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“Loro temono ciò che non conoscono e distruggono ciò che temono.”

Memorie dal Buio

  • [GIORNALINO VETERINARIO #1] ZOONOSI
    Foto dal Web, Leptospira

    Quando mi chiedono chi sono, come prima cosa devo citare il mio lavoro, la Medicina Veterinaria. Sebbene io pensi a scrivere da quando mi sveglio a quando mi addormento e spesso pure in sogno, alla fine il mio lavoro è questo. Ecco perché nella rubrica My life non può mancare qualcosa sugli animali. Tra l’altro sto scrivendo anche un libro sugli animali della mia vita e spero di darlo presto in pasto ai lettori.

    Iniziamo subito con questo articolo sulle zoonosi, ovvero le malattie trasmesse dall’animale all’uomo, ma anche viceversa. Ce n’è parecchie e, come ci insegna il Covid o il Vaiolo delle scimmie, i passaggi interspecie non sono così rari! Vediamo le principali e più diffuse.

    1) RABBIA – La più famosa e la più temuta, oggi più rara, ma non per questo da dimenticare. E’ una malattia di origine virale (Rhabdovirus), trasmessa dal morso e dalla saliva di animali infetti (di solito selvatici) che colpisce i nostri animali domestici se non sono vaccinati. Ecco perché è indispensabile che gli animali a passeggio vengano sempre tenuti vicino a noi e sotto controllo e che nella profilassi vaccinale venga considerata anche la frazione contro la Rabbia (obbligatoria per altro in alcune situazioni come nei viaggi all’estero) che è SICURA, non da reazioni o postumi (è falsa la credenza che faccia perdere il fiuto ai cani da caccia) e che va ripetuta ogni TRE anni. E se il nostro animale viene morsicato da un selvatico? Occorre mettere in isolamento precauzionale e in osservazione l’animale per 10 giorni, tempo nel quale avviene l’incubazione della malattia. La malattia non è curabile sia nell’uomo che nel cane al momento della comparsa dei sintomi, ecco perché è importantissimo l’intervento medico immediatamente dopo il morso.

    2) MALATTIA DA GRAFFIO DI GATTO – Viene trasmessa da un parassita del sangue della famiglia delle Bartonelle e si manifesta come un rigonfiamento dei linfonodi associati alla zona in cui è avvenuto il graffio, per esempio i linfonodi delle ascelle se la ferita è sulle mani. E’ una infiammazione benigna che appare entro una settimana (ma fino a un mese) dal graffio e curabile con antibiotici.

    3) TIGNA E ROGNA – Pur manifestandosi entrambe con alterazioni della pelle, sono due malattie molto diverse, la cui distinzione spetta al medico dermatologo per gli umani o al veterinario per i Pet. La Tigna è causata da un fungo microscopico parassita della cute che causa tondeggianti aree alopeciche (con perdita di pelo). Il gatto a volte può risultare portatore sano di spore e quindi infettare altri gatti, cani e umani. In caso compaiano lesioni strane su umani o altri animali, è bene indagare anche gatti apparentemente sani. La Rogna invece è causata da piccoli parassiti che si infilano sotto pelle, nei bulbi dei peli e sotto la cute, e causano intenso prurito, vescicole e crostosità.

    4) TOXOPLASMOSI – Trasmessa da un Protozoo chiamato Toxoplasma Gondii è una malattia davvero grave solo per persone immunodepresse o per le donne in gravidanza, poiché causa malformazioni importanti nel feto. Il protozoo ha un ciclo di vita complesso che prevede la formazione di cisti piene di parassiti nei muscoli di molti animali, specie il maiale e nell’intestino del gatto, dal quale le Oocisti sono emesse con le feci.

