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Foto copertina Kindle 17 gennaio 1941, Berlino
Fuori della stanza, tutto taceva.
Karl Zimmermann aveva il volto tondo, con le guance normalmente rubizze, che apparivano sbiancate come un uovo sodo e fissava Johann Von Ravenstein coi suoi occhi bovini, mentre il gerarca non scollava l’attenzione dalla porta chiusa, oltre la quale giungevano voci arrabbiate in tedesco e in italiano.
Il grigio dei primi capelli anziani di Zimmermann si mesceva bene col taglio militare dei folti ciuffi biondi e i grandi occhi grigio azzurri sarebbero stati anche belli, se non fossero stati così sporgenti, esageratamente grandi e rotondi, tanto da farlo assomigliare a una salamandra.
A completare il quadro, sotto il bavero stretto della divisa, traballava una giogaia di grasso morbido che creava un voluminoso doppio mento.
Non era una divisa militare, ma ne aveva il taglio e faceva spiccare sull’avambraccio il simbolo ricamato in nero e oro della Deutsches Ahnenerbe, con l’ovale circondata dalla scritta e, al centro, la spada avvolta dal nastro a tre cuciture.
Il generale luogotenente Von Ravenstein, dal canto suo, vantava una perfetta forma fisica, proprio ciò che ci si aspetta da un militare che sia avvezzo a stare in prima linea, invece che ingrassarsi di forniture al quartier generale. Il volto squadrato, reso severo da un naso dritto importante, era ingentilito dal blu intenso degli occhi. Laddove la calvizie andava colpendo gravemente la capigliatura nera, le labbra sottili compensavano a dare avvenenza ai lineamenti.
Indossava una divisa coi gradi militari, ma quando infilò la mano in tasca, estrasse una fascia di tessuto con un identico simbolo della Ahnenerbe, che infilò all’avambraccio.
Zimmermann lo notò e, dopo aver a lungo rimuginato le parole in bocca, si fece coraggio e rivolse la domanda al superiore sussurrando: «Perdonatemi, signore, a che ora siete stato convocato?»
«Alle undici», rispose il generale, a un normale tono di voce, senza perdere di vista la porta della stanza.
A entrambi era chiaro l’argomento delle invettive in tedesco, anche se non riuscivano a cogliere le sfumature di quelle in italiano, ma entrambe si argomentavano probabilmente sulla stessa cosa, gli errori nella guerra e chi ne fosse responsabile.
«Anche io», aggiunse preoccupato Karl. «Ma come…»
Non fece in tempo a chiedere altro al Generale, perché la porta si aprì e Hitler uscì di gran carriera, seguito da Himmler e altri uomini, tra cui l’interprete e un uomo dall’abito elegante, impeccabile.
I due in attesa batterono i tacchi all’unisono, alzando la mano dritta in avanti: «Heil Hitler!»
Il dittatore rispose senza guardarli, alzando l’avambraccio con poca attenzione.
L’uomo elegante parlò in italiano senza fermarsi, seguendo Adolf e l’interprete, che sudava freddo, annuì e tradusse: «Mein Führer, il Duce Mussolini vi manda a ricordare che gli accordi presi erano per l’entrata in guerra tra altri due anni, vi accusa di aver iniziato le offensive troppo presto, quando non erano del tutto pronti.»
«Eravamo pronti noi e infatti ora manderò una piccola divisione a dargli supporto in Africa, ma di più non posso fare per non impoverire il mio obiettivo principale, l’Europa», e proseguì a camminare verso un terrazzino che lo ospitò a sbollire la rabbia, nonostante il freddo pungente.
Himmler fece un cenno di intesa a Von Ravenstein e con la mano gli disse di attendere, poi seguì la carovana che migrava all’esterno.
Quando furono tutti all’aperto, un cameriere chiuse la porta e la voce del dittatore divenne meno percettibile tanto che entrambi, Von Ravenstein e Zimmermann, si avvicinarono di più al battente chiuso. «Siete voi che volete crearvi un impero in Africa, non capendo che siete arrivati tardi di due secoli. E che, stando ai rapporti del generale Wilhelm Von Thoma, avete perso lo slancio spirituale necessario a questa guerra.»
«Lo slancio lo possiamo recuperare», aveva ribattuto il diplomatico, «ma gli uomini vedono la superiorità inglese come armamento e logistica e disperano di salvare le posizioni. La disfatta di Sidi el Barrani è stata una tragedia annunciata.»
Himmler intervenne e il rumore di fogli di carta riempì il silenzio prima delle parole del gerarca: «Mein Führer, ho qui un prospetto riassuntivo per la spedizione che ho chiamato Sonnenblume. Si tratta di inviare una unità di sbarramento, una Sperrverband leggera con carri armati e una divisione corazzata. Li chiameremmo Deutsches Afrikakorps.»
«E chi li comanderà?» Chiese Hitler.
«Erwin Rommel.»
Adolf annuì, soddisfatto e usò quel nome illustre per congedare l’ambasciatore di Mussolini con la promessa di un qualche aiuto in breve tempo e, al suo posto, vennero fatti entrare i due sottoposti di Himmler, che fecero di nuovo il saluto al dittatore e restarono in attesa.
Hitler restava di spalle, a fissare la città oltre la balaustra di marmo; dunque, Himmler prese un sospiro e iniziò: «Sembra proprio che il Führer debba mandare un contingente in aiuto di quegli inetti. Noi sfrutteremo la cosa e ne approfitteremo per fare una ricerca molto importante. Johann Von Ravenstein, dal punto di vista militare siete il vice di Rommel, ma in questa vertenza avete carta bianca e sarete a capo della missione. Vi affiancherà il vostro parigrado, il Generalleutnant Walter Neumann-Silkov che è già sul posto. Lui è il dottor Karl Zimmermann, viene dalla divisione Biologia della Ahnenerbe, ma è anche medico e ha una formazione base di archeologia», poi si rivolse al dottore. «Inutile presentare il vostro superiore, il suo glorioso passato e le medaglie al valore valgono più di qualsiasi parola. Sarete sotto il suo comando. Il generale Rommel vi aprirà la strada come un coltello caldo nel burro fino all’Egitto, indipendentemente da dove siano stanziati gli italiani. La vostra missione sarà introdurvi della Grande Piramide nella piana di Giza. Abbiamo motivo di credere che i Libri Segreti di Toth, contenenti indicazioni di rituali magici e antiche tecnologie di origine atlantidea, si trovino nascosti in una camera segreta», disse puntando il dito su un disegno schematico delle camere già rinvenute dentro la Grande Piramide. «In questa cartella troverete tutte le informazioni.»
Gettò il raccoglitore di pelle scura sulla scrivania e tornò a guardare Hitler, immobile di spalle, poi i suoi ospiti: «Se tutto va come deve, troverete l’arma che ci farà vincere la guerra.»

