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Foto dal Web Ci sono poche spezie legate alla mia infanzia come la cannella. I gelatai la mettevano sulla panna che impreziosiva i miei coni al pistacchio, la mamma e la nonna me la mettevano sul cappello di panna della cioccolata o sulla ciotolina di fragole, non mancava mai nelle mele cotte di papà insieme agli amaretti e, col suo aroma intenso, riusciva a placare ogni preoccupazione e ogni tristezza.
La cannella è la parte interna del fusto legnoso di una pianta, la Cinnamon Zeylanicun e proviene originariamente dall’isola di Ceylon, dove viene raccolta, fatta essiccare e privata della corteccia, per poi essere venduta in stecche o, macinata, in polvere. La stecca ha un utilizzo più difficoltoso, anche perché per tritarla ci vogliono strumenti davvero efficaci, o rimangono pezzi legnosi duri che tolgono il piacere della loro presenza nella preparazione, ma mantiene più a lungo la sua fragranza. Per questo è meglio usare le stecche per le infusioni e la polvere per cucinare.

Foto dal Web Dal punto di vista medico, ha proprietà disinfettanti e battericide, antisettiche e difensive del cavo orale e delle vie respiratorie ed è molto utile per combattere l’alitosi. Pare che la sua azione disinfettante inizi già con l’applicazione locale della polvere su ferite e abrasioni, ma ci sono studi recenti che la indicherebbero come utile contro Escherichia Coli e Candidosi. Infine, distillando il macerato della corteccia in acqua marina, si ottiene l’olio essenziale.
Una buona notizia anche per i malti di diabete tipo 2 che potrebbero giovare della cannella per la riduzione della glicemia. Ma le sue proprietà non finiscono qui, perché sarebbe utile anche nella riduzione dell’ipertensione e nel controllo del peso corporeo, grazie al fatto che la spezia conferisce senso di sazietà e aiuta la digestione.
Dal punto di vista nutrizionale contiene vitamina C, il gruppo B e le liposolubili E e K, oltre a sali minerali quali Calcio, Magnesio, Forsofo, Ferro, Potassio e gli utilissimi Zinco e Selenio come anti invecchiamento.
Le controindicazioni riguardano la gravidanza e un generico uso smodato della spezia che porterebbe a irritazioni cutanee. Sono segnalate interazioni negative con farmaci antiinfiammatori del gruppo FANS (ovvero tutti quelli non steroidei).
La ricetta di Zel

Foto archivio personale, Gelo alla cannella con granella di pistacchio GELO ALLA CANNELLA
Il “Gelo” è un dolce al cucchiaio tipico siciliano e può essere realizzato in diversi gusti, dal limone al cardamomo, alla menta e a tutto ciò che suggerisce la fantasia. E’ indicato nel periodo estivo come dolce al termine di pasti luculliani come digestivo e per aiutare l’alito.
La sua preparazione è molto semplice, ma non può essere improvvisata, perché la stecca di cannella deve restare in infusione fredda in frigorifero per minimo 24 ore, meglio 48. Anche il costo è contenuto in genere per questo dolce, ma purtroppo le stecche di cannella in particolare sono abbastanza costose. C’è di buono che non ne servono molte.
Ingredienti per 6 monoporzioni:
1 lt. acqua, meglio se minerale, in bottiglia
40 g. cannella in stecche
170 gr. zucchero
90 gr. di amido di mais (maizena)
A piacere, 100 gr. di granella di pistacchio o mandorla (anche in lamelle) per la decorazione
Dopo aver fatto infondere la stecca per almeno un giorno intero, il liquido va filtrato con una garza o un setaccino a maglie strette. Portate a ebollizione l’infuso un paio di minuti, poi lasciate completamente raffreddare. La stecca avrà assorbito parte dell’acqua, quindi ne va aggiunta altra fino a tornare a 1 litro.
E’ il momento di mescere zucchero e amido in una pentola, aggiungendo l’infuso lentamente, mentre si mescola per sciogliere i grumi e mantenere una pastella che, man mano che aggiungo infuso, diventerà più liquida.
Torniamo sul fuoco a fiamma bassa per cuocere il composto finché non inizierà ad addensarsi: ci vorranno 15-20 minuti e allora vedrete che farà una sorta di “velo” sul cucchiaio, prendendo un bel colore ambrato. Mi raccomando di mescolare tutta la base della padella, non solo i bordi o al centro attaccherà: utile in questo caso fare una spirale dal centro alla periferia e ricominciare.
E’ il momento di mettere negli stampini o nel grande stampo da torta. Io mi sono sempre trovata bene con quello di silicone, ma va comunque bagnato per evitare che si attacchi. Il dolce va ora trasferito in frigo, coperto da un poco di pellicola e lasciato riposare per 6-8 ore.
Una volta impiattato, si può decorare con le granelle e servire fresco.

Foto archivio personale, Gelo al Cardamomo con decorazione di foglie di menta e Erba Luigia 
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L’intervista di oggi ha come protagonista una scrittrice di romanzi fantasy con un tocco dark horror e thriller in una commistione di generi che raggiunge l’obiettivo di toccare nel profondo l’animo del lettore, mettendolo davanti a delitti e violenze crudeli e apparentemente insensate. Apparentemente, perché alla fine laddove c’è il Male, quello con la M maiuscola, ogni dolore acquista un senso. Ecco una breve presentazione:
Il Male ha sempre fame. Ribolle intorno a noi e ha mille facce.
Quella dell’orco ubriaco e violento, quella di una madre senza cuore che finge di non vedere.
Il male sogghigna, leccandosi le labbra, mentre aspetta che la ferocia umana lo serva ancora e ancora.
Di piccole vittime innocenti, le sue preferite.
Un tuffo in acqua, un corpicino che galleggia come una bambola: la vita di Irene cambia senza nemmeno avvisare.
Cinque bambini da salvare dal Male che vive in ognuno di noi e che tenta di corromperci continuamente.
Di portarci dall’altra parte.
Irene lotterà con tutte le sue forze per combatterlo, danzerà con il diavolo su un filo sottile, disposta a tutto, anche a perdersi per sempre.
Foto su concessione dell’autore Ciao e benvenuto nel Blog di memorie dal Buio. Rompiamo il ghiaccio con una presentazione. Raccontaci di te e di ciò che hai scritto.
Mi chiamo Gaia, ho 47 anni, due bambini, un marito e due gatti, lavoro in una pubblica amministrazione e scrivo per passatempo. Ho pubblicato tre libri dal 2020, uno dopo l’altro, per raccontare la storia di Irene e della sua battaglia contro il Male, che ci vuole tutti. E così è cominciata la mia avventura che chissà dove mi porterà …
Quanto è importante il ricordo e la memoria nella trama del tuo lavoro?
Ha un’estrema importanza: spesso nei miei romanzi inserisco vicende o eventi, attingendo dai miei ricordi. Basta pensare, ad esempio, ai casi di cronaca nera contro cui Irene si batte in “Solo Cinque”.
Quando scrivi, quanto attingi al tuo vissuto e alle esperienze passate?
Moltissimo. Parafrasando Lecter in Il silenzio degli innocenti, si desidera ciò che si vede, ciò che si conosce, quindi se sei stato in un luogo o se hai vissuto quell’esperienza sarai in grado di descriverla in modo tale da farla desiderare anche al lettore.
Racconta il momento catartico, il più importante che serbi nel ricordo del processo di scrittura del tuo lavoro.
La mia protagonista, Irene, compie ogni giorno online una ricerca maniacale su determinati argomenti. … Da quando ho pubblicato la trilogia, il mio Google si riposa 😁
Dei tuoi personaggi, ce n’è uno che possa essere lo specchio del vissuto, della sapienza e delle memorie?
Domanda complicata, posso dire che in Lo Spettacolo e in L’Angelo di Natale ho un bambino empate capace di prodigi.
Condividi un ricordo particolare della tua vita che possa aiutarci a capire il tuo lavoro nella sua completezza.
Nevicava a Roma ai primi di febbraio 2012, mio figlio Francesco aveva pochi mesi e dormiva in una carrozzina vicino alla finestra. Al telegiornale hanno detto che quella mattina un uomo aveva scaraventato suo figlio di un anno e mezzo giù da un ponte sul Tevere. Lo aveva prelevato di notte dal suo letto, con ancora indosso il pigiama, facendo irruzione nella casa della sua ex compagna. Si chiamava Claudio ed era poco più grande di mio figlio, in Solo Cinque le cose vanno in modo diverso perché non sia dimenticato.
Ci siamo certo tutti interrogati almeno una volta sui motivi per cui alcune persone compiono determinati atti insensati, violenti, inaspettati. Litigi in famiglia sfociati in tragedia, omicidi preterintenzionali o veramente premeditati e fortemente voluti sono in qualche modo spiegabili, i vicini intervistati alla fine rivelano che sì, c’erano dei problemi in quella famiglia all’apparenza serena o in quella persona schiva ed educata.
Quelli che ci sconvolgono sono i misteri che aleggiano attorno ai delitti inspiegabili, quelli che paiono mossi da mani aliene che, per un breve e fatale istante, si impossessano delle persone e fanno loro compiere atti inumani.
Quelli che paiono legati al volere del puro Male.

