BLOG LETTERARIO

LIBRI, AUTORI, CURIOSITA’ E MISTERI DAL MONDO

“Loro temono ciò che non conoscono e distruggono ciò che temono.”

Memorie dal Buio

  • I 10 consigli di Stephen King per scrivere un romanzo
    Foto dal Web – Stand by me, ricordo di un’estate

    Chi mi conosce, sa che per il Re dell’Horror ho una vera passione, nata nella preadolescenza e culminata in quella vacanza a Punta Marina in cui scoprii una bancarella di libri che vendeva tutti i testi che Stephen King aveva pubblicato fino ad allora (era il 1988) in edizione economica. Alcuni volumi della mia biblioteca sono ormai fuori stampa, pezzi rari come Danse Macabre o edizioni particolari dei suoi grandi classici, da It a Cujo. Quell’anno comunque, spesi tutta la mancetta della vacanza in libri e, pian piano, in quell’anno li lessi tutti.

    Purtroppo sono un po’ indietro con la lettura delle sue ultime pubblicazioni, mi sono dovuta dedicare anche ad altri generi (e soprattutto saggi storici e scientifici mamma mia!), ma ho scoperto questa intervista in cui lascia dei consigli per gli scrittori e io li offro a voi, col mio personale commento in aggiunta.

    Foto dal Web

    𝟭) 𝗟𝗲𝗴𝗴𝗶, 𝗹𝗲𝗴𝗴𝗶, 𝗲 𝗹𝗲𝗴𝗴𝗶

    Per scrivere bene bisogna leggere molto, moltissimo. Ma cosa dovresti leggere? Semplice: tutto quello che ti piace. Il bravo scrittore è dunque, in primo luogo, un appassionato lettore.

    Chi lo fa per mestiere e non deve fare altro per vivere (tra cui tirar dietro una casa e la famiglia) può anche permetterselo, ma noi comuni mortali dobbiamo arrabattarci come possiamo tra quella che è una passione e le imposizioni della vita reale. Se King afferma di leggere oltre 70 libri all’anno, per puro piacere, significa che ne legge più di uno a settimana e difficilmente potremo eguagliarlo e quindi? Scegliamo bene i libri che possiamo permetterci di leggere e facciamolo con attenzione, appuntandoci magari frasi esemplari, o da ricordare, concetti che ci piacciono o da approfondire. Sarà più difficile dimenticarli e non saremo costretti a rileggere un libro già finito solo per ritrovare quello che ci ha insegnato. Purtroppo noi scrittori spesso siamo talmente assorbiti dal compito di scrivere, che leggiamo solo ciò che produciamo e questo, alla lunga, ci fa ripiegare su noi stessi, senza evolvere nello stile e nelle idee.

    Foto dal Web – Pennywise

    𝟮) 𝗦𝗰𝗿𝗶𝘃𝗶, 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗶, 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗶

    Se vuoi fare lo scrittore, devi fare due cose sopra le altre: leggere molto e scrivere molto. Non conosco stratagemmi per aggirare questa realtà, non conosco scorciatoie.

    E qui ha ragione da vendere. Personalmente ho imparato molto a scrivere attraverso il sito di Extremelot, che ora ha cambiato nome, ma è rimasta sempre una interessante piattaforma di gioco di ruolo fantasy “play by chat”. Ormai sono fuori dal “tunnel” da diversi anni, ma non posso non riconoscere a quell’angolo di web l’indiscusso ruolo di maestro di scrittura. Ci ha giocato pure Michela Murgia! In che modo è stato “scuola”? Innanzitutto sono state elaborate negli anni delle regole di scrittura testuale che io stessa ho poi scolpito e rifinito negli anni in cui sono stata Master del Fato (capo del gruppo che si occupava di creare le storie da mettere in scena per tutta la land). Tali regole seguivano molto le attuali scelte editoriali. Mi spiego meglio. Il gioco di ruolo play by chat si configura in una serie di “invii” di frasi mandate dal giocatore che muove il proprio personaggio all’interno della chat (sia essa una taverna o un giardino eccetera). Tali invii devono comprendere una descrizione dei movimenti del personaggio e delle sue espressioni e le parole che pronuncia. Una volta inviata la stringa in chat, tutti possono leggerla e rispondere, interagendo ciascuno col proprio personaggio. La costruzione della frase da inviare è il cardine del lavoro del giocatore e, di conseguenza, dell’autore. Quando i giocatori sono bravi, leggere le stringhe una dopo l’altra crea un meraviglioso romanzo corale. Ma cosa significa essere bravi? Significa cogliere le sollecitazioni degli altri, adattarsi, aggiungere qualcosa di proprio, interagire. Le regole per scrivere stringhe corrette non erano (uso il passato perché non so dopo il mio abbandono cosa sia cambiato) diverse da quelle per scrivere un buon paragrafo secondo un editore. In particolare lo “Show don’t tell” era chiamato “pensiero in azione” e l’allenamento delle stringhe di chat per far muovere il personaggio senza “tell” era uno dei più difficili. Un esempio: “Tessa guarda il guerriero pensando che sia proprio bello.” Qui l’errore è chiaro: chi legge non può sapere cosa pensa Tessa, può solo intuirlo da quello che io vado a descrivere. Corretto sarebbe: Tessa osserva il guerriero con occhi socchiusi, sognanti, sospira con un sorriso estatico sul volto: “Com’è bello quel guerriero”, sussurra nel vento.
    Quanti ne ho corretti negli anni! Il succo però è questo: se vuoi scrivere bene, devi allenarti, così come se vuoi cucinare bene, suonare bene o fare una maratona. Però ci deve anche essere chi ti corregge e ti instrada, altrimenti non ci saranno progressi!

    Foto dal Web – Shining

    𝟯) 𝗦𝗰𝗿𝗶𝘃𝗶 𝗽𝗲𝗿 𝘁𝗲 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗼

    Nello scrivere il tuo libro, non pensare al pubblico, pensa invece a raccontare una storia a te stesso. Solo poi, quando riprenderai in mano il libro per la revisione, pensa agli altri lettori.

    Consiglio d’oro. Se non scrivi per il tuo piacere, sarà un lavoro duro, pesante, ingrato. Certo però dal lato opposto, si incorre nel rischio di scrivere solo cose che ci piacciono, ci confortano, ci fanno prendere l’alzo rispetto al mondo che ci ha preso a calci e cosa esce da una penna frustrata? Uno sfogo, un personaggio talmente perfetto da vincere sempre e da divenire antipatico e piatto, una trama basata solo sulle rivincite dell’autore (giuste o sbagliate che siano). Quindi sì, scriviamo per il nostro piacere, ma non per rimediare agli schiaffi che la vita ci dà, per vendicarci dei torti subiti o per esorcizzare le nostre mancanze.

    Foto dal Web

    𝟰) 𝗩𝗶𝗮 𝗶𝗹 𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗿𝗶𝗼

    Non frenare o ostacolare il tuo processo creativo con un dizionario dei sinonimi e contrari o con un vocabolario, né con un’enciclopedia. Lascia questo passo alla revisione, rimanda tutto quello che può interrompere la creazione vera e propria. Insomma, posa la penna – o lascia tastiera – solamente per andare in bagno.

    Eh, se fossimo tutti scrittori pagati come King, sarebbe facile, ma quante volte io mi trovo a scrivere i capitoli la notte, prima di dormire, o mentre guido o mentre stiro, in modo da sedermi al pc, quando trovo il tempo, e tirare fuori pagine e pagine già scritte nella mia testa. Non posso permettermi di perdere tempo davanti alla pagina bianca. Faccio prima le prove dei dialoghi, testo varie scene, varie angolazioni, varie soluzioni e alla fine scrivo la più convincente. C’è però un grosso ‘MA’ che il Re non considera. Se scrivi un fantasy, il mondo si crea sotto la tua penna mentre lo fai, ma se scrivi un romanzo storico, la parte di ricerca deve per forza convivere con la parte creativa e, anche senza volerlo, un po’ la blocca!

    Foto dal Web – cameo di King in un film tratto dal suo libro

    𝟱) 𝗖𝗲𝗿𝗰𝗮 𝗶𝗹 𝗽𝗼𝘀𝘁𝗼 𝗴𝗶𝘂𝘀𝘁𝗼

    Non tutti i posti sono ugualmente efficaci per scrivere un libro. E non si parla di design, di arredo o di ampiezza. L’importante è che il posto designato sia utilizzato solamente da te, e che, possibilmente, sia provvisto di una porta per isolarti dal mondo che ti circonda.

    Anche questo un ottimo consiglio, non sempre applicabile, ma auspicabile. Io mi aiuto molto con la musica e scelgo quella più adatta al testo che sto scrivendo per periodo storico o melodia, ma anche con le immagini, le foto evocative o le riprese reali dei luoghi. In ultimo uso molto l’olfatto, tenendo nelle vicinanze il giusto incenso per quel giorno o il mio “stimolante letterario”, un profumo davvero particolare che è in grado di smuovere emozioni e creatività come null’altro. Qual è? Segretoooooo!

    Foto dal Web – Sempre edizione bancarella

    𝟲) 𝗜𝗹 𝗹𝗲𝘁𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗶𝗱𝗲𝗮𝗹𝗲

    Un libro non può piacere a chiunque. Di primo acchito devi pensare a te stesso, e non al pubblico. Nel momento in cui dovrai pensare ai lettori, invece di guardare al mondo intero, crea il tuo lettore ideale, decidendo quali sono le sue passioni, i suoi gusti e i suoi dubbi.

    E anche qui sarebbe bello se fosse sempre vero. Forse per un autore arrivato è così, perché la casa editrice si beve qualsiasi cosa scriva, ma per un emergente è indispensabile avere un prodotto “vendibile”, ovvero di un genere che la casa editrice possa inserire in catalogo o comunque che le persone vogliano comprare. Non è raro infatti distinguere determinate “mode” editoriali che durano 2-5 anni (se siamo fortunati di più), nate da un primo testo che fa da apripista e poi proseguite da chi sale sul “treno fortunato”. Mi viene in mente la locomotiva di Anne Rice negli anni ’80, alla quale in moti hanno aggiunto un vagone per farsi trascinare dall’aspettativa che aveva creato con l’urban fantasy. Quindi, in buona sostanza, è corretto scrivere per sé e un lettore ideale, ma con un occhio anche a quello che il mercato vuole. Questo sempre che vogliamo davvero tentare di “sfondare”.

    Foto dal Web – King e alcuni personaggi dai film tratti dai suoi libri

    𝟳) 𝗦𝗰𝗿𝗶𝘃𝗶 𝗶𝗻 𝗺𝗼𝗱𝗼 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗲

    Non cercare paroloni altisonanti: scrivi come mangi. Se è appropriata, usa la prima parola che ti viene in mente.

    Mi trovo d’accordo in linea generale, con un importante distinguo. Se il personaggio è colto, DEVE parlare forbito, non si può sminuire una trama o un personaggio solo per renderlo più approcciabile. Mi vengono in mente molte citazioni, da Orgoglio e Pregiudizio, dove Lizzy afferma: “Quanto poca felicità duratura può appartenere a una coppia unita solo perché le passioni sono più forti della virtù…” o dai Promessi Sposi, dove Manzoni dice che “Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.” O ancora colui che non mi piace particolarmente, D’annunzio, ne Il Piacere quando canta: “Ella era bella come un’apparizione e il suo passo aveva la grazia lenta delle cose destinate a durare.”
    Nessuno si sognerebbe di consigliare a questi autori (lo so che sono tutti morti LOL) di svilire la loro prosa perché il pubblico odierno preferisce letture facili. Io stessa mi rifiuto di setacciare la mia prosa per eliminare i paroloni grossi se sono funzionali al contesto. Piuttosto togliamo subordinate e preferiamo frasi più semplici, ma la ricchezza del linguaggio deve essere un traguardo, non un ostacolo, altrimenti perderemo la straordinaria varietà della lingua italiana.

