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“Loro temono ciò che non conoscono e distruggono ciò che temono.”

Memorie dal Buio

  • Marco Fedele
    Foto copertina, su concessione dell’autore

    Cosa accade quando la morte giunge in un piccolo paese isolato, all’apparenza tranquillo? E’ quello che racconta Marco Fedele nel suo romanzo Il Bar, edito da Dark Zone edizioni.

    L’autore oggi risponderà ad alcune domande sui ricordi e le memorie e potremo conoscerlo meglio e capire anche tante sfaccettature del suo romanzo.

    Quanto è importante il ricordo e la memoria nella trama del tuo lavoro?

    La maggior parte del mio lavoro si basa su ricordi personali, sia riguardanti eventi, sia riguardanti persone che ho conosciuto.

    Quando scrivi, quanto attingi al tuo vissuto e alle esperienze passate?

    Io ho avuto la fortuna e la sfortuna di nascere e crescere in un periodo storico particolare. Ho vissuto l’Austerity, gli anni di piombo e gli anni del miracolo italiano da bambino e da adolescente. Li reputo argomenti di discussione ancora attuali e da non dimenticare, pertanto attingo soprattutto a queste esperienze per le mie storie.

    Racconta il momento catartico, il più importante che serbi nel ricordo del processo di scrittura del tuo lavoro.

    Nel descrivere il paese immaginario in cui si svolge il romanzo “Il Bar”, ho inserito eventi di cui sono stato testimone in gioventù.

    Dei tuoi personaggi, ce n’è uno che possa essere lo specchio del vissuto, della sapienza e delle memorie?

    Ce ne sono parecchi. Ciascuno mi ha lasciato di sé un ricordo che ho inserito nel testo a seconda delle situazioni a cui la trama mi conduceva.

    Condividi un ricordo particolare della tua vita che possa aiutarci a capire il tuo lavoro nella sua completezza.

    Io ho origini nel Friuli Venezia Giulia e ho passato molte estati a Trieste e Gorizia. Ho riproposto nel thriller “Il Bar” la qualità della vita di provincia e il carattere gioviale dei personaggi. 

    L’intervista si conclude qui, ma è innegabile che lasci una suggestione particolare a chi, come noi, ha vissuto i medesimi anni nella propria infanzia. Oggi si dice “sbloccare un ricordo”, ed è proprio quello che accade. Siamo impegnati ad andare avanti nella nostra vita, proiettati nel futuro e in quello che dovremo fare domani, e capita che dimentichiamo anche a lungo episodi cruciali della nostra infanzia e adolescenza.

    E tutto ciò rimane nel buio della memoria finché qualcosa non lo “sblocca”, permettendoci di gustare di nuovo il sapore di quel ricordo, a volte dolce, a volte amaro, ma sempre parte del nostro vissuto. Istanti che ci hanno modellato. Mattoni che possono costruire muri o scale, a seconda di cosa permettiamo loro di fare.

    Innegabilmente però, tutto ritorna a darci spunti, idee, suggestioni che possono entrare nei nostri romanzi ed esserne fulcro e ricchezza.

    Grazie a Marco Fedele anche per aver sbloccato i miei ricordi!

  • La Trama parte 2: stili narrativi
    Foto dal Web

    Cos’è un buon libro se non una combinazione tra una bella storia e la capacità dell’autore di narrarla? Se mancano uno o l’altro, il libro sarà sempre monco, zoppicante. Dedicherò il prossimo articolo a esercizi di scrittura e accortezze per lo stile, ma in questo occorre sviscerare l’altro caposaldo di una pubblicazione: la storia.

    In sartoria, le due principali parti di un tessuto sono l’ORDITO e la TRAMA. In latino, Ordire significa iniziare qualcosa e, infatti l’ordito sono i primi fili (verticali sui normali telai) che vengono fissati alla struttura, mentre Trama deriva da trans meare, ovvero passare oltre, attraverso, infatti la trama è quella struttura che si crea, in rapporto ai fili di ordito, quando la spoletta passa tra i fili e crea un intreccio.

    Si potrebbe pensare che la spoletta faccia semplicemente una riga passando sopra e sotto i fili di ordito, invece no, giocando sui pedali che spostano le varie righe di ordito, è possibile modulare il passaggio della trama e creare disegni sempre nuovi e diversi sul tessuto.

    Allo stesso modo nella stesura di un romanzo, l’ordito rappresenta i fili principali dell’idea primigenia:

    • ambientazione (luogo e tempo)
    • protagonista/i
    • antagonisti/i
    • fattore scatenante
    • capisaldi

    La trama è data invece da tutti quei passaggi di ingegno e fantasia che uniscono in vario modo i capisaldi, attraverso descrizioni, dialoghi, innovazioni ed espedienti.

    Una regola aurea che riguarda la lavorazione del romanzo, riguarda il concetto delle 5C che ho espresso nel precedente articolo. Il mio consiglio è di preparare un piano di lavoro, in modo da non uscire mai dal seminato, specie se stiamo scrivendo un giallo o un romanzo in cui l’intrigo e il gioco di sottintesi tra i personaggi la fanno da padrone.

    Ogni autore ha il suo stile e deciderà quale sarà il punto di vista (anche questo affrontato in un precedente articolo), ma ci sono alcuni errori che vale la pena segnalare.

    N.B. Alcuni Editor hanno ‘allergie’ a certe scelte stilistiche degli autori, per esempio nella grammatica non vogliono gerundi o participi, non vogliono puntini di sospensione o due punti e hanno anche leggere intolleranze sul punto e virgola. Nello stile poi non vogliono flash back o troppi cambi di punti di vista. ebbene io non ho in mente sindacare sullo stile di nessuno, ma di mostrare in che modo alcuni ‘errori’ nella stesura del romanzo disturbino la lettura e perché.

    Foto dal Web

    Show don’t tell – (SdT) Show in inglese significa mostrare, tell significa raccontare. La dicitura si può tradurre con una parafrasi di questo tipo: “Se tu mi racconti, stai facendo una cronaca, se mi mostri quello che accade, è una storia.” E’ un concetto che entra di prepotenza nella narrativa moderna in contrapposizione con gli autori classici, che usavano il solo metodo del narratore onnisciente, ovvero un osservatore divino che dall’alto presentava e giudicava i fatti e le azioni dei personaggi. Iniziamo col dire che lo Show don’t tell non è una regola assoluta. Esistono alcune situazioni, in cui una discreta presenza dell’autore che racconti una storia, rende più facilmente scorrevole un paragrafo, senza dove per forza affidare quella parte necessaria di storytelling ai personaggi attraverso escamotages come i flash back o gli spiegoni.

    Per capire bene la differenza tra i due tipi di narrativa, classica e moderna, possiamo considerare l’effetto che tali narrative hanno su di noi lettori. Indubbiamente quella moderna ci appare più incalzante, rapida, coinvolgente dal punto di vista emotivo e completamente immersiva. Il romanzo d’avventura di successo di oggi non è tale se rallenta nel ritmo o è troppo descrittivo. Un mostro sacro come Tolkien probabilmente oggi, se fosse esordiente, non verrebbe notato dalle case editrici, che cercano prodotti commerciali e commerciabili con facilità, ovvero che raggiungano il gradimento in più fasce di pubblico possibile o che abbiano già un numero adeguato di followers.

    Quando leggiamo un testo datato, al di là della diversità della lingua italiana, ci accorgiamo di alcuni passaggi che non esistiamo a definire ampollosi, retorici, finanche barbosi a causa dei lunghi periodi pieni di subordinate e della costante presenza del narratore onnisciente che ci racconta le cose, prendendoci per mano e facendoci volare al suo fianco, ben sopra i personaggi. Questa situazione ci porta a un distanziamento emotivo nei confronti dei fatti e dei personaggi che rimangono dietro la facciata patinata di un racconto che viene ad assomigliare a un saggio sull’argomento, più che a un romanzo.