    E’ importante che gli individui sopra menzionati non mangino carni crude o poco cotte e che lavino sempre bene le verdure. Per fortuna il Toxoplasma viene inattivato dal calore della cottura dei cibi e dalle basse temperature di congelamento per 21 giorni, se la fetta di carne è sottile come un carpaccio. Per quanto riguarda il gatto, niente allarmismi! E’ sbagliato sbarazzarsene in gravidanza poichè non è detto che sia infetto e, se lo fosse, dovrebbe trovarsi negli unici 15 giorni della sua vita in cui emette feci piene di parassita, poi dovremmo lasciare le feci a sporulare nella cassettina per 2-3 giorni e infine infilarcele in bocca. Quindi per evitare il contagio, basta adottare semplici norme igieniche e, per maggior sicurezza, fare un esame del sangue al gatto per capire se è infetto.

    5) PSITTACOSI – E’ una malattia trasmessa dal batterio Chlamidia Psittacii e viene trasmesso dai volatili (sia i selvatici, come piccioni, sia i domestici da allevamento e da compagnia come cocorite e canarini). Gli uccelli sono di solito portatori sani, quindi senza apparire malati diffondono il batterio che viene inalato dall’uomo, in cui causa una banale influenza che tuttavia può complicarsi anche in polmoniti molto gravi.

    6) IDATIDOSI – E’ una malattia parassitaria cauata da Echinococcus Granulosus (una specie di Tenia) che dai muscoli di ovini (soprattutto) poco cotti passano alle feci del cane e poi all’uomo. Il contagio è evidente se parliamo di feci del nostro cane abbandonate nei parchi pubblici, poichè basta che un bambino le tocchi e porti le mani alla bocca, per avere il contagio. Ecco perchè è importantissimo (oltre che obbligo di leggi comunali) rimuovere le feci del proprio cane immediatamente. Un altra via di contagio magari meno evidente è il passaggio dalla bocca del cane (che si lava leccandosi) all’uomo attraverso i “bacini”. Meglio evitare di farseli dare sulla bocca.

    7) TOXOCARA e ANCHILOSTOMA: le “larve migranti” – Hanno cicli e fattori di rischio uguali alle Tenie, ma sono famose con il nome evocativo di Larva Migrans: nel primo caso è una migrazione viscerale, dentro il corpo fino ad arrivare anche all’occhio e dare rischio di cecità, nel secondo caso è una migrazione cutanea che causa noduli dolorosi e pruriginosi di lunga guarigione.

    Per maggiore sicurezza, si ricorda che:

    “TUTTE LE MALATTIE PARASSITARIE DEGLI ANIMALI DOMESTICI POSSONO ESSERE MESSE IN EVIDENZA CON SEMPLICI ESAMI AMBULATORIALI DA EFFETTUARE PRESSO IL VOSTRO VETERINARIO DI FIDUCIA.”

    8) LEISHMANIA – E’ una patologia protozoaria in cui il cane è il serbatoio e, attraverso la puntura di un moscerino Flebotomo, si trasmette all’uomo. E’ diffusa soprattutto nei climi miti, quindi lungo le coste o sui laghi quindi è fondamentale trattare i cani con prodotti repellenti appositi in caso di viaggi in zone a rischio.

    9) SALMONELLA e GIARDIA – Malattie con una presentazione simile: forti gatroenteriti con diarrea. La più famosa è la Salmonellosi, causata dalle “uova crude”, ma non solo. Alcuni animali la portano normalmente sul pelo la pelle (criceti, tartarughe), ma il contagio si limita seguendo delle scrupolose norme igieniche di base. Stesso discorso per la Giardia che è parassitaria, non batterica e si trova negli acquitrini stagnanti. Importante è anche non prendere troppo antibiotici nella nostra vita, solo quando serve davvero, eviteremo così di selezionare ceppi batterici (non solo salmonelle) resistenti agli antibiotici.

