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Gli appassionati di mistero lo sanno perfettamente. La storia ci ha consegnato una serie di oggetti “sbagliati” per forma o uso nel loro contesto storico. Si chiamano OOPArt (Out Of Place Artifacts) e non dovrebbero essere stati inventati o rappresentati. Ma sono davvero oggetti misteriosi, o hanno una spiegazione logica? Vediamoli insieme, analizzando i fatti e la leggenda. La conclusione? Traetela voi! La mia sarà in fondo all’articolo. Organizzerò l’esposizione dividendo i vari OOPArt in tre gruppi: quelli che ancora richiedono analisi scientifiche, quelli dichiarati falsi e quelli perfettamente coerenti col loro tempo.
REPERTI DA ANALIZZARE

Foto dal Web - Cusco (antica capitale del Perù) e altri siti. Ci troviamo sui monti delle Ande, in una località chiamata Hatun Rumiyoc dove enormi complessi costruiti con blocchi di diorite, pesanti anche diverse tonnellate, sono stati sagomati e modellati con estrema precisione, quasi non umana, per le tecnologie dell’epoca. L’attribuzione che va per la maggiore è che siano degli Incas, nonostante presentino misure spesso colossali, anche nell’altezza delle porte. E’ difficile datare la pietra, in ogni caso il livello di organizzazione sociale e tecnologica per sagomare e movimentare blocchi di tale peso è notevole.

Foto dal Web - Puma Punku, Bolivia. La “Porta del Puma” è attribuita alla civiltà Tiahuanaco nel 5° e 6° secolo AC, responsabile di diverse costruzioni megalitiche in arenaria.

Foto dal Web - Nan Madol e altri siti in Micronesia. Ci offre le rovine di un grande tempio in basalto, 90×20 metri, con mura di nove e spesse mezzo metro. Sulle pareti sono tuttora visibili i resti di alcune incisioni che rappresenterebbero molti simboli sacri di Mu, la città nemica di Atlantide. L’edificio presentava canali e fossati, sotterranei, passaggi e piattaforme, e il tutto è chiaramente testimone di un elevatissimo livello architettonico.

Foto dal Web - Il mortaio con pestello della Table Mountain (California). E’ stato ritrovato nella contea di Tuolumne, in uno strato di roccia risalente al Terziario e datato quindi tra i 33 e i 55 milioni di anni. Nonostante non sia ancora stato ufficialmente analizzato, sull’oggetto non ci sono segni di lavorazione umana quindi sarebbe un caso di modellamento naturale che ha dato questa insolita forma alla pietra.

Foto dal Web - Le nanospirali. Nel letto del fiume Narada in Russia sulla catena degli Urali, sono state ritrovare strutture spiraliformi lunghe da pochi centimetri e pochi millimetri in rame, tungsteno e molibdeno. gli scienziati sarebbero anche pronti ad analizzarli, ma… non si sa dove siano finiti!
- I tubi di Baigong in Cina. Si tratta di tubi metallici rinvenuti in una grotta nella provincia di Qinghai, e nelle vicinanze, sono stati accreditati come antiche condutture. Ulteriori studi sono impediti dal fatto che le autorità cinesi usano già il sito come attrazione turistica.
- Una protesi metallica, in una mummia egizia. Si tratta di una gamba artificiale in ferro, lunga 23 centimetri, infissa nella gamba della mummia del sacerdote Usermontu risalente alla XXVI dinastia egizia (656 a.C. -525 a.C.). Gli archeologi tuttavia ritengono che fosse un’aggiunta postuma, per garantire integrità al corpo in vista della resurrezione.
- Il Fuente Magna un vaso ritrovato in Bolivia nel 1950 con presunte incisioni in cuneiforme sumero e proto-sumero. Non resta che attendere la parola dei linguisti e la datazione del reperto!
REPERTI ANALIZZATI

Foto dal Web - La batteria di Baghdad. Datata tra il 250 a.C. e il 250 d.C., è formata da una giara in ceramica contenente una guarnizione di metallo che avvolgeva un cilindro in ferro che a sua volta aveva un tappo in asfalto. Se tra questi strati viene versato un composto acido, produrrebbe un’energia paragonabile a quella della nostra pila Zinco-Carbone. Potrebbe essere stata usata per la placcatura del metallo (per zincarlo e renderlo meno soggetto all’erosione da ruggine), ma altri studiosi ritengono fosse solo un sistema per la conservazione di rotoli di papiro.

Foto dal Web - Il vaso di Dorchester, Massachusetts (USA) e le pietre di Ica, Perù, raffiguranti scene risalenti a 66 milioni di anni fa sono stati riconosciuti come falsi moderni. Stesso destino per il Martello di London (foto precedente) e il presunto dito umano fossile (foto successiva), risalente a 100 milioni di anni fa e ritenuto, a seconda delle opinioni, un carapace fossile o semplicemente una pietra con una forma interessante. Altro falso è il Papiro Tulli, un documento egizio che descriverebbe degli UFO.

Foto dal Web - Il Teschio dello Zambia, o “Teschio di Broken Hill”. E’ un cranio umano che si dice risalente a 150-300.000 anni fa che presenta sulla tempia sinistra un foro perfetto, privo di linee radiali, come quello lasciato da una ferita d’arma da fuoco. La scienza ritiene che si tratti di un canino di grosso predatore o un foro artificiale, una sorta di trapanazione del cranio come estremo tentativo di cura.

Foto dal Web - Geode di Coso, inizialmente datato come antico di 500 000 anni, presentava all’interno un cilindro metallico. Una volta stabilito che il cilindro fosse una candela per motore, non è rimasto che chiarire che la roccia non era un geode vero, ma un grumo di creta.

Foto dal Web - I teschi di cristallo, attribuiti a civiltà precolombiane, sono in realtà falsi fabbricati a partire dalla seconda metà del XIX secolo.

Foto dal Web - Le sfere metalliche di Klerksdorp, Sudafrica. Alcuni pensano essere opera dell’uomo, poiché una di esse presenta tre scanalature parallele attorno al suo equatore. Le sfere furono rinvenute in un deposito minerale del Precambriano, datato 2,8 miliardi di anni. Alcune hanno un guscio sottile circa 6 millimetri e mezzo e, quando vengono rotte, le cavità sono riempite con uno strano materiale spugnoso che si disintegra a contatto con l’aria polverizzandosi. A quanto riferisce Roelf Marx (curatore del museo South African Klerksdorp), la sfera in esposizione ruota per conto suo, chiusa in una vetrina da esposizione, senza vibrazioni esterne. I geologi però concordano sul fatto che tali sfere non sono dei manufatti ma sono il risultato di processi naturali.
- La cosiddetta mappa del Creatore (nota anche come pietra di Daška), ritrovata nella Baschiria in Russia, nonostante sia stata spacciata come antichissima (20 milioni di anni!) e raffigurante delle canalizzazioni misteriose sotto il terreno, non mostra avere reale esistenza.

Foto dal Web - Dinosauri nell’epoca storica. Le statuette di Acambaro, cittadina nei pressi di Guanajuato nel Nuovo Messico, furono scoperte nel 1945 e raffigurerebbero dei dinosauri tra cui un brontosauro, un anchilosauro e un iguanodonte e datate da analisi scientifiche a circa 2.500 anni fa. Sono considerate dagli antievoluzionisti una prova della contemporanea esistenza di esseri umani e dinosauri, mentre gli archeologi le considerano dei falsi. Sotto, la foto di un dettaglio di uno del templi del complesso di Angkor Wat.

Foto dal Web I dischi di Bayan Kara Ula (internazionalmente noti come dischi dei dropa), che si afferma ritrovati presso la località di Nimu, nella regione cinese del Sichuan, dischi di pietra bucati al centro e interpretati come manufatti extra-terrestri. In realtà furono inventati da David Gamon (che si firmava David Agamon) per vendere il suo libro.

Foto dal Web - L’elicottero e il carro armato incisi su di un bassorilievo nel tempio di Abido, rivelatisi un’immagine “creata” casualmente dalla sovrapposizione di due strati di simboli.
- La mappa di Piri Reis (1513), che secondo alcuni rappresenterebbe l’Antartide quando ancora non era conosciuta; è ormai accettato e accertato che raffiguri le coste dell’America.
- La Colonna di Ferro in India, risalente almeno al 423, una colonna in ferro alta 7 metri dal peso di 6 tonnellate che non è arrugginita nonostante 1600 anni di esposizione al clima monsonico, a causa di una “pellicola protettiva” formatasi come conseguenza dell’uso di materiali con impurità nel processo di fusione.
- Il modello di Aliante di Saqqara ritrovato in Egitto nella tomba di Pa-di-lmen, risalente al 200 a.C.. È un oggetto molto leggero, presenta ali dritte, che sembrano disegnate aerodinamicamente. Ricostruzioni in scala reale hanno dimostrato che non sarebbe mai stato in grado di volare e nemmeno di planare. Si tratterebbe probabilmente di un giocattolo o di una decorazione riproducenti un uccello stilizzato, una figura classica dell’iconografia egizia.

Foto dal Web - La città sommersa di Bimini. Negli anni 1960 dei sommozzatori scoprirono al largo dell’isola di Bimini una zona apparentemente pavimentata, con colonne parzialmente abbattute, e si convinsero di aver scoperto Atlantide o un’altra città perduta. In realtà la pavimentazione non era altro che una formazione rocciosa di origine vulcanica simile a quella della Giant’s Causeway irlandese, e i “pilastri” erano comuni bidoni riempiti di cemento indurito, usati come pesi nel vicino porto e in seguito scaricati in mare.
REPERTI COERENTI COL TEMPO

Foto dal Web - La macchina di Anticitera. E ‘un meccanismo per il calcolo astronomico recuperato in un relitto al largo della Grecia e risalente all’87 a.C. Ben lontano dall’essere un mistero, ha dimostrato dolo che i popoli antichi avevano conoscenze astronomiche superiori a quanto ritenuto finora.
- L’Isola di Pasqua. Sono ormai spiegati e svelati, i moai, così come i sistemi con cui vennero creati e messi in opera e la successiva catastrofica decadenza di quella civiltà, legata ad uno sfruttamento intensivo delle risorse, fino al loro completo esaurimento. Rimane invece ancora piuttosto controversa l’origine ed il significato della scrittura isolana chiamata rongorongo, di cui esistono poche testimonianze affidabili.

Foto dal Web - Le lampade di Dendera, oggetti oblunghi nascenti da un fiore di loto e contenenti un serpente, raffigurati in un bassorilievo di un tempio dedicato alla dea Hathor a Dendera. Gli egittologi unanimemente interpretano il disegno come parte della mitologia egizia legata al djed e al fiore di loto. I sostenitori della pseudo-archeologia invece vi vedono grandi lampade collegate con dei cavi a un generatore elettrico. Stesse ipotesi per un altro bassorilievo, sempre nel medesimo complesso, in è raffigurata una sfera con all’interno un fulmine.

Foto dal Web CONCLUSIONI

Foto dal Web Abbiamo visto quanti misteri ancora ci sono al mondo e, al di là di come essi possono stimolare la fantasia, quella di uno scrittore fantasy in particolare, occorre guardare il tutto con logica e separare l’immaginazione dalla realtà. Un mistero resta tale fino a che non viene dimostrato scientificamente il suo segreto, poi va accettato per quello che è. Una cosa che mi dà molto fastidio dei sostenitori delle ipotesi alternative, è la costante denigrazione dell’ingegno umano. L’erezione delle piramidi? Alieni! Le costruzioni in meso america? Alieni! Computo astronomico di Anticitera? Alieni! Rappresentazioni del sole (foto sopra)? Sono ingranaggi!

