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Foto dal Web In editoria, il concetto di Pistola Fumante è uno dei pilastri fondamentali nella costruzione delle trame. Giusto ieri, mi è capitato di spiegare a mio figlio questo concetto, per aiutarlo a scrivere il suo racconto horror psicologico. Ma cos’è in realtà la Pistola Fumante? La definizione prende a prestito le atmosfere dei gialli e dei polizieschi, laddove c’è sempre una pistola che ha ucciso e che viene repertata tra le prove. La pistola non fuma in senso letterale, neanche è calda, ma è un’arma che ha sparato e ha determinato una svolta nella trama.
Per Pistola Fumante si intende infatti quell’avvenimento che ha determinato un qualsiasi punto di repere importante nella storia, sia esso un colpo sparato, un incidente, un taglio di spada o una notizia importante. Il concetto base legato a questo punto di svolta è che se nella trama è inserito un oggetto o un fatto, esso DEVE essere importante nella costruzione del racconto. L’errore da evitare, in questo caso, è proprio quello di inserire tanti spunti, indizi e concetti poi fuorvianti ai fini della storia.

Foto dal Web Se è accettabile in un’indagine, che il protagonista percorra anche piste sbagliate prima di giungere alla soluzione del conflitto, è anche vero che ogni avvenimento che accade nella narrazione, deve contribuire allo sviluppo del contesto o dei protagonisti (una loro crescita, una loro crisi ecc.). In quest’ottica, la Pistola Fumante rappresenta quel dettaglio che tutti ricorderanno, sul quale si lambiccheranno il cervello e per il quale tutti si aspetteranno una spiegazione o una collocazione finale. Questa spiegazione finale, che non deve certo avere l’impostazione dell’infodump, ovvero dell’eccesso di informazioni, deve comunque servire a sciogliere i nodi formatisi nel progredire della trama.
Un ultimo consiglio sulle Pistole Fumanti è che è meglio crearne in numero contenuto, proprio per evitare che il lettore si perda in dettagli inutili. Una trama solida è capace di creare un filo rosso che accompagna il lettore fino alla fine, nonostante le divagazioni intermedie. Non dobbiamo tuttavia cedere alla tentazione di depistare apposta il lettore con indizi superflui e svianti, al fine di mascherare una soluzione troppo ovvia. Se il colpevole viene scoperto troppo presto dal lettore, la trama è debole. Allo stesso modo, se tutto ciò che abbiamo pensato come colpo di scena o pistola fumante è prevedibile, stiamo ancora peccando di superficialità e tutto l’impalcato del romanzo è da rivedere.

Foto dal Web 
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I poemi epici non hanno mai le donne come protagoniste, ma narrano di guerre ed eroi, battaglie e viaggi. Iliade, Odissea, Eneide ci hanno abituato a uomini forti e coraggiosi e a donne sballottate dal destino e dai loro mariti. La storica Nathalie Haynes ribalta la situazione col suo romanzo, in cui Calliope, la musa della poesia, invocata da un generico “lui” che possiamo identificare con Omero, invece di mandargli immagini del “pelide Achille”, gli offre la visione della fine della guerra di Troia da un nuovo punto di vista, quello delle donne, relegate sempre nell’ombra dei guerrieri.

Foto dal Web I capitoli del libro sono intitolati di volta in volta alla protagonista di cui seguiamo piccoli stralci di vita nei giorni e nelle settimane seguenti alla caduta della città a causa dello stratagemma di Odisseo e del famoso Cavallo farcito di soldati della coalizione ateniese: Calliope la musa, le donne troiane prigioniere (prima insieme, poi quando vengono spartite tra i generali di Agamennone, una alla volta), Penelope, Cassandra, ma anche le dee (Era, Atena, Afrodite).
La Haynes ci mostra le vite e le morti, a volte eroiche, a volte insensate delle donne della Guerra di Troia, espandendo le vicende che Omero ha lasciato sottintese, al margine, relegate a un “venne uccisa da… venne giustiziata così…”
E lo fa con una prosa fruibile e leggera, che predilige il fatto alla descrittività degli ambienti e che pecca solo a tratti nel farci comprendere la consequenzialità degli eventi.
COME LEGGERLO:
Luogo: su una scogliera in riva al mare
Tempo: estate
Sapori: olive kalamata e tzatziki
Profumi: mirto e ginepro
Musica: Musica greca antica

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Ormai ci siamo, è questione di poco e il romanzo storico L’abito della Signora sarà dato alle stampe. In un articolo precedente ho postato l’incipit del romanzo, oggi vi offro un ulteriore assaggio. Caterina è a bordo della carrozza della ricca Bianca Milesi, presso la quale suo fratello Carlo lavora. Il ragazzo ha il compito di condurla a casa della Contessa Frecavalli per la consegna dell’abito che hanno confezionato per lei. Caterina sta per conoscere due delle donne che hanno fatto la storia del Risorgimento.

Foto dal Web Quando la carrozza partì, Caterina iniziò a sobbalzare sulle asperità del terreno, ma anche quando la corsa procedeva armonicamente, lei si spostava impercettibilmente sul sedile, fuggendo in risposta alle voci all’esterno, un pianto di bambino, un grido di mercante, il richiamo di uno strillone.
Carlo condusse il mezzo con perizia, raggiungendo il ponte sul Naviglio e, quando la carrozza salì sull’arco di pietra, Caterina trovò il coraggio di spostare appena le cortine per sporgersi a guardare quel fiume artificiale che circondava il centro città come un anello.
La carrozza si lasciò alle spalle quella parte di abitato, pur compresa tra le mura, che era ancora dedicata all’agricoltura, in cui si respirava spazio e libertà, per entrare nella città vera e propria, di cui i quartieri come il loro erano piccole metastasi, che andavano crescendo attorno alle vie principali dirette verso le porte.
Ve n’erano tante in quelle mura spagnole e quella più vicina a loro, Porta Ticinese, si apriva sulla vasta darsena in cui confluivano i navigli leonardeschi che giungevano a Milano e ne ripartivano, garantendo a quella zona una vivace rete commerciale.
Carlo scansò le vie in cui i mercati erano più attivi e condusse la carrozza nelle strade più larghe, fino a immettersi, con altre vetture, tra ronde di soldati austriaci e carretti di commercianti.
Quando arrestò la pariglia di morelli, scese con un balzo e le aprì lo sportello: «Ci siamo sorellina, il portone è già chiuso», specificò, riuscendo così a metterla a suo agio nel vasto cortile. «Questa è la casa della contessa Maria Frecavalli.»
«E se avessimo sbagliato le misure?» chiese lei, titubante con un piede sul predellino. «In fondo non l’ho mai vista, mi ha mandato misure e denaro tramite la cameriera. E se ci fosse il marito? Non potrei…»
«Non ha marito. A soli trentadue anni è già vedova del Cavaliere Venceslao Frecavalli. Quanto all’abito sarà perfetto, come sempre, ora scendi o ci congeleremo qui.»
Carlo le prese la mano tirando con forza bastante a farla scendere e la accompagnò all’ingresso secondario dove il maggiordomo, un silenzioso e agile uomo di mezz’età, le offrì un saluto formale, la prese in consegna e la condusse nel salotto della sua padrona, cui la annunciò: «La signorina Caterina Casati.»
Ora che la sarta poteva fissare la committente, ne rimase turbata.
Maria la colpiva per il suo aspetto forte e deciso, che traspariva dalla sicurezza con cui posava seminuda in un’ardita contorsione del corpo, come rappresentazione dell’Italia che lotta e la ragazza rimase impalata sull’uscio, con le labbra socchiuse di stupore nel vedere con quale mancanza di pudore l’accogliesse.
Maria spostò giusto gli occhi verso di lei: «Accomodatevi pure signorina Casati. Sarò da voi non appena il mio schiavista mi libererà da questa postura incomoda.»
Si riferiva al pittore che, di spalle all’ingresso, terminava la definizione della dinamica del braccio che raccoglieva la bandiera da terra, col rosso intinto nel sangue dei morti, in quello che pareva uno scontro di piena guerra civile, tra case e vicoli di una città, resa meno anonima dal suggerimento delle inconfondibili guglie del Duomo sullo sfondo ancora incompleto.
«Servitevi della cioccolata, se gradite, o anche dei biscotti, non fate complimenti», aggiunse, senza preoccuparsi di sistemare la tunica con cui posava, che lasciava scoperto uno dei seni.
«Grazie mia signora, sono a posto così», disse Caterina appoggiando il sacco di lino su una poltrona, per poi prendere posto sull’altra.
Nella stanza c’era un caldo fastidioso, a causa delle stufe, del camino e di vari candelabri e bracieri, che dovevano mantenere la zona luminosa e calda per la modella.
Caterina attese in silenzio, fissando le spalle esili del pittore, che indossava un cappello floscio con una piuma di struzzo, quasi fosse un attore di teatro shakespeariano.
Dopo una decina di minuti, l’artista posò i pennelli: «Fatto mia cara. Ora puoi rilassarti», disse e Caterina si stupì di sentire una voce femminile. La pittrice si pulì le mani con lo straccio. «Puoi anche rivestirti. Oppure no.»
Le due risero e Maria si avvicinò a Caterina, limitandosi a sollevare la spallina della tunica, in modo da coprire il petto. «Perdonate l’attesa signorina Casati, attendo con ansia di vedere l’abito che avete confezionato per me, ma vedo che portate il velo del lutto, le mie condoglianze, cara. Chi avete perso, se posso chiedere?»
«Mia madre è cugina del Maestro Carlo Porta. Per lui portiamo il lutto», disse lei a testa bassa.
La donna aprì le labbra in un’ovale di stupore e scambiò un’occhiata con la pittrice. «Capisco, la sua morte è una tragedia per tutta Milano e per noi libere pensatrici in particolare. Carlo è stato un grande amico e ispiratore, il suo salotto culturale ci ha ospitate più volte. Nel pomeriggio andremo anche noi alla veglia. Vogliate intanto portare le nostre condoglianze anche a vostra madre.»
Caterina alzò gli occhi sulla ninfa svestita e rispose semplicemente: «Sarà fatto, grazie mia signora.»
«Com’è piccolo il mondo», disse con un sospiro. «Ebbene, capitoliamo in argomenti più frivoli, volete mostrarci l’abito? Vieni cara schiavista, so che non è il tuo stile di abbigliamento, ma potrai darmi un parere.»
La pittrice si alzò dallo sgabello e si voltò.