    Foto dal Web – L’edizione che ho in biblioteca

    𝟴) 𝗩𝗶𝗮 𝗶𝗹 𝘁𝗲𝗹𝗲𝗳𝗼𝗻𝗼, 𝘃𝗶𝗮 𝗙𝗮𝗰𝗲𝗯𝗼𝗼𝗸

    Elimina ogni distrazione. Il telefono, il televisore, la radio, i social network: queste sono distrazioni che possono intralciare il tuo processo creativo, e devono essere cancellate da tutte le tue sessioni di scrittura.

    Assolutamente d’accordo, nulla da aggiungere. Non c’è niente di peggio delle interruzioni per far perdere la spinta creativa, la frase perfetta o anche solo il vocabolo giusto. Rileggendo i miei lavori mi rendo conto di quali parti siano uscite senza interruzioni e quali sono state funestate da vari intoppi. Ne va della scorrevolezza della scena o dell’intero capitolo. E la revisione successiva non sempre riesce a fare il miracolo.

    Foto dal Web – Misery

    𝟵) 𝗦𝗰𝗿𝗶𝘃𝗶 𝗱𝗶 𝗴𝗲𝘁𝘁𝗼

    La prima stesura di un romanzo non deve essere frutto di una riflessione eccessiva: meglio scrivere di getto, senza dubbi, per lasciare al passo successivo i tagli e le modifiche.

    Vero, nulla da eccepire. Ma come ho detto anche prima, è corretto a patto che il contesto lo permetta, perché alcune tipologie di romanzi necessitano sempre un occhio alla realtà e alla verosimiglianza. Se tutto l’impalcato si regge su leggi fisiche, reperti di laboratorio, fatti storici, non posso procedere solo con la mia fantasia.

    Foto dal Web – L’edizione della bancarella

    𝟭𝟬) 𝗗𝗮𝗶 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗮𝗶 𝘁𝘂𝗼𝗶 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗮𝗴𝗴𝗶

    “Se lavori bene, i tuoi personaggi diventeranno vivi e cominceranno ad agire per proprio conto”. È sui personaggi che crei che si sviluppa la tua trama, e per questo devono essere vivi, e devono crescere pian piano durante il tuo racconto.

    E con questa frase ci farei la maglietta! A chi veniva a lezione di gioco di ruolo a Extremelot, dicevo sempre di pensare il proprio personaggio a tutto tondo, di interpretarlo in ogni sfaccettatura in modo da renderlo credibile, vero, palpabile, anche se è solo una manciata di pixel in uno schermo o dell’inchiostro su una pagina. La mente infatti crea immagini di quello che stiamo leggendo, e spesso non ce ne rendiamo conto. Questa è la magia del testo scritto, del racconto narrato: creare immagini e ricordi nella nostra mente come se quei personaggi, i luoghi e gli eventi fossero reali. E più un autore è bravo, più riuscirà a far percepire anche ai lettori i medesimi suoni, profumi, sapori, sensazioni tattili e le medesime immagini che lui stesso ha creato e sognato.
    Se sarò brava a far muovere Tessa o Cécile o Sarah, le vedrete come io le vedo.

    Foto dal Web – La Torre Nera
  • La Levatrice – Bibbiana Cau
    Foto dal Web

    Ci sono figure storiche ormai sparite che esercitano un fascino segreto e rispettoso, che ci trasportano in un passato rurale fatto di stagioni, ritmi naturali e antiche sapienze. Quando ho visto questo libro all’inizio della vacanza estiva di quest’anno non me lo sono fatto scappare: leggere un’autrice sarda, che parla della Sardegna, mentre si è in vacanza nei medesimi luoghi, mi pareva quanto di più appropriato. Una illustrazione frontale dal sapore di arte vintage, un buono strillo e una quarta di copertina intrigante mi hanno fatto aprire il portafoglio senza pensarci due volte. Ma…

    Intanto leggiamo insieme la quarta:
    Non è una di loro, Mallena. Un giorno di sedici anni prima è arrivata a Norolani insieme con Jubanne, cui è bastato un attimo per innamorarsi e che l’ha sposata per proteggerla da un destino che gravava su di lei come una condanna. Eppure, per gli abitanti di quel paese dove il maestrale porta il respiro del mare, ormai è diventata un punto di riferimento. Perché Mallena è una llevadora che, mettendo in pratica il sapere antico tramandatole dalla madre, assiste tutte le partorienti, anche quelle delle famiglie più umili, senza mai pretendere nulla in cambio. Ma tutto precipita nel settembre 1917, quando Jubanne torna dal fronte ferito nel corpo e nell’anima. Per pagargli le cure necessarie, Mallena chiede a gran voce al consiglio comunale di essere remunerata per il suo lavoro e, ancora una volta, quel sussidio le viene negato. Come se non bastasse, in conformità a un decreto regio, viene assunta un’ostetrica diplomata, destinata a sostituirla.
    Arriva dal continente, Angelica Ferrari: nonostante la giovane età, per essere lì ha combattuto a lungo, sfidando le convenzioni sociali e la disapprovazione del padre, che voleva relegarla tra le mura domestiche, sposata con un buon partito. E adesso deve lottare contro la diffidenza delle donne del paese, che la vedono come un’estranea e rifiutano le sue cure. Dovrebbero essere rivali, Mallena e Angelica, invece sono le due facce della stessa medaglia, entrambe spinte dal desiderio di libertà e indipendenza, entrambe tradite dalle persone che avrebbero dovuto proteggerle e vittime della quotidiana ingiustizia che il mondo sa riservare soprattutto alle donne. Tuttavia, quando la situazione si farà insostenibile e i fantasmi del passato torneranno a bussare alla porta di Mallena, sarà proprio l’intera comunità di Norolani a pretendere che, per una volta, si faccia davvero giustizia.

    L’incipit è interessante, ben curato, ci trascina subito nella narrazione con la scena di un parto che permette di inquadrare la protagonista, Mallena, una levatrice di 36 anni e la figlia Rosa, adolescente. Pian piano emergono tutti gli altri co-protagonisti, dai parenti ai vicini di casa, le anziane sagge del paese e le giovani spose tutte accomunate dalla sensazione del tempo sospeso.

    Siamo infatti in un romanzo storico ambientato nel 1917, quando la Prima Guerra mondiale sta chiedendo il suo tributo di sangue da tutta la penisola, compresa la Sardegna, in cui la maggior parte delle braccia abili per coltivare una terra difficile e aspra, sono invece a perdere tempo coi fucili in mano. Anche il marito di Mallena, Jubanne, è partito da oltre un anno per la guerra e lei si destreggia tra la sua professione, la casa e i due figli, Rosa e il piccolo Daniele.

    In effetti la vita continua nel piccolo paese di Norolani e Mallena si prodiga per assistere le puerpere e supplire anche al divario di spesa tra la medicina ufficiale, fatta di dottori, farmacisti e medicine costose, e la farmacopea tradizionale, presa dalla natura e usata da secoli dalle levatrici e dalle guaritrici.

    La gioia sembra tornare quando una lettera del Ministero annuncia il ritorno di Jubanne dal fronte: quello che arriva a casa però è un uomo distrutto dalla guerra, tanto nel corpo che nello spirito e la sua presenza, i problemi che si porta dietro da quell’esperienza, gettano un’ombra di dolore sulla casa e sulle vite della famiglia, che si trova costretta a indebitarsi per far curare l’uomo dai migliori dottori e acquistare le medicine.

    Mallena allora torna dal sindaco per insistere, per l’ennesima volta, per ottenere un compenso salariale per la sua opera, cosa che le viene negata da sempre. Qual è il problema? Mallena non è una levatrice diplomata, anzi è analfabeta e, sebbene brava nel suo lavoro, non ha legalmente titolo a esercitarlo. Si crea così una frattura tra quella che è la voce dell’esperienza sul campo e della tradizione e la nuova medicina nata tra libri e ospedali.

    Di quest’ultima è rappresentante Angelica, una giovanissima levatrice colta e preparata che viene assunta dal sindaco per tacitare definitivamente ogni pretesa di Mallena, ma per entrambe le donne inizia un periodo molto difficile perché Mallena ha conquistato ormai la fiducia delle donne, mentre Angelica, che è lombarda, non parla la lingua locale e non conosce le usanze sui parti e i puerperi, non viene mai chiamata.

    Il romanzo prosegue con un aggravarsi progressivo della situazione per Mallena e Angelica di cui non farò spoiler, fino alla catarsi definitiva che porta alla chiusura del romanzo.

    Facendo un’analisi dell’opera, della sua struttura e dei personaggi, rilevo una classica curva in crescendo che, da un primo picco destabilizzante (il ritorno di Jubanne), va avanti inserendo nuove situazioni e nuovi personaggi, tutti antagonisti, il che è un problema perché l’aria che si respira fin da subito è quella dell’ineluttabilità soverchiante e un po’ disturba.

    Parlando invece del linguaggio, si trovano molti termini e frasi dialettali che vengono tutti puntualmente spiegati o che sono tanto evidenti da essere comprensibili e sempre indicati con un corretto corsivo, quindi alla fine si entra nel “mood” sardo e la lettura scorre senza interruzioni anche perché i periodi sono corti, semplici e con poche subordinate.

    Il pensiero dell’autrice si vede trasparire cristallino e con la forza di un proclama di piazza nelle sue frasi contro la guerra, o nei suoi atteggiamenti palesemente anticlericali, ma quando si tratta di prendere posizione tra le due antagoniste, Mallena e Angelica, si nota come la formazione ospedaliera dell’autrice le imponga di dare risalto e spessore alla levatrice diplomata, poiché è palese che non possa prendere le parti dell’analfabeta praticona tout court, ma a mio avviso il conflitto tra le due non viene risolto nel romanzo ed è uno dei motivi per cui ho messo un grosso “ma…” nel primo paragrafo di presentazione.

    Dunque veniamo alle note dolenti. La prima nota riguarda una serie di scelte narrative che io considero errore, per lo meno nella narrativa moderna che ruota attorno al principio dello “Show don’t tell“. Come scrivo in questo vecchio articolo del blog, non sono a prescindere contro il “tell” a favore dello “show“, ma trovo corretto anche solo raccontare qualcosa che è necessario inserire, ma che non è così fondamentale da pretendere uno show. Nel romanzo però troviamo troppo spesso, specie nella parte iniziale, uno sproloquio di piccoli incisi storici o culinari, di costume o di usanze che spezzano il racconto e deviano il pathos. Praticamente tutti i tell avrebbero potuto divenire show e così molti spiegoni, ma tutti avrebbero dovuto subire una cesura o una riallocazione. Adesso mi spiego meglio con un esempio principe.

    In una data scena, ci troviamo in una casa povera, dove una madre sta vivendo il dramma della morte di un figlio nella stanza da letto mentre, nell’alta stanza, la cucina, la vita continua nell’attesa del lieto evento. Mentre la giovane madre sta per dare alla luce il secondo figlio, la nonna intrattiene il primo cucinando i gnocchi di pasta fresca, i malloreddas. In questa scena gli errori gravi sono due: il primo è che l’autrice (narratore onnisciente), scrive che i gnocchi sarebbero stati mangiati la domenica successiva col sugo. Di fatto ci proietta fuori dall’attuale arco narrativo, anticipando un fatto futuro che non ha utilità ai fini della trama e quindi crea uno scompenso al lettore che si chiede perché i famosi gnocchi al sugo vincano una digressione proprio a cavallo di un momento di elevato pathos, quando sta per morire un bambino.

