, che appaiono come gemelli siamesi non del tutto divisi dalla chirurgia della correzione di bozza, sono i cosiddetti cloni. Spesso direttamente connessi al concetto di avatar, i cloni appaiono statici, identici nei dettagli e a volte dotati solo di pochissime variazioni individuali, giusto il minimo sindacale. Spesso sinonimo di scarsa fantasia nell’autore, nascono così anche perché rappresentano ognuno una piccola sfaccettatura caratteriale dello scrittore che, infatti, nei dialoghi, tradirà l’errore facendoli risultare come lunghi monologhi interrotti dai caporali, ma che, letti tutti di seguito, non paiono affatto provenire da più voci, ma dalla medesima. La sua.
    6. Banderuola: personaggi che cambiano pensieri e modi di agire con la stessa velocità con cui una banderuola si adatta al cambio di brezza nella Rosa dei Venti, sono quelli poco definiti, creati in fretta per sopperire a esigenze di trama ma che non vivono una vita propria tra le righe del romanzo. Una evoluzione dei personaggi è certo ammessa nelle trame che prevedono una formazione e una crescita del personaggio, sia sui lunghi periodi, come nelle saghe familiari, sia sui brevi intermezzi di vita, come nelle indagini che durano lo spazio di pochi giorni o settimane. Ma l’evoluzione in questo caso è circostanziata e documentata dalla trama, mentre le banderuole sembra che si adattino più all’umore dell’autore che all’economia della trama.
    7. Stereotipo: un personaggio troppo affine al cliché classico di una categoria, rientra negli stereotipi: fratello geloso, moglie o marito traditori, domestico assassino. Il buon autore sa comunque prendere un archetipo di trama o di personaggio e presentarlo in una nuova veste coerente e convincente. L’errore dello stereotipo invece avviene quando non c’è altra definizione nel personaggio che il suo cliché, ovvero il fratello non ha altro nella vita se non la gelosia, il domestico non ha altra definizione se non il desiderio omicida. Non voglio con questo dire che non si possa scrivere della loro determinazione o follia nel perseguire l’obiettivo, ma che ci deve essere anche “altro” nel personaggio per farlo risaltare: hobbies, un passato, una motivazione (credibile).
    8. Caricatura: un personaggio che mostra del grottesco nelle sue defaillances è una caricatura. Sebbene sia una tecnica utilissima nella satira e che io stessa adori l’irriverenza iconoclasta di certi autori e fumettisti contemporanei, un romanzo che non sia dichiaratamente satirico o grottesco non dovrebbe impantanarsi nella creazione di personaggi la cui goffaggine non sia legata a esigenze specifiche di trama. Ad esempio il maggiordomo pasticcione, che rovescia il porridge sugli ospiti, viene umiliato dal padrone e quindi medita di ucciderlo, in una trama caricaturale scivola su una buccia di banana, come nelle migliori gag. In una trama evoluta viene, magari, sgambettato da un principe viziato o da un altro domestico geloso e la sua caduta è la composta e dignitosa perdita della grazia, non la scivolata di Tom e Jerry sul pavimento della cucina di Mamy.
    9. Deus ex machina: un personaggio (o un fatto, come vedremo nell’articolo sulla trama e i suoi errori) che viene usato per risolvere una situazione altrimenti troppo complessa per trovare una soluzione logica e razionale. Un Deus ex machina è, letteralmente, un dio che parla attraverso una macchina, un espediente che origina dal teatro classico greco, in cui l’apparizione della divinità che risolveva la situazione, era rappresentata da un attore che parlava attraverso macchinari o effetti speciali che dessero l’impressione che a parlare fosse un dio. Nella letteratura moderna, il Deus può paradossalmente distruggere anche la trama meglio costruita. Un Deus può essere il tecnico di laboratorio che, nell’indagine, scopre che il residuo sul corpo è una particolare fibra prodotta solo da tre aziende al mondo, di cui una si trova nella città dei delitti. Oppure il parente mai visto nella trama, che arriva all’ultimo momento e rivela il dettaglio della vita dei protagonisti che sblocca una situazione.
    10. L’alternativo: un personaggio che per forza deve essere alternativo a tutti i costi può risultare poco credibile e ricadere anche in altre categorie, come lo stereotipo o la caricatura. E’ pur vero che a volte sui social si leggono certi post che fanno capire quanto gli “alternativi a tutti i costi” siano diffusi e ben più fantasiosi di quanto ci si possa aspettare, ma a meno che non stiamo scrivendo un romanzo distopico o grottesco, la presenza di una personalità la cui peculiarità alternativa non sia ben strutturata nella sua psicologia e nell’equilibrio del romanzo, rischia di creare una macchietta fastidiosa.
    11. Livello bonus! L’assembramento: un mucchio di personaggi che si assembrano nella trama, tutti col medesimo (o quasi) livello di importanza, può generare confusione nel lettore e rendere la trama pesante e difficilmente digeribile. Non esiste un numero adatto di personaggi oltre i quali dichiarare un romanzo troppo “assembrato”, dipende tutto dall’impalcatura del romanzo stesso. In un racconto breve quattro o cinque personaggi sono più che sufficienti, in una saga possono essercene anche venti, a patto che si stabiliscano per loro dei livelli gerarchici di importanza: i protagonisti fissi devono essere sempre limitati nel numero, delineati, e approfonditi, mentre le comparse, disposte su più livelli di presenza e interazione (comparse importanti, comparse saltuarie, comparse una tantum), vanno presentate con minore approfondimento della loro storia e psicologia e sempre nella medesima maniera, in modo che non vi sia per loro tutta l’evoluzione che magari hanno i personaggi principali.
  • La Bestia di Cusago
    Foto dal Web