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Foto dal Web «Sono in ritardo», fece notare la donna con stizza, sollevando il bavero del cappotto fino a sprofondare con le orecchie nella sciarpa di lana. Le sue parole danzavano visibili nell’aria in candide volute che la pioggia trafiggeva impietosa, mentre piangeva dal cielo nero e pesante di inquinamento di San Francisco.
Alle sei del pomeriggio era già completamente buio e le luci natalizie della città brillavano intermittenti in lontananza, mescendosi alle luci di segnalazione della piazzola di atterraggio degli elicotteri, in quel piccolo campo di volo vicino a Sutro Baths.
L’uomo si voltò verso di lei: «E’ nervosa Detective?»
«Diciamo piuttosto infreddolita, stanca e delusa, Capitano», rispose occhieggiando verso il suo interlocutore, cercando di mentire meglio di quanto la voce tradisse. Non era stizza quella che la faceva stringere nelle proprie braccia, era timore, ansia, desiderio di fuggire, di sottrarsi a quegli istanti di vibrante attesa.
«E’ una grande opportunità per la sua carriera invece», disse l’uomo, nascondendo un ghigno sadico mentre voltava il capo a guardare un punto imprecisato all’orizzonte, verso l’oceano, superando il cerchio serrato delle forze armate, dispiegate in gran numero a circondare la zona in tenuta da battaglia, coi giubbetti di kevlar da assalto, elmetti tattici e i mitragliatori in resta.
«Diciamo invece che mi sta punendo per la mia testimonianza contro il Detective Truman», lo sguardo che la donna riservò al profilo del suo Capitano era tagliente e intriso di odio.
A nulla valeva il cipiglio severo e marziale del Capitano, il rinomato combattente ed eroe di guerra, la cui statura e prestanza fisica, nonostante i cinquant’anni sofferti e vissuti, instillava ancora rispetto e riverenza.
Anche per confronto con l’esile Detective, con la massa incolta di capelli castani e ricci, costretti in una castigata crocchia alla base della nuca, con gli occhi verdi e piccoli, indagatori e vigili, non c’era dettaglio in lui che potesse intimidirla o ridurla al silenzio, non quando sapeva di avere ragione.
«Non sono io a punirla Detective, è stata lei a essersi scavata la fossa con le sue mani. Truman era benvoluto da tutti, uno stato di servizio impeccabile. Era a pochi mesi dalla pensione, alla fine di quest’anno si sarebbe ritirato e il dipartimento avrebbe archiviato la pratica. Lei gli ha rovinato la pensione e il resto della vita.»
La donna strinse i denti fino a farli stridere e le dita nei guanti di pelle imbottiti sbiancarono quando serrò i pugni: «Abbiamo già affrontato l’argomento, Capitano Hollis. Il fatto che Truman fosse vicino alla pensione non cancella il fatto che abbia sottratto una cospicua percentuale della partita di marijuana del caso Castillo.»
«Lo ha fatto per uso personale, per la moglie che, come ben sa…»
«Morbo di Parkinson, lo so benissimo. Come so che è ormai impossibile trovare farmaci con THC legale. Ciò non toglie che sia un reato.»
La pioggia gelida divenne velocemente nevischio umido, poi veri fiocchi di neve e la città di colpo tacque, rallentando il respiro in quell’istante di attonito stupore dinanzi alla prima nevicata dell’anno.
Perfino un soldato tese il palmo aperto ad accogliere gli effimeri fiocchi.
Era così giovane che le sue dita non avevano ancora conosciuto i calli della sofferenza e del duro lavoro e la pelle piena e morbida rabbrividiva all’improvviso gelo secco, avvezza a null’altro se non calde stanze e coperte di piume.
«A volte, Detective, bisogna solo imparare l’utilità dei compromessi», disse l’uomo aprendo un braccio a indicare lo stuolo di militari che li supportavano. «Vede? Il compromesso tra l’esercito e la polizia metropolitana è qui, davanti a lei. Una unità di cinquanta soldati prestati dai Marines, tutti ai miei ordini. Certo sono reclute con la bocca ancora sporca di latte, ma…»
«Non siamo più in guerra, Capitano», interruppe lei, «quando tutto era permesso e si chiudevano entrambi gli occhi dinanzi ad abusi di ogni genere. Stiamo ricostruendo una democrazia e, nel nuovo mondo, non c’è posto per i compromessi.»
«Si dovrà ricredere, Detective, o si spezzerà combattendo una battaglia che non può vincere. Ma guardi a Ovest, i nostri ospiti stanno arrivando», concluse lui, fissando le luci dell’elicottero nero che si avvicinava a grande velocità, lottando contro le raffiche di vento e nubi troppo basse per lasciare respiro.
La Detective percepì una morsa allo stomaco, la scarica di adrenalina e il tremore che si diffuse in tutto il corpo. Aveva paura, naturalmente, ma non l’avrebbe mai confessato al Capitano Hollis, avrebbe tenuto duro e si sarebbe occupata di quel caso.
E l’avrebbe risolto senza compromessi.
L’elicottero danzò un po’ nell’aria contrastando il vento, poi atterrò precisamente nel centro della piazzola, senza spegnere i motori.
Il portellone si aprì e ne discese una figura snella, alta circa un metro e ottanta, con un capiente zaino su una spalla.
Era vestito soltanto con una camicia senza bottoni, ma con le falde dello scollo a V prive di chiusura, dei pantaloni a taglio sigaretta, cilindrici e con la caviglia larga, decisamente comodi, e scarponcini tipo anfibio.
Era un abbigliamento estivo, fatto di lino color sabbia con le cuciture e bordi neri per la camicia e interamente nero per i pantaloni.
Morbidi ricci neri giungevano fino alle spalle, raccogliendo la neve che li faceva brillare nei riflessi delle luci della piazzola.
Il rumore dei caricatori mise la Detective in allarme quando i colpi scattarono in canna e i mirini laser puntarono tutti al petto e al capo dell’ospite.
L’uomo si aggiustò lo zaino sulla spalla e richiuse il portellone senza tradire alcun timore, ma riservando solo uno sguardo diretto allo spiegamento di forze tutto attorno, poi al proprio torace, ricamato di laser rossi.
Quando il Capitano alzò un braccio in saluto, la figura avanzò verso di lui, mostrando i tratti moreschi della carnagione e il volto giovane, da ventenne, piacevole nella sua simmetria.
La fronte squadrata era incorniciata dai lunghi ricci che accarezzavano l’arcata delle fini sopracciglia e gli zigomi alti e sottili.
Le guance si prolungavano, piene e armoniche, verso labbra perfettamente delineate e un mento proporzionato privo di qualsiasi segno di barba.
L’incarnato color del bronzo era parte di quelle caratteristiche, dai capelli agli occhi scuri, che identificavano la figura come di etnia medio orientale.
Gli occhi assorti conferivano a tutto il volto un’algida assenza di espressioni, quasi avessero davanti la perfezione di una statua greca, proiettata nell’infinito, a discapito dell’istante.
«Cristo, ma è un ragazzino!» Sibilò a bassa voce la Detective: «Ci mandano un ragazzino!»
Hollis guardò verso il militare alla sua destra, che fissava ammutolito il ragazzo con abiti estivi dentro il visore termico montato su un trespolo. A bocca socchiusa e a occhi sbarrati, il giovane militare era rimasto impietrito davanti allo schermo, mentre le nuvole di fumo uscivano dalle sue labbra con troppa veemenza per poter nascondere quello che appariva come il respiro del terrore puro.
«Sergente?» Hollis lo richiamò più volte, finché quello si riebbe e deglutì a secco.
«C-confermo Capitano Hollis. Temperatura ambiente, niente battito.»
La Detective arretrò di un passo, senza poter fermare il tremolio del mento e il Capitano le sorrise bieco: «Etienne Corday ha mantenuto la parola, ci ha mandato uno dei suoi non morti. Ne avevate mai visto uno dal vivo?»
«N-non così da vicino, Capitano.»