    10) PULCI E ZECCHE – Si distinguono dal numero di zampe: 6 per la pulce, che è piccola, con un corpo appiattito in senso verticale e compie balzi notevoli e 8 per le zecche che possono anche essere grandi come un pisello e camminano senza saltare. A parte il fastidio della puntura, il problema è che sono veicolo di altre malattie potenzialmente letali per l’uomo. Ecco perché è indispensabile trattare gli animali domestici con antiparassitari specifici per lo meno nei periodi a rischio, dalla primavera all’autunno

    11) LEPTOSPIROSI – Viene trasmessa da una famiglia di batteri spirocheti dette Leptospire, mantenute in natura attraverso l’infezione renale cronica di animali portatori, comunemente ratti, cani, bovini, cavalli, pecore, capre e maiali, che possono liberare per anni le leptospire nelle urine. L’infezione avviene per contatto diretto con l’urina o i tessuti infetti, o indirettamente per contatto con acqua o terreni contaminati. Le vie di ingresso abituali sono la cute abrasa e le mucose esposte (congiuntivale, nasale, orale). Le Leptospire possono sopravvivere da diverse settimane a mesi in fonti di acqua dolce (p. es., laghi, stagni). Tuttavia, possono sopravvivere solo per poche ore in acqua salata. I sintomi nel cane iniziano in modo aspecifico con segni di una generica infezione: febbre alta, abbattimento, anoressia, congestione mucosale e polidipsia. Be presto però si aggiungono vomito e diarrea, ma a dare veramente l’allarme è la presenza di ittero, che testimonia un problema grave che coinvolge il fegato. Fegato e reni sono infatti gli organi maggiormente colpiti.

  • Lo zafferano
    Foto dal Web

    Lo zafferano è la spezia più preziosa, più costosa in assoluto: un grammo di pistilli di Crocus sativus della miglior qualità può arrivare a costare 30 euro. Il motivo è presto spiegato dal ciclo vitale della pianta e dalla sua resa alla raccolta: il fiore ha un corredo genetico triploide ed è sterile, quindi senza l’aiuto dell’uomo non può riprodursi. La riproduzione avviene infatti per moltiplicazione vegetativa, attraverso la selezione di un clone iniziale o per ibridazione interspecifica. La teoria vuole che il C. sativus sia una forma mutata del C. cartwrightianus, originario dell’isola di Creta, che potrebbe essersi sviluppata come specie, preferita per i lunghi stigmi, da una selezione vegetale della tarda età del bronzo.

    Greci, Romani ed Egiziani adoravano la spezia che era importante negli intensi traffici nel Mediterraneo, grazie ai navigatori Fenici. Anche in Persia e nel Medio Oriente lo zafferano era utilizzato, ma non solo come spezia, bensì come deodorante!

    Pare poi che Alessandro Magno usasse fare il bagno in vasche di acqua e zafferano per curare le sue molteplici ferite di battaglia.

    Nel medioevo lo zafferano, oltre che come spezia, era molto utilizzato come medicinale, specie durante le periodiche pestilenze del periodo. Venezia fu fulcro del traffico della spezia tra oriente e occidente, mentre importanti centri di produzione continentale furono Basilea e Norimberga. Anche nel nuovo mondo la coltura dello zafferano conobbe grandi fortune, ma solo fino agli inizi del 1800, per poi declinare e rimanere confinata a specifiche aree del Nord-America.

    Veniamo alla coltivazione e al secondo motivo per cui la spezia è tanto costosa. I bulbi vengono piantati in estate in terreni argilloso-calcarei friabili, a bassa densità, ben irrigati e ben drenati e con alto contenuto organico, arricchiti da 20-30 tonnellate di concime per ettaro e riposano quiescenti fino alla fine di agosto, quando con le prime piogge cominciano a vegetare. La fioritura è a metà di ottobre e la raccolta avviene velocemente dall’alba fino alle prime ore del mattino nell’arco di due settimane, perché deve avvenire prima del completo sbocciare del fiore, cosa che distruggerebbe i preziosi stimmi.