Foto dal Web, Bianca Milesi Era ancora più particolare di Maria, perché vestiva da uomo, con un completo di lana scura e portava i capelli corti, col taglio maschile e una vistosa zazzera sulla fronte che faceva risaltare ancora di più il viso triangolare, dal mento leggermente sfuggente.
Ai piedi calzava scarponi militari, che le imponevano una camminata sgraziata, grezza e rumorosa.
«Dunque siete voi la sorellina del caro Carlo?» disse la pittrice.
Caterina accennò una riverenza. «Sono io mia signora, Caterina Casati, per servirvi.»
«Ho sentito Carlo parlare con la mia cameriera e magnificare le vostre doti di sarta, per convincerla a farsi fare l’abito da sposa da voi e ho chiesto di vedere i vostri figurini. Ne sono rimasta estasiata. Come vedete, io vesto in modo non convenzionale, ma ho pensato subito che Maria potesse avere piacere in un vostro capo.»
Caterina rimase di sale davanti alla scoperta. «Voi dunque avete fatto il mio nome alla signora Frecavalli? Vi ringrazio dell’opportunità.»
La pittrice controllò di avere le dita pulite, poi tese la mano a Caterina. «Se non mi presento io, qui non lo fa nessuno. Bianca Milesi, molto lieta di conoscervi.»
«P-piacere mio», balbettò emozionata, stringendole la mano alla maniera maschile, così come le era stata offerta. «Carlo mi ha parlato molto di voi. Siamo onorati che egli svolga servizio presso ls vostra nobile casa.»
«Immagino come possa definirmi», e sorrise. «Come tutti del resto. Se mi va bene sono una donna un po’ particolare, se mi va male sono l’energumena!»
Nel vederla così abbigliata, da operaio più che da nobildonna, Caterina capì la definizione che le era stata cucita addosso e che Carlo le aveva intimato di non farsi mai scappare in sua presenza.
L’energumena.
«In vero, mia signora, non ha che parole di lode per voi e vi ammira, biasimando chi vi appella in maniera irrispettosa.»
Maria sembrava non resistere più alla curiosità, mentre accarezzava il monogramma ricamato: «Suvvia, veniamo al mio abito. Cosa significa questo stemma?»
«Oh, mia signora, lo ha inventato mia madre. Le C rappresentano il nome di tutti noi Casati. Nostro padre e noi abbiamo nomi che iniziano per C.»
«E l’edera e le rose?»
«L’edera rappresenta la famiglia Casati, che si aggrappa a qualsiasi cosa e riesce sempre a sopravvivere, mentre la rosa rappresenta la famiglia di mia madre, i Porta che nascondono spine nella beltà.»
Bianca sorrise mentre armeggiava con i nastri di chiusura. «Curiosa scelta. L’edera è un parassita di altre piante di cui succhia la linfa, la rosa con le spine sottolinea una doppia faccia. È dunque così che siete?»
Caterina sbiancò e rimase con la bocca aperta e il mento tremante.
Nessuno aveva mai fatto notare quell’ambiguità nel simbolo della sartoria, che ora gettava discredito su di loro, invece che ammirazione.
«C-certo che no, mia signora», disse solo, abbassando lo sguardo.
Maria diede una gomitata all’amica, per farla tacere e aprì l’involto di lino. «È il primo abito da sera che confezionate?»
«Il primo per una contessa come voi», disse la sarta, riprendendosi dall’imbarazzo pian piano, mentre Maria, coi suoi sorrisi, cercava di rimetterla a suo agio. «Ho confezionato abiti per le signore della borghesia e un paio di costumi teatrali rinascimentali per il Teatro alla Scala» e, vedendo che la cosa non suscitava ammirazione, aggiunse. «U-un giorno Lord Byron entrò nel nostro negozio e ci chiese un rammendo», terminò lei, aiutando la nobile a distendere le stoffe.
«Un rammendo?» chiese Bianca e, dal suo sorriso sarcastico, Caterina capì che non fosse qualcosa di cui vantarsi negli ambienti facoltosi, nonostante la fama del committente.
Arrossì.
Era sotto pressione e avvampò imporporandosi il petto, il volto e la punta delle orecchie, senza poterlo impedire o controllare.
Per fortuna, Maria riempì il silenzio imbarazzato distendendo l’abito, che si rivelò subito in tutto il suo splendore, con la seta cangiante color lavanda che ricadeva in morbidi panneggi sulla poltrona, svelando pian piano i dettagli dell’abile lavoro sartoriale.
Perfino la pittrice, che cantava ambigua fluidità in ogni sua movenza, rimase a bocca aperta: «Mia cara Caterina, è splendido, mi fate tornare voglia di vestirmi da civetta di nuovo!»
Maria rise e le rispose con condiscendenza: «Bianca, guarda che essere femminista non vuol dire per forza rinunciare all’eleganza!»
«È seta giusto?» chiese Bianca.
«Seta dei maestri di Como», ammise Caterina con un cenno. «L’ho tinta personalmente, non troverete un bagno di colore simile presso alcun’altra dama.»
Bianca non sembrò colpita: «Non è una stoffa in voga, ma ammetto che scivola sulla pelle con una sensualità accattivante. Provalo subito Maria, voglio vedere come ti sta!» invitò l’amica, armeggiando con la tunica per denudarla lì sui due piedi.
Maria non si scandalizzò e non si fece pregare, sfilando la tunica per restare solo con le culottes di candido lino.
Non chiamarono cameriere o governanti, fecero tutto loro, con l’aiuto di Caterina e, quando la ragazza chiuse il cinturino sotto il seno, tirò un sospiro di sollievo.
La taglia era perfetta e le avvolgeva il corpo snello senza stringere o limitare i movimenti.
Era solo un po’ lungo, ma la donna era scalza e, con una giusta scarpa ai piedi, tutto si sarebbe aggiustato.
Maria fece una piroetta, poi andò a guardarsi riflessa nei vetri di una credenza.
Bianca si accomodò sul divano, accavallando le gambe in maniera decisamente maschile, con la caviglia destra sul ginocchio opposto. «Quelle pieghe sono perfette.»
«Le plissettature?» corresse con discrezione Caterina.
«Già. Sembrano piccole tasche interne, molto utili e segrete.»
Caterina non sapeva cosa rispondere, come interpretare quelle osservazioni e leggeva sul volto triangolare e delicato di Bianca, tutta la sua concentrazione e i pensieri che le scorrevano nella mente.
Alla fine la donna li esternò con un mugugno: «Mh. Napoleone è in esilio da cinque anni e mezzo e ancora usiamo questa moda classica tipica del suo impero. Credo sia il momento di cambiare.»
Maria smise di pavoneggiarsi e lasciò ricadere le mani sconsolate: «Ma se ho appena comprato un abito nuovo!»
Bianca già non guardava più l’amica, ma direttamente Caterina. «Stupitemi!» e le gettò davanti il proprio blocco da disegno.
Caterina rimase un istante intimorita da quella richiesta, poi tolse il carboncino dall’asola di cuoio e iniziò ad abbozzare la figura femminile.
Sebbene l’avessero appena conosciuta, alle due donne fu evidente che la ragazza, così timida nelle normali ciarle da salotto, si trasformasse quando era al lavoro e superasse ogni imbarazzo nello sfoggio naturale del suo talento artigianale.
Aveva perfino smesso di balbettare: «Il recupero dello stile classico greco ha completamente dimenticato le asimmetrie delle tuniche antiche e la semplicità delle stoffe che venivano drappeggiate, strette da cintole e cucite il meno possibile.»
«E questo come lo sapete?»
«Ho… ho guardato dei vasi e delle coppe a una mostra sull’arte greca. Li ho copiati e studiati.»
«È questo il vostro modo di procedere?»
«Sì, mia signora. Anche per i costumi teatrali, ho guardato arazzi medievali e illustrazioni su libri.»
«Interessante approccio», disse facendole cenno di proseguire nel disegno.
«Ecco, notate la particolarità. Finora abbiamo indossato abiti che sottolineano solo il seno», arrossì un poco sulle gote, «così influenzati dalla predilezione di Napoleone per questa parte del corpo femminile. Lo abbiamo lasciato scoperto in una profonda scollatura quadrata, sostenuto, mostrato fin quasi ai capezzoli, a scapito del resto del corpo, nascosto invece dalle linee verticali della gonna, quasi fossimo tutte delle colonne del Partenone.»
Terminato il manichino base, prese a vestirlo. «Quello che vorrei vedere io indosso alle donne, è qualcosa che sottolinei di nuovo il busto, i fianchi e la vita, mostrando la perfezione del corpo femminile e delle sue curve, tutte le curve.»
«Quello è un corsetto? Volete tornare allo stile dell’Ancien Régime?» chiese Bianca, arricciando il labbro in un moto di contrarietà.
«Può esserci un corsetto sì, oppure un semplice irrigidimento del corpino dell’abito, giusto per farlo cascare bene, ma non tralasciate il fatto che le dame più corpulente desiderano essere strette da un corsetto che renda più appetibili le loro forme e non le faccia assomigliare a damigiane vestite a festa. Soprattutto vorrei giocare sui volumi delle gonne e delle sottogonne senza crinoline o enormi armature. Voglio che la donna lavori, cammini, balli o scali una barricata con questi abiti!» dichiarò, tagliando però la lunghezza dell’abito sopra la caviglia.
Posò il blocco davanti a Bianca e anche Maria si sporse a guardare il modello, con una gonna così corta che tutto il piede sarebbe rimasto scoperto.
«Interessante», disse la pittrice, che fissò la sarta con sguardo inquisitorio.
Caterina attese un po’ per riempire quel silenzio imbarazzante: «Se mettiamo in evidenza il seno, stiamo parlando di donne viste solo come madri. Se mostriamo le spalle, i fianchi e, soprattutto, i piedi e diamo loro modo di potersi muovere senza l’aiuto di un servo o di un uomo, diamo loro libertà.»
Le due signore si guardarono con un cenno di intesa, sottolineato da un sorriso ambiguo, poi Bianca si sporse in avanti: «Mi piace quello che dite e come lavorate, Caterina. Per voi ho due proposte. La prima è un abito. Proprio quello che avete disegnato ora, per il quale vi darò le mie misure e un anticipo per le stoffe domani stesso. La seconda è che veniate a consegnarmelo voi stessa, il mese prossimo, nel giorno che vi indicherò. Credete di riuscire in un mese a confezionarlo?»
«U-un abito?»
La ragazza soppesò la proposta, con la sensazione che Bianca la stesse mettendo alla prova per qualche motivo.
Quando alzò gli occhi, c’era una fiera determinazione nel suo sguardo.
«Accetto la commissione.»