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Foto dal Web Nel dizionario, alla voce “archetipo” si legge: “Il manoscritto reperibile o ricostruibile attraverso la recensione, dal quale si ritengono derivati, direttamente o indirettamente, tutti i manoscritti noti.”
L’archetipo è dunque il primo mattone, sul quale vengono erette tutte le case. Un archetipo famoso, che serve a esemplificare perfettamente il concetto è quello dei fratelli in lotta che ritroviamo in ogni tempo in ogni cultura: Osiride e Seth, Caino e Abele, Romolo e Remo, Thor e Loki.
Confesso che sto scrivendo questo articolo perché ancora non ho digerito un commento a un mio inedito, che la Casa Editrice ha rifiutato con questa argomentazione: “Un romanzo con un poliziotto che collabora con un soprannaturale è già stato scritto.” Ma va? Ovvio che è accaduto, il primo che mi viene in mente è quel polpettone che ha per protagonista Anita Blake, ma poi come non citare anche Superman?
In letteratura, ogni scritto può ormai essere ricondotto a un archetipo preesistente, dunque che senso ha scrivere qualcosa che è già stato trattato?
Il medesimo discorso potrebbe essere applicato alla musica, quando si obietta che i giri armonici sono sempre quelli o alla cucina, quando ci si accorge che le materie prime sono state tutte provate. E dunque? Ci abbracciamo le ginocchia dondolando sulle natiche nella disperazione di non aver più un posto da occupare nel mondo?
Neanche per idea. Esattamente come una pastasciutta, che altro non è se non semola di grano e acqua, bollita in acqua e sale, può essere condita col burro, con l’olio, col pesto, col pomodoro o come una melodia, che può essere arrangiata in mille modi diversi pur basandosi sempre sullo stesso numero finito di note, così anche in letteratura, a partire da un archetipo si può creare qualcosa di completamente innovativo.
Farò ora qualche esempio di archetipo e, per giocare un po’ con voi, vi invito a citare almeno un libro o film che lo contiene. Alla fine metto alcune soluzioni che vengono in mente a me.
Giochiamo:
- fratelli in lotta
- maestro e discepolo
- assassino con una coscienza
- reietto della società ma con un gran cuore
- figlio/a e genitore putativo
- orfano che impara a cavarsela
- codardo che trova il coraggio
- persona semplice e ordinaria che scopre di essere speciale
- brutto fuori ma bello dentro
- incompreso che poi mostra a tutti di avere ragione
- scambio di persona
- triangolo amoroso
- omicidio/suicidio per amore
- famiglia attraverso le avversità
- conflitto generazionale
Fatto? Bene, ora potete fare un altro esercizio, ovvero prendere un libro che conoscete ed elencare tutti gli archetipi che trovate tra le righe della trama.
Quello che emerge da questi due esercizi è che sebbene più romanzi trattino lo stesso archetipo, ognuno ha qualcosa da offrire. Se vi dicessi: Eroe solitario e complessato, con un forte senso di giustizia e onore, incompreso e reietto ma che si sacrifica per gli altri” direste “cheppalle, un altro Batman?” Poi vi dico… The Witcher! E tutto si ridimensiona.
Non importa se un archetipo è già stato scritto, ormai l’uomo inventa storie da 30 mila anni. L’importante è che ciò che gira attorno all’archetipo sia innovativo e ben scritto, che la trama sia convincente e i personaggi coinvolgenti!

Foto dal Web Post Scriptum
Soluzioni di Isa:
- Il romanzo di Ramses
- La divina Commedia
- Assassin’s creed
- The Witcher
- Cenerentola
- Oliver Twist
- Il leone del mago di Oz
- Cécile di Memorie dal Buio, La Bestia
- Il gobbo di Notre Dame
- Cassandra nell’Iliade
- Il principe e il Povero
- Orgoglio e pregiudizio
- Romeo e Giulietta
- La casa nella Prateria
- I fratelli Karamazov

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Foto dal Web Se non ci troviamo in mano un libro specifico di genere, trattare l’erotismo in un romanzo è sempre un’arma a doppio taglio, un po’ come lo splatter nell’horror. Dal mio punto di vista di lettore, un romanzo che tratti della vita e dell’evoluzione di un personaggio che esuli dall’erotismo che lo contraddistingue, sarebbe monco. Ma allo stesso modo, un romanzo di altro genere che nelle scene prettamente erotiche scadesse nella volgarità o nelle descrizioni da romanzetto rosa, mi deluderebbe a pieno.
Il mio intento non è chiaramente di dare una formula vincente, perché come e forse più di altri generi, l’erotico deve essere nella penna dello scrittore e questo dipende dal suo modo di vedere l’eros, la passione e tutte le sfumature della sessualità umana.
Lungi da me poi tirare in ballo Freud e i conflitti irrisolti dell’infanzia, ma è innegabile che il modo in cui vediamo il mondo e soprattutto il rapporto col nostro corpo, origina da come abbiamo vissuto da piccini la scoperta della nostra sensibilità sessuale.