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Foto dal Web Anche Milano ha le sue storie di fantasmi che attraversano la sua storia dal medioevo a oggi. Alcune apparizioni sono viste dai milanesi come benevole e beneauguranti, altre sono dolorose e terribili. Vediamo qualcuna di queste storie.

Foto dal Web A poca di stanza dal centro di Milano inizia il nostro viaggio e lo fa dall’inquietante e bellissima chiesetta di San Bernardino alle Ossa, una raccolta di teschi e scheletri di morti di peste e di criminali uccisi che tappezzano le pareti in terribili e meravigliose simmetrie. I milanesi avvezzi a pratiche scaramantiche o occulte, sono soliti ripiegare foglietti con desideri ed ex voto che arrotolano e infilano nelle orbite del teschio che “adottano” come protettore. Indubbiamente, visitare quel luogo offre istanti di intensa emozione e l’odore delle antiche ossa, armonizzato con la luce radente dalle alte vetrate, contribuisce a creare un’atmosfera onirica e potente. Non si può non associare storie di fantasmi a questo luogo, ma in particolare, uno di questi scheletri, appartenuto a una bambina senza nome, la notte di ognissanti si ricomporrebbe per iniziare una Danza Macabra che coinvolge e rianima anche altre ossa.

Foto dal Web Passando da Piazza Fontana, arriviamo nella famosissima Piazza del Duomo. E’ il territorio del fantasma di Carlina, che apparirebbe nelle foto degli sposi che si fanno immortalare nella basilica o sopra di essa. E’ qui infatti che pare essersi consumata la tragedia della giovane sposa, giunta in viaggio di nozze da Como col suo Renzino. La donna era incinta, ma non dello sposo, bensì di un biondo straniero con cui aveva giaciuto mentre già era fidanzata.

Foto dal Web La leggenda vuole che, presa dal rimorso, abbia lasciato la mano dello sposo per correre tra le guglie e qui sia sparita: qualcuno dice che si sia lanciata nel vuoto, qualcuno che sia caduta, fatto sta che il suo corpo non verrà mai trovato. Il fantasma di Carlina apparirebbe quindi nelle foto degli sposi, vestita di seta nera, poiché sempre la sua leggenda, vuole che fosse in uso che le spose si vestissero di nero per ingannare i feudatari e non farsi violentare per la consuetudine dello ius primae noctis, ovvero il diritto del feudatario locale di sverginare le spose per primo.
In che modo un fantasma descritto come “dal volto inquietante” possa essere considerato beneaugurante per gli sposi, resta un mistero irrisolto per me, che continuo a pensare che la ragazza sia semplicemente fuggita e sia andata a partorire da qualche parte.

Foto dal Web Dando le spalle alla basilica e svoltando a destra, troviamo l’imbocco della Galleria Vittorio Emanuele II, dove aleggerebbe il fantasma del suo architetto, Giuseppe Mengoni che non poté assistere alla cerimonia di apertura ufficiale della sua opera, perché la sera precedente, il 30 dicembre 1877, cadde da un’impalcatura sulla quale si era arrampicato per ispezionare alcuni dettagli.

Foto Milano Today Attraversando tutta la galleria si giunge alla Piazza della Scala, dove il celebre teatro, costruito alla fine del 1700, ospiterebbe il fantasma di Maria Callas, che si divertirebbe a spaventare i loggionisti, colpevoli di averla fischiata per aver steccato in un’opera. Il suo fantasma avrebbe viaggiato qui o da Parigi, luogo in cui fu cremata o dal Mar Egeo, luogo in cui furono sparse le ceneri.

Foto dal Web Di fronte alla Scala, c’è Palazzo Marino, sede del Comune di Milano e di una maledizione lanciata dai milanesi al suo proprietario, il banchiere genovese Tommaso Marino. Questi, invaghitosi di una nobile veneziana, Arabella Cornaro, ricevette una richiesta dal padre di lei che, per concederla in moglie, pretese la costruzione di un palazzo sullo stile veneziano, bello e sontuoso, in cui ella potesse vivere. Fu così che nel 1558 iniziò la costruzione della sua dimora, espropriando e radendo al suolo tutte le case sull’area. Pare fosse infatti un uomo senza scrupoli, circondato da una masnada di “bravi”, nel senso manzoniano del termine, che non lesinarono di usare le maniere forti per cacciare gli inquilini dalle loro case.
La maledizione che il Marino si guadagnò suona così:
Congeries lapidum
multis constructa rapinis
aut uret, aut ruet, aut alter raptor rapiet.
Accozzaglia di pietre,
costruita grazie a molte ruberie,
o brucerà, o crollerà, o sarà rubata da qualche altro ladro.Arabella, la Bella Ara della filastrocca in dialetto, costretta a sposare Marino, si impiccò sul baldacchino del letto di una casa di campagna.
Ara, bell’Ara discesa Cornara,
de l’or fin, del cont Marin
strapazza bardocch,
dent e foeura trii pitocch,
trii pessitt e ona massoeura,
quest l’è dent e quest l’è foeura.Ara, bell’Ara della famiglia Cornaro,
dai capelli di oro fino, appartieni al conte Marino
strapazza preti,
dentro e fuori di casa ci sono tre bravi,
con la mazza e i tre pesciolini,
questo e dentro e questo e fuor.Marino morì pieno di debiti e il palazzo restò incompiuto. Qui, qualche decennio dopo, sarebbe venuta alla luce Marianna, nipote di Tommaso e che tutti conosciamo come La Monaca di Monza.

Foto dal Web Procedendo verso Piazza Cordusio, incontriamo un fantasma decisamente famoso, Lucrezia Borgia, della quale è conservata una ciocca di capelli bellissimi alla Pinacoteca Ambrosiana. E’ sicuramente uno spettro dotato del dono dell’ubiquità, in quanto apparirebbe anche a Ferrara, città in cui è morta; a Milano comunque apparirebbe la notte, per venire a pettinare la sua ciocca.
Ma come ci è finito un ricciolo di Lucrezia a Milano, visto che lei non ci venne mai? Durante il suo terzo matrimonio, quello con il conte Alfonso d’Este, la duchessa di Ferrara intrattenne una relazione platonica, romantica e cavalleresca, col poeta Pietro Bembo e, in ringraziamento di alcune poesie, insieme a una missiva, gli fece recapitare anche una ciocca di capelli che l’uomo tenne con sé come una reliquia in una teca di vetro e che, alla sua morte, arrivò al suo riposo definitivo.
Qui, fu ispirazione per tutto il periodo del Romanticismo ottocentesco e venne venerata quasi come una reliquia, da Flaubert e da Lord Byron, che scrisse di aver trafugato un singolo capello da tenere per sé. La sua collocazione definitiva avvenne nel 1928, quando l’orafo Alfredo Ravasco realizzò la teca che ancora oggi vediamo, dalla quale pendono due immagini: il toro Borgia e l’aquila d’Este.
Di Lucrezia e della famiglia Borgia ho scritto nel romanzo di prossima pubblicazione Memorie dal Buio, Meretrix, di cui potete leggere un estratto qui. A lei, il cui compleanno è vicino (14 aprile) ho dedico un articolo a parte pochi giorni fa che potete leggere invece a questo link.

Foto dal Web Procedendo verso la Chiesa di San Tomaso in Terra Mala (un nome, un programma), ci aspetta il fantasma di Cecilia Gallerani, che tutti conosciamo come la Dama con l’Ermellino dal ritratto di Leonardo da Vinci. La donna, amante di Ludovico il Moro per diversi anni, diede alla luce suo figlio, Cesare Sforza Visconti, solo pochi mesi dopo il matrimonio del suo amante con Beatrice d’Este, di tre anni più giovane di lei, che inizierà presto a fare pressioni per allontanare la rivale da corte.
Il Moro non è che ne avesse molta voglia, anche perché pare che Beatrice non volesse adempiere ai doveri coniugali, ma alla fine intesta a Cecilia e al figlio numerosi possedimenti e la ragazza trova anche marito. La sua morte, avvenuta tra i 62 e i 63 anni non nasconde nulla di violento o improvviso e il suo corpo e stato tumulato probabilmente della Chiesa di San Zavedro, presso San Giovanni in Croce. Non si spiega dunque come mai il suo fantasma venga visto in centro a Milano.