    La Bestia di Cusago è stata la fonte di ispirazione per il romanzo fantasy storico Memorie dal Buio – La Bestia. Ormai sono rimasti pochi vecchi del paese a ricordarlo, ma quando ero piccola, negli anni ’80, era frequente sentirsi dire: “Non andare là, c’è la Bestia che ti mangia!” E questo dimostra quanto i fatti avvenuti duecento anni prima, nel 1792, ancora fossero vividi nella mente di chi viveva a Cusago, Monzoro e Cisliano, i paesi direttamente confinanti con ciò che resta della grande foresta che, un tempo, si stendeva, fitta e misteriosa, dalla periferia di Milano fino al fiume Ticino.

    Era tagliata solo da pochi paesi sparsi, qualche strada commerciale ed era costellata di cascine e piccole rocche usate come riserva di caccia dei signori di Milano. Per gli spostamenti, piuttosto che scomode e traballanti carrozze su strade sconnesse, i nobili preferivano usare il “naviglietto”, una propaggine navigabile del grande naviglio progettato da Leonardo Da Vinci, che emergeva da Trezzano e, con un ampio anello, portava i Visconti e poi gli Sforza fino al Castello di Cusago, loro residenza per l’estate e nei periodi di epidemie.

    Nell’estate del 1792 una serie di omicidi efferati terrorizza gli abitanti della provincia. Vengono colpiti sempre i bambini, che vengono ritrovati orrendamente mutilati. Inizialmente si dà la colpa a un lupo, poi a un licantropo, poi a una bestia mitologica; fatto sta che, nonostante le battute di caccia coi volontari armati, le trappole, le taglie generose e la vigilanza, per tre mesi le vittime si moltiplicano e tutti gli “X-files” del caso si ammassano sulla scrivania del responsabile delle indagini: Cesare Beccaria.

    Con l’arrivo dell’autunno, semplicemente tutto si ferma e, da allora, nessuno più sentirà parlare della Bestia di Cusago se non attraverso i ricordi di chi ha vissuto la tragedia, che passano di padre in figlio, immutati per duecento anni. Ci fu veramente una Bestia? Analizzando bene i corpi delle vittime, attraverso quegli stessi documenti che possono essere consultati in rete e negli archivi milanesi grazie alla pignoleria dell’amministrazione asburgica, qualcosa non torna.

    Foto dal Web

    Alcune ferite sono sicuramente causate da zanne o artigli di animale, ma altre sono troppo nette per non ricordare l’azione di una lama forgiata. Le autopsie in passato non erano certo quelle di CSI e nessuno riuscì a stabilire se alcune ferite fossero post-mortem, in modo da scagionare i lupi. In effetti, posso concedere che i lupi affamati abbiano in passato attaccato umani, specie i bambini, che venivano usati per badare agli animali al pascolo, un lavoro utile e non faticoso, che li portava a restare spesso ai confini tra le zone coltivate e la foresta selvaggia.

    Ma non posso non notare che, in estate, con l’abbondanza di prede, nessun lupo resta vicino ai centri abitati. Sono animali schivi e timidi, sanno che attaccare l’uomo è pericoloso. E allora, chi fu davvero la Bestia di Cusago? Un lupo? Un Licantropo? Una belva mitologica? Un semplice uomo? Nel romanzo (di cui potete leggere un estratto qui), gli elementi vengono correlati e si offre una spiegazione nuova e una diversa chiave di lettura degli indizi.