Foto dal Web Il passo successivo alla conoscenza e sensibilità personale sull’argomento è, chiaramente, il saperlo scrivere e descrivere. Farò ora quattro esempi di scena erotica per distinguere le categorie.
ESEMPIO 1, il coatto: Il ca**o duro si infilò nella f***a bagnata e…
ESEMPIO 2, l’harmony: il suo obelisco di pulsante desiderio si inchinò al vestibolo del suo tumido tempio…
ESEMPIO 3, il RanieroCottiBorroni: Il pene turgido nella piena erezione dei corpi cavernosi si approcciò alla vagina umettata di secrezioni del Bartolini.

Foto dal Web, Anna Marchesini interpreta la sessuologa Merope Generosa [NDA: Raniero Cotti Borroni è uno dei personaggi di Verdone nel film “viaggi di nozze”, che vi consiglio assolutamente. E’ un medico preciso, pignolo e con la mania del controllo. Bartolini qui non è chiaramente inteso come corriere, ma è il nome delle ghiandole presenti sul vestibolo della vagina.]
Esempio 4, l’equilibratore: Il membro si chinò alla ricerca dell’intimità di lei.
Personalmente preferisco l’approccio 4, trovo il primo troppo da sito porno, il secondo eccessivamente sottinteso, il terzo talmente scientifico da annullare la poesia. Ma, come tutto ciò che viene prodotto dall’umana arte, può piacere o meno a seconda dei gusti personali.
Quanto oltre ci si può spingere?

Foto da Fotolia La sensibilità individuale su temi che possono essere disturbanti, come la sessualità o la violenza, possono decidere una stroncatura anche al migliore dei romanzi, se il lettore non è pronto a digerire quello che leggerà. L’importante è quindi essere chiari coi lettori: se stiamo scrivendo un libro per adolescenti, per bambini, per adulti, i contenuti e la forma non possono essere uguali.
Se abbiamo chiarito nella sinossi o nella presentazione in quarta di copertina che i contenuti sono LGBT (semplifico la sigla, non me ne vogliate), o di estrema crudezza o vividamente descritti, abbiamo già aperto il nostro paracadute. Che poi questo ci faccia comunque atterrare in una montagnola di letame, purtroppo è da mettere in conto, ma per lo mano vi atterreremo (perdonate la metafora) con delicatezza e non a tuffo carpiato.
Giusto per specificare il concetto di sensibilità individuale, tempo fa mi capitò di parlare di limiti estremi di sessualità con un utente di facebook in un gruppo aperto. L’uomo (ben oltre i 50 anni, quindi non un adolescente alle prime armi), si vantava di aver compiuto prodezze sessuali inimmaginabili, di aver toccato abissi di perversione inarrivabili. A domanda diretta: “Allora qual è la cosa più perversa che hai fatto?” Se ne uscì con un episodio che per me, per la mia sensibilità, rasenta la normalità: un amplesso in luogo diverso dal letto, in una posizione un po’ ardita dal punto di vista dell’acrobazia.

Foto dal Web C’è anche chi vede le frustatine sulle chiappe di “50 sfumature” come l’esempio più profondo di sado-maso, ignorando cosa sia veramente il BSDM (la seconda foto è un meraviglioso esempio dell’arte dello Shibari) e quale sia il reale rapporto tra un master e uno slave. Oggi come allora esercito il più difficile dei compiti, il non-giudizio, ma esorto i lettori del mio articolo a porsi queste semplici domande all’atto di inserire scene e erotiche nei propri romanzi: quello che per me è normale e accettabile, come verrà digerito dal pubblico? Sono persuaso che la situazione che creerò potrà essere osannata o distrutta dalla critica? Sono pronto a questo?
In conclusione, giusto per ricordare che la sessualità è anche gioco, divertimento e condivisione, vi lascio un godibilissimo filmato, visto che l’ho citato nell’articolo. E’ un estratto di uno spettacolo della compianta Anna Marchesini che interpreta magistralmente la sessuologa Merope Generosa. Ma vi consiglio di cercare su Youtube anche “Raniero e Fosca, prima notte di nozze”, che non mi fa incorporare per l’argomento un po’ spinto. Bah… misteri del tubo!

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Foto dal Web C’è chi dice che, comunque la fai, la sbagli.
La sinossi per alcuni autori è anche più difficile da scrivere del romanzo stesso, perché deve riassumerlo, senza spoiler, ma allo stesso tempo interessare chi la legge, che sia un futuro acquirente o la casa editrice o i giudici di un concorso. Ecco alcune dritte sull’argomento e, negli esempi virtuosi, alcuni estratti dalla sinossi di Memorie dal Buio – Meretrix, inedito di prossima pubblicazione.
Esiste una formula perfetta per scrivere la sinossi?
Per esperienza direi di no. Se è essenziale, viene criticato il poco approfondimento, se è lunga, non è apprezzato l’eccesso di parole o il troppo svelare della trama. Il consiglio è di mondare la sinossi da ogni ampollosità, giudizio personale o da spiegazioni non richieste.
Esempio ERRATO: In questo libro bellissimo, apice della scrittura, la trama completamente innovativa si intreccia con le interessantissime vite dei protagonisti che…
Esempio ERRATO: E si scoprirà poi che la cicogna è Robin Hood!
Nel primo caso sto incensando, a torto o a ragione, un lavoro, togliendo al lettore la possibilità di giudizio. Nel secondo caso ho già detto tutto, allora perché leggere il libro?
La sinossi parte da un riassunto, è vero, ma è molto di più, perché mette in evidenza il core della trama, pur senza svelare i colpi di scena, in modo da far assaporare il contenuto solo facendone annusare l’aroma.
Quanto deve essere lunga?
Innanzitutto valutiamo cosa ci viene richiesto. Una normale SINOSSI dovrebbe attestarsi massimo sulle 2000 battute, ma a volte la richiesta è per una SINOSSI ESTESA, per la quale potremo raddoppiare tranquillamente le battute, magari schematizzando i vari capitoli. Alcuni editori richiedono una sinossi capitolo per capitolo, in quel caso non è per accattivare nessuno, ma è per avere uno schema di lavoro e occorrerà un lavoro meticoloso per “intabellare” le pagine dei capitoli (Capitolo 1: da pagina x a pagina Y), con un breve riassunto del contenuto.