Foto dal Web Arriviamo poi al Castello Sforzesco, sede della nobiltà regnante per diversi secoli e quindi teatro di molte nascite e morti. Una di queste, particolarmente efferata, riguarda Bianca Maria Scarpardone, Contessa di Challant, che amava circondarsi di amanti, ma quando ne uccise uno nel 1526, Ardizzino Valperga, per motivi che non sono noti, venne condannata a morte per decapitazione e la sentenza eseguita su una fortificazione (rivellino) del castello.
Il suo fantasma apparirebbe come una dama intenta a bere il sangue dell’amante da un calice, ma quando la si vede alzare la testa per deglutire, il collo si apre e la testa cade indietro. Non è però l’unica donna ad apparire nel Castello: ci sarebbero infatti altre illustri nobildonne come Bona di Savoia, la strega Isabella da Lampugnano, Beatrice d’Este (la moglie frigidina di Ludovico il Moro) e Isabella d’Aragona.

Foto dal Web Dietro il castello si stende il grande polmone verde di Milano, il Parco Sempione, nel quale si vedrebbe camminare una dama velata di nero, la cosiddetta Dama Nera, di cui non si conosce l’identità, ma che è pronta a sedurre gli uomini in un ballo senza fine. Quando le sue prede giacciono innamorate e sollevano il velo, davanti alla visione di un orrido teschio spolpato, perdono il senno, prendendo a vagare come folli nel parco.

Foto dal Web Torniamo indietro verso Via Santa Marta e una sua traversa, via Bagnera, che la unisce a Via Nerino. Qui pare che un refolo gelido annunci l’arrivo del fantasma di Antonio Boggia che visse qui, nella casa che fa angolo tra le due vie. Chi era costui? Un assassino, il primo Serial Killer di Milano che tra il 1849 e il 1862 pianificò lucidamente almeno quattro omicidi, al fine di incamerare ricchezze e possedimenti delle sue vittime.
Alcuni dei cadaveri vennero occultati proprio nello scantinato della sua abitazione, a volte nel terreno, a volte murati nelle pareti.
L’uomo venne condannato a morte per impiccagione e la sentenza, eseguita l’8 aprile del 1862, fu l’ultima applicata a un civile (fino alla seconda guerra mondiale), grazie all’abolizione della pena di morte, avvenuta nel 1890 grazie al Codice Zanardelli.

Foto dal Web Scendendo verso Sud, oltre via Torino, troviamo la Basilica San Lorenzo maggiore e il suo prato, costruito sopra l’antica Piazza Vetra. E’ qui che terminiamo il nostro giro dei fantasmi di Milano, parlando del luogo forse più infestato. Qui sorgeva infatti il patibolo e migliaia di condannati a morte nel corso dei secoli hanno attraversato il “ponte della morte”, che scavalcava il Canale della Vetra, oggi interrato come tanti bellissimi canali di Milano, giungendo al loro supplizio.
Famosi sono i roghi delle Streghe iniziati nel 1390 con la morte di Sibillia Zanni, ad appena tre anni dalla bolla di Papa Giovanni XXII “Super Illius specula”, che dava ufficialmente il via alla caccia alle streghe. I nomi periti qui e che possono essere parte delle tante presenze che vi aleggiano, sono davvero tanti, da una certa avvelenatrice Caterina dei Medici del 1617, a stregoni come Giacomo Guglielmotto, Angela Dell’Acqua e Maria de’ Restelli. Ricordiamo poi due “untori”: il barbiere Gian Giacomo Mora e il suo amico Guglielmo Piazza. Di tutti loro si può leggere nella Storia della Colonna Infame, di Manzoni.
L’ultimo rogo ufficiale di streghe in piazza Vetra è del 12 novembre 1641 e le vittime sono Anna Maria Pamolea e sua serva Margarita Martigonona, ma è difficile dare un nome a tutti gli innocenti mandati al rogo dall’oscurantismo religioso perché nel 1788, nel chiostro di Santa Maria delle Grazie, tutti i documenti relativi all’Inquisizione di Milano vengono distrutti, bruciati, cancellando così tutte le scomode prove del nostro periodo buio.

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Foto su concessione dell’autore Cosa accade quando una criminologa mette mano alla penna? O, più prosaicamente, mette le dita sulla tastiera di un computer? Ebbene nasce un thriller, due per la verità, in cui un uomo, detenuto per l’omicidio della moglie, cerca di ricostruire a posteriori, in un diario, tutti gli eventi che l’hanno portato a quella situazione. A partire da uno strano simbolo rosso sulla parete di casa.
Ciao e benvenuto nel Blog di memorie dal Buio. Rompiamo il ghiaccio con
una presentazione. Raccontaci di te e di ciò che hai scritto.
Mi chiamo Letizia, sono un’insegnante di scuola dell’infanzia, laureata in
criminologia. Faccio teatro da 7 anni, mamma di due bambine, scrivo nel
pochissimo tempo libero che mi rimane…Quanto è importante il ricordo e la memoria nella trama del tuo lavoro?
Nella stesura di un romanzo la memoria è fondamentale, in effetti ogni tanto
mi perdo qualche pezzo, cambio qualche nome perché non lo ricordo, scrivo
cose che avevo dimenticato di aver già scritto. Per questo esistono le famose
scalette dello scrittore, grazie alle quali si cerca di non perdere il filo, o qualche
personaggio. Il problema è che io non le usoQuando scrivi, quanto attingi al tuo vissuto e alle esperienze passate?
Poco, cerco di non farlo in realtà…Non voglio che i miei personaggi siano tutti
dei piccoli alter ego di me stessa, infilarci qualcosa di nostro però è quasi
inevitabile. John si mangia le unghie come me, mio padre fa l’elettrauto, John il
meccanico. Queste somiglianze con la mia vita privata mi permettono di
descrivere bene quello che fa o quello che prova quando si morde un dito, per
esempio…Racconta il momento catartico, il più importante che serbi nel ricordo del
processo di scrittura del tuo lavoro.Quando sei bloccata da giorni, mesi… su una scena che non ti convince, non
funziona, ti puzza di banalità, non ha senso, la maledici… e poi all’improvviso
arriva. LA SOLUZIONE. Momenti di intenso godimento…Dei tuoi personaggi, ce n’è uno che possa essere lo specchio del vissuto, della
sapienza e delle memorie?Sicuramente il professor Stevens, lui detiene la conoscenza sui portali, li studia
da anni, li ama profondamente; ha dedicato tutta la sua vita nello studio e la
conservazione degli stessi. Scrive tutto per lasciare ai posteri, ma intanto lui è
la persona vivente che ne sa più di tutti al mondo, probabilmente. Lui è il
detentore della conoscenza e delle memorieCondividi un ricordo particolare della tua vita che possa aiutarci a capire il tuo
lavoro nella sua completezza.Ricordo quando il mio pc venne hackerato e John Doyle, che all’epoca era solo
una bozza di racconto di venti pagine, perso per sempre. I criminali mi
contattarono per un accordo, avrei dovuto pagare per riavere i miei file, e come
dimostrazione che potevano salvarmeli, mi fecero scegliere un documento da
decriptare gratuitamente. Andavo all’università, avevo le tesine svolte, lì
dentro, le relazioni, migliaia di foto di famiglia… scelsi John. Lo feci decriptare
e li mandai a quel paese; non avrei mai pagato il cyber crime. Salvai John
perché doveva essere salvato, di lì a poco divenne il mio romanzo preferito.
Foto su concessione dell’autore Indubbiamente la criminologia è qualcosa che affascina gli scrittori che scelgono non solo il thriller come genere letterario, ma anche solo per alcune scene o capitoli intinti nel rosso di orrore o di omicidio. Parlando con lei, si ricama una cornice attorno al quadro classico della donna del 2022, divisa tra famiglia, lavoro e questa passione bruciante per la letteratura, che la (e ci) spinge a scrivere in ogni istante libero della giornata. E non si può non stringersi in un abbraccio solidale alla notizia dell’Hackeraggio del computer. Io ne sarei uscita devastata. Cosa scegliere tra tutto quello che c’è dentro? Per fortuna, ci sono i back up!