    In un momento così triste, in cui il lettore “deve” entrare in empatia coi protagonisti e piangere con quella madre per la perdita di un figlio, ci troviamo distratti dai gnocchi sardi al sugo e proiettiamo la nostra attenzione dalla stanza da letto sulla tavola felice della domenica successiva, quando probabilmente il bambino sarà morto e sentiamo che un piatto da festa stonerà in una casa a lutto. Allora, cari lettori, visto che ci occupiamo anche di buona scrittura, cosa avremmo potuto suggerire all’autrice? Per esempio di far parlare la vecchia nonna che dice al nipotino: “Vedrai che buoni saranno domenica quando te li farò col sugo!”, perché possiamo accettare la frase della nonna che, essendo personaggio, non sa che la domenica successiva saranno in lutto e quindi fa i gnocchi, ma se è il narratore onnisciente a dirmi che la domenica successiva li mangeranno, significa che non importa più cosa ne sarà del bambino, perché è fatto acclarato che ci saranno i gnocchi al sugo.

    Il bambino passa in secondo piano, surclassato dai gnocchi e questo è un errore grave a mio avviso. L’autrice tra l’altro ha uno stile infarcito di tantissimi tell che sembrano voler essere inseriti a forza come riempitivo, una sorta di buiacca tra piastrelle che sbava se non viene ripulita e ha il sapore del “voglio inserirle per forza se no l’ambientazione si sbianca”. Ed ecco che di queste “bave” appaiono in momenti del tutto fuori luogo come nell’esempio fatto prima: ci sarebbe stato un modo elegante, a mio avviso, per parlare di gnocchi in quel momento, ad esempio rimarcando il contrasto tra le due stanze (quella della madre che sta vivendo una tragedia e la cucina dove si continua la vita, come se nulla fosse, cucinando gnocchi) e tra due atteggiamenti (quello della madre disperata e quello della nonna, che può non essere così disperata, oppure lo è, ma tiene tutto dentro per tenere compagnia al bambino più grande e non fargli sentire la tragedia). L’importante sarebbe stato, per quel capitolo in particolare, porre l’accento sul perché, nonostante il momento triste in quella casa, in cucina si pensasse al pranzo della domenica, ma assolutamente, senza fare anticipazioni fuori arco narrativo sul futuro.

    Arriviamo al secondo errore dell’autrice, quello di non tratteggiare i comprimari con la stessa precisione dei protagonisti, al punto che non si comprende se l’ostetrica Angelica, arrivata quasi a metà libro e sparita prima della fine, sia un coprotagonista, un protagonista o una comparsa. All’inizio le viene dato molto spessore, addirittura cambia il punto di vista che passa da Mallena a lei e dunque ci si aspetta che agisca e faccia di più nella trama, invece resta un po’ in sordina. Sta lì, come un monito per sancire il passaggio dalla medicina tradizionale a quella statale, ma rappresenta la rivale per la protagonista.

    Quando ho letto del suo arrivo mi sono detta: “Ottimo, ora vedremo le due medicine a confronto”, invece no, perché laddove era necessario ai fini della trama continuare a tifare per Mallena, anche se abusiva, illetterata e psicologicamente instabile, è apparsa una Angelica che avrebbe dovuto brillare almeno quanto lei, invece si comporta da carogna, ma il suo gesto viene di fatto presentato come un “atto dovuto” e quindi edulcorato per non farcela odiare, povera ostetrica che ha studiato tanto e papino non la capisce. Quando poi la trama la mette in difficoltà, per non rovinare il personaggio, viene salvata facendo commettere l’Errore (con le E maiuscola) a una comparsa che sta sulle palle fin alla prima apparizione, con buona pace dei lettori. O per meglio dire delle lettrici, perché il messaggio che giustamente passa in tutto il libro, è che le donne possono essere in gamba o colte quanto vuoi, ma nella società di allora (e pure adesso mi viene da dire), vengono sempre messe un gradino dietro gli uomini, quindi intuisco che il grosso bacino d’utenza del libro sia femminile.

    Gli uomini peraltro nel romanzo hanno TUTTI un carattere di merda o difetti colossali, dall’essere arroganti, violenti, saccenti, ipocriti, superbi, falsi, iracondi fino all’essere “sottoni”, fraudolenti, approfittatori. Manco a dirlo… le donne sono tutte eroine. Beh, tranne la perpetua, descritta con tale acredine, che non può salvarla manco Draco. Tra gli uomini spicca solo, Jubanne che sarebbe il perfetto “GaryStu” (per chi non si ricordasse, può leggere il punto 2 di questo articolo), se non fosse tornato dalla guerra con una bella sindrome post traumatica; ma ci sta che sbarelli, infatti la sua evoluzione è perfettamente coerente, completa e commovente. Evviva.

    E veniamo al terzo errore, proprio quello dell’evoluzione dei personaggi. Premesso che l’evoluzione si vede se i personaggi sono ben tratteggiati, nel romanzo questo non accade con costanza e completezza, e anche la protagonista ha molti “buchi” nella sua scheda personaggio che io, da lettrice, avrei voluto veder emergere, per lo meno perché sono stati sussurrati, in parte risolti e, quindi, mi sarei aspettata che trovassero una loro allocazione nel peso della trama. Se dovessi poi considerare l’apparire e lo sparire dei personaggi principali, vedrei ad esempio che la presenza di Angelica è saltuaria, tardiva e la sua sparizione precoce, affettata e irrisolta. L’antagonista per eccellenza di Mallena, quel misterioso “lui” di cui si favella in tutto il romanzo, ha un cammeo ridicolo, una apparizione ridicola, una motivazione ridicola, un incaponimento ridicolo e una sparizione ancor più ridicola. In capitolo da stralciare a pié pari. E così via… tanti personaggi vengono buttati dentro solo per tirare la tegola addosso ai protagonisti o ai comprimari e mostrare quant’è buona e retta Mallena e quanto è schifoso il mondo.

    Ed eccoci al nocciolo. Cosa succede esattamente in questo libro? Poco e niente. Tra digressioni sulla natura, la Sardegna, gli abiti e i costumi (che non è lo stesso concetto di abito da indossare, non un abito fisico almeno), il cibo, l’ostetricia e la vita di paese, la trama crolla addosso alla protagonista. Nulla di quello che le capita se l’è cercato e si vede Mallena annaspare per tutto il libro in una marea di merda che sale, ma nulla di quello che la salva è davvero merito suo e quando vediamo il salvagente lanciato, capiamo che qualcuno ci ha incollato sopra le spine di un riccio di mare, quindi sì, la salverà, ma sai che dovrà lasciare indietro, sulla bilancia dell’ingiustizia, un buon tributo di sangue. Quello che le accade e che le svolta il futuro, ha il sapore di un inserimento postumo per dare spessore a una trama altrimenti piattina, fatta di piccoli spot, immagini e scene che a volte sono un classico riempitivo, a volte fanno progredire la storia a piccoli balzetti del personaggio che è altrimenti completamente in balia degli eventi, che non può salvarsi se non col classico “deus ex machina”.

    Questo concetto a me non piace affatto, specie perché Mallena non è la classica “Lucia Mondella”, ma è presentata come una donna emancipata e forte e ci si aspetterebbe un’evoluzione che la porti a uscire dalla fogna con le sue sole forze. Anche il rapporto tra i due mondi dell’ostetricia, rappresentati da Mallena e Angelica avrebbero potuto essere risolti in maniera diversa, perché c’è un bel capitolo di catarsi in cui le due si affrontano e il tema della donna sempre sottopagata e non considerata nella medicina emerge e le due si scoprono sulla stessa barca. Io mi sarei aspettata una collaborazione tra le due: Mallena che impara da lei le nuove tecniche e Angelica che impara la pazienza e i ritmi dei parti naturali (perché questa è la differenza che l’autrice rimarca per bocca di Mallena stessa). E invece no… tié… lasciamole incompiute entrambe… Mallena sempre praticona, ignorante e analfabeta, ma finalmente col campo libero e con dei soldi (anche se non li ha guadagnati, ma “vinti” e scoprirete il perché leggendo il libro) e Angelica che non può fare altro che arrendersi.

    Chi vince? Gli uomini ovviamente che, tranne Jubanne, ottengono tutti quello che vogliono. Ma ci sta eh… il periodo storico, la società, il mestiere particolare, solo che posso anche accettare la sconfitta di un protagonista, non tutto deve finire a rose e fiori, ma almeno il protagonista deve aver lottato, mentre invece sia Mallena che Angelica (che ha più o meno lo stesso spazio narrativo di un rutto dopo un’ichnusa) sono due arrese. Si muovono, fanno cose, ma poi lasciano: davanti alla minaccia dei gendarmi, Mallena lascia. Davanti alla mancanza di fiducia della popolazione, Angelica lascia. Di tanto in tanto Mallena alza la testa, si muove, fa cose, ma nessuna di queste ha lo spessore dell’evoluzione del personaggio che alla fine appare esattamente come all’inizio del romanzo.

    Sinceramente non capisco tutto il clamore mediatico attorno al libro. Non posso dire sia brutto, ma sicuramente lascia un senso di incompiuto in bocca e una serie di pietre sporgenti lungo l’arco narrativo che fanno inciampare. C’è del bello, c’è del lirismo, c’è del potenziale, ma ci sono anche tanti, tanti errori da principiante. Certo è un romanzo d’esordio, però visto che c’è una Casa Editrice dietro, un editor e degli agenti letterari, oltre a fare un buon marketing per pompare le vendite, avrebbero dovuto fare una revisione migliore e dare migliori consigli all’autrice.

    COME LEGGERLO:

    Luogo: Sardegna, su una ruvida roccia di granito con la vista sul mare.

    Tempo: autunno

    Sapori: fichi e miele di corbezzolo

    Profumi: foglie di mirto appena spezzate

    Musica: Le canzoni sarde distrarrebbero troppo dalla lettura, quindi consiglio questo: Suoni del bosco e della natura.

  • Caratterizzazione dei personaggi 5 – i bambini “adulti”
    Foto dal Web

    Quanto fastidio può dare in un romanzo trovare personaggi bambini descritti e fatti muovere come piccoli adulti? A me tanto, veramente tanto. Considero un errore molto grave per un autore non saper creare un personaggio bambino, perché al pari di qualsiasi altro carattere del nostro lavoro, anche la presentazione di un infante richiede studio e una scheda coerente con il suo sviluppo. In questo articolo tratteremo quindi le fasi dello sviluppo dei bambini e le eccezioni, ovvero quelle neurodiversità che possono creare un bambino “fuori dagli schemi”.

    Nel PRIMO ANNO di vita, il bambino fa progressi enormi, a iniziare dalle conquiste motorie, che passano dal controllo della testa come movimento e sostegno, al controllo delle mani nella prensione e nell’esplorazione, all’uso dei piedi per spingere, gattonare e infine camminare. Ma sviluppa anche tutte le connessioni neurali dell’area relazionale, reagendo ai volti familiari con il sorriso e le vocalizzazioni, fino ad arrivare alle singole parole e, dopo l’anno, alle frasi con più parole.

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    E qui iniziano i problemi per gli autori, forse abituati a vedere bambini più grandi spacciati per neonati e che descrivono frugoletti appena partoriti tenuti in braccio senza sostegno del capo, manco fossero scimpanzé o gorilla, o bambini di sei mesi parlare fluenti mentre in vero attraversano la fase della “lallazione”.

