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Chi di noi non ha mai giocato a cercare forme nelle nuvole? Sdraiati in un campo o sulla spiaggia, guardiamo il cielo e diamo un nome e una forma agli evanescenti cirri che da gatto diventano teiera per poi allungarsi in improbabili serpenti. La tendenza a vedere forme note e volti umani nelle cose che ci circondano, che siano naturali o meno, ha un nome specifico: pareidolia. Vediamo insieme di cosa si tratta.

Foto dal Web, il volto su Marte Per definizione, la pareidolia o illusione pareidolitica (dal greco “immagine vicina”) è una illusione subcosciente, che tende a ricondurre a forme note oggetti o profili (naturali o artificiali) dalla forma in realtà casuale. Non si tratta di una patologia, quanto piuttosto di una tendenza istintiva e automatica del cervello, che tende a trovare forme note e familiari in immagini casuali, specie verso i volti umani, a sottolineare l’importanza delle mimica facciale nella nostra comunicazione paraverbale.

Foto dal Web Secondo gli psicologi e gli antropologi, la pareidolia sarebbe stata favorita dall’evoluzione, poiché consente all’uomo di individuare situazioni di pericolo anche con una visione parziale dell’ambiente, ad esempio permette di scorgere un predatore mimetizzato attraverso minimi dettagli che spiccano dal fondo e rendono più evidenti occhi e dettagli del muso.

Foto dal Web, peperoni aggressivi La pareidolia è una forma particolare di apofenìa, cioè l’attitudine di un individuo nel riconoscere schemi o connessioni tra informazioni che in realtà non hanno una significativa correlazione logica e ne è un esempio, antico e nobile, l’attribuzione di forme alle costellazioni, ovvero gruppi di stelle, in realtà lontanissimi tra loro, che per questioni prospettiche a noi suggeriscono forme particolari, ma solo dal nostro punto di vista. In più, a queste forme artificiali, andiamo ad associare proprietà e poteri paranormali, soprannaturali.

Foto dal Web, volto di Gesù su un toast Quest’ultimo termine è stato coniato nel 1958 da Klaus Conrad, che la definì come una “immotivata visione di connessioni” accompagnata dall’attribuzione ad essi di una “spropositata significatività”, infatti viene usata come spiegazione alla base della diffusa credenza nei fenomeni paranormali e religiosi, nonché della fiducia nelle pseudoscienze. La pareidolia consente di dare una spiegazione razionale a fenomeni classificati come paranormali, quali le apparizioni di immagini su muri o la comparsa di fantasmi e orbs in fotografie.
Esiste anche una forma di pareidolia uditiva, acustica quando si crede di sentire suoni, parole o frasi reali in rumori casuali, come quelli ottenibili da registrazioni eseguite al contrario o nel rumore bianco percepito con i macchinari per il ghost hunting.

Foto dal Web, Test di Rorschach tavola 9 In medicina il Test di Rorschach si avvicina molto alla valutazione della pareidolia, perché analizza quello che “vediamo” in macchie casuali di colore e forma diversa. Insomma, a seconda che nella foto vediate un uccello in volo o un coniglio che fa un salto con gli sci, ci sarà uno psicologo pronto a dirvi quanto siete folli in una scala da zero a “alice nel paese delle meraviglie”!

Foto dal Web 
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La pagina facebook di Scrittori in gioco, che mi ha permesso di fare questo simpatico intermezzo di interviste doppie, mi ha regalato anche questo inquietante contributo, in cui a raccontarsi sono Giuseppe e il suo personaggio, Aurelio. Perché inquietante? Leggete l’intervista e capirete! Intanto, eccovi la quarta di copertina!
Cinque racconti grotteschi venati di humor nero e di horror che esplorano le paradossali vicende di persone comuni.
Nel primo un gruppo di ex compagni di classe si ritrova a festeggiare il compleanno di uno di loro in un casale che diventerà la loro tomba.
Nel secondo un infermiere con problemi psichici aiuta un uomo a compiere la sua vendetta.
Nel terzo un intero condominio si affaccenda per scoprire chi ha gettato nel giardino un preservativo usato.
Nel quarto una torbida storia di sesso clandestino sfocia in un tragico epilogo.
Nel quinto la morte di un famoso scrittore scatena la lotta tra due suoi fan per accaparrarsi la rarissima e preziosa prima edizione del suo romanzo d’esordio.
Foto dal Web Ciao, come ti chiami?
Autore: Giuseppe.
Dove vivi?
Autore: a Roma.
Personaggio: in uno scantinato.
Qual è la tua professione?
Autore: avvocato.
Personaggio: bidello.
Qual è la professione dell’altro?
Autore: in realtà era un infermiere, poi è successo qualcosa…
Personaggio: non è vero, non è più avvocato, lavora nella Pubblica Amministrazione.
Ti piace come sei?
Autore: sì.
Personaggio: mi piace come sto diventando.
Cosa cambieresti di te stesso?
Autore: il conto in banca.
Personaggio: la mia infanzia.
Cosa cambieresti dell’altro?
Autore: cambiare nulla, aggiungere ancora molto.
Personaggio: la sua immaginazione, mi fa sembrare psicopatico, in realtà ho un progetto.
Cosa ti piacerebbe fare in futuro?
Autore: ricominciare a viaggiare per il mondo.
Personaggio: evolvere.
Cosa rimpiangi del passato?
Autore: ho perso tempo.
Personaggio: il passato è solo acqua stagnante.
Raccontaci una memoria, un ricordo che ti è particolarmente caro.
Autore: Paolo Rossi ha appena segnato il suo terzo gol al Brasile. Dai che andiamo a vincere i mondiali!
Personaggio: ho conosciuto un uomo, un libero professionista. L’ho portato a visitare la mia baracca. La sua pelle si è staccata così facilmente dal corpo.
Qual è la scena più bella del romanzo che hai scritto/interpretato?
Autore: la surreale festa di condominio.
Personaggio: quando lei, dopo aver estratto la spina dorsale dello studente, mi ha baciato.
Di qualcosa di cattivo all’altro:
Autore: sei crudele, non provi rimorso.
Personaggio: sei tu quello pazzo, non io.
Ora invece qualcosa di carino all’altro!
Autore: è simpatico, provo empatia per lui.
Personaggio: mi permette di agire.
E in ultimo qualcosa ai lettori:
Autore: attenti, lui vi osserva.
Personaggio: datemi la linfa, ho ancora molte cose da fare.
Aurelio è il protagonista di “Sipario”, disponibile su Amazon in cartaceo, e-book e gratis con KDP

