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Foto dal Web Lo scopo primario di uno scrittore dovrebbe essere, secondo me, tramettere emozioni, creare uno stato positivamente attivo nel lettore che deve uscire dall’esperienza di lettura arricchito in vario modo: emozionalmente, culturalmente, socialmente. Questo, ovvio, nel mio mondo utopico che cresce per diventare migliore e in cui ogni essere umano partecipa di una evoluzione collettiva. Il fatto che prenda dei gran calci nel sedere comunque non mi fa desistere da un proposito che pur nel mio piccolo, voglio mantenere come sprone morale per la mia vita.
Ma torniamo a emozioni e conflitti nei romanzi. Entrambe le situazioni sono motori che spingono la trama e soddisfano il lettore, per lo meno il “buon lettore”, non quello che è “allergico” a tutto ciò che è più impegnato di un libro sul corsivoe o più lungo della brochure del ristorante cinese. Iniziamo con un paio di precisazioni.

Foto dal Web Emozione è ciò che genera in noi un’attivazione del sistema neuro endocrino, generando un flusso elettrico nelle sinapsi e la produzione di ormoni che iniziano a fluire nel sangue a farci “sentire cose” come rabbia, dolore, gioia, amore, eccitazione, ansia eccetera.
Conflitto è, in maniera oggettiva, non nel nostro sentire, quella situazione di discordanza dentro la trama che muove i personaggi e le loro scelte. Un conflitto emozionale, o situazionale, si spalma poi sulla nostra percezione e ci permette l’astrazione di ciò che stiamo leggendo, le parole in sequenza, in immagini mentali. Quindi come creare un conflitto e generare emozioni?
Il CONFLITTO LETTERARIO è tutto ciò che genera una progressione nella stasi iniziale dei protagonisti, una sfida necessaria al progredire della trama e dell’evoluzione del personaggio stesso. Senza un conflitto importante, vero e credibile, il romanzo risulta piatto e noioso. Si divide in due categorie: interno ed esterno.

Foto dal Web CONFLITTO INTERNO: riguarda la psiche del protagonista e il suo rapporto con le emozioni: rabbia, dolori irrisolti, ricerca interiore. Attenzione però: mi è capitato di leggere incipit da giudicare nel famoso torneo di IoScrittore, in cui la trama non era altro che un diario intimo di una persona che elencava ciò che faceva e pensava durante il giorno. Sebbene sembri un conflitto interno, questo non basta a creare un romanzo intimista, ma assomiglia più a un diario come l’abbiamo tenuto tutti da ragazzini, scritto a penna e chiuso col lucchetto. Non per questo le dolorose riflessioni su quanto sia difficile la vita sono bastanti a dare alle stampe in nostro diario di Poochie, perché sarà difficile che stimoli l’emozione del lettore. Sembra una frase crudele, ma è così: una vita piatta e senza avventure non ha attrattiva per il lettore che vuole, appunto, emozioni e scoperte nuove e non l’ombra del caffè nella tazzina. Il conflitto interno deve essere importante, destabilizzante, mettere il personaggio alle strette con una scelta decisiva e capitale.
CONFLITTO ESTERNO: sicuramente più facile da rendere accattivante, è rappresentato da tutti quegli avvenimenti che accadono attorno al protagonista come guerre, incidenti e possiamo suddividerli in quattro ulteriori categorie: contro un altro personaggio, contro la natura, contro la società o contro la tecnologia/il soprannaturale.

Foto dal Web Non è sbagliato introdurre più conflitti, a patto che siano credibili, bilanciati e che siano funzionali alla storia. Una donna che abbia avuto una infanzia terribile, che poi viene aggredita e poi scopre di avere un tumore, mentre i suoi genitori muoiono in un incidente stradale e l’uragano Katrina devasta la sua casa e lei deve scegliere se tenere il bambino o fare la chemio, è decisamente “troppo”.
Una volta che avremo individuato il “conflitto maggiore” e sistemato qualche conflitto minore, avremo già una buona ossatura sia del romanzo, che del protagonista, che avrà così la sua “scheda” più particolareggiata e piena.

Foto dal Web Qualche esempio: per chi ha letto La Bestia, il conflitto maggiore è personaggio contro personaggio, ovvero il gruppo investigativo contro l’assassino, ma in Cécile c’era anche un conflitto personale con la sua eredità di “figlia della strega francese”, mentre in Etienne c’era il conflitto interno tra il desiderio di aprirsi all’amore per la ragazza e il suo dovere come inquisitore. In L’abito della Signora, il conflitto principale è delle Giardiniere contro il governo asburgico, ma in Caterina c’era un conflitto interno che riguardava un fatto traumatico, in Bianca un conflitto legato all’ambivalenza dei suoi sentimenti e in Markus quello tra l’amore per Carolina e il suo dovere come ufficiale militare.
Un errore comune è che questi conflitti interni, secondari, non vengano seguiti e sviluppati correttamente, ad esempio, che Caterina, dopo due pagine di panegirico sulla sua agorafobia, non avesse mai presentato problemi nell’uscire a passeggiare, oppure che vengano risolti immediatamente e senza sforzo, non sarebbe credibile. Un altro errore è che vengano messi talmente in risalto, da offuscare la trama principale, generando sottotrame che il lettore ha difficoltà a seguire se non vengono incastonate bene nella trama stessa.

Foto dal Web L’EMOZIONE è ora pronta a sgorgare dalle pagine. Il conflitto stesso genererà emozione nel lettore, attesa e ricerca della risoluzione, ma solo con un abile dosaggio di parole, pause e situazioni, avremo davvero il travaso di emozioni. Le prime emozioni però, sono sempre quelle di noi scrittori. Se quello che scriviamo non ci ha smosso, forse dobbiamo avere il coraggio di cestinarlo. Faccio un esempio pratico che riassume il concetto: se non so scrivere una scena erotica, non ce la devo mettere! Se ho tabù letterari, imbarazzo o vergogna nel trattare il sesso o, al contrario, se non lo so descrivere in altro modo che con parole volgari, è meglio che svicoli sulla situazione lasciando i protagonisti a spegnere la luce o chiudere la tenda, senza addentrarmi nella descrizione della scena perché invece che creare eccitazione nel lettore, strappargli le mutande di dosso, lo irriterò perché si aspetterà una bella scena erotica, all’altezza di quanto letto fino a quel momento, ma invece si troverà un paragrafo noioso.
Un’altra nota importante, è che l’emozione deve avere il tempo di fluire e maturare. Se riusciamo a dosare le parole e il ritmo del paragrafo, o del capitolo, con accortezza, permetteremo al lettore di far germogliare l’emozione, godersela e poi lasciarla andare, preparandolo a nuove emozioni, magari completamente diverse. Il corpo ha necessità di un certo tempo per gestire le emozioni, perché se la comunicazione neurale è immediata, segue la velocità di azione e reazione, la componente ormonale necessita maggior tempo per fluire e, soprattutto, per esaurirsi. Se tronchiamo troppo di netto una situazione, rischiamo che il lettore percepisca l’emozione come “monca”, non risolta e che il libro gli dia la sensazione al palato di qualcosa di incompiuto, una galletta di riso perfetta a vedersi, ma che non ha sapore e va giusto bene come sotto bicchiere o, nel caso di un libro, come ferma porta.

Foto dal Web Quindi la mia lezione di oggi è: trovate il giusto conflitto maggiore, dosate ad arte i conflitti minori e sviluppate trama e personaggi in modo che il ritmo delle emozioni che le vostre parole trasmettono possa evolvere nel lettore in maniera completa e soddisfacente!