    Scegliere di seguire lo SdT o meno dipende dal nostro target. E’ chiaro che se sto cercando di sfondare nella narrativa per il grande pubblico, devo sposarlo e farmici pure ingravidare, ma se sto scrivendo un racconto per bambini, lasciare le moderne tecniche in un cassetto non è affatto male. Allo stesso tempo, in quei romanzi tinti a pennellate d’ocra o di pastello non dà fastidio che il lettore galleggi sopra i personaggi e non si immedesimi in uno di essi in particolare, ma li “adotti tutti” e ne spii la vita da estraneo.

    Il mondo degli autori si divide in sostenitori dello SdT o suoi denigratori. Se provate a leggere articoli di sostenitori dello SdT, probabilmente vi faranno pessimi esempi di una narrativa classica e bellissimi esempi della loro teoria.

    • Narrativa classica: Etienne vide Cécile e la baciò.
    • SdT: Etienne vide Cécile e si avvicinò alle sue labbra, percependone il calore del respiro ecc…

    Nel primo caso sto raccontando una storia, nel secondo sto facendola vivere mostrando le azioni. Ebbene ora vi mostro una terza possibilità.

    • Vide Cécile e la baciò, poiché tutto lo spingeva verso di lei, le sue labbra, il refolo caldo del suo respiro.

    Questo terzo caso dovrebbe rientrare nella narrativa classica perché io, autore, interpreto il pensiero di Etienne e sto al di sopra di loro. Eppure non è allo stesso modo emozionante?

    Dichiarazione di intenti – altro punto di rottura tra i due mondi, classico e moderno, la dichiarazione di intenti è quel modo di scrivere una frase in cui è già chiaro cosa sia successo. Esempio: Lo colpì e lo uccise.

    Nel fatto che esprimo già il destino della persona colpita, vado a perdere la suspance di sapere se il mio colpo ha fatto danni e di che entità.

    Se scrivessi: Gli sparò in volto, secondo i sostenitori dello SdT non sto raccontando, ma mostrando. Ebbene la differenza è molto sottile e un buono storytelling può prescindere dallo SdT pur senza togliere pathos alla scena, basterebbe condire quel “e lo uccise” con qualcosa di più.

    Flash back – letteralmente è una immagine di un evento passato che io vedo “guardandomi indietro”. Nella narrativa è quel paragrafo o capitolo che si inserisce nella cronologia della narrazione recuperando un fatto passato che, in quel momento, deve giungere a spiegare una situazione o prevenirne una del prossimo futuro. Il flash back può essere utile per vari motivi: spezzare un eccesso di tensione, offrire una visione antecedente ai fatti, contestualizzare un comportamento o un evento.

    Per gli stessi motivi, però, può anche essere la classica zappa sui piedi, per non dire la classica martellata sulle gonadi: se sono in un momento di grande suspance crescente e tutte le mie emozioni stanno trillando come il centralino del 119, se un autore mi piazza lì il flask back io mi incazzo, è come quando scatta la pubblicità nel bel mezzo della scena madre di un film.

    -piccolo inciso- Personalmente ritengo che questa scelta delle tv private di rompere il ritmo di un film, pensato dal regista per avere un primo tempo e un secondo ben divisi, in punti assurdi, abbia contribuito ad anestetizzare le emozioni degli spettatori. Anche le serie tv, per assurdo, hanno dei momenti di pausa studiati per fermarsi in determinati punti con dei cambi di scena equilibrati. Invece sempre più spesso si vede come l’acquisto dello “spazio pubblicitario” venga assoggettato all’orario preciso suggerito dagli analisti di mercato. Se è più produttivo che gli assorbenti o le creme per le emorroidi vengano viste alle 23.55, la tv privata vi romperò a metà la scena della carica dei Rohirrim pur di mettervi davanti le sputazze insanguinate delle stomatiti. E cosa fa la nostra tensione? Cosa fanno le emozioni? Si ammosciano e noi restiamo a vegetare con l’attenzione a mille, davanti a quello spot che avrà ottenuto il suo fine: farsi vedere e ricordare.

    Allo stesso modo la visione di un fatto antecedente se è “una tantum” va bene, ma se diventa la costante del romanzo, o viene strutturata con estrema attenzione, legando le parti con delle solide motivazioni, o si rischia che il lettore si perda via tra passato e presente.

    In Memorie dal Buio, Amanuet (di cui potete leggere un estratto qui), ci sono molti flash back, perché la narrazione salta dal tempo attuale ai fatti del 1943, ma seguono un filo logico e sono funzionali allo sviluppo del mistero, perché offrono nuove tessere del puzzle e progrediscono come due storie parallele intervallate.

    Spiegone – a meno che stiamo scrivendo un saggio, lo spiegone nel 90% delle volte risulterà barboso e tracotante, in quanto vedremo emergere il narratore onnisciente che specifica e spiega ogni dettaglio. Esiste tuttavia un modo per “salvare” anche questo espediente, che praticamente tutti gli editor moderni cancelleranno col lapis rosso correndo a farsi un paio di puff di cortisone per riuscire a respirare di nuovo. Se lo spiegone non è eccessivamente lungo e si intercala come riflessione intima del personaggio alla ribalta in quel momento, potremmo riuscire a inserire tutti quei dati che non ha senso far dire in dialogo, senza cadere nel tranello del “professorone”.

  • La Trama parte 1: la costruzione
    Foto Pinterest, mappa di Westeros

    Trovare una buona trama è la croce e la delizia degli scrittori. C’è chi si destreggia attraverso Archetipi e chi trova l’idea nuova e innovativa (di sicuro gli archetipi dentro ce li troveremo lo stesso, basta cercare con attenzione), ma è indubbio che, quando decidiamo di acquistare e leggere un libro, lo facciamo perché la trama ci intriga.

    In un precedente articolo abbiamo visto i vari tipi di romanzo ed è chiaro che il nostro pubblico ci seguirà perché ama quel genere e non altri, quindi badate bene di indicare eventuali commistioni di genere in qualche modo nella quarta di copertina o nelle presentazioni, per evitare che la delusione di un lettore si tramuti in una pessima recensione.

    A volte mi sento chiedere: “Ma dove prendi queste idee?”
    In vero non ho una risposta univoca. Semplicemente vivendo, osservando e approfondendo ciò che incontro, a volte faccio collegamenti che iniziano sempre con un pensiero: “E se accadesse questo a questa persona?”

    Foto Pinterest, Mimic

    Diamo per buono che l’idea sia arrivata e stia germinando tra le sinapsi della nostra mente. Come la trasformiamo in un romanzo completo e, si spera, di successo?

    • Stabilire i cinque livelli, esattamente come fosse una malattia: ESORDIO (Punto zero, stabilisce i rapporti tra personaggi e fatti), COMPLICANZA (argomento che determina una rottura dell’omeostasi dei personaggi), CRISI (punto di massima destabilizzazione), RISOLUZIONE (avvio verso una conclusione, positiva o meno), POSTUMI (cosa è accaduto dopo, cosa è rimasto). In linea di massima l’esordio è il prologo, l’incipit del romanzo, mentre i postumi sono l’epilogo e l’eventuale sospensione del destino della storia (sembra tutto finito, ma un dettaglio ci fa pensare che non lo sia) o il legame con altri libri futuri. E’ il cosiddetto “Arco Narrativo”.
    Foto dal Web
    • ATTENZIONE, si potrebbe anche portare l’azione direttamente “in media res“, ovvero senza un esordio, ma direttamente in una fase di CRISI, riservando il recupero di esordio e complicanza ai flash back o agli “spiegoni” dei personaggi coinvolti. Per maggiori dettagli sugli spiegoni e lo Show don’t tell, l’appuntamento è in un futuro articolo sugli errori e i punti di forza di una trama.
    • Indicare quali fatti o personaggi determineranno il passaggio dall’uno all’altro livello e quali verranno persi in queste fasi (morti o uscire di scena).
    • Definire la durata dei vari livelli e l’eventuale assenza di uno di essi, ma ATTENZIONE, se togliamo i postumi possiamo anche non perdere nulla di capitale, ma una complicanza, una crisi o una risoluzione (qualsiasi essa sia), potrebbe rendere il romanzo piatto e non interessante.
    • Radunare tutte le notizie che servono per la stesura della trama (foto, notizie storiche o geografiche, note scientifiche di realismo eccetera).
    • Preparare una SINOSSI in cui si analizza, capitolo per capitolo cosa si vuole mostrare, dove si vuole arrivare e perché deve accadere quello che stiamo per scrivere. E’ importante infatti da un lato bilanciare i capitoli, per non averne alcuni pieni d’azione e altri solo di noia, dall’altro aver ben chiaro motivazioni e mosse, in modo da mantenere il più sacro dei pilastri di una buona storia: la COERENZA.
    • Avere bel chiara la FINE del romanzo, in modo che, nonostante le divagazioni che magari usciranno in corso d’opera, il tutto mantenga una sua solidità procedurale e non traballi sulle fondamenta, dando l’impressione di un romanzo raffazzonato e poco credibile.
    Foto Pinterest