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Foto dal Web Le varie statue in giro per il mondo poi non sono che rappresentazioni di alieni con tute spaziali, scafandri o giganti, tralasciando di nuovo genio e fantasia umane nell’inventare storie e nel cosiddetto “problem solving” di cui Leonardo da Vinci fu un precursore a tutti noto, ma che ebbe un valente antenato in Imhotep e chissà quanti altri normali esseri umani con una grande intelligenza, che la storia ha semplicemente dimenticato.

Foto dal Web Forse il proliferare di tante teorie, che rendono complicato qualcosa che è semplice, come l’aeroplanino qua sopra, che in realtà rappresenta un uccello, riflettono la sconcertante necessità di convincersi che esista una civiltà antecedente, superiore o aliena che ha iniziato la nostra civiltà e che tornerà a vedere come ce la caviamo, salvandoci dal degrado che stiamo vivendo.

Foto dal Web Io sono invece una convinta umanista, che attribuisce all’uomo tutti i suoi successi e, per carità, anche tutti i suoi fallimenti. Sono convinta che la storia abbia conosciuto geni e che anche l’uomo primitivo abbia riflettuto su come modificare oggetti e natura per risolvere delle necessità. Sono convinta che l’uomo sia in grado di fare cose straordinarie e chi lo nega con la sola scusa che lui stesso non lo saprebbe fare, sta compiendo il più grande errore di valutazione!
Una sola cosa mi lascia perplessa e sarà oggetto di un prossimo articolo: gli uomini con ali!
A presto dunque nella finestra sui misteri e l’occulto!
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Foto dal Web Ogni autore emergente sa che la promozione del proprio lavoro letterario è quasi del tutto a carico suo. Sono poche le Case Editrici che premono sulla promozione social e tramite eventi, dedicando a ogni autore il giusto spazio. E allora che si fa? Una delle strategie più accreditate è la creazione di un video promozionale, da caricare su Youtube e poi condividere sui social. Assemblare un video è tecnicamente molto semplice, se ci riesco io che ho il senso tecnologico di un criceto sulla ruota, ci riescono tutti. Il difficile è l’approccio artistico, il riuscire a dare in pochi minuti l’idea del romanzo e renderlo accattivante. Vediamo qualche trucco e consiglio, intervallati da video che ho realizzato in questi anni per varie attività. Ne trovate altri sparsi nel blog: per quelli di memorie dal Buio nell’apposita sezione, per quelli delle altre attività nella sezione “la mia vita”.
Promo per La Bestia. Archivio personale. Quale programma usare. Beh io uso il vecchissimo Windows movie maker, che non è più in distribuzione, ma che era gratis nel vecchio PC. Si possono scaricare dei creatori di filmati gratuiti in rete, basta chiedere ad Aranzulla una disamina, in modo da scegliere quello che fa per noi. E’ chiaro che quelli gratuiti avranno meno funzionalità di quelli a pagamento, ma in fondo non dobbiamo realizzare una puntata di Stranger Things, ci può anche andare bene un semplice assemblatore di foto e filmati che consenta qualche transizione, ma soprattutto, l’inserimento di musica. La maggior parte poi può farci scegliere la durata di esposizione della singola foto, meglio ancora se permettono qualche manipolazione sul video e la musica, in questo modo potrò dare anche un ritmo al mio lavoro. Lento e solenne? Rapido e incalzante?
Che musica scegliere. Musica e immagini hanno un problema ulteriore… il Copyright. Normalmente l’uso di qualsiasi creazione frutto dell’ingegno altrui va retribuita, ma a volte gli autori chiedono anche diverse centinaia o migliaia di euro per i loro lavori. A me è capitato per una foto subacquea, neanche particolarmente esclusiva o con esposizioni o accorgimenti artistici da premio Pulitzer, per la quale chiedevano 400 euro. E’ pur vero che nessuno dirà nulla se si usa una musica per fini non di lucro, ma se volessero impuntarsi, legalmente avrebbero ragione, specie perché stiamo usando effettivamente la musica per monetizzare il nostro lavoro. Per fortuna, in rete ci sono molte musiche free e, sempre per fortuna, per lo più Youtube blocca una musica solo se l’autore ha inserito una clausola di non uso. In quel caso, il tubo vi avviserà che c’è una violazione del copyright. Dal punto di vista artistico, la musica va scelta per sottolineare il nostro lavoro, non rubargli la scena, quindi è consigliabile mettere una melodia senza parole e che sia un sottofondo adatto all’ambito del libro.
Filmato per il primo anno e mezzo di mio figlio. Archivio personale Che foto inserire. Il discorso Copyright vale chiaramente anche per foto e video. Magari qualche vostro amico realizzerà per voi un video o un lavoro grafico, o anche un pezzo musicale e, in quel caso, nei crediti a fine video si potrà inserire la “gentile concessione”. La scelta delle foto deve anch’essa essere ispirata all’argomento del libro e incuriosire senza svelare. Dal punto di vista tecnico, le foto vanno ribasate al medesimo numero di pixel (o similare), con particolare attenzione alle foto verticali che potrebbero presentare le bande laterali nere che, in alcuni casi, sono funzionali, per esempio se le uso per metterci accanto delle didascalie in verticale, ma per altri casi sono poco estetiche. Tenete poi conto che se la foto è grande e la rimpicciolisco lavorando sui pixel (io uso il vecchio e scrauso Paint, non serve Photoshop), il risultato sarà ottimo, ma se da piccola la ingrandisco, è facile che diventi sgranata. Se poi tutto il video avrà un sapore seppiato di secoli passati, può anche essere coerente, ma se si alternano foto nitide e foto sgranate, il risultato non sarà mai ottimale. Il numero di foto dipende dalla lunghezza di esposizione che imposterò nel video, se metterò apparizioni brevi, di 1 secondo, per 1 minuto di promo avrò quindi 60 foto un ritmo incalzante e ubriacante. Se lascio ogni foto 5 secondi, chiaro che per 1 minuto di promo ne userò solo 12.
Girare un corto. Di tutti i modi di promuovere il libro, girare un corto è sicuramente il migliore e più costoso: servono costumi, attrezzature e attori. Eh sì, perché può anche fare il lavoro “amiocuggino”, ma se poi il risultato è una traballante imitazione di Blair Witch Project con al di sotto un commento infarcito di cadenze dialettali, sarà controproducente. Avendo la possibilità di fare un buon lavoro, si può quindi girare interamente un corto o anche solo pochi fotogrammi da intercalare con le foto. Si possono comunque fare ottimi lavori con un cellulare e, se possibile, un drone. Occhio che per farlo volare servirebbe un patentino e, se siamo in città o nei centri abitati, pure il permesso.
Video di denuncia sociale, immagini forti. Archivio personale. (tasto destro, copia URL e incollate in altra scheda) La sceneggiatura. Veniamo alla parte meramente artistica, ovvero la successione di foto e/o filmati che costituiranno il cuore della promo. Innanzitutto si deve scegliere un filo narrativo in base al messaggio che si vuole offrire, quindi potremmo andare in crescendo col ritmo e la velocità per poi fermarsi sul più bello e lasciare al lettore la voglia di proseguire (è quello che si vede nelle mie promo). Si può fare una veloce narrazione della trama, con l’accortezza di non svelare nulla per non togliere la sorpresa (magari per un romance). Oppure si possono presentare delle brevi suggestioni del romanzo, per far assaporare l’ambiente, il clima, più che la trama stessa (per esempio in un Horror o un soprannaturale).
Le didascalie. Inserire parole o no? Questo è il dilemma. Io di solito le inserisco, per dare un’idea del romanzo, ma è chiaro che non possiamo mettere dei wall of text di venti righe, altrimenti la promo sarà noiosa. L’ideale sono brevissime frasi, bilanciate con la lunghezza della slide. Se ho impostato un ritmo serrato e le slide scorrono per 1-2 secondi l’una, non si potrà leggere altro che una parola, se restano alcuni istanti, anche 5-7, potrò vedere l’immagine e godermela (magari con una transizione in allontanamento da un punto focale) e al contempo leggere la didascalia.
Promo per la giornata di danze ottocentesche al Castello di Piea. Archivio personale. 
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Foto dal Web La prima volta in cui ho visto fiori in un piatto, era un’insalata mista confezionata all’Esselunga (tra l’altro un market in centro a Milano, non certo qui in campagna) e conteneva per lo più violette. Una volta assaggiati, non avevano alcun sapore, parevano insalata, ma studi successivi mi hanno fatto capire che il problema non sono i fiori, ma la loro coltivazione; esattamente come un latte di malga o un burro d’alpeggio sono più ricchi di sapore di un panetto industriale, così fiori coltivati nel giusto modo e consumati appena colti, mantengono profumo e fragranza tale da arricchire i piatti.
Inizierei con un’avvertenza doverosa: alcuni fiori sono anche mortali, se ci va bene tossici, quindi il consumo va limitato a quelli che si conoscono, esattamente come per i funghi, per i quali consultiamo guide illustrate ed esperti micologi. Ecco quindi le mie raccomandazioni:
- verificare il tipo di fiore
- mangiare solo fiori coltivati in proprio o venduti apposta per il consumo, quelli del fiorista son trattati con prodotti chimici
- non cogliere fiori per strada o in giardini pubblici, perché esposti a inquinamento, disinfestanti e contaminazione biologica (urine di animali)
- consuma i petali, rimuovendo gambi e pistilli
- in caso di allergie, non consumare i fiori di campo cui si è allergici e, in ogni caso, introdurli lentamente nell’alimentazione.
Vediamo ora un elenco alfabetico dei fiori eduli:

Foto dal Web Acacia – Ha fiori a grappolo bianchi e dall’aroma intenso che si mantiene bene in una frittura leggera. Nei nostri climi si trovano ovunque le Robinie fiorite in primavera.
Allium – Comprendono una vasta famiglia: porri, erba cipollina, aglio ecc e sono sono edibili e gustosi in ogni loro parte.
Aneto – Fiori gialli erbacei di sapore, di solito si usa il resto della pianta in cucina, ma anche i fiori non si buttano.
Angelica – Ha molte varietà cromatiche, dal lavanda/blu al rosa acceso. Il sapore ricorda la liquirizia.
Basilico – ha fiori che variano dal bianco al rosa al blu. Come per tutti i fiori di piante aromatiche, il sapore è simile alle foglie, ma più debole, ottimi per dare un tocco delicato e per ornare i piatti.
Borragine – Interessante contributo blu di colore, il fiore sa di cetriolo, ma attenzione, è uno dei fiori che causa allergia nel complesso delle graminacee stagionali.
Calendula – Da utilizzare in cucina assolutamente. Il gusto è piccante, sapido, pepato. Il colore dorato aggiunge un tocco di sole. Normalmente la pianta è usata per le sue proprietà lenitive sulla cute.
Camomilla – Ricorda la margherita. I fiori hanno un sapore dolce e vengono spesso utilizzati negli infusi, con proprietà calmanti e lenitive.
Cerfoglio – I fiori hanno gusto delicato con una nota di anice.
Cicoria – Amarognola anche nei petali e boccioli, anche più della foglia, ma si usano anche in salamoia.
Citrus – Che siano di aranci, limone, pompelmo, cedro o kumquat, i fiori sono dolci e molto profumati e richiamano orde di insetti impollinatori. Tendono a coprire i sapori dei piatti, quindi vanno ben dosati. Poi, ogni fiore tolto è un agrume in meno!
Coriandolo – Per quanto riguarda foglie e fiori, sebbene alcuni ricettari consiglino di sostituirlo col prezzemolo, vista la non facile reperibilità, non siamo davanti al medesimo sapore che ha una nota erbacea pungente. Da utilizzare freschi: scaldandoli perdono il loro fascino. Sono una costante nei piatti di cucina messicana, a crudo, per dare una nota fresca ai tacos. I semi sono tutta un’altra storia e, pestati, rivelano un gusto sorprendente nei piatti.
Crisantemo – Purtroppo è po’ amaro, ma la varietà di colori è un arcobaleno, sebbene nella nostra cultura spesso l’odore e la vista del fiore sia associata ai cimiteri. Il sapore va dal piccante al pungente.
Dente di leone – I boccioli si possono mettere sottaceto. La salsa di fiori di tarassaco è usata sulla pasta, una sorta di pesto, come sapore siamo simili alla cicoria.
Finocchio – Ha fiori gialli con un deciso sapore di liquirizia e anice e un bel colore viola.
Fiordaliso – Erbaceo nel sapore, i petali sono commestibili. Da evitare il gambo che è amaro.
Fiori di zucca – Gli utilizzi nella cucina italiana sono innumerevoli, fritti, in pastella, in frittata o ripieni. Rimuovere sempre gli stami.
Garofano – I petali sono dolci e l’aroma molto profumato, ma non così intenso come il seme, il Chiodo di Garofano.
Gelsomino – Questi fiori molto fragranti vengono utilizzati nel tè, ma si possono usare anche nei dolci. Attenzione a non pasticciarli troppo, altrimenti prendono un dolciastro che ricorda un po’ la decomposizione.
Girasole – I petali sono eduli e il germoglio può essere cotto a vapore, come il carciofo.
Gladiolo – Anche se il sapore è molto debole, possono essere usati come contenitore in cui mettere una farcia, o i loro petali usati per ingentilire un’insalata.
Glicine – Ha fiori a grappolo nelle tonalità del viola, ma anche bianchi, con un profumo intenso. Si usano fritti con una leggera pastella tipo tempura.
Ibisco – Anche questo utilizzato nel tè, ha sapore vivace, acidulo e piace un sacco a iguane e tartarughe!
Issopo anice – Sia il fiore che le foglie hanno un buon gusto di anice o liquirizia.

Foto dal web Lavanda – E’ un fiore decisamente versatile. Dolce, ma al contempo speziato e profumato. Essiccato, va sia negli infusi che nei cassetti come profumatore e anti tarma. A Marsiglia fanno un biscotto tipico all’aroma di lavanda, le “navette”.
Lilla – L’odore pungente, molto intenso, ma l’aroma agrumato è piacevole.
Margherita – Il sapore non ricorda affatto le simili camomille, sanno di poco, ma fanno scena come guarnizione.
Menta – L’aroma non si discosta dalla pianta, ma più delicato.
Monarda – Ha fiori rossi con sapore di menta.
Nasturzio – Sicuramente di grande impatto per il colore, è uno dei più famosi fiori eduli, col suo sapore dolce ma dal retrogusto piccante come ci si aspetta da un peperoncino. Nn si usa nei dolci di sicuro, ma per la cucina salata sono molto versatili.
Ravanello – Offre un bouquet di diversi colori, coi fiori dal netto sapore pepato e piccantino, come il tubero.
Rosa – I petali sono assolutamente versatili con usi in cosmetica, distilleria e per bevande, dolci e marmellate. Pare che il sapore è più intenso sia nelle varietà più scure.
Rosmarino – I fiori sono di un sapore più delicato rispetto alla pianta, ma usati per guarnire, completano il piatto.
Rucola – I fiori sono piccoli col centro nero. Il sapore è pepato e ben più intenso (strano a dirsi) delle foglie che normalmente sono usate nelle insalate.
Salvia – Ha sapore simile a quello delle foglie, ma più delicato.
Sambuco – Fiori stagionali bianchi con un profumo molto intenso che si deteriora prestissimo. Ideale per profumare dolci e biscotti come i famosi Pan mejini.
Trifoglio – I fiori sono squisiti per la loro dolcezza con note di liquirizia. Da piccola li mangiavo staccando i petali e succhiando il nettare zuccherino. Magari ricordate Tamburino in Bambi, che mangiava sempre i fiori perché le foglie non gli piacevano e la mamma lo rimproverava!
Verbena odorosa –I fiori bianchi hanno aroma di limone. Ottimo il tè e nei dolci.
Viola – Adorabile nella forma e nelle varietà di colori, è anche deliziosa, con un sapore delicato di menta. Ideale per insalate, pasta, piatti a base di frutta e bibite.
La ricetta di Zel
MARMELLATA DI VIOLETTE

Foto archivio personale La ricetta è molto semplice, ma è anche facile sbagliarla. Sicuramente la resa è molto scarsa perché con 100 gr di violette (e per fare 100 gr ce ne vogliono di fiori!) e 200 di zucchero in 100 ml di acqua, viene giusto un vasetto. Il colore poi prende un marroncino poco edificante, perde tutto il colore dei fiori, ma il profumo resta.

Foto archivio personale Diverso il discorso se volete rendere la confettura più corposa unendo una mela, avendo cura di frullarla o di metterla a cuocere già grattugiata come si fa per i bambini. La mela però, per non divenire scura, necessita di essere trattata col limone, quindi aspettatevi un sapore più acidulo e una base di fondo “alla mela” che può piacere o meno. A me non molto.
Dicevo, è facile sbagliare la cottura perché i petali, a differenza della frutta con cui normalmente si fa la marmellata, non rilasciano acqua e quindi il passaggio da “composta perfetta” a “blocco cristallizzato di zucchero alla viola” è molto facile, direi che avviene in pochi secondi nel momento in cui evapora quel tanto in più di acqua in cottura. Quindi va seguita e mescolata bene, non va persa di vista come faremmo per altre confetture e la fiamma va tenuta svenevolmente bassa.

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Foto dal Web Quando le persone entrano a casa mia, sanno che il caffè non esiste, ma che troveranno una vasta varietà di tè e infusi per ogni gusto. In famiglia adoriamo il tè in ogni sua declinazione e le antiche tolle decorano i pensili, così come una raccolta di bustine è diventata dei quadri alla parete, come collage colorato. Prima ancora di sposarmi, ho iniziato una raccolta su tè e tisane che ancora occupa un posto d’onore nella mia biblioteca di cucina. La mia passione per il tè nasce dall’incredibile varietà di aromi che una sola bevanda può offrire a partire da cultivar diverse di Camellia sinensis per passare alle differenti lavorazioni e alle diverse essiccazioni o fermentazioni e, infine, ai diversi aromi che possono essere aggiunti, da spezie a frutti e fiori, per renderlo unico.
Non è solo la ritualità della miscelazione che mi affascina e che mi ha fatto elaborare una “cerimonia del tè” tutta personale, è anche la cura nel servire a ciascuno il tè più giusto per lui e per le sue esigenze mediche. Eh sì, il tè è anche una medicina per molti disturbi fisici e psicologici, ma andiamo a vedere cosa ci offre questa semplice e discreta pianta, con le sue foglie verde intenso e brillante e i suoi semplici fiori bianchi e delicati.

Foto dal Web La pianta, come dice il nome, è originaria della Cina, ma ormai è coltivata in ogni regione della terra che abbia colline soleggiate e un clima tropicale, tanto che, dopo l’acqua, è la bevanda in assoluto più diffusa, anche perché in quei paesi in cui è consigliabile far bollire l’acqua, prima di consumarla, aggiungere foglie di tè rende quel liquido caldo più sopportabile.
Curiosità: verso la fine del 1800, a Pavia il direttore dell’orto Botanico Giovanni Briosi tentò la coltivazone del tè, ma solo attorno al 1920 Gino Pollacci ci riuscì e creò la nuova varietà Camellia sinensis ticinensis; oggi due appezzamenti di diversi ettari stanno per partire a Lucca e in Val d’Ossola. Presto vedremo le intense fioriture di maggio e ottobre anche in Italia!
I tè si divide in SEI tipi base, tutti ottenuti dalla medesima pianta, ma con diverso sapore a seconda del grado di ossidazione delle foglie (fermentazione):
- nero
- verde
- oolong
- bianco
- giallo
- postfermentato
Facciamo un po’ di chiarezza coi nomi. Quello che in occidente è il tè NERO, in realtà è il Rosso ed è fermentato, mentre i verdi non sono fermentati, oolong (detto anche Blu) e gialli sono semi fermentati e il Pu’er (vero nero) è post fermentato. I bianchi, infine, i più pregiati, si ottengono solo dalle gemme delle prime foglie con una fermentazione parziale.
Curiosità: per noi il tè rosso è in realtà il Roobois, che non è originato dalla Camellia sinensis, ma da una pinata sudafricana, quindi è letteralmente, un INFUSO.
Che sostanze sono presenti nel tè? Sicuramente la Caffeina, anche se in misura inferiore rispetto al caffè, che è un alcaloide attivo sul sistema nervoso centrale, poi la teanina, aminoacido psicoattivo, la catechina, un antiossidante abbondante soprattutto nelle varietà verde e bianca, fluoruri e i due componenti caratteristici, entrambi alcaloidi stimolanti: teobromina e teofillina.
Gli effetti che la bevanda ha sul corpo dipendono dal tipo di tè, ma anche dall’infusione, per temperatura e durata. Infatti una infusione breve (entro 2 minuti), estrae soprattutto la caffeina, ma una più lunga (3-5 minuti) estrae l’acido tannico che annulla la caffeina, combinandosi con essa e annullando l’effetto stimolante. Questo tè tuttavia ha un sapore più amaro e che lega in bocca, ecco perché si aggiunge il latte o il limone che catturano l’acido tannico e lo fanno precipitare. L’effetto del limone nel tè si vede anche a occhio nudo poiché una infusione scura, con l’aggiunta di due sole gocce di limone diventa di diversi toni più chiara e limpida.