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Dopo che ho lanciato il gioco “intervista doppia” sulla pagina facebook di Scrittori in Gioco, ho ricevuto molte adesioni e mi sono divertita a leggere le interviste. Ecco a voi quella di Michela e il suo Giambattista, di cui ci godiamo la quarta di copertina.
Reggio Emilia, 1501. I giovani fratelli Bebbi, stanchi di assistere in silenzio allo spadroneggiare di Zoboli e Scaioli, non capiscono perché il padre non si opponga, come dovrebbe la longa manu del Duca d’Este. Sentono il dovere di fare ciò che il genitore sdegna: prendere in mano la fazione. La disputa tra Zoboli e Benedettini, tra la zia Badessa a una suora degli Scajoli, offre ai Bebbi l’occasione di farsi valere. La discordia del convento si spande per Reggio e i Bebbi imparano presto che pure le buone azioni si pagano. Tra le cospirazioni sussurrate, una minaccia il Duca Alfonso e i Bebbi dovranno salvarlo, mentre gli Scajoli ambiscono a scalzare gli Zoboli. Con «Il convento della discordia» si consolidano le fazioni che nella saga «Alfieri del Duca» combatteranno per gli Este o il Papa.
Foto dal Web Ciao, come ti chiami?
Autore: Michela è il mio nome di nascita, Deepa è il nome che mi hanno dato i miei amici indiani.
Personaggio: Giovanni Battista de Bebio, dei Conti d’Agugna, ma gli amici mi chiamano semplicemente Zambattista.
Dove vivi?
Michela: Reggio Emilia.
Giambattista: Reggio di Lombardia, principalmente. Ovviamente anche ad Agugna, dove c’è il castello della mia famiglia, ma lì ci sta soprattutto Girolamo, il mio gemello: è lui che ama la vita in Appennino. Ah, ho vissuto anche a Ferrara per i miei studi, avevo un comodo appoggio perché mia madre viene da lì, quindi mi ospitavano gli zii.
Qual è la tua professione?
Michela: Mi pagano per sorvegliare luoghi, ma non ho studiato per questo. Mi piace definirmi un’umanista. Mi occupo di scrittura, teatro e storia.
GIambattista: Eh … mio padre mi avrebbe voluto prete e mia madre già mi vedeva con la mitra vescovile in testa, ma decisamente quella vita non fa per me. Sto cercando di reinventarmi, adesso. Ho seguito un po’ mio fratello a Novellara, dove è Capitano delle guardie, però non ho intenzione di fare il suo secondo a vita. Il tempo di farmi un po’ le ossa e poi proverò a condurre io stesso soldati. Anche se la cosa scontenterebbe molto mio padre. Credo anche che andrò a Bologna, per completare i miei studi così per aprirmi qualche strada anche nell’amministrazione … chissà!
Qual è la professione dell’altro?
Michela: Il nobile. E’ figlio di Conti, quindi da una parte ha una bella rendita come appoggio e così può dedicarsi a guerra e politica.
Giambattista: Credo sia un po’ come quel mio cugino di terzo o quarto grado, Ludovico. A entrambi piace tanto scrivere, fare gli artisti ma non ci guadagnano nulla e quindi devono far altro per mettere del cibo in tavola. A mio cugino, però, va meglio che a lei, lui almeno fa il segretario del Cardinale d’Este. Anche se, forse, lui non si definirebbe fortunato.
Michela: Mi stai paragonando all’Ariosto? Non ti sembra eccessivo?
Giambattista: Perché? Pure lui non lo conosce ancora nessuno, mica è Matteo Maria Bojardo!
Ti piace come sei?
Michela: Ma sì, dai. Potrei avere qualche chilo di meno ma, se davvero lo volessi, provvederei a toglierlo, invece di lasciar perdere. Se, invece, si parla di carattere, beh, forse farei a meno di qualche insicurezza e qualche ansia.
Giambattista: Io odio i miei capelli rossi. Non per una questione estetica, ma per ciò che li ha causati … [si rabbuia e gli occhi verdi si rivolgono al pavimento] … sapete, sono i figli del demonio ad avere questi capelli. Mia madre continua a negarlo, ma è innegabile: è stato un Incubo, forse assumendo le sembianze di mio padre, a giacere con lei e concepirmi. Ecco, io odio questa mia natura.
Michela: Anche Girolamo ha i capelli rossi e non si fa tutti questi problemi.
Giambattista: Eh, siamo come Polluce e Castore. Avevano lo stesso padre ma uno era divino e l’altro umano; noi siamo io demoniaco e lui umano.
Cosa cambieresti di te stesso?
Michela: Vorrei togliermi l’ansia di disturbare la gente, la paura di annoiarla, il terrore di essere troppo invadente, perché questo mi trattiene molto e mi danneggia nei miei tentativi di promozione dei miei romanzi … e intanto vedo gente in tutti i campi con manie di protagonismo. Non vorrei essere come loro, ma solo farmi meno problemi.
Giambattista: Eh, vorrei scacciare la forza oscura che c’è dentro di me e che mi fa facilmente perdere le staffe e scoppiare d’ira. E’ davvero subdola! Io cerco il più possibile di controllarmi e allora l’oscurità mi solletica l’animo sanguigno proprio davanti alle ingiustizie. Io odio i soprusi e quando ne vedo uno devo intervenire e allora la mia oscurità cerca di cogliere l’occasione per farmi eccedere. Altre volte, invece, la sento carezzare la mia ambizione e mi suggerisce ogni mezzo, senza scrupoli; ma in questi casi mi è più facile zittirla.
Cosa cambieresti dell’altro?
Michela: Gli toglierei questa fissazione per l’oscurità. Non è vero che ha parti demoniache in sé. La sua convinzione, però, lo rende terrorizzato da se stesso e gli impedisce di dare una direzione precisa alla sua vita.
Giambattista: Vorrei che smettesse di far vivere brutte esperienze a Paolo, il mio fratellino. Lo ha traumatizzato!
Cosa ti piacerebbe fare in futuro?
Michela: Mettere su famiglia e poter vivere di scrittura e teatro.
Giambattista: Farmi ben notare dal Duca Alfonso d’Este, servire lui e Reggio. Magari sarà tanto contento di me che mi concederà un feudo tutto mio. Poi, dovrò pensare anche a trovarmi una moglie degna e magari vantaggiosa. Il Conte di Guastalla non ha figli maschi ma solo una femmina, dovrei pensarci un po’ su, magari potrei diventare il suo successore.
Michela: Aspetta di innamorarti …
Giambattista: L’amore può causare grossi danni. Pensa a Giulio che è perso dietro a una pastorella. Giorgio, quando l’ha saputo, si è sentito male e spera che il pettegolezzo non arrivi mai alla Corte di Ferrara, perché tutti i suoi amici lo dileggerebbero.
Cosa rimpiangi del passato?
Michela: Rimpianti? Non saprei. Nostalgia per persone del passato, sì, ma non rimpianti.
Giambattista: Non aver detto subito ai miei genitori che non volevo fare il prete. Ero piccolino quando mi hanno avviato alla carriera e per anni e anni non sono riuscito a ribellarmi. Questo mi ha rallentato negli studi, diciamo da “laico”, che appunto devo ancora concludere. Inoltre, lo rimpiango perché mio padre si è messo a litigare con un Cardinale Della Rovere per ottenere per me l’investitura di un certo beneficio e quindi ci siamo inimicati una famiglia potente invano.
Raccontaci una memoria, un ricordo che ti è particolarmente caro.
Michela: Eh, molto difficile. Della mia vita in generale o legato alla stesura del romanzo? Ho amato molto fare ricerca storica per archivi alla ricerca di lettere e documenti che mi svelassero molti dei misteri che aleggiavano attorno alla faida che ho deciso di romanzare. Sono partita da un paio di cronache scritte alcuni decenni dopo la Pace definitiva tra le fazioni in contesa. In quei manoscritti c’erano molte informazioni ma non abbastanza, ho iniziato a pormi tante domande e ho iniziato ad approfondire, scoprendo tantissimi dettagli, dimenticati dal tempo.
Giambattista: Beh, ricordo con piacere tutti i momenti passati con la famiglia al completo. I pranzi di Natale con gli zii di mio padre e i cugini. Lo zio Pietro che ci animava a essere coraggiosi e a prendere in mano le nostre vite e la politica, quando saremmo stati grandi. Lanciava sempre occhiatacce di disappunto a mio padre, un po’ mi dispiaceva; era l’unico neo di quelle giornate, passate a parlare e a sfidarci in ogni sorta di gioco fisico, verbale e d’astuzia. A proposito di sfide verbali, sono bellissime anche le gare di oratoria che organizza il Maestro Caraffa, ma non posso considerarle un caro ricordo. L’anno scorso sono arrivato in finale, una bella soddisfazione, ma l’ho persa. Una sconfitta che più dolorosa non avrebbe potuto essere, perché non ho perso contro un avversario qualunque o, magari, con una lunga esperienza. Ho perso contro Baldassarre Scajoli! La mia nemesi! E’ vero che noi Conti de Bebio e gli Scajoli siamo rivali da anni e anni; lo zio Pietro li avrebbe voluti tutti morti e ora è suo figlio Bernardino a portare avanti il suo pensiero e vede loro complotti ovunque. Tra me e Baldassarre, però, la rivalità è ancora più forte. Sarà che abbiamo la stessa età, sarà che entrambi siamo molto letterati e ambiziosi, però è come se fossimo strettamente legati. Siamo uno l’avversario naturale dell’altro, non saprei come altro spiegarlo.
Michela: Aveva chiesto un ricordo che ti è caro e tu parli dell’odio profondo che ti lega a Baldassarre?
Giambattista: Beh, un ricordo caro non dev’essere per forza bello, no? Sinceramente non riesco a immaginare la mia vita, senza lottare (metaforicamente) contro di lui, senza contenderci ogni cosa. Avremmo potuto essere grandi amici, invece … [sospira e scuote la testa]
Qual è la scena più bella del romanzo che hai scritto/interpretato?
Michela: Difficile scegliere. Mi piacciono molto alcune scene di Lucrezia, ma è meglio non parlarne davanti a suo fratello.
Giambattista: Perché? Che cosa mi nasconde?
Michela: Niente, non badarci. Dirò quindi che la mia scena preferita è quella della partita a Palla-Bracciale. Al posto di una battaglia cruciale (per quelle ci sarà spazio nei prossimi volumi) c’è una partita a pallone da cui dipendono molte cose e che nasconde ben più di ciò che si vede.
Giambattista: Prendere a pugni Baldassarre. No, no, non posso dire questa. Questa è l’oscurità che parla! Allora, il momento che mi è piaciuto di più … beh, quando ho rincontrato il Conte Guido Rangone e l’ho difeso da un fendente a tradimento.
Di’ qualcosa di cattivo all’altro!
Michela: No, non potrei mai. Gli voglio troppo bene.
Giambattista: Mi astengo da qualsiasi cosa, anche solo detta o fatta per celia, che possa alimentare la mia oscurità.
Ora invece qualcosa di carino all’altro!
Michela: Se ti libererai delle tue paranoie, la strada della grandezza ti sarà aperta, senza ostacoli.
Giambattista: Grazie per voler raccontare la storia della mia famiglia e ridarci fama e gloria.
E in ultimo qualcosa ai lettori:
Michela: Beh, la butto sul marketing spicciolo: “Ehi, provate il mio romanzo storico, è un Game of Thrones all’emiliana.”
Giambattista: Mmm … penso che opterò per quello che è di recente diventato il mio motto: “Nec spe, nec metu”.
Michela: Devi tradurlo, non tutti conoscono il latino.
Giambattista: Ah, giusto. Significa: “Né speranza, né paura”. Ho deciso di vivere così: facendo la cosa giusta, senza paura delle conseguenze e senza speranza in un premio.
Giambattista si muove tra le pagine del romanzo “Il convento della discordia”: acquistabile qui.