  • Focus sui Personaggi – Etienne Corday
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    Freddo, cinico e colto vampiro, Etienne fa la sua comparsa nella storia imponendo da subito la sua ingombrante eredità: come capo dell’Inquisizione dei vampiri, ha il compito di affiancare e, ormai sostituire, la morente inquisizione umana nella lotta contro i demoni.

    Fisicamente appare come un giovane tra i venti e i trent’anni, dai lunghi capelli biondo grano, lisci e portati sempre sciolti. Il volto dai lineamenti delicati e nobili ha un’ovale simmetrica e il naso leggermente alla francese. Due occhi azzurri come il ghiaccio conferiscono alla sua espressione severa un cipiglio autoritario e difficilmente interpretabile, che inibisce chiunque lo osservi. Alto 1,92 e snello nelle membra, si muove con alterigia in ogni situazione, ma dietro quell’apparenza distaccata, a tratti feroce, si nasconde il suo lungo vissuto e le difficoltà e sofferenze che hanno cesellato il suo carattere.

    Nato ad Arles en Provence nel 1438, ha mantenuto per ora stretto riserbo sulla sua breve vita mortale. Di lui si sa che è rinato vampiro nel 1462 poco dopo il risveglio del suo dono di Magus e questa circostanza l’ha reso uno Stregone Rosso, ovvero l’unica variante conosciuta di vampiri in grado di manipolare la realtà con incanti del tutto simili a quelli degli stregoni umani.

    Del Sire che lo rese immortale non si sa ancora nulla, ma non risulta mai al suo fianco, nemmeno dopo l’ingresso nell’Inquisizione della notte e la sua rapida ascesa fino alla somma carica. Di grande forza di volontà e codice morale, ama dire di sé che non ha mai sbagliato un rituale.

    E se questa affermazione può inizialmente suonare come un’inutile ostentazione di forza, in vero un più attento osservatore capirà che non è la superbia a muoverne le azioni, bensì la consapevolezza che ogni suo errore costa in vite umane.

    Intensamente focalizzato sulla missione di cacciata dei demoni, dimostra spirito di sacrificio e un caleidoscopio di sfaccettature emozionali che vanno cercate e grattate sotto la superficie difensiva.

    I sentimenti rendono deboli, gli affetti sono pedine di scambio e ricatto, ecco perché la prima cosa che si pensa, in presenza di Etienne, è che sia inevitabilmente solo.

  • Focus sui Personaggi – Cécile Darcy
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    E’ la protagonista indiscussa del romanzo. Non è che una ragazzina in quell’estate di violenza e omicidi, eppure trova dentro di sé la forza per affrontare dure prove, la determinazione per perseguire il suo obiettivo e la consapevolezza dell’amore.

    All’apertura del romanzo, Cécile è una bambina che ha appena visto morire la madre, accusata di stregoneria. La ritroviamo subito dopo già quattordicenne, sopravvissuta all’emarginazione sociale e al sospetto, all’ignoranza e alla chiusura mentale dei compaesani.

    Ed è in questo clima che inizia la storia che la vede calarsi negli impensabili panni di investigatrice. Inizialmente è solo per scoprire l’assassino del suo amico, poi è per senso di giustizia e dovere che si imbarca in pericolose ricerche, appostamenti e viaggi.

    Cécile cresce durante il romanzo: da bambina ignara del mondo diviene ragazza che scopre l’amore, l’origine della propria famiglia, la propria forza interiore e la capacità di essere una buona levatrice, finanche una chirurga.

    Lungi dall’essere l’eroina perfetta, Cécile si mostra coi suoi difetti, le sue intemperanze e i suoi errori. Eppure impara da essi e in questo è un’eroina, perché trova dentro di sé la saggezza del perdono e la forza della determinazione.

  • Focus sui Personaggi – Draco Darcy
    Foto dal Web

    Se esiste qualcuno di cui si sa meno, è proprio Draco. Nonno Draco. Di lui si intuiscono nobili natali, amicizie importanti, una lunga esperienza e una vasta cultura oltre che un intelletto degno di penetrare le più oscure leggi naturali a caccia della giusta diagnosi e terapia.

    Fare il medico nel piccolo paese è un diversivo per il ricco appaltatore del sale, eppure lui svolge la professione con scienza e coscienza per aiutare i cittadini senza chiedere nulla in cambio. Esempio di forza e onestà, guida la sua nipotina nel difficile compito di crescere per essere una persona di valore, le insegna a camminare a testa alta anche se sul loro nome pesa il terribile verdetto popolare: stregoni, servi di Satana.