Foto dal Web Come va scritta?
Come si può immaginare, la sinossi è un BIGLIETTO DA VISITA con cui ci presentiamo facendo emergere la nostra capacità di sintesi e focalizzazione.
Iniziamo col definire il tempo e il luogo del romanzo e dare una ide della situazione iniziale, cercando di catturare l’interesse per l’ambientazione e i fatti attorno ai protagonisti.
Esempio CORRETTO: Roma, 1495. L’omicidio del Principe ereditario di Costantinopoli Cem sconvolge la Roma di Papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia. Viene accusata dell’assassinio una cortigiana, Rachele Noel…
Il secondo passo è individuare nell’opera quelle parti fondamentali che devono risaltare nella sinossi per dare un’idea del prodotto. Nel caso di Meretrix, essendo un romanzo fantasy storico, devo mostrare tanto l’aspetto storico della componente Fantasy, altrimenti l’utente finale penserà di trovarsi davanti uno storico puro e resterà contrariato dalla presenza di un vampiro, o viceversa. Attenzione però a non fare spoiler! Facciamo due esempi a caso per capire la situazione.
Esempio ERRATO: …che necessiterà dell’aiuto dei suoi figli per dimostrare la propria innocenza.
Esempio ERRATO: …che verrà condannata per il crimine.
In questo caso sto spoilerando: lei è innocente e loro lo scopriranno, oppure, lei è incarcerata, non so se sia colpevole o meno, ma so che viene condannata. In entrambi i casi sto già dicendo troppo al lettore. Ma se invece scrivessi:
Esempio CORRETTO: Toccherà ai suoi figli indagare sul delitto…
Inquadrerei i veri protagonisti, i figli e il loro ruolo nella trama, ovvero indagare, senza tuttavia dire nulla sulla colpevolezza o su cosa accadrà a Rachele, ma suggerisco che lei non potrà indagare. Perché? Questo si deve chiedere il lettore della sinossi, per essere invogliato a capire cosa accadrà a Rachele.
Che dettagli non possono mancare?
Sicuramente il genere del romanzo, ovvero l’inquadramento dello scritto in una categoria predefinita, o in una categoria fluida (esempio il mio fantasy storico, che però usa urban fantasy, non fantasy classico), che permette al lettore di decidere se vuole o meno leggere il resto. Esempi di categorie sono: mistero, thriller, orrore, fantasy, storico, narrativa LGBTQIAPK (è la sigla più aggiornata che ho trovato), romance ecc.
Esempio CORRETTO: …muovendosi in un mondo che mostra pian piano la sua verità soprannaturale…
Non è necessario cantare la canzone: “Ci sono due angeli e un licantropo, due piccoli vampiri, un mago col cappello, fata, ghoul e stregone, non manca più nessuno, solo non si vedono i due demoni.” C’è chi l’ha letta cantando e chi mente!
Torniamo alla sinossi. Quanto posso o devo svelare della trama?
Qui dovete solo sedervi, analizzare il vostro lavoro e capire dove fermarvi, prima di dare troppa carne in pasto ai coccodrilli. Il confine tra stuzzicare l’interesse e fare spoiler è spesso molto sottile. Una cosa che ho trovato utile, è indicare i fatti che muovono la trama, senza proseguire nella loro analisi o risoluzione. Per esempio l’omicidio di Cem è il primo motore per Meretrix, così come il ritrovamento del cadavere del primo bambino in La Bestia è l’inizio dell’indagine. Al lettore resta però da scoprire tutto: il motivo dell’omicidio, la causa della morte, il coinvolgimento di terzi. Il tutto ancor prima di pensare al colpevole.
Quindi scrocchiatevi le dita e sotto a scrivere sinossi! Fatene due, dieci o venti per allenarvi e per poter scegliere la migliore.