    Una cosa che considero importante nel caratterizzare un infante, è ricordare che tra gli 8 e i 10 mesi il bambino, avendo sviluppato la coscienza di sé, inizia a comprendere l’alterità e, se i volti familiari sono per lui motivo di sicurezza, l’estraneo diventa qualcosa di cui avere timore.

    Arrivando vicino all’anno, anche se ancora non cammina o non parla con diverse parole, può comunque farsi capire attraverso concatenazioni di gesti che indicano la capacità di “problem solving”, per esempio se vuole che gli venga letta una storia, può prendere o indicare il libro che desidera ascoltare. In questa fase sviluppa preferenze nel gioco, laddove prima le aveva mostrate solo per il cibo e sa usare gli utensili nella maniera corretta se ha avuto modo di vedere e imitare i genitori.

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    Nel SECONDO anno migliora la coordinazione “mano-bocca”, il movimento e le abilità acrobatiche come salire e scendere dalle sedie e dai letti. In questa fase assistiamo anche allo sviluppo della fantasia, con il gioco del “far finta che” e, a patto di avere vicina la rassicurante presenza di un genitore, esplora l’ambiente esterno alla “tana”.

    Nel TERZO anno la coordinazione è migliorata ancora e gli permette di alternare i piedi nel salire e scendere le scale, usare una matita, incollare, tagliare, costruire torri impilando oggetti e copiare forme semplici. Importante è che finalmente controlla gli sfinteri di giorno e si può iniziare a togliere il pannolino. Dal punto di vista emozionale, inizia a mostrare vergogna, orgoglio, aggressività e possessività che vanno a completare le primarie “gioia e tristezza”, cosa che lo porta a conoscersi e a esprimere sé stesso e ciò che ama e si relaziona con altri bambini ed estranei imparando le regole esterne alla famiglia. E’ questo il momento in cui inizia a parlare in modo comprensibile agli estranei, rispondere alle domande e inventare storie, raccontandole con le regole grammaticali acquisite dalle esperienze con la famiglia.

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    Durante la SCUOLA DELL’INFANZIA (3-5 anni), tutte le abilità sociali, motorie e cognitive si raffinano e, sebbene abbia un’idea del tempo che passa, spesso confonde la fantasia con la realtà, ecco perché non è credibile che un bambino in età pre-scolare sia un testimone affidabile in un thriller. Alla fine del percorso all’asilo il bambino inizia a conoscere lettere, numeri e la comunicazione scritta. In questa fase, l’analisi dei disegni, il modo in cui rappresenta sé stesso, la famiglia e il mondo, può essere utile a uno psicologo per capire quei pensieri non espressi e trovare eventuali blocchi causati da un trauma.

    Cosa disegna un bambino? Come lo disegna? Come organizza lo spazio? Se ad esempio il bambino disegna i genitori con le gambe molto lunghe, significa che li vede dal basso, che non si piegano mai alla sua altezza, se enfatizza alcuni caratteri, come le mani, significa che sono le cose che vede più spesso (nel bene o nel male) e così una normale rappresentazione di una casetta e dei suoi abitanti può celare molte informazioni per un attento osservatore che saprà discernere i traumi nascosti nel modo in cui il bambino rappresenta sé stesso rispetto agli altri, la casa rispetto agli umani, l’ambiente naturale, perfino nel tratto (se spezzato e nervoso o uniforme e dentro i contorni) e nella scelta dei colori.

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    Arrivando alla SCUOLA PRIMARIA, finalmente i bambini possono avere un ruolo attivo in un romanzo, poiché ormai hanno sviluppato competenze motorie e sociali e hanno fatto emergere le peculiarità caratteriali che vengono comprese anche da chi non è un genitore e lo conosce fin dalla nascita. Se lo sviluppo nei cinque anni di “elementari” è armonico, per le ragazze c’è una discriminante molto importante che è il menarca, ovvero la prima mestruazione, che può avvenire anche in quinta elementare e che le catapulta in un mondo nuovo, quello della pubertà e della preadolescenza.

    E’ ormai universalmente accettato il fatto che le bambine siano più precoci dei maschietti in diversi campi relazionali e che alcune alunne di quarta e quinta siano già molto interessate alla componente sentimentale del rapporto coi coetanei. In ogni caso, il bambino della primaria è un personaggio sicuramente più efficace e meglio caratterizzabile, oltre che divenire protagonista interessante di romanzi d’avventura per un pubblico della medesima età. I temi franchi dell’età sono le amicizie e la scoperta del mondo e delle proprie potenzialità.

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    Quello che, a mio avviso, deve essere chiaro a un autore che usa i bambini come personaggi è il fatto che ogni bambino accumula un vissuto di gioie, dolori ed esperienze che lo formano e lo cambiano, ma il loro ambito esperienziale è limitato, quindi, per quanto un bambino si sia confrontato con la morte di una persona cara, non potrà fare altro che piangere, chiedere perché e rifiutare l’avvenimento e non sarà coerente sentirlo fare della filosofia sulla morte, al massimo ripeterà come un mantra consolatorio ciò che gli adulti hanno detto, ovvero che è in “un posto migliore, in paradiso, con gli angeli” et cetera.

    La PREADOLESCENZA e l’ADOLESCENZA, sono un cammino ancora più vario, arborescente, perché nel frattempo i bambini hanno accumulato un decennio di esperienze e hanno sviluppato sé stessi e la propria percezione nel mondo. Iniziano a risentire maggiormente del confronto con gli altri e con le proprie aspettative e l’apertura a sentimenti di amore verso qualcuno diverso dai genitori li espone a delusioni ed esaltazioni che loro vivono come assoluti, come se non esistesse altro sentimento o altro futuro. Tutto è bianco o nero.

    Un personaggio in questa fase della vita sarà più facilmente in una zona di ribellione, contestazione, isolamento dal ménage familiare all’interno del piccolo mondo sicuro e personalizzato della propria camera e del proprio cellulare. E’ un personaggio con cui è più difficile relazionarsi, di cui è importante comprendere le esigenze e il cambiamento e, nella sua caratterizzazione, è importante anche adottare il registro linguistico che lo renderà credibile nel suo ruolo di adolescente, specie se influenzato dalla moda e dal “social”.

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    I BAMBINI “PARTICOLARI”, sono poi quelli che, accompagnati da patologie cognitive, come autismo, ADHD, sindrome di Down etc, ma anche da plusdotazione cognitiva, vedono il mondo in maniera diversa dai loro compagni, a volte più limitata, a volte talmente dilatata da far loro porre domande filosofiche complesse e in anticipo sui tempi dei loro compagni (riflessioni sulla morte, il senso della vita, la spiritualità). Riuscire a dare uno schema delle varie tipologie di bambino a seconda della patologia esula dall’intento dell’articolo e viene riservato a professionisti del mestiere. Quello che posso consigliare, anche grazie alla mia esperienza personale di genitore di bambino “gifted”, è che ogni neurodiversità ha tratti comuni, ma anche peculiarità caratteriali, quindi nella stesura di un personaggio con una neurodiversità è meglio studiarne le caratteristiche con un buon testo di psicologia o interagire con uno di questi bambini.

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    Quelli che si incontrano più spesso nei romanzi sembrano tutti intelligentissimi. Attenzione però! Non tutti i gifted sono uguali e non tutti i bambini sono gifted. Si stima che nella popolazione mondiale la percentuale di persone con un’intelligenza definita “geniale”, siano il 2,5%, quindi ben venga un personaggio bambino stimolante e che abbia spessore nella trama, ma sarà l’eccezione, non la regola. E’ anche bene ricordare che la plusdotazione cognitiva, anche se in assenza di autismo o sindrome di Asperger spesso si accompagna ad alcune debolezze relazionali dovute al fatto che questi bambini non vengono capiti dagli esterni alla famiglia.

    Nel momento della scoperta del gruppo di classe, dell’apertura alle amicizie e alle figure di riferimento diverse dai genitori, come gli insegnanti, l’intelligenza arborescente si manifesta mettendo in soggezione o difficoltà l’interlocutore che reagisce con chiusura e isolamento del bambino gifted, verso il quale si può sentire in difetto o col quale comunque non condivide interessi e passioni. Come per ogni carattere, al momento della compilazione della sua “scheda personaggio” come descritto in questo articolo, stabiliremo un vissuto per il nostro personaggio bambino, l’età e le passioni, punti di forza e di debolezza e saremo sicuri di non sbagliare!

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    Quindi lasciamo che i bambini inseriti in un contesto sociale normale (no guerre, catastrofi e lutti) si comportino da bambini nei nostri romanzi, che parlino come bambini in armonia con la loro età anagrafica. L’era dickensoniana dei piccoli sfruttati fin dalla tenera età per il lavoro è una realtà ancora vigente in alcuni paesi nel mondo, ma questo non ci autorizza a dare per buoni tanti piccoli Baby Herman nei romanzi.


  • Caratterizzazione dei personaggi 4 – la sindrome degli antenati
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    Come spesso accade in questa rubrica, attraverso lo studio delle teorie dei maggiori psicologi di ogni tempo, impariamo come caratterizzare i personaggi, ma anche come capire noi stessi. Il titolo di oggi è precisamente anche il titolo di un libro del 2004 di Anne Ancelin Schutzenberger, che analizza tutti quei disagi e i conflitti che le persone mostrano quando non hanno elaborato gli avvenimenti del passato familiare che sono stati una pietra miliare nella storia della propria genealogia, ma anche del proprio paese. Si tratta di una teoria particolare nella branca della psicologia transgenerazionale, che esplora ciò che si tramanda di generazione in generazione, ma è contenuto al di fuori del DNA che ci plasma da genitori a figli.

    Secondo la psicologa francese, recentemente scomparsa, il primo passo è tracciare il GENOSOCIOGRAMMA, ovvero un albero genealogico particolare, perché affianca ai legami di parentela anche i traumi (o gli avvenimenti particolarmente positivi) che hanno colpito i vai rami, le date e tutte le connessioni che possono esserci tra gli individui della famiglia e il fatto storico. Questa PSICOGENEALOGIA permette di avere un quadro sinottico della storia familiare, al fine di individuare tutti quei traumi che possono restare come macchia indelebile sulla psiche dei discendenti.

    Foto dl Web – Genosociogramma delle sorelle Bronte

    Quello che ne deriva è un albero genealogico fatto “a memoria” quindi senza ricerche, ma arricchito di dettagli, oltre ai nomi e ai legami di parentela, in modo che sia la memoria stessa dell’individuo che lo costruisce a suggerire il problema, in base al ricordo maggiormente focalizzato su un avvenimento o una persona. Quello che ne emerge, è la propria IDEA di famiglia, il modo in cui la percepiamo in maniera più profonda e intima.

    Un esempio che sicuramente tutti comprenderanno, riguarda i discendenti di chi ha vissuto l’Olocausto. In molti casi è stato possibile individuare una “Sindrome del Sopravvissuto” che si perpetua nelle generazioni con senso di colpa, ansia, mania di persecuzione. In parte, queste situazioni possono essere spiegare scientificamente attraverso l’”epigenetica“, ovvero lo studio delle modifiche nell’attività dei geni, senza che vi siano alterazioni del DNA.

    Foto dal Web – simbologia convenzionale per genosociogrammi

    Faccio una breve parentesi per spiegare cos’è il DNA e come funziona. DNA è un acronimo che dall’inglese suona come Acido DesossiriboNucleico ed è una lunga molecola contenuta nel nucleo di ogni cellula del nostro corpo: ha la forma di una scala a chiocciola e ha come montanti del fosforo e lo zucchero desossiribosio, mentre come pioli ha le basi azotate Timina, Adenina, Guanina e Citosina. So che paiono i nomi delle oche inglesi degli Aristogatti, ma in realtà sono la base di ogni nostra caratteristica fisica.