    Sì, i Darcy sono stregoni, ma non nel senso distorto elaborato dalla cultura medievale, piuttosto divengono depositari dei segreti delle forze magiche della terra, appartengono ad essa, ai suoi ritmi, al suo respiro che canalizzano in incanti misteriosi e potenti. Piuttosto di essere un famoso stregone, Draco sembra quasi amare di più essere il premuroso nonno, l’infaticabile medico, la paziente guida che cerca di alleviare la solitudine e la tristezza della piccola nipote cui non rivela mai, fino all’ultimo, la sua eredità magica.

    Di lui non si sa nulla né della nascita né della vita prima di quell’estate di morte nella campagna lombarda, solo leggende, vaghi accenni, allusioni. Ma di lui ci resta la frase emblematica che da sola sostiene il romanzo e catapulta il bel mondo sereno in cui inizia la storia, nel suo reale contesto storico a cavallo tra degrado sociale e illuminismo:

    “Loro temono ciò che non conoscono e distruggono ciò che temono”

    Benché sia riferito ai rozzi analfabeti che gridano ancora “Dagli alla strega!”, è anche così dannatamente attuale, vero?

  • Focus sui Personaggi – Basthian Noel
    Foto dal Web

    Tiano è un forestiero per il piccolo paese. Giunge ereditando in maniera sospetta una falegnameria e cerca così di ricostruirsi una vita. Ma giunge anche portando con sé il fardello di un segreto difficile da far accettare agli altri.

    Quanto può essere difficile per qualcuno nato in una famiglia con una missione, una forte tradizione di lotta a tutto ciò che è diverso, scoprirsi parte di quella stessa diversità? E quanto può essere difficile accettarsi, prima ancora di essere accettati dagli altri?

    In quest’ottica nasce la lotta interiore di Tiano che cerca in tutti i modi di farsi benvolere, di compiacere i nuovi compaesani e che, quando si affeziona a Cécile, mostra per lei sentimenti forti e saldi, puliti e onesti. Sentimenti che lo portano, alla fine, a rivelarsi a lei senza alcun segreto, nella speranza di ricevere, finalmente, piena accettazione. Tiano è un personaggio rifiutato, cacciato, condannato proprio per la sua diversità, un giovane che, a 16 anni soltanto, deve imparare a sopravvivere e a lavorare.

    Da qui nascono le sfaccettature vere e pure della sua personalità solare e generosa che a tratti si incupisce nelle nubi della gelosia, quando qualcosa minaccia ciò che lui vorrebbe per sé. Tiano è il sole, la sicurezza di una vita semplice eppure intrisa d’amore, con la certezza che sarebbe un protettore per la famiglia, i figli e la sua sposa.

    Basterà questo a farlo amare?

  • Jack – Alessio Iannicelli e Valeria Castellano
    Foto su concessione dell’autore

    Chi fu davvero Jack lo Squartatore? Quale la sua vera identità tra le decine di indagati, arrestati e sospettati? Su Jack s’è scritto davvero tanto, in ogni salsa. Quello che ho avuto tra le mani è però un punto di vista diverso, uscito dalle penne di Alessio Iannicelli e Valeria Castellano che alternano la prosa a brevi rime incisive.

    Il racconto breve raccoglie suggestioni, fugaci immagini delle tragedie in cui le vittime, i protagonisti di quell’anno di violenza appaiono, come dalle nebbie caliginose di Londra, per poi scomparire inghiottite dall’oblio del tempo e dello spazio. Chi erano prima? Chi avrebbero potuto essere ancora, se Jack non fosse passato accanto a loro? Su di loro, su quei corpi straziati?

    Accanto a loro, Abberline, Conan Doyle, le indagini, i fallimenti, il tempo che scorre nella consapevolezza che Jack sta per essere consegnato al mito e alla storia. Chi fu davvero Jack lo Squartatore? Una rima, una immagine e gli autori ce lo raccontano.

    COME LEGGERLO:

    Luogo: in città, di sera, con la nebbia e la gente che ci passa accanto

    Tempo: autunno, l’epoca degli omicidi

    Sapori: rhum, tabacco, fish and chips

    Profumi: caminetto e legno bruciato

    Musica: Sea Shanties per rievocare i suoni delle bettole del quartiere malfamato

  • Il processo creativo
    Foto dal Web

    Una delle prime domande che vengono fatte a un autore dal pubblico o da chi li intervista, è dove traggano ispirazione. Personalmente vengo ispirata da tutto ciò che mi circonda e che vivo. Può essere una notizia al telegiornale, un post su un social, un programma televisivo, il testo di una canzone o un altro libro, poesia o quadro.