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Foto dal Web Ci sono periodi della vita legati indissolubilmente a ricordi particolari, sensazioni e appuntamenti fissi e per me erano il martedì e il venerdì alla palestra di Cisliano per le ore di Karate. Ho iniziato quasi per caso, portata da una mia amica per provare uno “sport” per “muovermi un po’” e “dimagrire”, ma ho trovato ben di più: amici, una filosofia di vita e l’amore. Eh sì, perché proprio in quella palestra ho conosciuto il ragazzo che poi ho sposato e che tuttora divide con me la sua vita.
Il primo approccio con le arti marziali per un neofita può essere sconcertante: si pratica scalzi, c’è contatto fisico, la divisa continua ad aprirsi, è rigida, scomoda e ci sono una serie di “usanze” che per noi occidentali possono essere strane, come salutare la palestra (dojo) prima ancora di entrare o emettere la propria energia come grido (Kiai) al termine di un colpo particolarmente intenso.

Foto dal Web Io che ero timida e impacciata ho provato imbarazzo durante le prime lezioni, poi mi sono sentita accolta, mai criticata, anzi spronata e valorizzata e questo lo devo al maestro Consiglio Galati e allo staff degli istruttori, di cui poi feci parte anche io, una volta raggiunta la famosa e famigerata cintura nera.
Beh credo un po’ tutti abbiamo visto Karate Kid, ma la realtà della disciplina è un decisamente diversa, non incentrata per forza sul Kumité, il combattimento, la parte più spettacolare e competitiva, ma anche sullo studio del proprio corpo e dell’armonia e perfezione della realizzazione del movimento attraverso il Kata. Armonia e perfezione di esecuzione: due concetti molto giapponesi vero? Ci torneremo a breve.

Foto dal Web: Gichin Funakoshi La storia del Karate iniziò nel XVIII secolo, prendendo origine dagli stili cinesi e venne codificato in due secoli dalla vita e l’opera di molti maestri, di cui ricordiamo in particolare Gichin Funakoshi, che elaborò a Okinawa uno stile particolare a mani nude (da cui il nome Kara-te ovvero nuda-mano), nato affinché i samurai, ormai disarmati per legge, potessero continuare a lottare efficacemente. Lo stile che scelse di seguire, uno dei tanti del karate, venne chiamato Shotokan (Casa delle onde di pino) e fu lui stesso a farlo conoscere anche in occidente. Siamo negli anni ’30, i ruggenti anni ’30, prima della seconda guerra mondiale e dei kamikaze, che mostrarono agli europei e agli americani la disciplina e l’abnegazione dei giapponesi.
In un secondo momento venne codificato il Kobudo, la via delle armi a partire da oggetti di uso comune dei contadini ed ecco che abbiamo le tre armi “contundenti” come il bastone (Bo), che era il legno per il trasporto che si portava di traverso sulle spalle coi due carichi bilanciati alle estremità, il tonfa, il cosiddetto manganello “sfollagente”, usato nella semina o il Nunchaku, che era usato per trebbiare il riso. E poi le armi di metallo “penetranti”, come il Sai, per il quale si ipotizzano vari usi dai fermi per le ruote dei carri a strumenti di misura e il Kama, che con la sua forma a falce non lascia adito a dubbi sulla sua funzione. La liberalizzazione delle tradizioni poi ha riportato in auge le armi a lama come la Katana e il corto Wakizashi, tipiche del samurai.

Foto dal Web: Bo contro Tonfa Quando si inizia la pratica del Karate, ci viene assegnata una cintura bianca che, esame dopo esame, ci fa risalire la lunga china dei Kyu dal nono al primo e diventa gialla, poi arancio, poi verde, per poi fermarci a due livelli con la blu, tre con la marrone e, infine, la tanto agognata cintura nera, che inizia il suo conteggio di livello (Dan), dal primo in avanti. Io mi sono fermata al primo Dan, poiché un infortunio e poi la nascita del figlio mi hanno precluso quel tipo di arte e mi sono dedicata alla danza, come spiegato in altri articoli visibili qui e qui.
Quanta emozione il giorno dell’esame per cintura nera! Tecniche e kata studiati per anni, conosciuti a memoria, fatica e sudore, mesi passati con i pesi alle caviglie per rinforzare le gambe, proprio come nei cartoni giapponesi e poi che accade? Sbaglio il kata Kan ku dai, che da allora è “il kata di Elisa”, per due volte e, nel tirare un calcio, non più appesantita dalle cavigliere, mi porto dietro tutto il corpo e volo all’aria come una scema! Per fortuna la cosa non ha inficiato l’esame e mi sono ripresa, eseguendo bene il kata e dosando l’energia nel calcio!

Foto dal Web Come detto prima, entrata in palestra per trovare uno sport, ho invece trovato una filosofia di vita. Quella “via della mano vuota” (Karate-do) che è un viaggio interiore alla scoperta del proprio corpo, dei suoi limiti e delle sue possibilità, per poi spingerci al miglioramento fisico e mentale. Il fine della pratica del karate non è infatti vincere premi, battere avversari o ricevere cinture, bensì arrivare alla propria perfezione interna, una calma placida, il riflesso della luna sull’acqua, che permette di affrontare qualsiasi avversità.
Ecco da cosa deriva il pensiero giapponese che si riflette in ogni gesto, in ogni ambito, dal teatro kabuki alla semplice pratica quotidiana della danza delle geishe o della preparazione di un sushi: il raggiungimento della propria perfezione e completezza. E questo è un cammino che non si esaurisce all’uscita dal Dojo, la palestra, quando togliamo il karategi sudato, ma continua nella pratica quotidiana, perché ci insegna a fare ogni cosa al massimo delle nostre possibilità, con precisione e gratitudine.

Foto dal Web Le regole del Dojo, tra l’altro, sono un mirabile esempio di pratica della morale, vediamole insieme.
- Cerca di perfezionare il carattere
- Percorri la via della sincerità
- Rafforza instancabilmente lo spirito
- Osserva un comportamento impeccabile
- Astieniti dalla violenza e acquisisci l’autocontrollo
Le venti regole del Karate poi, sono una lezione di vita universale.
- Non dimenticare che il karate-dō inizia con il saluto e finisce con il saluto
- Nel karate non esiste la prima mossa
- Il karate è al servizio della giustizia
- Prima conosci te stesso, poi conosci gli altri
- Lo spirito prima della tecnica
- La mente ha bisogno di essere liberata
- La disgrazia origina dalla disattenzione
- Non pensare al karate solo nel dōjō
- Il karate si pratica tutta la vita
- Applica il karate a tutte le cose, lì è la sua ineffabile bellezza
- Il karate è come l’acqua calda: se non viene scaldata costantemente, ritorna ad essere fredda
- Non portare il pensiero di vincere, è necessario il pensiero di non perdere
- Cambia a seconda del tuo avversario
- Una battaglia dipende da come si padroneggia il pieno e il vuoto
- Pensa a mani e piedi di una persona come spade
- Se esci dalla porta di casa ci sono un milione di nemici
- La guardia è per principianti, poi viene la posizione naturale
- I kata devono essere precisi, il combattimento vero è un’altra cosa
- Non dimenticare l’intensità della forza, l’estensione del corpo e la velocità della tecnica
- Abbi sempre pensieri ingegnosi

Foto dal Web In quei tredici anni di pratica ho letto molti libri di filosofia marziale orientale, Zen, meditazione, ho partecipato a qualche gara, qualche stage e soprattutto, praticato anche altre arti marziali, perché avevo intuito che l’attenzione che i Giapponesi hanno nel miglioramento individuale in funzione dell’armonia cosmica, non certo per vanteria personale, era qualcosa di fondamentale per me. Qualcosa che capivo avrebbe potuto migliorare la società stessa, se giustamente praticata e non solo in funzione “olimpica”.
Comunque sempre allo Shotokan tornavo, con un bagaglio maggiore di consapevolezza del mio corpo e della lunga e complessa ascesa verso il miglioramento della propria vita. I primi anni, ad esempio, non capivo il “gioco” delle anche, aprire e chiudere, ma quando riuscii a realizzare il movimento perfetto, mi sembrò di avere scoperto la luna una seconda volta! Avevo imparato qualcosa di nuovo di me e del movimento, avevo reso più veloci ed efficaci le tecniche e migliorata la percezione che i miei piedi nudi avevano dello spazio e del terreno. E, quando ho avuto l’incidente a cavallo, sono certa che la continua pratica nelle cadute imparate nel Dojo, mi abbiano salvato la vita, perché mi avevano instillato l’istinto, la memoria muscolare di porre le mani in un determinato modo per rotolare invece di impattare di cranio sui sassi aguzzi. Ci ho rimesso un dente, ma il resto di me è salvo.