    La raccolta è ovviamente fatta tutta a mano, così come la successiva apertura dei petalo per staccare con delicatezza gli stimmi. L’essiccazione degli stimmi ora avviene con forni che mantengono la morbidezza nonostante la disidratazione, ma è comunque un ennesimo passaggio molto delicato, perché da questo dipende il valore e la qualità del prodotto finito. Il colore finale è rosso porpora, vivo e vibrante, con un aroma forte e intenso.

    foto dal web

    Per produrre un chilogrammo di zafferano in fili sono necessari all’incirca 120.000 fiori, ogni bulbo produce quattro fiori e richiede una superficie di mille metri quadri, oltre a più di 400 ore di manodopera per i vari passaggi. La resa è di circa 10 milligrammi di zafferano fresco per fiore, corrispondenti a circa 7 milligrammi di zafferano secco.

    L’origine della pianta pare essere la Grecia, o l’Asia Minore e il suo nome in arabo (za-faran), persiano (zaafara) o accadico, indica comunemente la pianta del croco, anche se una traduzione parrebbe indicare la terminologia molto romantica “alle ali d’oro”.

    E’ una pianta che cresce bene nella macchia mediterranea e climi simili come in Cile e in California con pendii soleggiati, brezze calde e asciutte che possono però regalare anche inverni fino a -10°C

    Circa il 90% della produzione mondiale di zafferano arriva dall’Iran, seguono Grecia, Marocco, India e Spagna. In Italia lo zafferano viene prodotto in diverse regioni, alcune con il riconoscimento di denominazione di origine protetta, per esempio in Sardegna, Toscana, Abruzzo, Umbria e Marche.

    Foto dal Web

    Usi farmacologici:

    Innanzitutto va specificato che è facile confondere il C. sativus con il Colchicum, noto anche come falso zafferano, che è decisamente velenoso e, soprattutto, che non ha antidoto alle sue tossine.

    Ammesso quindi di aver a disposizione il vero croco da zafferano, potremmo usarlo nei disturbi dell’umore e delle depressioni, grazie alla crocina, ben usabile anche dai petali, che sono normalmente scartati dalla produzione della spezia. La sua efficacia è paragonabile alla Fluoxetina, ma non ha gli effetti collaterali di questo farmaco sulla sfera sessuale, dunque “tagliare” parte del farmaco per sostituirla con un prodotto naturale come lo zafferano limita le disfunzioni sessuali. Questa potrebbe essere una conferma delle proprietà afrodisiache ascritte alla spezia!

    Crocina e crocetina, i pigmenti della pianta sembrano capaci di inibire la proliferazione delle cellule cancerose e causarne l’apoptosi, ovvero la morte cellulare. Inoltre hanno effetti protettivi su DNA, RNA e proteine, grazie ai carotenoidi, noti antiossidanti.

    Altro uso è nell’alleviare i sintomi della sindrome premestruale.

    Non è tutto oro quello che colora i piatti! Dosi della spezia superiori al grammo possono causare vomito e nausea e il consumo di 12-20 grammi può essere addirittura letale. Un modo costoso per suicidarsi!

    Un utilizzo per lungo periodo di dosi superiori ai 60 mg può causare disturbi dell’umore, calo della pressione e riduzione di globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. 

    La ricetta di Zel

    Foto dal Web

    Sebbene la coscienza mi dicesse di scrivere del classico Risotto allo Zafferano alla Milanese, che si cucina con anche il midollo dell’osso buco e un bel brodo di carne, e si serve come letto al di sotto dell’osso buco stufato, preferisco parlare di come faccio io il risotto allo zafferano, ovvero coi funghi.

    Originariamente lo mangiavo col solo zafferano, come nelle migliori tradizioni milanesi; è mio marito ad avermi introdotto al piacere del mix tra zafferano e fungo, trovando il giusto bilanciamento affinché i due aromi di completino, senza ammazzarsi l’un l’altro.

    Il riso deve essere Carnaroli o Arborio, col chicco grande che rilascia molto amido e rende la “puccia” ben cremosa. La cottura deve arrivare alla completezza per ammorbidire bene il chicco: non è buono se è croccante, non in questo piatto. Come dosi, a sentire i dietologi dovremmo metterci 80 grammi a testa, ma onestamente, se non è un etto, non mi pare neanche di mangiarmelo, sto risotto!