    Foto dal Web – Adelina e Guendalina BlaBla

    Ogni piolo è composto da due basi e sappiamo che A si lega solo con T e G colo con C e dall’alternanza di queste quattro varianti, il numero di pioli e la disposizione delle quattro basi, si crea un GENE, che determina una nostra caratteristica, per esempio gli occhi azzurri o castani. In vero non è mai uno solo il gene coinvolto e ogni gene ha delle varianti (alleli), ma in via semplicistica possiamo dire così. Quindi il genotipo di una persona (alternanza di basi azotate nel DNA), determina il fenotipo (quello che io vedo, gli occhi azzurri).

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    La “scala” normalmente è arrotolata ancora e ancora e appare come un piccolo grumo a forma di X: in ogni cellula ne abbiamo 46, divisi in 22 coppie uguali a due a due (autosomi) e una coppia di cromosomi sessuali che nella donna sono XX e nell’uomo XY (così chiamato perché alla normale forma di X manca un pezzettino).

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    Il grumo rimane silente nel nucleo fino a quando è necessaria la sintesi di una molecola di cui il corpo ha bisogno. A quel punto la parte di grumo che occorre viene srotolata, la scala aperta e i pioli divisi a metà (una base azotata da una parte, la sua complementare dall’altra) e la parte che interessa viene “copiata” in maniera speculare creando un filamento di RNA (che ha uno zucchero diverso come montante, il Ribosio, e l’Uracile al posto della Timina, in modo da non confondere le catene e rimontare poi la scala del DNA senza errori). Questo filamento esce dal nucleo e porta l’informazione con le istruzioni di montaggio della proteina che interessa sintetizzare in quel momento.

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    Secondo l’EPIGENETICA, quello che cambia è il modo (la velocità o la frequenza) di attivazione di queste parti di DNA che, se richieste spesso durante la vita d un individuo, sono più rapide e precise nel venire srotolate e copiate e questo spiega come mai i fattori ambientali e comportamentali, possano portare a modifiche nell’espressione genica che si tramandano anche ai discendenti. Ecco perché si dice che traumi o grandi gioie degli avi possano incidere su salute e benessere delle generazioni che seguono, anche fino alla settima. Si parla così di aspetti “transgenerazionali“, perché attraversano più generazioni, che si oppongono alla definizione di “intergenerazionali”, se si parla di tempistiche entro la generazione del soggetto.

    Se l’esperienza riguarda il soggetto, è intergenerazionale e spetta quindi a lui elaborarla, viverla ed esplicitarla, ma se proviene dal passato della famiglia ed è quindi transgenerazionale, passa di genitore in figlio magari senza essere elaborata, creando la Sindrome, una fedeltà disfunzionale che può creare vergogne, ripetizioni di traumi e, in generale, malessere. Secondo l’autrice, infatti, l’inconscio ha buona memoria, ma il corpo ha memoria da elefante, ed ecco che si esplicita la SINDROME DA ANNIVERSARIO, ovvero una serie di problematiche (fisiche o psicologiche) che appaiono in concomitanza di anniversari di traumi (per lo più), come coniugi che muoiono lo stesso giorno ma a distanza di anni, come se il corpo del sopravvissuto, prendesse quell’anniversario come punto di riferimento oppure SINCRONICITA’, ovvero la ripetizione di errori, scelte e fatti tra genitori e figli, perpetuati da un ricordo irrisolto.

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    Un altro concetto che l’autrice studia è l’EFFETTO ZEIGARNIK, ovvero il tema dell’incompiuto: se un parente ha lasciato un lavoro incompiuto o un compito mai terminato, esso passa alle generazioni future con un senso di tensione e preoccupazione, finché il problema non viene individuato e risolto, poiché la nostra psiche cercherà sempre di chiudere le “Gestalt” (significato: insieme) irrisolte. La parola Gestalt viene usata proprio per indicare il fatto che queste esperienze non sono mai singole, ma frutto di un insieme che va risolto in toto per poter progredire nella guarigione dalla sindrome.

    la PSICOLOGIA DELLA GESTALT indica un percorso “obbligato” per la risoluzione dei conflitti, un ciclo che possiamo così schematizzare:

    • Sensazione: ho la percezione di un bisogno, per esempio, ho la bocca secca.
    • Consapevolezza: capisco il problema, per esempio, ho sete.
    • Energizzazione: cerco di risolvere il problema, per esempio, vado al rubinetto.
    • Azione: dopo aver deciso come risolvere il problema, lo faccio, per esempio, apro il rubinetto.
    • Contatto: soddisfo il bisogno, per esempio, bevo.
    • Post-contatto: se ho adeguatamente soddisfatto il bisogno, perdo interesse, per esempio, torno al mio lavoro.
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    Se questa catena di eventi non viene conclusa, per cause esterne (il rubinetto è rotto) o interne (decido di non bere per protesta), si attivano meccanismi fallaci di chiusura, per esempio, inveisco contro la società dell’acqua. Secondo la psicologa Bluma Zeigarnik che ha proposto questa teoria, l’individuo tende a ricordare maggiormente i compiti non conclusi rispetto a quello portati a termine. Nella Sindrome degli antenati, questi meccanismi si tramandano sotto forma di lutti non elaborati, ingiustizie subite, segreti inconfessati e scheletri nei proverbiali armadi e si manifestano con problemi psicosomatici (dalla psiche al corpo) o somatopsichici (dal corpo alla psiche) e, finché qualcuno non completerà la Gestalt, questo disagio proseguirà di stomaco in stomaco, come qualcosa di “non digerito”.

    I nostri personaggi (e noi stessi) possono compiere il medesimo percorso, transgenerazionale e parlare della propria vita per evidenziare le relazioni familiari, ricercare le radici per capire la storia di chi li ha preceduti, evidenziare e riconoscere tutti i possibili traumi (segreti, lutti, sindromi da anniversario e sincronicità di eventi) al fine di capire il loro effetto nel presente, portare alla luce il ruolo di ogni componente della famiglia, le regole morali e gli schemi ripetitivi e, infine, conoscere meglio sé stessi e la propria famiglia. Tutto questo può portarli alla guarigione attraverso la risoluzione delle Gestalt incompiute o anche solo la consapevolezza e l’accettazione che il passato è qualcosa che deve essere lasciato andare.

  • L’assenzio
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    La Fata Verde, bevanda prediletta degli artisti del Decadentismo francese, divenuta piaga per gli alcolisti di tutto il XIX secolo, resta da sempre legata al proibito, ai fumosi locali parigini, a complessi rituali edonistici per la sua consumazione. Ma cos’è esattamente l’assenzio? Si tratta di una distillazione post macerazione delle foglie dell’Artemisia maggiore (Artemisia absinthium), cui vengono aggiunti anche altri aromi e olii essenziali provenienti da altre piante, in numero e proporzione variabile a seconda delle varie ricette: melissa, issopo, finocchio, anice, genepi, menta, artemisia pontica, vaniglia, camomilla, coriandolo, angelica e altre ancora.

    Sebbene la Comunità Europea, togliendo il divieto di produzione, commercializzazione e consumo della bevanda, non abbia stabilito una ricetta univoca (e per fortuna direi), l’Assenzio ha degli ingredienti base (l’artemisia) e degli aromi aggiunti sia per il sapore (notoriamente amarognolo) che per il colore, ammissibile di tutte le sfumature della clorofilla. E proprio per mantenere stabile nel tempo la clorofilla (che esposta alla luce, dopo l’imbottigliamento, diverrebbe scura), è stabilito che la gradazione alcolica del prodotto debba essere tra il 45 e il 75%.

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    Per quanto riguarda la storia della bevanda, sebbene fosse conosciuta fin dall’antico Egitto e dalle cronache poi di Plutarco, ha raggiunto il suo apice nel XIX secolo come bevanda degli artisti maledetti e, pertanto, legata a complessi rituali di assunzione e a certi ambienti che riproducevano proprio quell’atmosfera onirica, tossica e triste che quel tipo di arte ossessivamente ricercava. Il distillato fu creato dal medico francese Pierre Ordinaire riparato in Svizzera, a Courvet, dopo la Rivoluzione Francese che ne intuì le potenzialità curative e creò così un tonico. Il successo della bevanda fu tale che, nel 1798 nacque in Svizzera la prima distilleria ufficiale, seguita più tardi dai francesi. Furono i soldati napoleonici a decretarne l’avvio a Parigi, ritornando dalle guerre coloniali dove veniva impiegata per uso medicinale antisettico. La Fata Verde spopolò tra le classi sociali meno abbienti, visto il costo contenuto rispetto ad altre produzioni prestigiose, che necessitavano invecchiamento, e anche la borghesia ne fu ammaliata.

    Il 1800 può essere riconosciuto come un secolo di profonde crisi, anche se non è il solo a mio avviso, poiché ogni secolo ha le sue epidemie e le sue guerre, le sue destabilizzazioni e i profondi cambiamenti, ma quello che differenzia quel secolo credo sia la possibilità per tutti di trovare scappatoie per dare un senso alla vita, strappare un briciolo di serenità o un paradiso onirico in cui fuggire per ripararsi dai mali del quotidiano. E questo qualcosa è il farmaco, scoperto e diffuso a prezzi contenuti. E’ il caso della morfina, dell’oppio e anche dell’alcool. E cosa accade quando mettiamo insieme crisi sociale e sostanza stupefacente? Chiaramente un abuso smodato, favorito anche dal fatto che non erano ancora state teorizzate le dipendenze. Ed ecco che si diffondono le mode tipiche del XIX secolo che rivolge lo sguardo allo spiritismo, al vampirismo, all’alcolismo e alla dipendenza da oppio, fomentati da una corrente artistica Decadente che trovava nella Danza macabra una ragione di ispirazione. Se ci pensate bene, cari lettori, la fuga dalla realtà attraverso l’alcool o l’oppio non sono diversi dalla caccia alle streghe di medievale memoria o dal tabagismo più moderno, dalla dipendenza dal gioco d’azzardo o dalla cocaina o dalla compulsione creata dai telefonini di oggi.

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    L’assenzio nella società vittoriana divenne una bevanda così diffusa, che determinò la drastica riduzione del consumo di vino, Cognac, Whisky e altri liquori, scatenando una vera e propria guerra al prodotto. I governi europei, in diversi momenti, ma tutti più o meno sulla stessa onda puritana, decisero di vietare la produzione e la commercializzazione del liquore e, entro il 1915, al grido di “salviamo i cittadini dall’alcolismo”, l’assenzio entrò nel libro delle sostanze proibite e ci rimase fino alla sua recente rivalutazione. Attualmente infatti è tornato possibile trovare il prodotto in libera vendita.

    La scusa cui si attaccarono, riguardava uno degli olii essenziali presenti nel prodotto, originato proprio dall’Artemisia maggiore, che ne sarebbe particolarmente ricca, il Tujone. Non c’è manco da dirlo, ma si tratta di idee senza fondamento perché studi scientifici hanno dimostrato che le quantità di Tujone necessarie a indurre convulsioni e morte sono di un centinaio di grammi per uomo adulto, equivalente di un centinaio di litri di bevanda. Appare quindi chiaro che l’alcool avrebbe ucciso il malcapitato molto prima! Tra l’altro la maggior parte del Tujone sparisce con l’essiccazione che precede la macerazione e altro ne sparisce eliminando la “testa” del distillato, poiché è noto che nel processo di distillazione, si eliminano la prima e l’ultima parte del prodotto (la testa e la coda), che contengono sostanze tossiche.