Foto dal Web Vediamo insieme le varietà commerciali più famose:
- Assam: tè nero indiano forte, dal sapore deciso e dall’aroma speziato. E’ il classico tè della prima colazione, guai a berlo la sera prima di dormire!
- Bancha: tè verde giapponese ricavato dall’ultimo raccolto del tè in ottobre dalla stessa pianta che dà la qualità sencha, ma di qualità inferiore sul mercato, infatti il suo nome significa “tè ordinario”. È considerata la più leggera qualità di tè verde. Il suo sapore è particolare, con un marcato odore di fieno.
- Ch’i-Men: tè nero cinese. Dopo l’ossidazione le foglie subiscono un primo processo di essiccazione, poi una selezione delle migliori gemme e quindi una seconda fase di essiccazione, che restituisce foglie arricciate, nere e sottili che danno un infuso ambrato, rossastro con note di rosa nell’aroma.
- Darjeeling: tè nero indiano molto pregiato, con un tipico aroma di uva e sapore deciso con retrogusto muschiato.
- Earl Grey: tè nero aromatizzato al bergamotto, un agrume molto aromatico che, tuttavia, consumato da solo è amarognolo e poco succoso. E’ una delle varietà di tè più diffuse e famose al mondo; prende il nome da Charles Grey, secondo conte Grey, nonché primo ministro britannico dal 1830 al 1834, che lo assumeva con questa fragranza.
- Gunpowder: rappresenta la varietà di tè verde cinese più bevuta nel mondo. Durante la lavorazione, alle foglie viene data la forma di piccole palline che si aprono durante l’infusione, che è meglio fare in teiere di vetro. L’infuso ha un sapore fresco e pungente. Più di tutti, grazie alla sua fermentazione e alle proprietà, è indicato per le diete drenanti.
- Gyokuro: tè verde giapponese, considerato uno dei migliori del mondo. A partire da tre settimane prima della raccolta, le piante vengono tenute all’ombra sotto grandi teli sostenuti da pali di bambù. Questo procedimento conferisce all’infuso il caratteristico colore verde brillante e il sapore leggermente dolce.
- Lapsang Souchong: tè nero cinese affumicato con un sentore forte caratteristico di legni aromatici, ma un sapore comunque delicato.
- Lu Mu Dan: tè verde cinese. Prima dell’essiccazione, le foglie di questo tè vengono legate insieme a fare un mazzetto che assomiglia a una peonia (da cui il nome Peonia Verde) che si apre quando messa in infusione.
- Lung Ching: tra i più conosciuti tè verdi cinesi del mondo. Viene essiccato a calore moderato e a mano in padelle semisferiche di ferro, che gli fanno mantenere forma piatta. Si raccoglie in primavera, quando la stagione è piovosa, scegliendo le foglie più tenere e giovani, quindi il risultato è un sapore fresco e delicato, su un tono chiaro.
- Matcha: tè verde originario della Cina, le cui foglie vengono prima cotte al vapore, asciugate e ridotte in polvere finissima. Usato principalmente per la cerimonia del tè giapponese. E’ caratterizzato da un sapore amaro.

Foto dal Web - Oolong: è un tipo di tè prodotto in Cina e a Taiwan, e si pone a metà tra il tè verde e il tè nero, perché ossidato solo parzialmente. In base al grado di ossidazione scelto, può sviluppare aroma floreale o fruttate, fino a un gusto tostato.
- Orange Pekoe: tè nero in foglia composto solo dalle ultime due foglie e dalla gemma apicale della pianta.
- Sencha: tè verde giapponese più diffuso nel paese. l’infuso verde chiaro ha un sapore fresco, seppur amarognolo come il Matcha. Le foglie sono raccolte in maggio e giugno e vengono lavorate per assumere la forma di aghi di pino.
- Shui-Hsien: varietà di tè oolong che origina un infuso di colore arancione chiaro, con note fruttate più o meno marcate.
INFUSIONE DEL TE’

Foto da Wikipedia Il tè è sostanzialmente un infuso delle foglie (ed eventuali altri aromi aggiunti), in acqua bollente, ma i tempi di infusione e le temperature condizionano la resa del prodotto. In più, per molti tè è possibile fare due o più infusioni con notevoli differenze di aroma tra una e l’altra. Gli inglesi usano riscaldare la teiera di ceramica con acqua bollente che gettano, prima di mettere le foglie di tè e successivamente l’acqua per l’infusione. I cinesi addirittura buttano la prima infusione e si riservano di bere la seconda o le successive.
Circa le dosi possiamo dire che ogni tazza di tè vuole un cucchiaino di foglie, ma chiaramente questo rapporto muta con la presentazione delle foglie, se sminuzzate o intere perché occupano diversamente lo spazio nel cucchiaino.
Normalmente i tè verdi e bianchi infondono per 2-3 minuti in acqua fatta raffreddare fino a 70°C, i tè neri anche solo 30 secondi in acqua bollente, questo perché nei tè più fermentati, serve temperatura maggiore per estrarre i fenoli aromatici. Al contrario, per mantenere la funzione antiossidante del tè verde e bianco, non bisogna stressare la foglia con temperature alte. Ultima nota riguarda i tannini, che vengono rilasciati dopo lunghe infusioni, ma che fanno parte dell’aroma dei tè neri, ma non dei verdi.
Un modo per gustare il tè, è assaggiare l’infusione ogni 30 secondi, apprezzando quella che è detta “agonia delle foglie” che espongono all’acqua diverse parti mentre si aprono e quindi fanno variare l’aroma.
Alcune varietà poi, infondono in acqua fredda e mantengono quindi la loro massima capacità antiossidante.
COSA AGGIUNGERE AL TE’
- AGRUMI (limone, bergamotto, scorza di arancia) per far precipitare i tannini nei tè neri e dare un sapore fresco.
- SPEZIE (cardamomo, cannella, chiodi di garofano, menta, pepe, zenzero) per sfruttare l’aroma e le proprietà delle spezie.
- FRUTTA (frutti rossi, mela, ananas) per un tocco fruttato o esotico.
- FIORI (gelsomino, lavanda, rosa, viola) per il profumo e le proprietà benefiche.
- ALCOOL cose da noi occidentali…
- LATTE o BURRO DI YAK per aggiungere proteine e nutrienti e legare i tannini.
- DOLCIFICANTI (zucchero, miele, agave, marmellata), se proprio devi…
DUE FAMOSE PREPARAZIONI
- CHAI – miscela di tè, spezie e latte
- TE’ AFRICANO – tè semplice, ma servito con una lunga cascata dall’alto per ossigenarlo.
PROPRIETA’ MEDICHE
Nonostante la medicina ufficiale non abbia confermato nulla, sono note alcune proprietà del tè, anche grazie a millenni di sapienza cinese.
- Astringenti: dovute ai tannini, soprattutto nel tè verde.
- Antidiarroiche: dovute ai tannini, soprattutto nel tè verde.
- Antibatteriche: inibisce la crescita dello Streptococcus salivarius, del mutans e dell’Escherichia coli. Inoltre pare inibire anche i batteri della placca dentale.
- Antiossidanti: grazie a polifenoli e catechine che inibiscono la perossidazione dei lipidi.
- Stimolanti del sistema nervoso centrale: dovute alla caffeina che agisce anche sul cuore con effetto intropo positivo (aumento della forza contrattile).
- Metaboliche: promuove la diuresi, glicolisi e lipolisi, oltre che la secrezione dei succhi gastrici.
- Prevenzione tumorale: dovute ai tannini, soprattutto nel tè verde grazie ai polifenoli, diminuendo la proliferazione e aumentando l’apoptosi (morte celluare) delle cellule tumorali. Questo vale per i tumori dello stomaco, intestino, colon, pancreas, polmoni e seno.
- Antinfiammatorie: grazie alle catechine che inibiscono l’adesione e la migrazione dei neutrofili, cellule di difesa che svolgono un ruolo chiave nel processo infiammatorio.

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Foto dal Web Prima di continuare a leggere, sottolineo di nuovo il fatto che tratterò un argomento sensibile, con espliciti riferimenti al sesso e alle parafilie, dunque è una lettura non consigliata a minorenni. Sapevatelo!
Ora proseguo. Ho scelto quella copertina che è la stessa del testo in mio possesso, quello della prima edizione (1787) con le illustrazioni di Jean-Jeacques Pouvert. De Sade infatti riscrisse il testo tre volte, ampliandolo di volta in volta tanto con avventure della malcapitata Justine (da cui il sottotitolo del libro: le disavventure della virtù), che con riflessioni filosofiche e (im-)morali sulla religione. Il Marchese De Sade, da cui è nato il termine “sadismo”, se non lo sapevate, era infatti un illuminista, rivoluzionario, profondamente anticlericale e non mancherà nelle sue opere, specie in questa, di mettere a nudo tutte le contraddizioni le ipocrisie della chiesa del suo tempo. A leggere bene tra le righe, ci accorgiamo che nulla è cambiato in 200 anni nella Chiesa. Ma veniamo alla trama.

Foto dal Web Justine e Juliette sono due sorelle, figlie di un ricco borghese e allevate nei migliori collegi religiosi di Francia. A seguito della bancarotta del padre e della morte dei genitori, si ritrovano sbattute per strada, ma mentre Juliette (che sarà protagonista di un libro tutto suo “La prosperità del vizio”) abbraccia una vita dissoluta, sensuale e impudica, uscendone ricca e felice, Justine, che mantiene saldi i principi religiosi inculcati nel collegio, finisce preda di una lunga sequela di pervertiti pescati a piene mani tra nobili, borghesi, spiantati e prelati, come a sottolineare che ogni classe sociale ha le sue devianze.

Foto dal Web La trama di per sé è solo un espediente per esternare il vizio e contrapporlo alla virtù della ragazza, si tratta di passaggi di mano della sventurata da un mostro all’altro, da ville nobili a conventi, in modo da avere la scusa di tratteggiare immense orge, illustrando a piene mani ogni sorta di devianza e gusto sessuale, inframezzandolo a riflessioni filosofiche sul male e sulla presunta pretesa del bene di vincerlo. Nelle prime due stesure, quasi uno specchio della storia di Juliette, la narrazione era in prima persona, mentre nell’ultima il punto di vista è del narratore onnisciente.
De Sade ha la sua convinzione e non cessa di esternarla a ogni pié sospinto, denunciando soprattutto la depravazione del clero. Non solo mostra una fantasia immensa nel presentare le devianze e i rapporti sessuali, tanto che, considerando i lunghi periodi di carcerazione nella Bastiglia, ci viene difficile credere che abbia provato tutto ciò sulla propria pelle, ma tratteggia un compendio completo di parafilie e di stereotipi, quasi fosse una enciclopedia di sadomaso.

Foto dal Web La prima volta in cui ho letto La Nouvelle Justine, ho pensato che Se Sade scrivesse con una sola mano, avendo l’altra intenta a ravanarsi nelle braghe, tanto era vivida l’immagine dell’orgia da lui descritta, così lineare nella presentazione, che non vi era quasi necessità della tavola illustrata. Poi, ad una seconda lettura, ho trovato dettagli di notevole interesse nel definire la psicologia dei personaggi, che avrebbero potuto facilmente cadere in uno stereotipo banale, ma invece si elevano ad archetipi di quella devianza e rimangono statuari e stabili in tutta la narrazione.
Mai si assiste alla denigrazione di una devianza, anzi tutte sono trattate con dignità e importanza e i compagni di malefatte mostrano concordia, condivisione e interesse a sperimentare le parafilie degli amici. Non c’è razzismo, non c’è altra sopraffazione se non dei viziosi sui virtuosi, i quali, spesso, comprendono l’errore e passano dalla parte dei carcerieri.
Non Justine, lei persevera nelle sue virtù cristiane e per questo soffre nelle mani dei suoi aguzzini in un’escalation di sofferenza fisica e mentale e di spettacoli orrendi cui ella assiste, fino all’epilogo, immaginabile, ma per nulla scontato, che non spoilero per ovvi motivi!
De Sade non è solo ateo, è anche blasfemo, violento e percorre tutte le strade del vizio e della devianza sessuale, non mostrando predilezione per determinati argomenti, ma compilando, con la sua opera completa di testi sopravvissuti alla censura e alla distruzione, una vera enciclopedia del sesso nelle sue forme più estreme. Dello stesso autore consiglio infatti Juliette, Le undicimila verghe e le 120 giornate di Sodoma, in cui emerge, più di altri lavori (sebbene questo sia incompiuto a causa della morte dell’autore) la ricerca del dettaglio e della pianificazione, con una simmetria quasi maniacale e ossessiva della trama.
In alcuni testi, gli argomenti trattati sono davvero disturbanti, riguardando minori, donne gravide e feti, quindi la lettura di questo autore è chiaramente subordinata all’accettazione di questi argomenti come parte dell’opera. Questo è parte dei motivi che hanno portato il Divin Marchese a soggiornare tanto spesso nelle patrie galere ed è il motivo principe per cui, davanti a “cose” definite erotiche come le “50 sfumature”, chi ha letto, digerito e apprezzato De Sade può solo dire a E.L.James: “Dilettante, spostati vah…”
COME LEGGERLO:
Luogo: su una comoda chaise longue
Tempo: fine estate
Sapori: pasta di mandorle
Profumi: olio di cedro
Musica: Les tendres plaintes – Jean Philippe Rameau

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Foto dal Web Memorie dal Buio – La Bestia inizia proprio qui, nel piccolo borgo di Cusago, alle porte di Milano, che attualmente è all’interno del Parco Agricolo Sud di Milano. All’epoca dei fatti, l’estate del 1792 tutta la zona era ricoperta da fitte foreste di querce e carpini, olmi, cipressi, pioppi e anche qualche rara betulla e robinia, da poco introdotte. A mezzo bosco c’erano poi sambuchi, pruni, ciliegi e roveti selvatici di more. Questa enorme biodiversità era ed è tuttora mantenuta da una grande abbondanza di sorgive che, anche in questa estate 2022 di estrema siccità, garantiscono oasi verdi e rigogliose.