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Quarto appuntamento con le interviste doppie, oggi abbiamo ospiti Alessandro e il suo Syrus, direttamente dalla pagina Facebook di Scrittori in Gioco. Il romanziere mi ha autorizzato a riportare la sua “intervista doppia” col protagonista di “Er-goth, Attraverso l’oblio”, una trilogia di cui leggiamo insieme la quarta di copertina del primo dei romanzi.
Esser evaso da quella prigione, è l’unica cosa buona che Syrus ricordi della propria maledetta esistenza. Oltre al suo nome, s’intende. Non conosce colpe, ragioni, alleati, nemici. Non ha memoria di sé, né una vera strada da percorrere. Del resto, i racconti del suo compagno di cella, Augustus, sembrano vacillare sotto la mole di domande che tormentano la sua mente. Una mente bramosa di risposte e di assolute verità. Quanto al suo corpo, invece, è culla di un male comune e indefinito, dal momento che le perenni Endemie devastano ogni angolo del mondo esterno, rendendolo inospitale quasi quanto la sua cella. Eppure, una polvere dalle potenti proprietà curative, l’Er-goth, concede protezione e infonde speranza ai popoli e alle razze, al punto che nemmeno Syrus può farne a meno.
Allora, armato di spada e provvisto di una grossa scorta di polvere, Syrus attraversa quel mondo, e il suo oblio, con due soli indizi a propria disposizione: il nome di una città nanica e quello di un uomo misterioso, destinato a diventare la sua nemesi e la sua ossessione.
Foto dal Web Ciao, come ti chiami?
Autore: Alessandro
Personaggio: Syrus… Syrus è il mio nome.
Dove vivi?
Autore: a Siena, in Toscana.
Personaggio: In cella. Ma non sono perché sono qui. Non ricordo nulla…
Qual è la tua professione?
Autore: neurologo. Attualmente però ho una borsa di dottorato in Neurorobotica.
Personaggio: professione? Non so chi fossi in passato. Attualmente il mio primo impiego è cercare di ricordare il mio passato. E sopravvivere qui dentro.
Qual è la professione dell’altro?
Autore: è il protagonista di un thriller psicologico. Chi sia in realtà lo dovrete scoprire voi.
Personaggio: non lo so. Sembra legga nella mente delle persone e pratichi la medicina. Sarà forse un druido?
Ti piace come sei?
Autore: sì e no, ma cerco di migliorare sempre.
Personaggio: non so rispondere adeguatamente a questa domanda. Dovrei prima capire chi e cosa fossi prima di entrare qui. Forse ero un uomo cattivo.
Cosa cambieresti di te stesso?
Autore: vorrei essere più sicuro delle mie possibilità.
Personaggio: questa mia condizione di oblio. Vorrei sapere chi sono.
Cosa cambieresti dell’altro?
Autore: niente più di quanto ho cambiato di lui nel corso del romanzo. È già troppo, fidatevi.
Personaggio: da questa cella immagino io possa cambiare ben poco.
Cosa ti piacerebbe fare in futuro?
Autore: scrivere l’hanno già scritto in tanti, qui dentro?
Personaggio: evadere. ricordare. Ricostruire.
Cosa rimpiangi del passato?
Autore: ragionando con il senno di poi uno potrebbe stare a piangersi addosso tutta la sua vita. Ma se stessimo sempre a cambiare le scelte del passato non ci sarebbe mai un futuro.
Personaggio: mi prendete in giro, messere?
Raccontaci una memoria, un ricordo che ti è particolarmente caro.
Autore: sono bambino, in auto con i miei genitori e andiamo al mare. In auto risuona una musica anni novanta. Sono spensierato e felice. Estremamente felice.
Personaggio: voi mi torturate, nevvero?
Qual è la scena più bella del romanzo che hai scritto/interpretato?
Autore: ah, non ne ho una preferita. Tutti gli incontri tra Syrus e Govinda mi sono sgorgati dal cuore come reazione e ricerca di un perché, in un periodo piuttosto nero della mia vita.
Personaggio: sono diverse le persone che mi porterò nel cuore una volta uscito da qui. Io lo so, lo percepisco.
Di qualcosa di cattivo all’altro:
Autore: muovi quel culo, Syrus!
Personaggio: ma sei tu che mi hai chiuso qui dentro, bastardo!
Ora invece qualcosa di carino all’altro!
Autore: grazie. Mi hai salvato la vita.
Personaggio: tu me l’hai data.
E in ultimo qualcosa ai lettori:
Autore: che dirvi? Cercherò sempre di proporvi qualcosa di diverso, nei limiti delle mie possibilità.
Personaggio: leggete le mie memorie, affinché io sia meno solo.
Syrus è il protagonista del libro acquistabile qui.