Foto dal Web, Matilde Viscontini 
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Vi piacerebbe viaggiare indietro nel tempo? Confesso che è uno dei miei sogni segreti, poiché della storia sono cultrice e veneratrice e l’idea di vedere i grandi eventi del passato e conoscere coloro che hanno fatto la storia, mi ha da sempre sedotto. Con questo romanzo d’esordio, Loretta Minnozzi ci fa proprio fare questo, un viaggio nel passato fatto di corti, cicisbei e favorite, re capricciosi, crinoline e sagge donne.
Oggi sentiremo dalla sua voce come si pone verso le memorie e la conosceremo un po’ meglio. Intanto, godetevi la quarta di copertina.Nel centro degli Appennini la vita scorre monotona ma quando giunge a Castel Berarda la lettera della Marchesa Camilla – la prima di una lunga serie dalla corte di Francia – il destino prende una piega diversa per la Contessina Astremisia che la porterà a un ruolo non suo: quello di favorita del Re e del suo seguito, un codazzo di servitori dai titoli altisonanti che ruotano, ogni giorno, attorno al sovrano per assecondare i capricci reali. Tra rigidi protocolli, decreti urgenti e un decalogo bizzarro, frutto dell’esperienza dell’attempata Marchesa, Astremisia non dorme sogni tranquilli: la sua avvenenza di sole quindici primavere è giunta all’orecchio di Sua Maestà che rischia di destabilizzare le sorti dei due paesi, pur di accoglierla a corte per una ricognizione urgente “de visu et de manu”. Per la voce autoriale e l’idea portante di una terminologia ricercata e coeva, il romanzo è sui generis e trascina il lettore in un quadro d’epoca che fuoriesce in toto dai calamai dei singoli personaggi.

Foto su concessione dell’autore Ciao e benvenuto nel Blog di memorie dal Buio. Rompiamo il ghiaccio con una presentazione. Raccontaci di te e di ciò che hai scritto.
Sono nata negli anni ’70 e cresciuta nei fantastici anni a seguire. Pioniera nella nascita dei primi calcolatori, a 15 anni possedevo già un Olivetti e consegnavo i compiti su fogli A4. Pensa che una delle sorelle più grandi fu tra le prime a scrivere la tesi di laurea con un programma di video-scrittura. Poi presi il diploma di ragioniere-programmatore, una laurea in Economia e la tecnologia andò avanti. Attualmente vivo ed esercito la professione di Consulente del Lavoro a Macerata dove sono nata.
Ritornando al romanzo, “La favorita del Re” è il mio primo inedito, di una duologia, che ho il piacere di pubblicare con la casa Argento Vivo edizioni, in uscita in agosto 2022. Quest’anno uscirà anche un mio racconto, ad Aprile, in un’antologia di 100 racconti marchigiani dal titolo “Marche d’Autore” volume 4°.
Quanto è importante il ricordo e la memoria nella trama del tuo lavoro?
Il ricordo, la memoria e le emozioni ne sono il perno: un fortuito ritrovamento di un antico epistolario dà inizio alla storia e il lettore è immediatamente catapultato indietro nel tempo. Il narratore vola nell’immaginario di una piacevole varietà di personaggi e lettera dopo lettera fuoriesce dal nerofumo dei singoli calamai lo scenario di una Europa Rinascimentale: ciascuno si presenta, raccontandosi con episodi dalle sfaccettature sfrontate e irriverenti ma allo stesso tempo divertenti. È uno scambio multi-destinatario ben custodito in uno scrigno e il narratore avvisa che per non snaturare il sapore desueto delle missive ha ritenuto mantenere alcuni termini arcaici.

Foto su concessione dell’autore – Loretta Quando scrivi, quanto attingi al tuo vissuto e alle esperienze passate?
Delle volte, dal passato, si ricordano le esperienze più brutte perché quelle belle non fanno quasi mai cronaca. Facendo il bastian contrario di me stessa, con quest’opera ho gridato al mondo in maniera decisamente sfrontata, descrivendo un persuasivo e trascinante quadro d’epoca con tanta ironia quanto basta per modulare e tenere in equilibrio il secondo piatto della bilancia, in contrapposizione al mio vissuto.
Racconta il momento catartico, il più importante che serbi nel ricordo del processo di scrittura del tuo lavoro.
Il momento catartico penso ci sia stato quando sfogliai il dizionario dell’Accademia della Crusca. Io che venivo da un mondo burocratico, permeato da numeri e dalla vana consapevolezza di non arrivare alla quadratura del cerchio, l’essermi impiastricciata le mani con le parole, come un bambino fa con i colori, è stato un risveglio della coscienza.
È la magia del linguaggio che ci contraddistingue dagli altri e come ammoniva Nanni Moretti le parole sono importanti: non a caso tra i 10 Comandamenti c’è anche quello di non pronunciare invano. Una parola storta o fraintesa fa male quanto una lama affilata ma mentre il dolore fisico si dimentica nel momento in cui cessa la parola può riecheggiare nella memoria ancora vivida a distanza di anni. È il potere del nero su bianco che distrugge, annienta o può costruire un mondo migliore e ho preferito quest’ultimo utilizzo.

Foto su concessione dell’autore Dei tuoi personaggi, ce n’è uno che possa essere lo specchio del vissuto, della sapienza e delle memorie?
È la marchesa Camilla, con la quale si apre il romanzo nella prima missiva che giunge a Castel Berarda. La marchesa instaurerà con la protagonista di nome Astremisia una corrispondenza amichevole fatta di confidenze e di consigli che lei dispensa dall’alto della sua esperienza, quale ex favorita del Re. L’attempata nobildonna francese, libertina e conforme nei costumi dell’epoca, le stillerà un decalogo per meglio instradarla nel nuovo ruolo di cortigiana-amante che per la marchesa, sulla soglia degli otto lustri, è arrivato al naturale declino.
Condividi un ricordo particolare della tua vita che possa aiutarci a capire il tuo lavoro nella sua completezza.
Il romanzo è sui generis: l’idea era nata anni addietro con l’intento di sperimentare parole oggi in disuso della nostra bella lingua ma lo lasciai dormiente in un cassetto. Poi sul finire del 2019, in una domenica d’autunno, accompagnai l’amica di pianerottolo a un evento culturale. E qui mi riallaccio alla domanda precedente: in mezzo a tanti scrittori, nel quale anche lei era una delle protagoniste, ho respirato l’aurea magica della parola ed è stato il quid che mi ha mosso a riaprire il cassetto e terminare la stesura de “La favorita del Re”!