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Foto su concessione dell’autore Ho ospitato Davide Stocovaz e il suo Addendum nello spazio dedicato alle recensioni. Oggi l’autore mi concede dieci domande sul suo mondo interiore.
Parlaci di te, raccontaci chi sei e un episodio della tua vita passata che vuoi condividere, che per te è stato un punto di svolta.
Mi chiamo Davide Stocovaz, classe 1985, nato e cresciuto a Trieste, in Friuli Venezia-Giulia. Sono uno scrittore e sceneggiatore. Un episodio della mia vita passata risale a quando ero ragazzino e mi imbattei in un serpente nel Parco del Farneto a Trieste. Stavo avanzando lungo un sentiero con alcuni miei amici e mio fratello, quando l’erba alla nostra destra si aprì e vedemmo una testa piatta strisciare via, fuggire da noi. Restammo tutti ammirati dalla rapidità del rettile. Solo dopo diversi anni, ricorsi a questo ricordo per stendere il romanzo “Ombra di Morte”, chiedendomi cosa mai potesse accadere in città se ci fosse un serpente non autoctono e mortale nel parco. Per me è un punto di svolta ogni volta che viene pubblicato un mio nuovo romanzo. Il mestiere dello scrivere ti insegna che, ogni volta, è un punto di partenza, mai di arrivo.
Parlaci del tuo lavoro, che generi scrivi, come preferisci pubblicare?
Considero il mestiere dello scrivere come un viaggio, è come partire per una nuova dimensione, e sondare, a volte, l’oscurità che risiede in me: le mie paure, le mie angosce, le mie inquietudini. Principalmente scrivo romanzi di genere horror, thriller e mystery. Ma non disdegno la stesura, a volte, di romanzi drammatici. Mi rivolgo sempre alle case editrici, quando sottopongo una mia opera. Non sopporto l’idea del self-publishing. Questo perché preferisco il giudizio di un editore, serio, non a pagamento, per capire se l’opera è meritevole di pubblicazione.
Quanto è importante per te la memoria, la storia, il ricordo e come traspaiono nel tuo lavoro?
Sono fondamentali. Le storie dell’orrore possono trarre spunto dalla memoria, dalla storia di un’intera nazione. A volte basta anche un ricordo di infanzia, come nel caso di “Ombra di Morte”, condito con un po’ di fantasia. Cerco sempre di partire da leggende esistenti per stendere le mie storie, che affondano le loro radici nella storia più lontana fino a quella più moderna.
Qual è la tua fonte di ispirazione?
Dipende molto dalla storia che vado a stendere. L’ispirazione, a volte, mi arriva come un fulmine a ciel sereno. Nella maggior parte dei casi, studio le leggende del mio territorio o di uno Stato in particolare, e poi lascio briglia sciolta alla fantasia per intessere i fili della trama e dei personaggi.
Quando e come scrivi? In che luogo, con che sottofondo, a che ora del giorno?
Dipende dal flusso dell’ispirazione. Ho scritto, e continuo a farlo, a ogni ora del giorno, senza avere un orario particolare o preferito. Come sottofondo preferisco il silenzio della mia stanza, anche perché di solito ho già la mente affollata dal correre della trama e dalle voci dei personaggi.
Parlaci di un libro che è stato importante per te in passato.
Ce ne sono molti. È molto difficile sceglierne uno in particolare. Posso però citare solo alcuni dei miei autori preferiti: Lovecraft, Allan Poe, Stephen King… ma ce ne sono molti altri e l’elenco sarebbe infinito.
Come scegli le copertine dei tuoi lavori?
Dipende. A volte, è la casa editrice stessa che si occupa della copertina. In altri casi, cerco di ottenere un’immagine che sia d’impatto; che possa, in qualche modo, riassumere la trama del romanzo in questione. È una ricerca che va fatta minuziosamente e con molta attenzione.
Perché scrivi?
Scrivere è una parte di me. Non potrei mai immaginarmi la mia vita senza scrittura. Fin da quando ero ragazzino, sognavo di poter scrivere e pubblicare delle storie dell’orrore. Una passione che ho coltivato in tutti questi anni, affiancandola a uno studio profondo, a una ricerca continua di stile narrativo, alla caccia continua di trame e personaggi adatti. Scrivo perché la scrittura è vita, è un flusso energico che ti permea mentre viaggi in nuove dimensioni e stendi su carta quelle che, spesso, sono le tue stesse paure: un modo sano per esorcizzarle.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Scrivere e scrivere. Sia romanzi che racconti dell’orrore. E riuscire, prima o poi, a pubblicare la mia prima silloge di poesie e un romanzo drammatico dal titolo “Istinti”, tratto dalla sceneggiatura che vinse il Primo Premio Internazionale per la Sceneggiatura Mattador, dedicato a Matteo Caenazzo, nel 2010.
Hai consigli per i nuovi scrittori emergenti?
Non arrendersi, mai. E, soprattutto, mai pagare per vedere pubblicata una propria opera. L’editoria a pagamento è una piaga nel sistema che andrebbe debellata. Piuttosto, scrivere significa spesso riscrivere, perciò il consiglio è quello di farlo sempre, e dotarsi di tanta pazienza e determinazione. Affidarsi sempre a case editrici NO EAP, non a pagamento; sottoporre la propria opera a editori seri e affidabili, sperando possa venire pubblicata. Spesso è solo questione di storia, perciò se non funziona una, potrebbe andare bene la successiva. Misi tre anni a stendere la versione definitiva del mio primo romanzo “Zanne nelle Tenebre”, prima ch’esso vedesse la luce della pubblicazione presso l’Editrice GDS. Poi ogni storia è diversa, ha difficoltà nuove di volta in volta. Non sentitevi mai “arrivati”, ma continuate a scrivere e a sperimentare. Costanza, studio, determinazione, possono trasformare uno scrittore in un grande scrittore.
Un grande grazie a Davide per aver messo a nudo la sua anima!

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Foto Archivio personale Danzare è un’abitudine antichissima, nata con la socialità e il pensiero estetico umano. Le prime danze dovevano essere proprio come quelle praticate nei corsi di Danze Orientali, tra le quali la Danza del Ventre è la più conosciuta, a piedi nudi, con un accompagnamento musicale di base con tamburi o flauti o rudimentali strumenti a corda. Non serve altro per la Danza del Ventre: non artifizi e virtuosismi musicali, non complesse tecniche di scrittura di spartiti.

Foto Archivio personale La Danza del Ventre viene dal cuore, dall’anima, dalla parte più sensuale del nostro corpo che reagisce al ritmo semplice dei cimbali e dei tamburi, esplorando le sue possibilità armoniche. E’ una danza fatta di voluttuosi ammiccamenti, di pudiche offerte, di pelle delicatamente ostentata nei ricami ambrati dell’henné.
Qualsiasi insegnante di danza potrebbe dire che la propria arte viene dal cuore, che si esplicita nella conoscenza del corpo del danzatore, dei suoi limiti, del rapporto col suo partner di ballo, ma solo un insegnante di Danze orientali può portarvi a sentire i tamburi dentro l’anima, a scoprire una tradizione di popoli lontani nel tempo e nello spazio e a guarire il vostro corpo attraverso lo sviluppo del Core addominale.
Danzare mette in moto muscoli che la nostra vita sedentaria e spinta alla valorizzazione superficiale dell’aspetto esteriore dimentica e trascura. In fondo, quella che fa colpo è la tartaruga, la natica scolpita o la curva perfetta della spalla. Nessuno si preoccupa del lavoro dei muscoli più interni del ventre tranne chi cerca un rapporto più profondo con sé stesso e il proprio equilibrio.

Foto Archivio personale Pratico Danza del Ventre da 12 anni e ho trovato molto in quest’arte: la pacificazione di quel prepotente richiamo che viene identificato come Mal d’Africa, la valorizzazione del mio corpo, lo sviluppo del ritmo e della coordinazione e, infine, delle grandi amiche! Vi lascio con un filmato di un’artista bravissima, Irina Akulenko, il mio modello inarrivabile di tecnica, bellezza e sensualità.