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Per la terza intervista della serie Interivste doppie, la pagina facebook di “Scrittori in Gioco” ci regala il contributo di Ferdinando Salamino e della sua creatura Michele. Ecco a voi la quarta di copertina!
Un uomo legato a un letto, imbavagliato e ferito, un altro armato di un vecchio rasoio da barbiere, pronto a compiere una vendetta efferata. Cosa può trasformare un ragazzino mite e amante dei libri in uno spietato assassino? Per scoprirlo, dobbiamo addentrarci nelle spire di una Milano “aliena e ostile” e incontrarvi il protagonista, Michele Sabella. Cresciuto accanto a una madre fragile e a un padre violento, Michele racconta in prima persona l’insorgere della psicosi e il conseguente ricovero nell’istituto psichiatrico che egli chiama Escape Room. Tra quelle mura si innamora di Elena, ventunenne anoressica, “la mia dea di ossa.” Quando, pochi giorni dopo la dimissione dall’istituto, la ragazza tenta il suicidio, Michele capisce che qualcun altro, qualcuno di insospettabile, la sta spingendo verso la morte, e decide di indagare. Guidato dai propri “demoni di cellophane”, voci che gli affollano la mente suggerendogli intuizioni illogiche eppure quasi sempre esatte, Michele elude la coltre di silenzi e bugie che circonda la ragazza e giunge alla più disturbante delle verità.
Foto dal Web Ciao, come ti chiami?
Autore: Ferdinando
Personaggio: Michele
Dove vivi?
Autore: Northampton, Inghilterra
Personaggio: Dove capita, ma il posto che chiamo casa è il vecchio Westfalia arrugginito e ammaccato del mio migliore amico
Qual è la tua professione?
Autore: psicoterapeuta e docente universitario
Personaggio: mi arrangio con quello che trovo.
Qual è la professione dell’altro?
Autore: Michele è un cacciatore di uomini. Uomini che meritano di essere cacciati.
Personaggio: strizzacrani
Ti piace come sei?
Autore: dopo tanti anni, sì
Personaggio: mi disprezzo, ma bisogna essere come me, per fare quello che faccio
Cosa cambieresti di te stesso?
Autore: vorrei essere più “social”, più alla moda. Ma forse no.
Personaggio: vorrei smettere di sentire voci. Ma forse no
Cosa cambieresti dell’altro?
Autore: nulla, lo amo così com’è. Lo amo come si ama un figlio.
Personaggio: vorrei renderlo famoso, ma non credo di essere abbastanza “cool”.
Cosa ti piacerebbe fare in futuro?
Autore: mi piacerebbe ritirarmi su una spiaggia a scrivere. Non molto originale, eh?
Personaggio: smettere di uccidere
Cosa rimpiangi del passato?
Autore: la scelta di studi. Una carriera che mi ha portato un discreto successo, ma forse, sapendo ciò che so oggi, sceglierei altro
Personaggio: tutto. Soprattutto non aver perdonato mia madre quando ancora potevo
Raccontaci una memoria, un ricordo che ti è particolarmente caro.
Autore: il mio secondo matrimonio, sul mare, davanti a sei amici e ai miei figli. Amore puro
Personaggio: I miei ricordi migliori sono di quando riesco a far sentire a un predatore cone si sente una preda
Qual è la scena più bella del romanzo che hai scritto/interpretato?
Autore: amo la scena di Michele, chiuso nel bagno di un autogrill, che si prepara ad affrontare il proprio destino
Personaggio: tutte quelle in cui non ci sono
Di’ qualcosa di cattivo all’altro!
Autore: non sei matto come vuoi far credere
Personaggio: non sei sano come vuoi far credere
Ora invece qualcosa di carino all’altro!
Autore: sono fiero di te
Personaggio: non sei il peggiore dei papà che ho avuto
E in ultimo qualcosa ai lettori:
Autore: Michele e le sue storie non sono per tutti, ma se ami l’ombra, quella profonda, allora potresti dargli una possibilità
Personaggio: non sono bravo a vendermi, altrimenti avrei avuto una vita diversa
Il link al primo romanzo della trilogia.

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Per il ciclo “intervista doppia”, oggi ospitiamo Francesca Dedin e la sua creatura Alex. Su gentile concessione dell’autrice, che ha giocato con me sulla pagina facebook “Scrittori in gioco”, pubblico il suo contributo. Scopriamo insieme qualcosa sul libro dalla quarta di copertina.
Qual è il momento giusto per riprendere in mano la propria vita e aggiustare le cose che non vanno? Qual è il giorno in cui tutto ci appare chiaro e siamo disposti a rimettere tutto in discussione? Ai protagonisti di questa storia è successo in “una brutta giornata”, quando le carte in tavola vengono rimescolate da un destino stanco di vedere due persone arrancare cercando di sopravvivere anziché vivere.
Foto dal Web Ciao, come ti chiami?
Autore: Francesca, per gli amici Francy. Insomma una valanga di originalità.
Personaggio: Alex, non ho un cognome. Ma poi, perché non ho un cognome? Come sarebbe a dire è un infodump?
Dove vivi?
Autore: una città in provincia di Venezia bagnata dal fiume sacro alla Patria.
Personaggio: credo nello stesso posto. Infodump anche questo?
Qual è la tua professione?
Autore: preferisco non rispondere.
Personaggio: questa la so! Professore di italiano e correttore di bozze per arrotondare.
Qual è la professione dell’altro?
Autore: professore di italiano, molto bravo oltretutto.
Personaggio: non me l’ha mai detto. Preferisce non rispondere.
Ti piace come sei?
Autore: no, per niente.
Personaggio: sì, in fondo in fondo mi piaccio. Lei mi ha creato figo e sensibile, cosa potrei volere di più?
Cosa cambieresti di te stesso?
Autore: farei tornare il mio corpo indietro di una ventina d’anni e già così risolverei una parte delle altre cose che non vanno.
Personaggio: dovrei essere più sicuro di me stesso.
Cosa cambieresti dell’altro?
Autore: niente.
Personaggio: dovrebbe credere di più nelle sue capacità e in quello che è.
Cosa ti piacerebbe fare in futuro?
Autore: potermi dedicare alle mie passioni in libertà e serenità, senza sensi di colpa.
Personaggio: la mia professione mi va benissimo. Se dico cosa vorrei fare in futuro poi spoilero il finale del libro.
Cosa rimpiangi del passato?
Autore: le scelte scolastiche.
Personaggio: avrei dovuto fare scelte diverse, ma in quel caso non esisterei oggi.
Raccontaci una memoria, un ricordo che ti è particolarmente caro.
Autore: i compleanni di mio nonno sotto Natale. In quel giorno tutta la famiglia si riuniva ed eravamo davvero tanti. Ricordo il salotto pieno di gente, zii, zie, cugini di primo e secondo grado. Le poesie inventate sul momento, le scenette, le canzoni e il fazzoletto gigante che mio nonno usava per asciugare le lacrime di commozione.
Personaggio: le serate passate a suonare e cantare intorno al fuoco con gli amici.
Qual è la scena più bella del romanzo che hai scritto/interpretato?
Autore: la penultima, ma non posso spoilerare.
Personaggio: l’ha detto lei.
Di’ qualcosa di cattivo all’altro!
Autore: sei un impiastro piagnone.
Personaggio: tu sei un impiastro e basta.
Ora invece qualcosa di carino all’altro!
Autore: magari fossi reale!
Personaggio: non potrei vivere senza di te.
E in ultimo qualcosa ai lettori:
Autore: spero che Alex piaccia a voi tanto quanto piace a me.
Personaggio: fatemi uscire da quelle pagine per favore.
Potrete incontrare Alex e gli altri personaggi nel libro “Era una brutta giornata” disponibile nei vari store online

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Oggi inauguriamo una nuova serie, le Interviste Doppie in cui noi autori ci confronteremo con i nostri personaggi, uno in particolare, rispondendo a delle domande per conoscere meglio le penne emergenti nel panorama letterario italiano e i lavori che hanno pubblicato, o che stanno per pubblicare. Iniziamo col mio ultimo lavoro, Memorie dal Buio – Meretrix, di cui lascio la quarta di copertina.
Roma, 1495. L’avvelenamento del principe Cem di Costantinopoli smuove le torbide acque che ristagnano nella Roma dei Borgia, fatta di lussuria, corruzione e ipocrisia. Dell’omicidio viene accusata una giovane madre e toccherà ai suoi figli, Sarah e Davide Noel, trovare le prove per scagionarla. Durante l’indagine, i due ragazzi e i loro alleati scoprono tuttavia un mondo sconosciuto e pericoloso, ancor più della ferocia di Cesare Borgia o della crudele intelligenza di suo padre, Papa Alessandro VI: è il mondo soprannaturale, che vive celato agli occhi dei mortali e che sta naufragando in una faida intestina proprio come quella che va dilaniando la penisola con le Guerre d’Italia. La violenza delle razze soprannaturali si intreccia con quella degli umani e pare voler spingere la storia verso un’unica, apocalittica fine. Chi sta dunque tirando le fila di questa guerra impietosa? Tutto è davvero solo voluto, pianificato e deciso da Sua Santità Rodrigo Borgia?