Foto su concessione dell’autore 
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Foto dal Web Finire di scrivere un romanzo è solo il primo passo. Chiunque abbia mai terminato una fatica letteraria, sa quanta soddisfazione ci sia in quell’ultimo punto fermo e nella sensazione di aver completato un trial o scalato una vetta. Eppure subito dopo, passata l’euforia del “Ho finitoooooooh!” che ci porta – per lo meno con me accade così – a correre per casa tipo “Mamma ho perso l’aereo”, ci cala sulla schiena la consapevolezza che stia per iniziare il grande lavoro di revisione. Vediamo dunque cosa significano i vari passaggi del titolo e che impatto avranno sull’opera finita.
ALPHAREADING – E’ la prima lettura di una trama ancora non conclusa, una sorta di brainstorming o confronto, per capire se il pubblico sarebbe interessato al lavoro. L’alphareader non legge un testo completo e pulito, ma una serie di paragrafi o capitoli che devono suggerire tutto del romanzo, dall’idea, alla trama generale, allo stile, alla definizione di almeno parte dei personaggi. Di solito gli si consegna un incipit, ovvero i primi 2 o 3 capitoli. Quello che restituisce, è una valutazione sull’idea e il modo in cui è stata resa. Un primo lettore può essere chiunque, basta che sia obiettivo e conosca un po’ l’andamento del mercato, in modo da poter dare una valutazione obiettiva. Si possono consultare più alphareaders, in modo da avere un resoconto che sia rappresentativo della fetta di pubblico cui destinerò il lavoro. Il bello di queste figure, è che spesso sono amici, parenti o lettori assidui, che rilasciano il servizio a titolo gratuito. Esistono pagine su facebook che mettono in contatto autori emergenti con i readers, in modo da avere commenti che non siano falsati da affetto materno o amicizia.
CORREZIONE DI BOZZE – Quando un testo è completo, quando abbiamo messo il famoso punto fermo, il primo professionista che leggerà il manoscritto è il correttore di bozze, che troverà ogni refuso o errore di grammatica, segnalando gli intoppi nella lettura. A lui non spetta il compito di giudicare l’opera, ma solo il suo confezionamento. Sebbene dopo ogni modifica dell’opera sarebbe opportuno fare un giro di correzione bozza, quindi molti preferiscono correggere la bozza alla fine dell’editing, io personalmente tengo al fatto che, nel momento in cui vado a sottoporre a un editore il lavoro, esso sia perfetto dal punto di vista grammaticale e dei refusi. Allo stesso modo, se sto per affrontare la parte successiva, ovvero l’editing vero e proprio, è corretto e professionale far giungere nelle mani del collaboratore un testo già pulito e scorrevole. In caso di self publishing, in molti risparmiano qualche centello di euro facendo una correzione in proprio. Questo va bene sicuramente per i refusi, ma sulla grammatica occorrerebbe un occhio esperto, specie sulla consecutio temporum, ovvero la concordanza dei verbi nelle frasi più complesse, che è il nodo gordiano su cui ho visto crollare molti autori e che a volte ha bloccato anche me.

Foto dal Web, alcuni simboli associati a correzione di bozza EDITING – Spendo qualche parola in più sulla figura più importante e con la quale si rischiano i contrasti maggiori. L’editing è un servizio che deve venire svolto da un professionista di fiducia. Specifico bene i due termini.
1) Professionista, perché al pari di molti altri mestieri non normati dalla legge, chiunque potrebbe farsi una pagina, inventarsi editor e truffare le persone offrendo un servizio che professionale non è, ma è improvvisato.
2) Di fiducia, perché ci deve essere concordanza di vedute tra autore ed editor, al fine di fare un buon lavoro.
Non è facile trovare un editor di fiducia, preparato e professionale, ma per fortuna molti editor offrono gratuitamente una prima valutazione di alcune parti di un’opera, in questo modo possiamo renderci conto di come lavora e come ha interiorizzato il nostro romanzo. Dico per fortuna, perché i costi per un editing possono essere anche molto alti, più del doppio di una correzione di bozze, per intenderci e, per un romanzo che, finito, conterà 300 pagine, potrebbe avvicinarsi al migliaio di euro.
L’editing e la correzione di bozze vengono (dovrebbero venire) svolti dalla casa editrice, in caso ne avessimo una e il loro costo verrebbe ripagato dai guadagni del libro, escluse le royalties per l’autore e i costi di stampa del romanzo. Ho usato il condizionale non a caso, poiché sono incappata in situazioni in cui mi è stato chiesto di fare io stessa la correzione di bozza e l’editing è stato molto superficiale.
Ecco perché insisto sulla fiducia e la professionalità della figura, poiché sebbene una correzione di bozza possa anche essere fatta in proprio, l’editing richiede una buona dose di autocritica e capacità di tagliare, spostare ed eliminare paragrafi e capitoli che non sono funzionali e non tutti gli autori accettano positivamente di mutilare la propria opera.
Come valutare la professionalità di un editor? Beh, innanzitutto, farà fattura o per lo meno ne sarà in grado (se poi ci si accorda in altro modo, ben venga), poiché vuol dire che quello è il suo lavoro e ha una partita iva, secondariamente restituirà un commento organizzato e chiaro su una scheda da compilare in maniera pedissequa, affrontando ogni punto.
Una volta accettato l’aiuto di un editor, egli potrà offrirci note, sottolineature e cancellature su tutto il testo, in ogni punto che richiederà una revisione.
Può capitare che due editor diversi diano responsi completamente opposti dell’opera e questo sottolinea il problema principale, ovvero il gusto personale. Normalmente un editor non dovrebbe farsi influenzare dai propri gusti ed essere preparato a editare testi anche molto lontani dalla propria comfort zone, ma tutti siamo esseri umani e può capitare. Se fossimo come Stephen King, avremmo sette editor per ogni romanzo, ma non siamo come il maestro, quindi vediamo di scegliere bene il nostro collaboratore.BETAREADING – E’ la lettura finale del testo, pulito ed editato, da parte di lettori rappresentativi del nostro futuro pubblico, che saranno i primi a fruire del romanzo completo e, come gli Alpha, restituiranno una scheda con delle valutazioni, stavolta complessive, sulla trama, lo stile, i personaggi, l’incipit e la conclusione.

Foto dal Web 
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Cos’è la magia, se non la capacità di compiere azioni oltre la natura umana? Fedele al principio che ciò che è misterioso è tale solo perché non abbiamo ancora i mezzi per spiegarlo, nell’universo di Memorie dal Buio ho collocato la magia in un ambito particolare: in armonia con la scienza. “Whaaaaat?” direte voi. Ebbene restate connessi, perché subito dopo la foto di copertina, che già vi farà capire cosa intendo, entreremo nel mondo della magia, dei rituali e degli incantesimi e lo faremo con una delle interviste impossibili. Oggi avremo con noi il Sommo Orsini, Principe reggente della Torre di Magia di Roma, che potrete conoscere in Memorie dal Buio – Meretrix, in uscita a Natale 2022.