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    Un’altra scusa per la messa al bando fosse che mimava gli effetti dell’oppio, ma di fatto si trattava soltanto di sintomi da ubriachezza, poiché non è stata dimostrata la presenza di sostanze simili al THC o altri stupefacenti. Alcuni oppiomani avevano il vizio di mescere l’amaro laudano con altre bevande, per il consumo ed ecco che queste gocce stupefacenti finivano anche nell’assenzio, ma era una adulterazione personale di alcuni individui, non la regola.

    Nel tempo si sono diffusi anche surrogati, con gradazioni alcoliche basse e coloranti/adulteranti artificiali per ottenere colore e aroma, occorre fare attenzione nell’acquisto!

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    Per quanto riguarda i suoi usi farmacologici, l’assenzio viene somministrato fin dall’antichità come decotto o infusione per diversi disturbi legati all’apparato digerente come inappetenza, iposecrezione biliare, disturbi della digestione, atonia gastrica, vomito nervoso, infiammazioni delle mucose del tratto gastro-intestinale, dissenteria prolungata. Oltre a favorire e regolarizzare il flusso mestruale (amenorrea e irregolarità del ciclo), la pianta è indicata anche come febbrifugovermifugo ed epatoprotettore.

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    L’assenzio si può classificare a tutti gli effetti nella categoria “amari”, per la quale non stravedo affatto, infatti in casa ho una bottiglia di Assenzio ed è lì da una ventina d’anni, poiché assaggiata una volta, mi è parsa troppo amara e insignificante per dedicarle attenzione, ma confesso che ripetere i rituali di preparazione, creava un’atmosfera del tutto particolare. Magari non mi ha entusiasmata perché non era una bottiglia della pregiata Pernod Fils! L’assenzio non è infatti un liquore con cui riempire uno shottino da tracannare al gargarozzo, ma una bevanda nobile e preziosa che richiede un calice Pontarlier, con una bolla alla base, che stabilisce il contenuto di assenzio puro e un vetro svasato sovrastante in cui mettere l’acqua e il ghiaccio e sul cui bordo si appoggia l’apposito cucchiaino forato che ospita la zolletta di zucchero.

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    Nei primi dell’800, la bevanda si consumava pura, col cucchiaio, come uno sciroppo, poi si è presa l’abitudine di dolcificarla con sciroppo di gomma o orzata o diluirla con acqua ghiacciata. Ancora più recente, verso la fine del XIX secolo, è stato il rituale del cucchiaio forato e della zolletta, a volte addirittura bagnata nell’alcool e poi incendiata. Sono tutti rituali ugualmente validi, ma finalizzati a ottenere un gusto più dolce, meno amaro e l’opacizzazione della bevanda che, da verdolina e trasparente, diviene lattiginosa, dando il cosiddetto Louche.

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    Qualsiasi sia il rituale che più vi ha affascinato, l’Assenzio merita almeno un assaggio, meglio se in un antico locale parigino o, magari, al Moulin Rouge, dove ha avuto origine l’abitudine della zolletta infuocata!

  • Caratterizzazione dei personaggi 3 – i bisogni emotivi
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    Quante volte abbiamo letto romanzi in cui i personaggi ci apparivano privi di spessore o motivazioni? O in contrasto tra la presentazione che il narratore fa di essi, e il loro agire? Quante volte non abbiamo compreso i motivi di una reazione emotiva all’interno di una scena o di una trama? Noi avremmo reagito diversamente, noi avremmo fatto scelte differenti e, sebbene col senno di poi sia facile giudicare un avvenimento, dobbiamo anche considerare che le reazioni delle persone, e quindi dei nostri personaggi, devono essere in armonia con la loro formazione emotiva infantile.

    Oggi tratteremo appunto dei bisogni emotivi primari, quei pilastri che, se soddisfatti da bambini, permettono un corretto sviluppo psico-emotivo nell’adulto e che, trascurati o insufficienti, causano delle mancanze nell’evoluzione sentimentale e dei meccanismi compensatori e lo faremo grazie alle teorie di Jeffrey Young. Iniziamo col definire i soggetti “caregiver”, ovvero i genitori o le figure alternative che si prendono cura dei bambini e cui spetta il compito di soddisfare questi bisogni. Vediamo ora questi bisogni in un veloce schema:

    • stabilità
    • rispetto
    • accudimento amorevole
    • empatia
    • protezione
    • accettazione
    • integrazione
    • autonomia
    • sicurezza
    • senso di identità
    • senso di competenza
    • libertà di espressione
    • spontaneità e gioco
    • limiti realistici e autocontrollo

    Nella cura parentale, l’adulto di riferimento ha il compito di dare la giusta risposta a questi bisogni, ovvero non troppo né troppo poco, non attraverso traumatizzazione o eccesso di interiorizzazione delle figure di attaccamento. Viene chiaro notare quindi che nell’articolo possiamo trovare spunti per le mancanze dei personaggi e anche le loro origini. Il protagonista che ha sempre paura di fallire, ha questo trauma originato da una mancanza dello sviluppo del bisogno di autonomia e senso di competenza, o per un trauma correlato a una mancata analisi e motivazione di un “errore”?

    Da queste mancanze i personaggi possono sviluppare “schemi maladattativi” come

    • abbandono/instabilità
    • sfiducia/abuso
    • deprivazione emotiva
    • inadeguatezza/vergogna
    • esclusione sociale
    • dipendenza/incompetenza
    • vulnerabilità a pericolo o malattie
    • invischiamento/sé poco sviluppato
    • fallimento
    • pretese/grandiosità
    • insufficiente autocontrollo/autodisciplina
    • sottomissione
    • autosacrificio
    • ricerca di approvazione e riconoscimento
    • negatività/pessimismo
    • inibizione emotiva
    • standard severi
    • punizione
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    Attraverso il confronto tra le schede personaggio dei “caregiver” e i protagonisti, positivi o villains che siano, è possibile creare un dualismo tra un bisogno dell’elenco precedente e uno schema maladattativo di questo secondo elenco. Tra l’altro, sempre secondo Young, ci possono essere tre diversi tipi di risposta, i “comportamenti” attivati per fronteggiare ciò che avviene dentro o fuori di noi e sono i cosiddetti “stili di coping”, che anche i nostri personaggi useranno per far fronte agli schemi: resa, fuga e contrattacco. Tra l’altro, bambini esposti alle medesime carenze, talvolta anche fratelli, quindi con un alto grado di condivisione degli stimoli e delle esperienze, sviluppano stili di coping differenti.

    La RESA implica accettazione totale del proprio schema e il restare immobili a subire l’avvenimento, mentre la FUGA implica il sottrarsi a qualsiasi situazione che potrebbe portare allo schema e all’evento conflittuale. il CONTRATTACCO porta invece il personaggio a iper-compensare lo schema aggredendolo (e aggredendo anche altre persone attorno), andando in senso opposto e contrario al proprio schema. Attenzione però che questo non significa risolvere il disagio!

    Un personaggio potrebbe però cercare un riscatto o una guarigione dallo schema maladattativo ed evolvere nelle pagine del romanzo attraverso tecniche e strategie cognitive e personali che mirino a compensare le distorsioni cognitive e i pensieri disfunzionali.

    Vi lascio con un piccolo esercizio di scrittura creativa: create una linea familiare con almeno tre personaggi imparentati in vario grado, ma almeno uno deve essere una figura “caregiving” e stabilite un difetto nel caregiving che causi un deficit in un bisogno e quindi uno schema maladattativo in un personaggio o più di uno, magari con coping differenti. Se poi vi cimenterete in un conflitto generazionale nonno/genitore/figlio, sarete anche pronti per il prossimo articolo! Stay tuned!

  • I generi letterari: Fantasy
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    Apro una nuova serie di rubriche di approfondimento dei generi letterari partendo proprio dal Fantasy, genere quanto mai bistrattato dal pubblico, che tuttavia conosce anni di miglior fortuna e fulgore accanto ad anni di oblio e critica. Eppure, se ci soffermiamo a pensare, il Fantasy è il primo genere mai raccontato dall’uomo primitivo che, seduto accanto al focolare, inventava storie e fantasticava di avventure e animali misteriosi. E, proprio da queste storie, sono nate le prime religioni. Fantasy è pure il libro più stampato al mondo (anche se non il più letto mi sa), ovvero la Bibbia. Quindi ci troviamo davanti a un genere che merita una maggiore conoscenza e apprezzamento.

    Tutte le favole antiche, da Esopo in poi, sono giunte fino a noi con una buona dose di elemento fantastico a caratterizzarle: animali parlanti, creature irreali, situazioni e luoghi sconosciuti. La fantasia dell’uomo vede volti nelle nuvole, segni nelle macchie, legami di causa ed effetto negli eventi e connette queste nozioni in modi a volte imprevedibili, creando miti e leggende che entrano poi nel folklore mondiale, basti pensare per esempio a uomini alati, universalmente presenti in ogni antica cultura, da quelle africane, alle europee, alle asiatiche e mesoamericane. Certo per molti popoli dell’era dei commerci e dei viaggi, si può parlare di diffusione delle medesime storie e leggende, ma quando queste fantasie nascono in momenti in cui i popoli ancora non si erano conosciuti, ecco che si snoda il mistero: come mai tutto il mondo immagina uomini alati fatti nel medesimo modo, con ali sulla schiena (e non, per esempio, al posto della braccia a imitazione degli uccelli), alti oltre due metri e antropomorfi?

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    Lascio ai complottisti e agli antropologi la risposta, io ho una mia idea e ne parleremo in un futuro articolo. In questo articolo mi occuperò di inquadrare il genere, iniziando dalle sue caratteristiche, benché ci siano molte differenze, specie nei nostri anni, quando sono frequenti e apprezzate dal pubblico le commistioni di genere. Iniziamo con un’analisi più scolastica.