Foto dalla pagina Facebook di Karate Cisliano Nonostante sia una piccola realtà di paese, grazie alla guida del Maestro Galati, cintura nera 7° Dan, il Karate Cisliano da oltre quarant’anni consegue importanti riconoscimenti e premi anche a livello nazionale. E’ ciò che accade quando c’è passione, dedizione e quella cura verso la perfezione della via.
Ogni anno, tra l’altro, il maestro organizza anche corsi di difesa personale per donne e consiglio caldamente a tutte di frequentarne uno, perché ognuna di noi deve imparare a conoscersi e a reagire in caso di pericolo. Ricordo ancora quando un uomo mi fermò prendendomi per il polso e mi liberai con una semplice mossa imparata nella difesa personale. Saper reagire con sangue freddo e una tecnica efficace può fare la differenza in ogni momento della vita.
Come direbbe il mandaloriano… questa è la via!

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Foto dal Web Questo libro è stato il primo ebook acquistato per provare il lettore Kobo che mi è stato regalato a Natale; la scelta è ricaduta su questo romanzo che prometteva un’indagine archeologica, medica e soprannaturale, tutte materie che mi appassionano. Inutile dire che quando si carica un testo di tante aspettative, è ben peggio quando queste non solo vengono disattese, ma fanno percepire la sensazione che una bellissima idea sia stata resa male e ormai “bruciata”. Chiunque infatti volesse scrivere meglio delle città sotterranee della Cappadocia e delle zone limitrofe o parlare del mito di Pandora, verrebbe additato come emulo. Vediamo ora nel dettaglio come mai mi sento di sconsigliare questo testo.
Come ho scritto anche in vari articoli della sezione “Scuola di scrittura”, uno dei punti di forza di un romanzo è l’incipit, che deve tenere il lettore incollato alla storia. Ebbene in questo romanzo l’incipit veleggia tra momenti di interesse e momenti di estrema lentezza. Come mai questo errore? Premetto che l’autore ha scelto il punto di vista del narratore onnisciente, che ci porta a conoscere ogni personaggio nel suo intimo e nei suoi ricordi, nel modo che ha di vedere la situazione. Quindi, a fronte di un evento che scatena una reazione o un pensiero, già dall’incipit l’autore parte con un excursus sul passato del personaggio. A volte è addirittura per pubblicizzare il romanzo precedente (orrore!), altre volte è per dare informazioni e delineare i personaggi (che in questo romanzo sono davvero tanti).
Cosa accade quindi? Beh il ritmo dell’azione risulta spezzato e, ad esempio, già nelle prime pagine assistiamo a una scena che dovrebbe essere a tensione crescente, con la protagonista pedinata da loschi figuri, ma che viene smorzata da alcuni racconti del rapporto di lei con i colleghi archeologi. Così facendo, acquisisco delle informazioni che mi potranno sicuramente servire in futuro, ma che in quel momento risultano distraenti e spezzano il pathos. E questo è un errore che viene compiuto spesso nel romanzo, che infatti ha più l’andamento di una cronaca e riesce poco a emozionare.
Il narratore onnisciente, che la moderna editoria classifica come “vetusto”, a mio avviso non è certo da demonizzare, perché il problema non è questo metodo di scrittura, ma la facilità che questo metodo ha di indurre il narratore a sommergere il lettore di informazioni, quello che si chiama “infodump”, con lo stesso flusso di coscienza dell’autore, che non è il ritmo di lettura del fruitore finale. Tra l’altro poi, in una trama in cui c’è un traditore, un colpevole o un assassino, vedere che tutti i personaggi vengono sviluppati tranne lui, fa venire due dubbi fin da subito che sia qualcuno da cui guardarsi.
Questi errori, aggiunti a una grammatica a volte discutibile nei tempi verbali (per fortuna di rado e può essere un errore della traduzione italiana), a continue ripetizioni di termini e un vocabolario povero di sinonimi, rendono la lettura noiosa. Ad esempio in una pagina viene ripetuto tre volte la parola “tuta hazmat”, che è quella tuta integrale anti microbica e spesso viene sottolineato come i movimenti dei personaggi che la indossano siano impacciati ed emettano scricchiolii. Ecco, io credo che dirlo una volta fosse sufficiente e che la tuta hazmat abbia dei sinonimi per evitare ripetizioni.
E’ un vero peccato che lo stile e la caratterizzazione dei personaggi traballino, perché l’ambientazione è davvero superlativa: le città scavate nel tufo, dalla Cappadocia ai mondi del Kurdistan, sono affascinanti e, resi con la giusta combinazione di parole, evocativi e spaventosi. Nella foto, un dettaglio di una di queste città.

Foto dal Web Veniamo alla trama, che in sé è semplice: un gruppo di archeologi trova la città e una stanza segreta in cui degli avvertimenti antichi suggeriscono di non esplorarla oltre. Naturalmente, per amor di scienza, la protagonista lo fa lo stesso e trova il vaso di Pandora, il mitologico vaso che conteneva tutti i mali del mondo e che Pandora, spinta dalle “curiosaggine” (cit.), apre, disperdendo i mali nel mondo tranne la speranza, che rimane intrappolata al suo interno dal repentino chiudere del tappo. Per qualche pagina si profila la teoria delle due sorelle, Pandora e Anesidora (che in alcuni miti sono la stessa persona), e dei due vasi, uno coi mali del mondo, l’altro col bene del mondo, ma la cosa non viene sviluppata, perché subito è evidente dove andrà a parare la trama. Perché se un vaso contiene il bene e l’altro il male, quale sarà utile inserire nella trama? Esatto, bravi! Quindi mi chiedo, a che pro mostrare la “pistola fumante“, se poi non le diamo una connotazione utile nella trama?
Dal punto di vista scientifico, sia la parte archeologica che quella medica non sono sviluppate come piacerebbe a me, ma riconosco che un eccesso di pignoleria potrebbe non essere gradito a un pubblico meno scientifico e più desideroso di avventura e trama avvincente. Ma anche dando per buono un excursus più superficiale, resta il fatto che la consequenzialità degli eventi che accadono a chi viene “afflitto” dalla trama, non è chiara. Non posso essere più specifica, perché farei spoiler, ma diciamo che i passaggi per cui alcuni che manco hanno visto il vaso in cartolina sbarellano e crepano male, mentre chi ci è stato col naso incollato sopravvive (indipendentemente dalla tuta e dalle mascherine filtranti) solo perché protagonista, non sono chiari e questo è disturbante, perché sembra di vedere il classico thriller soprannaturale americano in cui muore il nero, la cheerleader bionda, ma sopravvive il ragazzo belloccio col cane.
In conclusione, mi aspettavo di più dallo strillo e dalla quarta di copertina, ma se cercate qualcosa di leggibile, leggero e veloce, potrebbe piacervi.
COME LEGGERLO:
Luogo: in una grotta o comunque, seduti a contatto con la pietra o la sabbia
Tempo: estate
Sapori: agnello alla griglia
Profumi: petricore
Musica: antica tradizionale greca