    In conclusione, per una buona stesura del testo, vi ricordo la mia sacrosante regola delle CINQUE C secondo cui un testo deve essere:

    CORRETTO: tutto ciò che scrivo deve essere giusto, sia in rapporto alla realtà sia, in caso di qualcosa di fantastico o fantascientifico, aderente all’ambientazione che ho già presentato.

    COERENTE: sempre aderente a una certa rotta: eventuali cambi di rotta negli eventi o nel comportamento dei personaggi deve essere giustificato e giustificabile dall’evoluzione della trama.

    COMPLETO: devo poter trovare TUTTO quello che mi occorre per capire cosa sta succedendo e come è inquadrata l’azione.

    CHIARO: deve essere scritto in maniera comprensibile sia come grammatica, che come costruzione dei periodi. Frasi semplici e con poche subordinate sono sempre da preferire.

    CONCISO: preferire concetti e fatti stringati e veloci a lunghi voli pindarici che spezzino l’azione e il flusso di comprensione del lettore. Se posso dire una stessa cosa in 20 righe o in 10, allora probabilmente sarà meglio usare le 10.

    Foto dal Web
  • Destabilizzare il protagonista
    Foto Pinterest

    Il protagonista o il gruppo di protagonisti è indiscutibilmente il punto di riferimento di un buon romanzo. Attraverso le loro vicende possiamo far appassionare il pubblico alla storia e quindi la loro definizione e il ruolo dentro la trama sono un punto caldo, a volte dolente, che dobbiamo curare in maniera particolare.

    In un articolo precedente abbiamo imparato come caratterizzare un personaggio in modo da farlo emergere a tutto tondo e poi riuscire a interpretarlo. Ora impariamo a metterlo nei guai.

    Foto Pinterest

    Un personaggio deve avere un motivo per muoversi e imbarcarsi nella trama che, per comodità, da qui in avanti chiameremo Quest, con un termine preso in prestito dal gioco di ruolo.

    Foto dal Web

    Vediamo una schematizzazione:

    • ATTIVO: il personaggio sceglie di partecipare alla Quest per un motivo etico o morale che non può non ascoltare:
    • senso del dovere/onore
    • privazione (di un oggetto, di una sicurezza o di un affetto)
    • interesse professionale o hobbistico
    • PASSIVO: il personaggio è costretto dagli eventi a partecipare alla Quest:
    • dislocazione spazio/temporale
    • mutamenti sociali (familiari e pubblici) o climatici
    • alterazione di fisiologia e/o anatomia
    Foto Sito Carica Vincente

    L’immagine che troviamo sopra, rappresenta la PIRAMIDE DI MASLOW, dal nome dello psicologo che l’ha messa a punto nel secondo dopoguerra. Alla base vediamo il bisogno primario, ovvero la sopravvivenza, per poi salire di livello (per un totale di cinque), individuando priorità sempre più complesse e difficili da ottenere.

    Ogni persona può completare i piani della piramide con le proprie priorità, dunque il nostro protagonista va identificato anche secondo questa modalità, in modo da capire cosa togliergli, per far sì che si muova nella nostra Quest. C’è da puntualizzare che ogni bisogno ha diversi gradi di soddisfazione che possono variare nel corso della vita, così come ci sono diversi livelli di appagamento.

    Vediamo il dettaglio di alcune possibili divisioni: mancanza/crescita e primari/secondari eccetera:

    BISOGNI DA MANCANZA: Riguardano i primi tre livelli e sono dovuti alla deprivazione di qualcosa, che spinge quindi le persone ad agire per procurarsela e la motivazione per raggiungere questo scopo cresce quanto più è intensa o prolungata la privazione.

    BISOGNI DI CRESCITA: Riguardano gli ultimi due livelli e sono imputabili a una volontà di miglioramento (crescita) del personaggio fino a raggiungere, nel momento in cui tutti i bisogni siano stati appagati, il livello più alto, ovvero l’autorealizzazione.

    BISOGNI PRIMARI: Riguardano la sopravvivenza e sono riassunti nelle prime due sezioni in basso.

    BISONGI SECONDARI: Riguardano le altre tre parti e iniziano a venire perseguiti quando i primari siano stati soddisfatti almeno per la maggior parte.

    BISOGNI PSICOLOGICI: Riguardano specificamente il terzo e quarto livello.

    BISOGNI SOCIALI: Riguardano il terzo livello.

    foto Pinterest

    1. Fisiologia

    Riguarda tutto ciò che ci occorre per vivere: aria, acqua, cibo, sonno, sesso (inteso come necessità di riprodursi). Sono termini che rientrano in un concetto più ampio detto Omeostasi, ovvero il raggiungimento della stabilità, dell’equilibrio fisiologico. Questo può aiutare molto uno scrittore nella definizione dei comportamenti degli individui condotto all’estremo delle privazioni attraverso prigionia o carestia e spiega come mai le regole della civiltà vengano scardinate in caso la scala dei bisogni sia in crisi fin da questo primo gradino. Possiamo applicare questo gradino anche al comportamento animale.

    2. Sicurezza

    E comprende quella personale, ovvero un luogo sicuro in cui vivere, per poi spaziare in necessità più complesse, come quella finanziaria (lavoro – sia per presenza del lavoro che per soddisfazione nel lavoro- e disponibilità economica), salute e benessere, protezione della famiglia.

    3. Appartenenza

    Apre il mondo dei bisogni sociali che vediamo riassunti nell’elenco e che, se non soddisfatte, generano intoppi psicologici come solitudine, depressione e ansia.

    • Amicizia;
    • Relazioni amorose;
    • Famiglia;
    • Gruppi sociali;
    • Chiesa e organizzazioni religiose.

    4. Stima

    Indica la necessità di essere apprezzati e rispettati, di raggiungere una soddisfazione come autostima e senso di valore personale, anche in funzione di un impatto positivo sugli altri e la società ingenerale. In questa categoria infatti ci sono:

    • autostima;
    • autocontrollo;
    • realizzazione;
    • rispetto reciproco.

    5. Autorealizzazione

    Per citare proprio Maslow: “Quello che un uomo può essere, egli deve essere“. In pratica egli indica una definizione come completo uso e sfruttamento dei propri talenti, capacità e potenzialità, il che presuppone, specie se stiamo scrivendo di un personaggio in crescita, in evoluzione personale, che egli giunga alla completa comprensione di questo potenziale. condizione necessaria, ma non sufficiente a questo obiettivo, è che gli step inferiori della scala siano stati realizzati.

    Foto sito Carica Vincente

    Esiste poi una versione estesa della piramide, in cui vengono aggiunti Conoscenza e la ricerca dell’Estetica prima dell’autorealizzazione mentre, al di sopra di essa, viene introdotto il concetto di Trascendenza, come la scoperta e l’accettazione di bisogni puramente spirituali. Questo non riguarda solo la religione, ma anche un concetto più ampio di senso di appartenenza a un flusso temporale o naturale di cui ci riconosciamo parte.