Foto archivio personale I boschi in cui si muove La Bestia, sono estesi dalle Prealpi al Po e dal Ticino all’Adda, interrotte solo dalle radure agricole e dalle città. I paesi sorgevano sempre in prossimità di corsi d’acqua, naturali o artificiali che fossero e la fitta rete del parco agricolo sud è tale per cui si trovano fossi e rogge a circondare praticamente ogni appezzamento di terreno.

Foto dal Web Questa scacchiera di coltivazioni e canali è dovuta al genio di Leonardo Da Vinci, che alla fine del 1400 ha ridisegnato la geografia della zona, collegando i corsi d’acqua e creando i grandi Navigli che mettevano in comunicazione Milano con il Po e trasformavano la città in una piccola Venezia fluviale.

Foto dal Web, Robecco sul Naviglio Gli appezzamenti coltivati, dal riso al sorgo, all’avena, orzo, grano e mais, circondavano i paesi, con una naturale rotazione dei campi tra le varie essenze, che venivano così arricchiti da diverse componenti vegetali o lasciate a “marcita”, in modo da accumulare nutrienti per l’anno successivo e garantire foraggio anche in autunno inoltrato o in primavera.

Foto archivio personale Tutta quest’acqua dava ovviamente problemi igienico sanitari ai residenti, afflitti dalla malaria, sanguisughe e tutte quelle patologie legate alle acque stagnanti. Eppure, fertile come la pianura del Po non c’era nulla e i grandi rettangoli dei colori delle messi, hanno garantito l’approvvigionamento di cibo a Milano e il suo sviluppo.

Foto archivio personale L’agricoltura era infatti affiancata dall’orticoltura e dall’allevamento e proprio nelle fasce a pascolo, riservate alle zone di confine con le foreste, venivano portati gli armenti, vigilati dai bambini tra i cinque e i dodici anni, quando poi venivano impiegati in lavori più faticosi con le messi. Badare agli animali era utile alla famiglia e dava modo ai ragazzini i stare insieme e giocare.

Foto dal Web Sono queste le cause che hanno portato al Bestia ad attaccare prevalentemente loro, i bambini, oltre al fatto che fossero prede più facili da sopraffare e da portare nel fitto del bosco. Per i contadini, ancora lontani dalla rivoluzione illuminista che stava portando Milano a livello delle grandi capitali europee, quel muro di impenetrabili essenze vegetali era un mondo alieno, pericoloso, dove si aggiravano mostri, streghe e demoni e che, in quell’estate di sangue, ha rimpolpato così tanto la sua fama, da rendere necessario riappropriarsi degli spazi e abbattere i boschi.

Foto dal Web Nelle mappe di inizio del XIX secolo infatti già si vede come in soli 20 anni la pezzatura dei boschi sia andata diminuendo drasticamente, nonostante non ci fosse stata alcuna impennata della popolazione da richiedere maggiore cibo. Semplicemente La Bestia di Cusago aveva scolpito così a fondo la sua leggenda nelle menti dei cusaghesi, da spingerli a sradicare quei boschi oscuri.
Oltre 200 anni dopo, quando io ero una bambina, ancora i vecchi del paese mi dicevano: “Non andare nel bosco, che c’è la Bestia!”

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Cosa succede quando una maestra prende la penna in mano? No no, non stiamo parlando del lapis rosso e blu per correggere gli errori, ma della penna per antonomasia, quella che ci porta a scrivere. Ebbene escono due perle come quelle di cui parleremo in questa intervista. A volte l’ispirazione viene da ciò che ci circonda, da ciò che amiamo e vorremmo portare all’attenzione del mondo, altre volte è una storia di vita personale e vissuta che può divenire esempio e educazione per molti, oppure ancora essere un piccolo spaccato della propria vita lavorativa e personale che si modella in un racconto. In ogni caso, ascoltiamo la voce di Simona.
Simona ama i gatti. Sarà per il cognome, sarà perché sono indipendenti e puliti, sarà perché i suoi genitori non le hanno mai permesso di tenere un cagnolino (che puzza e sbava). Insieme al marito, durante una vacanza all’estero, arriva lei. È sporca e pulciosa. Ma è stata abbandonata, è un cucciolo e li guarda con due occhioni così dolci! Non ci sono dubbi: Zara, che si rivelerà essere un cane di Tornjak, entra nei loro cuori e stravolge completamente il tran tran familiare. È la storia di un amore, di un cane e della dedizione della sua padrona, che da indifferente al mondo cinofilo diventa un’appassionata di cani e di Tornjak in particolare per far conoscere questa singolare razza in Italia.

Foto su concessione dell’autore Raccontaci di te e come sei giunto ad essere scrittore.
Essere considerata un’autrice, nel mio caso, mi sembra una parola grossa, ma ti ringrazio. Sono insegnante di scuola primaria da trent’anni. Dopo essermi trasferita da Milano alla campagna, dal 2001 fino al 2019 ho collaborato con alcune testate locali diventando giornalista pubblicista. Il primo libro uscito ormai nel lontano 2011è nato proprio dall’esperienza giornalistica poiché era dedicato al dimenticato Castello Visconteo di Cusago. Non un romanzo per far sognare, ma un libro per denunciare l’incuria dei beni storici. Poi nel 2019 ne è uscito un altro e ora sono in attesa di risposta per un terzo. Temo che mi verranno le ragnatele come quelle del castello.
Parlaci del tuo lavoro, che generi scrivi, come preferisci pubblicare?
Non ho un genere definito: il primo era una storia di fantasia con i tre castelli umanizzati e con una parte divulgativa; il secondo era autobiografico anch’esso inframezzato da una parte divulgativa. Forse ciò dipende dal lavoro che svolgo e dall’esperienza giornalistica. Il terzo, invece, è un vero e proprio romanzo e se fosse un film sarebbe un “dramedy”: è ironico e scorrevole anche se tocca temi importanti. Non sono capace di scrivere in modo aulico e non mi considero un’intellettuale che scrive in poesia. Non sono, insomma, una scribacchina seria.
Purtroppo, a causa del mercato, non posso permettermi preferenze per pubblicare. Per il primo libro, essendo una storia locale, mi sono rivolta ad una piccola casa editrice della zona con libreria annessa alla quale mi sono rivolta anche per il secondo. Sarei bugiarda se dicessi che non miro alla grande CE con il terzo, ma dopo un anno mi rendo conto di quanto sia complicato. Quindi ben vengano le CE piccole basta che siano completamente gratuite, ci credano e siano serie senza condizioni capestro nei contratti.
Ultimamente, dopo aver vinto un concorso letterario col mio primo racconto, mi sto buttando sui premi letterari.

Foto su concessione dell’autore Ora una domanda apocalittica! Perché scrivi?
Scrivo per denunciare alcune tematiche e per condurre il lettore ad una riflessione.
Il Blog come vedi si occupa di storia, passato, ricordi e memorie. Quanto sono importanti per te e come traspaiono nel tuo lavoro? Vi attingi spesso?
Ovviamente sì; alcune volte questi ricordi, queste memorie sono già presenti nella mia testa, altre volte affiorano senza che me ne renda conto.
Qual è la tua fonte di ispirazione?
Se per fonte d’ispirazione intendi un genere, mi piace molto il racconto umoristico.
Quando e come scrivi? In che luogo, con che sottofondo, a che ora del giorno?
Scrivere con costanza per me è molto complicato perché devo avere la testa libera e il mio lavoro, purtroppo, non mi permette mai di avere la testa sgombra anche quando non sono dietro alla cattedra. Ovviamente scrivo di più in estate, ma revisiono, aggiusto e sistemo anche durante l’anno. Non ho orari precisi, tutto dipende dagli incastri quotidiani però verso sera mi sento più tranquilla. Il sottofondo? Sono brutale: la musica della radio.
Raccontaci il momento catartico, il più importante che serbi nel ricordo del processo di scrittura del tuo lavoro.
Ehhhhh????
Parlaci di un libro che è stato importante per te in passato.
Non saprei. Non ho un libro importante.
Come scegli le copertine dei tuoi lavori?
Collaborando con altre persone. Per il primo mi sono avvalsa della creatività di mio marito che è artista e designer, per il secondo di un fotografo bravissimo nell’immortalare i cani e lo shooting in studio è stato molto divertente: Zara, la protagonista, si è sbafata una marea di biscottini.

Foto su concessione dell’autore Dei tuoi personaggi, ce n’è uno che possa essere lo specchio del vissuto, della sapienza e delle memorie?
Sicuramente la mia Agnese e la mia Martina sempre che riescano a uscire da Pieve Paesino per farsi conoscere.
Hai voglia di condividere un ricordo particolare della tua vita che possa aiutarci a capire il tuo lavoro nella sua completezza.
Vorrei condividerlo, ma non ho un ricordo particolare.
Hai consigli per i nuovi scrittori emergenti?
- Non leggete Software Paradiso e blog simili altrimenti andrete fuori di testa.
- Seguite un buon corso di scrittura tenuto da professionisti seri (diffidando del corso tenuto dal famoso scrittore/scrittrice) almeno per l’ABC, il resto dovete metterlo voi.
- Allenatevi con i concorsi letterari, ma diffidate di quelli che inseriranno i racconti dei partecipanti in un’antologia che poi ne dovrete acquistare 20 copie.
- Non smettete mai di leggere.
- Conoscete altri autori per scambi di idee, basta che nessuno di loro rubi la vostra.
- Infine, uno su tutti: apritevi un blog, anche se Severgnini dice che l’epoca dei blog è finita, perché le grandi CE fanno scouting lì dentro e armatevi di un onesto social media manager investendo qualche euro.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?* Ricevere una dimostrazione d’interesse sulle mie “Maestre”. Che qualcuno apprezzi le mie “Sciure di campagna”, racconto inviato a un Premio Letterario. Continuare a scrivere anche se è frustrante non trovare un pubblico: pubblicare, purtroppo, non è per tutti.