Foto archivio personale *Ciao, come ti chiami?*
Autore: Elisa, ciao a tutti, piacere!
Personaggio: <stringendosi la radice del naso con le dita a pinza> Lo sai benissimo che non posso darti il mio Vero Nome o avresti potere su di me, abbiamo affrontato diverse volte l’argomento. Che è quella faccia? Va bene, diciamo che puoi chiamarmi Samael di Tanis.
*Dove vivi?*
Autore: In provincia di Milano, nelle campagne vicino al Ticino.
Personaggio: Attualmente senza fissa dimora, grazie a lei… <indica l’autore> che non si decide a proseguire nella storia. Ho vissuto in tanti posti. In fondo, ho una certa età…
*Qual è la tua professione?*
Autore: Sono un Medico Veterinario.
Personaggio: Sono un Giudice. Un vampiro Giudice.
*Qual è la professione dell’altro?*
Autore: In realtà non è un giudice nel senso di un magistrato, ecco, come spiegarlo… tra i vampiri ci sono alcune famiglie storicamente nate per essere giudici e boia degli altri vampiri. Diciamo che la magistratura dei vampiri è appannaggio di un ristretto clan molto chiuso e tradizionalista. <fissa Samael> Non guardarmi così, siete legislativamente bigotti, è un dato di fatto!
Personaggio: Qualcuno deve pur esserlo, altrimenti sarebbe l’anarchia. Comunque lei è un dottore che cura gli animali, ma le piace fare un sacco di cose… talmente tante che ci lascia sempre in sospeso per anni. Prendi me. Sono nato ben 18 anni fa nella sua testa e appaio solo adesso. Ti pare giusto?
*Ti piace come sei?*
Autore: Sicuramente vorrei essere 15 o 20 kg più magra, ma mi sento amata, quindi va bene così. Caratterialmente vorrei non soffrire tanto per le cose e non essere così ansiosa, così magari riuscirei anche a dimagrire!
Personaggio: Sì, in generale sì, ho avuto ottocento anni per ragionare su me stesso e su quello che avrei voluto essere e altrettanti anni per plasmarmi ad essere secondo le mie aspettative.
*Cosa cambieresti di te stesso?*
Autore: Mh, fisicamente avrei una lista lunga, psicologicamente a volte sono combattuta tra il piacere che provo nell’essere così sensibile, a stupirmi ancora come un bambino davanti alla bellezza del mondo e il dolore quando mi trovo davanti alla bruttezza del medesimo mondo. Piango spesso, di gioia o di dolore e so che non mi fa bene.
Personaggio: Vorrei non aver fatto alcune scelte nella mia vita e non aver vissuto tanti anni arrabbiato.
*Cosa cambieresti dell’altro?*
Autore: Ho già cambiato Samael. Quando è nato era solo arrabbiato, uno stronzo, il classico villain che non si può amare, poi pian piano ho messo a fuoco il motivo per cui lo era e, siccome aveva ragione, l’ho accompagnato nelle pagine della storia per elaborare il dolore e la frustrazione. Ora è cresciuto, come personaggio e come persona, quindi sono soddisfatta.
Personaggio: Mi piacerebbe fosse un po’ più costante, che portasse a termine i lavori che inizia uno alla volta, altrimenti ci troviamo a giocare a briscola nella sua mente per mesi o anni, prima di poter agire nel romanzo e la cosa è frustrante.
*Cosa ti piacerebbe fare in futuro?*
Autore: <guarda Samael con aria mesta> Ehm… vorrei terminare ciò che ho iniziato, anche se è difficile… gli impegni della vita e le ispirazioni spesso mi tirano in direzioni diverse.
Personaggio: Vorrei che la storia proseguisse. Mi piace quello che mi farà fare nell’epoca moderna e direi che dopo 800 anni sarebbe anche ora di far riemergere il ragazzo che ero prima di… tutto questo.
*Cosa rimpiangi del passato?*
Autore: Senza dubbio la presenza di coloro che ora sono morti. Quell’aria di serenità e spensieratezza che una vita senza responsabilità mi dava da bambina.
Personaggio: Non esserci stato quando coloro che amavo avevano bisogno di me.
*Raccontaci una memoria, un ricordo che ti è particolarmente caro.*
Autore: Ne ho così tanti, che mi pare di aver vissuto tanto quanto il vampiro qua di fianco… però se devo sceglierne uno, direi il momento in cui sono entrata nella stanza delle mummie egizie al Museo del Cairo e mi sono trovata a meno di mezzo metro da Ramses il Grande. Solo un vetro mi divideva da un sovrano che ha fatto la storia del mondo. Accanto a lui c’erano suo padre Seti I e suo figlio Merenptah, ma i miei occhi erano tutti per Ramses II e quella sua espressione nobile e serena.
Personaggio: Un giorno, una ragazza mi vide prepararmi al sonno diurno. Mi ero messo come al solito nell’angolo nord di una stanza, accucciato per terra con le armi in pugno. Dormo così di giorno, se non sono in un luogo sicuro. Lei mi disse che le dispiaceva che stessi così. Io credevo intendesse che le dispiaceva che non dormissi in un comodo letto e le chiesi “Così come? Scomodo?” E lei rispose: “No, solo.” Fu la prima persona che mi dimostrò empatia in tanto tempo.
*Qual è la scena più bella del romanzo che hai scritto/interpretato?*
Autore: Confesso che scrivendo alcune scene ho pianto, sono particolarmente affezionata a quella in cui Leonardo da Vinci muore, perché ho cercato di rendere un omaggio diverso e particolare a un uomo che ha cambiato il nostro mondo e lo ha reso migliore.
Personaggio: Diciamo che quando lei decide che devo unirmi carnalmente a un altro personaggio, lo fa particolarmente bene. Mi piace come mi descrive e quello che mi fa fare è molto lusinghiero.
*Di’ qualcosa di cattivo all’altro!*
Autore: Sam… hai un po’ rotto la sgnacchera con sta cosa dell’onore e di Tanis, passa oltre! Get a life!
Personaggio: Se ottimizzassi il tuo tempo libero a quest’ora di libri ne avresti fuori dieci, non quattro. Perdi troppo tempo in cazzate e gattini su facebook.
*Ora invece qualcosa di carino all’altro!*
Autore: Anche se ti faccio patire le pene dell’inferno, sai che sei il mio preferito e avrò sempre un occhio di riguardo per le tue vicende.
Personaggio: Quella sensibilità che ti fa stare male, è anche ciò che ti permette di creare le nostre storie. Non cambiare mai, vai bene così come sei.
*E in ultimo qualcosa ai lettori.*
Autore: Io scrivo per trasmettere emozioni, non per soldi o fama. Forse sbaglio, ma mi accontento del pubblico che mi scopre e mi apprezza per quella che sono e che scrivo, senza puntare ad altro che a una felicità meritata e vera, non artefatta dai ghost writers o dal comprare recensioni, ottenuta per conoscenze traverse nell’editoria o perché ho 10 mila followers.
Personaggio: Prima tutto era nero, poi lei ha tratteggiato il mio volto, il mio corpo, la mia storia e, quando mi sono seduto accanto a lei e le ho chiesto: “E ora cosa facciamo?”, lei ha continuato a guardare l’orizzonte e quel mondo di Memorie dal Buio che andava colorandosi di dettagli mentre parlavamo. Poi mi ha risposto: “Cose meravigliose!”
Samael è visibile in azione per la prima volta in Memorie dal Buio – Meretrix , disponibile su Amazon

