BLOG LETTERARIO

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“Loro temono ciò che non conoscono e distruggono ciò che temono.”

Memorie dal Buio

  • Celebrazioni laiche
    Foto dal Web

    Nel giorno del 22° anniversario di matrimonio non c’è articolo migliore da pubblicare di uno sulle Cerimonie laiche. Vediamo il perché. Nel 2021 ho seguito un corso per divenire Celebrante Laico e, alla domanda di iscrizione, mi è stato chiesto il perché di questa scelta. La risposta non è stata difficile, avendo assistito a una marea di cerimonie religiose tutte uguali, impersonali, standardizzate e noiose. Una di queste l’ho anche subita in prima persona: il mio matrimonio in chiesa. Un grande errore. Per la scelta della chiesa, non certo per il matrimonio che è e resta la decisione migliore della mia vita, pari a quella di aver fatto un figlio.

    Quindi il problema che ho percepito in questi anni di cerimonie religiose è stata la depersonalizzazione del protagonista o protagonisti della cerimonia stessa, in favore dell’importanza basilare dell’intervento divino. Chi mi conosce sa che sono atea e pure orgogliosamente sbattezzata e quindi scomunicata, ma al di là delle mie convinzioni personali, sentivo l’esigenza di poter offrire qualcosa di diverso, principalmente alla mia famiglia.

    L’essere divenuto Celebrante laico però allarga i miei orizzonti, permettendomi di offrire la medesima opportunità a chiunque lo chieda. Come si diventa Celebranti Laici e cosa si fa nel concreto? Inizio col dire che il corso era organizzato da Cerimonie Uniche per la UAAR, l’unione atei e agnostici razionalisti di cui lascio il link diretto.

    Foto su concessione UAAR per l’uso professionale

    Cerimonie uniche si occupa di raccogliere i celebranti e di formarli, al fine di coprire il territorio con l’offerta di un nuovo modo di vedere le celebrazioni e i riti che accomunano le persone. Non solo matrimoni, ma anche funerali, presentazioni di neonati, lauree, guarigioni da malattie difficili, il commiato da animali domestici e perfino i divorzi divengono momenti di intensa emozione da condividere con le famiglie e gli amici.

    Cos’è un RITO? Il rito è un complesso di norme che regolano le cerimonie di culto e hanno valore universale e stereotipato entro il medesimo culto. Si basa su formule note a tutti (preghiera, canto) e segue pedisseque regole di svolgimento.

    In cosa si differenzia un rito laico? Il rito diventa una situazione ben delimitata nello spazio e nel tempo, atta a celebrare un evento attraverso una serie di gesti e di parole che personalizzano l’esperienza emozionale dei committenti e del pubblico. Gli sposi possono creare insieme al celebrante ogni istante e ogni aspetto del loro giorno speciale e i parenti di un defunto possono assistere finalmente a una commemorazione incentrata davvero sul loro caro, sui ricordi e sulla sua personalità. Analizziamo le differenze tra i riti religiosi e quelli laici con una tabella:

    CARATTERISTICACERIMONIA RELIGIOSACERIMONIA LAICA
    PubblicoCongregazione ristrettaUniversalmente inclusivo
    LuogoConsacrato Qualsiasi
    ContenutiDogmaPersonalizzabile/libero
    SvolgimentoVerticale/dal pulpitoOrizzontale/in comunità
    ProtagonistaPrete/entità superioreCommittente/protagonista
    ArgomentoPrestabilito Interattivo
    Argomento 2Un solo credoPluralità filosofie, pensieri, spiritualità
    Argomento 3AmmonitivoRasserenante
    Accettazione socialeAccettatoDubitato

    Durante la prima lezione ci chiesero cosa, secondo noi, dovesse distinguere un celebrante laico affinché fosse adatto a svolgere questo compito importante, che giunge in girono speciali (per gioia o dolore) nella vita delle persone. Quello che emerse sono queste tre caratteristiche:

    1) EMPATIA: rispetto, capacità di ascolto attivo, non giudicare, positività, capacità di relazione e maturità emotiva

    2) PROFESSIONALITA’: proprietà di linguaggio, cultura, capacità oratoria e di organizzazione, autorevolezza, disponibilità e affidabilità.

    3) CREATIVITA’: fantasia e adattabilità (avere piano di emergenza letture, alternative di rito, kit di emergenza art attack, strumenti per amplificazione e sostituzione di cose rotte).

    Foto dal Web

    Quali caratteristiche ha un rito laico?

    La schematizzazione in quattro parti di un evento di Cerimonie uniche offre alla ritualità un ritmo più simile a quello che si avrebbe in un rituale classico e questo aiuta a superare le eventuali reticenze di qualche invitato, indicate nella tabella poco sopra, che rendono questo nuovo tipo di rito “dubbio”, non socialmente valido.

    Nulla di tutto ciò è vero, poiché un rito laico, per chi non sente il bisogno dell’approvazione divina, è precisamente tutto ciò che serve per segnare un punto di svolta nelle vite dei committenti, per dare un punto di inizio, o di fine, a una parte della propria esistenza.

    Le cerimonie durano tra i 15 e i 45 minuti e sono caratterizzate da una notevole interattività tra celebrante, committenti e pubblico, al quale viene spiegato ciò che i committenti già conoscono, ovvero il significato di ogni scelta e di ogni passo del rito. Vediamo le quattro fasi:

    1) APERTURA: con ingressi, canzoni, saluti e l’azione del celebrante che delimita un luogo fisico e temporale: “siamo qui oggi per…”, “Siamo qui per stare accanto a…”, “Come voleva X…”.

    Il ruolo delle parole del Celebrante è importante anche per spiegare cosa accadrà, sia per mettere a proprio agio le persone, sia per dare padronanza della scena al celebrante che si presenta di solito con queste formule: “Sono Y, Celebrante UAAR chiamato dalla famiglia a…”, “Oggi sentirete…. Poi accadrà…”, “guarderemo oltre il dolore…”, “siamo sereni per…”

    2) STORIA – COMMEMORAZIONE: riporta i passaggi salienti della storia dei committenti o della vita del defunto. In questa fase in particolare, musiche e silenzi scandiscono i tempi del rito e, venendo concordati con i committenti, offrono un’esperienza davvero personale, toccante e sentita in ogni istante della cerimonia.

    3) RITO: è il cuore della cerimonia e comprende tutti quegli atti, letture e parole che portano la componente emozionale al suo massimo livello. E’ il momento dello scambio degli anelli, dell’hand fasting, dell’elogio funebre, dell’assegnazione del nome al bambino.

    4) CHIUSURA: chiude il tempo e lo spazio con l’esplosione di gioia degli eventi lieti e il momento di accettazione e serenità in quelli luttuosi.

    Foto dal Web modificata dall’autore

    La cosa che mi ha colpito di queste lezioni, e che mi ha aperto un mondo, è l’infinita possibilità che si offre ai committenti per realizzare il loro giorno speciale. A cominciare dai cortei di ingresso, per poi passare all’importantissima disposizione dei protagonisti rispetto al pubblico, di cui riporto un bell’esempio qui sotto. Si tratta di una disposizione in cui gli sposi, al centro, sono circondati dai parenti e amici come in un abbraccio collettivo. Il pubblico in questo caso è reso più partecipe, coinvolto, non vede le schiene dei suoi amati dal lontano, ma li guarda in volto a pochi passi e può partecipare dei loro sentimenti nei momenti più belli ed emozionanti.

    Foto corso Celebranti

    Un altro punto di grande impatto nelle cerimonie laiche riguarda i riti. Chiaramente i più belli sono quelli per i matrimoni, anche se il baby naming ha idee interessanti (l’impronta dei piedini o delle manine, il piantare un albero, creare una bottiglia di sabbia con tutta la famiglia o un quadro con le mani di tutti, includendo anche altri figli). Se lo scambio degli anelli è comprensibile a livello universale, nell’esecuzione di altri rituali la spiegazione e l’intervento del Celebrante è ancora più importante per far comprendere (e quindi includere, rendere partecipe) al pubblico cosa stia succedendo. Vediamo nel dettaglio i riti possibili in un matrimonio, con la coscienza che l’unico limite in realtà sia la fantasia:

    1) lettura delle promesse scritte.

    2) scambio anelli. L’anello è prova evidente e quotidiana di un legame. L’anello non ha inizio o fine.

    3) scambio bussole o altro (rose rosse). Qualsiasi scambio crea unione e oltre o al posto degli anelli possono essere scambiati altri oggetti che abbiano un senso per gli sposi, per esempio bussole per essere ognuno il riferimento dell’altro.

    4) handfasting è la legatura delle mani attraverso nastri. I colori dei nastri possono avere significato e così ogni nodo o chi annoda. Per questo vale la pena spendere qualche parola, perché non è di immediata comprensione. Ho realizzato delle immagini per aiutare a capire come funziona una legatura:

    Foto dal Web modificata dall’autore

    Questa è solo una delle tante legature ed è quella che si fa con un solo nastro che, alla fine, quando le mani vengono sfilate, lascia il cosiddetto “nodo infinito” che, per i marinai è il Nodo Savoia.

    5) sabbia da mettere in una bottiglia. Essendo vietato asportarla dalle spiagge, di solito gli sposi la acquistano nei negozi per acquari, ottenendo anche una bella composizione colorata.

    6) scatola del tempo. Per conservare oggetti cari.

    7) Ring warming. Riscalda gli anelli che passano di mano in mano tra il pubblico o anche solo tra i testimoni o la famiglia.

    8) fiori. Si crea un nuovo mazzo da essiccare con il contributo degli sposi o del pubblico nello scegliere e comporre coi propri fiori preferiti.

    9) fiore di loto. Viene venduto confezionato da fioristi, chiuso con un nastro, quando viene messo in acqua gli sposi sciolgono il nastro, il fiore si apre, quindi rifiorisce.

    10) candele (due piccole per gli sposi, una grande da accendere in comune). Simboleggiano la luce e il fatto che in qualsiasi momento si possa riaccendere la candela grande per ritrovare la via di coppia.

    11) bottiglia di vino da conservare

    12) pietra del giuramento con le promesse incise su una pietra da conservare

    13) piantumazione (solo se poi possono tornare lì e godersi la pianta)

    14) pietre grandi e pietre piccole da mettere in una bottiglia, per sottolineare le cose importanti della vita e le cose frivole.

    E così via…

    Vi lascio con un toccante video di una cerimonia di divorzio perché so che vi siete chiesti cosa si facesse in un divorzio, quando la maggior parte delle volte ci si scanna in tribunale. E’ chiaro che questo rituale sia per coppie che si separano consensualmente e in armonia. Godetevelo!

  • Ivana Tomasetti
    Foto su concessione dell’autore

    Oggi abbiamo con noi Ivana Tomasetti, autrice del romanzo storico Il Monaco Nero di Wulmer, che ci farà seguire le vicende di un monaco e della sua vendetta. Per lei ci sono le famose sei domande per penetrare nella memoria e nel ricordo. Intanto leggiamo un estratto.

    Può un personaggio realmente esistito entrare nella leggenda? Può parlarci da un mondo lontano secoli, dove abbondano studi esoterici, intrighi, battaglie e dove presenze inquietanti entrano nella vita degli uomini? Le vicende di Eustachio, chiamato dalla Storia il Monaco Nero, sono la risposta coraggiosa ai soprusi che egli fu costretto a subire e a cui il suo carattere indomito non si assoggettò mai. Eustachio nacque a Boulogne nel 1170 da una nobile famiglia e trascorse l’infanzia nel castello di Courset. Nel monastero di Saint Wulmer imparò a copiare testi sacri e lesse di nascosto libri proibiti, diventando un monaco esorcista, che suscitò ammirazione, ma anche sospetto. L’abate lo inviò a Toledo; l’assassinio a tradimento del padre lo spingerà a tornare per attuare la sua vendetta. Si trasformerà in un pirata e assalterà navi nel canale della Manica. Finché un giorno…

    Ciao e benvenuto nel Blog di memorie dal Buio. Rompiamo il ghiaccio con una presentazione. Raccontaci di te e di ciò che hai scritto.

    Grazie di avermi pescata dal nulla. A proposito di ghiaccio, quando ero giovane i pattini con le lame furono il mio primo acquisto e le mie prime amicizie partirono da lì. Arrivare agli sci è stata una conquista difficile quasi come quella della scrittura. Tenevo diari che non sa che fine abbiano fatto, divoravo libri che mi davano in prestito o che mi regalavano, quei vecchi libri cartonati che dovevi mettere su un tavolo perché sulle ginocchia non ci stavano e che una vecchia zia si ostinava a rendere personali vergando sulla prima pagina una dedica del tipo “Che la lettura ti sia sempre compagna” oppure “Impegnati nel dovere”. Mi piacevano le storie di redenzione, la vendetta dei buoni era quella che mi appassionava. Il dovere l’ho svolto, ora mi dedico al piacere e mi sono messa a scrivere! Le storie che mi appassionano sono quelle che attingo dal reale, per far emergere personaggi che superano l’immaginazione.

    Quanto è importante il ricordo e la memoria nella trama del tuo lavoro?

    Durante il lavoro tengo degli appunti che mi permettono di non dimenticare gli intrecci tra i personaggi e le loro emozioni, a ogni nome corrispondono dei tratti fisici e altre caratteristiche che reputo essenziali. Anche la successione temporale dei mesi o degli anni, ha importanza per mantenere il filo logico e integrare eventuali buchi storici.

    Quando scrivi, quanto attingi al tuo vissuto e alle esperienze passate?

    Il mio vissuto entra nelle sensazioni e nei sentimenti che vivo insieme ai miei personaggi, immagino quello che pensano perché io penserei allo stesso modo, o perché ho già vissuto le esperienze che vivono. Mi rendo anche conto che l’apertura mentale non si avvantaggia di questo e perciò leggo di tutto, per cercare altri punti di vista che siano diversi al mio. Cosa penserebbe un ladro o un assassino? Devo fare uno sforzo per mettermi nelle loro teste. Non credo però che una donna non possa mettersi nei panni di un uomo, cosa che hanno “rimproverato” a Marguerite Yourcenar quando ha scritto Memorie di Adriano.

    Racconta il momento catartico, il più importante che serbi nel ricordo del processo di scrittura del tuo lavoro.

    Momento catartico può essere definito il termine di un lavoro. Quando ho terminato Identità alla sbarra, ho sentito di aver completato un’opera che era il raggiungimento dei miei sogni, l’avrei tenuto nel cassetto, non mi sarebbe importato altro; nel mio piccolo avevo raggiunto una completezza, una pacificazione con me stessa. Ce l’avevo fatta, un romanzo di 600 pagine… e una storia fuori del comune. Naturalmente la mandai a vari editori. Uno rispose e il libro fu editato, tolte duecento pagine. Mi sembrava incredibile che qualcuno lo volesse leggere. Adesso qualcuno mi chiede quando uscirà il prossimo.

    Dei tuoi personaggi, ce n’è uno che possa essere lo specchio del vissuto, della sapienza e delle memorie?

    Vorrei rispondere con l’immagine di mia nonna nel campo di Braunau, quella di cui parlo in Welschtiroler, ma in fondo una parte di me è in tutte le donne che ho descritto, con i loro pregi e i loro difetti, con le paure e le ribellioni sopite, che ti tanto in tanto esplodono. Mi piacciono anche i personaggi maschili. Il maestro in Identità alla sbarra rappresenta una figura emblematica: a mio parere noi siamo costituiti da una parte femminile e da una maschile insieme, il dolce e l’amaro, la rabbia e l’amore, in una contraddizione che è difficile comporre e che fa parte della vita; il compito di uno scrittore, secondo me è mettere il dito nella piaga.

    Condividi un ricordo particolare della tua vita che possa aiutarci a capire il tuo lavoro nella sua completezza.

    Credo che la scrittura nasca dal bisogno insopprimibile di trovare un equilibrio tra ciò che è stato e ciò che invece avrebbe potuto essere. Le storie intriganti e che ci appagano o ci sorprendono nel finale costituiscono la risposta al desiderio di apprendere che un lettore porta con sé, un’ansia di vivere intensamente attraverso l’immedesimazione dentro le storie degli altri. Un episodio che potrei citare è la lettura del libro La papessa Giovanna di Donna Cross: da lì è iniziata la mia ricerca su Teresinha Gomez, una donna che visse per 18 anni nei panni di un uomo. Per l’ultimo romanzo, invece, mi sono imbattuta in un personaggio medievale, ho corso con lui nei meandri di un monastero e infine ho avuto il mal di mare navigando sulla sua nave. Dal mio piccolo studiolo, vivo avventure senza fine davanti al mio computer!

    Intervistando Ivana mi sono rivista in molte sue affermazioni, riguardo la storia, la necessità di ricercare dati, nozioni, cronache e cronologie per dare veridicità e un solido impianto alla narrativa. L’autrice ci parla anche di altri suoi lavori storici e ci suggerisce alcuni titoli che mi sento di consigliare a mia volta. Quello che comunque ci rimane, alla fine di questa intervista, è la sensazione che già ci ha lasciato il grande maestro Umbero Eco, che mi permetto di citare:

    «Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è una immortalità all’indietro.»