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Foto dal Web Finita l’epoca delle stamperie artigianali, oggi l’aspirante scrittore deve fare i conti con la vendibilità del proprio prodotto e con la visibilità sociale del proprio lavoro. Pubblicare ad oggi è possibile per tutti, grazie a vari servizi di Self Publishing e stamperie che offrono servizi di ogni tipo, dalla semplice stampa di copie, all’assistenza nella creazione dei componenti grafici, eppure una via tradizionale è possibile, trovando la giusta Casa Editrice (CE).
Un aspirante scrittore può scegliere TRE vie:
- self publishing: PRO: completo controllo del proprio prodotto in ogni sua fase e guadagno royalties completo; CONTRO: tutte le spese sono a carico del pubblicante (editing, copertina, correzione di bozza, pubblicità e promozione, acquisto codice ISBN).
COSE DA SAPERE: Il codice ISBN può anche essere richiesto alla piattaforma con cui si pubblica (Amazon lo concede) ma in quel caso il libro sarà identificato come una produzione della piattaforma. Il mio consiglio è di acquistare un codice ISBN personale sull’apposito SITO almeno per la versione cartacea, mentre le l’e-book si può usare il codice gratuito. E’ sempre consigliabile stampare anche l’e-book, se abbiamo già previsto il cartaceo, aumenteremo il nostro pubblico. - Editoria a pagamento: PRO: il libro verrà pubblicato comunque, anche se non è un granché. Questo perché all’autore è richiesto un pagamento che copre il rischio di impresa e i costi vivi della produzione del testo. Vengono infatti garantiti di solito almeno la copertina e la correzione di bozza. Le migliori editorie a pagamento a fronte di un investimento meno oneroso, si occupano anche di organizzare promozioni, firma copie, interviste e spingono il prodotto con molti canali. CONTRO: essendo a pagamento, c’è poca o nulla verifica della validità del prodotto e l’editing è pressoché inesistente. Nel mondo editoriale poi, è considerata una produzione di serie B.
COSE DA SAPERE: la scelta di un editore a pagamento deve tenere conto di alcuni fattori quali: investimento richiesto, eventuali copie d’obbligo da acquistare, durata e termini del contratto, royalties, offerte pubblicitarie e promozione del testo. - Editoria non a pagamento: PRO: nessuna spesa, assistenza in ogni fase di pubblicazione del libro e promozione successiva. CONTRO: tempi e modi di pubblicazione spettano alla casa editrice, così come il trattamento delle royalties e ogni decisione su ristampe, partecipazione a fiere, eventi e promozioni.
COSE DA SAPERE: un esordiente difficilmente riuscirà a pubblicare con una grande CE, a meno di avere agganci giusti o un sufficiente numero di followers da garantire un rientro economico. CE medio-piccole sono più adatte e disponibili per un esordiente, ma non hanno i mezzi comunicativi delle grandi CE. In rete ci sono elenchi completi con anche le linee editoriali (non tutte pubblicano tutti i generi).

Foto dal Web In ogni caso, comunque decidiate di pubblicare, non trascurate mai due cose fondamentali:
1 pubblicità, social e promozione
2 concorsi
Ma dei concorsi parleremo in un altro articolo!
Tirate fuori i romanzi dai cassetti, ho voglia di recensire!
- self publishing: PRO: completo controllo del proprio prodotto in ogni sua fase e guadagno royalties completo; CONTRO: tutte le spese sono a carico del pubblicante (editing, copertina, correzione di bozza, pubblicità e promozione, acquisto codice ISBN).
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Foto dal Web Dare una definizione univoca di Vampiro non è facile. Il folklore europeo, ma anche orientale è ricco di figure malevole dedite all’assunzione di sangue umano o di animale. In comune hanno la morte e la necessità della forza vitale dei viventi per continuare a muoversi e a trascinarsi in quella che appare come una non vita di condanna alla malvagità e alla dipendenza dalle emazie. A dissipare i dubbi sulla reale natura dei vampiri, per la rubrica “interviste impossibili”, abbiamo ospite oggi il maestro Etienne Corday, Primo Inquisitore della Fratellanza della Notte, di cui avete potuto seguire le gesta nel romanzo Memorie dal Buio – La Bestia e che ritroveremo in Meretrix, Ren e in praticamente tutti gli episodi della saga.
Maestro buona sera. So che sei molto impegnato e non ti prenderò molto tempo.Lunga notte. Apprezzo la cortesia. E’ pur vero che ho l’eternità a disposizione, ma ogni notte è fitta di impegni. Colpa tua, chiaramente.
Ah ehm, ammetto il dolo. Mea Culpa. Veniamo subito al sodo. Vampiri e vampirismo. Come ci puoi spiegare l’attrazione degli umani verso la tua razza?
Il sangue è vita. C’è tutto di noi nel sangue, dal DNA alle esperienze di vita vissuta che hanno modificato il corpo, ma soprattutto c’è energia vitale ed è quella che noi assumiamo con appetito. Il resto serve per mantenere la volemia dei nostri corpi. Ma l’energia… quella ci rende potenti. Dobbiamo però fare un distinguo tra quello che è il folklore umano e la realtà della nostra condizione, così come l’universo di Memorie dal Buio ci ha forgiato. Iniziamo dal folklore umano, che tutti noi ci guardiamo bene dal denigrare o mettere in discussione. Ci fa comodo qualcosa che devii l’attenzione dalla nostra reale esistenza.
Ci sono due motivi per cui si è iniziato a parlare di Vampiri, nelle loro varie declinazioni. Il primo è di natura anatomica, fisiologica, il secondo di natura sociale. Nell’osservare la normale putrescenza di un cadavere, è normale rilevare alcuni passaggi comuni a ogni corpo ma che, analizzati nel medesimo momento in caso di esumazioni, possono far pensare a qualcosa di soprannaturale. Mi riferisco al gonfiore delle membra, al sangue liquido che esce dai pertugi del corpo, alla retrazione delle gengive e della pelle attorno alle unghie, che possono suggerire allungamento di zanne o artigli. Infine c’è l’emissione di gas della putrefazione, che può far emettere ai corpi sibili e fischi considerati di natura maligna. Molte sepolture, affrettate anzitempo, facevano ritrovare nelle tombe poveri disgraziati che si erano risvegliati sotto terra e si erano mossi e agitati nelle bare fino a morire soffocati o di stenti o ancora i contagiati di Rabbia, attraverso il morso di un’animale infetto (lupi o pipistrelli, “stranamente” animali associati al vampirismo)trovavano intaccate parti del loro cervello patendo disturbi del sonno, aggressività (perfino mordere altre persone), ipersessualità, perdita di sangue dalla bocca e morte.
Mh, Maestro hai iniziato col botto, i lettori non sono preparati a questo tipo di crudezza nelle descrizioni. Lascia che metta un’immagine meno disturbante.

Foto dal WEb E’ scienza, non posso indorare la pillola. Ora parlerò dell’aspetto sociale, quindi non sarà così disturbante per i lettori. Il problema è sempre stata l’ignoranza. Non vedere la parola con una connotazione denigratoria, ma banalmente come l’ignorare la normalità dei fenomeni legati alla decomposizione, come anche dei meccanismi di diffusione delle malattie e il loro effetto sui corpi. Se un morto in una casa era seguito, per diffusione della medesima patologia, dalla morte dei familiari, ecco che nasceva la leggenda che il primo morto fosse un ritornante, emerso dalla tomba per portare a morte tutti i familiari. Si procedeva allora all’esumazione per quei macabri rituali che hanno alimentato la leggenda, il mattone in bocca, il paletto nel cuore, la decapitazione e si trovava il cadavere gonfio di sangue, come da copione. E ciò alimentava la leggenda.
Tieni conto che gli slavi credevano vi fosse una netta distinzione tra corpo e anima. L’anima immortale poteva vagare quarant’anni fuori dal corpo che si disfaceva nella tomba, prima di trovare pace nell’al di là, ecco perché dopo la morte, si usava tenere le finestre aperte, in modo che l’anima andasse e venisse pacificamente a suo comodo, restando pura. Ecco a cosa servivano molti rituali, specie per le morti improvvise o per i bambini non ancora battezzati. O, ancora per i sospetti stregoni, gli assassini e i suicidi. Tutti poi dovevano avere adeguata sepoltura perché in caso contrario l’anima sarebbe diventata impura e, quindi, vendicativa. Il Vampyr è proprio questo, la manifestazione di un’anima impura che possiede un corpo in decomposizione e che è gelosa dei vivi, cui succhia il sangue per sopravvivere.
Ogni paese ha le sue varianti di vampiro. Ci puoi parlare dell’origine del mito?
Il mito di una creatura che succhia il sangue è diffuso universalmente, dall’estremo oriente all’America, ma è nella nostra Europa che si trovano le leggende più feconde e la migliore letteratura. Un tratto in comune tra tutti, è quello di non soffrire il sole, una caratteristica che invece noi abbiamo. Sebbene preferiscano la notte per cacciare, i vampiri del folklore possono esporsi al sole, inoltre spesso d’inverno vanno in letargo, mentre come sai, io lavoro sette giorni a settimana, ventiquattr’ore su ventiquattro.
La culla del mito è soprattutto l’area slava, dove troviamo il Vrykolaka, o Brucolaca per i greci, che bussa alle porte delle case per farsi invitare a entrare, altrimenti non potrebbe mettere piede in una dimora privata. E’ un non-morto la cui carne non è soggetta a decomposizione, un essere immortale che si nutre di bambini e donne in gravidanza. In Romania ci sono gli Strigoi, con poteri di mutaforma e invisibilità. In Germania troviamo molte creature: l’Alp che è una sorta di Incubus, ovvero uno spirito o demone che entra sotto forma di farfalla e si posa sul etto dei dormienti. Poi c’è il Blutsauger che, come dice il nome, succhia il sangue delle vittime, che però diventano come lui solo quando mangiano la terra della sua sepoltura. Fisicamente è abbastanza ripugnante: è ricoperto di peli e non ha ossa. Un altro privo di ossa è il Mullo, un mutaforma della tradizione zingara che, quando vene sconfitto, o comunque dopo un solo anno di “vita” si trasforma in una poltiglia sanguinolenta. E’ una creatura particolare, con un forte appetito sessuale, sia nella sua versione maschile che femminile. In caso una donna sopravviva a una notte di sesso con questo mostro, darà alla luce un Dampyr, ma di questo parleremo dopo.