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Foto dal web Ho inviato questo racconto breve a un concorso a tema “PLASTICA!” per il quale non mi hanno mai rimandato indietro neanche la ricevuta di ricezione della mail. Un’organizzazione terrificante! Mai più! Comunque è stato divertente scriverlo, anche se il limite di battute imposte era davvero castrante per il respiro che volevo dare al racconto. Passato il termine ultimo per la fine del concorso, non devo più mantenere l’inedito, quindi ve lo lascio in pubblica lettura! Godetevelo!
2010
La luce fredda tagliava l’oscurità come una lama, andando a illuminare lo spettrale paesaggio di rocce e sabbia; la torcia frontale del piccolo Rover forniva solo uno stretto cono di luce in quell’abisso nero.
L’elegante siluro avanzava lentamente tra le fumarole sottomarine, regolando le sue pinne di alluminio per direzionare la spinta delle eliche posteriori.
Dal suo tetto, un cavo saliva nel buio per dieci interminabili chilometri, come un cordone ombelicale che lo collegava allo yatch in superficie.
«Lascia più cavo Jen», disse l’uomo, avvicinandosi allo schermo, che offriva la visione di ciò che il Rover incontrava avanzando tra due fumarole, in un inferno di fango bollente e grigiastro.
Lo sfarfallio nelle acque, quando il gelo degli abissi incontrava il calore del mantello magmatico della terra, terminò bruscamente e il sommergibile planò sul fondo di sabbia, sollevando una nube di detriti impalpabili.
«Ci siamo Pete. Siamo sul fondo della fossa», disse la donna.
«Bravissima Jen, apri lo sportello di servizio, attivo i bracci artificiali.»
L’uomo calò il visore sugli occhi, poi iniziò a danzare con le mani, coperte da guanti per la realtà virtuale, mentre le braccia del Rover rispondevano ai comandi afferrando delle ampolle di vetro dal suo ventre cavo, stappando i tappi di plastica e raccogliendo campioni dal fondale e dalle fumarole.
«Cos’è quello?» Pete distese il braccio e l’arto meccanico del Rover aprì la pinza per afferrare un piccolo detrito. «Sembra quasi…» l’uomo strinse il triangolo grigiastro, con la superficie concava e comandò alla pinza di compiere un giro completo, per vederlo da ogni angolazione.
«È un tappo di plastica!» disse la donna. «Questa è la prova Pete! Ormai la plastica è arrivata anche al fondo dell’oceano. Dobbiamo denunciare l’emergenza.»
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«Parleremo ora di un reperto molto particolare, raccolto sul fondo della Fossa del Leviatano», disse Pete, rivolgendosi alla platea di scienziati che lo ascoltava nel buio della sala conferenze, mentre le foto e i filmati della spedizione scorrevano al ritmo del racconto.
La foto del tappo di plastica, stretto tra le pinze del Rover, causò un’ovazione di stupore e qualche borbottio dubbioso, mentre gli occhi correvano alla provetta che ancora lo conteneva, esposta su un piedistallo, ricoperto da un telo scuro, tra le postazioni di Pete e Jen.
«Non è più solo una teoria. Le microplastiche giungono nelle fosse abissali e perfino questo tappo di una comune bottiglia d’acqua può inquinare il fondo del mare. La comunità scientifica deve farsi portavoce al prossimo G20 per sensibilizzare gli stati membri. La dottoressa Jennifer Curtis, vi illustrerà ora gli straordinari risultati emersi dalle analisi dei campioni biologici raccolti.»
La donna espose grafici, analisi chimiche e microbiologiche, soffermando poi le immagini su una creatura pluricellulare fotografata al microscopio: «Lo abbiamo chiamato Tardigradus leviathanii, per la somiglianza somatica e genetica con la specie Tardigrado; vivono nelle sacche di acqua pura e potabile che si trovano nelle fosse oceaniche. Non sappiamo molto di loro, per ora li abbiamo visti prosperare tra gli otto e i quaranta gradi Celsius, non sappiamo cosa mangino, gli studi sono appena iniziati, ma…»
Dalla prima fila, uno uomo alzò la mano, indicando poi il palco: «Sta bruciando!»
Pete e Jen si voltarono all’unisono verso il piedistallo, dove il telo si stava consumando a velocità impressionante, proprio come se il materiale stesse bruciando, ma senza fumo o il brillare tipico della combustione.
«Dev’esserci stata una reazione chimica di qualche tipo», disse Pete, salvando la provetta col campione, mentre la sicurezza provvedeva ad annaffiare il telo con un estintore ad anidride carbonica.
La sala venne sgomberata e Jen fissò i resti della stoffa: «È un semplice poliestere, con cosa potrebbe aver reagito? A meno che qualcuno abbia spruzzato un accelerante chimico. Un sabotaggio?»
Pete abbassò gli occhi sulla provetta di vetro che aveva in mano, che appariva vuota e priva della sua chiusura ermetica di plastica: «Jen, guarda! Che diavolo sta succedendo? Quando l’ho preso in mano un attimo fa era normale! Ora il reperto di plastica del fondale è sparito, ma manca anche il tappo della provetta stessa!»
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«Cosa significa che è affondata Tom?» chiese Jen al cellulare, mentre il taxi arrancava nel traffico verso Times Square.
«Significa che la Belle è andata giù come un ferro da stiro Dottoressa! Lo scafo si è letteralmente sciolto!»
«Ma cosa c’era in quel porto? Scarichi tossici?»
«No no, l’acqua è normale, ma della nostra nave è rimasta solo l’armatura di ferro!»
Pete intervenne: «Cosa è rimasto esattamente? Solo il ferro?»
«Aspetti che guardo Professore, dal pontile la vedo sul fondo».
Qualche istante di silenzio, poi la voce del ragazzo tornò: «C’è il ferro, del vetro e gli inserti in legno, poi qualcosa che ondeggia, sembra uno dei lenzuoli.»
«Si fermi!» urlò Jen al tassista e si precipitò fuori dal mezzo, proprio davanti al grande schermo della piazza, che mostrava le ultime notizie della CNN e le immagini del Centro Congressi che avevano appena lasciato.
La facciata era tarlata come se fosse invecchiato di mille anni in poche ore e interi pezzi cadevano al suolo, mentre la cronista balbettava incredula: «Dall’ospedale ci informano che il Dottor Herzig, ricoverato a causa di un malore, poco dopo la conferenza cui stava partecipando, è morto. Pare che il suo pace maker si sia letteralmente smontato. »
Pete strinse nervosamente la mano e il cellulare si sbriciolò, lasciando i due a occhi sbarrati. «Lo scafo della Belle era in vetro resina, il tappo in PET, il telo in poliestere e il cellulare ha tanti componenti in plastica», concluse lui. «Quegli organismi mangiano ogni tipo di plastica! E noi li abbiamo portati in superficie, li abbiamo diffusi!»
Jen si aggrappò alla manica di Pete: «Il Leviatano dunque non è un enorme mostro biblico, ma un microscopico organismo. E questa sarà la nostra Apocalisse.»

Foto dal web, tardigrado 
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Foto dal Web Il culto dei defunti è un insieme di rituali e abitudini sociali che attraversa trasversalmente spazio e tempo, ritrovandosi in ogni luogo e tempo con le proprie fasi e consuetudini. Quello che a noi oggi apparirebbe come macabro o morboso, come per esempio esumare le mummie dei parenti defunti per passare una giornata con loro e cambiare gli abiti o fare festa, per molte etnie è la prassi e non farlo equivale a un insulto ai propri antenati. Gli Europei, che si avviano a una stitichezza emotiva preoccupante, già guardano con sospetto e quasi derisione ad eventi come El Dia de los Muertos, figuriamoci quando si trovano davanti all’argomento di cui parleremo oggi: le foto dei defunti.

Foto dal Web Non si tratta di foto del defunto da vivo da mettere sulla lapide, ma di foto realizzate dopo la morte o a cavallo del trapasso e che venivano incorniciate o incastonate in pendenti come ricordo o come Memento Mori (tradotto: ricordati che devi morire), per rendere evidente che quanto la vita fosse labile e la morte compagna dei giorni lieti come di quelli di sofferenza. Questa “tanatometamorfosi” o mummificazione visiva, come viene da taluni definita, aveva il compito di bloccare l’aspetto del defunto prima che intervenisse la decomposizione e permettere una più profonda elaborazione del lutto e dell’ultimo saluto.