    In conclusione, il nostro personaggio deve essere definito nei suoi bisogni, va collocato in un punto nella piramide e poi gli vanno erose le fondamenta sotto i piedi, in modo che la Quest e il suo stesso agire dentro la trama acquisiscano spessore e, soprattutto, coerenza.

    Foto dal Web
  • Il Déjà vu
    Foto dal Web

    La parola deriva dal francese e significa “già visto”. Dal punto di vista medico rientra nelle paramnesie, ovvero nelle alterazioni dei ricordi e consiste in una situazione in cui tutto ciò che si vede, fa riaffiorare la sensazione di averlo già visto con le medesime condizioni.

    Praticamente tutti, almeno una volta nella vita, hanno provato una sensazione analoga, in cui lo stimolo sensoriale ricevuto, richiama una sensazione di familiarità strana, soprannaturale e la certezza non solo di aver già vissuto quella scena, ma anche di poter prevedere cosa stia per accadere nell’immediato.

    Foto dal Web

    Siccome non è possibile riprodurre il fenomeno in laboratorio, sotto stretta sorveglianza medica, darne una spiegazione neurologica è impossibile, ma si presuppone che ci sia una sorta di corto circuito momentaneo tra le zone deputate alla memoria e quelle dell’attenzione, tra quelle della memoria a breve termine e quelle a lungo termine. Questo si traduce in una falsa sensazione di aver già vissuto una situazione identica e di poter prevedere il resto per un breve attimo.

    Per concludere la parte scientifica dell’argomento, riporto le quattro attuali teorie:

    1. Teoria neurologica: si tratta di un piccolo e veloce disturbo di tipo epilettico che altera le percezioni e le conduzioni nervose.
    2. Teoria del processamento duale: secondo cui una disattivazione della memoria impedisce di recuperare un ricordo per intero, lasciando solo la sensazione di familiarità di una situazione. Non riuscendo a contestualizzare la sensazione, la mia coscienza elabora un pensiero: so che l’ho già visto, ma non so dove o quando.
    3. Teoria attenzionale: il black out momentaneo avviene nella zona dell’attenzione, togliendoci la facoltà di collegare le informazioni e lasciando la sensazione di un ricordo privo di connotazioni.
    4. Teoria amnestica: a partire da un ricordo vero, per un intoppo nel recupero dell’intera sequenza, arriviamo a sovrapporre una parte del ricordo alla situazione istantanea, guadagnando così la certezza che quel ricordo fosse completo esattamente in quel modo.
    Foto dal Web

    Veniamo ora alla leggenda, che vuole il Déjà vu come espressione di poteri extrasensoriali di preveggenza, sia a mente lucida, che attraverso il sogno, il quale lascerebbe una contaminazione nella memoria, che il cervello riprende in momenti particolari, dietro stimoli particolari.

    Secondo altre teorie si tratterebbe invece di un ricordo ancestrale, appartenente al passato dell’anima, quando viveva in un altro corpo. La teoria si inserisce nelle credenze sulla reincarnazione, che affronto come punto saldo nella saga di Memorie dal Buio.

    Queste Memorie riguardano infatti sia la storia, che esploro per calarvi i personaggi, sia il passaggio dell’anima “prescelta” delle protagoniste da un corpo all’altro, attraverso i secoli, mille vite, mille nascite e mille morti.

    Benché non siano pochi coloro che usano l’espediente del ricordo “inciso” nel DNA, da medico cerco comunque di non forzare la fisiologia dimostrata, ma di inserirmi nei misteri irrisolti dandone una nuova chiave di lettura e, siccome nessun ricordo si trasforma in nuovi geni, con buona pace dei creatori di Assassin’s creed, personalmente preferisco la teoria della migrazione dell’anima.

    Questo grumo di energia priva di massa, dopo la morte lascia le spoglie e, dopo un tempo più o meno lungo a vagare in altri piani di esistenza, torna a reincarnarsi in un nuovo corpo.

    La nuova vita può scorrere ignara del retaggio che si porta dietro, oppure veder emergere suggestioni e piccoli flash di un passato che non gli appartiene.

    E, quando questo accade, inizia proprio così, con un déjà vu.

  • Il Gioco di Ruolo
    Foto dal Web

    Chi di noi non ha mai giocato a “facciamo che tu sei… e io sono…”? La fantasia dei bambini non si preoccupa di incasellare in definizioni il proprio divertimento, ma di fatto tutti noi abbiamo, almeno una volta nella vita, giocato a un gioco di ruolo. Perfino gli psicologi riconoscono l’importanza del gioco di ruolo per la psicoterapia, grazie alla delocalizzazione del punto di vista, che aiuta il paziente a esprimere il proprio disagio o i desideri, attribuendoli ad altri, al proprio personaggio.

    Giocare di ruolo significa infatti interpretare “ruolo”, un personaggio con una sua vita (un background e una psicologia) le cui caratteristiche, riunite nella “Scheda di gioco”, seguono le regole di ambientazione e le dinamiche definite per quel particolare manuale.

    Foto dal Web, Manuale di D&D

    Il capostipite di tutti i giochi di ruolo è Dungeons and Dragons (D&D), un’epopea fantasy che inizia con la semplicità spartana delle primizie, introducendo il famoso D20, ovvero un dado a 20 facce, sostenitore di un sistema di gioco rimasto invariato per decenni.

    La sessione di gioco classica per questi giochi che vengono definiti “cartacei” perché necessitano carta e penna, si svolge seduti al tavolo e necessita molto spesso (ma non sempre) un set di dadi poliedrici, matita e gomma e tanta fantasia. La composizione del nucleo di gioco prevede un Narratore (Master, Arbitro di Gioco) e dei Giocatori, ciascuno col proprio personaggio da interpretare.

    Dal precursore D&D, comunque affascinante, anche se pieno di difetti, sono scaturite tutte le altre ambientazioni e tutti i successivi regolamenti, di cui vediamo un esempio nella foto successiva, che appartiene a Martelli da Guerra, un sistema di gioco che personalmente adoro.

    Foto dal Web, scheda di gioco di Martelli da Guerra

    D&D ha comunque aperto la strada a tutte le altre tipologie di gioco di ruolo, come quelli dal vivo o quelli basati sui supporti multimediali, come i videogiochi e le piattaforme di gioco di ruolo on line, che vedremo più avanti nell’articolo.

    Il primo passo per giocare di ruolo è leggere il regolamento sul quale poi si andrà a creare il proprio personaggio, e la sua Scheda. Nella scheda di gioco vengono infatti riassunte le caratteristiche fisiche e psicologiche, le abilità e gli averi di questo personaggio, di cui il giocatore sceglie (o tira a sorte) ogni dettaglio e che, da quel momento in avanti, verrà da lui mosso nelle avventure narrate dal Master.

    Il Master, ovvero l’arbitro di gioco che dirime ogni conflitto ed esita ogni azione, è colui che, basandosi sul manuale del gioco scelto e la sua ambientazione, le sue regole e le peculiarità, ha il compito di creare un’avventura e descriverne lo svolgimento, accogliendo le iniziative dei suoi giocatori. Essi, infatti, possono comunicare il modo in cui intendono reagire agli spunti e agli stimoli narrati dal Master, descrivendo quello che i propri personaggi fanno.

    In base alle azioni che vogliamo fare, ci può venir chiesto di lanciare dei dadi per vedere se la fortuna è dalla nostra. Non tutti i Giochi di Ruolo usano però il sistema a dadi: i più recenti in particolare, hanno sviluppato sistemi narrativi “diceless” ovvero senza dadi, o addirittura senza un Master specifico, ma con una narrazione corale condivisa tra i partecipanti.