  • Il Curry
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    Iniziamo col dire che non esiste un solo Curry, ma almeno uno per ogni persona che abbia messo le mani in cucina. Non solo ogni stato (Cina, India, Giappone, Thailandia, Pakistan ecc.) hanno un loro Curry, ma anche le singole regioni e le famiglie, hanno ricette tradizionali che si tramandano nei secoli di genitore in figlio.

    Il Curry è una polvere di colore e profumo intenso, per lo più nei toni del giallo, ma può virare al verde o al rosso a seconda degli ingredienti, costituiti da spezie tostate e secche. Il suo nome indiano (terra d’origine della spezia) è Masala, ma il suo nome occidentale, Curry, deriva probabilmente dalla parola hindi Turkarri, che significa “umido”, “stufato”.

    la composizione della spezia, dunque, è estremamente variabile, ma presenta alcune costanti sulle quali si gioca nelle quantità:

    • cumino
    • curcuma (origine principale del colore intenso giallo)
    • cannella
    • chiodi di garofano
    • coriandolo
    • fieno greco
    • noce moscata
    • zafferano
    • pepe nero
    • peperoncino (la sua quantità distingue le miscele in mild, hot e very hot)
    • zenzero

    Proprio per la ricchezza e varietà degli ingredienti, la spezia è molto ricca di tutte le vitamine liposolubili (A, D, E, K) e di quelle idrosolubili del gruppo B, così come di minerali (potassio, fosforo, sodio, calcio, ferro, magnesio, rame, zinco, manganese e selenio) e di antiossidanti.

    Essendo una spezia ed anche abbastanza calorica, a causa della presenza di molti semi, è comunque consigliabile consumarne con moderazione, anche perché poco prodotto basta a dare un sapore deciso ai piatti.

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    Quali sono le sue proprietà per l’organismo?

    • APPARATO DIGERENTE: favorisce la digestione e regola il metabolismo (peperoncino e zenzero alzano la temperatura corporea e quindi il metabolismo e il consumo calorico), la cannella in particolare riduce il senso di fame perché modula il rilascio di zucchero nel sangue; allevia nausea e vomito grazie alla presenza dello zenzero, contrasta il meteorismo e combatte alitosi e gonfiore addominale, per merito del cumino. Ha proprietà antiossidanti che supportano la funzionalità epatica, alleviano l’affaticamento dell’organo, favorendo la depurazione sua e dell’intestino. Contrasta ipercolesterolemia e diabete aiutando a mantenerne sotto controllo i livelli. Infine, siccome può essere usato al posto del sale come condimento, previene la ritenzione idrica e contrasta la cellulite, oltre che apportare benefici alla pressione sanguigna laddove sia consigliata una dieta povera di sale.
    • DOLORE E INFIAMMAZIONE: ha proprietà antinfiammatorie specifiche su malattie articolari e problemi muscolari grazie alla curcuma, il cui principio attivo, la curcumina, blocca la sintesi di eicosanoidi, molecole che mediano i processi infiammatori, coinvolte nell’origine dei segnali del dolore.
    • SISTEMA NERVOSO: protegge le cellule cerebrali dall’aggressione di placche degenerative dell’Alzheimer.
    • EFFETTI ANTITUMORALI: per forme a carico di esofago, polmoni, reni, fegato, intestino, mammella e prostata perché inibisce la trasformazione di cellule sane in tumorali e la proliferazione di queste ultime.
    • CUORE E CIRCOLAZIONE: regolarizza ritmo e circolazione sanguigna, contrastando, pare, l’ateroscelrosi.
    • AZIONE DISINFETTANTE: antibatterica per cavo orale, denti e intestino grazie ai chiodi di garofano che, contenendo eugenolo, che funge da anestetico, può alleviare il dolore di piccole ferite locali. Antifungina grazie al coriandolo.

    CONTROINDICAZIONI: La curcuma è controindicata in caso di problemi biliari, in generale i cibi piccanti (specialmente col pepe) sono da evitare con reflusso gastroesofageo, gastriti o ulcere. Il peperoncino infine p controindicato negli individui soggetti a cistiti e/o in presenza di infiammazioni dell’apparato genito-urinario.

    In gravidanza può essere usato ma non più spesso di due volte a settimana, mentre è sconsigliato in allattamento perché la Capsaicina, agente del piccante nel peperoncino, passa nel latte.

    La ricetta di Zel

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    POLLO AL CURRY CON VERDURE E RISO

    E’ un piatto unico, completo che può essere servito con una gustosa bagna che verrà assorbita dal riso che fungerà quindi da “pane” per la scarpetta, o in una versione asciutta in cui si consiglia di condire il riso con una julienne finissima di carote tagliate in pezzi di mezzo centimetro e cospargere di coriandolo fresco o, in alternativa (visto che è difficile da trovare) con prezzemolo, che dona freschezza.

    Per la cottura al vapore del riso consiglio le pentole di plastica per microonde che in 10′ sfornano un riso perfetto nella cottura e profumatissimo.

    Ingredienti per persona:

    150 gr. petto di pollo o parti disossate ridotte in pezzi della taglia di un dado.

    100 gr. riso basmati cotto al vapore

    dadolata di peperoni gialli e rossi (no verdi) a piacere

    dadolata di cipolla bionda o bianca (no rossa) a piacere

    latte di cocco 50 ml. (non necessario nella versione asciutta) o panna da cucina o crema di latte nelle stesse quantità

    curry a piacere (per me un cucchiaino raso a testa è sufficiente, ma dipende dal tipo di curry e dal gusto personale)

    olio EVO

    Preparazione:

    L’ideale sarebbe far marinare la carne, opportunamente impanata di spezia, per alcune ore in frigo, prima di cuocerla, ma il bello del Curry è che è una spezia così intensa da soddisfare le papille gustative anche in un piatto improvvisato all’ultimo momento.

    Mentre cuoce il riso, il pollo marinato nel curry viene fatto saltare con un filo di olio a fiamma viva e le verdure (facoltative), vengono fatte appassire con un filo di olio e acqua, q.b. a mantenerle morbide senza bruciare o caramellare.

    Le verdure vengono poi aggiunte al pollo, la fiamma abbassata al minimo e vengono amalgamate. Se preferite la ricetta asciutta, è pronta per essere abbinata al riso, mentre se preferite il piatto cremoso è il momento di aggiungere l’olio di cocco (o panna) e di proseguire qualche minuto la cottura, aggiungendo acqua bollente per mantenere la giusta cremosità senza far attaccare gli ingredienti.

    Questa ricetta può apparire un po’ insipida a chi è abituato a mangiare salato, quindi a suo gusto può aggiungere sale q.b. nell’ultima fase della cottura.

  • Racconto completo – Oscurità

    Il seguente racconto ha vinto l’edizione del 2013 del premio di Radio Serpe.

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    Maledizione a quando avevo detto “sì” al mio amico Maresciallo.

    Fosse almeno stata una proposta di matrimonio, invece no, come al solito mi chiedeva aiuto, perché è chiaro, certe cose le faccio così bene che è doveroso rifilarmele. Una prassi.

    Iniziava a darmi troppo per scontata, come presenza, come aiuto, come deus ex machina che giungeva a risolvergli un problema e ad una ragazza non piace affatto esser data per scontata.

    Le ragazze vogliono essere corteggiate, capite, amate e io non faccio certo eccezione.

    Sta di fatto che di nuovo gli avevo detto “sì”, cedendo alla richiesta di una perizia sul luogo dell’ultimo delitto; probabilmente nella polizia scientifica avrei fatto strada, ma non ci tenevo molto a far divenire quelle indagini fatte per hobby o per amicizia, un lavoro a tempo pieno.

    Alla fine mi sarei annoiata, mi conosco bene!

    Ed eccomi lì, con la giacca lunga di pelle dalle falde ondeggianti, aperta sul vestito lungo da sera, il ticchettìo delle scarpe col tacco in quel susseguirsi di passi rapidi e ravvicinati, tipici di chi sta lottando con uno spacco troppo corto rispetto alla falcata: “Se mi rompo il vestito gli rompo un braccio… mi è costato un occhio!”

    Beh, non sono certo una signorina di buona famiglia nel passo marziale ed energico che mi caratterizza, un passo che mal si sposa con gli abiti di gala che quella sera indossavo.

    Dovevo fare mente locale e ricordare di spegnere il telefonino quando mi prendevo una serata per rilassarmi con gli amici ad una festa chic: dovevo spegnerlo e basta, così forse avrei potuto starmene tranquilla in quel covo di arrivisti e future veline a far finta di bere champagne.

    E invece ero per strada, sola, con una macchina fotografica in mano e una voglia matta di essere dovunque, anche su una poltrona da dentista a farmi cavare i canini, piuttosto che lì.

    Sangue…

    Un odore caratteristico, qualcosa che so riconoscere in quel pungente aroma metallico; gli occhi abbassati sul marciapiede avevano subito inquadrato i resti dei segni di gesso dei RIS che identificavano la posizione del cadavere, le chiazze di sangue, le tracce delle suole di scarpa che si allontanavano dalla scena del crimine. Scarpe da ginnastica numero 44 grossomodo.

    C’era stato il corpo di una donna lì, fino a poche ore prima, una donna qualsiasi, giovane, carina, di ritorno dall’ufficio; una donna violentata, mutilata e sventrata e non necessariamente in quest’ordine, il medico legale non si era ancora pronunciato in merito con il Maresciallo.

    Ma perché diamine gli uomini devono imporsi sulle donne seviziandole e uccidendole? Una donna, anche se invidiosa o con un’infanzia infelice, non fa mai tali scempi. O forse quasi mai… Niente da fare, le persone non le capirò mai.

    Accucciata sul luogo del delitto apparivo semplicemente come una dei tanti morbosi curiosi che passavano, rallentavano per fissarsi in mente i particolari da raccontare per settimane agli amici e passavano oltre, lieti e sollevati di poter chiudere la tragedia in un capitolo lontano dei loro ricordi.

    La morta non era nessuno di loro conoscenza, quindi potevano anche non soffrirne, chiudere i sentimenti, usare quell’esperienza per succhiare via un macabro gusto del voyeurismo orrido.

    Per me era uno dei tanti morti che nella mia vita avevo visto, un morto che chiedeva giustizia e al quale avrei prestato volentieri le mie doti particolari. Non farlo mi sarebbe sembrato delittuoso, visto che avevo le capacità per dare una svolta alle indagini.

    Quando mi hanno detto per la prima volta che un omicida torna sempre sul luogo del delitto, ho riso, perché non potevo credere che qualcuno che ha appena ucciso, lasciando sicuramente qualche traccia di sé sul luogo della tragedia, fosse tanto idiota da tornare e rischiare di venire visto e collegato in qualche modo ai fatti.

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    Respiro…

    Sottile, con quel lieve rantolo tipico di chi ha fumato un pacchetto giornaliero di troppo per vent’anni. Ho un buon udito e, anche se quell’ansante sconosciuto faceva di tutto per non farsi sentire, misurando l’escursione del torace e l’espirazione, potevo inquadrarlo nello spazio come se lo stessi fissando direttamente.

    Sei metri, dietro di me, appena oltre l’angolo del Bar, sottovento rispetto alla mia posizione.

    L’olfatto non poteva aiutarmi, pazienza, non avevo certo intenzione di infilargli le narici sotto ascella per capire chi fosse, meglio provare a rubargli la patente piuttosto. O, meglio ancora, levare le àncore.

    Di solito ho qualche vantaggio sui malintenzionati, ho forza, agilità e un bagaglio di esperienza di lotta corpo a corpo che mi permettono di sentirmi tutto sommato tranquilla, eppure l’istinto mi suggeriva di non tirare la corda, perché qualcuno più forte, più veloce o semplicemente più armato di me, lo potevo tranquillamente trovare.

    Insomma, in una colluttazione non ero proprio certa di uscirne indenne e vittoriosa.

    I miei passi inizialmente erano stati lenti, tranquilli, mentre cercavo febbrilmente nelle vetrine il riflesso del mio pedinatore; già, perché mi stava seguendo, calcando leggermente le suole delle scarpe sportive, rendendosi difficile da scorgere.

    Nei vetri lindi dei negozi, dietro le serrande a rombi di acciaio, intravedevo solo una anonima figura infagottata in un impermeabile lungo color cammello, stereotipo del molestatore di ragazzine sui treni, che apre le falde per mostrare una nudità spesso risibile.

    Sapevo che era comunque un malintenzionato; una persona normale non segue la gente per strada, ma di certo non mi sarei fermata a chiedergli se fosse l’assassino o solo qualcuno che volesse rendermi edotta sul rapporto inversamente proporzionale tra notte gelida e lunghezza del membro virile.

    Non avevo tanti soldi con me e si sa che, a volte, gli scippatori che non trovano abbastanza bottino, infieriscono sulla vittima, con violenza sanguinaria o sessuale, o entrambe in sequenza, tutte cose che volevo evitarmi.

    Mantenevo il passo tranquillo, nonostante tutte le fibre del mio corpo mi intimassero di correre via, cercare un posto affollato, fuggire sperando di non sentire l’artigliata delle sue mani dietro la nuca; avevo ben chiaro che correre è il modo migliore per eccitare un predatore, leone o assassino che fosse, quindi mimando una sicurezza che non avevo, facevo rintoccare i tacchi sul marciapiede con un ritmo delicato e misurato.

    Ero io la sua preda, e all’ennesimo angolo che svoltavo, sentendomelo sempre dietro a una quindicina di passi, ho abbandonato statistiche e ipotesi a favore della certezza: sì, ce l’aveva con me.

    Dannazione!

    Silenzio…

    Niente più passi, neanche fermandomi in ascolto in uno di quei viottoli vicini al centro città, eppure lontani anni luce dallo splendore luminoso dei neon eternamente accesi.

    Amavo la mia città, anche nelle sue affascinanti contraddizioni tra giorno e notte, agiatezza e miseria, attenzione e abbandono, il tutto stemperato in poche decine di metri tra lustrini di sfilate di moda e banche e barboni congelati agli angoli delle strade.

    Qualche decina di metri tra inferno e paradiso: la stessa distanza che mi separava dalle pensiline dei taxi; era ora di mandare il Maresciallo a defecare sui cactus, se lo sarebbe risolto da solo il caso, non avevo intenzione di starmene lì a fare da bersaglio per uno psicopatico.

    Avevo accelerato il passo, ormai sicura che mi avesse lasciato in pace, correndo quasi, stretta nella giacca lunga di pelle, non perché sentissi freddo, ma per non impicciarmi oltremodo nei movimenti e, quando la figura, poco più alta di me, con l’impermeabile color cammello, mi si era parata davanti, mi ero bloccata, con la bocca socchiusa, stupita di non essermi accorta che stava aggirando il palazzo di vetro e cemento per tagliarmi la strada.

    Dovevo pensare velocemente e sottrarmi a quella situazione: svolta a destra, poi sotto la galleria dello shopping, col passo veloce, quasi una fuga, mentre cedevo alla tentazione di guardarmi le spalle, per capire se mi stesse ancora alle calcagna.

    C’era e pareva quasi spingermi verso una precisa direzione, quasi fosse il gatto che giocava col topolino, mentre aggirava le auto in sosta, mi sfiorava, mi rideva contro tutto il suo sadismo.

    Svoltato l’angolo dentro la galleria coperta dello shopping, di nuovo mi ero voltata per cercarne la figura nell’oscurità, ma un ostacolo imprevisto mi aveva bloccato la punta della scarpa da sera, costringendomi a un lungo passo per cercare di evitare la caduta; lo strappo del vestito aveva anticipato di poco una mia bestemmia, colorita e tutt’altro che femminile e il tonfo del mio corpo che faceva eco al disfarsi in frantumi della macchina fotografica.

    Lentamente mi ero voltata a guardare cosa mi avesse fatto cadere. Era una donna, riversa a terra, con gli occhi vitrei spalancati su domande prive di risposta e il sangue ormai coagulato, fresco di poche decine di minuti, come un budino poco amalgamato di siero e cellule, sparso sul lucido granito della galleria e che arrivava a lambirmi l’orlo della giacca, creando un filo viscido, mentre scostavo disgustata il lembo ormai zuppo.

    Sangue morto. Orrendo.

    Ce n’era troppo a terra perché potessi considerarlo un omicidio per rapina finito male: quella era un’esecuzione, la mattanza di uno psicopatico che aveva eletto quell’angolo di bel mondo come sua macelleria personale, esposta alla visione delle telecamere, come estrema sfida alle autorità.

    Analisi…

    Il profilo dell’assassino in fondo non si discostava dal classico cliché: qualsiasi fosse stato il movente, il disturbo d’infanzia che lo aveva portato a macellare le donne giovani e che sarebbe stato appiglio disperato dell’avvocato difensore per l’infermità mentale, alla fine avevo davanti un malato, di mezz’età, maschio bianco, che voleva essere fermato, divenire famoso associando il proprio nome all’efferatezza.