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Foto dal Web Colonna portante di ogni romanzo, i dialoghi sono spesso una croce e delizia per gli autori, poiché nel dialogo, i personaggi fanno sentire la loro voce e si confrontano con la trama e tutti gli intoppi che l’autore mette in essa. In questo nuovo articolo andremo a vedere come creare un dialogo efficace, esplorando come sempre gli errori comuni, nella speranza che queste righe possano offrire spunti ai nuovi autori. Sulla punteggiatura nei dialoghi ho pubblicato già un altro articolo, visibile qui.
I dialoghi possono coinvolgere due o più personaggi (altrimenti sarebbero monologhi!) e se da un lato, in caso di due soli protagonisti nella scena, è semplice per il lettore seguire il filo del discorso, in caso di una scena corale potrebbe essere arduo stabilire chi stia parlando, a meno di dover rompere il ritmo della successione delle frasi, magari forsennato o necessariamente incalzante, per inserire il classico “disse tizio/rispose caio”.
Come risolvere il problema? Innanzitutto, se abbiamo creato personaggi completi, forti nella loro coerenza e ben stabili all’interno del romanzo, è probabile che abbiano una “voce” talmente caratterizzata da essere immediatamente riconoscibili. Questo si ottiene solo se riusciamo a non appiattire e uniformare i personaggi alla nostra sola voce, ma lasciando loro un carattere e delle sfaccettature costanti e distintive. La balbuzie, una inflessione dialettale o un gergo particolare ne sono esempi virtuosi. A seguire lascio un esempio di dialogo tratto dal mio romanzo “L’abito della Signora“. Ho scelto questo perché è complesso per due diversi motivi: ci sono quattro persone coinvolte e stanno litigando.

Foto archivio personale «Come ti permetti!» sbottò la sorella, alzando la voce. «Certo sospettavo che foste Carbonari, ma non sapevo nulla della Milesi, non immaginavo fosse una Carbonara, semplicemente non credevo di fare male.»
Priscilla si mise in mezzo: «Calmatevi figliole, Carolina, abbassa il tono o ci sentiranno.»
«Cos’è la Carboneria?» chiese Clara.
«Il tono lo abbasserò quando Caterina mi chiederà scusa!» gridò la primogenita.
«E di cosa dovrei scusarmi? Di essere stata interrogata? Di aver rischiato la prigione o la tortura a causa della tua linguaccia pettegola?»
«Figliole basta ora, sediamoci e parliamone!»
«Madreee! Cos’è la Carboneria?» continuò Clara, petulante.
«Non sono pettegola, come stai ammettendo, è tutto vero!» si difese Carolina.
Tutte e tre ignoravano Clara, perse nei loro litigi o nei tentativi di mediazione di Scilla, tanto che Caterina quasi urlò: «E dovevi per forza dirlo al tuo bello? A un alto ufficiale dell’esercito austriaco? Ma vuoi anche un applauso?»
«Ho solo detto la verità, che ne sapevo che la Milesi fosse una rivoltosa pure lei?»
«Figliole!»
«Madre! C’entra col carbone dei caminetti?» Clara si appese alla manica di Scilla.In questa breve scena, abbiamo la madre, Priscilla, detta anche Scilla, che cerca di mediate il litigio tra le due figlie maggiori, Carolina e Caterina. La prima ha scoperto che la sorella è invischiata con la Carboneria e lo ha detto nientemeno che al suo fidanzato, un ufficiale austriaco, mentre la piccola di casa, Clara, tenuta all’oscuro di tutto, cerca di capire cosa stia succedendo. La scelta stilistica è stata quella di usare frasi volutamente brevi e di mantenere il carattere di ciascuna ben delineato, in modo che, anche in assenza di specifiche su chi stesse parlando, fosse ben chiaro. Scilla le chiama figliole, Clara è petulante nell’interrompere e le due sorelle grandi battibeccano come voci principali.
Come sempre accade, il primo passo per dei buoni dialoghi è avere dei personaggi stabili e ben delineati. Se un protagonista è analfabeta, non posso fargli risolvere l’enigma “colto” nella trama, non sarebbe coerente. Al massimo potrebbe aggiungere una sua esperienza personale, di vita vissuta, che metta un altro personaggio, davvero in grado di fare il collegamento mentale, nelle condizioni di risolvere la “quest“.
Tra l’altro, a proposito di analfabetismo, uno dei dubbi più gettonati è quello che riguarda il registro linguistico, il lessico da usare nei dialoghi. Ebbene io credo che sia sempre meglio mantenere il medesimo registro, adatto a quel personaggio. Non posso e non devo far parlare in maniera grammaticalmente corretta un personaggio analfabeta. Se si teme che il pubblico non capisca e accusi l’autore di essere ignorante, si può inserire un espediente per evidenziare la cosa, per esempio l’altro personaggio, quello colto, potrebbe correggere l’errore di grammatica. Magari questa dinamica tra i due, l’uno che parla male e l’altro che corregge ogni volta, potrebbe essere carattere distintivo del loro rapporto.

Foto dal Web Il dialogo deve avere poi un suo ritmo, ovvero un’alternanza di frasi coerenti e bilanciate per far progredire la storia e i protagonisti stessi, sfrondando ogni frase non essenziale o non funzionale e avendo ben chiaro il punto di arrivo del dialogo, in modo da non perdersi in divagazioni e voli pindarici. Mi devo allora chiedere: qual è lo scopo di questo particolare dialogo? Cosa deve aggiungere ciascuno per far progredire la storia? Quali temi e punti devo toccare? E di questi, quanti possono essere spostati in altra scena e altro dialogo?
Questo è effettivamente un punto molto importante. Così come descrizioni molto lunghe e scene prive di dialogo possono apparire come wall of text insormontabili, inutili sbrodolature dell’autore che si autoincensa, così scene fatte esclusivamente di dialoghi possono risultare poco appetibili, poco evocative e perfino talmente scarne da risultare fastidiose. La cosa corretta da fare è, ovviamente, cercare l’equilibrio tra scritto e parlato e, nel parlato, alternare dialoghi a movimenti dei personaggi nell’ambiente, in modo da renderli sempre vivi e dinamici e non farli sembrare vuote voci parlanti piazzate nel nulla cosmico di una scena teatrale nera.
Se sono presenti altri personaggi, ma non parlano, non intervengono, ci dobbiamo chiedere se è davvero necessaria la loro presenza e, se la risposta è sì, dobbiamo farli apparire in qualche modo, altrimenti il lettore li dimenticherà, li perderà nella scena. A tal proposito, riporto un altro dialogo, stavolta tratto dal mio romanzo “Memorie dal buio – Meretrix“. Il dialogo è a due, ma c’è una terza persona coinvolta che trova una sua giustificazione e una sua voce, seppure muta. Vediamolo e poi commenteremo.