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Foto dal Web Quando si sente nominare Lucrezia Borgia la fantasia corre al ritratto che la storia, scritta dai detrattori suoi e dei Borgia in generale, ne fa, presentandocela come una messalina assassina, che non esitava a giacere col padre e il fratello.
Fu veramente così?
Mi sono occupata di lei scrivendo il romanzo di prossima pubblicazione Memorie dal Buio – Meretrix, di cui potete leggere un estratto qui. Devo dire che una lettura priva di pregiudizi dei documenti che ho trovato, ci restituisce un quadro decisamente diverso.
La rivalutazione dell’avvelenatrice e fornicatrice incestuosa inizia nel 1939 con il bellissimo romanzo “Lucrezia Borgia”, di Maria Bellonci e passa per la decrittazione delle sue lettere, soprattutto del periodo estense, che ci restituiscono una duchessa capace e pronta, intelligente e sensibile, che riesce a gestire il ducato in assenza del marito Alfonso d’Este, esattamente come aveva retto il Vaticano in alcune occasioni di assenza di suo padre, il discusso pontefice Alessandro VI, che pretendeva che fosse lei a sedersi sul Trono di Pietro.

Foto dal Web Lucretia del Borja nasce nel castello di Subiaco il 14 aprile del 1480 da Vannozza de’ Cattanei, amante ufficiale dell’allora Cardinale Rodrigo Borgia, cui aveva già dato altri due figli, Cesare e Juan, e che gli darà ancora Joffré. Quattro erano infatti i figli prediletti di Rodrigo, poiché i primi tre, avuti da amanti sconosciute alla storia, avevano destini complessi. Girolama Borgia è morta in un incendio, causato forse proprio da Isabella Borgia, che cercava di nasconderla in una stalla per evitare di vederla maritata con un uomo orribile. Non si sa come andò, solo che Rodrigo di mise più di vent’anni a perdonarla.
L’unico dei primi figli che gli rimase accanto, fino alla prematura morte in battaglia, è Pedro Luis, incaricato anche dell’educazione militare dei fratellini Cesare e Juan.
Lucrezia viene presto tolta dalle mani di Vannozza che, sebbene sposata a forza con un paio di mariti, giusto per mantenere la facciata rispettabile, era pur sempre una Meretrix Honesta, una cortigiana, e viene affidata a una cugina del papa, Adriana Mila.
A dodici anni viene promessa in un primo accordo matrimoniale, ma è il 1492, Papa Innocenzo VIII muore e il suo successore è proprio Rodrigo Borgia, che prende il nome di Alessandro VI. Il fidanzamento è rotto e Lucrezia viene maritata con Giovanni Sforza, signore di Urbino e Pesaro, per cercare un’alleanza con gli Sforza di Milano per la difesa del papato in previsione dell’attacco dei francesi di Carlo VIII, che voleva mettere la penisola a ferro e fuoco e ottenere dei riconoscimenti di sovranità dal Regno di Napoli.
Intanto, anche Cesare, divenuto Cardinale per volere del padre e Juan, nominato capo dell’esercito pontificio, entrano nei giochi e se Juan fa solo parlar male di sé, codardo e incapace in battaglia, Cesare dimostra un grande acume politico e la spietatezza tipica del padre.

Foto dal Web Il matrimonio di Lucrezia non è più utile ai Borgia e quello di Joffré con la disinibita Sancha d’Aragona non è abbastanza. Alessandro VI allora maneggia per far divorziare Lucrezia da Giovanni Sforza, accusandolo di impotenza e di non aver mai consumato il matrimonio. Il giorno di dicembre in cui Lucrezia pronuncia il suo intenso e accorato appello alla Curia per far loro votare per l’annullamento del matrimonio, è in verità incinta sette mesi, ma le matrone romane l’avevano appena dichiarata “Virgo intacta”.
Ma di chi è quel figlio che poi sarà chiamato Infante Romano e attribuito ora a Rodrigo, ora a Cesare?
La storia non lo dice con certezza, io faccio un’ipotesi nel mio libro, ma quello che si sa, è che a questo figlio, chiamato Giovanni in onore del fratello Juan, morto in circostanze misteriose proprio l’anno prima e a Rodrigo di Bisceglie, figlio del suo secondo matrimonio con principe Alfonso di Bisceglie, lei lascerà molte proprietà e cercherà sempre di tenerlo vicino, anche a Ferrara.
In quegli anni oscuri, si dice che Cesare abbia fatto uccidere Juan per prenderne il posto come capo dell’esercito, essendo sempre stato più portato per le armi che per la porpora cardinalizia e che abbia scelto il secondo marito alla sorella per una nuova alleanza filo napoletana.
Ma la politica stava di nuovo cambiando e c’era necessità che Lucrezia si legasse agli Este. Lo sgherro di Cesare, Michelotto, si occupa allora di ferire a morte Alfonso e, quando le cure amorevoli di Lucrezia e Sancha lo avviano alla guarigione inaspettata, si occupa anche del colpo di grazia.
Lucrezia non perdonerà mai il fratello ed è ben grata del matrimonio con Alfonso d’Este, che le permette di scappare da Roma e dall’influenza nefasta dei maschi Borgia.
A Ferrara, nonostante le opposizioni del vecchio Duca Ercole d’Este, gli sposi si ambientano e iniziano una convivenza fatta di aspetto e rispetto, se non proprio d’amore.
Rodrigo muore l’anno dopo, nel 1503 e inizia la resa dei conti per Cesare, che fugge, corroso dalla sifilide, finendo imprigionato, per poi evadere di nuovo e finire la sua vita in una battaglia a Viana solo quattro anni dopo.
Lucrezia intanto soffre di molti aborti (ben sei) e un totale di nove parti andati a buon fine ed è dopo l’ultimo, in cui diede alla luce la piccola Isabella, vissuta purtroppo solo due anni, che si ammala e, dopo alcuni giorni di agonia, muore a soli 39 anni.

Foto dal Web La sua è stata una vita di dolorose separazioni: dalla madre che non l’ha potuta crescere, dalla famiglia quando è stata venduta allo Sforza come una giumenta da monta; ma soprattutto dal fratello Juan e da Perotto, il probabile padre dell’Infante Romano, dalla sua dama preferita pantasilea e da Alfonso di Bisceglie che amava sinceramente, tutti periti per mano di Cesare.
Venne separata poi dai figli, Giovanni che tentò di tenere vicino e Rodrigo, che vide una sola volta quando aveva sei anni e venne segnata dalla perdita di tante gravidanze.
Unica nota di serenità è il legame sincero con il terzo consorte e qualche amicizia tenera, come il cognato Francesco Gonzaga e il poeta Pietro Bembo, coi i quali però non c’è alcun legame sessuale.
Dalle sue lettere emerge il quadro di una donna gentile, premurosa e capace, seppur segnata dalle violenze psicologiche della sua infanzia e adolescenza. Una donna che riesce a trovare il suo posto nella storia e che oggi possiamo rivalutare, cancellando per sempre la leggenda nera dell’avvelenatrice incestuosa.