    Laddove siano presenti dei dadi, la decisione se l’azione sia o meno andata a buon fine dipende dai valori che si hanno nella scheda di gioco e dal loro confronto con il numero uscito nel lancio di dado. In base all’esito, il Master dice cosa succede e così la storia progredisce con nuovi stimoli e nuove reazioni.

    Lo scopo non è vincere, ma cercare di arrivare, vivi possibilmente, in fondo all’avventura per guadagnare oggetti e/o Punti Esperienza usabili per migliorare i valori numerici della propria scheda e le future performances.

    Foto Archivio Abyssus

    Costola del gioco cartaceo, è il Live o Gioco di Ruolo dal Vivo, di cui vediamo una foto qui sopra, relativa ad Abyssus Abyssum Invocat, il gruppo di gioco di Vampires: The Masquerade, che avevo messo in piedi anni fa con mio marito e altri soci. In questa modalità di gioco, che nasce da un manuale cartaceo, la scheda e le regole vengono riadattate per essere funzionali a una interpretazione dinamica. I giocatori non si limitano a sedere attorno a un tavolo, ma creano costumi dei propri personaggi, si travestono e si muovono in un ambiente predisposto, recitando attivamente quello che è a tutti gli effetti un “teatro di improvvisazione”. Regole e scheda sono quindi molto più semplici e il tiro di dado è sostituito da altre meccaniche di gioco, come la morra cinese o le dichiarazioni fisse di valori. E’ comunque la modalità di gioco più emozionante e coinvolgente di tutte.

    Foto archivio personale, Logo della land Midgar

    Altro figlio del gioco di ruolo cartaceo è il gioco On Line, che spazia dal videogame multiplayer al Play by… forum, chat, mail ecc… ovvero tutti quei sistemi atti a riuscire a riunire un gruppo di giocatori distanti che riescono comunque a divertirsi insieme.

    I “vecchi” del mestiere come me li hanno provati tutti, ma sicuramente il più moderno e innovativo gioco di ruolo on line per chi è appassionato di scrittura e narrazione è il Play by Chat. Esistono piattaforme di gioco in cui è possibile, una volta creato il proprio personaggio, scriverne le azioni e le parole, condividendo degli spazi (chat), con altri utenti in modo da creare meravigliosi romanzi condivisi, scritti a più mani.

    www.midgar.land

    Questo è il link della Land di cui vedete il logo nella foto precedente e in cui io sono coordinatore dei Master, ovvero del gruppo di persone dedite all’animazione e al divertimento degli utenti. Qui sotto, il video promozionale in apertura della Land, nel settembre del 2020.

    Giocare non è sinonimo di infantilità, non è un tentativo di sottrarsi alla vita vera, ma è piuttosto l’elegia della straordinaria capacità umana di divertirsi e di continuare a guardare il mondo con l’occhio incantato di bambini. E, anche se il corpo invecchia e la vita ci prende a calci, la nostra mente potrà trovare sempre un modo per essere felice e giocare, non invecchiando mai! Vi lascio con un altro dei video promozionali fatti da me, stavolta per il Live di Abyssus. La musica sottostante era Die Sonne dei Rammstein ma per qualche motivo Youtube l’ha tolta di recente.

  • The Witcher’s Saga – Andrzej Sapkowski
    Foto dal Web

    Ho letto l’intera saga in un’estate, ma il mio primo approccio con Geralt di Rivia è stato attraverso il videogioco La Caccia Selvaggia, ultimo capitolo di una serie fortunata che però non avevo mai giocato prima.

    Quello che colpisce di più dei romanzi di Sapkowski, è l’ambientazione, sostenuta da un’idea geniale, ovvero una congiunzione di piani fisici che, come una sorta di apocalisse, ha portato all’apertura di portali attraverso i quali si sono mischiate le razze e sono giunti i mostri.

    E, insieme ai mostri e alla magia, sono nati i Witcher, umani mutati al fine di divenire macchine da guerra create apposta per uccidere mostri.

    Il resto non è affatto una novità o una genialata: l’eroe tormentato, ghettizzato e isolato che però è pregno di onore e sentimenti positivi c’è, la storia d’amore travagliata c’è, la sfumatura paterna c’è, guerre e sangue ci sono, il tutto condito con qualche scena di sesso (poche per la verità e molto sottintese) e intrighi politici.

    I primi volumi hanno anche una loro linearità e una concatenazione degli eventi, ma ben presto il tutto evolve in una serie di episodi poco amalgamati tra loro che paiono solo come istantanee di vita del Witcher.

    Per qualcuno come me, che ha apprezzato il videogioco al punto di rifarlo più volte, i libri sono stati una mattonata sulla nuca. L’ambientazione non aveva il respiro che mi sarei aspettata e la penna, a tratti scorrevole e davvero pregna di emozioni, esaltante e coinvolgente, scivolava fin troppo spesso in parti di una noia così superficiale, che ha relegato gran parte dello scritto a una mediocrità mal digeribile.

    Ed è un peccato, perché è come aver scovato il diamante Koh-i-noor e averlo fatto sbozzare da un laser. Il prodotto non brilla come avrebbe potuto, al punto che è pure meglio l’adattamento Netflix (nulla togliendo a Henry Cavill che renderebbe sexy anche un termosifone).

    E’ una saga comunque da leggere, perché mostra come un archetipo abusato possa avere ancora qualcosa di geniale e interessante da offrire e come il Fantasy possa essere sdoganato da “genere minore” e di nicchia, per giungere nelle case di tutti. Ma se non vi soddisferà a pieno, non temete, non siete i soli!

    COME LEGGERLO:

    Luogo: In un bosco

    Tempo: inizio della primavera

    Sapori: carne alla griglia e vino rosso

    Profumi: sottobosco umido

    Musica: chiaramente la colonna sonora dl videogioco

  • Memorie dal Buio – Amanuet
    Foto copertina Kindle

    E’ in uscita il secondo romanzo della serie di Memorie dal Buio. E’ pensato come uno spin off, della serie principale, sebbene concorra ad aggiungere piccoli tasselli al grande mosaico, nuovi elementi per la ricostruzione e la comprensione dell’universo in cui i protagonisti si muovono.

    La trama si snoda tra il 1943 e i giorni nostri, quando un gruppo di subacquei trova un relitto dimenticato e, grazie alle pagine del diario del suo capitano, inizia a ricostruirne la storia e, soprattutto, l’ultima traversata che la porterà incontro al suo destino e al siluro del sottomarino HMS Safari che la consegnerà agli abissi.

    Il mistero è tutto contenuto nella stiva, in un misterioso carico per cui la società segreta nazista Ahnenerbe si è data una gran da fare a nascondere e depistare il viaggio. Gli Alleati tuttavia sanno che qualcosa di oscuro ha lasciato il Sinai, diretto a Berlino e si attivano per intercettare il mercantile.

    Gli ordini del sommergibile sono chiari:

    «Nave corsara Amanuet in partenza da Nabq. STOP. Intercettare e distruggere. STOP. Priorità uno. STOP.  Basso profilo. STOP. Possibile contaminazione di origine sconosciuta. STOP. Non lasciare superstiti. STOP.»

    Disponibile su Amazon come cartaceo in copertina flessibile, Kindle e Unlimited

  • Il genere letterario
    Foto dal Web, Biblioteca di Praga

    Il genere letterario identifica il contenuto di uno scritto, ma per la straordinaria varietà dell’ingegno umano, ben presto ci si accorge che, molto spesso, questa classificazione scolastica non rispecchia a pieno il contenuto della prosa.

    Non è insolito, specie nella moderna letteratura, assistere a una commistione di genere che, se prende piede, va a ingigantire il già enorme elenco, con una nuova definizione.

    Per evitare una lunga dissertazione sterile, io mi limiterò a raccontarvi i generi principali, evidenziando i sottogeneri sorti nel frattempo.

    Proprio come fosse la classificazione di Linneo per le creature viventi, che passa da philum, ordine, genere specie eccetera, così anche il genere letterario potrebbe essere rappresentato con un grande albero ramificato.