Foto archivio personale «Messer Zorzi suppongo», esordì il vampiro, «voi preparate veleni mortali?»
«Chi lo vuol sapere e perché? Non abbiamo mai veduto qualcuno come voi alla nostra porta, prima d’ora e ci chiediamo che interesse abbiate nel farci questa domanda o nell’accompagnarvi a una fanciulla di così squisita levatura.»
Sarah si fece ancor più piccola dietro il vampiro.
«Le domande le faccio io. Per ora ve le faccio con gentilezza e vi offro un pagamento in cambio. Non tirate la corda con me, Alchimista.»
Gioachino non si fece intimidire e, con un sorriso sghembo, che mostrava pennellate di marciume nero tra denti ancora decisamente sani, avanzò verso i due, vicino all’Athanor. «Noi prepariamo ogni genere di veleno e medicamento che l’alchimia concede. A volte i condannati a morte ci pagano per non arrivare vivi al loro supplizio.»
«Avete un registro di acquirenti?»
«Lo abbiamo. Molti chiedono ricette personalizzate, ma in cosa consiste esattamente il nostro compenso?»
L’alchimista si era avvicinato al forno e ne aveva aperto lo sportello superiore, mettendo una sorta di lungo attizzatoio dentro la bacinella di fusione.
«Denaro. Fate il vostro prezzo.»
«E se vi dicessimo che vogliamo altro tipo di pagamento?»
«La ragazza non si tocca», Samael sembrava sul punto di detonare in una sanguinaria e passionale ira e avanzò verso l’uomo che prese l’attizzatoio, ormai rovente e lo usò per tenerlo alla larga.
«Prendetela!» ordinò il Boia e due sgherri provenienti dall’esterno riempirono il portone, approfittando del fatto che il vampiro si fosse allontanato da lei, afferrando Sarah per minacciarla con due stiletti ai lati del collo.
«Maledizione!» Samael si immobilizzò, Sarah chiese debolmente aiuto e lui strinse le mani fino a far scricchiolare i guanti di pelle. «Cosa vuoi?»
«Le nostre guardie sanno cosa vogliamo e, se non lo otterremo nella maniera che pretendiamo, uccideranno la ragazza prima che tu possa fare qualsiasi cosa.»
Non solo parlava di sé al plurale, ma era passato a un colloquiale gergo col vampiro, condendolo con un ghigno di vittoria.
«Non mettermi alla prova», ringhiò l’eterno.
«Non tentare trucchetti, qualsiasi asso tu abbia nella manica. Hai solo da perdere non assecondandoci.»
«Ti ascolto. Conterò fino a dieci. Se per allora non mi avrai convinto, metterò fine a questa farsa. Uno…»
«Quanto astio e sfiducia hai.»
«Due…»
«Vampiro.»
Samael smise di contare e l’alchimista rise sguaiatamente, eccitato come un bambino.
Saltava sul posto battendo le mani.
«Noi vi sappiamo riconoscere. Vediamo il vostro corpo freddo e sentiamo la mancanza di odore. Sappiamo che molti di voi possono entrarci in testa. Qualcuno ci ha provato, ma abbiamo talmente tanto in questa testa, che ci si perdono. Ci vogliono ore per trovare quel che cercano e che invece noi potremmo dire con precisione in un istante se solo…»
«Se solo?»In questa scena, il vampiro Samael accompagna Sarah Noel a parlare con Gioachino Zorzi, un alchimista e boia da tutti additato come folle e storpio. La ragazza è giovane, inesperta, non è mai uscita di casa e dunque è chiaro che a condurre il dialogo debba essere il vampiro, il personaggio forte della scena. Ci sono un paio di chicche da notare in questa scena: da un lato Samael non si muove, se non per avanzare verso Zorzi o stringere i pugni, e non mostra mimica facciale, così come ci si aspetta da un vampiro. Invece Gioachino prepara il colpo di scena andando ad armarsi con l’attizzatoio rovente senza focalizzare l’attenzione sul movimento, ma facendolo apparire come naturale. Sta solo smuovendo le braci, giusto? No, si sta armando! E poi si muove nella stanza, saltella sul posto confermando le voci sulla sua follia. Sarah, al contrario, si fa piccola dietro il suo protettore e si lascia catturare, incapace di difendersi, limitandosi a chiedere aiuto.
Ogni personaggio quindi, ha una sua voce, compatibile con la sua caratterizzazione e il dialogo presenta chiaramente i suoi protagonisti e si bilancia tra descrizione e parlato. Resta solo una cosa da dire. Cosa avrà chiesto Gioachino a Samael? Lo scoprirete sulle pagine del romanzo!

Foto dal Web Tra le varie tipologie di dialogo non posso non citare un caso limite, ovvero “Alfa e beta”, di Piero Angela che ho recensito qui. I dialoghi di questo testo sono improntati sulla divulgazione scientifica, non hanno nulla di romanzato e la voce è indicata, come in un testo teatrale, dal nome all’inizio della riga. Faccio un esempio, non un copia incolla, perché non ho il libro sotto mano e non trovo estratti da copiare:
Alfa: Ciao.
Beta: Ciao. Sai dirmi come nascono le stelle?
Alfa: Certo, devi immaginare che…Ultimo caso nei dialoghi sono quelli “con spiegone”, ovvero quelli in cui necessariamente i personaggi devono riassumere concetti o estrapolare nozioni. Non c’è un modo universalmente valido per realizzarli, perché come la giri e la smonti, alla fine rischi di cadere nella noia o nell’eccesso di contenuti. Il trucco è, come sempre, bilanciare tra i presenti al dialogo, dando voce anche a chi non spiega e cercare di spezzare il wall of text in più situazioni, ove possibile, in modo da non rendere la lezione frontale troppo verbosa e pesante.
E ora tutti a fare esercizi di dialogo tra personaggi!

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Foto dal Web Perché si mente? Gli psicologi individuano fino a 30 motivi per cui le persone mentono e, come ogni bravo autore, dobbiamo anche essere un po’ psicologi dei nostri personaggi, capire perché fanno quello che fanno o dicono quello che dicono. Nell’articolo precedente visionabile qui, abbiamo parlato di come costruire una scheda personaggio in modo da avere una carta di identità pronta da consultare quando rischiamo di prendere una deriva troppo pericolosa con le nostre creature di carta.
Il trucco è infatti mantenere sempre costante la caratterizzazione del singolo personaggio, in modo che sia credibile e coerente nell’impalcato della storia. Quando decidiamo di inserire un personaggio che mente o anche solo una situazione di menzogna, senza per forza avere un personaggio bugiardo patologico, di difficile interpretazione, nel lungo arco narrativo di un romanzo, possiamo quindi chiederci: perché il mio personaggio qui ha mentito? Cosa l’ha mosso?

Foto dal Web Tecnicamente, la menzogna è l’alterazione o falsificazione verbale della verità, perseguita con piena consapevolezza e determinazione. Come dicevo, si possono trovare fino a trenta motivi per mentire, ma alla fine, tutto si riconduce a tre grandi temi: la propria difesa, una aggressione e un’alterata percezione di sé e del mondo esterno. Vediamo le tre opzioni e le loro sotto categorie.
- DIFESA: PROTEZIONE: per proteggere sé stessi o gli altri; DELUSIONE: per evitare di deludere qualcuno; EVITAMENTO/COPERTURA: per salvarsi dalle conseguenze omettendo fatti o indossando una maschera; STUPORE: meccanismo di difesa che crea uno stupore nei confronti di chi mente; MINIMIZZAZIONE/MASSIMIZZAZIONE: per ridurre o ingigantire un evento a nostro favore; NEGAZIONE/SOPPRESSIONE/OCCULTAMENTO: a differenza di evitamento e copertura, presuppongono che chi mente non accetti una realtà e menta inconsciamente.
- AGGRESSIONE: VENDETTA: deliberato atto per cagionare danno; INTIMIDAZIONE/DANNO: per ottenere qualcosa in maniera verbalmente aggressiva, con ricatti; MANIPOLAZIONE/ADULAZIONE: per ottenere qualcosa da altri; CONTROLLO: per mantenere altri sotto il proprio controllo; BRAMOSIA: ricerca di ciò che altri hanno, negando l’invidia.
- ALTERATA PERCEZIONE DEL SE’: RICERCA DI ATTENZIONI/SIMPATIA: per ottenere visibilità, soccorso, compassione, amicizia; SUPERIORITA’/ELEVAZIONE: per mantenersi all’altezza del proprio ego e della percezione che si vuole dare agli altri di sé; CURIOSITA’/NOIA: per vedere l’effetto che fa, atteggiamento tipicamente infantile; PROCRASTINAZIONE/PIGRIZIA: per ritardare il momento di fare qualcosa di sgradito; DESIDERIO: per convincersi che la menzogna sia vera; ABITUDINE: per mantenere la menzogna e la sicurezza che offre a chi mente; INDIFFERENZA: se non interessa una questione, si mente senza considerare questo un problema; PERCEZIONE: è una menzogna originata da una innocente alterazione della percezione di un evento.