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Foto su concessione degli autori La sfida di oggi ci porta a intervistare tre autori che hanno scritto un libro per bambini, rivolto alle scuole, ai docenti e al meraviglioso mestiere dell’insegnante. Si parla di musica, ma lo si fa con un tono leggero, da fiaba e a noi non resta che leggere le testimonianze di tre docenti d’eccezione e della loro esperienza come scrittori e come professori.
Ciao e benvenuto nel Blog di memorie dal Buio. Rompiamo il ghiaccio con una presentazione. Raccontaci di te e di ciò che hai scritto.
Anna: Buongiorno il nostro libro si intitola “Il Signore del caffè” pubblicato da Porto Seguro. A scriverlo tre colleghi: Anna Castellazzi, insegnante di Formazione musicale di base presso il Civico Liceo Musicale di Varese, membro del CDA dell’Associazione “Musica per Varese” e vice direttrice di tre scuole di musica, Matteo Mainardi docente presso IIS Carlo Alberto Dalla Chiesa di Sesto Calende e insegnante di storia della musica per il Civico Liceo Musicale di Varese e Maria Paola Molinari insegnante di pianoforte presso la Scuola Civica di Musica di Besozzo, docente di scuola secondaria di primo grado e vice direttrice dei Corsi Civici di musica di Cuveglio. La nostra esperienza all’interno della scuola ci ha portato a scrivere un libro per bambini e docenti. Si tratta di un testo in cui due personaggi di fantasia intraprendono un viaggio nel periodo storico in cui è vissuto Johann Sebastian Bach. I fatti narrati sono effettivamente accaduti ma presentati sotto forma di fiaba. Il testo comprende numerose espansioni come video, audiolibro, partiture, mp3, testo e video sono tradotti in CAA
Quanto è importante il ricordo e la memoria nella trama del tuo lavoro?
Anna: Questo testo vuole mantenere vividi fatti realmente accaduti in un ambiente storico che solitamente viene affrontato tra i banchi di scuola. Il fatto che siano legati ad un compositore non significa necessariamente che debbano essere fruiti solo da chi studia musica. Portare i bambini a capire, conoscere la cultura musicale attraverso aneddoti divertenti, è il fattore che ha fatto scaturire la voglia di scrivere questo testo che sarà il primo di una collana di 10 volumi.
Quando scrivi, quanto attingi al tuo vissuto e alle esperienze passate?
Anna: Il fatto di lavorare quotidianamente con bambini di tutte le età è assolutamente un grande vantaggio per noi, ogni singola pagina di questo libro nasce dalla nostra esperienza con i bambini. Potremmo dire che ogni bambino con cui abbiamo a che fare è un meraviglioso universo da scoprire e nello scrivere questo testo abbiamo cercato di soddisfare i bisogni di ogni singolo bambino.
Racconta il momento catartico, il più importante che serbi nel ricordo del processo di scrittura del tuo lavoro.
Anna: Il momento in cui questo progetto da proposta ha preso forma. Ci siamo subito trovati d’accordo su come impostare il lavoro e sui compiti di ciascuno, è stato un po’ come se ognuno di noi stesse aspettando solo di dare il via a questo progetto.
Dei tuoi personaggi, ce n’è uno che possa essere lo specchio del vissuto, della sapienza e delle memorie?
Anna: Sicuramente il personaggio principale: Johann Sebastian Bach. Questo grande musicista vissuto nel 1700 viene presentato come un personaggio dei nostri giorni e questo lo rende più interessante e simpatico discostandosi dall’immagine che di solito viene mostrata di lui sulle varie raffigurazioni.
Condividi un ricordo particolare della tua vita che possa aiutarci a capire il tuo lavoro nella sua completezza.
Anna: Avendo tutti e tre impegni lavorativi e famigliari, incontrarsi per discutere del libro è sempre stato un sorta di impresa soprattutto in piena pandemia. Ritagliare dei momenti in cui trovarsi non è stato sempre semplicissimo. Il vedersi la prima volta in presenza per la prima bozza di stesura è stato emozionante, soprattutto perché a quel punto ci siamo resi conto che non avevamo più nulla da aggiungere al testo. Tutto quello che volevamo contenesse era stato scritto, prodotto, registrato, cosa che nei nostri incontri online non accadeva, c’era sempre un “e se aggiungessimo questo?- e se cambiassimo quello?” Ecco durante la correzione semplicemente ci siamo guardati e abbiamo deciso che era giunto il momento di mandare il testo a un editore.
Parliamo ora del tuo lavoro di docente. Come ti sei approcciato a questa professione e come ti aggiorni professionalmente?
Anna: Per ognuno di noi è stato diverso. Nel mio caso ricordo che frequentavo la scuola elementare e il nostro maestro ci fece partecipare ad uno spettacolo in cui presenziava la banda del paese. E’ stato amore a prima vista. Ho cominciato dapprima a seguire delle lezioni organizzate dalla banda, perché allora frequentare una scuola di musica non era semplicissimo, abitavo lontano e inoltre c’erano le selezioni per entrare in un liceo, perché i posti erano limitati. Una volta scoperto che la mia era vera passione i miei genitori hanno deciso di farmi provare a fare l’ammissione. Ricordo ancora la telefonata in cui mi comunicavano che ero stata accettata: gioia pura. Da allora la musica fa parte del mio mondo. Mio padre non ebbe occasione di studiare musica e volle offrire ai suoi figli questa possibilità.
Matteo: Per me dopo il Conservatorio, l’università è dove ho iniziato a “ parlare di musica”. Perché insegno? Sono cresciuto tra i compiti e gli appunti di mia madre, La scuola è la mia seconda casa.
Maria Paola: Anche a casa miasi respirava musica, si sentiva sempre suonare: fisarmonica, mandolino, violino, pianoforte. Così mi sono immersa nello studio, facendone la mia vita. E ormai da più di trent’anni sono ripagata dallo sguardo stupito ed entusiasta dei ragazzi a cui consegno questo tesoro. Per noi insegnanti i corsi di aggiornamento sono d’obbligo per cui ogni volta che c’è occasione, e nel nostro campo ce ne sono molte, seguiamo vari corsi.
Parlaci di questa professione, raccontacela.
Anna: Insegnare musica significa mettersi a disposizione dei bambini, ragazzi, adulti per cercare di trasmettere loro tutte le nostre conoscenze. Ogni individuo ha un suo metodo e il nostro compito è capire quale è il più adatto a loro. Gli argomenti che possiamo affrontare sono cosi tanti che non basterebbero dieci vite per imparare e insegnare tutto ciò che ci sarebbe da sapere sulla musica. Capita a volte di partire da un argomento e di lasciarsi trascinare dall’interesse degli allievi fino ad arrivare ad argomenti non previsti. Insegnare musica significa soprattutto imparare perché ogni bambino, ragazzo, adulto può esprimere molto attraverso i suoni, a noi sta solo riuscire ascoltare, comprendere.
Qual è la cosa più stimolante e la più pesante del tuo lavoro?
Anna: Stimolante: avere a che fare con bambini e ragazzi di ogni età, pesante… beh diciamo che per svolgere il nostro lavoro ci vuole molta passione, e se c’è quella, niente è realmente pesante.
Come vedi evolvere l’editoria e gli autori nel corso degli anni? Come sta cambiando la scrittura e la lettura?
Anna: Scrivendo questo libro abbiamo avuto l’occasione di confrontarci con alcuni editori, ci siamo documentati ecc.. siamo rimasti sorpresi dal numero di esordienti scrittori, crediamo che molto sia dovuto a questa pandemia, la voglia di raccontare quello che non si è potuto fare davanti ad un caffè con un amico ad esempio, la carta è diventata una specie di sostituta di quel caffè mancato. Crediamo che l’editoria stia percependo questa necessità mettendosi a disposizione di quanti hanno voglia di raccontare.
Personalmente ricordo che da bambina avrei voluto fare l’insegnante. Era quel periodo, alle elementari, in cui la mia maestra, una roccia di donna forgiata al Magistero, mi metteva a fare da “sostegno” ai compagni di classe che non riuscivano a stare a pari. Mi piaceva insegnare e vedevo che capivano quello che spiegavo. Trovavo gratificante dare il mio contributo e offrire quello che sapevo e nuovi modi di approcciare un argomento, magari meno “pesanti” della lezione frontale cui eravamo abituati noi alunni degli anni ’80. Le vicende della vita poi mi hanno portato a scegliere la via della medicina Veterinaria, ma ho trovato sicuramente un legame con quella passione quando ho insegnato Karate alle cinture bianche e gialle e quando, grazie alla Zooantropologia didattica, sono entrata nelle scuole, stavolta dall’altro lato della cattedra!
Intervistare tre docenti è sicuramente un’esperienza interessante che ci permette di vedere la scuola e l’insegnamento da un altro punto di vista. Tanto di cappello al loro lavoro e a questo libro che avvicina i bambini al vasto ed emozionante mondo della musica.
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Foto dal Web, Antonio Boggia E’ il 26 febbraio 1860 e Milano si è svegliata con una umida e nebbiosa atmosfera. Giovanni Murier, un decoratore presso la Richard ceramiche, entra nella sede dei Carabinieri Reali, una nuova istituzione di polizia con sede a Palazzo Cattaneo, in via Moscova. Viene ricevuto e la sua deposizione viene ascoltata con stupore, poiché denuncia la scomparsa di sua madre, Ester Maria Perrocchio, di 76 anni.
E’ vero, la donna non può essersi allontanata volontariamente, ma è diverso tempo che il figlio non riceve notizie. No, nessuno potrebbe volerle male, è una padrona di casa attenta e gentile. Certo, è una donna un po’ stravagante, ma no, non ha alcun sintomo di demenza senile.
Il figlio ha già fatto le sue indagini è le illustra ai carabinieri: ha interrogato i custodi dello stabile, che hanno detto che la donna avrebbe lasciato un amministratore unico per il suo stabile di Via Nerino 2, Antonio Boggia, muratore e capomastro, già affittuario della madre, che dal 1831 abita lì con la moglie. Boggia ed Ester sarebbero entrati in confidenza al punto che l’anziana, ritiratasi sul Lago di Como, lo avrebbe nominato suo amministratore appunto. Murier ha cercato il confronto con l’uomo, quando ha visto che si comportava come se il palazzo fosse suo, aumentando gli affitti, facendo lavori di manutenzione e facendo sparire la colonia felina del cortile, che la donna accudiva con amore. Ma Boggia gli ha mostrato delle lettere scritte da Ester e contenenti istruzioni sull’amministrazione del condominio.
Giovanni confessa di non essere in buoni rapporti con la madre e di essere abituato alle sue stranezze, dunque sulle prime crede ad Antonio, salvo poi scoprire che la procura è falsa redatta con la complicità del notaio Bolza di Como. Ed è allora che il Murier decide di sporgere denuncia.
Delle indagini si incarica il Giudice Crivelli, che inizia a mettere Boggia alle strette. Ma l’uomo è irreprensibile nella sua condotta, vanta un discreto curriculum lavorativo: prima muratore, poi capomastro e in servizio a palazzo Cusani, sede del comando militare austriaco, come addetto all’accensione delle stufe grazie alla sua conoscenza del tedesco. Nel sestiere è ben visto: frequenta la Chiesa di San Giorgio al Palazzo, è molto religioso e generoso.
Il giudice approfondisce le indagini sull’uomo e scopre che è nato proprio sul lago di Como, a Urio, nel 1799, non lontano dal confine svizzero e che già nel 1824 aveva avuto problemi con la giustizia per una serie di cambiali non onorate e una denuncia per truffa. Per sfuggire alla giustizia austriaca è scappato oltre il Ticino, nell’allora Regno dei Savoia, dove ha collezionato altre denunce, per rissa e tentato omicidio, che lo hanno visto ospite delle patrie galere, finché una rivolta nel carcere, non è stata occasione propensa per fuggire.
Tornato a Milano, nonostante il lavoro presso il comando militare Austriaco, si è fatto di nuovo notare, poiché nel 1851 ha tentato di uccidere con un’ascia un anziano contabile, Giovanni Comi che lo ha poi denunciato, raccontando di essere stato attirato nello scantinato di Via Bagnera, che Boggia usava come ufficio e lì colpito con una scure. Condannato a tre mesi di manicomio, li sconta nella Pia Casa della Senavra e torna libero.