    Innanzitutto distinguiamo la Prosa dalla Poesia (di cui mi occuperò in un altro articolo). All’interno della PROSA, quindi, troviamo ulteriore divisione in Narrativa, Divulgativa ed Eloquenza. Per quello che interessa noi scrittori di romanzi, esploriamo la NARRATIVA nella sua divisione in Romanzo, Racconto, Fiaba, Storiografia, Biografia, Diario.

    Veniamo quindi, al ROMANZO, ai suoi generi principali (in ordine alfabetico) e ai sottogeneri più conosciuti.

    • Appendice : o Feuilleton (dal francese “fogliettino”) inizia il suo percorso nei primi dell’800, quando iniziarono venire pubblicati sui giornali romanzi a puntate, con cadenza di un capitolo a settimana. Costituivano, appunto, un’appendice, ovvero un pezzo in più aggiunto in fondo al giornale stesso. Non tutti lo considerano un genere letterario a sé stante, ma semplicemente la pubblicazione di Narrativa in pezzi successivi, invece che in unica opera. Non bisogna infatti considerarlo un genere minore, perché illustri scrittori hanno pubblicato in questo modo i loro primi capolavori: I tre moschettieri, Le avventure di Pinocchio, i lavori di Salgari, Delitto e Castigo, I fratelli Karamazov.
    • Avventura : difficile dire quando sia nato come genere, perché chi lo fa risalire al tardo medioevo dimentica l’Odissea o l’Iliade. Quello che accomuna i romanzi d’avventura è il viaggio, le peripezie, il confronto di fatti, persone e società diverse in cui si applica il coraggio e l’ingegno del protagonista.
    • Epistolare : è forse uno dei più particolari, perché affida l’impianto narrativo al solo scambio di lettere tra i protagonisti, con un punto di vista soggettivo multiplo. Ne è un esempio mirabile uno dei miei libri preferiti: Les liaisons dangereuses.
    • Erotico : tratta in maniera pressoché unica la passione, l’attrazione e l’unione carnale. Mi preme sottolineare una differenza importante tra erotismo e pornografia: l’erotismo non necessariamente giunge all’atto sessuale, mentre la pornografia è la ripetizione meccanica solo degli atti che conducono alla soddisfazione fisica.
    • Fantascienza : in tutte le sue declinazioni, da quella tecnologica (steampunk, viaggi nel tempo, apocalittico, spazio) alla fantapolitica (utopica e distopica). Qui, più che in altre situazioni, sono frequenti le commistioni di genere per cui normalmente si considera come genere principale quello più affine in percentuale.
    • Fantasy : nelle sue varianti dall’epico classico al contemporaneo, di cui l’urban fantasy costituisce l’archetipo più conosciuto. Essendo il mio genere predominante, spendo qualche parola in più. L’urban fantasy ha come caratteristica principale la collocazione in ambito sociale del fantasy, quindi in città o contesti in cui l’aspetto aggregativo delle creature sia predominante. Che poi sia davvero ambientato in epoca contemporanea o che sia immerso in un contesto storico (il mio preferito!), poco importa, perché l’importante è proprio la collocazione urbana e sociale dell’argomento.
    • Formazione : è un genere in cui predomina la crescita fisica e psicologica del personaggio che offre quindi una chiave identificativa al lettore che vi trova i medesimi passaggi, prove, errori, pensieri, che tutti abbiamo passato.
    • Giallo : narra principalmente di un crimine e le sue sottosezioni, come il poliziesco, indicano in che modo viene affrontato questo crimine, se dal punto di vista delle indagini o da quello dell’assassino (il classico Noir)
    • Orrore : ha come punto cardine la paura ancestrale ed esplora ogni ambito delle fobie umane usando archetipi psicologici per rendere la lettura raccapricciante, destabilizzante, irrazionale, soprannaturale.
    • Psicologico : analizza processi e pieghe mentali, riflessioni e devianze, ripiegandosi in un’analisi introspettiva.
    • Ragazzi : personalmente non so se considerarlo un genere a parte, perché ciò che accomuna la letteratura per ragazzi e bambini è l’assenza di contenuti sconvenienti alla loro età. Però vi troviamo spesso tutti gli altri generi, dal romanzo formativo al giallo, all’avventura, al thriller.
    • Rosa : ha come cuore pulsante l’amore in ogni sua declinazione, il sentimento, l’emozione in generale, quando accordata a un’altra persona.
    • Sociale : è un romanzo spesso con notevole impatto informativo, di denuncia, che spinge alla presa di coscienza e all’analisi di un fatto, di una situazione.
    • Storico : benché principalmente si parli di fatti storici reali, romanzati senza perdere l’accuratezza filologica, spesso può essere ricondotto o affiancato ad altri generi, dall’avventura al rosa, al giallo.
    • Thriller : inserito per alcuni come costola del giallo, ha la caratteristica di mantenere il lettore in una crescente suspance legata all’evolversi della situazione e può spaziare, come argomento, anche in alti ambiti, a partire dalla classica spy story, fino a quello legale e affiancarsi al poliziesco o quello tecnologico e divenire quasi fantascienza.
    • Umoristico : che sia satira sociale, politica, black humor o parodia, è un genere solo apparentemente leggero e divertente, ma che, comunque, fa ridere e sorridere.

  • Il Gran Ballo nel 1800
    Foto Archivio Società di Danza – Ballo delle Cinque Giornate, Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano

    Indossare un abito storico è come entrare in punta di piedi nel passato, omaggiare un retaggio, inchinarci alle nostre stesse radici. Se quello che all’inizio colpisce lo spettatore è il trionfo di stoffe degli abiti delle dame e l’ampiezza delle crinoline, man mano che ci si ferma a guardare, ad ascoltare, ci si può far trasportare nella medesima magia in cui sono immersi i ballerini. Noi danzatori, infatti, in quel momento stiamo facendo rivivere il passato in ogni volteggio, in ogni inchino e ci siamo presi del tempo per interiorizzare un’arte dimenticata, respirarla, gustarla coi suoi silenzi, le sue attese e i suoi ritmi. Possiamo tagliare fuori il mondo moderno per una sera, vivere con la lentezza dei secoli passati, senza la frenesia che ci contraddistingue e che che impedisce di gustare piccoli piaceri come un sorriso o un passo di valzer.

    Alcuni osservatori superficiali sono portati a pensare che la danza di società dell’800 sia un passatempo da ricchi annoiati, nostalgici del Risorgimento ripiegati sui fasti di un passato in cui erano nobili, invece chi si lascia coinvolgere dalla danza, quando invitiamo il pubblico a ballare con noi, si trova davanti un mondo inaspettato fatto di persone che semplicemente amano danzare col sorriso sulle labbra e amano farlo al ritmo delle grandi opere degli autori del XIX secolo, con le coreografie originali dell’epoca e non c’è visitatore che, dopo aver ballato con noi la Marcia Roma o il Pas des Trois, non sia andato via con il volto sereno e disteso e un ricordo prezioso nel cuore.

    Foto Archivio Società di Danza – Gran Ballo di Natale 2017, Reggia di Monza

    Il ballo nel 1800 era un evento sociale, spesso l’unico modo per le fanciulle di approfondire la conoscenza con gli scapoli più appetibili ed era andato aprendosi trasversalmente tanto alla nobiltà che alla borghesia, pur conservando regole di etichetta rigide e rispettose di un’educazione formale, inquadrata da decenni di rapporti sociali. Era un modo per ribadire il proprio status e per trovare marito, anche perché vigeva il detto “Tre balli fanno un matrimonio” ed era inteso come tre eventi separati nel tempo, come necessari a individuare il miglior partito, ma anche tre danze in uno stesso evento, cosa che era accettabile solo in caso di fidanzamenti.