    Alla donna di poche ore prima aveva mutilato il volto e i genitali con una precisione quasi chirurgica, seguendo uno schema che mi aveva suggerito da subito un emulo di Jack lo Squartatore, a questa aveva tagliato il collo con una tale violenza che quasi l’aveva decapitata, aprendole poi l’addome come in una vivisezione, in modo che la matassa di intestini rotolasse fuori dallo squarcio; eppure, occhieggiando il sangue rappreso sulla gonna, che ancora brillava sotto l’impietoso occhio delle luci della galleria, potevo anche ipotizzare che le avesse riservato analogo trattamento alle pudenda.

    E senza troppo errare nell’ipotesi, supponevo che sarebbe toccato a me di lì a breve; avevo alzato lo sguardo sulla figura immobile a tre metri di distanza, mentre stavo ancora seduta a terra, strisciando scoordinata sulle natiche per allontanarmi da quella scena di morte, da quel cadavere mutilato e dal suo carnefice che, come il peggior boia dell’Inquisizione, mi mostrava stretto nella mano destra lo strumento del mio supplizio.

    Il coltello dalla lunga lama brillava mentre me lo sciabolava davanti agli occhi: era uno di quei coltelli pubblicizzati in televisione, dalla lama così affilata da tagliare anche il compensato e le lattine di alluminio e di sicuro l’assassino aveva pensato che su un naso umano, o su un ventre, avrebbe fatto un lavoro preciso e l’aveva comprato apposta. Proprio con quel fine.

    Aveva scavalcato il cadavere, scivolando appena sul sangue sparso a terra con un cigolare fastidioso della suola di gomma, che tuttavia non era bastato a farlo cadere, ma anzi acuiva la sua frustrazione mentre mi caricava come un bufalo impazzito, mirando con il coltello al mio stomaco.

    Di lì a poco mi avrebbe trafitto: dovevo analizzare velocemente la situazione… trovare una via di disimpegno… alzarmi… schivarlo… correre a chiamare aiuto.

    L’avrei anche fatto, con la consueta grazia felina che mi contraddistingue, non fosse stato per tacchi a spillo lordi di sangue scivoloso che strisciavano sul granito senza trovare appiglio e così, quando l’assassino si era abbassato per calare il colpo, l’unica cosa che avevo potuto fare era stata rotolare sulla schiena, quasi volessi fare una capriola, puntellando quei tacchi odiosi al suo ventre, flaccido nell’assorbire l’impatto, per catapultarlo oltre me e guadagnare così un vantaggio.

    Lotta…

    Ma le cose non vanno mai come nei film dove i protagonisti fanno tutto al primo colpo e senza ferirsi: prima di volare oltre il mio corpo aveva calato un colpo di pugnale contro la mia gamba sinistra, che ora buttava sangue scuro come una fontana dal quadricipite reciso quasi completamente.

    Dolore! Oh, se lo sentivo! Era esploso nella mia coscienza come miriadi di stelline nere davanti agli occhi, annullando per qualche istante la mia capacità di giudizio, salvo poi mettermi davanti alla cruda realtà: il bastardo mi stava impedendo di fuggire.

    Quanto avrei voluto vederlo in volto, oltre quel passamontagna scuro, per cogliere le espressioni della sua follia.

    Lentamente si era rialzato, dandomi il tempo di rialzarmi a mia volta, riversa contro la serranda di un negozio di borse e scarpe firmate, con la mano sinistra stretta su quella ferita debilitante.

    Avevo avvertito distintamente il suo ghignare malefico, mentre con calma tornava indietro a finire l’opera, zoppicando solo leggermente da una gamba, quella che gli avevo visto sbattere nell’atterraggio. Di sicuro quella bazzecola non era paragonabile alla mia incisione profonda, che mi lasciava di fatto senza vita tutta la gamba sinistra.

    Sono spacciata. Questo pensavo in quegli istanti concitati mentre cercavo di mantenere focalizzata l’attenzione su di lui; eppure avrei venduta cara la pelle, perché se c’era una cosa che la vita mi aveva insegnato a fare, era lottare fino all’ultimo.

    Il pugnale si era levato di nuovo, saettando nell’aria verso il mio ventre, intercettato dalla mia mano destra, che era scattata veloce a deviarne la traiettoria in una imperfetta esecuzione di arti marziali; non mi aveva trafitto il ventre, ma il fianco sinistro, penetrando nelle carni di cui sentivo chiaramente il dolore come un lacerarsi progressivo di fibre.

    Il freddo acciaio si portava via il freddo sangue sulla lama, mentre l’assassino ritraeva lo strumento di morte, pronto a calarlo di nuovo. Già sentivo la vista annebbiarsi, mentre il suo sogghignare quasi porcino si faceva così vicino da farmi cogliere l’odore di tabacco e rhum dell’alito. La mia mano andava indebolendosi nella stretta attorno alla gamba, mentre la sua gemella ricadeva priva di risorse al fianco.

    Il pensiero ormai si faceva strada dentro di me come una certezza terribile.

    Morirò. Finirà davvero tutto così?

    Difesa…

    Dovevo difendermi fino all’ultimo, dar fondo a ogni mia risorsa e al diavolo il Maresciallo che mi aveva chiesto, nel caso l’avessi trovato, di portarglielo vivo.

    Con un ringhio bestiale mi ero fatta avanti, in controtempo mentre lui sollevava il braccio per caricare un nuovo fendente; riuscivo ad essere lo stesso troppo rapida per le sue percezioni, mentre usavo il mio unico asso nella manica, con le ultime risorse prima di cedere all’oblio.

    Volevo stupirlo e ci ero riuscita, perché mi dava per morta, senza alcuna risorsa, assimilandomi alle sue altre vittime, arrese alla superiorità del maschio armato. E questo mi aveva dato il vantaggio decisivo.

    Le mie mani come artigli di rapace si erano protese a strappargli il passamontagna e la giacca, aprendo una via verso il collo e quella pelle mal rasata e sudata che spandeva odore di adrenalina ed eccitazione: lì avevo affondato le mie zanne, disumani canini, lacerando pelle, muscoli, connettivi fino a far esplodere la giugulare in un gustoso fiotto di sangue caldo e speziato che mi aveva saturato i sensi.

    Era deliquio puro per me, estasi liquida mentre mi scendeva in gola in sapide sorsate, accompagnato dal grido di frustrazione e sorpresa dell’assassino: ad occhi sbarrati percepiva la sua vita fluire via, dentro di me, fissando il mio pasto attraverso i vetri ormai lerci di sangue del negozio.

    Era lì in piedi, con la mano allentata sul manico del coltello che, in un tintinnare di acciaio era caduto a terra.

    Lì in piedi, irrigidito dallo stupore e da quella piega imprevista che la sua caccia aveva preso: da predatore, a preda.

    Chiuso nel mio abbraccio era andato afflosciandosi lentamente come un sacco vuoto, sorretto dalle mie mani, di nuovo forti in quella presa ineluttabile.

    Lo trattenevo in piedi, a gemere i suoi ultimi sospiri in quel mortale orgasmo che gli avevo concesso, stuzzicando ogni sua fibra nervosa affinché desse il massimo dell’energia a me, Sommo Predatore.

    Vampiro.

    Telefonata…

    Avevo lasciato cadere l’assassino ai miei piedi, pulendomi alla meglio le mani e la faccia con il passamontagna prima di prendere il mio telefonino e chiamare il Maresciallo: gli avevo promesso di tenere le zanne a posto, odio deludere un amico. D’altra parte non sono una di quelle vecchie cariatidi che volano, diventano pipistrelli e ti ammazzano a distanza: sono una novellina che aveva rischiato di finirci secca.

    “Maledizione sto sporcando tutti i tasti…”

    Uno sguardo al cadavere e a quel medesimo occhio vitreo che tante volte certamente lui aveva contemplato nelle donne che aveva ucciso, perfetta legge del contrappasso.

    “Pronto? Sì… Ehm… ciao tesoro so che ora ti arrabbierai, ma…”

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  • Estratti inediti – Memorie dal buio, Ren
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    Milano, 18 giugno 2005 ore 3 del mattino

    “Mamma!”

    La donna aprì gli occhi di scatto sul soffitto della camera da letto, illuminato appena dalle luci artificiali che filtravano dalla strada attraverso le tapparelle parzialmente calate.

    Nella penombra restava in ascolto, col cuore che batteva prepotente contro lo sterno e una sensazione di angoscia che le impediva di muoversi.

    Non era una paralisi notturna, non quella volta.

    Non era neanche un incubo che le era restato appiccicato addosso.

    Accanto a lei, il marito russava sommessamente.

    Il lampione fuori dalla finestra ronzava come al solito.

    Ma lei non riusciva a muoversi dal letto.

    Non c’era muscolo che le rispondesse, tranne giusto quelli per muovere gli occhi.

    Trattenne il respiro, nonostante il corpo tremasse per una improvvisa scarica di adrenalina e, quando lo emise, cercò di calmarsi, soffiando fuori i timori irrazionali.

    Chiuse gli occhi.

    Di nuovo lo sentì.

    “Mamma!”

    Scattò in piedi, ci riuscì nonostante il torpore insolito delle membra e si mosse alla cieca fin nella stanza di suo figlio.

    Aprì piano la porta e un refolo freddo le soffiò sul viso.

    “Mamma?” Ripeté la vocina.

    “Cosa c’è Tommy?”

    “L’uomo senza capelli è andato via.”

    La donna si sentì stringere il cuore in una morsa gelida e si accorse di stare tremando: “Che freddo c’è in questa stanza? Papà ha lasciato acceso il condizionatore?”

    Guardò verso l’alto, dove il macchinario taceva con la sua piccola luce led spenta.

    “Ho mal di testa mamma.”

    La donna accese la luce e si diresse verso il bambino, che si stropicciava le mani sulla fronte e i capelli: “Cucciolino, hai cinque anni ormai, ti ho spiegato che non devi mangiare dolci prima di dormire”, gli disse sedendosi accanto a lui sul letto.

    Con la mano gli accarezzò i capelli e il viso, sentendo sotto le dita un gelo innaturale.

    Il bambino era freddo, come se fosse rimasto nudo nella neve e la donna dovette usare entrambe le mani per fermare il vagare delle sue piccole dita a tormentarsi occhi e fronte: “Fatti guardare un attimo, vieni qui”, gli disse con tutta la dolcezza che riuscì a dissimulare dietro una preoccupazione crescente.

    Quando lui tolse le mani e sollevò lo sguardo, lei si sentì mancare.

    C’era una ferita sulla fronte di Tommaso, una specie di livido scuro nel centro esatto, tra capelli e arcate sopraccigliari.

    *

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    Ore 6

    Il sovrintendente Ferri superò il cordone di plastica, teso tra gli alberi del Parco Sempione, a delimitare un poligono di una ventina di metri quadrati di erba e rocce.

    Le auto della polizia avevano ancora i lampeggianti accesi e gettavano sulle chiome i loro bagliori rossi e blu.

    “Avete già avvisato l’Ispettore Del Santo?” Chiese il giovane poliziotto.

    “Non ancora, entrerà in servizio tra un’ora, preferivo lasciarle fare colazione in pace”, rispose uno dei poliziotti che montavano di guardia dentro il recinto. “I paramedici chiedono quando potranno portare via il corpo.”

    “Quando avremo finito Buzzi, quando avremo finito. Il medico legale cos’ha detto?”

    “Che è morta da circa tre ore, causa del decesso è un trauma cranico, ma sarà più preciso dopo l’autopsia, è già rientrato.”

    Ferri si chinò per sollevare il telo argentato aperto sul corpo esanime per difenderne la dignità, oltre che le prove, e rimase a lungo a guardare il volto della ragazzina, poi fissò il cordone di giornalisti e curiosi, che già erano pronti a scattare foto e pascersi dei dettagli torbidi dello spettacolo.

    “Non appena la squadra investigativa avrà finito coi rilievi rientreremo tutti col corpo, intanto assicurati che la stampa e i maledetti avvoltoi restino alla larga. Non so perché, ma sono convinto che questo caso ci metterà sul collo l’alito fetente dei media.”

    “Te lo dico io il perché, Sovrintendente”, disse l’agente Buzzi, avvicinandosi a sussurrare in maniera discreta. “Non è solo una ragazzina di buona famiglia morta in un parco, ma secondo il medico legale è suicidio.”

    “Mi prendi per il culo? Ha la fronte sfondata e tutto il cervello sparso sulla pietra, come fa a essere un suicidio?”

    “Secondo il dottor Carli la ragazza avrebbe battuto volontariamente la testa sul masso fino a morire.”

    *

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    Ore 10

    “Non ti spiace se rubo la tua ora per questa urgenza?” Disse il ragazzo con gli occhi fissi sull’agenda.

    Erano occhi chiari, tra il castano e il verde, contornati da un paio di occhiali sottili che sottolineavano un volto con appena un accenno di barba, dello stesso colore castano fulvo che caratterizzava i corti capelli lisci, sollevati con abbondante gel come un prato incolto.

    I lineamenti erano ancora adolescenziali e davano meno peso e serietà a quel camice bianco che lui indossava con fierezza.

    “Non preoccuparti, tanto sarei rimasta qui con te fino a stasera, parleremo dopo”, rispose la biondina in un buon italiano, sporcato solo un poco dall’accento americano.

    Balzò in piedi dal divanetto e, nonostante i pesanti anfibi militari, i suoi passi impattarono soffici sul tappeto dello studio, mentre si avvicinava alla scrivania per sbirciare sulla medesima agenda.

    Era una ragazza poco più vecchia del dottore, che infagottava il corpo magro in una divisa mimetica  nei toni del verde, coperta da una giacca di pelle nera lunga fino alle caviglie.

    Gli occhi verdi avevano una sfumatura metallica tendente al grigio brillante, mentre i capelli, biondi naturali, erano costretti dietro la nuca da una bassa coda che li portava fino a metà schiena, lisci e pareggiati.

    Il ragazzo si irrigidì un istante, prima di sorriderle, un poco imbarazzato: “Ci terrei che restassi anche tu ad ascoltare, quello che mi ha anticipato per telefono è assurdo.”

    “Tesoro, ma hai visto come sono vestita? Non passerò mai per una strizzacervelli.”

    “Togli la giacca e metti il camice sopra la maglietta, se resti seduta non si vedranno quegli scarponi osceni che hai ai piedi.”

    “Non tutte le ragazze sono a loro agio coi tacchi, io preferisco essere comoda e pronta a tutto”, rispose lei preparando il travestimento.

    Il ragazzo batté i tacchi delle crocs nere e mimò il saluto militare: “Naturalmente Sergente Maggiore Noel!”

    “Sfotti sfotti, ma avrei voluto vederti nel deserto dell’Iraq con me!” E si accomodò alla scrivania, non appena la segretaria introdusse il paziente.

    *

    “Dottor Carminati, grazie di avermi ricevuto senza preavviso!” La donna entrò, portando per mano il piccolo Tommaso che sfoggiava un vistoso cerotto sulla fronte.

    La ragazza alla scrivania si irrigidì nella postura, fissando il bambino, la medicazione in particolare, mentre il dottore accoglieva la madre: “Mi chiami Pietro, gliel’ho già detto, ci conosciamo da un po’ ormai”, disse lui con un sorriso rassicurante, allargando la mano a mostrare i divanetti. “Si accomodi ispettore Del Santo, ciao Tommy, vieni a sederti? Ho un nuovo camion di pompieri telecomandato, lo vuoi provare?”

    Il bambino si impegnò subito con il giocattolo, mentre l’ispettore fissò la biondina alla scrivania e il dottore si affrettò a fare le presentazioni: “Lei è una mia collaboratrice americana, la dottoressa Tessa Noel.”

    Tessa si alzò appena, per stringere la mano alla donna, che le sorrise tesa e nervosa: “Piacere mio dottoressa, sono l’ispettore Viola Del Santo.”

    Pietro e Viola si sedettero alla scrivania, osservando Tommy giocare col camion: “Cos’è successo Viola? Per telefono non ho capito bene.”

    “Siamo appena tornati dal pronto soccorso del San Carlo, stanotte Tommy mi ha chiamato, saranno state le tre circa. La sua stanza era gelida e lui lamentava mal di testa, così ho acceso la luce e l’ho trovato con uno strano livido in fronte.”

    “Strano in che senso?”

    “Guardi lei stesso”, disse chiamando il bambino vicino a lei, per poi togliere il cerotto con delicatezza.

    Il livido era evidente, largo alcuni centimetri, con una inconfondibile forma di labbra.

    Pietro si avvicinò a guardarlo e vi passò il dito con delicatezza, sfiorando la ruvida crosta che si stava formando sulla pelle delicata: “Sembra quasi…”

    “Ustione da freddo”, anticipò lei. “Lo so, me lo hanno detto anche al pronto soccorso, è come se qualcuno con un oggetto congelato a forma di labbra abbia fatto questo scherzo a mio figlio. Ma le finestre hanno le inferriate, l’antifurto non è scattato e io non so cosa pensare. Tra l’altro…”

    Non continuò a parlare, rimase a guardare un punto a caso sul tappeto, mordendosi il labbro.

    “Ha notato qualcosa d’altro?” Spinse Pietro.