Foto dal Web, giornale dell’epoca Davanti a tutte queste notizie, Crivelli ordina una perquisizione nell’appartamento di Boggia, che rivela, in un cassetto della scrivania, altre due procure. La prima risale all’aprile del 1849 ed è firmata da Angelo Ribbone, suo compaesano e suo manovale. Nello scritto, lo autorizzava a prelevare i propri averi presso la casa della zia a Urio: 1400 svanziche, messe da parte per le imminenti nozze. Nella seconda, il ferramenta Pietro Meazza incaricava proprio il Boggia di vendere la sua bottega e una cantina in via Bagnera.
Stretta Bagnera, così chiamata forse perché lì vicino c’erano i bagni di origine romana, è poco più di un viottolo che unisce Via Santa Marta a via Nerino, proprio dove abitava il Boggia.

Foto dal Web, Stretta Bagnera oggi Una breve indagine rivela a Crivelli che i due uomini sono dichiarati scomparsi da diverso tempo e solo la mancanza di un organismo investigativo centrale e coordinato, ha impedito fino ad allora di fare quei medesimi collegamenti che ora si snodano davanti al giudice.
Crivelli decide allora di interrogare gli altri affittuari e i vicini di casa, che confessano di aver visto Boggia armeggiare con sacchi da muratore, una gerla di sabbia e mattoni in uno scantinato nel viottolo chiamato Stretta Bagnera. L’associazione è immediata per l’inquirente, che dispone una perquisizione proprio di quella cantina, adibita a magazzino e studio dell’uomo.
I carabinieri si recano sul posto, ma non sono certo preparati a quello che avi trovano.
Nello scantinato, l’odore di marcio e decomposizione è appena percepibile, Boggia ha lavorato bene, ma la sua opera di muratura di una nicchia è ancora fresca ed è facile individuare il punto da demolire e già alla terza picconata, i mattoni cedono e il cadavere della povera Ester, decapitata e mutilata delle gambe, crolla addosso al carabiniere.
Ma non è finita qui. Crivelli osserva il pavimento di terra battuta, irregolare, facile da scavare e ha un’intuizione riguardo le altre due procure e i firmatari scomparsi. Ordina di scavare sotto il pavimento.
Ne emergono due corpi smembrati che vengono identificati come Angelo Ribbone e Pietro Meazza. Ma quando già quasi tutto lo scantinato è stato rivoltato, altre ossa emergono dalla terra. Un quarto corpo parimenti smembrato.

Foto dal Web Dopo molte ricerche, diviene possibile identificarlo come Giuseppe Marchesotti, commerciante all’ingrosso di granaglie, privato della cospicua somma di 4000 svanziche.
Crivelli ha ora abbastanza prove e dispone l’arresto di Boggia. Il processo si apre il 18 novembre 1861 e dura cinque giorni, durante i quali Antonio, pur confessando gli omicidi, punta sull’infermità mentale, fingendosi pazzo. Interrogato sulla vicenda di Ester, infatti afferma: «Successe che alla mattina discorremmo della guerra. Contrastavamo fra noi: vincevano i tedeschi, i francesi o i piemontesi? Eravamo presso il piccolo uscio che mette nel solaio, ch’ella teneva per suo uso. C’era una scure e una sega. Lì mi saltò un estro: d’un tratto presi la scure e la vibrai con tutta la forza sulla testa della Perrocchio.»
Ma il giudice non è del medesimo avviso: Boggia non ha scelto le sue vittime in preda a un raptus di follia, ma ha pianificato con cura la truffa, gli omicidi e l’occultamento di almeno quattro cadaveri.
Di lui, nella sentenza del Tribunale di Milano si legge: «Di modi calmi, con un’esteriore quasi di bonarietà, esatto osservatore delle pratiche religiose, estraneo, almeno apparentemente, da viziose tendenze.» Ma quanti altri serial killer nella storia abbiamo sentito le medesime parole? Calmo, posato, all’apparenza remissivo e solitario, religioso, altruista coi vicini e con la comunità. Ma dietro questa maschera, si celava l’orrore freddo e calcolatore.
Il quadro che ne emerge, è infatti quello di un arrampicatore sociale in cerca di una rivalsa economica alla quale sottomette ogni cosa, anche la morale.
La giustizia lo riconosce colpevole e lo condanna a morte per impiccagione. Nel Regno Lombardo-Veneto non sono poi così frequenti le condanne a morte, a differenza di quanto accade negli altri Stati dell’Italia preunitaria; non c’è neanche un boia, infatti ne devono richiamare due, da Torino e Parma. La sentenza viene eseguita l’8 aprile 1862 in uno slargo tra i bastioni di Porta Ludovica e Porta Vigentina, adibiti appunto alle pubbliche esecuzioni. L’impiccagione viene tuttavia nascosta in un carro coperto, per sottrarre alla vista del popolo l’atrocità.
Per una curiosa legge del contrappasso, anche il cadavere di Boggia viene smembrato: la testa è offerta al Gabinetto Anatomico dell’Ospedale maggiore, su richiesta del Dottor Pietro Labus e poi affidata al padre della criminologia Cesare Lombroso, che lo usa per confermare le sue teorie sulla delinquenza e le caratteristiche somatiche. Il corpo invece viene inumato nel cimitero del Gentilino, presso Porta Ludovica.
Lombroso sosteneva che “criminali si nasce”, ma Boggia sembra proprio l’eccezione che conferma la regola, poiché se le sue misure frenologiche riconducono a un profilo criminale, è anche vero che iniziò tardi la sua attività di killer, a 52 anni e mai per motivi futili, ma per chiari e pianificati intenti fraudolenti.

Foto dal Web L’esposizione della testa del Boggia si conclude nel 1949 quando viene inumata finalmente nel cimitero di Musocco. Nell’ottobre del 2009 riappare poi la mannaia da macellaio che Antonio ha usato per uccidere e smembrare le sue vittime. L’arma, già di proprietà dell’Ospedale Maggiore, era finita in collezioni private. Recuperata, è ora esposta nel Museo di Arte Criminologica di Olevano di Lomellina.
Due curiosità: la condanna di Boggia è stata l’ultima esecuzione capitale di un civile fino alla Seconda Guerra Mondiale, poiché nel 1890 il Codice Zanardelli l’ha abolita in tutta Italia.
La leggenda milanese vuole che il fantasma dell’assassino appaia ancora nel viottolo di Stretta Bagnera e appaia come un refolo di aria gelida che avvolge i passanti ignari.