Foto dal Web Ta daaaah! Stiamo parlando di Ley Lines o, come preferisco io, semplicemente Leys, per evitare che il nome sembri un assorbente da donna. Parliamo allora della teoria della magia con il Principe Orsini, che ringrazio della sua presenza.
Buongiorno ai profani, cercherò di spiegarmi in maniera concisa e chiara anche per gli ignoranti. Se non capite, fatti vostri.
Ehm, grazie della brutale sincerità Eccellenza, iniziamo con la teoria base della magia.
Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma.
Sì, d’accordo, ma questo è un postulato scientifico di Lavoisier, molto famoso e riguarda il principio di conservazione della massa.
Ma questo è ciò che accade. Il mago non è altro che un catalizzatore di un’energia che la scienza ancora non ha spiegato e che scorre, eternamente alimentata, nella terra. Sulla sua superficie mostra un reticolo cristallino di enormi triangoli equilateri, ma questa conformazione è tridimensionale e si estende oltre la crosta, fin nel mantello e nel nucleo del mondo stesso. E questi flussi primigeni sono immutabili, potenti ed eterni, specie nei punti in cui i vertici di più triangoli si toccano, creando dei Nodi Assoluti. All’interno dei triangoli poi, altre linee, meno geometriche, più naturali, seguono il corso dei fiumi, le correnti dei mari o le faglie della terra e danno origine a flussi più maneggevoli per noi maghi e, al loro incrocio, a seconda della portata del flusso, Nodi Minori o Maggiori, in cui un mago esperto può anche sguazzare per compiere incanti davvero imponenti.
La domanda è obbligo, Principe, sono i fiumi a seguire i flussi o sono i flussi a prendere forza dal percorso dei fiumi, come da tutti i fenomeni naturali?
Domanda lecita. Secondo la legge primaria del mondo, la legge dell’Equilibrio, è chiaro che le due opzioni si intersecano in armonia. Il flusso di un Ley richiama un’energia altrettanto potente come il corso di un fiume, che segue preferibilmente il suo Ley e, nel momento in cui quest’armonia viene rotta per qualsiasi motivo, può accadere con più facilità una catastrofe, come un’esondazione.
Come possiamo spiegare allora che molti siti religiosi antichi, poi usurpati dai culti successivi, sia che si trattasse di altari che di sepolture, fossero collocati lungo i Leys?
Alcuni luoghi di culto sono stati costruiti dai soprannaturali, ma quelli ideati dagli umani sono stati progettati da… persone che … ehm… avevano del… mh… sangue bastardo, diciamo così.
Conosco la vostra avversione per gli ibridi, Principe Orsini, tuttavia sono esistiti ed esisteranno sempre persone discendenti più o meno direttamente dai soprannaturali, che hanno percezioni amplificate della natura e dei Leys.
Purtroppo… comunque l’epilogo della vicenda, sono siti collocati lungo linee di forza terrestri che traggono potere da essa e fungono da catalizzatore per noi fruitori di magia, che in quei luoghi possiamo trarre più facilmente, in maniera continuativa e abbondante, energia magica.

Foto dal Web Veniamo ora al punto focale: in che modo l’energia magica viene usata da voi per creare incanti?
Il modo in cui ciascun mago attinge all’energia è strettamente personale, ognuno ha un suo sistema; in ogni caso l’energia va fatta fluire nel proprio corpo e plasmata dalla volontà per il breve tempo necessario a realizzare l’incanto. Così modificata, ordinata e assoggettata viene scaricata e si disperde con l’effetto voluto, dopo il quale torna alla composizione primitiva, una sorta di pulviscolo, venendo poi richiamata sulla terra e riordinata nel più vicino Ley.
E cosa accade se non si fa fluire l’energia? Se io volessi tenerla tutta per me, come una batteria, e usarla poi a mio comodo?
A meno che tu non possieda un artefatto in cui riversarla, non è possibile trattenere nel nostro corpo una quantità troppo grande di energia. Bisogna sempre prendere e donare, accumulare e rilasciare. Come un respiro. So che sei una subacquea, puoi capire bene il paragone se prendiamo come esempio una bombola di aria compressa per immersioni. In quella tanica di alluminio accumuli circa 200 bar di aria. Se la caricassi oltremisura, esploderebbe. Ed è quello che farebbe un artefatto. Ma anche il nostro corpo funziona come un artefatto, può accumulare aria ed energia magica per un piccolo lasso di tempo, solo che deve fare i conti anche con il sistema vivente. Quindi immaginiamo di scendere in profondità respirando normalmente questa aria compressa che, metro dopo metro sott’acqua, aumenta la sua pressione rispetto alla superficie. Immagina quindi di trattenere l’aria e risalire. Cosa ti accadrebbe?
Lesioni polmonari sicuramente. In risalita, l’aria si dilata e aumenta di volume, quindi trattenendo il respiro avrei una sovradistensione degli alveoli che si romperebbero e sanguinerebbero. Tra l’altro se risalissi velocemente trattenendo il respiro fino alla superficie, potrei letteralmente esplodere anche io.
Ed eccoci al nodo fondamentale. Trattenendo l’energia magica succede la medesima cosa. Si esplode, poiché il nostro corpo è incapace di trattenere troppa energia per troppo tempo. Con l’esperienza si riesce a gestire meglio la magia rispetto all’apprendistato, un po’ come i vampiri, che da anziani o antichi riescono a gestire il sangue meglio dei novellini e ne possono accumulare di più nei loro corpi, prima di vederlo strabordare oscenamente dagli occhi e dal naso. Organizzando un rituale si può suddividere l’accumulo di energia tra i partecipanti, che poi andranno a trasferirla contemporaneamente al primo ritualista, che verrà percorso da un flusso pericolosamente vicino all’esplosione, per i pochi istanti necessari all’incanto. In questo modo, si può andare oltre le normali possibilità, a patto di averne la forza fisica e mentale.
C’è un’ultima cosa da dire, vero Principe?
Naturalmente, ma speravo non me la chiedessi. Esiste una filosofia in seno alle Torri di Magia, per cui il sommo e più elevato fine del praticante, è tuffarsi in un Nodo Maggiore o in uno Assoluto e accumulare tanta magia da farsene corrompere. Quello che ne esce è un folle abominio, orrendamente mutato e completamente dipendente dall’energia magica. Noi li chiamiamo Esiliati, poiché i primi predicatori di questa filosofia vennero esiliati dalle torri affinché non corrompessero i maghi.
Voglio ringraziarvi Orsini, per la gentile partecipazione all’intervista impossibile di oggi, avete un ultimo messaggio per i lettori?
Magari molti di voi sono Magi, ma non hanno mai risvegliato il loro dono. Se dovesse accadere, non tentate di trovarci, saremo noi a trovare voi.

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Qual è il ruolo dei Cerchi di Pietre? Come mai nella sola Gran Bretagna se ne trovano oltre 1300, ma sono presenti anche in molte altre parti d’Europa, perfino in Italia? Cosa ha spinto degli uomini dotati solo di rudimentali arnesi in bronzo a intagliare e spostare pietre pesanti diverse tonnellate (a volte anche per molti chilometri) ed erigerle secondo quell’architettura? Ebbene oggi cercheremo di analizzare il fenomeno e dare una spiegazione al loro complesso fascino.

Foto dal Web Stonehenge non è stato il primo, non è l’unico, ma è sicuramente il più vasto e complesso ancora conservato (seppur con i restauri subiti). Stiamo parlando dei cerchi di pietra, costruzioni megalitiche presenti fin dall’età del Bronzo. Tale è infatti la datazione proposta per Stonehenge, per la quale il radiocarbonio sentenzia 3000 A.C. C’è da dire che l’attuale disposizione delle pietre è frutto di un restauro avvenuto il secolo scorso, ma che dovrebbe mantenere la reale antica disposizione, sulla base della localizzazione delle pietre cadute.
Innanzitutto i “cerchi di pietra” possono anche prendere forma di un’ellisse, e i menhir (pietre verticali infisse nel terreno) che li caratterizzano possono anche semplicemente delimitare un percorso, quindi essere disposti in linea retta. I dolmen poi (complessi formati da pietre verticali e “tetti” orizzontali) possono far parte di complessi enormi, come a Stonehenge, o rappresentare da soli delle “porte” isolate nel terreno.

Foto dal Web A volte non sono imponenti come Stonehenge, come questo di Swinside, nel Lake District in Inghilterra, o altrettanto ricchi di pietre, come accade in semplici disposizioni con quattro megaliti, uno per punto cardinale come accade a Machrie Moor, che vediamo qui sotto e che ci fa riflettere sul concetto degli allineamenti. A volte sono coi punti cardinali, a volte indicano dove il sole sorge nei solstizi e negli equinozi poiché l’astronomia ci insegna che l’Est è un concetto relativo, poiché il sole può sorgere in vari punti a Est, non sempre il medesimo, così come tramonta con varie inclinazioni a Ovest. A volte poi, questi allineamenti seguono le falde acquifere sotterranee.
Etienne ci direbbe che seguono i leys della terra!

Foto dal Web La cosa però che accomuna tutti, cerchi o allineamenti, è quella di delimitare uno spazio. Inizio col rimarcare come sia insito nell’uomo creare dei confini per stabilire cosa possa e debba restare “dentro” e cosa vada lasciato “fuori”. Lo si fa con le mura di casa, con le recinzioni e anche solo coi confini virtuali (chi entra o meno nella mia bacheca di facebook, ad esempio) o sociali che imponiamo (chi entra nelle mie amicizie, la cosiddetta – guarda caso – cerchia di amicizie).
In questo modo, i cerchi delimitano uno spazio, molto spesso consacrato, in cui chi entra varca una soglia in cui vigono regole diverse, in cui accadono cose diverse che restano confinate in quel luogo, che viene così a essere completamente distinto dagli altri.