Foto dal Web L’usanza delle foto dei defunti ha preso particolarmente piede nell’Inghilterra vittoriana che ha vissuto a braccetto con le morti premature per tutto il XIX secolo. Le città erano infatti insalubri e le epidemie accrescevano giornalmente i morti, accompagnate dall’onnipresente violenza sociale e sfruttamento della povera gente. Basti pensare a Dickens e alle sue descrizioni, crude e vere, della condizione dei bambini di strada di Londra o Dublino, del loro uso nelle miniere e nelle fabbriche.

Foto dal Web Ma la fotografia post mortem non è nulla di nuovo nella società, poiché in passato la ritrattistica su tela o l’uso di creare maschere funerarie erano già diffuse per chi poteva permettersi tale lusso. La fotografia non ha fatto altro che rendere più accessibile la fabbricazione di questi ricordi e lo ha fatto con una tale diffusione, da permettere la nascita di studi fotografici specializzati proprio in questo genere di ritrattistica.

Foto dal Web La fotografia, ovvero la trasposizione su un supporto di una immagine reale catturata tal quale, grazie alle reazione chimica spinta dalla luce solare, non nasce coi brevetti del 1800. La formazione di una immagine circolare quando la luce passa da un punto stretto venne già intuita e studiata da Aristotele e poi dall’arabo Alhazen che, poco dopo l’anno 1000, diede il nome “Camera oscura” allo spazio in cui si faceva confluire la luce. Il concetto poi venne ripreso nel XV secolo da Leonardo da Vinci che disegnò una sua versione di Oculum Artificialis. La fotografia moderna, misto di chimica e fisica, trova i suoi primi, veri vagiti nella prima metà del 1700 con effimeri risultati, poiché le immagini non riuscivano a restare focalizzate sul supporto, ma continuavano ad annerirsi man mano che venivano esposte. Serviva un mezzo per bloccare a reazione chimica.

Foto dal Web Ed ecco che la fotografia nel 1816 compie un balzo avanti con il brevetto di Niépce e, in seguito, dalla collaborazione dello stesso e di suo figlio con Daguerre che, migliorando i supporti e le sostanze chimiche, riesce a far divenire la fotografia un mezzo economico e sempiterno di rappresentazione della realtà. Erano nati i Dagherrotipi.

Foto dal Web Negli anni successivi molti inventori cercarono nuovi modi di rendere la fotografia più veritiera, colorata, eterna e facile da realizzare con camere oscure sempre più piccole e trasportabili, puntando soprattutto a ridurre i tempi di posa che in quella prima fase erano di almeno otto minuti. A seconda del supporto su cui venivano ricavate le foto e dei reagenti usati, vennero brevettati dagherrotipi, eliotipi, calotipi, talbotipi, ferrotipi e ambrotipi, fino a giungere a meccanismi che usavano l’elettrolisi e l’energia del vapore.

Foto dal Web Si lavorò poi sulle lenti e i fuochi di apertura della “camera oscura” dentro l’apparecchio fotografico, riducendo i tempi di posa a pochi secondi. Ogni innovazione, abbinata a un miglioramento dello studio delle luci, naturali o artificiali, del fotoritocco successivo o del trucco sui volti, permisero di realizzare paesaggi e ritratti, di celebrare la vita e di ricordare la morte.

Foto dal Web Quando un congiunto entrava nello studio fotografico, poteva scegliere una foto a domicilio, nell’atelier o in esterno e i macchinari, ormai portatili, sebbene poco agevoli, permettevano ai professionisti di realizzare ogni richiesta dei committenti, bastava solo indicare la tipologia di foto che si voleva realizzare:

Foto dal Web Memento mori – era una foto del defunto in cui erano evidenti la condizione di morte sia nell’aspetto che nella posa, a mani congiunte e nell’ambientazione, sul letto di morte, nella bara e con attorno suppellettili di preghiera, fiori, crocefissi e rosari. L’intento in questo caso era ricordare l’aspetto della morte e il fine verso cui tutti stiamo camminando.

Foto dal Web L’ultimo sonno – rappresentava il defunto sul letto di morte, di solito ben accomodato e pettinato, in modo che sembrasse solo addormentato, senza alcun intento punitivo o di riflessione sulla morte. Era un ricordo per la famiglia.

Foto dal Web Parvenza di vita – collocava il defunto in mezzo agli oggetti più cari, in atteggiamenti o pose di vita quotidiana. Famose soprattutto le foto di bambini circondati da giocattoli.

Foto dal Web Prima e dopo la morte – riprende il concetto di Memento Mori e prevedeva due foto, prima e dopo la morte, da inserire in un porta foto doppio, a libro, in modo che il defunto venisse mostrato nella sua fase di agonia e poi nel riposo del sonno eterno.

Foto dal Web Vivo tra i vivi – prevedeva il defunto in piedi o seduto in posa da vivente, sorretto da stampelle visibili anche nelle foto, a volte truccato, con gli occhi aperti con stecchini o con iridi e pupille disegnate sulle palpebre chiuse e accompagnato nella foto da parenti, amici, a volte anche dal prete e dai fotografi stessi, per documentare la presenza delle persone all’estremo saluto.

Foto dal Web Sono usanze che a noi paiono quanto meno strane, morbose alle volte, ma che ben si sposavano con il sentire dell’epoca, che faceva quotidianamente i conti con la morte violenta, le epidemie e l’insalubrità delle grandi città industrializzate. Erano persone più abituate di noi a perdere i congiunti, anche molto giovani e che trovarono nella fotografia post mortem un modo per conservare la memoria dei loro cari. Noi, al contrario, spesso tendiamo a voler anticipare le esequie, chiudere in fretta e in maniera standardizzata un capitolo doloroso della nostra vita. Una volta sepolti, lontano dagli occhi, sentiamo di aver fatto quanto dovuto e andiamo avanti con le nostre vite, continuando a celare e nascondere la morte con la quale non sappiamo più rapportarci.

Foto dal Web 
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Foto dal Web Non mi vengono in mente molti altri doni della natura così odiati e bistrattati come l’ortica! Chi di noi non ha mai sfiorato per sbaglio una di queste piante che crescono spontanee e infestanti in ogni luogo incolto? Chi di noi non ha mai tirato giù un calendario di moccoli nella mezz’ora successiva? Non a caso, qualsiasi irritazione e rossore della pelle viene della “orticaria”. Ebbene oggi parleremo dell’ortica da un altro punto di vista, quello farmacologico e culinario.
L’Ortica era nota nell’antichità anche come pianta tessile, ma quello che più ci interessa è il suo uso “esterno” per produrre più o meno estese irritazioni cutanee. Ricordo mia nonna, che usava fare delle fustigazioni sulla schiena per risolvere i dolori osteoarticolari, ma in letteratura è riportato anche l’uso al fine di “eccitare” il moribondo e richiamarlo da stati di adinamia, letargia, coma e paralisi, ma anche per aiutare in gravi malattie infettive come tifo e colera.

Foto dal Web Usi farmacologici:
Studiando la pianta, alla fine del 1600 se ne scoprirono azioni emostatiche e venne quindi usata nelle emorragie dal naso (epistassi), nelle emottisi (vomito con sangue) e nelle emorragie uterine. Più tardi si indicò l’azione emostatica come una banale attività astringente, ottima anche contro la diarrea di varia natura, compresa quella dei tubercolotici in forma di decotto, infuso o tintura, anche per contrastare gli effetti da abuso di tabacco.
L’azione ematopoietica, ovvero per stimolare la produzione di globuli rossi è stata evidenziata tanto nell’ortica, che negli spinaci ed è imputabile all’alto contenuto in ferro che aumenta il tasso emoglobinico il numero degli eritrociti conseguente alla somministrazione dei preparati ottenuti dalle due droghe, era comparabile con quello che di solito consegue alla somministrazione di preparati di ferro. Alcuni esperimenti poi hanno mostrato effetti simili, anche se blandi, alle digitale sulla contrazione del cuore.
L’azione diuretica riguarda soprattutto i cloruri nell’urea, quindi un’azione depurativa che fa calare anche acido urico (responsabile della gotta) e colesterolo. In soggetti artritici e con reumatismo muscolare e articolare, renella e nefrolitiasi sono stati particolarmente utili infusi, decotti e tinture di Ortica.