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Foto dal Web Abbiamo perso Anne Rice poco prima di Natale, l’11 dicembre 2021, ma noi appassionati di letteratura gotica e profondi estimatori delle Cronache dei Vampiri l’avevamo persa molto prima, alla fine del 2005 quando una conversione religiosa l’ha portata a lasciare l’ateismo, ma soprattutto vampiri e streghe, soprannaturale e narrativa, per dedicarsi a scritti storico religiosi.
Anne ha compiuto un suo percorso filosofico e spirituale durante la vita, segnata da lutti e dolori e tutto quello che ha passato s’è riversato inevitabilmente nei suoi romanzi che hanno visto un’escalation di poteri e immortalità nel suo protagonista principale, Lestat del Lioncourt, fino a giungere a quella onnipotenza delirante in cui non c’erano più sfide per lui.
Personalmente ho sempre pensato che l’identificazione del vampiro col defunto marito, l’abbia portata a cercare nell’immortalità del non morto l’esorcismo del dolore per la perdita del compagno di vita. E questo è un errore che abbiamo trattato in questo articolo. Oggi quindi ci occupiamo degli albori della produzione letteraria della signora Rice, di quel romanzo capostipite di un nuovo periodo gotico della letteratura.
Dico “nuovo periodo” perché il gotico, il mistero e il soprannaturale tornano ciclicamente nelle produzioni letterarie e se il periodo di Frankenstein, Carmilla, Dracula e il Vampiro, seduzioni letterarie in risposta all’epidemia di vampirismo nell’est Europa alla fine del 1700, appare più vicino ai nostri gusti, non possiamo comunque negare che l’attenzione e l’attrazione per il soprannaturale ha attraversato tutta la storia umana.
A partire da graffiti e pitture sulle grotte con fenomeni meteorologici e animali fantastici (o uomini con travestimenti rituali, i paleontologi ci stanno lavorando), passando per la mitologia, per approdare alla Divina Commedia e ai bestiari medievali, ecco che il mistero e lo stupore si accompagnano alle suggestioni umane.
La stagione dei vampiri del 1900 è nata di nuovo con Anne Rice e a lei dobbiamo lo sdoganamento del genere letterario “urban fantasy” di cui noi autori di fantasy possiamo ancora cogliere i frutti, quindi, grazie, Anne!

Foto dal Web Il romanzo inizia in un piccolo appartamento nel cuore di New Orleans, dove un ragazzo, che si presenta come Louis, racconta a un giornalista la sua storia, rivelando di essere un vampiro dalla fine del 1800. Inizia il lungo arco narrativo che ci porta a conoscere Louis e la sua tormentata storia, dalla morte della moglie di parto alla sua ricerca della morte che giunge col volto di Lestat, un vampiro che ha deciso di volerlo come compagno.
I rapporti personali tra non morti non sono legati da tensioni sessuali come negli umani o nei soprannaturali vivi, basti pensare a una strega o un licantropo, ma sono questioni di sangue, scelte e possesso. In questo caso l’accompagnarsi dei due era un sodalizio contro la solitudine dell’eternità, un tentativo di fondare una famiglia.
Tutto scorre senza problemi finché Lestat non si accorge che Louis ha mantenuto un’anima capace di provare pietà ed empatia verso gli umani, laddove tutti gli altri, più o meno in fretta dopo la rinascita, sviluppano la freddezza che permette loro di nutrirsi e uccidere gli umani senza alcun rimorso.
Louis diventa quello che si definisce un “vegetariano” ovvero si nutre solo di animali, ma è quando il suo autocontrollo naufraga davanti all’innocenza della piccola Claudia, che la famiglia si allarga e iniziano i problemi.
Se la legge vampirica impedisce di creare nuove creature prima della maturità, un motivo c’è e infatti Claudia inizia a invecchiare nello spirito, ma non nel corpo, condannato a restare debole, acerbo e infantile in eterno.

Foto dal Web Non spoilero il resto del romanzo, non temete! Aggiungo solo il mio commento personale. Al di là di un’incongruenza coi libri successivi circa il sonno rigeneratore di Lestat, Intervista col Vampiro è una pietra miliare imprescindibile in una biblioteca e va letto per primo, seguendo poi l’ordine di pubblicazione dei successivi romanzi e spin off della serie, che poi andrà a concatenarsi parzialmente con la saga delle streghe Mayfair, a definire un universo completo di creature preternaturali.
Alcuni romanzi sono semplicemente splendidi, vividi nelle descrizioni degli ambienti tanto che pare di essere lì, a New Orleans e con solide trame cui si rimane incollati fino alla fine, altri risentono di qualche scivolone e di una stanchezza espositiva che, a volte, pare proprio una scrittura su commissione: l’editore voleva 400 pagine entro una data e lei le ha consegnate.
In ogni caso la gratitudine ad Anne Rice deve essere completa e senza ombre, perché le emozioni che ha saputo dare a più generazioni sono ancora lì a palpitare nel cuore di noi lettori cresciuti con lei.
COME LEGGERLO:
Luogo: a lume di candela su un divano
Tempo: notti estive
Sapori: aragosta creola e Jambalaya
Profumi: caffé Brulot
Musica: Cool Jazz di New Orleans per gli estimatori. A me non piace il Jazz, quindi lo leggo usando la colonna sonora realizzata per il secondo film: La regina dei Dannati.