Foto dal Web Ci si interroga tuttora sul significato di tali costruzioni: osservatori astronomici? Antichi luoghi di culto? Sepolture? Personalmente, con l’apertura mentale che mi caratterizza, sono portata a dire: tutto ciò. La ricerca scientifica non deve infatti essere granitica e attribuire a quella tipologia di costruzione una funziona unica e valida per tutti. Per comprendere la mia idea, bisogna pensare ai nostri progenitori come a persone che si interrogavano sui problemi della vita e della morte esattamente quanto noi. E per queste persone il cerchio deve essere apparso affascinante come lo è per noi. Simboleggia la ciclicità delle cose, il ritorno delle stagioni, il percorso del sole e delle stelle, la nascita e la morte. Il cerchio è la base di simbologie importanti: l’anello degli sposi, l’Oroburos celtico (foto sopra) e il Cartiglio egizio (foto sotto) che, sebbene sia ellittico, per contenere i geroglifici dei nomi umani (gli dèi non hanno bisogno del cartiglio, che serve a preservare la vita), nell’alfabeto, quando è vuoto è rappresentato rotondo.

Foto dal Web 
Foto dal Web, cartigli di Tukankhamon In altri luoghi è evidente che i Dolmen siano delle sepolture, come accade nei siti megalitici sardi o in Bretagna, di cui vediamo due strutture a confronto per capire come siano simili nella realizzazione. Con fantasia e romanticismo possiamo pensare a viaggi di persone che diffondono questa usanza o l’arrivo di qualcuno dall’alto che intima di costruire dolmen. Oppure possiamo semplicemente pensare che tutti noi da piccoli abbiamo costruito castelli di sabbia e impilato pietruzze per costruire tavolini o casette per le bambole o i soldatini. Impilare pietre per fare un dolmen è naturale, così come usare la pietra per delimitare uno spazio sacro, che sia esso osservatorio astronomico o sede di riti religiosi.

Foto dal Web, Sardegna 
Foto dal Web, Carnac L’importante per noi, che osserviamo con quanta perizia e con quale sforzo i nostri antenati hanno eretto queste pietre è ammirare la loro volontà di creare qualcosa di eterno, immutabile, che sopravvivesse a loro e ai loro discendenti, iniziano a pensare al di là del contingente (mangiare, dormire, riprodursi), puntando lo sguardo sull’infinito e sulle domande che iniziavano a porsi e per le quali cercavano risposte.
Chi mi conosce, sa che sono umanista, nel senso che sono sostenitrice dell’ipotesi antropologica in ogni mistero che ancora abbiamo attorno a noi. Non serve scomodare alieni o celestiali per spiegare Stonehenge, le piramidi o le sculture del Bernini. Tutto ciò o frutto del genio umano e solo perché qualche complottaro la il QI di un gasteropode, non vuol dire che in passato non siano esistiti individui geniali, in grado di concepire e realizzare queste opere in momenti storici positivi per contingenze come la pace, la disponibilità economica, di manodopera e di materia prima.
Vi lascio con altre tre foto: Piemonte, Sardegna e infine Atlit Yam, il sito sommerso.

Foto dal Web, Cavaglia 
Foto dal Web, Sardegna 
Foto dal Web, Israele 
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Foto Archivio personale (pollice su carta) Correva l’anno 1984. Io avevo nove anni e mezzo e mio padre arrivò a casa con questo libro. A casa nostra circolavano già altri libri del Dottor Angela che era quasi uno di famiglia, perché non perdevamo una sola puntata delle sue trasmissioni. Sono cresciuta coi suoi saggi, con Quark e con il suo esempio di giornalismo di alto livello e di granitica morale. Il suo nome si è mantenuto esempio di eleganza, saggezza e coerenza anche col passare degli anni, quando la TV è diventata una discarica delle peggiori manie del popolino. Se oggi sono così, appassionata alla scienza, scrittrice e razionalista, lo devo a lui e al fatto che in casa mia circolassero i suoi testi e i suoi format televisivi.
Come vi sarete accorti, di solito recensisco un libro “simbolo” di un autore e mi allargo a parlare della sua produzione. Quando ho dovuto scegliere cosa recensire nel vasto lavoro del Dottor Angela, non ci ho pensato due volte: Alfa e beta, perché più di altri ha sostenuto il mio progresso scientifico interiore, vuoi per il suo modo di essere un saggio, ma senza la pesantezza delle lezioni frontali, vuoi perché giunto al momento giusto nella mia vita di bambina.
Il saggio si sviluppa come dialogo tra due personaggi, il saggio Alfa e il Beta pieno di domande. Gli argomenti toccati spaziano dall’astrofisica, alla biologia, dall’origine dell’uomo, a evoluzione, etologia, psicologia, apprendimento, chimica, in una carrellata di dialoghi leggeri, corredati di disegni esplicativi, che rendono la lettura piacevole e chiara, nonostante la difficoltà degli argomenti trattati.
Alla fine di ogni capitolo, di ogni dialogo, ci sono un paio di pagine di approfondimento “A proposito…”, in cui vengono spiegati con maggiore rigore scientifico alcuni dettagli di cui s’è parlato nel trattato precedente.
La scelta stilistica del saggio, audace si potrebbe dire, è in realtà l’uovo di Colombo, poiché sfrutta un meccanismo di apprendimento semplice e innato, quello fatto di domande e risposte. Quelle stesse domande che, trent’anni dopo, mi ha posto mio figlio e che, grazie Piero Angela, ho saputo soddisfare senza problemi.
Questo articolo avrebbe dovuto essere scritto prima delle ferie, ma mi trovo a scriverlo ora ed ha il sapore di un epitaffio, poiché Piero Angela ci ha lasciato il 13 agosto 2022 a 93 anni e dopo 70 anni di lavoro come giornalista e divulgatore scientifico.

Foto dal Web Il Dottor Angela faceva un lavoro meraviglioso: imparava ogni giorno da ogni esperienza di vita, ogni intervista, ogni puntata e poi rendeva fruibile per tutti il sapere e la scienza. Prima di lui non esisteva il concetto di “divulgazione scientifica” e i grandi temi della scienza erano riservati agli addetti ai lavori. In questo senso ogni suo libro, ogni suo format hanno contribuito a un’evoluzione razionale e colta della popolazione.
Da lui e dal suo stile, dal suo stesso esempio di vita possiamo imparare molto, per esempio il modo che ho di spiegare ai miei clienti le patologie dei loro animali segue il principio e lo stile divulgativo degli Angela, Piero e Alberto.
Concludo l’articolo con la lettera che ha lasciato per noi che ne seguivamo le orme, forse, per farci sentire un po’ meno soli.
Cari amici, mi spiace non essere più con voi dopo 70 anni assieme. Ma anche la natura ha i suoi ritmi. Sono stati anni per me molto stimolanti che mi hanno portato a conoscere il mondo e la natura umana.
Soprattutto ho avuto la fortuna di conoscere gente che mi ha aiutato a realizzare quello che ogni uomo vorrebbe scoprire. Grazie alla scienza e a un metodo che permette di affrontare i problemi in modo razionale ma al tempo stesso umano.
Malgrado una lunga malattia sono riuscito a portare a termine tutte le mie trasmissioni e i miei progetti (persino una piccola soddisfazione: un disco di jazz al pianoforte…). Ma anche, sedici puntate dedicate alla scuola sui problemi dell’ambiente e dell’energia.
È stata un’avventura straordinaria. Vissuta intensamente e resa possibile grazie alla collaborazione di un grande gruppo di autori, collaboratori, tecnici e scienziati.
A mia volta, ho cercato di raccontare quello che ho imparato.
Carissimi tutti, penso di aver fatto la mia parte. Cercate di fare anche voi la vostra per questo nostro difficile Paese.
Un grande abbraccio
Piero AngelaCOME LEGGERLO:
Luogo: nello studio della propria casa
Tempo: inverno
Sapori: un buon tè
Profumi: carta e vecchi libri
Musica: Aria sulla quarta corda di J.S. Bach

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Foto dal web Dopo che Anne Rice ha sdoganato i Vampiri nell’immaginario erotico, sono fiorite saghe e romanzi tutti imperniati sul rapporto tra umani (magari con vari tipi di poteri soprannaturali) e vampiri. Tipicamente declinate al femminile, con bei tenebrosi vampiri che, anche dopo secoli di scartavetramento di gonadi appresso agli umani, cadono inevitabilmente nella rete della prima fanciulla che guaisce come un chihuahua. Ora sono ragazze da salvare che poi si mostrano risolute e forti abbastanza da attrarre il vampiro, ora sono professioniste di vario tipo che attraggono già per il solo fatto che respirano. Anita Blake, eroina della saga d’esordio della Hamilton, è del secondo tipo: una necromante in grado di risvegliare e comandare i morti (cosa che fa per lavoro) e, quindi, anche i vampiri.
Questa capacità fa di lei un pericolo per la loro razza che, in questa ambientazione e in particolare a Saint Louis, dove è ambientata la saga, è rivelata agli umani e integrata (per lo meno inizia a esserlo) nel tessuto sociale. Eppure viene ingaggiata da un vampiro che chiede di indagare su un serial killer di vampiri. Lei che è una cacciatrice proprio di vampiri (l’avevamo detto che era della seconda categoria no? Necromante e cacciatrice di vampiri la notte), rifiuta, ma viene ricattata dal classico bel tenebroso eroe vampiro che rapisce la sua migliore amica e le impone, pena una morte atroce della ragazza, di accettare l’incarico. Il nome del vampiro protagonista è Jean Claude.