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Foto su concessione dell’autore Vi siete mai chiesti cosa c’è sotto i vostri piedi mentre camminate per le vie della vostra città? Ci sono grate e tombini, vie d’accesso per un primo livello ancora dominato dall’uomo: corridoi di servizio e manutenzione, metropolitane, fognature, scantinati, vecchi rifugi del tempo della guerra. Talvolta i nostri piedi percepiscono la vibrazione nel passaggio di una metropolitana e il nostro volto viene accarezzato dall’aria smossa dai vagoni che viaggiano in velocità nel sottosuolo e che sfiatano dalle grate di ferro. Già tutto ciò ci appare lontano dalle satinate luci della civiltà, ci appare alieno tutto ciò che c’è oltre le piccole porte di servizio sempre chiuse che incrociamo nel nostro cammino quotidiano lungo i tunnel illuminati, puliti e intonacati delle stazioni sotterranee. Ma al di sotto di questi luoghi, che altro c’è? Di tanto in tanto un odore di muffa e di stantio emerge da questi altri livelli, affastellati uno sull’altro, invasi dall’acqua stagnante e ci ricorda che il passato è sempre sotto i nostri piedi con le sue rovine storiche e i suoi dedali di gallerie costruite nel corso di oltre due millenni di vita di una grande città come Milano.
In questi luoghi rifuggiti da tutti vivono senzatetto, persone allo sbando, povere, perdute. Sono i cosiddetti “invisibili” dei quali rifuggiamo la vista, il contatto, cui non offriamo neanche il conforto di un saluto. E, quando qualcosa accade a queste persone, non desta tutta l’indignazione e la reazione popolare di un qualsiasi altro crimine. Un giorno però, accade qualcosa dinanzi alla quale non ci si può più voltare indietro. Un omicidio efferato scoperto dai manutentori dei tunnel è l’avvio necessario affinché le autorità si muovano e mettano finalmente piede in quel mondo di nessuno. Le indagini della polizia iniziano subito e lo fanno con Alessio Baldi, che non abbandona mai la ricerca della verità, neanche quando gli indizi lo portano a scoprire qualcosa di assurdo. Qualcosa che affonda le sue radici nel mito, nei racconti del secondo dopoguerra. Addendum, creature malvagie e assetate di sangue e carne umana.
Alessio e gli invisibili che ha deciso di aiutare inizieranno a cercare l’origine delle sparizioni e delle morti che da mesi imperversano nel sottosuolo di Milano, fino all’inevitabile, sconcertante epilogo.
Addendum è un romanzo breve di Davide Stocovaz, ben articolato e godibile che trasmette l’atmosfera del sottosuolo e l’ansia dell’esplorazione e del pericolo con buona penna narrativa. Da leggere sicuramente!
COME LEGGERLO:
Luogo: In una caffetteria in centro città
Tempo: Autunno
Sapori: Cappuccino e cornetto
Profumi: Petricore sapido delle vecchie abitazioni
Musica: 2001, odissea nello spazio per la coralità delle musiche più che l’ambientazione.

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Foto dal Web – Michelangelo Buonarroti – testa di un uomo barbuto che grida Se vogliamo fare ben bene i compiti, possiamo schematizzare l’esistenza di sei PUNTI DI VISTA, altresì detti VOCI NARRANTI. La Voce narrante è colui attraverso i cui occhi noi vediamo una determinata immagine. Della voce narrante conosciamo la storia, i pensieri e i dettagli, dunque vedendo la scena dal suo punto di vista, possiamo creare interesse, suspance o far progredire la storia.
- PUNTO DI VISTA OGGETTIVO – Il narratore è esterno e fa una sorta di cronaca, senza esprimere giudizi su quello che accade. Questo punto di vista ha un rischio innegabile, ovvero l’asetticità dello sviluppo della trama: attraverso questo punto di vista non riusciamo a conoscere bene i personaggi, la loro psicologia e l’autore può tratteggiarli alla perfezione, ma difficilmente riuscirà a fornire tutto il pathos che essi si portano dietro attraverso il loro vissuto narrato e percepito dalle loro stesse persone.
- NARRATORE ONNISCIENTE – E’ una voce al di fuori della narrazione. Sa tutto della trama anche quello che c’è dietro (magari in un altro libro, magari in un universo creato apposta per la narrazione delle vicende). Anche qui il rischio è che la presenza di un narratore sia più di peso che di ausilio, perché facilmente si tende a pontificare, a far capire che lui sa tutto e voi, parafrasando Alberto Sordi, non siete proprio un cazzo.
- PRIMA PERSONA – E’ il classico espediente del diario, della confessione, dell’autobiografia. Ottimo se ha una buona impalcatura a sostenere la trama, noioso se è troppo autoincensante. Un altro rischio di questa narrazione è che siccome tutto è visto dalla prospettiva unica del protagonista, è facile da un lato cadere nella tentazione di creare tante MarySue e GaryStu, dall’altro di dover forzare delle intuizioni per delineare gli altri protagonisti o comprimari, poiché la visione di un singolo sarebbe troppo riduttiva.
- VARIANTE DELLA PRIMA PERSONA – Quando c’è di volta in volta un io narrante differente. Tipico dei romanzi epistolari, ad esempio, offre almeno qualche punto di vista alternativo all’unico occhio del punto 3.
- TERZA PERSONA – Il narratore segue e descrive il progredire di un personaggio, stando accanto a lui. E’ un espediente classico, calibrato tra una eccessiva ripiegatura sul protagonista e una eccessiva dominanza dell’azione. Certo va usato bene perché anche l’espediente più geniale se trattato male, può affossare la trama.
- VARIANTE DELLA TERZA PERSONA – L’autore si affianca a più di un protagonista. E’ il caso di Memorie dal Buio – la Bestia, in cui vediamo le scene trattate dal punto di vista dei vari personaggi, man mano che la loro voce è quella necessaria a far progredire la storia.

Foto dal Web Quale punto di vista scegliere? Eh, bella domanda. Dovete chiedervi come intendete sviluppare il vostro romanzo, cosa vi serve mostrare e chi, tra i personaggi, può essere quello più adatto per condurre per mano i lettori verso la fine del libro. Nel caso del romanzo della Bestia, vediamo spesso il punto di vista di Cécile, è lei quella che soffre, che cerca la verità, che deve cambiare, deve fare i conti con sé stessa e la bruttura del mondo, mentre gli altri protagonisti in qualche modo sono già “scafati”, hanno già vissuto molti anni (e alcuni davvero tanti!) e imparato molte cose. Eppure, di tanto in tanto, il loro punto di vista ci serve per accentuare il cambiamento di Cécile, perché lei viene vista coi loro occhi, che sono più oggettivi di quanto lei potrebbe mai essere verso sé stessa.
Il punto importante da considerare, per fare la propria scelta, è capire che tipo di romanzo sto per scrivere e come accompagnare il lettore alla fine. Scelto questo, il punto di vista verrà fuori facilmente!