Foto dal Web L’azione galattagoga fu studiata su donne con scarse montate lattee dopo il parto portata lattea. Ma per questa come per l’aumento delle secrezioni pancreatiche non si furono studi approfonditi.
Azione ipoglicemizzante: un estratto acquoso di Ortica ha effetto sull’iperglicemia adrenalinica e alimentare, ma in misura sicuramente ridotta rispetto a quello che servirebbe coi diabetici.
Nonostante tutti gli studi nel corso dei secoli, l’ortica è attualmente poco usata e si potrebbe anzi dire che l’impiego dei suoi preparati è oggi limitato al solo uso esterno per applicazioni sul cuoio capelluto, come antiseborroici, antiforfora e leggeri revulsivi, e pertanto essi entrano nella composizione di numerose lozioni contro la caduta dei capelli.
La ricetta di Zel

Foto dal Web L’ortica si presta a diversi usi, come ad esempio in sostituzione della salvia nella classica e semplice preparazione per condire “burro e salvia”. La polvere ottenuta dalle foglie essiccate e sminuzzate può essere mescolata alla farina per creare pasta fresca aromatizzata e le piante cotte e trinciate possono essere usate insieme alla ricotta come ripieno di ravioli. La pianta ha un gusto delicato ma particolare, che va esaltato e mai coperto con spezie o preparazioni troppo saporite.
Il risotto che vediamo oggi si prepara come ogni altro risotto della tradizione, con un soffritto di cipolla da far appassire senza bruciare o caramellare e poi una tostatura di riso (carnaroli o arborio) che viene sfumata da vino bianco secco. La cottura procede con brodo vegetale in cui vengono da subito messi due o tre cucchiaini di ortica in polvere ed eventualmente anche le foglie tritate. Il caratteristico pizzicore urticante viene perso con la cottura, non preoccupatevi!
A fine cottura si procede a mantecare con burro e parmigiano e si serve con l’amido ancora umido, mai secco. Un buon effetto si ottiene aggiungendo una crema di parmigiano semi liquida in parziale sostituzione del formaggio in mantecatura.

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Foto dal Web E’ proprio il caso di dire che ho conosciuto la mandragora e sono ancora qui a raccontarlo. Poco più di un mese fa (ottobre 2022), ho cucinato degli spinaci presi freschi in un discount, ma per fortuna, avendo sentito un fastidioso gusto amaro, non ne ho ingeriti che un pugnetto bollito. In meno di dieci minuti ho iniziato ad avere coliche, conati, tremori e vertigini che sono andati diminuendo solo il giorno dopo, ma che mi hanno lasciato strascichi per tutto il mese successivo. Per altri tre giorni non ho immaginato la causa, che imputavo a una congestione o un virus intestinale, poi ho letto articoli su intossicazioni anche di altre persone in diverse parti di Italia e ho capito come mai stessi così male.
Certo conoscevo la mandragora (o mandragola) dall’adolescenza, dai primi studi esoterici in cui questa pianta, ma soprattutto la sua radice antropomorfa mi avevano affascinato per l’impatto sociale avuto sulla medicina e la stregoneria. Inizialmente pensavo che gli antichi miniaturisti fossero esagerati nel rappresentare le fattezze umane, quasi piccoli golem, nelle radici, ma confrontandole con la realtà, sono rimasta basita.

Foto dal Web La Mandragora in effetti contiene alcaloidi simili all’atropina, dunque gli effetti sono simili. Vediamoli insieme: se assunta in grande quantità, la mandragora provoca allucinazioni, vomito e problematiche gastrointestinali, tachicardia, pressione alta, convulsioni e, in casi estremi, anche la morte. Un tempo era usata, sotto stretto controllo, come analgesico, allucinogeno, sedativo e afrodisiaco. La radice di mandragora rappresenta la droga di questa pianta e un tempo era utilizzata per l’azione narcotica e contro il dolore. Il rizoma della mandragora contiene diversi alcaloidi propanici tra cui l’atropina, comuni ad altre Solanaceae come la Belladonna e caratterizzati un’elevata tossicità. Un tempo, infatti, gli estratti ottenuti dalla mandragora come la tintura madre di mandragora o l’olio di mandragora erano impiegati nel trattamento del dolore, oltre che per favorire il sonno e migliorare le prestazioni sessuali.

Foto dal Web, Mandragora Come potete vedere, l’errore è facile, la piantina della mandragora, che io non conoscevo, essendomi cimentata sempre sullo studio delle radici, ha un aspetto simile non solo agli spinaci, ma anche (in misura minore) con le bietole e la borraggine.

Foto dal Web, Spinaci Quello che mi ha “fregato” a maggior ragione, è che è proprio la fioritura autunnale quella maggiormente carica di alcaloidi. Il consiglio che mi sento di dare a tutti, è di fare attenzione a sapori strani, aspetto non proprio caratteristico di un vegetale e, soprattutto alla raccolta spontanea di fiori, piante e funghi.

Foto dal Web, Borraggine Per riconoscere la pianta di mandragora occorre tenere presente che, rispetto ad esempio alla borraggine, questa specie forma rosette basali di foglie prive di peli e i fiori non sono portati da fusti ma si sviluppano da terra.

Foto dal Web, Bietola Anche la Bietola si può riconoscere per i fusti più lunghi e che tendono verso l’alto. Rispetto ad altre specie che fioriscono in primavera o in estate, la mandragora fiorisce in autunno con fiori campanulati e successivamente forma bacche gialle non commestibili. Ciò che risulta inconfondibile della mandragora è chiaramente il rizoma.

Foto dal Web Nel Medioevo si credeva che la pianta nascesse da gocce di sperma o urina di un condannato a morte per impiccagione. E’ noto infatti che, con questa pratica, che causa una agonia da pochi istanti a qualche minuto, il condannato perda urina e fluidi biologici mentre si contrae e soffoca. Si credeva inoltre che, estirpando la pianta, questa avrebbe emesso un urlo agghiacciante, proveniente dallo spirito maligno dell’impiccato, in grado di far impazzire il raccoglitore. Non ho mai sperimentato di persona il rumore in questione, ma c’era a tal proposito un rituale preciso da compiere per raccogliere la pianta.
Per prima cosa occorreva disegnare tre cerchi attorno alla pianta, utilizzando una spada di ferro o un ramo di salice. La terra veniva poi inumidita da urina di donna e la raccolta poteva essere effettuata da una vergine o da un cane nero, il venerdì al crepuscolo, legando la pianta alla coda o al collo dell’animale e sacrificandolo alla follia e alla morte al posto del raccoglitore.

Foto dal Web Altro accorgimento, che ben riassume il rispetto e il timore per una pianta riconosciuta mortale e dalla forma così inusuale: la radice doveva essere raccolta entro il settimo anno di età, per evitare che dal rizoma della pianta nascesse un embrione umano.
Ma le superstizioni non finiscono qui! Dopo la raccolta, la radice di mandragora andava purificata lavandola nel vino rosso e avvolgendola in una stola di seta bianca e rossa e doveva poi essere nutrita con sperma e sangue per aumentarne le proprietà afrodisiache.