Foto dal Web Ok ok ho fatto la battuta, ora proseguo. La trama non ha nulla di particolare: la ragazza indaga, attraverso vicissitudini alla fine arriva al colpevole, molto dopo il lettore medio, che già a metà libro intuisce a pieno dove si andrà a parare. Quello che salva la trama non sono certo i ratti mannari, grotteschi e inutili o la costante bellezza e sensualità di tutti i protagonisti maschili, fatti un po’ con lo stampino in effetti, ma il fatto che i cattivi sono tali, senza giustificazioni o addolcimenti della pillola.
Per il resto la Hamilton scrive bene, ha uno stile che comunque conquista e riesce a tenere attaccato il lettore alle pagine perché continua a sperare, bontà sua, di vedere qualcosa di spinto, viste le premesse e le promesse.
Anita non convince molto come eroina, ha una lingua tagliente e irriverente, ma non supportata dal carattere, tanto che appare sempre debole, in balia degli eventi e si salva più per intervento dell’autore che per reali capacità. Un po’ forzato. A tratti mi ricorda quelle ragazzine petulanti che, anche se sono state asfaltate in una discussione, mentre escono dicono l’ultima battuta scontata, pensando di essere sagaci e poi chiudono sbattendo la porta, solo per avere l’ultima parola.
Neanche Jean Claude convince a pieno, perché siccome il romanzo è imperniato sul punto di vista di Anita, lui non trova spazio per venire rifinito e ci troviamo davanti una creatura appena sgrezzata, di cui si capiscono poco le motivazioni, soprattutto quelle sentimentali. Certo c’è un’evoluzione nel rapporto tra i due e nei libri successivi anche lui riesce a trovare una sua definizione, ma è una cosa che ci aspetteremmo di vedere da subito.
Per quanto uno voglia svelare pian piano i personaggi, essi devono apparire da subito granitici e pronti ad andare in scena, non dare l’impressione che si adattino man mano che la saga prosegue. Perché la saga prosegue, in effetti: Resti Mortali, il Circo dei dannati eccetera, ma l’impressione è che l’editore abbia chiesto all’autrice di sfornare a cadenza annuale dei romanzi con lo stesso format vincente del primo. Un classico esempio di autore che si adatta alle richieste di botteghino. Preferisco pensare questo che non la seconda ipotesi, ovvero che l’autrice non sappia scrivere altro. Questo ha causato l’uscita in libreria di una serie di romanzi “fotocopia” in cui l’unica variante, è che i cattivi sono sempre più potenti e Anita scopre sempre più poteri, mentre Jean Claude le fa da spalla.
La Hamilton purtroppo cade nel classico tranello dell’eroe immortale, così come la Rice ha fatto con Lestat: ci troviamo davanti a una scala col basamento di argilla che è destinata a collassare quando diventa evidente che ormai la ragazza può affrontare solo dio. Se un eroe non ha più sfide, che altro gli fai fare? Infatti dopo sette anni e altrettanti libri, la serie è andata nel dimenticatoio. Quindi dalla saga di Anita Blake ci dobbiamo aspettare questo tipo di evoluzione, col classico andamento a campana che abbiamo analizzato in un altro articolo: introduzione, perturbazione dell’omeostasi, crescendo, crisi e risoluzione.
Un format sicuro, che tuttavia non impedisce al libro di avere scivoloni sparsi, qui come negli altri capitoli della saga. Un libro semplice nella trama, senza colpi di scena o particolari degni di nota, salvato solo dalla buona penna descrittiva dell’autrice.
COME LEGGERLO:
Luogo: al tavolino di un caffè letterario, meglio se a Saint Louis
Tempo: autunno
Sapori: Gerber Sandwich
Profumi: sigaro e terra di cimitero
Musica: cerco di risollevare il libro con una buona musica, tratta però Dalla Regina dei Dannati. Redeemer di Marilyn Manson

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Foto dal Web Cos’è il Licantropo se non la parte selvaggia e feroce di noi stessi? Quella componente animale che la psicologia tenta di analizzare e cui vorrebbe dare un nome, una spiegazione e un’etichetta. Il Licantropo è colui che lascia emergere il suo istinto primordiale, antico, atavico, laddove gli altri uomini lo addomesticano e lo costringono in un’etica del tutto “sapiens”, subordinata alle leggi umane e alla morale religiosa. Per la serie Interviste impossibili, oggi abbiamo qui con noi Basthian Noel, detto Tiano, che avete potuto conoscere sulle pagine di Memorie dal Buio – La Bestia.
Buongiorno Tiano, la luna piena è passata da qualche giorno, come ti senti?
Buongiorno a tutti, ho ancora la bocca foderata di schifo, non ho idea di cosa ho mangiato, ma era qualcosa di non molto fresco, temo.
In effetti la fiatella ce lo conferma, ma passiamo oltre. Te la senti di raccontarci la storia della tua razza?
Sicuramente il primo motore di una leggenda sui Licantropi viene spontaneo osservando gli individui affetti da ipertricosi, che li porta ad avere un vello uniforme e folto su tutto il corpo, ad eccezione dei palmi delle mani e la pianta dei piedi. In letteratura medica è stata descritta fin dalla metà del 1600, quando un uomo, Petrus Gonzales, affetto da questa patologia si trasferì in Francia e sposò una francese da cui ebbe sei figli, di cui quattro con ipertricosi. Pare che la sua storia abbia ispirato anche la novella della Bella e la Bestia.

Foto dal Web Velocemente nomino la licantropia clinica, una vera patologia psichiatrica, che porta chi ne è affetto a credere di potersi trasformare in un animale. La letteratura criminale ricorda numerosi assassini psicopatici che, oltre a dilaniare il corpo delle proprie vittime con i denti, ne hanno addirittura mangiato gli organi come il cuore o il fegato; tra questi psicopatici, ricordiamo Peter Stubbe, uno dei primi serial killer della storia e uno dei più noti. Per la cronaca, venne catturato, dichiarò di aver fatto un patto col diavolo per avere una campana (o una cintura) magica che gli consentiva la trasformazione, fu torturato e messo a morte sulla ruota e moglie e figlia, considerate complici, furono uccise a loro volta, anche se pare fossero solo povere vittime abusate e violentate dal folle.
Verso la fine del cinquecento, un contadino francese della regione dell’Aquitania catturò Jeacques Roulet, nudo e con comportamenti da belva, che confessò di essere un ladro che, grazie ad un unguento, diventava feroce e famelico come una belva, senza trasformarsi in lupo però. Il comportamento di Roulet in carcere e durante gli interrogatori non lasciarono dubbi agli inquirenti: era un malato di mente. Per cui il Parlamento di Parigi nel 1589 commuto la pena di morte a due anni di manicomio.
Nel 1598 nella regione francese della Franca Contea, si assiste ad un raro caso di isteria collettiva che vede coinvolti i fratelli Gandillon, arrestati, impiccati ed arsi sul rogo. Alla base della vicenda, c’è una famiglia che abusa dei figli, reclusi e isolati tanto da portare la figlia maggiore, Pernette, a identificarsi con un lupo. La ragazza aggredì due bambini nel bosco e ne uccise uno, ma la cosa surreale della vicenda, è che anche gli altri fratelli iniziarono a comportarsi da bestie e a giurare di essere stregoni.