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Foto su concessione dell’autore L’autore di oggi è J.l Goodwell che risponderà alle nostre domande su memoria e ricordo, ma che si presterà anche a presentarci il mondo dei Beta Reader, al quale è dedicato un articolo nel blog che esplora il mondo dei professionisti che girano intorno all’editoria. Intanto godiamoci un estratto del suo fantasy.
In un Impero segnato da guerre e intrighi politici, Miriam diventa un Sicario di Dio. Ma non dimentica Cecilia, la donna che l’ha cresciuta e poi abbandonata presso l’Ordine di Azrael, senza spiegazione. Mentre l’ombra del Pontefice si fa sempre più minacciosa sulle sorti dell’Impero, un incarico riporta Miriam ai luoghi della sua infanzia. La piccola macchia cremisi che le segna l’occhio sinistro fin dalla nascita potrebbe essere spiegazione per quanto sofferto, nonché verità taciuta dal Genere Umano sin dalle Cronache dell’Inizio.
Ciao e benvenuto nel Blog di memorie dal Buio. Rompiamo il ghiaccio con una presentazione. Raccontaci di te e di ciò che hai scritto.
Ho 32 anni, sono nata in Italia (trevigiana, per essere esatti!) e vivo in Olanda da quando ne avevo 29. Ho iniziato a scrivere qualcosa (fanfiction, per lo più) quando avevo circa 15 anni, ispirandomi a colossi della letteratura fantasy come Tolkien o Pullman. Poi, ho iniziato a scrivere “seriamente” verso i 18 anni e solo di recente ho capito COSA volevo scrivere. Scrivo romanzi low fantasy, in cui la componente fantastica è poco più di una sfumatura in un contesto molto vicino al nostro. La componente storica, quindi, è fondamentale e la ritengo doverosa del giusto spazio quanto la scrittura stessa. La mia prima trilogia “seria” si chiama “L’Impero degli Immortali”, ambientata in un Rinascimento alternativo al nostro. In essa, i concetti di Bene e Male sono strettamente legati tra di loro. In particolare, ho voluto sottolineare come la religione, per principio fonte di ristoro e unità, diventi mero strumento politico.
Quanto è importante il ricordo e la memoria nella trama del tuo lavoro?
È il motore degli eventi, in un certo senso. Miriam, la protagonista, trascorre buona parte della propria vita nell’omertà da parte di coloro che si sono presi cura di lei. Lei ricorda, pensa e ipotizza, senza però sapere esattamente come siano andate le cose e per quale motivo. Orfana, viene abbandonata anche da colei che considera la propria madre adottiva e di lei non sa più nulla per anni. Ricorda i tempi felici con lei, dalle giornate in campagna alle favole della buonanotte. E mentre Miriam diventa un Iscariota dell’Ordine di Azrael, un Sicario di Dio al servizio del Pontefice, la sua tristezza si trasforma in odio. Nel momento in cui la verità viene raccontata, i ricordi si fanno prepotenti, a tratti beffardi. Eppure, veicolo affinché comprenda tutto l’amore che le era stato dedicato.
Quando scrivi, quanto attingi al tuo vissuto e alle esperienze passate?
Molto. L’adolescenza è stata un miscuglio di esperienze, emozioni e pensieri. Credo che abbia contribuito enormemente alla creazione di questo libro, cui ho iniziato a pensare quando avevo 19 anni. La rabbia che Miriam sente, a causa dell`abbandono da parte di sua madre e da quanto le veniva taciuto, è dovuta alla mancanza di controllo su quanto sta accadendo. Una cosa che ho provato a fondo, durante la mia adolescenza, e che speravo finisse il prima possibile. Come la sofferenza che Miriam prova, appunto.
Racconta il momento catartico, il più importante che serbi nel ricordo del processo di scrittura del tuo lavoro.
Trovare un titolo (o sottotitolo, essendo una trilogia). Penso sia una componente molto importante per “comunicare” al lettore quanto sta per leggere e volevo fosse lungo al punto giusto e accattivante. Senza comunque essere del tutto chiaro, per stuzzicare la curiosità generale. “L’Impero degli Immortali” è il luogo dove tutta la storia si svolge, in ogni senso possibile. Una scelta semplice che diceva molto e celava qualcosa. Perfetto!
Dei tuoi personaggi, ce n’è uno che possa essere lo specchio del vissuto, della sapienza e delle memorie?
Lucio Cavalcanti, Precettore di Miriam presso l’Ordine di Azrael. Sicario “in pensione”, una volta noto come Mostro di Dio. Il suo appellativo è dovuto al fatto che fosse stato un monaco, condannato per eresia e scampato alla morte per motivazioni che nessuno conosce con esattezza. Ha preferito abiurare e diventare un Sicario, piuttosto che tornare nell’ipocrisia della Confraternita di appartenenza. Conosce e sa molte cose. Da latino, ritenuta una lingua “da studiosi”, alla vera natura di Miriam. Conosce a memoria la Storia Sacra (la nostra Bibbia) e ne usa i versetti per commentare diverse situazioni, felici o tristi che siano. Non si vanta della Conoscenza in suo possesso, un peso che sopporta grazie al proprio senso del dovere. Per questo, unito alla sua gentilezza e all’amore per la cultura, viene considerato da Miriam quasi come un padre.
Condividi un ricordo particolare della tua vita che possa aiutarci a capire il tuo lavoro nella sua completezza.
Questo libro nasce a seguito di una mia “crisi” di tipo religioso. Da credente, ho passato qualche tempo come agnostica (credevo nel Bene e nel Male, ma non in concetti come Dio e Satana o qualunque altra creatura divina) per poi riappacificarmi con la mia fede pochi anni fa. Avevo “visto” come la religione fosse diventata un metro di giudizio di alcuni verso altri, usata come scusa per i propri interessi o, come nel mio stesso libro, come mezzo politico. In pratica, come gli uomini avevano ridotto qualcosa che deve portare ristoro, serenità e unione. Ero disgustata da tutto questo e da chi non capiva questa mia confusione. Persone “di chiesa”, soprattutto. Semplicemente, mi sono allontanata da un Credo con queste caratteristiche, abbracciando un modo di vivere la religione molto più personale.
Parliamo ora del tuo lavoro di docente/traduttore/beta reader. Come ti sei approcciato a questa professione e come ti aggiorni professionalmente?
Ho iniziato a sentir parlare della figura del beta-reader in alcuni gruppi sui social che si occupano di scrittura e lettura. Fantasy, ma non solo! Ho notato fossero figure molto richieste e questo mi ha spinto a indagare, in merito. Non ho iniziato subito, appena capito cosa fosse un beta-reader: ho preferito prima documentarmi, cercando siti italiani e internazionali che ne parlassero nel dettaglio, fornendo magari degli esempi. Un giorno, un altro autore propone un suo romanzo fantasy, ambientato in un contesto medievaleggiante. Era un ambito che conoscevo abbastanza, considerate le letture passate e i saggi storici che leggo nel tempo libero. Da allora non ho più smesso! Per migliorarmi, cerco di leggere più libri possibile, che siano da affrontare come beta-reader o comprati in libreria, e di imparare da beta-readers più bravi di me. Consiglio piattaforme come Critters, Absolute Write e Schribophile, per ottenere materiale e consigli. Importante, anche, lo studio dell’evolversi della scrittura e della grammatica italiana.
Parlaci di questa professione, raccontacela.
È una grande responsabilità e un immenso onore. Innanzitutto, chiedo agli autori quali feedbacks vogliono avere e se hanno dei limiti di tempo per avere il manoscritto indietro. Molti autori vogliono il manoscritto entro certi tempi per proporli a una Casa Editrice! Parliamo dei contenuti, di cosa l’autore vorrebbe analizzare e, anche, qualche suggerimento su come presentare il libro al meglio. A volte vengo contattata anche per commentare la sinossi o la quarta di copertina! A lettura ultimata, compilo una scheda su trama, personaggi e una valutazione generale del manoscritto. Se l’autore ha domande, può contattarmi quando vuole. Non ho problemi a leggere generi che vadano oltre il fantasy, ma preferisco discutere anche di questo con gli autori: alcuni di loro non hanno preferenze, mentre altri preferiscono avere beta-readers “navigati” in uno specifico ambito. Non mi offendo, se un autore preferisce un mio collega. Anche se offro questo servizio del tutto gratuito, cerco sempre di essere professionale e seria.
Qual è la cosa più stimolante e la più pesante del tuo lavoro?
Trovo molto stimolante conoscere lo stile, le idee e i pensieri che gli altri autori vogliono comunicare con i propri libri. È un confronto che mi porta spesso a pensare a quanto io scrivo, e se vi posso prendere spunto per dei progetti futuri. E nel contempo, mi fa pensare a se quanto scrivo io sia abbastanza valido.
La cosa più pesante… o meglio, proprio brutta!… è la difficoltà a essere oggettivi. Se un autore mi chiede “Ti è piaciuto?” rispondo con “Funziona/Non funziona”. Io sono un possibile lettore, ma non è questo il mio ruolo principale in questo momento di collaborazione. Devo dire se la trama funziona, se i personaggi sono ben definiti, se l’autore sa comunicare chiaramente un messaggio, trovare refusi. Un libro può non piacermi per molti motivi… ma questo non significa in automatico che la storia non sia valida.
Come vedi evolvere l’editoria e gli autori nel corso degli anni? Come sta cambiando la scrittura e la lettura?
Il mercato dell’editoria italiana è in crisi da anni. Si stampano (e si importano dall’estero e traducono) molti libri, ma il numero di lettori resta comunque abbastanza basso rispetto alla quantità di manoscritti offerti. Anche se negli ultimi anni la vendita degli e-books è aumentata e l’amore per il cartaceo persiste. Nel contempo, esiste un “sottobosco” di autori italiani esordienti/emergenti in diversi ambiti letterari (basta chiedere in libreria qualche consiglio in merito!) spesso snobbati dal lettore medio. Si preferiscono titoli di importazione, che hanno già avuto successo in madrepatria (e quindi più facili da pubblicizzare) e meglio ancora se con autore dal nome anglofono. Molti autori, italiani o meno, scelgono scientemente di avvalersi dell’auto-pubblicazione piuttosto che di una Casa Editrice… ma tuttora permane una certa diffidenza verso questa prima scelta. Come se fosse una conseguenza a troppi rifiuti, un pattume letterario spacciato per libro degno di tempo e soldi. Ed è un peccato, perché credo di aver letto abbastanza da dire che il pattume si trova ovunque.
La scrittura si adegua anche e soprattutto con la lingua di riferimento. Alcune parole scompaiono, altre compaiono e diventano di uso sempre più diffuso. Inoltre, si affrontano molte più tematiche e si sta provando ad allontanarsi dai maggiori scrittori di riferimento di un genere piuttosto che un altro. La lettura si sta “informatizzando” e, forse spinta dalla recente crisi economica, molti preferiscono gli e-books o, per gli amanti del cartaceo, i libri usati. In compenso, ho notato una maggiore compra-vendita di libri in lingua originale, spesso in inglese.
Chiacchierando con J.L. non ci si può non appassionare alla lettura, vista la passione con cui parla di sé e dei suoi lavori. Ma io parto avvantaggiata, il fantasy è il mio pane quotidiano, la mia comfort zone, la mia copertina di Linus. Merita una lunga riflessione soprattutto l’ultima domanda, che contiene amare verità con cui noi autori ci scontriamo quotidianamente. Uno dei motivi per cui ho deciso di aprire un blog letterario è proprio questo, contribuire alla diffusione della cultura, della lettura e offrire una finestra agli autori emergenti e ai loro lavori che, come dice Goodwell hanno lavori eccellenti da offrirci.

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Foto archivio personale Ricevere stelline è la forma più visibile e tangibile dell’apprezzamento del mio lavoro, ma dentro il cuore porto ogni parola di stima e attestazione di coinvolgimento che mi vengono regalate.
Le stelline però servono ad Amazon e ai distributori di libri per aiutare i miei romanzi a raggiungere più persone possibile.
Quindi se il libro vi è piaciuto, passate a lasciare una nota positiva, grazie!
Ecco alcune recensioni:
La Bestia
https://imondifantastici.blogspot.com/2020/04/recensione-memorie-dal-buio-la-bestia.html




Foto archivio personale 

Foto archivio personale Amanuet



L’abito della Signora

Meretrix