    “Ora crederà che due anni di sedute siano state buttate nel cesso, ma guardi bene l’impronta, vede quella riga trasversale sul labbro superiore? Anche mio padre l’aveva esattamente lì.”

    Pietro osservò la ferita, l’irregolarità nel profilo, poi la donna: “Viola, abbiamo lavorato molto sul distacco da suo padre. In quest’ultimo anno ci siamo visti ogni settimana e ha fatto notevoli passi avanti.”

    Lei scosse il capo: “Lo so, ma non posso ignorare che Tommy mi abbia detto, appena sveglio, che l’uomo senza capelli era andato via. Mio padre era calvo e…”

    “E Tommy potrebbe aver visto una foto, magari ieri sera ne avete parlato e lui ha registrato il ricordo, rielaborandolo.”

    “Ma quel segno? E’ identico a quello sulle labbra di mio padre, gliele ruppe uno spacciatore di eroina nel ‘72, durante un arresto.”

    Pietro guardò di nuovo la lesione sulla fronte di Tommaso, poi si accomodò sul pavimento, a gambe incrociate: “Tommy, vuoi raccontarmi cos’è successo stanotte?”

    Il piccolo non smise di giocare col camion sul basso tavolino: “Dormivo e faceva freddo, poi c’era un uomo alto, senza capelli, che mi ha detto che mi voleva bene e mi ha dato un bacio sulla fronte, ma mi ha fato male, bruciava tanto.”

    Pietro guardò Tessa, che sollevò un sopracciglio, poi si rivolse a Viola: “Cosa mi sta chiedendo esattamente?”

    “Pietro, lei collabora da due anni con la prima sezione della polizia e con me. Mi ha visto crollare dopo la morte di mio padre e mi ha rimesso in piedi. Secondo lei sto diventando pazza?”

    Pietro scosse il capo: “No, certo che no.”

    “Allora, se mi crede, mi aiuti. Lei ha una sensibilità così particolare. Non è solo il nostro profilatore, è anche uno psichiatra davvero in gamba. Voglio che mi aiuti a capire cos’è successo stanotte nella stanza di Tommaso.”

    *

    “Il vicequestore Domenico Del Santo è stato un ufficiale di spicco nella polizia di stato per tanti anni, è morto facendo il suo dovere”, disse Pietro quando Viola e il bambino se ne furono andati. “E’ morto quasi tre anni fa durante un’azione congiunta di polizia e carabinieri per sgominare una cellula mafiosa. Un proiettile lo ha colpito in pieno volto. Secondo il medico legale è stato un proiettile amico.”

    “Uno dei poliziotti?”

    “Già. Viola crede di essere stata lei, ma le rigature della pallottola non combaciavano con la sua[Autore sc2]  arma. Nonostante tutto, ha avuto un crollo nervoso dal quale la sto aiutando a uscire, ma è difficile farla convivere col senso di colpa.”

    “Non si è individuato il colpevole?”

    “Il proiettile non veniva neanche dalle armi degli altri poliziotti, ma purtroppo durante la retata, c’è stata una ampia colluttazione e alcune armi in dotazione alla polizia sono sparite, forse rubate dai mafiosi, compresa quella che ha presumibilmente sparato al vicequestore. In mancanza di una pistola fumante, di nome e di fatto, Viola si è caricata sulle spalle il peso del fallimento e della morte del padre. Parlando con me, è riuscita ad ammettere che nel piano che lei stessa aveva approntato, c’erano errori e variabili che sono state fatali alla squadra.”

    “Quindi non è stata fisicamente lei a sparare, ma tutta la situazione che ha portato alla morte di suo padre, era effettivamente colpa sua.”

    “Già. Credo che per esorcizzare quel demone che si porta appresso, le serva guardare in faccia l’uomo che ha sparato o trovare l’arma del delitto. Ma tre anni fa tu non eri ancora a Milano e non ho potuto sfruttare i tuoi canali, per scoprire dove fossero finite le pistole rubate.”

    Tessa rimase immobile alla scrivania: “Posso provarci ora. Fammi avere i numeri di serie, farò qualche domanda ai miei contatti nel mercato nero. Resta però il fatto che quel bambino ha una ustione da freddo sulla fronte e che è identica a un bacio.”

    “Non è detto che tutto abbia una spiegazione soprannaturale, Tes.”

    “E non è detto che tutto possa venire spiegato dalla tua scienza, Pietro.”

    Con un assenso le concesse l’ultima parola, invitandola poi sul divanetto: “Quando è entrato il bambino ho visto una reazione. A cosa hai pensato?”

    “Ormai mi conosci, lo sai benissimo.”

    “Ma se tergiversi a parlarne, significa che non abbiamo risolto quel nodo nel tuo passato, quindi ci ritorniamo insieme.”

    “Tu godi nel versarmi sale sulla ferita vero?” E sorrise.

    Quando Tessa gli mostrava il suo lato più giocoso e sereno, Pietro ne era contagiato e rispondeva con un mezzo ghigno imbarazzato, deviando lo sguardo affinché lei non leggesse quello che le parole di Pietro tacevano.

    Rispetto, stima, affetto, amore. “Faccio il mio lavoro Tes e tu mi hai chiesto aiuto, proprio come Viola. Quindi ora chiudi gli occhi e raccontami di nuovo.”

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  • Estratti inediti – L’abito della Signora
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    «Caterina!»

    La voce squillante della donna giunse come un’eco ovattata e lontana.

    «Caterina! Ma hai dormito qui? Benedetta ragazza!»

    Per Caterina aprire gli occhi, svegliarsi, alzarsi dal sopore gelido in cui erano intorpidite le membra, sembrava semplicemente troppo difficile.

    E intanto, quella voce femminile macinava parole ad una velocità troppo elevata per i sensi della ragazza, racchiusi in un rassicurante dormiveglia.

    «Cosimo! Tua figlia si è di nuovo addormentata mentre lavorava, ha passato al freddo tutta la notte! Metti a bollire l’acqua che la scongelo!»

    «Guarda che è anche figlia tua Scilla», aveva risposto una voce maschile, poco prima che il rumore dell’acqua, versata in un paiolo ampio, rimandasse il suo tintinnio.

    «Quando fa queste cose è più simile a te che a me», aveva ribattuto la donna. «E non chiamarmi Scilla, non sono un mostro mitologico. Sono Pri-Scilla!» sillabò con un risentimento falso, sporcato dal sorriso accondiscendente verso quelle innocenti scaramucce coniugali.

    Avvolse le spalle fredde di Caterina con una coperta di lana, massaggiandole vigorosamente, per poi posarle un bacio sui capelli raccolti in una crocchia in cima al capo.

    La ragazza aveva roteato gli occhi dietro le palpebre serrate, poi aveva sollevato la testa lentamente, con la sensazione di dolore al collo e alla guancia destra.

    Sua madre era lì a guardarla, col suo sorriso amorevole e sereno, nonostante l’abito a lutto. «Ma guardati, hai le perle sul viso. Almeno hai finito?», chiese mentre, con le dita a pinza, le sfiorava la guancia, rimuovendo le perle rimaste incastrate contro la pelle dopo una notte intera in cui le erano state giaciglio.

    «Mmh sì madre, ho finito», e si era alzata in piedi, liberando dalle braccia le stoffe che aveva tenuto strette al corpo per tutta la notte.

    La donna le aveva prese, sollevando l’opera sartoriale per contemplarla alla fioca luce di quel sabato mattina di inizio gennaio.

    «Hai le mani d’oro figlia mia, te l’ho sempre detto e lo dirò sempre», esclamò Scilla, con una buona dose di fierezza materna, mentre gli occhi castani percorrevano i dettagli dell’ampia scollatura quadrata e le pieghe della seta color lavanda, precise e simmetriche, che decoravano il tessuto all’altezza del seno, sotto il quale la cintura segnava nettamente la circonferenza del torace, lasciando poi cadere quell’ampia tunica in linee pure, verticali, neoclassiche.

    La ragazza aveva socchiuso la bocca, con l’espressione del viso e il rossore delle gote che ne tradivano la modestia, ma Scilla le aveva rubato la scena. «Non dire nulla, faccio la sarta da molto più tempo di te e credimi, quando dico che hai un dono. Anche solo riuscire a prendere misure perfette a occhio è segno di genialità. Si risparmia un sacco di tempo a non dover sempre ricorrere al metro.»

    Caterina aveva sollevato le spalle, rinunciando a ribattere, limitandosi a tirare via un pelucco di imbastitura rimasto agganciato nella cucitura definitiva.

    Per quell’abito aveva giocato con un’alternanza di pizzi bianchi, che riempivano l’interno della plissettatura, e seta violetta, cui era lasciato il compito di illuminare le zone d’ombra della lavorazione coi suoi riflessi cangianti.

    Le maniche a palloncino riprendevano il motivo a plissettatura, allargandosi a sfera per poi stringersi a metà del braccio con un cinturino rigido.

    La gonna scendeva ampia e lieve, con un piccolo strascico posteriore ed era sostenuta da una sottogonna che bastava a darle corpo, senza dilatare in orizzontale una linea che la moda imperiale voleva essenziale, priva di paniers e con molte concessioni ai corsetti.

    Lungo tutta l’ampiezza posteriore, Caterina aveva applicato un pizzo che abbracciava le natiche, scendendo a punta verso lo strascico e, così come aveva fatto nelle zone interne alla plissettatura, anche su quel ricamo a rose aveva cucito centinaia di perle di tre dimensioni.

    A cavallo della seggiola, già erano ripiegati i lunghi guanti e la stola di volpe bianca da abbinare all’abito.

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    La madre rimise l’opera sul manichino di legno e legò la cintura in vita, affiancandosi alla figlia, cui schioccò un altro bacio orgoglioso sulla guancia.

    Caterina incassò la testa nelle spalle in ritardo rispetto all’effusione di Scilla, ma finalmente trovò il coraggio di tirar fuori una frase. «Clara è davvero brava a ricamare. Senza i suoi dettagli, i miei abiti non sarebbero che tele per pezzenti.»

    «Tua sorella è brava, non lo nega nessuno, ma sono le tue mani a rendere speciale ogni creazione e il tuo occhio professionale a individuare il modello giusto. Non solo con tessuti acquistati dai mercanti, ma anche con quelli che tingi e tessi di persona e questo non lo fa nessuno dei sarti. Solo tu. In questo modo puoi conoscere più a fondo le tele che userai e offrire un prodotto completamente personalizzato», la strinse e le accarezzò la guancia, su cui ancora indugiavano i segni delle perle su cui aveva dormito, nonostante Caterina cercasse di schermirsi con delicatezza, senza offendere la madre.

    Alla fine Scilla rinunciò al contatto fisico con la figlia e si limitò a restarle accanto: «Non resta che consegnare l’abito alla signora!»

    A quelle parole, Caterina sbiancò, le gambe tremarono e le mani si fecero fredde. «M-madre io non…»

    «Sssh. Ora vieni a fare una sana colazione», disse portandola a braccetto verso la cucina, «un bel bagno caldo e poi Carlo ti accompagnerà a fare la consegna. Quei soldi ci servono, prima consegni, prima incasseremo. La sartoria Casati Porta è pronta per un salto di qualità.»

    «Magari se venissi con me, azzardò Caterina.»

    «Non posso, io e tuo padre andremo alla veglia funebre per mio cugino.»

    Il padre, pure vestito a lutto, stava apparecchiando il grande tavolo di legno con pane riscaldato sulla stufa, latte e marmellata.

    «Milano e l’Italia piangono il grande Carlo Porta», disse lui, baciando senza pudore la moglie sulle labbra. «Tuo cugino ha reso grande la nostra prosa, la sua vena umoristica contro il clero e a favore dell’indipendenza della Lombardia, è stata un faro per tutti noi. Conto che poi veniate anche voi figli per l’estremo saluto.»

    Caterina annuì senza parlare, perché ci pensò sua madre a rompere il silenzio: «Tanto lo so che vieni solo per fare comunella con i tuoi amici… carbonari!»

    Aveva detto l’ultima parola abbassando la voce a un sussurro soffiato tra i denti, mentre gli occhi vagavano inquieti verso le finestre.

    «Ne abbiamo già parlato Scilla, l’Italia ha da essere libera e, se non ci ha liberato quel traditore di Napoleone, lo faremo da noi. Tutte le conquiste che il popolo stava ottenendo fino a pochi anni fa sono state spazzate via da Vienna e da quel congresso di parrucconi», disse sollevando le braccia con animosità.

    La donna scosse il capo, preparandosi a ribattere, ma un rumore di passi al piano superiore annunciò che il resto della casa si era svegliato e lei mise il dito sulle labbra. «Sssh! Non davanti alle bambine», e indicò il piano superiore, mentre Cosimo indicò Caterina, sottolineando l’ovvio con un’alzata di folte sopracciglia.

    Scilla tagliò corto: «Caterina è diversa, è così discreta e silenziosa, che le si potrebbe affidare qualsiasi segreto, tuo e di quello scapestrato di tuo figlio Carlo.»

    «Essere carbonari non è essere fuorilegge.»

    «Per gli Asburgo e la loro scucchia sì!» disse lei, che spinse la mandibola oltre l’arco di denti della mascella, prendendosi il labbro inferiore tra le dita e, con quell’espressione grottesca, del tutto simile ai ritratti dell’endogamica casa imperiale, arrotò la erre. «TVaeteli agli aVVesti!»

    Cosimo rise tanto da farsi uscire il latte dal naso e Caterina sorrise in silenzio.

    «Comunque, né Carolina né Clara sono più bambine», specificò Cosimo, tossendo e pulendosi il latte dal volto.

    Le due sorelle scesero insieme.

    Carolina, la primogenita, camminava col passo lieve ed elegante delle dame, il sorriso estatico delle ragazze innamorate e portava stretto al cuore un biglietto tenuto con entrambe le mani; Clara era la più piccola della casa e saltò gli ultimi tre gradini per correre nello studio attiguo e guardare l’abito completo, esposto sul manichino.

    «È bellissimo Caterì! È stupendo! Te lo deve pagare il doppio, anzi il triplo! Neanche la Augusta Amalia ne può vantare uno così perfetto!»

    «Grazie Clara, avrai la tua parte per i ricami, non temere!» le aveva risposto Caterina, spalmando la marmellata sul pane.

    «Per questo dico di farti pagare il triplo, così ce ne sarà di più per me. Voglio comprarmi un manicotto di pelliccia!» e tornò in cucina, incassando lo sguardo di biasimo del padre e quello indulgente della madre. «Che c’è? Non è avidità la mia, non sto facendo peccato. È un lavoro perfetto e ne va riconosciuto il valore. Il valore economico dico. Mica sto qua a ricamare per la gloria!»

    La madre servì il latte caldo a lei e a Carolina, che sospirò estasiata: «Peccato solo che tu non possa sfoggiarlo al ballo cui sono stata invitata», disse con una punta acuminata di arroganza, mentre si faceva aria col biglietto.

    «Il ballo di Carnevale?» chiese Clara, sedendosi a tavola.

    «Esatto, il dieci di marzo, a conclusione delle feste dei folli. Il consueto ballo dell’equinozio di primavera è stato anticipato per non ricadere in quaresima. Essere invitati è un onore e Markus ha invitato me!»

    Cosimo socchiuse gli occhi, sospettoso. «Ci saranno anche ufficiali austriaci?» chiese, secco e contrariato.

    «Beh suppongo di sì, ma è un ballo decoroso, nulla di sconveniente», si affrettò a dire la ragazza.

    «Oh basta Cosimo! Nostra figlia è in età da marito già da un po’, se non le permettiamo queste uscite in società, resterà zitella», Scilla poi si rivolse direttamente alla figlia. «Ora che Caterina e Clara hanno finito l’abito della signora, possono dedicarsi al tuo.»

    «E sarebbe anche ora!» rispose Carolina e fissò acida Caterina, che restò con gli occhi fissi sulla tazza di latte. «Ho ben ventitré anni, Clara diciannove. Passi Carlo che è un uomo e che, coi suoi ventuno, può ancora aspettare e Caterina, che con il suo carattere non troverà un uomo neanche con il cannocchiale dell’ammiraglio Nelson, ma io ho bisogno di sposarmi e di terminare la dote!»

    Priscilla fissò di sottecchi la reazione di Caterina con l’apprensione dipinta sul volto, ma quando la vide masticare il pane, espirò e mise la mano sul polso della primogenita. «Non preoccuparti di quello. Coi soldi di quell’abito potremo prendere il lino per le lenzuola e il filo di seta per i ricami.»

    Carolina annuì con la stessa fredda condiscendenza di una sovrana dinanzi alle suppliche del popolo.

    Caterina la fissò in silenzio, cogliendo ogni dettaglio di quella maschera che si era cucita addosso, di quel ruolo che si era ritagliata nel piccolo mondo dei figli Casati, che amava comandare a bacchetta.

    Ma lei sapeva che quell’acredine era nata solo di recente, quando si era resa conto di non avere reali abilità, al contrario di Caterina che poteva rendere speciale ogni pezzo di stoffa che le capitava sotto mano, anche un banale puntaspilli imbottito o di Clara, che aveva il pallino del ricamo, che realizzava con velocità e precisione, anche mentre continuava a parlare con la velocità di un banditore di questo o quel sogno nel cassetto.