Foto dal Web Tornando in Germania abbiamo poi una succuba, la Mara o Mora che entra come spirito, fa cadere le vittime nel sonno, le soffoca e beve il sangue dal loro petto o, in alcune versioni, si nutre avendo rapporti sessuali con le vittime, sfinendole, quindi nutrendosi dell’energia rilasciata durante il rapporto. Il Neuntöter (nove morti), è così chiamato perché il defunto ci mette nove giorni a diventare Vampiro. Infine il Nachzehrer, il masticatore di sudari, è una sorta di ghoul o di zombie che divora i cadaveri delle tombe a lui vicine e i propri stessi resti. Quando riesce ad “agganciare” l’energia di un vivente, la prosciuga e trova così la forza di lasciare la tomba e aggirarsi nel mondo portandovi la peste.
Attorno al Mar Baltico si teme il Wieszcz, una sorta di vampiro-strega, riconoscibile per la faccia rossa e l’occhio sinistro spalancato: la loro origine è da vere streghe e stregoni che, una volta morti, si trasformerebbero in vampiri. A seguito di un patto col diavolo, dopo morta anche l’Erestun o Eretica torna con l’aspetto di una povera vagabonda anziana. Altro discorso per l’Ustrel Bulgaro, che però si ciba solo di bestiame. Noi lo definiremmo vegano. Per le loro leggende però, si tratta solo di un bambino morto prima del battesimo.
Restando in Bulgaria, ci si imbatte nell’Ubour, ovvero il cadavere di una persona deceduta di morte violenta. Nella descrizione di questa creatura si vede l’osservazione errata dei meccanismi della decomposizione cui ti accennavo all’inizio. Infatti vengono descritti come gonfi e pieni di sangue informe e gelatinoso, salvo poi “riformare” magicamente le ossa e lo scheletro completo con la pelle che torna ad aderire e a prendere l’aspetto che aveva in vita. Unico tocco soprannaturale, una sola narice e una lingua retrattile con pungiglione che serve per succhiare il sangue. Vengono bloccati da alberi di rose attorno alla tomba e uccisi facendo un falò sopra di essa.
Le vicende della contessa sanguinaria Ersebeth Bathory, vissuta nel 1600, hanno ispirato molti artisti tra pittori e scrittori per la sua violenza priva di rimorso che la portò a uccidere moltissime fanciulle a lei affidate nel suo collegio esclusivo. Di lei si diceva che si bagnasse nel sangue delle sue vittime e che lo bevesse per restare eternamente giovane. E’ uno degli esempi di personaggio storico che ha alimentato leggente, come Vlad Tepes, di cui parlerò dopo.
In Russia e Ucraina il non morto si chiama Upyr (Upier in polacco) ed è una creatura con enormi zanne tipo le tigri prestoriche che uccide intere famiglie, a partire dai bambini. E’ attivo da mezzogiorno a mezzanotte e può essere distrutto solo con il fuoco. Una volta bruciato, il corpo esplode dando origine a centinaia di piccoli, disgustosi animali (vermi, ratti). Se qualcuna di queste creature fugge, allora fuggirà anche il vampiro e tornerà per vendicarsi. In Bosnia abbiamo il Lampir, portatore di pestilenze; alcune figure della tradizione serba (Vukodlak) o slovena (Volkodlak), ungherese (Farkaskoldoi) o croata (Kozlak), hanno molti tratti in comune con i lupi mannari, ma non dirlo a Tiano, potrebbe offendersi.
Meglio non contrariarlo, già… sarà il prossimo a essere intervistato. Hai accennato al rapporto tra i vampiri e i loro cacciatori, mi sai dire altro di questi “Van Helsing”?
Ti parlerei del Kudlak, un vampiro col potere dei mutaforma che può divenire un animale dal manto sempre nero, cui si oppone il Kresnik, coi medesimi poteri, ma dal manto bianco. Per lo più, però, gli uccisori di vampiri usano riti sciamanici o magici, preghiere o erbe velenose. Curioso il caso dei Vampirdzhija bulgari che, per uccidere gli Ubour, ne forano il corpo e raccolgono i gas della decomposizione in una bottiglia cui poi danno fuoco, nella convinzione che quel miasma fetido sia la loro anima. I Vampir ungheresi (o Liderc Nadaly) hanno il loro nemico nel Talbò, che li uccide piantando un chiodo nella tempia. So cosa stai per dire sui modi di uccidere un vampiro. Chi non morirebbe con un chiodo nella tempia, un paletto nel cuore o decapitato?

Foto dal Web In effetti… Come vedi ho messo un’altra immagine per sdrammatizzare, le tue lezioni sono interessanti, ma un po’ pesantine. Che mi dici dei famosi Dampyr?
Ah, il Dampyr, il cacciatore di vampiri per eccellenza, il semi umano dal sangue tossico, nato dall’unione di un Vampir maschio con una donna umana che muore durante il travagliato parto della creatura. Ho riassunto tutto in poche parole, perché so che un giorno ne parlerai tu stessa.
Hai la mia parola, finirò quello che ho iniziato. Ora continua ti prego. Cacciatori e vendicatori, un classico binomio. Il bene deve trionfare sul male, la cultura popolare ha bisogno di queste sicurezze effimere. Che mi dici del resto dei paesi?
Tornando indietro nella tradizione, approdiamo inevitabilmente in medio oriente, culla della civiltà, dove troviamo Lilith, la prima moglie di Adamo, punita per la sua ribellione da Dio che la trasforma in un mostro, un demone in grado di generare mille Lilim al giorno. Questi sono, nella cultura mediorientale, i vampiri locali. Ci sono poi Ekimmu, Assiri e Babilonesi spiriti (mezzi fantasmi e mezzi vampiri), morti senza degna sepoltura, che possono mostrarsi e possedere gli umani che uccidono con furia, prosciugandole del sangue. Per loro sono efficaci armi di legno ed esorcismi. Anche i Greci avevano la loro versione di creatura vampirica, sebbene avesse sembianze femminili e seducenti: queste figure erano chiamate Empuse, figlie della dea Ecate, e giacevano con gli uomini per privarli della loro forza vitale e farla propria. Il Kathakano ha un’unica variante: per ucciderlo bisogna tagliargli al testa e bollirla nell’aceto.
Nella cultura celtica ricordo i Deard-dulg, spesso nominati dai druidi, per ucciderli occorre costruire un cumulo di pietre sulla loro tomba; poi la Lamia irlandese, originata dalla tradizione greca e romana in cui la creatura, femminile, appariva per metà umana e per metà animale (di solito al parte bassa era costituita da un serpente) che mangiava il corpo delle sue vittime e ne beveva il sangue. Poteva però essere uccisa con armi comuni.
C’è poi la Baobhan Sith, una fata scozzese che prende le sembianze di una bellissima ragazza che danza con gli uomini e poi li uccide per mangiarli, ma teme l’acciaio freddo, proprio come le nostre fate. In Scandinava troviamo poi il Draugr, “colui che cammina di nuovo”, con poteri immensi, dal mutaforma al controllo atmosferico, alla visione del futuro e l’Haugbui, che però può solo attaccare chi si avvicina alla sua sepoltura, non può allontanarsi. Il tradizionale vampiro portoghese è invece il Bruxa, dalle sembianze animalesche e particolarmente ghiotto di bambini.

Foto dal Web La presenza dei vampiri travalica il vecchio continente europeo, infatti troviamo gli Asanbosam in Africa, con uncini al posto dei piedi che mordono le loro vittime sul pollice.
In India troviamo i Baital, individui mezzi umani e mezzi pipistrelli, alti un metro e mezzo e il Rakshasa, un vampiro stregone umano con caratteristiche animali. La parte animale è spesso una tigre. Mangiano la carne e bevono il sangue. Possono essere distrutti tramite esorcismo.
Spostiamoci in America. In Guatemala i Maya Quiche temevano il Camazotz, una divinità pipistrello-vampira. In Cile ci sono i Chonchon, vampiri con testa umana ed enormi orecchie che usano come ali per volare. L’Azeto nel voodoo haitiano, è un malvagio Loa (spirito dei morti). Penanngga Lan è una donna morta di parto e divenuta vampiro per tormentare i bambini con il volto orribile e l’intestino penzoloni.
In Cina ci sono i Ch’lang Shih, vampiri lividi in volto che uccidono con il loro respiro velenoso o succhiando il sangue. Se si trovano di fronte ad un mucchio di riso, prima di proseguire devono contarlo. Si manifestano quando un gatto nero salta sullo stomaco di un uomo morto.

E’ affascinante come il medesimo mito attraversi lo spazio e il tempo, segno che l’uomo in ogni luogo ed epoca si è sempre confrontato con la morte dal punto di vista fisico e filosofico. Ma c’è anche un’altra cosa che mi affascina ed è la storia delle epidemie di vampirismo e delle isterie di massa. Cosa mi puoi raccontare in merito?
Parecchio, mia cara, io c’ero. Diciamo che l’eco mediatica, con la lentezza dei mezzi di comunicazione del diciassettesimo secolo, chiaramente, aveva scosso tutta l’Europa. Guarda caso, si tornava a parlare di Vampiri come diffusori di epidemia proprio dopo le grandi pestilenze. Come se la scarsa igiene umana e l’inurbazione non fossero responsabili!
La prima testimonianza scritta di un ritornante risale al 1672, nell’Istria. Le cronache del luogo ci narrano di Jure Grando, un bracciante che morì nel villaggio di Khring nel 1656 ma che era trnato dalla tomba per bere sangue umano e per assaltare sessualmente le giovani donne. Il capo del villaggio dispose che il corpo venisse prima impalettato e poi addirittura decapitato.
Da quel momento e per ben ottant’anni, una vera e propria isteria di massa colpì l’Europa centro-orientale, uscendo dai villaggi analfabeti per coinvolgere anche ufficiali dei governi austriaci, prussiani, ungheresi. Difatti in Prussia orientale vengono riportati attacchi di non-morti nel 1721, mentre nei domini asburgici ci furono i casi più eclatanti tra il 1725 e il 1734.
Alcuni vennero addirittura verbalizzati: si tratta dei casi dei serbi Peter Plogojowitz e Arnold Paole. Il primo era un uomo, morto a 62 anni, che era stato visto tornare a casa a chiedere cibo al figlio, che si rifiutò di sfamarlo e fu trovato morto il giorno seguente. Plogojowitz sarebbe poi tornato per attaccare i vicini di casa, che morirono per gravi perdite di sangue. Paole, invece, era un ex soldato sopravvissuto all’attacco di un vampiro anni prima. Dopo la sua morte, la morte di alcune persone nei paraggi suggerì che fosse tornato come vampiro e avesse iniziato a cibarsi dei suoi vicini. I due incidenti furono ben documentati da ufficiali governativi che esaminarono i cadaveri, fecero rapporto e pubblicarono libri in tutta Europa, alimentando quella che divenne nota come la “Controversia sui vampiri del XVIII secolo”.
Nonostante i medici si sgolassero per far capire che, quello che i contadini vedevano all’apertura delle bare, fosse il normale iter di putrefazione, ogni morte era ormai attribuita all’attacco dei vampiri e non c’era cadavere che non venisse disseppellito per venire impalettato. A ciò si aggiungevano le opinioni autorevoli a sostegno del vampirismo, come quella di Voltaire che nel suo Dizionario Filosofico, scrisse: “Questi vampiri erano cadaveri, che uscivano dalle loro tombe la notte per succhiare il sangue dei vivi, sia dalle loro gole che dai loro stomachi, e poi tornavano nei loro cimiteri. Le persone a cui succhiarono il sangue si indebolivano, divenivano pallide e iniziavano a consumarsi, mentre i cadaveri che succhiavano il sangue prendevano peso, la loro carnagione si faceva rosea e godevano di un grande appetito. Fu in Polonia, Ungheria, Slesia, Moravia, Austria e Lorena che i morti poterono così gioire”.
Se perfino un illuminista come Voltaire prendeva posizione, si rischiava di non uscire più dalla barbarie. Ci pensò l’Imperatrice Maria Teresa d’Austria a dirimere la situazione, col suo solito piglio energico e razional: inviò il suo medico personale, Gerard van Swieten, ad investigare nei territori infestati. L’uomo chiaramente decretò che i vampiri non esistevano e la sovrana emise una legge per proibire le profanazioni delle tombe. Legge che, chiaramente, non venne immediatamente recepita in quei villaggi sperduti e superstiziosi.