    Occorre poi della cipolla rigorosamente bionda, olio evo per il soffritto e del vino bianco secco per sfumare. Personalmente uso un brodo vegetale per abitudine, ma chiaramente il brodo di carne, avendo tempo di farlo, renderà il gusto più pieno e grasso.

    Circa i funghi, vanno bene porcini (anche secchi), finferli o altri di stagione, basta che siano carnosi e le quantità sono a piacere, a noi piacciono ben ricchi di funghi!

    Lo zafferano di solito basta nell’ordine di una bustina (io uso il Leprotto, mi piace di più) per circa 3 etti di riso crudo.

    Sale meglio non metterlo se usate il dado da brodo che è già ricco di glutammato, mentre un’aggiustatina col brodo casalingo la farei. Occorrono poi pepe, noce moscata e grana (o parmigiano, no il pecorino che è troppo forte) nell’ordine di un etto almeno per due porzioni, poi va a gusti, tenete conto che già il grana sala molto l’aroma.

    Ultima cosa necessaria è il burro, una noce per 2-3 porzioni.

    La preparazione del risotto è quella classica: dopo aver tagliato fini fini le cipolle e averle fatte imbiondire in olio, si aggiunge il riso, mescolando bene per farlo tostare, poi si sfuma con un mezzo bicchiere di vino bianco secco e si parte ad aggiungere il brodo, poco alla volta, attendendo che si assorba prima di metterne di nuovo.

    La teoria vuole che non lo si mescoli troppo e comunque solo col cucchiaio di legno o plastica, meno traumatici per i chicchi. I funghi possono cuocere insieme se sono freschi, avendoli passati a imbiondire con la cipolla all’inizio, oppure possono essere aggiunti in cottura se sono secchi e rinvenuti in acqua. Un paio di cucchiai dell’acqua dei funghi, opportunamente filtrata da eventuali residui, è anche un buon modo per aumentare il sapore di fungo.

    La cottura varia tra i 15 e i 18 minuti (meno per l’Arborio, poco di più il Carnaroli) e, a fuoco ormai spento, si aggiungono il formaggio grattugiato e la noce di burro per mantecare. Una volta messo nei piatti, si spolvera con il pepe e la noce moscata grattati al momento.

  • La Teriaca
    Foto dal Web

    Non c’è scritto storico o romanzo che parli di medicina, che non nomini la Teriaca. Questa miscela prodigiosa, indicata per la cura di ogni male, dominò la farmacopea europea per due millenni, andando a costituire rimedio o colpo di grazia per milioni di pazienti sofferenti. Anche Draco ne parla, e non certo con parole di lode, in questo breve dialogo con Cécile che troviamo nel capitolo 15 di Memorie dal Buio – La Bestia.

    «Per quanto la loro nascita e la diffusione sia stata attribuita all’influenza degli astri, alla punizione divina, a cause telluriche o marine, di fatto fece regredire la società e mostrò i limiti della medicina di allora, il suo totale fallimento nella capacità di curare. Troppo era il divario tra scienza teorica e pratica clinica. I medici non studiarono la malattia, ma prescrissero rimedi casuali, poco ragionati come le purghe d’aloe, i salassi, i fumigi, l’abusata teriaca.»
    «Sì, ricordo, era per applicare la teoria degli umori, no? Usare una sostanza asciutta e fredda per opporsi alla pestilenza, che era umida e calda. Ingerita col vino credevano fosse veicolata nel cuore. Forse perché quando si beve vino si sente l’esofago bruciare proprio nella zona del cuore?»

    Il nome Teriaca deriva dal greco (che strano eh?) e significa Antidoto, anche se alcuni la fanno risalire al sanscrito, dove significherebbe Salva. Si tratta di un polifarmaco, una miscela di lavorazioni e sostanze (oltre 60), che risultava indicato per curare i veleni prodotti nel corpo dalle malattie, qualsiasi esse fossero: dello stomaco, del capo, dei sensi, arrivando a essere indicato per conciliare il sonno e allungare la vita.