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Foto dal Web Quando si deve scegliere che libro comprare, e ci troviamo davanti a un titolo e autore sconosciuti, si possono riconoscere almeno tre tipi di persone: quelle che guardano il titolo e la copertina, quelle che leggono la quarta e quelle che aprono e leggono l’incipit. Io appartengo a un ipotetico quarto tipo: faccio tutto questo e poi leggo una pagina a caso a metà. Perché lo faccio? Scopriamolo insieme analizzando cosa sia l’incipit e come scriverne uno di grande impatto.
Nel mezzo del cammin di nostra vita…
Quel ramo del lago di Como…
Queste sono le aperture di due capolavori immortali, avanguardia di un incipit che tutti a scuola studiamo e che restano per osmosi nella cultura comune. L’incipit è quella parte del testo che apre il romanzo o il racconto e che catapulta il lettore nell’opera stessa. Il suo fine è quello di tenerci incollati alle pagine e farci andare avanti fino alla fine, coinvolti ed emozionati dalla successione degli eventi.

Foto dal Web Tra le grandi domande dell’uomo, come quella se siamo soli nell’universo, o dove andremo dopo la morte, esiste anche quella su come si può fare un incipit di successo. In un precedente articolo abbiamo visto come affrontare le descrizioni degli ambienti, mentre in un altro abbiamo conosciuto la curva della trama per decidere lo sviluppo del romanzo. In tutto questo studio, se la quarta di copertina è il biglietto da visita, l’incipit è come un antipasto.
Innanzitutto dobbiamo decidere come iniziare il romanzo, se con una lenta progressione o già nel mezzo dell’azione, se prediligere una prima panoramica descrittiva sul luogo o il protagonista o optare per una azione concitata e destabilizzante o, infine, se partire con un dialogo o un monologo. Una volta scelto il primo approccio, che può essere anche cambiato in corso d’opera, chiaramente, andiamo a stendere quelle prime due pagine che devono assolutamente catturare il lettore.

Foto dal Web Cosa deve contenere un buon incipit? Sicuramente una buona collocazione di genere, il che prevede sia l’ambientazione spazio-temporale che la caratterizzazione dei personaggi. Se sto scrivendo un horror, non inizio con una corsa di bionde maggiorate in costume sulla spiaggia, a meno che subito dopo inciampino in uno zombie che le mangia! Allo stesso modo dall’atmosfera di un giallo non mi aspetto monologhi sentimentali di un romance. A seconda del genere che stiamo scrivendo, quindi, ci occorre mostrare un’idea di quello che verrà trovato in tutto il libro.
Altro contenuto importante è l’idea della trama, senza tuttavia cadere nell’errore di spararsi presto le cartucce. In passato gli incipit erano quelle “presentazioni” che il “coro” faceva dell’intera trama, finale compreso, prima di iniziare la recitazione. Una sorta di captatio benevolentiae del pubblico. Ne è un esempio molto famoso il coro del Romeo e Giulietta di Shakespeare.
L’azione si svolge nella bella Verona,
dove fra due famiglie di uguale nobiltà,
per antico odio nasce una nuova discordia
che sporca di sangue le mani dei cittadini.
Da questi nemici discendono i due amanti,
che, nati sotto contraria stella,
dopo pietose vicende, con la loro
morte, annientarono l’odio di parte.
Le tremende lotte del loro amore,
già segnato dalla morte, l’ira spietata dei genitori,
che ha fine soltanto con la morte dei figli,
ecco quello che la nostra scena vi offrirà in due ore.
Se ascolterete con pazienza, la nostra fatica
cercherà di compensare qualche mancanza.

foto dal Web Nell’editoria moderna chiaramente questo spoiler non è più apprezzato, anzi, si premia quell’autore che riesce a interessare il lettore offrendo tutti gli elementi, ma senza rilevare i colpi di scena. E’ un lavoro difficile, lo so benissimo, ma un buon incipit garantisce l’acquisto del libro ed è già un gran passo avanti. Non a caso Amazon prevede la possibilità di leggere gratuitamente le prime 8-10 pagine di ogni libro che vende.
Un altro errore da non commettere nella stesura di un incipit è quello di concentrarsi solo su di esso, creando un meraviglioso stralcio di letteratura, per poi perdersi nel resto del romanzo in una serie di banalità e luoghi comuni scontati. Qualsiasi sia il nostro genere, dobbiamo metterci in animo di rendere TUTTO il lavoro di alto livello, sia per trama che per espressione. E’ questo il motivo per cui io leggo anche una pagina a caso a metà libro. Mi è capitato di leggere incipit fantastici in testi che poi scivolavano inesorabilmente nel pantano della noia.
Quindi mi raccomando autori e lettori, scegliete con cura il vostro incipit e ricordate che il libro verrà comprato solo se avrete conquistato il lettore con le prime parole, ma che i romanzi successivi li venderete solo se fino alla fine sarete rimasti interessanti!

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Foto archivio personale Venezia, città delle calli, delle gondole, dell’acqua del mare che cresce fino a sommergere le vie, di Piazza San Marco e dei romantici baci sul Ponte di Rialto. La città sospesa tra cielo e mare che con entrambi, tra il Vento di Bora e l’acqua alta ha stretto un accordo di reciproco rispetto. Un questa piccola antologia troviamo tanti punti di vista diversi, tanti stili e tanti generi nati dalle penne degli utenti del gruppo facebook “I parolanti”, coordinati da Laura Massera.
Ma Venezia è anche altro, è una laguna vasta e variegata, fatta di isole, solitudini e silenzi ed è proprio questo paesaggio meno conosciuto, meno visitato dai turisti che viene messo in gioco nella raccolta di racconti. Il libro contiene molte foto in bianco e nero che ritraggono la laguna, i suoi moli di legno, le imbarcazioni che ne solcano le correnti e soprattutto l’acqua, filo conduttore di ogni storia.
Parliamo proprio di questo ora, le storie che compongono il libro. Si tratta di dodici racconti, in cui il nome dell’autore è a volte reale, a volte uno pseudonimo, accomunati dalla laguna, dall’acqua e dalle storie di Venezia. I racconti sono preceduti da un glossario molto utile, ricco di termini usati negli scritti. Ogni luogo ha i suoi dialettismi o i suoi modi di indicare il mondo e le opere umane e il mondo del mare poi, ha un suo vocabolario che i profani spesso non conoscono. Senza il glossario iniziale, sarebbe stato difficile per un “non lagunare” capire i riferimenti dei racconti.
Veniamo al sodo del lavoro. Sicuramente tutta l’antologia avrebbe necessitato una correzione di bozza più attenta: refusi e punti poco comprensibili turbano la lettura. Non tutte le storie, poi, sono ben scritte, purtroppo. La parte iniziale del libro ci offre alcuni testi di riflessione intima o esperienze di vita in laguna che appaiono noiose, che non aggiungono nulla al bagaglio emotivo e culturale del lettore. A questo aggiungerei che nemmeno lo stile di scrittura riesce a salvare il brano, restituendo almeno una perla poetica a una vicenda inutile.
Di pregio in questa parte abbiamo Io e l’acqua e Notturno tra amici.
Tenendo duro e arrivando verso il fondo, troviamo alcune chicche di pregio. Limonium è una di queste che, oltre a essere ben scritta, è anche molto interessante. Altra levata di cappello per Il sepolcro dell’Ingordigia, di William Babila, persona che conosco personalmente e che ha trattato molto bene una indagine poliziesca sull’isola di Poveglia, molto famosa per i suoi spettri, tanto da aver attratto anche il gruppo di cacciatori di fantasmi di Zak Begans. Questo scritto, come anche Limonium, meriterebbe di vederci sedere a parlarne per tirar fuori un romanzo breve, dando maggiore spazio a una trama che si intuisce avere molto potenziale. Termino con Sotto, un breve componimento di riflessione ecologica dal punto di vista di un pesce, molto delicato e appagante, scritto bene.
COME LEGGERLO:
Luogo: su un molo, in fronte alla laguna
Tempo: autunno
Sapori: spritz
Profumi: acqua salmastra
Musica: Rondò Veneziano, tutta la produzione. Qui La serenissima.