    Quello che di solito accade, è che si formi nella mia mente un titolo o un personaggio e qualche flash, qualche breve scena in cui si muove. E’ l’embrione di una nuova storia e tipicamente mi ci applico alcuni istanti, prima di metterla a sedimentare.

    Questo processo di decantazione permette di far maturare l’idea che, se è pessima, sparirà da sola nella memoria, mentre se è buona tornerà a infestarmi i pensieri, anche i sogni, pretendendo di essere raccontata.

    Il processo creativo tuttavia non può prescindere da un lavoro di analisi della trama coscienziosa e obiettiva:

    -Vale la pena di essere raccontata? Non è qualcosa di già visto, trito e, magari parzialmente plagiato?

    -Il suo ambito storico può essere inserito con cognizione? Oppure mi troverò a pretendere di fare un romanzo storicamente accurato, ma con le dinamiche hollywoodiane in cui tutto è permesso? Certo potrei anche fare una trama liberamente ispirata a questo personaggio o quel fatto storico, ma se non indicassi che è una variazione o un’ucronia, starei facendo un pessimo lavoro.

    -I personaggi riescono a trovare una collocazione, una caratterizzazione e un fine che sia funzionale alla storia e originale? Oppure sto pensando a una serie di macchiette inutili o riempitive che muteranno idea, comportamento e “bandiera” in corso d’opera?

    -Conosco abbastanza l’ambiente naturale e sociale in cui voglio ambientarla? Oppure mi troverò a fare errori o, peggio, descrizioni anonime e superficiali?

    Se ho risposte consolanti a queste domande, allora vale la pena imbarcarsi nell’avventura e vedere cosa ne esce, magari una poesia, magari un racconto o addirittura un romanzo completo.

  • Il Nome della Rosa – Umberto Eco
    Foto dal Web

    Come prima recensione non posso non parlare del libro che profondamente ha influenzato la mia vita sia come scrittrice, che come persona. Correva l’anno 1989, avevo iniziato il primo anno di Liceo Scientifico e finalmente mi ero trovata in un ambiente confortevole per la mia mente.

    Per la prima volta la parola “secchiona” non era pronunciata con disprezzo e scherno, ma era un vanto, quasi una comune difesa dei liceali che potevano finalmente chiamarsi così l’un l’altro, scherzando bonariamente, consci che fosse permesso tra noi, laddove fino all’anno prima, alle medie fosse un marchio di infamia.

    Ho aperto quel libro, raccattato in un supermercato in edizione economica, nonostante avessi già visto il film, in cui un meraviglioso Sean Connery teneva la scena per tutto il tempo, brillando pur senza oscurare la bravura degli altri attori. Quel libro fu una rivelazione per me. Fu la scoperta di quanto meraviglioso fosse il mondo della cultura, quante porte aprisse e quante risposte potesse dare alla mia mente così gravida di domande.

    L’ambientazione, nell’inquietante abbazia nel gelido inverno alpino, è pervasa dalla suspance legata agli omicidi che pian piano si compiono e allo spettro dell’inquisizione che aleggia sui giorni antecedenti la riunione tra diverse confessioni.

    Guglielmo da Barskerville è un frate francescano in un periodo storico in cui l’ordine non è ancora stato riconosciuto e quindi è in odore di eresia, e viene invitato nel monastero sia come rappresentante del suo ordine, poiché a breve si sarebbe tenuto un concilio proprio tra quelle vetuste mura, sia per indagare sulla morte di un giovane monaco molto avvenente.

    Non tutti però sembrano collaborare nel fornire informazioni e Guglielmo, insieme al suo “padawan” Adso da Melk, pian piano solleveranno il velo del mistero. Indimenticabile il cammeo: “Ma è elementare, mio caro Adso!”

    Foto dal Web

    Nel libro si respira tutta l’enorme, monumentale cultura di Eco, ma senza quell’eccesso che a volte sfocia nella tracotanza, di altri suoi romanzi. E’ di lettura piacevole e lineare e indenta enigmi in latino, scorci storici, mistero e orrore nella giusta ricetta.

    COME LEGGERLO:

    Luogo: Accanto alla finestra o alla luce naturale di una candela o del caminetto

    Tempo: Inverno, tra le montagne innevate e gelate

    Sapori: Tisana alle erbe

    Profumi: Incenso naturale o mirra

    Musica: Canti gregoriani

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