Foto dal Web Due aneddoti su verità e menzogna ci vengono dall’antico Egitto, dal papiro Chester Beatty II e dalla saggezza popolare.
Nel papiro si narra la storia della rivalità tra due fratelli: Menzogna, ossia il fratello minore e Verità, che è il fratello maggiore.
Menzogna accusa Verità di un furto clamoroso, ossia di aver asportato un attrezzo dalla caratteristiche incredibili. La pratica giudiziaria viene svolta presso il tribunale dei Nove Dei (Enneade), che decide per la colpevolezza di Verità, che deve scontare una terribile pena, quale l’accecamento e l’isolamento nel deserto. Nel deserto Verità viene notato da una dama che si innamora di lui, rimane incinta e partorisce il figlio di Verità, che sin da piccolo mostra grandi doti e talenti. L’unico cruccio è la mancanza del padre, per la quale viene deriso e offeso dai suoi coetanei. Una volta conosciuta la verità sullo stato di salute e sulla ingiustizia subita dal padre, medita una vendetta, per consumare la quale usa uno stratagemma analogo a quello di Menzogna, riuscendo nell’impresa di accusare Menzogna di un furto incredibile. Alla fine, il tribunale riesce a ristabilire la verità, a riequilibrare una corretta interpretazione dei fatti, condannando Menzogna. Per chi conosce i Misteri osiriaci, è chiaro il riferimento al fratello che uccide il fratello e il figlio che vendica il padre, proprio come nel mito di Osiride, Horus e Seth.
Foto dal Web La seconda curiosità invece ci viene dal XIX secolo, epoca cui risale questa seconda storia:
Menzogna riuscì a manipolare Verità dicendo che il cielo era bello quando effettivamente lo era, così quando disse a Verità che l’acqua del pozzo era fantastica, Verità si convinse a spogliarsi e a farsi il bagno con Menzogna. Menzogna uscì lesta dall’acqua, indossò i vestiti della Verità e fuggì via. La Verità, furiosa perché le furono sottratti gli abiti, uscì dal pozzo e corse dappertutto per trovare la Menzogna e riprendersi i vestiti. Il mondo, vedendo la Verità nuda, distolse lo sguardo, con disprezzo e rabbia. La povera Verità ritornò quindi al pozzo e scomparve per sempre, nascondendo in esso la sua vergogna. Da allora, la Menzogna vaga in tutto il mondo, vestita come la Verità, soddisfacendo i bisogni della società, perché il Mondo, in ogni caso, non nutre alcun desiderio di incontrare la Verità nuda.

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Foto dal Web La storia di Azzurrina mi ha colpito fin dalla prima volta in cui ne ho sentito parlare. Come non intenerirsi davanti alla tragedia di una bambina di pochi anni, segregata nel castello paterno perché nata albina e per questo, a rischio di accusa di stregoneria? Come non immedesimarsi in quella madre che, pur di nascondere il problema e concederle una vita normale, tentava di tingerle i capelli con colori naturali dell’epoca, ottenendo che si scolorissero nell’azzurro tenue che le ha imposto il suo nome?
Eh sì, perché la piccola figlia del signore di Montebello, Ugolinuccio Malatesta, aveva un altro nome: Guendalina (secondo le guide turistiche) o Adelina secondo il mitologico parroco che nel 1620 avrebbe trascritto la leggenda orale in un libello dal titolo Mons belli et Deline. Una notte, durante il solstizio d’estate del 1375, quando il padre era lontano per combattere e un violento temporale scuoteva le finestre del castello, la bambina giocava con la sua palla di pezza per le stanze. Fu allora che accadde la tragedia.

Foto dal Web La piccola era sempre sorvegliata a vista da due guardie personali, Domenico e Ruggero, ma quando la palla di stracci rotolò lungo una ripida scala a chiocciola fin nei sotterranei e cadde nella ghiacciaia e la piccola la seguì, i due la persero di vista.
La ghiacciaia era un pozzo profondo, chiuso da un’unica botola e senza altre via di uscita, ma quando le guardie udirono un urlo straziante, e accorsero sul luogo dell’accaduto, non trovarono nulla: la bambina era svanita, di lei non rimase alcuna traccia e non venne mai più ritrovata.

Foto dal Web Inizia allora la leggenda del fantasma di Azzurrina, che durante le notti del solstizio d’estate, ogni cinque anni, farebbe udire la sua voce, i pianti, i lamenti e le grida che vengono puntualmente registrate dai Ghost Hunters. C’è chi dice di averla vista, chi ne ha studiato le forme rubate in scatti evanescenti, chi ha registrato e analizzato le sue armoniche vocali, chi l’ha dipinta, lasciando il suo quadro come inquietante testimonianza nel castello.
Analizzando la vicenda con l’occhio scettico, dobbiamo dire che non solo l’unica menzione di Azzurrina nella storia viene dal libro “Memorie sul Castello di Montebello di Romagna”, scritto da Tommaso Molari, edito agli inizi del 1900, in cui è riportato il fatto insieme ad altri racconti popolari che circolavano sul borgo di Montebello: “La leggenda popolare vi intesse intorno il suo mondo di spiriti e di folletti, tanto che, nella notte, chi vi si attarda, sente salire dai trabocchetti rumori strani, tonfi e vagiti paurosi di anime chiedenti pace” scrive il Molari.

Foto dal Web Dobbiamo anche rimarcare che la leggenda ha iniziato a circolare nel 1989, anno in cui il castello è stato aperto al pubblico a pagamento e che le registrazioni fatte dal CICAP al solstizio estivo del 2010 non hanno rilevato nulla di anormale e che le rilevazioni fatte da altri possono venire spiegate con la pareidolia, ovvero la tendenza del nostro cervello di dare a suoni incomprensibili un senso compiuto e logico.
Indagini da parte di spiritisti e studiosi pro-spettri invece hanno dimostrato che le armoniche di quelle voci non sono umane e, alla ricostruzione visiva della laringe che avrebbe emesso il suono, risultano evidenze inquietanti.

Foto dal Web Veniamo ora ai Ghost Hunters, che, abbandonata la tavola Ouja e i salotti di casa, percorrono di notte luoghi abbandonati, insalubri e pericolanti alla ricerca di prove sull’esistenza delle anime vaganti. Il loro è un hobby (e per qualcuno un vero lavoro), che ha dato molto pane ai miei racconti e romanzi. Per raccogliere prove della presenza di anime nel mondo, i G.H. si muniscono di una serie di attrezzi tecnologici per registrare tracce audio e video delle apparizioni. Vediamole insieme.
Rilevatore di campo magnetico o EMF per rilevare anomalie del campo magnetico che, una volta esclusi cellulari e altre sorgenti di emissione nota, sarebbero indicativi della presenza di uno spettro.

Foto dal Web Telecamera infrarossi e/o termometri per trovare “punti freddi” in corrispondenza dei quali ci sarebbero i fantasmi.
Registratore digitale per le voci propriamente dette.
Spirit box che esplora le frequenze radio AM con una scansione al secondo catturando il cosiddetto rumore bianco dentro il quale dovrebbe potersi sentire la voce degli spiriti (metafonia).

Foto dal Web Rilevatori di movimento da posizionare in vari luoghi delle case, magari inquadrati da telecamere fisse.
Sorgenti di energia per dare “energia” ai fantasmi, dato che pare che amino succhiare le batterie degli strumenti.
Compositore vocale è un oggetto che ho visto usare da Zak Begans e il suo team, ma di cui non ho trovato traccia in vendita. Si tratta di un piccolo computer, simile a quello usato dai tetraplegici per comunicare usando lo sguardo, che è dotato di un vocabolario ricco e che dovrebbe essere usabile anche dagli spettri che, in quel modo, potrebbero comunicare con efficacia e con parole di senso compiuto. Viene da chiedere come mai non lo si usi costantemente!
Benché nei miei romanzi l’anima e lo spiritismo siano componenti importanti, la parte razionale della mente non può non porsi legittime domande sulle tante frodi e cattive interpretazioni di normali fenomeni naturali, come i granelli di polvere e polline scambiati per Orbs.
Vi lascio tuttavia con un video delle registrazioni vocali di Azzurrina. A voi la decisione!
Estratto dalla trasmissione Mistero 