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foto dal web Comfort zone è un concetto molto in voga in questi anni, specie dall’epoca del Lock Down, quando molte persone hanno familiarizzato con il disagio nell’uscire di casa o vedere altre persone. La pandemia ha grattato una pelle sottile di abitudine per mettere a nudo e far sanguinare delle croste mai guarite di misantropia e paura dell’ignoto. La casa per alcuni è stata una prigione, per altri una zona sicura in cui sentirsi protetti dall’epidemia. Il concetto di “zona sicura” spazia quindi dalla psicologia, al mondo del lavoro, quando incontriamo dirigenti arroccati su vecchie posizioni che “hanno sempre funzionato”: si passa poi alla scuola, dove spesso si sente l’adagio “si è sempre fatto così”, o a certe eminenze grigie della medicina, che non mollerebbero i vecchi metodi neanche sotto tortura. Giungiamo infine all’editoria: nel nostro caso, la comfort zone rappresenta quell’ambito letterario in cui siamo più a nostro agio nello scrivere e nel leggere. Nel mio caso, per esempio, è il fantastorico.
Ma attenzione! Non dobbiamo considerare ogni nostro momento di tranquillità e benessere come una C.Z! Un conto è tornare a casa, sostituire le scarpe col tacco con le pantofole morbide e rilassarsi, o scegliere di scrivere o leggere solo in un ambito letterario per contratti, scelte editoriali o necessità lavorative ed essere in armonia con la scelta, un conto è guardare al resto con un misto di timore e invidia, un “vorrei, ma…” che ci tiene ancorati alla C.Z. Vorrei uscire, ma… Vorrei scrivere horror, ma…

Foto dal Web Vediamo dunque cos’è la vera C.Z. La visione primaria che si impone alla mente è quella di una stretta zona gialla attorno a noi, circondati da ogni lato dall’ignoto e da quel terribile anello rosso di pericolo. Perché la C.Z. è gialla e non verde? In fondo qui ci sentiamo a nostro agio! Snì… ovvero sì, ma… Ma non è del tutto vero che ci sentiamo a nostro agio nella C.Z. A volte la percepiamo come troppo stretta, angusta, limitante per la nostra fisicità o per i nostri sogni e le aspirazioni, eppure non troviamo la forza di superarla, di uscire dal primo cerchio per trovare quello che, sappiamo, è il nostro anello verde, ovvero la situazione in cui rendiamo al meglio delle nostre possibilità. Nell’editoria è l’impossibilità di leggere o scrivere altro dal nostro ambito preferito.
Giungiamo infine alla zona di “pericolo” ovvero quella situazione in cui ci sentiamo impreparati, professionalmente inadatti, minacciati. Questa foto però non mostra cosa c’è oltre la zona rossa. Perché sì, c’è dell’altro, l’importante è uscire dalla C.Z. e superare le paure, razionali o meno che siano.
I motivi per cui non riusciamo a uscire dalla C.Z. sono vari e non tutti relegabili alla “pigrizia” come ho sentito spesso giudicare, o alla mancanza di forza di volontà. Chi si occupa di ragazzi Hikikomori, ovvero coloro che si chiudono in spazi sempre più stretti – la casa e poi la sola stanza – per difendersi dal dolore che l’esposizione al pubblico causa alla loro psiche vilipesa, sa bene cosa intendo. La comfort zone è sia un rifugio, l’estrema difesa, che una prigione.

Foto dal Web Non posso né voglio indicare come uscire dalla gabbia o cosa impugnare come arma per tagliare le sbarre, ma voglio analizzare cosa c’è fuori dalla C.Z. per capire cosa può aspettarci. Chi sceglie di scrivere solo un determinato ambito letterario, lo fa spesso perché in quel campo “ha molto da dire”. Il maestro Stephen King dice infatti “scrivi ciò di cui sai” ed è un concetto assolutamente valido e condivisibile per poter produrre un buon lavoro. I nonni dicevano in milanese “Offellée, fa’ el to mestée”, ovvero “pasticcere, fai il tuo mestiere”.
Nota: Le offelle sono un tipico biscotto di Parona, diffuso tra Milano e la lomellina.
Questo indica come sia necessario per un professionista applicarsi nel proprio ambito, senza volersi improvvisare esperto anche in altri campi. La cosa vi dice nulla? Esatto! Oggi tutti esperti di vaccini, domani di meteorologia, dopodomani di politica internazionale! La cosa mi ha sempre fatto sorridere e dunque l’ho inserita in un lavoro “L’abito della Signora”, il mio romanzo storico appena uscito. Ecco lo stralcio, ambientato durante una giostra circense con cavalli ammaestrati e acrobati equestri, realmente avvenuta a Milano nel 1821:
“Caterina non era lì solo per lo spettacolo, ma aveva in animo di studiare i concittadini e le loro inclinazioni verso gli austriaci. Quelli attorno a lei non parlavano d’altro che di cavalli, improvvisandosi esperti di ferri, di monte e di razze, per poi passare a discutere di giocoleria e dichiararsi esperti anche delle attività circensi. Se uno iniziava un discorso sulla guerra, eccoli tutti pronti a farsi mentori di strategia militare, di armi e tecniche, mentre se si azzardavano a nominare l’agricoltura, sbocciavano agronomi come fossero margherite nei campi. Caterina continuò a camminare tra i milanesi, anche quando entrarono i tre cavalli dal pelo lucido e perfetto.“
Il fatto di non volersi “improvvisare esperti” non implica però che non ci si possa aprire a nuove esperienze e, un giorno forse davvero divenire esperti anche di altri ambiti.

Foto dal Web La C.Z. è a mio parere meglio rappresentata da questa immagine, in cui i cerchi non sono concentrici, ma si aprono all’avanzare della scelta. La prima sfera (dobbiamo immaginare queste zone come tridimensionali) è la COMFORT ZONE, giustamente grigia in quanto priva di spunti di colore, rappresenta il luogo fisico o mentale in cui ci sentiamo protetti, in cui abbiamo pieno controllo di ciò che accade. La seconda è la FEAR ZONE, la zona della paura, in cui perdiamo sicurezza e siamo soggetti alla critica e plasmati dall’opinione altrui: è la zona in cui è più facile “trovare scuse” per non approcciare il cambiamento. C’è poi la LEARNING ZONE, la zona dell’apprendimento, in cui ci confrontiamo con le sfide e i problemi e che ci permette di estendere il diametro della C.Z. a nuovi interessi. E’ qui che acquisiamo nuove capacità e nuovi talenti. C’è infine la GROWTH ZONE, la zona della crescita, in cui viviamo e realizziamo i sogni e gli obiettivi, accogliamo nuove proposte e ci poniamo nuove sfide, allargando sempre di più quello che consideriamo C.Z.
Tutto questo come si concretizza per un autore? Uscire dalla C.Z. significa misurarsi con generi letterari e modalità di scrittura che non ci sono propri: Thriller invece di Romance, Horror invece di Fantasy, o ancora narratore onniscente al posto di focalizzato, interno o esterno, narrazione in prima o terza persona eccetera.
Questo vale sia in scrittura che in editing, o in beta reading, o in lettura. Significa provare ad apprezzare altri punti di vista o, quantomeno, a porci nella disposizione d’animo di affrontarli. Da bambina, ad esempio, non avrei mai pensato che avrei potuto apprezzare gli Horror eppure, giunta all’adolescenza, sono diventata una divoratrice di libri di King e ho scritto anche racconti Horror. Avevo superato la C.Z. della narrativa classica per affrontare situazioni disturbanti. La C.Z. può infatti cambiare nel corso della vita e, ad esempio, tutta quella narrativa fortemente emozionale che tratta anche di argomenti difficili come la violenza sui bambini o la sofferenza degli animali, oggi mi è intollerabile e rientra in quella fear zone che cerco di evitare per proteggermi dal dolore e dal pianto.
Quindi la C.Z. cambia e deve cambiare nel corso della vita, è giusto così, fa parte della nostra evoluzione di esseri umani e di scrittori!