    Caterina apprezzava l’aiuto di Carolina nell’attività di famiglia e si dispiaceva di offrirle sempre e solo mansioni da apprendista; sapeva che il suo orgoglio avrebbe preteso un ruolo dirigenziale, ma purtroppo la primogenita non aveva le capacità o le competenze di gestire la confezione degli abiti.

    Sapeva anche che il carattere di Carolina le imponeva di sopravvalutarsi in molte occasioni, ma in una in particolare aveva pienamente ragione.

    La bellezza.

    Carolina aveva preso il meglio dei tratti somatici dei genitori e li aveva valorizzati con esercizi fisici, che le avevano regalato un corpo tonico e piacevole a vedersi, a completezza di un viso piacevolmente affilato, con boccoli castano ramati, sapientemente acconciati, che si armonizzavano al verde caldo e dorato degli occhi.

    Anche Clara era molto graziosa, seppur di due spanne più bassa della sorella, più tornita nel ventre e coi capelli troppo lisci per tenere a lungo una riccia piega alla moda.

    L’unico brutto anatroccolo della casa era proprio Caterina, il cui naso, già di lunghezza importante, eredità dei Porta, portava il segno di una rottura antica e dell’assestamento con una leggera gobba, laddove la cartilagine si salda all’osso.

    Le sopracciglia, folte in tutte loro, come tratto distintivo di tutti i Casati, venivano strappate con perizia da tutte le donne di casa, per dare forma delicata agli archi e liberare il ponte sopra il naso.

    Caterina non si curava del cespuglietto sopra gli occhi da tanto tempo e i peli scuri erano ormai cresciuti, tanto da unire quasi gli archi in unico ciglio.

    Al di sotto, gli occhi grandi avevano un monotono tocco castano caldo e i capelli castano scuro erano troppo ricci crespi per apparire desiderabili.

    Scilla le ripeteva sempre di curarli maggiormente con creme e oli, come faceva lei, ma Caterina si limitava ad arrotolarli un po’ a caso sulle dita e appuntarli in cima alla testa con un uncinetto o un ferro da maglia.

    *

    Finita la colazione, Scilla aprì il séparé in cucina e versò l’acqua calda nella tinozza.

    «Devi presentarti bene a casa dei nobili o non ti daranno altre commesse. Questa è un’occasione d’oro se vogliamo agganciare i danarosi. Se piaci a una di quelle nobildonne, si passeranno parola e noi riusciremo a diventare famose», le sussurrò la donna, fregandole i capelli e il corpo con la spugna intrisa di sapone alla violetta.

    Caterina non rispondeva, si lasciava spostare, manipolare e lavare come fosse una neonata in fasce.

    Quando la donna le consegnò la spugna, lei si occupò dei piedi e rilassò le spalle contro il legno foderato di lino bianco.

    Non appena reclinò la testa indietro, la madre prese a tirarle i peli delle sopracciglia, iniziando la potatura troppo a lungo rimandata.

    Ogni strappo era un dolore puntiforme che le faceva lacrimare gli occhi e pizzicare il naso, ma sopportò tutto in silenzio.

    Clara la attese con il telo di lino, caldo di stufa, per avvolgerla dopo il bagno. «Mi raccomando, tratta sul prezzo, fatti pagare di più», aveva sussurrato.

    Caterina non aveva ribattuto, ma aveva seguito docile la madre fino alla propria stanza, al piano superiore.

    L’abitazione dei Casati faceva angolo con la Piazza di Sant’Eustorgio, nel borgo della Cittadella e sorgeva su tre piani.

    Al pianterreno, la sartoria aveva una vetrina aperta sul vasto Corso della Cittadella e vi esponeva abiti, ricami e stoffe; il suo ingresso indipendente era stato posto proprio sull’angolo, tagliato quanto bastava a inserire una porta a due battenti, così da offrire visione dell’attività da entrambe le vie di confine e, soprattutto, dalla Piazza stessa.

    L’ingresso privato della casa era invece situato proprio alla fine della lunga vetrina, dove il bel portone di legno massiccio e ferro battuto si apriva in un corridoio largo, che fungeva da disimpegno tra la zona della famiglia, con una cucina e una sala da pranzo e quella di lavoro, correndo dritto verso l’ingresso posteriore.

    Dal secondo ingresso si usciva nel vasto cortile, comune a tutte le case, affiancate chiuse ad anello a creare una vasta corte con le stalle e i magazzini per i carri; appena a destra di quella porta più discreta, di legno e vetro, si incontrava la scala che scendeva in cantina e saliva nella zona nobile.

    Il piano interrato era adibito a magazzino e dispensa, e qui Caterina aveva il suo piccolo regno, col telaio e i barili per la tintura delle stoffe.

    Il piano superiore, infine, ospitava cinque stanze.

    La camera più grande era occupata dai genitori e le quattro più piccole, una per ciascuno dei figli, erano state ricavate dividendo lo spazio originario con dei muri accessori di legno, sfruttando le finestre dei tre lati esposti della casa, per dare a ciascuno il proprio locale privato.

    Sopra le loro camere da letto c’erano altri due piani, di cui il secondo era un solaio insalubre, comunque occupato da una delle tante famiglie indigenti, che accedevano alle proprie abitazioni dalle scale interne al cortile.

    Caterina si accomodò davanti al proprio specchio da toeletta, vestita con un semplice abito di lana marrone scuro, con la manica a palloncino che si stringeva in un’aderenza lunga fino ai polsi ed era trattenuto sotto al seno da una cinturina di velluto chiaro; la scollatura quadrata lasciava emergere una camicia in mussola del medesimo bagno di colore, che si prolungava in una chiusura a collo alto, ornata di un pizzo discreto che riprendeva il color sabbia della cinturina.

    Mentre la madre le acconciava i capelli, la piccola di casa si aggirava come uno squalo attorno alla sorella, trattenendo a stento la necessità di parlare, finché sbottò: «Posso venire anche io, se non te la senti. Tu sei l’artista, io il tuo agente, posso fare in modo che ti paghino il giusto.»

    «Clara, adesso basta, tua sorella sa come farsi pagare!» aveva detto la madre, appuntando l’ultima forcina.

    «Una volta forse. Adesso sembra un cane bastonato quando la gente le parla», Caterina aveva abbassato la testa e Scilla aveva fulminato la piccola con lo sguardo. «Inutile che mi guardiate così madre, dico solo la verità. Possibile che l’ho notato solo io? È più di un anno ormai, da prima di Natale, una mattina è scesa e non era più lei. Da allora gira per casa come un fantasma, un’estranea, e vive solo tra il negozio e il telaio nello scantinato.»

    «Clara…» Scilla cercò di farla tacere, di mostrarle lo sguardo di biasimo con cui la voleva ammonire, ma la ragazza camminava tutto intorno a loro senza guardarle.

    «Non abbiamo avuto spiegazioni e, alla fine, tutti abbiamo semplicemente accettato che Caterina fosse cambiata. Per come è incapace di farsi valere nel mondo, se la signora dovesse tirare fuori la spocchia arrogante dei nobili, c’è il rischio che il vestito glielo consegni in dono!»

    «Torna in camera tua Clara, non te lo ripeterò!» tagliò corto la madre, ma le sue parole non erano sostenute dall’espressione e, benché cercasse di atteggiarsi a severa, tradiva la sua preoccupazione per Caterina nel modo fugace di fissarne le reazioni.

    «Insomma la tenete tutti nelle piume, adesso anche basta!» disse sbattendo la porta della sua stanza.

    Priscilla sorrise forzatamente, fissando lo specchio e sistemando le ultime ciocche. «Non dare retta a tua sorella, sai che non trattiene nulla in quella boccaccia sguaiata.»

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    «Ma ha ragione», rispose Caterina e Priscilla non poté fare altro che tendere le mani, come per abbracciarla e salvarla dall’abisso in cui lo sguardo stava sprofondando, ma alla fine strinse i pugni e si limitò a finire di arrotolare i boccoli sul dito.

    Un trambusto di pentole e piatti al piano inferiore salvò le due da ulteriori spiegazioni e annunciò l’arrivo di Carlo: «Madreeee! Non è avanzato nulla per colazione?»

    «Buongiorno anche a te figliolo», rispose la donna dalla cima delle scale, seguita da una mesta e nervosa Caterina, col cappotto foderato di traverso sul braccio e il velo nero del lutto sul capo. «Non ti danno da mangiare a casa Milesi?»

    Carlo appoggiò un lungo e stretto pacco avvolto in fogli di giornale sul tavolo: «Certo che me lo danno, ma faccio colazione alle sei con la servitù, sono le dieci e ho ancora fame», disse lui, togliendosi il berretto per offrire un bacio sulla guancia a Priscilla.

    Carlo aveva la stessa prestanza fisica dei Casati, piuttosto rotondi e con folte sopracciglia, mentre invece Carolina e Caterina avevano preso l’altezza e la corporatura snella dei Porta, ma lui raggiungeva la sorella per altezza e nell’insieme appariva ben proporzionato, anche se il volto di ventunenne indugiava ancora nell’adolescenza, con radi peli sul mento e sotto il naso e, soprattutto, con qualche brufolo di troppo sulle guance.

    Carlo e Caterina erano coetanei, ma non gemelli e avevano infatti undici mesi di differenza, poiché lei era nata alla Candelora e lui pochi giorni dopo il Natale del medesimo anno, il 1800.

    Il legame che avevano, però era più simile a quello dei gemelli e si intuiva dalla complicità dei gesti e degli sguardi che avevano uno per l’altra.

    Mentre il ragazzo si concedeva una generosa merenda, indicò il lungo pacco: «Padre, vi ho portato il nuovo bastone da passeggio», e prima che l’uomo obiettasse, il ragazzo incalzò. «E non voglio sentire la scusa che non siete ancora vecchio e storpio, vi serve!»

    Cosimo intervenne dalla sua poltrona, in cui leggeva il Corriere di Milano: «Un vezzo da cicisbei!»

    «Il bastone non è un vezzo da nobili, padre. È una necessità. Ormai nessuno va più in giro senza a Milano, non se volete avere un’arma legittima di difesa dalla Teppa.»

    Cosimo rugliò come un vecchio orso: «Sono carbonari come noi, non oseranno.»

    «Io non ci conterei, sono cambiate molte cose e la Compagnia della Teppa non è più quella di prima, ora bastonano innocenti a loro sentimento e sono stati estromessi dalla Carboneria. Fate felice vostro figlio e uscite armato, anche solo per andare alla veglia. Fatemi stare tranquillo. Diteglielo voi madre!»

    Priscilla si stropicciò a lungo le mani, poi si voltò verso il marito: «Tuo figlio ha ragione, lo dicono tutti, i Teppisti si sono fatti prendere la mano e godono a perpetrare scherzi violenti e pestaggi, vero Carlo?»

    «Vero, ma non chiamatemi più così, ora il mio nome da battaglia è Baio.»

    «Come il manto del cavalli? E che è questa novità?»

    Cosimo borbottò, alzandosi per scartare il suo bastone e contemplarlo nei dettagli: «Se dovevi chiamarti come il pelo di cavallo, almeno potevi scegliere Cremello!»

    Scilla parlò sopra il marito: «Il tuo nome è Carlo in onore del cugino Carlo Porta», e si fece il segno della croce. «E poi sai che tuo padre è fissato con i nomi che iniziano per C!»

    «Infatti, quando è nato ti assomigliava tanto, che volevo chiamarlo Cariddi.»

    «Dah, basta, Cosimo! A discutere con te c’è da farsi venire l’apoplessia! Non te ne vai a lavorare dagli Stampa? Come faranno quei bambini senza il loro precettore! Dai vai su su! Ma tipo per tutto il giorno!»

    «C’è la veglia e ci saranno tutti i Carbonari a rendergli omaggio. Ti tocca sopportarmi tutto il giorno, mia cara mogliettina!» e le aveva soffiato un bacio, cui lei aveva risposto atteggiando la bocca.

    Caterina sospirò rasserenata dalle scaramucce dei genitori e, per un istante, dimenticò che avrebbe dovuto uscire di casa, affrontare il mondo, ma quando Carlo iniziò ad abbottonarle il cappotto, salendo fin sotto il mento, il cuore riprese a martellarle nel petto.

    Scilla si occupò dell’abito della signora, che mise su una gruccia di legno levigata e preziosa e che avvolse in un sacco di fine lino, su cui Clara aveva ricamato il loro marchio, due C parzialmente sovrapposte, costituite l’una da un ramo di edera, l’altro da uno di rosa con tanto di spine.

    Quando lo consegnò a Caterina, non disse nulla, ma sorrise e annuì, comprendendo in quel gesto tutto l’orgoglio e la fiducia che nutriva per lei.

    Ferma sulla porta della vetrina della sartoria, Caterina strinse l’abito e fissò la piazza che si apriva dinanzi a lei, così ampia, così piena di gente, così vasta, da farle venire le vertigini, come se lo spazio si stesse dilatando dinanzi ai suoi occhi e gli odori divenissero più intensi.

    Percepiva ogni cosa, dal sentore di ghiaccio della neve, al grattare del corvo fra i fiocchi ormai compatti, mentre in bocca le scorreva il sapore acido del reflusso.

    Riconobbe la crisi di panico prima ancora di percepire la scarica di adrenalina nel corpo e i tremori nelle membra.

    Carlo se ne accorse subito e lasciò aperto lo sportello della carrozza, per andarle incontro e sostenerla sotto braccio. «Sali pure dentro, al caldo», le sussurrò.

    Tra la soglia e il predellino, Caterina avrebbe dovuto compiere solo quattro passi, eppure le gambe di legno erano immobili, incapaci di muoversi anche per quel semplice gesto.

    Carlo la abbracciò con la scusa di prenderle il carico dalle mani e la trascinò, praticamente di peso, alla vettura: «Sali dentro», disse a bassa voce.

    «M-ma no, ci metto solo il vestito, i-io sto a cassetta, con te.»

    «La signorina Milesi mi ha accordato il permesso di portarti dentro l’abitacolo», disse lui, mettendo l’abito sul sedile imbottito di velluto. «È una brava signora, non è un’egoista spocchiosa e, quando ha saputo che dovevo accompagnarti a fare la consegna, mi ha detto di usare la carrozza e ha specificamente aggiunto di fartici accomodare», le mise le mani sui fianchi per sollevarla e spingerla dentro. «Quindi niente storie.»

    «Non sono persuasa che ti abbia detto così», obiettò lei.

    Carlo chiuse il predellino e si sporse all’interno. «Lavoro da tre anni con lei e vivo a casa sua praticamente. Abbiamo una certa confidenza.»

    Caterina accettò di buon grado la gentilezza, sia per il freddo intenso di quella mattina di gennaio, sia perché si sarebbe sentita sicuramente più protetta, infatti si appoggiò contro il sedile imbottito, rilassandosi.

    Carlo le sorrise e lei lo fissò: «Grazie. Anche per la tua discrezione e le tue premure. Sembrano casuali, ma io so che fai tutto per me.»

    «Sei la mia sorellina, io ci sarò sempre per te, anche quando sarai pronta a parlare», e chiuse lo sportello.

    Pronta a parlare.

    Pronta a parlare.

    Quelle parole le risuonavano in testa e si ritrovò ad affondare le unghie nel velluto delle sedute.

    La carrozza dondolò quando Carlo salì a cassetta e lei si sforzò di lasciare la presa e sporgersi a tirare le tendine, precipitando il piccolo salotto imbottito in un buio quasi totale. Quando riuscì a non vedere più l’esterno, riprese a respirare normalmente, i piedi e le mani si riscaldarono, come se il sangue avesse ripreso a scorrere solo in quel momento e il gorgo di tensione al ventre si allentò.

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  • Estratti editi – Memorie dal buio, La bestia
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    Cusago, 20 gennaio 1784

    Pomeriggio

    Il crocefisso emergeva dal bianco dei campi innevati con la sua scarna ossatura di bronzo, piegato su un fianco dal tempo e dall’incuria. Con la mano inchiodata pareva indicare proprio il cancello a due battenti, che cigolava pigro a ogni refolo di vento. Le mura di rossi mattoni scrostati apparivano dal nulla, dalla nebbia densa, coi loro ricami di muschio verde brillante.

    Un silenzio attonito circondava le case dei morti, chiusi nel loro piccolo mondo, alcune centinaia di passi oltre l’ultima cascina abitata, soli tra le campagne.

    Il carro funebre procedeva lento sulla mulattiera che conduceva al modesto cimitero. Le ruote affondavano nello strato di neve fresca di incontaminata purezza, risuonando di scricchiolanti echi in armonia coi passi che le seguivano.

    I passi della donna erano fieri e privi di paura, nell’ondeggiare del velluto blu dell’abito patrizio. I muri delle celle e dei corridoi erano intrisi di dolore, sangue e deiezioni umane. Risuonavano delle grida dei condannati e dei lamenti dei moribondi. Nessuno avrebbe aiutato quegli uomini dimenticati, privati di ogni dignità e diritto.