    • origine – ne abbiamo parlato in introduzione, dalla Bibbia alle storie neolitiche, dalle favole di Esopo al folklore che ha attraversato tutta la storia umana. Ogni grande classico ha qualche elemento fantastico, a ben pensarci, dall’Orlando Furioso, al Ciclo di Artù, a Don Chiscotte, a Le Mille e una Notte e così via. Grande diffusione ha avuto nel 1800 la letteratura fantastica di tipo gotico, affiancata dalle più solari avventure di Verne, per giungere al 1900 con il vero pilastro del Fantasy classico che ha modellato ogni scritto (e gioco di ruolo da tavolo) successivo: Tolkien. Verso la fine del 1900 la Rice ci ha introdotto a un nuovo tipo di fantasy “urbano” con nuovi protagonisti, i Vampiri, riprendendo il boom della letteratura gotica vittoriana e, oggi, come vedremo più avanti, sono state classificate talmente tante opzioni fantasy da restare disorientati.
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    • stile – sebbene ogni autore abbia il suo “stile”, è indubbio che un Fantasy, specie se classico, ambientato in mondi diversi dal nostro, abbia bisogno di maggiori descrizioni, poiché non posso semplicemente dire “le strade di New York”, sapendo che il lettore capirà e si farà un’idea grazie alla sua esperienza personale o cinematografica dei luoghi, ma devo offrire una cesellatura dei luoghi, delle creature e delle difformità rispetto al nostro vissuto, in modo che il fruitore dell’opera possa visualizzare quei medesimi luoghi nella sua mente. Caratteristica abbastanza frequente è poi la “magia” che entra in vari modi nell’ambientazione, creando alterazioni delle normali leggi fisiche e chimiche.
    • personaggi – se ci fossimo fermati a Tolkien forse avrei potuto parlare semplicemente di eroi, antieroi, principesse e mostri. In vero il Fantasy oggi esplora nuove pieghe dell’immaginario, dunque anche un Villain può divenire un eroe e un protagonista può perdere la sua aura di perfezione a favore di difetti e crolli etici da vero “cattivo”. Una cosa che accade sempre però, è il fatto che questi personaggi facciano “cose”. Non si tratta mai di romanzi intimistici o di formazione in senso stretto, quando è la vicenda a crollare addosso al protagonista che ne viene plasmato, si tratta di vere avventure, il mettersi in gioco e l’accettare di plasmare a propria volta il destino. Dal punto di vista razziale, abbiamo umani accanto a creature del folklore come elfi, nani, piccolo popolo o anche mostri di bestiari medievali o del tutto inventati.
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    • luoghi – il fantasy classico ci porta in mondi diversi dal nostro, ma diversi altri sottogeneri rimangono nella nostra realtà, ipotizzando l’esistenza di una distopia come accade in Memorie dal Buio, dove la storia umana procede senza variazioni, ma il fantastico, le creature mitiche, vivono tra gli umani, senza mostrarsi, da millenni. Di certo quello che accomuna ogni ambientazione è la sorpresa, la scoperta di luoghi, situazioni od oggetti impossibili nella realtà.
    • tempo – nel classico fantasy ci troviamo di solito in un passato di tipo medievale, ma non mancano, in epoca contemporanea, medioevi più avanzati tecnologicamente, pur senza arrivare a un vero steampunk, o addirittura a storie ambientate nel futuro. Ecco perché di solito un libro viene caratterizzato da tanti “tag” di genere quanti sono gli argomenti trattati, in modo da dare al lettore un’idea di ciò che vi troverà dentro.
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    • intreccio – di sicuro un elemento comune è il viaggio, sia esso fisico o personale nell’evoluzione del personaggio, ma per il resto possiamo ritrovare tutti gli archetipi della letteratura, dalla guerra fratricida alla ricerca di un oggetto o una persona, dalla lotta tra il bene e il male al tentativo di salvare la realtà.
    • lingua – se parliamo di fantasy classico non è insolito che l’autore inventi nomi diversi di città o li renda simili come geografia o semantica a ciò che esiste, basti pensare alla geografia del mondo di Witcher o ai nomi delle famiglie del Trono di Spade, dove Stark e Lannister assomigliano maledettamente alle famiglie in lotta nella “guerra delle due Rose” inglese, ovvero York e Lancaster. L’estremo poi è il Sommo Tolkien, che inventò addirittura tutta la lingua elfica.
    • narratore – di solito sono storie narrate in terza persona (ma non è una regola), forse proprio in memoria di quell’adulto che intratteneva i piccoli ominidi attorno al fuoco narrando di caccia, bastoni magici e mostri alati.
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    Parliamo ora dei sottogeneri: si tratta di classificazioni che tendono a cambiare non solo col tempo e l’aggiunta di nuove varianti, ma anche tra autori, commentatori e letterati. Io ho preso una divisione da Wikipedia che mi pare fin troppo dettagliata. Alla fine se per ogni minima variazione sul tema dobbiamo creare un nuovo sottogenere, finisce che ci perdiamo nella scolastica e perdiamo di vista la scrittura. Vi lascio dunque qualche breve descrizione dei generi, invitandovi ad approfondire ciò che più vi stuzzica. Notate però come spesso il sottogenere riguardi solo ed esclusivamente l’ambientazione del romanzo, non l’argomento, che invece cambia meno di frequente.

    • Bangsian fantasy – ha come caratteristica l’ambientazione “post mortem” in paradiso, Ade, Valhalla o inferno.
    • Bizarro fiction – ha come fine il grottesco, l’orrido, l’assurdo e lo scardinamento del reale.
    • Dark fantasy – è la versione fantastica dell’horror classico, con ambientazioni cupe e situazioni destabilizzanti.
    • Fantastoria – è la classica ucronia: come sarebbe il mondo se invece di quel fatto, fosse accaduto l’altro?
    • Fantasy contemporaneo – offre un mondo moderno, tecnologicamente avanzato, in cui sono presenti creature ed elementi fantasy. Ha a sua volta diversi sottogeneri:
      • Elfpunk – riguarda la razza Elfica che abita contesti urbani moderni.
      • Paranormal romance – ha come ossatura di base il genere romance, con le storie d’amore spesso tra umani e altre creature.
      • Urban fantasy – E’ la mia ambientazione, ciò che si legge in Memorie dal Buio, che veleggia tra questo genere e il fantasy storico. Quando muovo i miei personaggi nel mondo contemporaneo sto infatti parlando di urban fantasy, poiché la maggior parte della vicenda si snoda dentro le città (vedi poi oltre, Fantasy storico).
      • Fantasy mitico – potrebbe essere sovrapposto al precedente, perché usa personaggi del folklore mondiale, nella fattispecie, streghe, vampiri, licantropi, fate…
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    • Fantasy fiabesco – mantiene l’impostazione folkloristica, come ad esempio nelle fiabe dei fratelli Grimm.
    • Fantasy medievale – usa un’ambientazione da basso medioevo (castelli, cavalieri, re e regine) ed elementi sociali e tecnologici del nostro medioevo.
    • Fantasy mitologico – trae ispirazione dai miti della nostra storia, da quelli greci ai norreni e così via.
    • Mythpunk (cyberpunk) applica queste storie a un contesto ultra moderno, futuristico dal punto di vista tecnologico.
    • Fantawestern o weird western – ha ambientazioni di tipo western, con commistioni di vario genere.
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    • Fantasy romantico – ha al centro il “plot” amoroso ambientato nel mondo fantasy, ma tra creature dello stesso tipo, pur ammettendo storie lgbt, altrimenti entreremmo nel paranormal romance.
    • Fantasy storico – Chi ha letto Memorie dal Buio lo classifica di solito nel Fantasy storico, ma in realtà la trilogia di prossima uscita ci porterà in un urban fantasy. La Bestia e Meretrix invece rientrano a pieno diritto in questa categoria, poiché di base prendono l’ossatura del Romanzo Storico e poi aggiungono l’elemento fantastico. In che modo può essere fatto? Nel PRIMO caso, quello che io adotto, la storia è rispettata, contestualizzata e i fatti storici non vengono alterati per adattarsi alla trama, ma il contrario. Gli elementi fantasy sono l’esistenza della magia e di creature non umane che si muovono nell’intreccio in maniera nascosta alla popolazione. Nel SECONDO caso la storia è chiaramente ispirata ad antichi miti o leggende, quindi l’elemento soprannaturale è già insito in quelle storie, ne è un esempio Dracula. Nel TERZO caso la storia è ambientata in un mondo ucronico, che procede normalmente fino a un punto di rottura da cui è originata una difformità, e mi viene in mente una serie tv su due piedi: L’uomo nell’alto castello. Nel QUARTO caso ho un mondo “secondario” in cui riconosco elementi del passato della nostra storia e no, qui non me ne viene in mente nessuno. Idee, cari lettori?
    • Fantasy umoristico – o commedia fantasy, elabora spesso parodie o giochi di parole con i grandi classici.
    • High fantasy o fantasy epico – come dice il titolo, si tratta di ambientazioni epiche, personaggi afferiti ai più classici “eroi” senza macchia.
    • Juvenile fantasy – narrativa di genere per ragazzi con creature, personaggi, elementi e ambientazioni adatte al giovane pubblico.
    • Low fantasy – contrapposto allo high fantasy, ha una magia che si applica al mondo normale, laddove l’High fantasy ha perfino alterazioni delle normali leggi fisiche e chimiche a favore di quelle magiche.
    • Med-fantasy – ha ambientazione tipicamente mediterranea (ma mi chiedo: serviva davvero un nuovo genere letterario per questo?)
    • New Weird – accanto a elementi classici come magia e creature fantastiche, mescola elementi horror, fantascientifici, grotteschi al fine di predicare il rigetto dei tradizionali cliché (che nel mio gruppo di giochi di ruolo sublimava nella frase “tipica” del dungeon master: “Cazzo vuoi? E’ magia!”), in funzione di verosimiglianza e coerenza. Altra caratteristica sono i contenuti allegorici, sociopolitici e filosofici.
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    • Realismo magico – dipinge una realtà con presenza di magia come la normalità. Ne troviamo esempi molto nobili anche in pittura.
    • Science fantasy – è la commistione di fantascienza e fantasy.
      • Steampunk fantasy o steamfantasy – è nominata quell’ambientazione tipicamente vittoriana con macchine a vapore, carbone e inquinamento.
      • Sword and planet – porta il fantasy su altri pianeti, spesso arretrati.
    • Slipstream – mi viene un po’ da ridere a descriverlo, perché chi mi conosce sa che sono allergica all’eccesso di etichette, specie nella nostra epoca digitale, che va così veloce da inventare nuovi generi e nuove etichette quando ancora non avrò finito di scrivere questo articolo. Di fatto qui rientrano tutti i romanzi che ancora non hanno un’etichetta!
    • Sword and sorcery o fantasy eroico – è il classico fantasy che ci aspettiamo… spade e magia, eroi e cavalieri… come non citare il Romanzo di Artù?
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    Il nostro viaggio nel fantasy finisce qui. Non posso che sperare che anche tutti coloro che si professano “allergici” al fantasy, possano trovare in questi sotto generi qualcosa che possa piacere loro, ce n’è per tutti i gusti in effetti. E non posso fare a meno di notare, per esempio, che nessuno ha mai parlato del Thriller fantasy o del giallo fantasy, ovvero una commistione di generi che spieghi per esempio le indagini sugli omicidi di bambini in Memorie dal Buio – La Bestia, che diventerebbe un “fantasy storico giallo”.

    Forse, alla fin fine, l’unica cosa che dovremmo fare è apprezzare una bella storia per come è scritta e narrata, proprio come facevano gli ominidi attorno al fuoco, o in nostri bisnonni la sera nelle stalle, per scaldarsi dopo cena, mentre si cucivano gli abiti e si parlava tutti insieme, guardandosi negli occhi.

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  • Obliquo Inferno – Fabio Monteduro
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    Cosa succederebbe se qualcuno davvero ascoltasse i nostri desideri più nascosti e si offrisse di esaudirli? Ovviamente noi saremmo davvero le persone più felici al mondo, anche se ci sarebbe subito da chiedersi cosa dovremmo pagare in cambio. Poiché, è chiaro, nessuno regala nulla. In questo thriller dal sapore horror con tocchi di soprannaturale, la domanda trova la sua risposta nelle pagine tratteggiate dalla mano dell’autore. Ecco la quarta di copertina:

    Giorgio Belvisi è un bell’uomo di sessant’anni, ricco e stimato neurochirurgo, con una certa facilità a trovare giovani amanti. Tutto, nella sua vita, sembra andare per il verso giusto, finché un segreto emerge dal suo passato, qualcosa di talmente inconcepibile che lui stesso sembra averlo cancellato dalla memoria. L’accusa di aver ucciso la sua giovane amante è solo il minore dei problemi, vista l’incredibile sequela di accuse che improvvisamente gli piovono addosso. Ma che cosa lega Giorgio a un prete della provincia siciliana, dilaniato da dubbi di fede e in perenne conflitto con i mostri generati dall’alcol di cui è divenuto schiavo? E perché proprio il commissario di Polizia che lo dovrebbe incriminare, è invece l’unico che non lo ritiene colpevole? In un crescendo di tensione, ci si avvicina al confronto finale, dove il male assoluto tenterà di porre il suo sigillo infernale.

    Il romanzo è diviso in due parti distinte: la prima in cui la vicenda di Belvisi è il nodo centrale, con il tentativo di ricostruire tanto l’omicidio della sua amante, che gli strani fatti avvenuti in un locale gotico di dubbia fama nella provincia di Roma, il Régarde des Deux e la seconda che ha al centro le vicende del prete e di quello strano, inquietante piccolo paese.