    Il Gran Ballo nell’Ottocento era dunque il centro della vita sociale e culturale tanto per l’aristocrazia che per la neonata borghesia, che usciva dal 1700, il secolo dei lumi e delle grandi Rivoluzioni, con delle nuove prospettive. I nobili, comunque e sempre, dettavano legge sul gusto e le tendenze della moda, rivaleggiando tra loro per il Gran Ballo più sontuoso e più originale nell’allestimento, ma sempre con un occhio al decoro e alla rigida etichetta. Inviti, ingressi, successione delle danze, pause e intrattenimenti erano regolati da un Maestro di Cerimonia, arbitro di gusto ed eleganza, che vigilava sul sereno svolgimento dell’evento.

    Foto archivio personale – Reggia di Monza

    Tutto era quindi codificato, dal colore degli abiti – bianco per le fanciulle al debutto e nero per le dame che non avrebbero ballato – al galateo del ventaglio, che esprimeva una serie di concetti attraverso la mimica dell’apertura, della chiusura, del modo in cui era mosso e quali parti del volto sfiorava o celava. La varietà del cibo, le pietanze più esotiche, l’arredamento e l’intrattenimento offerto agli invitati erano pure codificati, così come la successione delle prime danze – la promenade di ingresso, con gli ospiti che seguivano i proprietari di casa in ordine a seconda della loro importanza sociale, due countredanses, poi la quadriglia – e l’orario di inizio dell’evento – le undici per i balli pubblici o orari variabili decisi dagli organizzatori dei balli privati. Anche il numero massimo dei partecipanti doveva essere codificato per evitare un eccessivo affollamento, a meno che l’evento fosse di beneficienza, per raccogliere donazioni.

    Il cavaliere aveva degli obblighi nei confronti delle dame presso le quali aveva chiesto un ballo, segnando il proprio nome sul carnet della donna, accanto alla danza prenotata, ovvero essere puntuale al momento di ballare con lei, non parlare troppo durante la danza e sempre sottovoce, riaccompagnarla alla sua seggiola presso i suoi parenti, senza offrirle da bere o, peggio, di riaccompagnarla a casa. Non poteva sedersi accanto a lei se non invitato e non poteva prenotare più di un ballo o più in avanti nel tempo del quarto pezzo libero sull’elenco. Molto importante durante l’invito era l’inchino formale e la finezza di non andare a cercare subito un’altra dama in caso di rifiuto.

    Foto archivio Società di Danza, Reggia di Monza, Gran Ballo di Natale 2018

    Ma anche la dama aveva i suoi obblighi e, se non aveva motivo di rifiutare un invito, nel momento in cui l’avesse fatto, poi non avrebbe più potuto ballare con altri. A lei poi spettava decidere quanta confidenza dare al cavaliere anche dopo il ballo, in caso si fossero incontrati in seguito. Innanzitutto era necessario essere presentati, prima di poter parlare con una dama e invitarla a ballare e questa formalità spesso era sbrigata dallo chaperon, ovvero l’accompagnatore (uomo o donna), di una dama, ma anche dopo questa prima conoscenza, era la dama a decidere se rivolgere la parola al cavaliere anche per strada, oppure fare finta di non conoscerlo, impedendo a lui perfino di salutarla o avvicinarsi.

    Da che età si poteva partecipare ai balli? Tanto le fanciulle che i ragazzi dovevano fare il loro Debutto in società, ovvero presentarsi a un ballo accompagnati da un parente (di solito la madre per i ragazzi e il padre per le ragazze) ed essere presentati ufficialmente al consesso dei presenti. Questo avveniva per i ragazzi al termine degli studi, al momento del conseguimento del diploma e per le ragazze quando avessero raggiunto l’età da marito, di solito tra i sedici e i diciotto anni.

    Foto archivio soci – io che danzo con Otto il Valzer dei Fiori

    Cosa si ballava a questi eventi? L’800 è stato senza dubbio dominato dalla dinastia Strauss, con la loro vasta produzione di pezzi per ogni tipologia di danza, ma spesso venivano rivisitati arie e pezzi di opere teatrali e concerti, per adattarli a tempi più brevi e ritmi consoni alle danze preferite dal pubblico in quel determinato periodo. Fino a circa la metà del secolo era infatti la musica a cambiare, mentre la successione dei passi restava sempre la medesima, e non sempre aveva un nome. Il cambiamento iniziò proprio col dare un nome alle coreografie più diffuse e apprezzate ed ecco che balli come la Quadriglia dei Lanceri o la Francese, sono transitate immutate per tutti i decenni, arrivando intatte fino a noi che ancora le balliamo coi medesimi passi e le medesime figure. L’espediente di non modificare il ballo, ma solo la musica, permetteva ai danzatori di non dover memorizzare troppi schemi, limitandosi ad applicare le medesime sequenze a musiche sempre nuove in qualsiasi parte d’Europa stessero ballando. Non c’è collante sociale più forte che ballare i medesimi passi, anche se non si parla la medesima lingua!

    Studiando la storia della danza di società, si nota come le varie danze si siano modificate nel corso del tempo, cambiando i nomi a seconda del luogo, lasciando indietro alcuni stili per mantenerne altri. Se alla fine del 1700 era ancora in voga il Minuetto, ovvero una sequenza di passi e inchini, fatta tutta di allusioni, inviti e gioco di seduzione basato sugli sguardi e la gestualità, il nuovo secolo porta nuove idee in giro insieme all’esercito di Napoleone, che conquista man mano l’Europa e unifica anche il modo di ballare, diffondendo usi e balli locali nel resto dei territori. Sebbene un ballo per divenire parte del repertorio delle danze di società dovesse superare lo scoglio dell’apprezzamento del pubblico francese, è evidente che anche in Italia si iniziò a conoscere il Valzer germanico, la Polka e la Mazurka dell’Europa dell’Est. E in quei territori andò diffondendosi l’abitudine alla Marcia, alla Quadriglia e al Galop. E così le Country Dances inglesi e scozzesi evolvono nelle countredances francesi, che mantengono la disposizione dei cavalieri e delle dame su due linee parallele e lunghe (long ways), come nella foto sotto. La contraddanza alla francese prenderà poi il nome di Quadriglia, poiché le coppie si dispongono in quadrato, ma negli Stati Uniti acquisisce il nome di Cotillon, che qui da noi invece indica una danza “gioco” che animava le serate e, quando arriva il vero Cotillon, questo viene chiamato Cotillon germanico. Un bel rebus vero? Ma cos’è esattamente il Cotillon? Ebbene, chi di noi non ha mai partecipato al gioco della sedia? O al ballo della scopa? Ebbene queste non sono che versioni moderne del Cotillon!

    Foto archivio Società di Danza, Gran Ballo di Natale 2021

    L’800 segna quindi due importanti rivoluzioni nell’ambito dei balli di società: la prima è il passaggio da danze di gruppo (minuetto, marce, country dances e quadriglie) a danze di coppia (valzer, polke e mazurke) in cui i ballerini, abbracciati con vari modi di intrecciare le braccia, eseguivano passi, figure e volteggi con una vicinanza e un contatto fisico impensabile prima del 1830, anno in cui il Valzer esce dall’ambito locale tedesco per essere scoperto e apprezzato proprio per la sua audacia.

    La seconda rivoluzione riguarda le possibilità coreografiche. Ripetere i medesimi passi in effetti era noioso e, dopo aver perso la varietà dei balli antichi, complessi nell’esecuzione dei passi, che erano stati relegati all’ambito teatrale, eseguiti quindi solo da professionisti dell’intrattenimento, ci si accorse che mancava qualcosa. Erano sopravvissute poche, semplici coreografie, alla portata di tutti, che erano state codificate e rese fruibili in modo che chiunque in tutta Europa e anche nel Nuovo Mondo, potesse ballare i medesimi passi, indipendentemente dalla musica di accompagnamento. nessuna innovazione nel ballo quindi, solo, come abbiamo visto, nella musica. E che innovazione! Non c’è compositore famoso che non abbia creato musica da ballo di vario ritmo! Ma i veri influencer dell’epoca, i Maestri di Ballo, nell’aprire le loro scuole e nel pubblicare i loro libri si accorgono che è possibile creare nuove coreografie senza per questo mettere in difficoltà i danzatori e la loro memoria. Sarà il Maestro di Cerimonia ad assumersi anche il compito di “chiamare” una danza, ovvero dire ad alta voce quali passi devono essere fatti. In questo modo i danzatori dovevano memorizzare solo poche semplici figure che venivano poi combinate in infiniti modi. Vediamo alcune di queste figure.