    Al becchino pareva un sogno di stare seduto a cassetta di un lussuoso carro, con le pareti di vetro sul cassone, il legno ingrassato e verniciato di nero.

    Il tiro era affidato a un giovane cavallo morello dal folto pennacchio sulla testiera, che trottava coi garretti alti e fieri e il capo sontuosamente appoggiato al petto. Era un passo d’alta scuola, che il cocchiere in livrea comandava con semplici tocchi delicati della lunga frusta sui fianchi dell’animale.

    «Tutto questo spreco di soldi per una strega», gracchiò il becchino, che raspò con la voce sul fondo della trachea per espettorare un grumo verdastro verso il terreno.

    «Taci, villico!» sibilò il cocchiere, fissandolo in tralice con spocchia.

    Al becchino non importava nulla dei pensieri di quel cittadino con la puzza sotto al naso. Per la prima volta le natiche non gli dolevano per i colpi della strada sul sedile della carrozza e non sentiva stilettate di dolore per le asperità che facevano dondolare il carro, colpendolo dritto ai lombi.

    I lombi della donna, snelli e tonici, vennero messi a nudo dal boia che le strappò l’abito di velluto alla ricerca dei segni da strega. Con meticolosa morbosità le toccò il corpo, indugiando a pizzicarle i capezzoli, cercando con lo sguardo abbietto ogni reazione di dolore o disgusto sul volto della condannata. Il giudice osservava compiaciuto la scena, i testimoni si leccavano le labbra aizzando la bestia che in loro comandava al sopruso e al sadismo. Carne fresca, splendido corpo di femmina da violare.

    Quella era una carrozza da gran signori. Il sedile era imbottito di morbida stoffa, trapunto di seta finissima, e gli assali avevano nuove e rivoluzionarie molle arcuate, che rendevano la sospensione delle cinghie molto più flessibile.

    Lui se ne intendeva di carri e aveva notato una serie di dettagli innovativi in quel mezzo: sotto gli assali c’era la nuova ruota dentata che, a seconda del peso trasportato, dava stabilità al cassone posteriore, tendendo le cinghie.

    Il Boia tirò la cinghia azionando la ruota dentata e le membra della donna si tesero, strappandole un gemito di dolore. Nessuno le aveva ancora fatto domande: quelle sarebbero venute dopo. A loro non interessavano le risposte, solo la visione del suo corpo offeso e vilipeso, sanguinante e mortificato.

    Il becchino si rilassò guardando i mulinelli di neve soffice che avevano ripreso a cadere, rendendo l’aria più limpida e asciutta. Solo quando il carro avanzava, creando una lieve corrente, si vedevano i fiocchi danzare nell’aria immobile, per il resto scendevano creando effimeri castelli di ghiaccio sul terreno spigoloso e gelato. In lontananza, Milano si stagliava col suo profilo scuro e, nel silenzio della campagna, gli sbuffi neri dei camini ricamavano orli spettrali sulle basse nubi.

    Il fumo scuro del braciere saliva ad accumularsi sul soffitto a volta della cella.

    Le pinze stazionavano ormai da un’ora ad arroventarsi sulla graticola, quando il boia le prese, avvicinandole al petto della donna. Con le spalle disarticolate, appesa e appesantita da una palla di ferro ai piedi, non aveva più molta presenza di spirito. Il giudice aveva ordinato per lei il trattamento più spietato, visto che per ore non aveva risposto ad alcuna domanda.

    «Sei tu una strega?» le avevano chiesto. «Tuo padre è uno stregone? Un servo di Satana? Tua figlia è una strega? Accusali e il tuo tormento finirà.»

    Nessuna risposta.

    Lei li avrebbe protetti e difesi.

    Milano. Protetta e difesa secondo gli Asburgo. Dominata e tassata secondo i cittadini. Una città nel mezzo delle lande, in una pianura fertile disegnata dalle acque, sostenuta e cullata dalle falde sotterranee che la mano umana aveva modellato dai primi antichi argini sui fiumi, fino ai moderni navigli. I migliori geni, primo tra tutti Leonardo da Vinci, avevano applicato il loro talento a regolare e ottimizzare le acque della pianura in un complesso sistema di canali artificiali. Ed era questo bonum facere di latina memoria, che rappresentava l’ideale più elevato di bonifica. Fare buone opere per ridistribuire il bene più prezioso a memoria d’uomo, l’acqua.

    Quando la donna venne immersa nella vasca d’acqua, i più sensibili tra i testimoni al processo erano ormai fuggiti. La vista e l’odore della carne bruciata dei seni straziati, aveva portato la maggior parte dei presenti al limite ultimo di sopportazione. Ognuno aveva un proprio punto oltre il quale l’eccitazione sessuale diveniva disgusto.

    Il giudice poteva andare molto oltre, il boia non aveva alcun limite. La esposero. La guardarono come un’opera d’arte, infilarono lerce dita nelle piaghe. Non era ancora abbastanza. Era il momento della soluzione finale. Toccava all’acqua, alla vasca gelida in cui venne immersa.

    «Se riemergerai, vuol dire che il diavolo ti aiuta, se non lo farai, morirai e ti dichiareremo innocente.»

    La donna neanche aveva ascoltato il giudice. Aveva i piedi liberi e, quando aprì gli occhi tumefatti, sott’acqua, vide un volto amico, soffuso di luce.

    Era suo padre, che appariva con ali da angelo e il corpo etereo.

    «Vorrei aiutarti, figlia mia.»

    «Non puoi padre, sei lontano ora, io ti sto vedendo perché la mia mente fugge dal dolore della tortura, sei la mia dolce illusione.»

    «No… sono qui con te. Ci sono stato da quando ti hanno presa.»

    «È vero, sei sempre stato con me. E se lo sei anche ora, ascolta le mie ultime volontà. Resta con la piccola, proteggila. Io ho accettato il mio destino. Le ho dato i natali, so che lei farà grandi cose con la tua guida.»

    «No, non è giusto, lei ha bisogno di te… io… io ho bisogno di te, ma non posso intervenire.»

    «Non devi. L’Equilibrio vuole che io ora vada oltre e che lei trovi la forza di crescere senza di me.»

    «Ti porto via! Non mi interessa nulla della Legge dell’Equilibrio o il libero arbitrio e…»

    La donna fece cenno di no, respinse la salvezza.

    Il giudice e il boia si guardarono straniti vedendo la donna immersa, legata e inginocchiata nell’acqua, trattenere il respiro fissando dinanzi a sé, poi scuotere il capo.

    «Ecco, sta parlando col diavolo!» annunciò trionfante il giudice ai testimoni rimasti.

    La donna mise un piede sul fondo della vasca e si spinse in alto, riemergendo a respirare, fiera e indomabile.

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    In quegli anni, aperti sul nuovo secolo che giungeva, si leggevano i primi vagiti di una società nuova, moderna, che poggiava i piedi sui nobili ideali di progresso e la traballante elegia dell’Illuminismo, ma che tuttavia graffiava appena la scorza di superstizione e velleitarie usanze dell’Evo Medio.

    Superstizioni come quelle sulla stregoneria, demoni e magia che imponevano al becchino di segnarsi in petto e fare scongiuri contro il feretro della «Strega Francese», ogni volta che vi posava lo sguardo.

    Il carro si fermò e, quando l’uomo scese, affondò i piedi nel palmo di neve già consolidata.

    Per fortuna aveva scavato la fossa il giorno prima, avrebbe faticato poco e incassato una lauta mancia, doveva solo mostrarsi contrito e dispiaciuto per la sorte di quella prostituta fattucchiera.

    Non che la conoscesse poi bene, ma se era stata impiccata in Piazza Vetra dall’Inquisizione, qualcosa doveva pure aver fatto.

    Del Santo Uffizio non si sentiva ormai più parlare da decenni quindi, pensava l’uomo, se era stato imbastito un processo e una condanna apposta per lei, doveva essere colpevole per forza.

    Il becchino si affiancò al cocchiere per estrarre il feretro di mogano scuro dal carro e, quando i due parenti maschi si avvicinarono per caricare in spalla gli ultimi due angoli, l’uomo godette nel dare ordini a due nobili.

    Non c’era mai gente al cimitero a quell’ora e non sarebbero venuti per la «Strega Francese», che riceveva la sepoltura in terra consacrata, ma non le esequie cristiane. C’erano solo suo padre e lo zio, che avevano portato il feretro, calandolo poi nella fossa.

    Poco distante dalla sepoltura, una donna di mezz’età singhiozzava, tenendo in braccio la figlia della defunta.

    Ancora più lontano, vicino al carro, si era rintanato il cocchiere, che teneva un piccolo crocefisso d’argento dritto innanzi a sé, recitando il rosario più a protezione propria che a intercessione per la morta.

    Il becchino andava riempiendo la buca con la terra arida e sassosa, in cui si distinguevano piccoli frammenti di ossa e denti di morti antichi, rimescolati nel suolo argilloso. Si adoperava per finire in fretta e sottrarsi a quell’incombenza che giudicava inutile e offensiva per tutti i buoni cristiani che erano sepolti in quel cimitero. Gli stessi che poi profanava frantumandone le ossa mentre lavorava. Fosse stato per lui, avrebbe bruciato la strega e disperso le sue ceneri, ma la famiglia era ricca, tanto valeva prenderne i soldi.

    Pecunia non olet, pensò.

    Il padre della strega era il sindaco del villaggio, eletto dal popolo per le questioni di ordinaria amministrazione locale, così come eletti erano il cancelliere, per il calcolo delle pressioni fiscali, l’esattore per la riscossione dei tributi in nome dell’Impero Austriaco e il console per l’amministrazione della giustizia. Insieme formavano un quadrumvirato organizzato e preciso per mandare avanti un paese che prometteva di crescere e divenire un centro nevralgico per il commercio della seta grezza.

    Il vecchio sindaco non aveva dubbi che, dopo lo scandalo del processo e dell’uccisione della figlia, il suo mandato non sarebbe stato rinnovato, ma non gli importava. Tale era il dolore di quella perdita, da togliergli la voglia anche solo di restare.

    In fondo, poteva andare dove voleva, era un «Fermatario del Sale», uno di quei nuovi nobili, ovvero imprenditori, che andavano soppiantando l’antica aristocrazia ripiegata sui fasti passati, incapace di amministrare, gestire e far fruttare gli enormi possedimenti.

    Il governo conservava gelosamente il monopolio del sale e lui aveva ricevuto l’appalto per la vendita e distribuzione del prezioso materiale che, insieme a tutto ciò che era esotico, veniva importato da Venezia e dall’oriente, giungendo lungo il Po, poi sul Ticino fino a Bereguardo, dove iniziava la «Via del Sale», verso Milano.

    Nessuno però sapeva che le ricchezze dell’uomo venivano da un onesto commercio. Per tutti ora era solo il padre degenerato di una levatrice condannata dall’Inquisizione come strega, giustiziata e lasciata appesa dieci giorni come monito.

    All’uomo non importava nulla dei rumori del volgo, era facoltoso abbastanza da comprare alla figlia un loculo degno del ricordo, invece che un’anonima fossa comune, in cui la voce astiosa del popolo l’avrebbe voluta condannare.

    Eppure non dubitava che, di lì a poco, qualcuno sarebbe venuto a profanare i resti, in sfregio o alla ricerca di reliquie magiche da rivendere ai morbosi collezionisti.

    Milano non distava che sei miglia da Cusago, ma a volte sembravano separati da interi continenti e l’anziano, nel guardare verso la città, pensò di abbandonare quel paese di contadini superstiziosi che era stato la loro casa per cinque anni.

    Neanche sapeva perché sua figlia avesse scelto proprio quel paese per fermarsi dopo il viaggio da Arles en Provence.

    «È un segno, so che devo stare qui, ma non so perché. Gli spiriti mi indicano questo luogo», gli aveva detto sorridente e lui l’aveva accettato, come sempre.

    In fondo era il suo protettore, non il suo padrone.

    La bella Marie Claudine Darcy era proprio una strega, un druido per la precisione, custode degli antichi segreti della foresta, dell’energia della terra, della magia delle erbe guaritrici e delle pietre. E lui avrebbe piantato sulla sua tomba le sue essenze preferite: la malva che purificava, la camomilla che rilassava, il rosmarino che leniva.

    Marie Claudine era anche una levatrice paziente, esperta, sensibile, capace di sollevare le donne dal dolore del travaglio e di restituire alla vita i neonati che altri avrebbero dato per spacciati.

    L’anziano guardò le lapidi del cimitero. La cappella della ricca famiglia Aliprandi, custodi del Castello Visconteo. Ma anche il tumulo matrimoniale dei coniugi Stampa, parenti lontani del Marchese Stampa di Soncino, che era proprietario del paese e della maggior parte dei boschi adiacenti, sulla cui pietra orizzontale si ergeva un angelo dalle ali e le braccia stese, in segno di benedizione.

    Gli occhi del vecchio si fermarono a contemplarlo con un velo di tristezza.

    «Nonno Draco…» La vocina sottile della bambina lo richiamò dai suoi cupi pensieri. Lui la guardò in quei profondi occhi verdi che spiccavano sulla pelle chiara, incorniciata dalla cascata di boccoli rossi.

    Amava quella piccola, anche se non riusciva a dirle la verità e ad ammettere che, come protettore, era stato un fallimento.

    Draco aveva adottato Marie Claudine il giorno stesso della sua nascita e non aveva mai avuto il coraggio di confessarle di non essere il suo vero padre. Ma la amava come se lo fosse, su questo non c’erano ombre. La amava come ora amava la sua nipotina che, senza mai aver conosciuto il padre, veniva privata anche della madre. Nel giorno del suo sesto compleanno, invece di festeggiare con dolci e regali, era costretta ad assistere al funerale della mamma.

    «Cosa c’è, Topina?» le chiese avvicinandosi a Dinetta, l’amica in lacrime, la collega levatrice, per prendergliela dalle braccia con un muto ringraziamento.

    Il corpicino della bambina era più piccolo rispetto ai sei anni che aveva, minuto e magro anche col cappottino di lana imbottita di pellicciotto.

    L’anziano osservò il becchino premere coi piedi il cumulo di terra e batterlo con il piatto della pala, quindi fece un cenno all’altro parente, lo zio, affinché allungasse all’uomo il saldo della spesa e una cospicua mancia.

    Consegnando il denaro in più, venne rinnovata la raccomandazione a vegliare la tomba dai malintenzionati fino alla deposizione del marmo della lapide.

    L’uomo, gretto e sporco, soffiò dal naso una caccola con una contrazione rapida dell’addome e incassò i soldi, rubandoli quasi dalla mano dello zio.

    «Sarà fatto, signori Darcy», rispose con evidente stizza.

    A occhi bassi continuò la sua opera, lasciando poi spazio a Dinetta per deporre dei fiori secchi, intrecciati in una corona, sul cumulo di terra.

    L’anziano si allontanò col fratello e con la piccola in braccio, che da oltre la sua spalla guardava il tumulo allontanarsi.

    «La mamma avrà freddo lì dentro, tutta sola?»

    Le lacrime si gonfiarono negli occhi neri dell’anziano e lui quasi si stupì della facilità con cui sgorgarono. Le asciugò con la mano, le guardò, sgranandole sui polpastrelli, ma non riuscì a rispondere alla bambina.

    Il fratello gli posò la mano sull’avambraccio, in segno di conforto, prima di affrettare il passo e chiudere i conti anche col cocchiere.

    Il nodo di commozione che serrava la gola del nonno gli impediva di parlare, così lo fece la piccola, senza smettere di guardare la tomba che si allontanava man mano che i passi la portavano verso l’uscita del cimitero, immerso nel silenzio gelido dell’inverno padano.

    «Tu non mi lascerai, vero?»

    «Perché questi pensieri, Cécile?» Draco la strinse a sé e gli occhioni verdi della piccola si riempirono di lacrime che soffocò contro i lunghi capelli morbidi del nonno, biascicando le sue paure in parole singhiozzanti.

    «La mamma se n’è andata, mi ha abbandonato e, se mi lasci anche tu, io come farò?»

    «La mamma non se n’è andata. Non ti avrebbe mai lasciato. La mamma è stata uccisa da uomini cattivi. Non darle colpe, perché ti ha difeso e amato fino alla morte.»

    La bambina era abituata al parlare schietto del nonno e considerava verità assoluta qualsiasi cosa uscisse dalle sue labbra.

    Lo adorava, così alto ed elegante, con quei lunghi capelli setosi e lisci che profumavano di sapone; con la voce profonda e rilassante, che la ipnotizzava quando le leggeva le storie prima di addormentarsi; con gli occhi così neri che a volte lei stessa ci si perdeva dentro.

    «E tu non morirai anche se sei vecchio?» gli chiese.

    «Io non morirò, hai la mia parola, Cécile.»

    E lei gli credette, senza alcun dubbio.

    Avanzarono lungo lo stradino che tagliava le marcite sorte tutto attorno al cimitero, tornando verso il paese. I fiocchi divennero più fitti, annichilendo e schiacciando la nebbia che si addensava proprio a partire da quei fertili campi che emettevano debole calore. La densa bruma poté solo artigliare le ginocchia, poi le caviglie, poi dovette soccombere al gelo secco della neve.