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Foto dal Web Alcuni anni fa, insieme a mio marito e ad altri due amici, gestivo un Gioco di Ruolo dal Vivo, ambientato a Torino secondo il regolamento di gioco di Vampire the Masquerade, nel cui universo, i soprannaturali vivono insieme agli uomini, nascosti per lo più, ma tessendo in segreto le loro trame. Il nostro Live era ambientato a Torino e dunque avevo letto molti articoli e libri sulla città.
Una delle cose che mi aveva maggiormente colpito, era che fosse un centro esoterico di magia bianca (con Praga e Lione), ma al contempo di magia nera (con Londa e San Francisco). Da qui il nome “città dai due cuori”. Di certo dall’anno della sua fondazione, nel primo secolo avanti cristo, ha sempre attirato occultisti e studiosi, da Cagliostro a Paracelso, dal Conte di Saint Germain a Fulcanelli. In particolare fin dall’epoca romana era evidente una divisione della città in due parti: una a Est, sede della vita e del bene e una a Ovest, sede del male, della morte, delle necropoli e del patibolo.
La linea di demarcazione sono le statue dei Dioscuri, Castore e Polluce, poste sul cancello del Palazzo Reale. Una organizzazione copiata dalla filosofia egizia, che vedeva nella riva Est del fiume Nilo la sede della vita quotidiana e nella riva ovest, il mondo ultraterreno. Torniamo a Torino ora. Analizzando anche altri monumenti, ci si accorge che la situazione è più complessa di una banale lotta bene contro male. Tre luoghi in particolare sono rispettivamente porta degli inferi, del paradiso e dell’infinito. Vediamoli insieme.
I centri nevralgici di questo esoterismo sono Piazza Solferino, con la sua fontana angelica che rappresenta la PORTA DELL’INFINITO:

Foto Google Earth Piazza Statuto, LA PORTA DEGLI INFERI, col suo monumento per commemorare il Traforo del Frejus, realizzato con le pietre dello scavo stesso, sulla cui cima è posto un Angelo che ha la caratteristica di avere gli occhi scolpiti in modo da sembrare che ci stia osservando sempre, da qualsiasi angolazione:

Foto Google Earth E i Giardini Reali, dietro Piazza Castello che, con la loro fontana dei Tritoni, rappresentano la PORTA DEL PARADISO, con la sua carica fortemente buona e positiva, circondata da chiese e reliquie sacre.

Foto Google Earth Se analizziamo la Fontana Angelica, di angeli però non ne troviamo. E’ chiamata così perché dedicata ai genitori del benefattore che ne commissionò la realizzazione, la cui madre, si chiamava appunto, Angelica. Vi troviamo invece delle allegorie delle quattro stagioni e molti simboli esoterici. Le due statue maschili sono infatti Autunno (Jaquim) e Inverno (Boaz), che sono i giganti guardiani delle Colonne d’Ercole, la porta della conoscenza. Boaz rappresenta le tenebre e l’ignoranza e infatti guarda verso Jaquim, perfezione, luce e conoscenza, che guarda verso Est, il sorgere del sole. Accanto ad essi, Primavera ed Estate sono in sembianze femminili e rappresentano rispettivamente la virtù e la conoscenza del sacro, contrapposte a il vizio e la conoscenza profana. Esattamente come per raggiungere l’illuminazione, si deve passare attraverso le Colonne d’Ercole, così a Torino si deve passare attraverso i due giganti e le acque che sgorgano dalle fontane che custodiscono. Tutto il complesso statuario è ricco di simboli: Boaz è il primo dei 33 gradini iniziatici, uno dei putti sul retro porge un pesce, emblema del cristianesimo e, infine, le bocche delle fontane sono tutte simili tranne una, Medusa, custode dei segreti del labirinto, i segreti alchemici, posta proprio per questo tra la parte anteriore e quella posteriore della fontana.

Foto d’epoca dal Web Piazza Statuto ha invece due punti importanti a sostegno della teoria della magia nera. Il primo è senza dubbio l’angelo, che in molti hanno identificato con Lucifero, anche perché aveva sulla testa una stella roversa a cinque punte. Il manufatto è sparito nel 2013 in occasione di un restauro, ma fino ad allora aveva decretato l’attribuzione della statua al temuto Morningstar.

Foto dal Web No, disgraziatamente non lui, non questo bel pezzo di Caduto!
Inizialmente il monumento doveva essere un tributo al genio umano che aveva realizzato il traforo del Frejus, ma fu facile chiaramente attribuire malvagità a quella bella statua con la stella rovesciata.

Foto dal Web Alle spalle del monumento, in una piccola aiuola quasi dimenticata, sorge un obelisco geodetico, sulla cui sommità è rappresentato un astrolabio e sarebbe questa costruzione, profanata dai soliti vandali cretini, il vero centro di potere oscuro di Torino. Il vertice del triangolo che vede in Torino un cuore di magia nera, cadrebbe infatti proprio qui. In vero il suo più importante fine è quello di ricordare che per quel punto passa il 45° parallelo, ovvero la linea che divide l’emisfero nord in due metà esatte. E’ dunque equidistante da Polo Nord ed Equatore.

Foto dal Web Se a ciò aggiungiamo che lì vicino c’è anche un tombino che permette l’accesso all’intero sistema fognario della città, è facile capire il parallelismo con una dantesca discesa agli inferi. Ultima nota in merito, è la vicinanza con il Palazzo del Diavolo e con la casa in cui alloggiò Nostradamus, sul quale si legge una targa: “Nostradamus ha alloggiato qui, dove c’è il Paradiso, l’Inferno e il Purgatorio. Io mi chiamo la Vittoria, chi mi onora avrà la gloria, chi mi disprezza avrà la rovina intera”.
Tocca ora alla Fontana dei Tritoni e delle Nereidi, vertice della magia bianca, che si somma ad altri luoghi e manufatti che danno potenza alla luce. In particolare va citata una leggenda. Si racconta che Torino fu fondata dagli antichi Egizi, quando Fetone figlio di Iside fece costruire un tempio di culto dedicato a Iside e al dio Toro Api, esattamente sul punto di incontro tra i fiumi Po e Dora, che rappresenterebbero il Sole e la Luna. Nel 1818, sui resti di questo luogo sacro fu costruita la chiesa dedicata alla Gran Madre di Dio, con due maestose statue ai lati della scalinata: a destra la statua che rappresenta la Religione, a sinistra la Fede. Quest’ultima tiene in mano un calice e si dice che con lo sguardo indichi la direzione del luogo in cui è custodito il Santo Graal. In questa zona, tutta concentrata poche decine di metri quadrati, il fulcro di energia positiva viene rinforzato anche dalle Tre Grotte Alchemiche, situate proprio al di sotto di queste strutture.

Foto dal Web A proposito di simboli esoterici, secondo l’architetto austriaco Muller, le cinque residenze Sabaude, che corrispondono anche ai cinque elementi, collegate fra loro formano una stella a cinque punte, stella che è facilmente visibile in molti monumenti della città. Le cinque residenze assolutamente da visitare sono: Superga, che rappresenta la terra, Moncalieri che è il metallo, con il Castello sede dei cavalieri Templari custodi del Graal, e ancora il Castello di Stupinigi è l’acqua, il Castello di Rivoli l’aria e la Reggia di Venaria il fuoco.