Foto dal Web Parallelamente a quanto accaduto per i vampiri, anche nei confronti dei Licantropi dal 1500 ci fu una sorta di caccia di massa, tanto che alla corte di Francia si cercò di smitizzare la situazione, il che venne chiaramente a nostro vantaggio. Nel 1599 a Parigi viene pubblicato infatti il primo trattato sui licantropi dal titolo Discours de la lycanthropie, tradotto in italiano come Discorso sulla licantropia o della trasformazione degli uomini in lupi.
L’autore, Jean Beauvoys de Chauvincourt, segretario di Stato del re di Francia punta a ridurre a ragionevolezza il popolo, dimostrando che i casi di licantropia si riducono a due sole opzioni: i licantropi sono uomini colpiti da una malattia degenerativa causata dalla cattiva alimentazione, in particolare carne avariata, oppure sono umani posseduti dal demonio, stregoni sotto patto e suggerisce anche delle ricette di pozioni e polveri, colliri e unguenti che Satana darebbe agi uomini per soggiogarli e renderli licantropi.
Ma escludendo queste condizioni del tutto umane e scientificamente spiegate, ci accorgiamo che gli ibridi tra uomo e animale hanno popolato l’immaginario fin dall’antichità. Le divinità egizie erano antropomorfe e zoocefale, la mitologia greca è piena di figure come la sfinge, i centauri o i fauni, che posseggono caratteristiche intermedie tra uomini e bestie. I riti sciamanici, fin dalla preistoria, ponevano i celebranti, gli iniziati o i cacciatori che volevano propiziare la futura battuta, nel centro di un cerchio in cui invocavano la comunione con l’animale per prenderne le caratteristiche: forza, agilità o sensi superiori.
Una delle più famose leggende legate ai licantropi è quella che ci racconta Ovidio nelle Metamorfosi, in cui Giove punisce il Re Licaone per aver tentato di ucciderlo nel sonno. Ecco le parole di Ovidio:
Atterrito fugge e raggiunta la campagna silenziosa lancia ululati, tentando di parlare. La rabbia gli sale al volto dal profondo e assetato come sempre di sangue
Testo dal Web
si rivolge contro le greggi e tuttora gode del sangue.
Le vesti si trasformano in pelo, le braccia in zampe: ed è lupo, ma della forma antica serba tracce.
La canizie è la stessa, uguale la furia del volto, uguale il lampo degli occhi e l’espressione feroceTalete ci racconta di persone che, colpite da questa sciagura, si comportavano come lupi: ululavano e si lamentavano cercando di mangiare carne umana. Secondo Petronio esistevano persone dalla duplice pelle, normale di giorno, ma che la notte si rivoltava diventando pelliccia (da cui deriva uno degli altri nomi dei licantropi, ovvero Versipellis). Nel medioevo i presunti licantropi erano così sezionati per verificare che la pelle contenesse peli.
Nel Folklore, si diventa licantropi a causa di fattura o maledizione di magia nera, per cui il licantropo è un lupo senza coda, imperfetto come il diavolo. Maghi e streghe si trasformavano in lupi mannari cospargendosi di un unguento a base di grasso di bambino e cicuta. Nella tradizione slava si diventa licantropi mangiando il cervello di un lupo o bevendo da un orma lasciata in terra da un lupo. Una leggenda italiana ci racconta che si diventa lupi dormendo la notte con il volto illuminato dalla luna piena o per aver bevuto dalla stessa fonte del lupo. Nella tradizione tedesca l’ultima delle sette figlie, o chi nasceva a Natale ( vicino al solstizio di inverno, giorno del male) poteva trasformarsi in licantropo.
Infine, ma non dire a Corday che te l’ho detto, una credenza Slovena del 1500 affermava che il vampiro non fosse altro che il lupo mannaro morto, quindi era ritenuto una trasformazione del lupo mannaro!

Foto dal Web Molto interessante! Ma perché secondo te, di tutti gli animali del mondo, proprio il Lupo la fa da padrone?
Beh, tu hai allevato Lupi Cecoslovacchi per anni, sono sicuro che ne hai subito il fascino, ma se proprio vogliamo dirla tutta, i licantropi in Europa sono lupi, se analizziamo analoghe figure in meso america, ad esempio, è facile trovare i giaguari mannari. Nella tradizione scandinava l’orso sostituiva il lupo e i guerrieri bearsak si coprivano solo di pelle d’orso, per sentirsi invulnerabili e dar così sfogo a una libertà sfrenata senza inibizione culturale e religiosa.
Come vedi, si tratta di una identificazione con un animale pericoloso, forte, un predatore, qualcosa che ha segnato profondamente le vite del popolo nella storia: non esisteva foresta senza branchi di lupi che arrivavano a cacciare bestiame e bambini, lo abbiamo anche visto nel romanzo della Bestia. E’ qualcosa che crea paura, una creatura legata all’oscurità delle notti, un feticcio feroce che volevamo imitare per superare la nostra debolezza umana. Infine è qualcosa di magico, degno di venerazione per la fedeltà che dimostra al branco e alla compagna, con grande capacità di lavorare in gruppo e di sorprendere le prede con tattica e sagacia. A differenza dei cani, i Lupi sono difficili da addomesticare e mantengono sempre un nobile distacco verso il capobranco umano, sempre che ci accettino come capi, è ovvio.
Cosa mi dici della letteratura a tema?
Ah beh, un po’ come per i nostri nemici giurati, le zecche – senza offesa Corday! – anche noi Lupi mannari siamo presenti nella storia fin dall’antichità, ma a noi sono giunti testi medievali, bestiari più che altro, ispirati ai classici greci. Uno dei primi romanzi che parla di licantropi è, lo Scapin di Molière che si trasforma in un lupo mannaro per sfuggire alle trappole, poi abbiamo Miguel de Cervantes, che cita il lupo mannaro in Le opere di Prezzemolo e Sigismunda. In La duchessa di Amalfi di John Webster, Ferdinando è un licantropo che dissotterra cadaveri, ulula e la sua pelliccia è nascosta sotto la sua pelle.
A metà del 1800, la letteratura romantica si arricchisce di soprannaturale, sono gli anni in cui arrivano i racconti gotici e non può mancare Hughes-le-loup di Erckmann-Chatrian o Le Loup Garou di Roger Vitrac, scritto più avanti, nel 1938.
Arriviamo al dopoguerra, al 1947, anno in cui escono due romanzi: Un re senza spettacolo di Jean Giono, in cui il protagonista è un serial killer lupo e un altro Le loup garou, di Boris Vian, che narra la vita di un lupo condannato a trasformarsi in uomo nelle notti di luna piena, ribaltando quindi la normale credenza per cui fossero gli uomini a trasformarsi in lupi con il plenilunio.
Da quel momento è un succedersi di testi sulla licantropia, da Patricia Cornwell a JRR Tolkien, per poi passare a Harry Potter e a Twil…
No no fermo, per carità, non nominare quella cosa in mia presenza!
Beh allora nomino il maestro Stephen King, che nella sua prolifica produzione ha spaziato in ogni creatura soprannaturale e, se non avesse dedicato un’opera anche a noi, mi sarei offeso. Se mi permetti, vorrei citare due pietre miliari del cinema. La prima è Un lupo mannaro americano a Londra, in cui assistiamo a un licantropo classico, la seconda e qui so che ti scioglierai in brodo di giuggiole, perché è il tuo film preferito, è Lady Hawke, in cui il protagonista maschile, maledetto dal Vescovo di Aguillon, è costretto a trasformarsi in un lupo ogni notte.
Bene, questo è quanto racconta la storia e la fantasia, ma tu chi sei?
Beh, io sono come tu mi hai creato, una creatura soprannaturale dell’universo di Memorie dal Buio. Abbiamo una nostra storia, anche se con diverse versioni, e una lotta interna sulle origini; abbiamo soprattutto le nostre leggi, fatte dai Puri, ovvero coloro che sono nati da genitori licantropi. Si chiamano così per distinguersi dagli Impuri, nati da una contaminazione del sangue, tramite morso per lo più. In fondo è il meccanismo classico di contagio della Rabbia, se ci pensi bene. Io poi ho un ulteriore problema, perché prima di sopravvivere a un morso di licantropo ero anche un Mistico, quindi ora in me vive la doppia natura, una situazione di ibridazione ancora poco conosciuta nell’ambito dei romanzi.
E che, aggiungo io, verrà spiegata tassello dopo tassello. Vuoi parlarci della luna piena?
Il nome ufficiale dei licantropi è Figli della Luna. A differenza di un Puro, che può anche non trasformarsi durante il plenilunio, gli impuri sono obbligati a farlo, è una pulsione incoercibile che ci assale, anche quando proviamo intense emozioni di paura o rabbia. A differenza di quello che dice il folklore però, tutti possiamo trasformarci anche in pieno giorno o in notti di luna diversa. La luna richiama le maree e la fantasia dei poeti, a noi impone di correre per le foreste e liberare i nostri istinti, forse per poterli meglio amministrare durante il resto del mese, avendo questa valvola di sfogo. Correre insieme rafforza il branco, appiana le divergenze e rilassa le tensioni.

Foto dal Web E i tuoi poteri quali sono?
A parte un certo ascendente sugli altri animali, quello che ci caratterizza principalmente è un miglioramento fisico per quanto riguarda forza, resistenza velocità e capacità di guarigione dalle ferite. I nostri sciamani hanno accesso alle magie naturali della terra e i più anziani e potenti arrivano a sviluppare poteri mentali in grado di modificare ricordi e percezioni negli umani. A differenza delle zecche, non siamo immortali, ma ci è concessa una vita media attorno a 120 anni, con l’invecchiamento rallentato a partire dalla maturità, dai 20 anni.
Quanto ti trasformi, cosa diventi? Cosa provi?
Io che sono Impuro, divento un lupo, ma i puri possono anche scegliere di divenire un ibrido colossale, due metri e mezzo di pura forza, in quella che chiamiamo la forma da Battaglia e che viene tradotta con tanti nomi diversi nel mondo.
La trasformazione non è dolorosa, ci vuole un minuto o due sia divenendo lupo che tornando umano. Quando sono lupo… beh percepisco il mondo in toni di grigio con qualche tocco di rosso, ma la notte vedo molto meglio e tutti i miei sensi, già di per sé acuti, divengono ancora più sensibili. Quello che provo è difficile da spiegare: libertà forse, serenità, ma anche una profonda comunione con ciò che mi circonda, anche se sto per ucciderlo e mangiarlo. Sono sempre io, ho i miei ricordi e i miei pensieri, ma sono anche un lupo e sento il respiro della foresta.

Foto dal Web, Tiano in una tipica giornata “no” 