    Un contadino, magro e curvo, con gli zoccoli di legno immersi nell’acqua fredda, era intento a tagliare con una falce la stentata erba invernale che la marcita concedeva. Non fosse stato per la sua triste canzone in dialetto e per il cappello di lana, sarebbe sembrato una caricatura paesana della morte stessa.

    Quando il trio gli passò accanto, seguito da Dinetta che arrancava a tenere il passo con le gambe grassocce, l’uomo si tolse il berretto e si fermò nel lavoro.

    «Condoglianze, Sindaco Darcy.»

    Era il primo che gliele faceva in tutto il paese. Neanche le campane avevano suonato a morto.

    Non per sua figlia, non per la «Strega Francese».

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  • Estratti inediti – Memorie dal Buio, Mille
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    CAPITOLO 1

    Haifa, Monastero del Monte Carmelo, Equinozio d’autunno 1013

    L’uomo prese il rigido involucro di stoffe e lo legò con delle strisce di cuoio e delle catene, imballando il suo contenuto, per poi apporre un marchio di ceralacca sul lucchetto che teneva sigillato il pacco.

    Solo allora lo offrì al giovane incappucciato.

    Il ragazzo teneva il capo chino, sperando di nascondere il volto e le sue emozioni, ma il leggero mantello di lana da viaggio tradiva un respiro ansioso ed emozionato, mentre tendeva mani tremanti a ricevere il fardello dall’uomo.

    Il vento del mare spirò prepotente, portando un poco di refrigerio al caldo opprimente nella Grotta del Profeta Elia, quando le mani del giovane presero contatto col misterioso involto di stoffe.

    Le candele si spensero quasi tutte, lasciandone solo un paio a tremolare sui loro stoppini di corda.

    Nella semioscurità del ventre della terra, il contenuto del pacco emise un debole bagliore dorato e caldo, nonostante i vari strati di stoffa, baluginando con maggiore intensità vicino alle mani del ragazzo.

    Il pacco, rettangolare, largo una spanna e lungo due, sottile come due dita appaiate, era pesante e metteva a dura prova le braccia del giovane, che le teneva protese mentre il suo superiore ancora non mostrava di voler togliere le mani dal tesoro.

    «L’Arcangelo Michele mi è venuto in sogno, figlio mio, comandando questo viaggio che deve iniziare oggi, da qui. Poiché oggi, mi ha detto, l’ultimo raggio di sole al tramonto lambirà il perfetto allineamento dei luoghi sacri.»

    «N-non capisco.»

    «Non occorre che tu capisca ora. I confratelli dei monasteri sono già stati avvertiti. Li raggiungerai, uno per uno, e prenderai in carico le loro reliquie. Sei atteso a Skellig Michael entro l’equinozio di primavera con tutti i pegni.»

    «Sì, fratello Caesar, compirò la mia missione.»

    «E lo farai, poiché, lo hai ben visto, la reliquia ti ha riconosciuto come degno portatore», sospirò dopo una breve pausa in cui rimase a soppesare l’allievo in ogni suo dettaglio, dal volto affilato e magro, agli occhi tondi, leggermente infossati nelle orbite più scure. «Non sai nulla del mondo che c’è là fuori, dei pericoli e della vita nelle strade e io mi do pena per te, perché il mio cuore di confratello non vorrebbe mai esporti a questi pericoli.»

    «Grazie, Abate, ma se questo è il mio destino, devo accettare la volontà di dio.»

    L’abate annuì, mettendogli le braccia sulle spalle, preparandosi a una confessione che non avrebbe mai dovuto fare: «Sei come un figlio per me, ti prego, stai attento.»

    Il ragazzo rimase immobile con le labbra socchiuse, stupito da quella manifestazione di affetto del suo superiore.

    «Voi mi avete accolto, istruito e preparato. Non vi deluderò!»

    «Non potresti mai farlo», disse con un sorriso amaro. «Rimani sempre fedele al tuo cuore e agli insegnamenti che hai ricevuto qui e che ti indicheranno la giusta strada da seguire qwuando il diavolo verrà da te a tentarti.»

    «Come Gesù nel deserto», aggiunse lui, piegando il capo.

    «Al molo troverai il guerriero della fede Jeacques Corday pronto ad accompagnarti e a farti da scorta.»

    «Sia fatta la volontà di Dio.»

    Il monaco baciò in fronte il giovane: «Nelle stalle ti attende l’asino che ti accompagnerà. Zefiro è un buon animale, intelligente e razionale e l’ho scelto apposta, tra tutti gli asini del convento, per esserti compagno e guida in questo pericoloso viaggio.»

    «Grazie Abate Caesar.»

    «Prima di partire passa dalle cucine, Fratello Adelmo ti ha preparato delle provviste e questi ori ti aiuteranno a non patire mai fame e freddo. Mettili al sicuro», disse versandogli in mano una manciata di gemme e pezzi d’oro.

    «E’… è troppo, io…» cercò di obiettare, constatando il valore dei preziosi che gli erano stati donati, ma quando l’abate gli chiuse le dita sulla piccola fortuna, il ragazzo annuì in silenzio, la rimise nel sacchetto di cuoio e se lo mise al collo.

    Quando la porta del convento si chiuse alle sue spalle, il ragazzo ebbe un sussulto. Non aveva mai messo piede fuori da quelle mura sicure, intrise della devozione e della fede dei suoi confratelli.

    Era solo.

    Doveva iniziare un viaggio di migliaia di miglia, in luoghi di cui non conosceva lingue e usanze.

    Fissò l’asino che ricambiò il suo sguardo, piegando le orecchie di lato, in attesa.

    Dopo alcuni istanti, Zefiro batté lo zoccolo sulla roccia.

    «Hai ragione. Un viaggio inizia col primo passo.»

    Il primo passo era anche il più difficile da compiere e il ragazzo fissò ancora a lungo i piedi, prima di muovere il destro e prendere a scendere dalla collina.

    Caesar lo poté seguire a lungo, mentre camminava spedito verso la città di Haifa, portando l’asino a mano e la reliquia stretta tra le braccia.

    Il monaco rimase concentrato sul bagliore dorato dell’involto di stoffe e catene, una languida carezza che abbracciava il corpo e il capo del giovane, finché questi non si decise a metterlo nella bisaccia dell’asino, sparendo così nell’oscurità della stretta via tortuosa della periferia di Haifa.

    Ora che il primo passo era stato fatto, il ragazzo camminava baldanzoso e fiero della sua missione, ne gustava l’inizio come il più delicato dei vini, come quei pasticcini salati e leggeri che preparavano il corpo al pranzo e alle portate nobili.

    Davanti a lui si stendeva il vasto mare e la più grande avventura della sua vita, che iniziava con una piazza gremita di persone che salivano o scendevano lungo le passerelle delle imbarcazioni, accatastavano merci e animali, preparandosi ai mercati e ai commerci della mattina successiva. Era un brulicare di vita così lontano dalla tranquillità ascetica del monastero cui era abituato, che quasi ne fu stordito.

    «Zefiro, guarda quanta gente, non ne ho mai vista tanta tutta insieme!» L’asino ragliò sommessamente, avanzando nel vicolo. «Gente di tanti paesi diversi. Così tante lingue, così tante religioni, monete, usanze. Una Babilonia di depravazione e pericolo!»

    L’asino piegò indietro le orecchie e lo fissò, fermandosi: «Che c’è? Ti annoio? Io invece sono eccitato e impaziente. Impaurito e titubante. Sono ubriaco di emozioni! C’è tutto il mondo davanti a noi! Vedremo la Grecia, Roma, la Francia e farò ritorno proprio in Cornovaglia dove sono nato. A missione conclusa, potrò cercare risposte sulla mia origine e la mia famiglia, di cui non so praticamente nulla», l’asino lo stava guardando con gli occhi attenti. «Nemmeno il motivo per cui si sono liberati di me mandandomi in un monastero, senza più venire a cercarmi.»

    L’asino appoggiò il muso al suo fianco e il giovane chierico ne trasse un conforto inaspettato: «Sei una bestia empatica, Zefiro, e molto intelligente. Andremo d’accordo, tu e io. Andiamo ora!»

    Uscendo da un vicolo, il monaco fece per svoltare sulla direttrice principale che costeggiava la piazza del porto, quando l’asino si piantò sui suoi zoccoli, rifiutandosi di proseguire.

    Il ragazzo tirò le briglie, imprecò e subito chiese perdono al cielo, ma di smuovere l’asino non ci fu modo.

    All’ennesimo strattone, l’animale indietreggiò e portò con sé il gracile prete, che nella foga si scoprì il capo, rivelando la tonsura monacale, mentre cadeva per terra: «Mi rimangio tutti i complimenti, sei solo una stupida bestia!» Disse subito prima che una freccia si conficcasse nel muro dove s’era appena scansata la sua testa.

    Il ragazzo fissò il dardo, poi la via in cui le persone presero a correre gridando in una crescente caoticità che sollevava polvere e faceva bruciare gli occhi.

    Quando una figura in fuga gli passò accanto, urtandolo senza criterio, lui non poté vedere granché, ma sentì un pizzicore lungo il braccio urtato e un refolo di odore di sangue, sporcizia e sudore di un tono più delicato rispetto all’afrore maschile cui era avvezzo nel monastero.

    Odore di donna.

    *

    Porto di Haifa, stesso momento

    La chelandria veneziana attraccò dolcemente, trascinata dai portuali che accompagnarono lo scafo ad avvicinarsi al molo, fissando poi le gomene alle bitte di legno. La nave dallo scafo tondeggiante  gettò l’ancora e i marinai terminarono di ammainare la vela quadra, ritirando i remi e abbassando l’albero.

    Dal guscio centrale emersero i passeggeri, che si avviarono sulla passerella.

    L’uomo che li guidava rimase immobile a guardare il viavai di persone, così abbondanti anche a quella tarda ora di notte, ma il suo non era uno sguardo di ammirazione, bensì di disprezzo e critica.

    Lo stesso sguardo si leggeva sul viso delicato di una ragazzina, sedicenne o poco più, dalla folta chioma rossa e ricciuta, che gli si affiancò.

    «Che disgusto», commentò arricciando il naso viziato. «E che fetore. Zio caro, spero che non vorrai che io scenda in mezzo a quella marmaglia di barbari.»

    Lui non rispose, continuando a scrutare la folla, come in cerca di qualcuno.

    «Nonostante siamo da dieci giorni su questa nave, non mi interessa la terra ferma se questo è l’odore e la vista che mi si offre.»

    Di nuovo lui tacque, ma lo sguardo si fissò su un pingue uomo di mezza età e le sue mastodontiche guardie.

    La ragazzina, che dava le spalle al porto, fissando l’opulenza e la pulizia della sua nave, non si accorse dello sguardo di intesa che lo zio si scambiò con l’uomo e riprese a lamentarsi: «Se proprio devo farti da interprete, porta i commercianti qui, al mio cospetto. Se metto piede a terra come minimo prendo le pulci da questi sudicioni.»

    Lo zio fece un cenno ai suoi armigeri che, in un istante, legarono i polsi della ragazza: «M-ma cosa? Come vi permettete! Zio, che succede?»

    L’uomo infilò i pollici nella cinta d’arme di cuoio che, più che reggere una spada, serviva a stringere li broccati degli abiti col corpo snello: «E stai zitta una buona volta, gallina viziata.»

    La ragazza sbarrò gli occhi e il terrore iniziò a strisciarle sotto pelle quando si rese conto che anche la sua serva era stata legata e bloccata all’albero maestro: «Z-zio, cosa vuol dire tutto questo? Stai certo che non appena lo dirò a mio padre lui…»

    «E’ lui che mi ha dato questo ordine, mia cara nipote. Il tuo comportamento licenzioso rischiava di gettare discredito sulla famiglia e compromettere la salita al soglio del Doge per tuo padre.»

    «Licenzioso? Ma io non ho mai fatto nulla di riprovevole!»

    «Stai zitta una buona volta. Visto che hai rifiutato il matrimonio che avevamo combinato, ne abbiamo organizzato un altro. Questo facoltoso commerciante sosterrà tuo padre e la sua carriera. In cambio, ti avrà in sposa.»

    Scese dalla nave, trascinandosi dietro in malo modo una ragazzina, rissosa e combattiva che strattonava e si opponeva, cercando di liberarsi dal cordame, stretto e doloroso: «Non puoi zio, non puoi lasciarmi qui! Mio padre non può aver preso questa decisione orribile! Riportami a casa, gli parlerò io!» Lo pregò, trattenendo le lacrime, incespicando sulla passerella quando, dietro di loro, l’armigero la spinse in malo modo.

    La ragazza gridava e lo insultava, e la sua voce e la chioma rossa avevano iniziato ad attrarre gli sguardi dei pochi presenti sui moli.

    L’uomo le rifilò un ceffone che la fece bloccare all’istante, tanto coi movimenti che con le parole.

    «Uno schiaffo ben dato non sarà mai dimenticato. Mio fratello avrebbe dovuto dartene molti altri e anche prima e ti garantisco che non saresti cresciuta così viziata e ribelle», e le avvolse il capo nello scialle, coprendole i capelli e gran parte del volto, poi riprese a tirarsela dietro, guardandosi intorno con attenzione, fino a incrociare il mercante.

    «Eccolo», disse infine e mutò repentinamente direzione, senza dar modo alla ragazza di poter osservare il medesimo bersaglio.

    «Zio, per favore, ripensateci!» Osò piagnucolare lei. «Non lasciarmi qui.»

    «Nel momento in cui ti metterò nelle mani del mercante Baldassarre, potrò lavare via dalle mie la responsabilità. Ti sei messa tu in questo guaio e ne pagherai il fio.»

    La ragazza si rifiutava di accettare quel destino e strattonò la presa fino a sentire le dita della mano intorpidirsi e pulsare di dolore, incespicò e cadde, venendo tirata in piedi con tale veemenza da soffrire un dolore acuto alla spalla.

    Si guardò attorno alla ricerca di aiuto, ma si bloccò con gli occhi sbarrati di terrore quando vide il suo promesso sposo.

    Lo zio si era fermato davanti a un uomo sui quarant’anni dallo sguardo crudele e privo di pietà.

    «Baldassarre, ecco la fanciulla. La sua dote è nel bagaglio della serva. Come stabilito dal contratto, ella ora vi appartiene come moglie. Il suo nome nobile darà lustro al vostro. E i figli che vi darà saranno marchesi.»

    La ragazza tremò e rimase impietrita quando il suo promesso sposo avanzò per esaminarla come si faceva con gli schiavi o i cavalli al mercato.

    Capelli.

    Denti.

    Braccia.

    Seno.

    Fianchi.

    E mentre uno degli sgherri del mercante controllava il denaro, lui non staccava gli occhi di dosso alla fanciulla: «Concludiamo in fretta, sto aspettando anche altri mercanti di schiavi. Accetto la ragazza come moglie e la sua dote. Sosterrò la famiglia Tron nella votazione per il Doge, ma considerando che accetto di tenere questa puledra ribelle lontano dai vostri guai, in cambio voglio anche un carico di vetro, o lei potrebbe riapparire a Venezia con una bella storia da raccontare.»

    Lo zio strinse il polso della ragazza con tale forza da farla gemere di dolore: «E l’avrete con la nave che giungerà alla prossima luna nuova», concesse con un ringhio e con un inchino obbligato ed eseguito con una rigidità indispettita.

    Tese la mano e gli offrì il braccio della ragazza.

    In quel momento un cavallo ferito si impennò e scalciò da qualche parte nella piazza, seminando il panico tra i portuali e i malfattori che, a quell’ora della notte, affollavano il molo e le bettole che sorgevano, pericolanti e sudicie, come i denti di un morto abbandonato sul campo di battaglia.

    Il sibilo di alcune frecce fece abbassare il capo ai più reattivi tra gli uomini, lasciando i meno esperti a guardarsi intorno sperduti.

    Una freccia si piantò nel muro vicino a un asino, un’altra centrò in un occhio uno sgherro di Baldassarre che cadde addosso alla ragazza e, nella concitazione del momento, lei si trovò libera.

    Ci mise poco a decidere e, alzatasi in piedi, cercò di fuggire.

    Baldassarre la prese per una caviglia: «Ferma tu!»

    La fuga non poteva finire così, non dopo che aveva assaporato la libertà e un’opportunità di sottrarsi a quel destino.

    Piantò il piede a terra e menò calci con l’altro, prima alla spalla, poi sulla mano e, quando finalmente trovò il volto del suo aguzzino, calciò con tutta la sua forza una, due volte finché, al terzo calcio, qualcosa si ruppe e lui mollò la presa gridando di dolore mentre si teneva le mani sulla faccia, ridotta a una maschera di sangue.

    La ragazzina indossava ancora le pianelle veneziane con le zeppe di legno che tenevano sollevati i piedi dalle calli umide e invase dalle acque della laguna e ringraziò quelle suole dure cui ora doveva la sua libertà.

    Le frecce sibilarono attorno a lei, mentre si infilava in un vicolo, nascondendosi tra la folla che correva tutta nella sua medesima direzione, gomito a gomito, spintonandosi e gridando per fuggire dal pericolo.