    Solo nei capitoli finali le due vicende si intrecciano e i misteri vengono svelati, ma intanto molti morti sono caduti tra le pagine e molto sangue ha colorato le fitte righe. Tutto ruota attorno all’enigmatica figura di Monique Réelles, a errori di gioventù e desideri proibiti, follie, alcool e droga che giungono a presentare il loro conto vent’anni o anche quarant’anni dopo.

    Un corollario di pazzia, illeciti propositi e mancanza di morale guidano le azioni dei protagonisti che naufragano negli eventi senza alcun controllo su di essi, subendo gli strattoni del “destino” (chiamiamolo così per non fare spoiler) mentre corrono a capofitto verso un epilogo già scritto, di cui si apprezza l’amaro nel centro della lingua ancor prima che inizi la lettura delle ultime pagine.

    Ma in fondo il mondo è così, non è mai giusto o col lieto fine e gli errori si pagano, prima o poi, e con tanto di interessi. Personalmente mi sono trovata a pensare (e dire ad alta voce): “Ma perché fa così! Dovrebbe fare cosà!” pensando di trovare io, da lettore esterno, la soluzione ai problemi. Eppure, pensandoci dopo, ho capito due cose: intanto se io mi incazzo con un personaggio, vuol dire che quel personaggio ha toccato nel segno, è giunto laddove doveva arrivare e poi mi viene mostrato il vissuto di qualcuno diverso da me, che non ragiona come me e che può cadere in una tentazione o in una dipendenza, proprio perché viene da un vissuto diverso e ha una forza d’animo differente.

    Obliquo inferno è un romanzo che mi sento di consigliare, raccomandando di non farsi destabilizzare dal cambio repentino di personaggi a metà del libro, perché tutto ha un suo motivo.

    COME LEGGERLO:

    Luogo: su una panchina in un parco di Roma o in un piccolo paesino siciliano

    Tempo: primavera

    Sapori: Un cocktail da discoteca, complesso e pericoloso

    Profumi: zagare

    Musica: Russia 4K

  • Diario di Satana – Leonid Andréyev
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    Ho acquistato questo libro un po’ per il titolo intrigante, un po’ perché vivamente consigliato in un gruppo Facebook di lettura. Direi che il detto “De gustibus non est sputacchiandum” è proprio valido! O forse era “non est disputandum”? Sebbene fossi preparata a un testo di inizio 1900, per di più di un drammaturgo russo, di certo non mi aspettavo una storia così stramba. Non è lusinghiero, lo so. E per alcuni quello che avevo tra le mani è un capolavoro, ma…

    Leggiamo insieme una delle tante quarte di copertina: Cosa accadrebbe se il grande Satana, principe dell’inferno e del male, decidesse di trasferirsi per quattro mesi nel mondo terrestre, con le sembianze di un ricco americano? Potrebbe forse rimanere sconvolto dalla malvagità dell’umanità? Oppure riterrebbe di avere ancora molto da fare? E se si innamorasse? Un viaggio nel mondo dell’uomo senza precedenti, e soprattutto una visione capovolta ed intrigante che tiene avvinti fino all’ultima pagina.

    E fin qui tutto bene: ci sono i presupposti di una trama avvincente, stuzzicante, intrigante perfino e ci si appresta a leggere quello stile vetusto e colto con la disposizione mentale con cui si approcciano rispettosamente i grandi classici.

    Il problema sorge quando il nostro Satana emerge come una figura piena di contraddizioni, che tende a divenire umano al passare del tempo dentro il corpo incarnato che ha scelto di parassitare. E per carità, è accettabile che ci possa essere un qualche rovescio della medaglia in questa possessione, tanto che il suo demone servitore che lo accompagna, Toppy, addirittura perde la coscienza di sé e di cosa fosse.

    Ecco forse questo è un po’ troppo per una purista del soprannaturale come me, che può ammettere una graduale discesa negli jnferi per un personaggio che sta per tradire tutto ciò che è stato, ma che avrebbe dato maggiore dignità a Satana e a un demone, ridotti invece a due macchiette succubi dell’umanità, piene di mancanze e di desideri da colmare.

    Il romanzo è narrato sotto forma di diario dal punto di vista di Satana stesso, incarnato nel magnate americano Wandergood, alla ricerca di un modo per usare la sua immensa fortuna. Ed eccolo cercare scuse per circondarsi di persone, ascoltarle supplicare per avere denaro e valutare chi rendere immensamente felice e miliardario. Proprio lui critica arrivismo, avarizia e i difetti degli umani, mostrandosi anche più generoso, altruista e “umano” di loro.

    Niente poteri soprannaturali, niente magia o trucchetti per questo Satana che ama baciare il suo segretario Toppy “sul cocuzzolo” e che si invaghisce di una ragazza italiana, una certa Maria, che vive insieme all’anziano padre, Tommaso Magno. Satana è attratto tanto dalla bellezza virginale di Maria, che paragona alla Madonna stessa, che dall’arguzia e dal disincanto con cui Magno parla con lui del mondo da cui si isola.

    Essere misantropi non è un difetto, ma dovrebbe mettere un campanello d’allarme, cosa che non fa Satana che, “sentendo” le pulsioni e le necessità di Wandergood, perduto da qualche parte dentro di lui, si apre all’umanità mentre in parallelo Magno vi si chiude. E in tutto ciò, quando arriva Maria, il diavolo balbetta come un adolescente alle sue prime cotte.

    Il trio diviene sempre più unito, tra gite in calesse lungo le strade di Roma e nottate passate a bere e filosofeggiare, fino al punto in cui Satana affida a Magno tutto il patrimonio, in cambio della mano di sua figlia.

    Ed ecco che il lettore viene trascinato in una successione di eventi che portano allo sconcertante epilogo che mi ha fatto chiudere il libro con un “mah…” grande e luminoso sopra la testa.

    Ben cosciente che i romanzi in prima persona hanno lo straordinario pregio e difetto di mostrare un unico punto di vista, nel caso di Diario di Satana è assolutamente funzionale ai due scopi dell’autore: mettere in risalto la corruzione di Satana verso un’umanità cortese, amabile e generosa e mostrare come quella stessa umanità possa essere doppiogiochista e falsa, così abile nell’ingannare il prossimo con la più vasta “picarata” mai concepita, da poter far fesso anche Satana.

    Ecco, un Satana così a me piace poco, ma concordo che era funzionale che il protagonista fosse proprio un “pezzo grosso”, perché così la caduta dalla grazia dell’angelo “portatore di luce” è completa e ancora più rumorosa.

    COME LEGGERLO:

    Luogo: All’alba, mentre il sole sorge sulla campagna romana

    Tempo: primavera

    Sapori: uva matura e fichi, tramezzini nei cestini da merenda

    Profumi: whisky

    Musica: Dmitrj Shostakovic – Second Waltz

  • I figli della Cenere – Francesca Bertuca
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    Con il libro di oggi ci immergiamo in un Fantasy Distopico, ambientato in un ipotetico futuro post apocalittico in cui una catastrofe non meglio specificata ha devastato tutto il mondo. Ci troviamo nei territori dell’ex Europa, dove gli antichi confini statali e le vecchie istituzioni sono scomparse. Gli scenari di una terra dopo una guerra atomica sono quelli classici: scienza e cultura annientate, umanità regredita di diversi secoli dal punto di vista tecnologico e sociale, religione e superstizione ben radicate nella popolazione e nelle nuove classi regnanti, che si contendono i fazzoletti di terra ricoperti di cenere alla ricerca di nuovo del tanto agognato sole. Iniziamo il viaggio leggendo insieme la quarta di copertina.

    Un sogno può proteggerti, un credo condannarti. Sulla nuova Eurasia, devastata dalla guerra nucleare, piove cenere e i cieli sono oscurati da secoli. Nessuno ricorda i veri motivi che hanno portato al conflitto, né cosa fossero le armi da fuoco o l’energia elettrica. Le cause della rovina sono attribuite alla furia del dio Unico e si crede che solo la venuta di due anime pure, il Corsiero e la Bella, potrà riportare il mondo agli antichi splendori.
    Alla nascita di Lilienne, erede al trono di Reine, il sole torna a splendere sull’Europa dell’ovest e il re innalza un muro invalicabile per respingere le orde dei miserabili dell’est.
    Ventidue anni dopo, mentre i potenti di Varsavia e Hanstad si contendono la Bella, Alec, un giovane fabbro, sogna di valicare il Muro con il fratellino malato. Quello che tutti ignorano è che il suo obiettivo non è Reine, bensì giungere fino alla costa, dove lo attendono dei vascelli che conducono in una «terra promessa» al di là del mare.
    Le sue speranze dovranno però scontrarsi con la dura realtà: l’antica guerra tra Russia e America non è affatto terminata e lui sta per esserne travolto.

    L’ambientazione lascia alla fantasia le speculazioni sul motivo per cui il mondo è precipitato in questo inferno fatto di cenere e desolazione, dove i bambini faticano a nascere o sono troppo deboli per raggiungere tutti l’età adolescenziale e ci catapulta subito nell’azione, attraverso capitoli serrati, intitolati ciascuno al protagonista attraverso i cui occhi vediamo lo svolgersi della trama.

    La storia, per i continui rimandi a fatti avvenuti in precedenza, dal principio mi è parsa la continuazione, magari il secondo o terzo volume della saga, invece con mia sorpresa si tratta proprio del primo volume e parte degli interrogativi delle prime pagine trovano risoluzione col proseguo della lettura anche se bisogna fare molta attenzione ai numerosi nomi citati, per non perdersi dettagli e ricordare bene il ruolo e la localizzazione dei numerosi protagonisti e comprimari.

    L’intreccio è infatti complesso e di alto livello, e spazia dalla politica alla religione, dalle vicende familiari ai grandi temi classici dei mondi distopici, sopravvivere e lottare tra la tendenza alla barbarie che la sofferenza nutre, e la voglia di riscatto e di fede in un futuro migliore e in un mondo finalmente a misura umana. I tanti personaggi si muovono in questo contesto medievaleggiante ricoperto e soffocato dalla cenere e mostrano scene e progressi nell’avventura, sotto i loro diversi punti di vista, aggiungendo man mano nuovi tasselli. L’origine della Bella e il fine del Corsiero divengono man mano lapalissiani e scrostano il lettore dal suo giaciglio sicuro, in cui sentiva che stava naufragando la componente romance, per sorprenderlo con colpi di scena, omicidi e martirii in nome del proprio credo.

    Quando l’umanità tocca il fondo della barbarie, emergono i lati peggiori e migliori degli uomini ed ecco che l’autrice tratteggia virtù e difetti con una vividezza emozionante, sebbene a volte i cambi repentini di registro di un paio di personaggi lascino destabilizzati; la caratterizzazione delle varie figure però è completa e assimilabile in poche frasi ben piazzate, che rendono il personaggio cesellato con perizia e ben “palpabile”.

    Senza fare ulteriori anticipazioni della trama, tutta improntata alle fughe, ai viaggi e alla sopravvivenza in un mondo di stenti, cenere e oscurità, posso senz’altro dire che è un romanzo godibilissimo, che si legge con passione e che, giunti all’epilogo, fa desiderare sapere come continuerà la vicenda.

    COME LEGGERLO:

    Luogo: di notte, tra alti palazzi cittadini

    Tempo: inverno, tra fumi di camini e legna bruciata

    Sapori: Thé Laspang Souchong, col suo gusto affumicato

    Profumi: Incenso da chiesa, secco e naturale

    Musica: Fight for the person you love – epic battle music

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