    Foto archivio soci – una mia acconciatura con fiori freschi
    • Grande chaine e Chaine anglaise – Queste catene sono una successione di mani offerte, ora la destra, ora la sinistra, ai compagni di ballo, creando un grande cerchio lungo il quale tutti si muovono percorrendo la circonferenza o, nel secondo caso, una figura a quattro danzatori che si muovono sui quattro vertici di un quadrato, per poi tornare al proprio posto.
    • Passo semplice di Polka-Mazurka – Si tratta di una combinazione di passo scivolato in avanti, e due saltelli per recuperare il piede.
    • Pas de basque – passo sui tre tempi con un saltello laterale e chiusura.
    • Pas de basque polonaise – dopo un primo passo jété in avanti, l’altro piede chiude disegnando un arco a terra e segue un saltello. Eseguito in maniera speculare col partner che ci affianca, crea una coreografia molto apprezzata.

    E così via, per altre combinazioni. In questo modo a partire dai passi base della danza classica (Jété, Assemblé, Pirouette ecc.), potevano formarsi piccole sequenze (Pas de basque ecc.), che potevano essere messe in sequenza a creare delle figure (Pasteurelle, Tempesta) per riempire i tempi del ballo. Un maestro di cerimonia poteva addirittura chiamare una coreografia del tutto nuova, improvvisando, nominando la successione delle sequenze da eseguire. Le più gettonate venivano richieste così spesso, che vennero codificate e rese immortali. Grazie dunque ai libri dei maestri di danza, ancora oggi possiamo conoscere la vasta produzione di coreografie e studiarle proprio come facevano i giovani debuttanti due secoli fa!

    Foto archivio soci – Evento Regency a Villa Arconati

    Partecipare ai balli era molto oneroso sia per chi li organizzava (inviti, rinfresco, orchestra, intrattenimento, cena, fiori freschi e candele per addobbare la casa e bouquet da offrire alle dame), sia per chi vi partecipava, che doveva avere abiti nuovi e gioielli preziosi, oltre alla propria carrozza per spostarsi. Oggi non è così e noi danzatori moderni possiamo rilassarci e sfoggiare lo stesso abito più di una volta!

    Facciamo qualche conto “moderno” sui costi per essere un danzatore storico e vedrete che non è così oneroso come il famoso osservatore superficiale riteneva all’inizio dell’articolo. Ogni riferimento non è affatto casuale. Io stessa ho sentito più volte l’osservazione “eh, ma sono tutti ricconi che hanno tempo da perdere” o, più educatamente “Eh ma chissà quanto costa venire a ballare con voi, io non me lo posso permettere”. Ebbene ci sono diverse associazioni culturali che studiano i medesimi repertori, ma quella cui sono iscritta io, è la Società di Danza di Fabio Mòllica, presente su tutto il territorio italiano con varie circoscrizioni in quasi tutte le grandi città. Il mio circolo in particolare è quello di Monza e Brianza, un’associazione ATS, no profit, che offre lezioni gratuite, ma per la partecipazione ai Balli richiede l’affiliazione alla società con un costo attorno ai 150 euro. Il costo di ciascun evento poi varia dai 15 ai 50 euro, a seconda della location e del buffet, che può anche essere una vera cena di gala. Vediamo insieme qualche altra cifra, per esempio il costo degli abiti.

    Foto Sfumature Castanesi, evento di rievocazione storica

    Per quanto riguarda gli abiti maschili, si indossa il Frac nero, camicia bianca e gilet, guanti bianchi: in rete si trovano abiti a costi attorno ai 100 euro (io ho comprato a quella cifra su Amazon la giacca del frac e pantalone, fatti tra l’altro su misura, più una trentina di euro per la camicia, altrettanti per il gilet e una decina di euro per i guanti, venti euro per la cravatta a papillon e il fazzoletto da taschino, pochi spicci per la spilla e l’orologio a cipolla con la catenella), chiaramente il costo del solo Frac sale al doppio o triplo se si va in uno store di abiti da cerimonia e anche di più per un abito sartoriale. Esistono però atelier dedicati al noleggio di abiti di ogni periodo storico (noi ci occupiamo di danze Regency e Risorgimentali), che offrono i loro abiti a circa 30-40 euro al giorno.

    Se ne vogliamo progettare uno nostro, per quelli femminili il costo è variabile a seconda delle stoffe scelte (il pizzo costa anche 20 euro al metro), del lavoro di sartoria (le sarte non chiedono meno di 250 euro per un abito completo, di più se il modello ha molto lavoro di taglio e dettagli difficili da realizzare) e del costo degli orpelli che ornano le stoffe (perle, bottoni, passamanerie, ricami ecc.). Il primo abito l’ho comprato usato per 250 euro, i successivi li ho cuciti personalmente con mia madre, comprando tra i due e i trecento euro di materiali vari tra stoffe e passamanerie. In rete si trovano poi ornamenti e gioielli che paiono veri, ma costano poche decine di euro. Le scarpe da ballo costano tra le 30 e le 200 euro a seconda del modello e della personalizzazione, dato che alcune aziende fanno bilanciature dei tacchi e degli appoggi.

    Foto archivio personale, Ballo in maschera a Palazzo Cusani

    Come vedete, sono costi affrontabili a fronte dell’emozione che ci offrono. Il Gran Ballo di oggi non è l’evento sociale che abbiamo visto anche in Bridgerton, difficilmente ha l’orchestra che suona dal vivo e il ruolo del maestro di cerimonie è svolto dall’insegnante di danza del circolo che organizza l’evento, ma non perde il suo fascino e la sua magia. Spesso la nostra associazione, che ha nello statuto l’offerta per animazioni e attività di volontariato, viene invitata nelle grandi ville della Brianza, come in occasione di Ville Aperte, ogni autunno e coinvolge anche il pubblico presente, offrendosi come un complemento agli eventi nei grandi e sontuosi palazzi storici italiani. Mentre noi danziamo, il pubblico fa il giro delle sale con la guida, si ferma un po’ con noi, prova qualche danza e prosegue la visita, portandosi via una suggestione e un ricordo di un evento unico.

    Ballare è sempre un piacere, è libertà e arte, armonia e gioia, ma quando stringo il corsetto o allaccio l’abito, circondata dalle compagne di danza, è come se per un istante, fossi nella casa dei Salina ne “Il Gattopardo” o accanto a Rossella O’Hara in “Via col vento”. Spariscono i cellulari, gli orologi moderni, vengono nascosti i tatuaggi e i capelli raccolti donano alle signore un’eleganza e un garbo troppo spesso accantonati nel mondo moderno. Posso ascoltare i pezzi immortali che hanno reso grande la musica del XIX secolo e di essere, per un giorno, una Dama o un Cavaliere. Ma soprattutto, danzare mi ammette nei luoghi storici più famosi o meno conosciuti, dentro le stanze chiuse al pubblico, anche in momenti di calma, quando non ci sono visitatori e posso aggirarmi in quegli ambienti con gli abiti dell’epoca, proprio come se avessi messo piede in una macchina del tempo.

    Un’idea di come fosse un ballo storico si può trovare nel mio romanzo L’Abito della Signora, di cui è possibile leggere l’incipit a questo link. Sono al lavoro su un altro romanzo storico incentrato proprio sul ballo, stay tuned! Vi lascio con l’invito a venire a provare a ballare con noi e la promo alla Società di Danza che ho realizzato nel 2022.

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