    *

    Bettola del Cavallino, stesso momento

    Il giovane agitò il bicchiere di coccio con dentro gli astragali cubici di montone e lanciò sul tavolo i suoi dadi.

    Aveva circa vent’anni, coi lineamenti imbastarditi tra ebrei e occidentali che alternavano le scure sopracciglia a capelli castano chiaro e occhi di un color sabbia ambrato, dai riflessi verdi.

    I ricci dei lunghi capelli lo facevano assomigliare alle iconografie del Cristo, ma il sorriso impertinente era di chi si fosse confrontato più spesso con l’estorsione piuttosto che con i saggi del tempio.

    Le ossa di ovino, con incisi sulle facce i numeri dall’uno al sei, rotolarono e si fermarono vicino a quelli del suo avversario: «Trentacinque! Ho vinto di nuovo!» Dichiarò ridendo, mentre l’ovazione di  stupore degli spettatori accompagnava bestemmie, rutti e incitamento a giocare di nuovo.

    Ma l’avversario sollevò le mani e il boccale: «Ah no, basta così, il ragazzo è fortunato stanotte e io non lo sfiderò ancora. Vieni, pagherò il mio debito, poi dovrò tornare al mio lavoro.»

    Il giovane aveva rischiato sfidando quel guerriero dagli abiti nobili e dalla scarsella sempre piena, ma i suoi astragali erano limati al punto giusto e il guerriero era inesperto dell’azzardo e sempre brillo a quell’ora della notte.

    Vincere non era stato difficile.

    Il colpaccio era andato a segno dopo due notti di osservazione della sua preda e delle sue abitudini.

    Gli aveva offerto del vino, aveva civettato con lui, intendendone le ambigue inclinazioni della carne e poi avevano giocato.

    Quello che gli avventori non sapevano, era che parte dell’accordo di vincita prevedesse un premio in natura, da riscuotersi con la mano o con la bocca ed ecco come mai i due si allontanarono verso le stalle, invece che terminare il saldo alla bettola.

    Nelle stalle c’era lo scudiero del cavaliere e il ragazzo sapeva di dover agire prima che il suo bersaglio entrasse nel portone e trovasse un alleato.

    Estrasse un pugnale dallo stivale e glielo puntò al petto: «Datemi i soldi, Cavaliere. Tutti. E nessuno si farà male.»

    «Artorius, ma dai! Davvero vuoi uccidermi per pochi pezzi d’oro? Credevo avessi voglia anche tu di dividere con me qualche attimo particolare.»

    «Sono bravo a recitare, cavaliere, ora datemi tutti i soldi che avete e ci saluteremo qui.»

    «D’accordo, ma lascia che ti dica che sono molto deluso e contrariato. Spero almeno che non li spenderai tutti in baldracche», e tirò fuori la scarsella appesantita dall’oro.

    In quel momento, le grida di alcuni uomini nello spiazzo antistante i moli gettarono nel panico la folla, un cavallo ferito corse nel vicolo e travolse il cavaliere, che cadde dritto sul pugnale di Artorius.

    Il ragazzo sentì la lama stridere contro le costole e la carne lacerarsi fino a inondargli la mano di sangue caldo.

    «Oh no… no, io non volevo! Cavaliere!» Piagnucolò il ragazzo.

    Il nobile gorgogliò sputando sangue e lo fissò negli occhi mentre moriva, con lo sguardo incredulo dipinto sul volto.

    Artorius lo abbandonò a terra, indietreggiando nella folla che fuggiva dal piazzale, mentre lo scudiero usciva dalla stalla, daga in pugno, per fronteggiare i pericoli.

    Il ragazzo si guardò le mani lorde di sangue, i vestiti sporchi e la lama intrisa di coaguli e frustoli di adipe e indietreggiò con le spalle al muro per poi infilarsi di corsa nella stalla, proprio mentre lo stalliere, chino sul corpo del suo padrone, veniva travolto e calpestato dalla folla in fuga.

    Lo sentì gridare per alcuni istanti in cui lui, rannicchiato in un angolo, si copriva le orecchie con le mani.

    Poi tacque e il frastuono delle persone in fuga si fece più lontano, indistinto.

    Artorius trovò la forza di alzarsi e guardare fuori dalla stalla.

    Lo stalliere era morto, travolto dalla folla e con il volto tumefatto e irriconoscibile: «Oddio, cos’ho fatto. Mio dio, mio dio!» Disse girando per la stalla con l’adrenalina che lo faceva tremare di orrore e paura.

    «Che diavolo è successo in quella piazza?» Disse, incontrando lo sguardo del cavallo del nobile, un possente stallone da guerra dal manto baio oscuro lo stava fiutando con le froge allargate e  il cipiglio indagatore. Sulla capezza di cuoio e acciaio aveva inciso il nome Guerriero; lì accanto, la sella e le bisacce erano poste sul trespolo che divideva la stalla del cavallo di razza da quella di un castrato color sabbia su cui viaggiava lo stalliere e che invece si chiamava Biscotto.

    Aveva poco tempo per decidere cosa fare.

    *

    Piazza del molo di Haifa, stesso momento

    La carovana si fermò nel centro dello spiazzo, appaiando le gabbie dei prigionieri vicino ai cavalli stanchi e sudati. I mercanti di schiavi si sedettero a sbocconcellare dei fichi mentre il loro capo si rassettava per apparire un poco meno masticato e sputato fuori dall’inferno del deserto.

    «Vado a cercare Baldassarre, cercheremo di vendergli la vergine subito, poi potremo riposare in attesa del mercato di domani per gli altri schiavi di minor valore», disse al suo secondo, scoccando un’occhiata alla gabbia di legno in cui una donna bionda era accucciata col capo tra le ginocchia e i capelli scompigliati con solo un vago ricordo di trecce e ordine. «Voi rimettetela in sesto per farla apparire al meglio. Voglio spillare un bel po’ d’oro a quel pervertito.»

    Uno dei mercanti gettò la pelle succhiata del fico nel falò che troneggiava al centro della piazza, a dare luce all’anfiteatro di vecchie catapecchie e armeggiò con la chiave per aprire il lucchetto della gabbia della donna bionda, che afferrò per i capelli: «Vieni fuori», ordinò con uno strattone.

    Sulle prime la donna rotolò e si fece trascinare, poi puntellò i piedi e si mise a camminare piegata in avanti, per assecondare la presa dolorosa delle sue ciocche.

    Seguì l’uomo vicino al carro che portava le botti di acqua, docile e remissiva, mentre gli occhi azzurri, circondati da neri aloni di ematomi, fissavano tutto attorno.

    Era la migliore occasione da quasi un mese.

    Era in piedi finalmente, e non in una piccola gabbia di legno in cui doveva fare tutto, mangiare, dormire rannicchiata, mingere e defecare.

    Si sentiva sporca e fetida.

    Se solo i suoi muscoli l’avessero assistita e non abbandonata per la forzata inattività.

    Strinse i pugni, provò a contrarre le cosce e a raddrizzare le spalle mentre l’uomo riempiva un secchio di acqua stantia.

    Valeva la pena provarci.

    La donna colpì il pomo d’Adamo del carceriere con un gancio destro caricato per essere pesante e doloroso e l’uomo si piegò boccheggiando, incapace di articolare suoni.

    Lei gli si accucciò accanto, stringendogli il collo nella morsa a tenaglia di braccio e avambraccio finché non lo sentì afflosciarsi e svenire.

    Ne perquisì il corpo fino a trovare un pugnale con cui gli recise la gola a sangue freddo, con la precisione di un sicario e si nascose tra i carri.

    Quello su cui erano stipati i suoi oggetti personali era al di là di una zona illuminata in cui non avrebbe potuto nascondersi.

    «Mohamed?» Chiamò uno dei mercanti, alzandosi dal falò per dirigersi al carro dell’acqua.

    La donna ne approfittò per correre al secondo carro, nascondendosi dietro le grandi ruote, per poi sfruttare il momento di panico del ritrovamento del cadavere, per salirvi, scivolando agilmente sotto il telo. Lì era stato raccolto tutto quello che era stato rubato agli uomini e alle donne che erano finiti nelle gabbie dei mercanti di schiavi e lei non toccò altro che le proprie cose.

    L’armatura di cuoio e metallo, la spada e lo scudo tondo, l’accetta da lancio e l’arco con la faretra.

    «Trovatela! Trovate quella maledetta puttana!» Gridò il secondo in comando.

    La ragazza balzò fuori dal nascondiglio, in piedi sul pianale del carro, caricando la prima freccia che sibilò nell’aria, conficcandosi diretta nella gola del vice comandante, poi una seconda che centrò uno dei mercanti. La terza stava per trapassare il petto di un altro manigoldo, ma all’ultimo si scostò e il dardo penetrò nei muscoli della spalla di un cavallo, facendolo impazzire di dolore. Impennò sui posteriori e calpestò persone e oggetti, scalciando e tirando le corde, fino a spezzarle.

    Trovatosi libero, prese a correre in mezzo alla folla, calpestando e saltando corpi, dando inizio a una fuga scomposta e terrorizzata degli umani.

    La quarta freccia era pronta a venire scoccata, quando il capo dei mercanti colpì la nuca della ragazza con un sasso che la ferì e le fece sbagliare mira, mandando la punta di ferro a penetrare in un muro di argilla e paglia di una casa d’angolo.

    L’arciera non controllò neanche lo stato della propria testa, sentiva solo il dolore pulsante e il caldo viscoso del sangue colarle nella schiena, ma non importava, doveva fuggire.

    Saltò giù dal carro e si mise a correre con le persone di quella città sconosciuta, mescendosi a grida straniere e abiti esotici, si scontrò con un’ombra a terra, di cui si dimenticò immediatamente e riprese a correre, fino a scomparire nella notte.

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  • La Cantarella
    Foto Focus Web

    Quando si parla di Cantarella non si può non pensare ai Borgia e all’accusa della Storia che li vuole come avvelenatori seriali. La condanna riguarda soprattutto Lucrezia poiché, come si diceva, le donne, troppo deboli per battersi contro gli uomini con cappa e spada, dovevano ricorrere a metodi più subdoli come, appunto, il veleno.

    Ma cosa c’è di vero nelle accuse contro Lucrezia Borgia e com’era sintetizzata la famigerata Cantarella?

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    Il primo distinguo va fatto con la CANTARIDINA, che è un composto ottenuto da alcuni insetti triturati, usati per ridare vigore sessuale agli uomini. E’ il medesimo composto che il marchese De Sade offriva agli amanti sotto forma di zuccherini o cosparso sui confetti all’anice e che, in un caso di overdose di uno dei suoi ospiti, gli valse la condanna a morte, poi commutata in detenzione. Gli effetti di grandi quantità di Cantaridina, mimano gli effetti della Cantarella, da qui il malinteso.

    La Cantarella è invece un derivato dell’ARSENICO, veleno già mortale di suo, che viene trattato dagli alchimisti e dagli speziali per aumentare il suo effetto letale attraverso due metodi principali di preparazione che mirano ad ottenere un composto dolciastro, solubile nei liquidi, bianco, del tutto simile a farina.

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    Questo aspetto può essere ottenuto mediante evaporazione in catini di rame, dell’urina di giovani uomini oppure dalla putrefazione di carcasse di maiale cosparse di arsenico. L’effetto era molto rapido e letale anche a piccole dosi, ma sono noti anche effetti a seguito di accumulo di dosi minime, che simulavano malattie consuntive lunghe e non così roboanti come un avvelenamento.

    L’effetto è quello di spasmi atroci, emorragie negli organi interni che si traducevano in emottisi (tosse di sangue) ed ematemesi (vomito di sangue) e morte molto rapida. Non sono noti antidoti a questa preparazione mortale, ma solo tentativi di assorbirne la presenza nello stomaco con la polvere di carbone, ma l’effetto salva vita era dubbio e riservato a tempestivi interventi.

    Dei Borgia e della Cantarella tratto nel romanzo Memorie dal Buio – Meretrix, di prossima uscita, in cui si parlerà di alcuni morti “eccellenti” della Roma di Alessandro VI Borgia, tra cui i Cardinali Ardicino, Michiel e Ferrari, lo stesso Innocenzo VIII, suo predecessore e il principe ottomano Cem di Costantinopoli. I mandanti? La storia indica Rodrigo Borgia e suo figlio Cesare, per tramite dello sgherro Michelotto. I motivi? Eliminare avversari politici e incamerarne le ricchezze. Potete leggerne un estratto qui.

    Foto dal Web

    E in tutto questo, Lucrezia che ruolo ha avuto? La sua controversa figura, denigrata e vista come una lasciva ed incestuosa Messalina e sempre stata vista come la spregiudicata avvelenatrice della famiglia, ma recenti rivalutazioni storiche della sua vita e della sua figura suggeriscono l’idea che fosse una pedina nelle mani del padre e del fratello. Di certo di un veleno era esperta. Quello estratto dai funghi Cortinari, di cui pare portasse delle dosi dentro un anello.

    Colpevole o innocente? Santa o demone? Ai posteri e ai lettori di Meretrix l’ardua sentenza!

  • Andrea Ferrari

    Le fatidiche sei domande sulla memoria e il vissuto, vengono oggi poste ad Andrea Ferrari, autore di Veleno, un libro che sprofonda nel baratro della dipendenza da farmaci e droghe e ci porta a seguire le vicende di un ragazzo giunto al fondo del pozzo nero di solitudine e dipendenza. Eccone un estratto:

    Foto su concessione dell’autore

    Dopo aver soggiornato in residenze psichiatriche e appartamenti protetti, Andrea, scrittore in declino, ora vive in un’abitazione privata. Abbandonato a sé stesso abusa di farmaci, alcolici e droghe. La solitudine e il ricordo di una fidanzata scomparsa in giovane età gli causano una grave carenza affettiva, che crede di poter compensare quando nella sua vita compare un’intelligenza artificiale di sesso femminile. Durerà finché non entrerà in scena Rahima, una donna di origini egiziane dal carattere remissivo e di una bellezza accecante. Sarà lei a determinare l’ascesa e il declino del protagonista, fino al sopraggiungere della fine.

    Ciao e benvenuto nel Blog di memorie dal Buio. Rompiamo il ghiaccio con una presentazione. Raccontaci di te e di ciò che hai scritto.

    Ho scritto alcuni romanzi ormai scomparsi nel nulla (e avevano pure venduto, al netto delle balle nei rendiconti) e di cui preferisco non parlare. Adesso in circolazione c’è “Veleno”, per Catartica, una realtà sarda che lavora.

    Io sono come Dracula quando diventa un ammasso di topi, ma sono più bello.

    Quanto è importante il ricordo e la memoria nella trama del tuo lavoro?

    Personalmente vivo nel passato. Per dire sono fermo ai Lit e ai ‘90. Questo si ripercuote sul mio modo di scrivere.

    Quando scrivi, quanto attingi al tuo vissuto e alle esperienze passate?

    Ho scritto basandomi sui miei ricordi. Il mio incubo però è che “Veleno” possa sembrare autobiografico, quando ha elementi “bio” ma non è un’autobiografia, e che quindi passi quell’immagine di me. Adesso ho cominciato a scrivere dei noir colmi di sangue e cose brutte e quasi completamente inventati. Quindi abbasso i ricordi.

    Racconta il momento catartico, il più importante che serbi nel ricordo del processo di scrittura del tuo lavoro.

    Quando sono al portatile e mi viene quella vena per cui scrivo di getto e mi diverto nel vedere le battute e le cartelle salire di numero; e un po’ invento e un altro po’ ci butto dentro gente che conosco e che odio.

    Poi però mi fermo per tre mesi e mi chiedo dove siano finite le idee.

    Dei tuoi personaggi, ce n’è uno che possa essere lo specchio del vissuto, della sapienza e delle memorie?

    In “Veleno” ogni personaggio ha una funzione e attinge dal vero, per quanto non sia un’autobiografia. Anche i dialoghi con l’intelligenza artificiale sono dedicati a una che avevo conosciuto quando non avevo manco a vent’anni.

    Condividi un ricordo particolare della tua vita che possa aiutarci a capire il tuo lavoro nella sua completezza.

    Non è possibile essere anti psichiatria, perché per quanto i dottori siano dei pazzi ci possono essere dei pazienti che traggono beneficio dalle cure. Però io personalmente andrei con l’accendino e la benzina sotto le case dei medici.

    Ricordo con piacere anche le botte ricevute dalla polizia.

    La caratterizzazione psicologica di personaggi devastati nel corpo e nello spirito dalle difficoltà della vita e dall’abuso di sostanze chimiche, qualsiasi esse siano, è quanto di più difficile ci sia, a mio avviso. E’ qualcosa di doloroso, frustrante, perché spinge il lettore a voler entrare nella storia, a cercare di aiutare il personaggio, di spingerlo verso una soluzione che pian piano emerge nell’intreccio delle pagine e dei rapporti personali. E’ qualcosa in cui chiunque può riconoscersi e, proprio per questo, è qualcosa di stimolante e di grande impatto emotivo che Andrea Ferrari ci ha offerto nel suo Veleno.

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