Foto dal Web Comunque vennero anche pubblicati dei saggi, come quello dell’abate Agostino Calmet: Dissertazioni sopra le apparizioni de’ spiriti, e sopra i vampiri, o redivivi di Ungheria, di Moravia e di Slesia (1770) o la Dissertazione sopra i vampiri dell’arcivescovo di Trani Giuseppe Davanzati, stampata a Napoli nel 1774. Quest’ultimo, nei suoi lunghi viaggi, aveva visto molte situazioni di povertà e disagio e aveva preso nota di tradizioni per cui i defunti potessero tornare in vita la notte per mordere e dissanguare bestiame e umani.
L’idea che tormenta gli umani quando si trovano dinanzi a morte incompresa, malattie improvvise e devastanti, è quella di trovare un capro espiatorio: in alcuni stati si è gridato all’untore o si è proceduto a un’epurazione razziale, contro gli ebrei ad esempio, nelle zone slave invece si è pensato a spiriti da appagare per non incorrere nelle loro ire. Spiriti che si manifestavano con le pestilenze, da cui il termine Nosophoros, ovvero portatore di malattia. Spiriti da appagare, come ad esempio quello della Kikimora, del Vodyanoy o delle Rusalka.
Poi arriva il XIX secolo e il romanticismo e anche il Vampiro si fa più affascinante.
Semplicemente abbiamo iniziato a mostrarci di più, incautamente, oserei dire. Iniziamo con lo specificare che un comune nome di Vampire appare per la prima volta nell’Oxford English Dictionary nel 1734, ma da allora la sensibilità sociale, complice l’illuminismo e il progresso, inizia a cambiare. Il primo romanzo sui vampiri è quello di John Polidori, medico e amico di Lord George Byron, intitolato Il Vampiro e pubblicato nel 1819. Era un romanzo per la nobiltà sofisticata e anticipava il grande successo che avrebbe avuto in epoca vittoriana.
Nel 1879 viene pubblicato, Carmilla, la prima vampira donna, nata dalla fantasia dell’irlandese Joseph Sheridan Le Fanu. Carmilla è lo specchio della sua società, rappresenta l’archetipo delle paure dell’epoca in quanto donna, straniera, atea e omosessuale, quindi completamente fuori dai canoni sociali.
Arriviamo quindi al Dracula di Bram Stoker, pubblicato nel 1897, che mantiene la suggestione aristocratica e nobile, riprendendo i miti delle terre di origine dei vampiri e legando indissolubilmente nell’immaginario comune, l’origine della mia razza a Vlad Tepes l’impalatore di Valacchia. Anche per lui assistiamo alla demonizzazione dello straniero e della corruzione dei costumi sessuali e della passione, seguendo un bigottismo imperante che dominò la fine del secolo.
Approfondiamo i concetti di come si uccide un vampiro o come se ne impedisce il ritorno. Ci sono riti davvero truculenti in merito.

Foto dal Web Oh beh, hai solo l’imbarazzo della scelta, Ma P’tite. Possiamo parlare del paletto, di frassino, biancospino o quercia (a seconda della tradizione locale) sul cuore, oppure nello stomaco (Serbia) o nella bocca (Russia e Germania). Un palo infilato con forza nel petto non solo “sgonfiava” il presunto vampiro, ma spesso terrorizzava tutti facendo passare l’aria tra le corde vocali del cadavere, facendogli emettere dei suoni come d’agonia o d’odio. Si potevano poi compiere una serie di riti scaramantici e difensivi: aglio, rosa selvatica, biancospino e verbena servono a tenere lontani i non-morti, mentre crocifissi, rosari e acqua santa possono esorcizzarli. Anche gli specchi sono usati per allontanare i vampiri, ad esempio posizionandone uno sulla porta d’ingresso, il che permette di accorgersi se chi bussa è un vampiro perché secondo alcune culture, i vampiri non possono riflettersi e talvolta non proiettano la propria ombra, forse per via della mancanza dell’anima.
Oppure si può procedere alla decapitazione e, se questo non basta, si può seppellire la testa lontano dal corpo, oppure di inchiodare corpo e testa al suolo con paletti di legno, ferro o acciaio per legare il cadavere alla terra e impedirgli di vagare in caccia.
Il cadavere poteva anche venire smembrato, i pezzi bruciati e infine dispersi in mare o mischiati ad acqua e somministrati ai parenti come cura contro il suo ritorno, quindi non chiederti più come mai gli umani nel passato morissero come mosche e si diffondessero malattie inspiegabili come il morbo di Creutzfel Jacob che tutti oggi conoscono come “Mucca pazza”.
Alla fine, se ho ben capito quello che mi stai dicendo, l’origine di tutto è la paura della morte. Ma dimmi ora. Cosa c’è di vero? Tu chi sei? Cosa sei?
Noi siamo creature antiche, dagli umani abbiamo origine, ma sebbene ci chiamino non morti, il nostro sangue dona la vita eterna. Non una morte fatta di dolore e decomposizione, ma la cristallizzazione del corpo in un istante infinito, prima dell’ultimo respiro. Noi non siamo mai morti e la nostra anima è qui, saldamente ancorata al nostro corpo. Ma come tutto ciò che esiste, anche noi siamo soggetti alla Legge dell’Equilibrio. A tanti poteri, corrispondono debolezze che bilanciano i piatti. Sebbene il paletto non ci uccida, ci immobilizza in una paralisi cosciente in cui non riusciamo a muoverci. Il sole fa il resto perché per noi sì che è mortale, poiché reagisce con quelle stille che circolano nel nostro corpo e rendono noi vampiri, o i licantropi legati alla luna o i maghi in grado di attingere all’energia della terra. E, quando il sole incontra le stille, le fa bruciare.
Qualcuno dice che siamo maledetti, ma io so solo di essere una persona, diversa da te, ma sempre una persona. Semplicemente, per l’essere umano che ancora crede nel concetto di “fatto a sua immagine e somiglianza”, è impossibile ammettere l’esistenza di altre razze davvero diverse stavolta, non come le etnie. Specie se queste razze vi dominano in segreto da millenni e vi usano come cibo.
Colgo un brillio nei tuoi occhi al parlare di cibo, quindi ti lascio andare a caccia, ringraziandoti per questa intervista.
Grazie a te che ci fai vivere, giorno dopo giorno e grazie alle mie seguaci. So che si dividono in Team Etienne e Team Tiano e a loro posso solo dire che io non perdo pelo a primavera e non bevo dalla tazza del water.

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Foto dal Web “Church era morto, di nuovo.” Questa è la frase che più mi piacque del libro, quando lo lessi da adolescente. Semplice, incisiva, evocativa. Una rappresentazione magistrale della capacità di Stephen King di trasmettere emozioni dissonanti durante la lettura dei suoi libri. Non fu il mio primo acquisto, in effetti. Il primo fu It. Per nulla spaventata dalla mole del romanzo, lo acquistai in un supermercato in edizione economica, ma iniziai a leggere solo le prime trenta pagine, prima di una pausa forzata per impegni scolastici.
Nel frattempo trovai altri libri di King nel medesimo luogo: La zona morta, la lunga marcia e questo, Pet Sematary, nella versione con la copertina che vedete sopra. L’interesse per questo libro superò quello degli altri e iniziai a leggerlo. Non smisi fino alla fine, quando, chiudendolo, sentii la necessità di leggere altro di King. Nel frattempo giunse l’estate, la fine della scuola e io andai, come ogni anno da quando ne avevo 3 (ora ne avevo 13), a Punta Marina, sull’Adriatico, coi nonni.
Leggere mi piaceva e lo facevo quando i coetanei non mi vedevano, perché la scuola media del mio paese mi aveva insegnato che “secchione è sbagliato”. La sera, dopo cena, andavo prima di ogni altra cosa alle bancarelle in centro, perché una di queste, aveva tutti i libri di King fino a quel momento pubblicati. Carrie, Cujo, La saga della Torre Nera. Da ognuno di loro estrapolavo le frasi migliori e le appuntavo sul diario, in una fame di sapere, carta e orrore che mi spalancavano le porte di una curiosità da sempre mortificata da un piccolo paese senza sbocchi e stimoli. Li comprai tutti, quei libri, uno dopo l’altro e ricordo che la nonna telefonò a mia madre per dirle che in una settimana avevo speso tutti i soldi che mi avevano dato.
Mia madre mi chiese cosa avessi comprato.
Libri – le dissi – però ho finito non ne hanno altri.
Allora va bene così – rispose lei – se sono libri sono contenta.
Come non amare i miei genitori?
Foto dal Web Ma veniamo al romanzo. Come ogni romanzo di King, non siamo davanti a un Horror dalle tinte splatter, ma a un lavoro di cesellatura psicologica alla ricerca del rapporto vicinale tra l’orrore dentro di noi e quello fuori. Spesso una ossessione alimenta l’altra e accanto ai mostri mitologici e sovrannaturali, King tratta dei classici mostri umani, assassini, violenti e psicopatici. In questo romanzo una famiglia “per bene”, coi due giovani genitori in carriera e i figli piccoli adorabili, si trasferisce in un posto lugubre, dominato da due grossi poli di tensione e terrore: la grande statale in cui i camion sfrecciano a gran velocità e il cimitero poco distante dalla casa della famiglia.
Dall’amicizia con un vicino di casa, in cui il protagonista, Louis, rivede il padre, morto quando era piccolo, viene a scoprire dell’esistenza di un “secondo” cimitero, vicino al primo, risalente all’epoca degli indiani Micmac. Qui, chiunque venga sepolto, torna in vita. Ma non torna come prima, chiaramente. La morte li segna e li rende aggressivi, famelici.
King affida la responsabilità di questa zombificazione violenta e della spinta irrazionale a servirsi del cimitero, nonostante sia evidente che sia pericoloso, al Wendigo, un’altra figura mitologica del Nord America, famosa per la rabbia e l’aggressività. Per ammissione di King stesso, pare che lo spunto del romanzo sia venuto da una storia di tradizione orale ben conosciuta in quelle zone.Quando il gatto di casa, Church (abbreviazione di Winston Churchill), muore, per non dare un dispiacere alla figlia Ellie, Louis lo seppellisce. Quando il gatto torna, è un indemoniato, come molti dei miei pazienti felini quando li vaccino, nulla di nuovo. Il problema è che puzza. Anche questo come molti miei pazienti, ma chiaramente Louis è un medico umano, non Veterinario, quindi per lui è intollerabile un gatto bastardo e fetido per casa. Anche perché spaventa tutti, anche la figlia.

Foto dal Web Ma il peggio deve ancora venire, perché muore qualcun altro in questo romanzo. Qualcuno che mai avrebbe dovuto tornare in vita. Non dico altro, non faccio altri spoiler, in modo che lo leggiate senza problemi. Da quel momento però la trama crolla nel suo lungo e tormentato finale che ci accompagna fino a grattare il fondo del barile dei sentimenti, chiedendoci se avremmo o meno fatto come Louis, trovandoci a disposizione un cimitero che resuscita chi vi viene seppellito.
L’unico consiglio che mi sento di dare circa Pet Sematary, è di leggere il libro, ma NON vedere il film del 1989. Fa schifo, nonostante, come sempre accade nei suoi film, King stesso faccia un “cameo”, stavolta nei panni del prete; un po’ come faceva Stan Lee nei film della sua Marvel.
COME LEGGERLO:
Luogo: seduti sulla terra in un bosco
Tempo: autunno inoltrato
Sapori: tisana di tarassaco
Profumi: legno e sottobosco
Musica: il film ha una colonna sonora molto Rock, alcuni pezzi sono dei Ramones, vale la pena sentirli