    Foto dal Web, Mitridate

    La diffusione della Teriaca in Europa avvenne grazie ai Romani, che la ripresero dall’Antidoto Universale di Mitridate. Il re del Ponto è da tutti conosciuto per la pratica che da lui prende il nome, il mitridatismo, che consiste nell’assumere piccole quantità di veleno con costanza, in modo da assuefare l’organismo al tossico. Il re non solo era appassionato di medicina, ma aveva l’ossessione (peraltro perfettamente comprensibile) di morire avvelenato. Insieme al suo medico, Crateva, mise a punto la Mitridatis Teriaca.

    Oggi sappiamo che con alcune sostanze è possibile sviluppare vari livelli di assuefazione o resistenza (basti pensare alle droghe comunemente spacciate), ma per altre sostanze l’accumulo nel corpo è solo deleterio. Come finì la storia di Mitridate? Davanti all’invasione delle legioni romane guidate da Pompeo, si uccise. Con la spada!

    La Teriaca romana, la cui ricetta è sopravvissuta fino al 1906, anno di produzione dell’ultimo lotto, venne messa a punto 100 anni più tardi da Andromaco, medico alla corte dell’imperatore Nerone, cui consegnò, insieme al farmaco, anche un poema di elegia in 174 versi della sua panacea. E noi che ci lamentiamo dei bugiardini dei nostri farmaci!

    Il principio di molti ingredienti, come la carne di vipera, perseguiva l’idea del simila similibus, ovvero la credenza che una sostanza che genera il male (il veleno di vipera), contenga anche la forza di curare i suoi stessi effetti e, per estensione del concetto, conceda protezione da tutti gli altri veleni animali. Beata ingenuità…

    La caratteristica composizione della panacea, con una media di 60 ingredienti, alcuni molto rari e soggetti a lavorazioni lunghe e impegnative, la rendevano un farmaco adatto a ricchi e danarosi malati, ma non mancarono di interessarsi ad essa anche gli Alchimisti del Medio Oriente, che vennero in contatto con la teoria della sostanza, quando il diffondersi del cristianesimo mise in odore di eresia tutti i medici formatisi sotto una filosofia ellenistica. Fuggiti in Mesopotamia, essi trovarono terreno fertile per continuare a lavorare.

    Foto dal Web

    Il formulario greco venne quindi tradotto in arabo e, dopo essere stata bandita dai cristiani, la Teriaca tornò in Europa attraverso le conquiste arabe in Spagna, Portogallo e nel sud della Francia, grazie a medici come Mesuè il Vecchio e Avicenna. Snodi chiave nello studio della farmacologia saranno in quegli anni di crociate ed epidemie, la scuola medica di Salerno e quella di Arles, in Provenza. Fu il periodo in cui speziali e farmacisti vennero distinti, come categoria lavorativa, dai medici, che si avvicinano più ad essere teorici e filosofi, piuttosto che coloro che con la pratica alleviano le sofferenze dei malati.

    Questa nuova spinta culturale verso la medicina produsse anche l’effetto desiderato di uniformare ricettari, standardizzarli e rendere più sicure le preparazioni. Nel 1498 viene pubblicato il Ricettario Fiorentino, un antidotario ufficiale e sicuro.

    Naturalmente la Teriaca era ben descritta al suo interno e spesso venivano organizzate sessioni pubbliche di preparazione della sostanza, specie nel periodo d’oro della panacea, tra il 1500 e il 1600. L’Italia creò un vero business di questa sostanza, che divenne una grande fonte di reddito per gli speziali e gli alchimisti italiani e la portarono a una grande diffusione anche tra i ceti meno abbienti.

    Le cose cambiarono con Nicolas Lemery che nel suo trattato “Farmacpea Universale”, pubblicato a Parigi nel 1697, iniziò a trattare le molecole che compongono le sostanze e il loro effetto come singole entità, non più mescolate nelle brodaglie indistinguibili. Questo determinò il passaggio dalla Teriaca a formulazioni più semplici e dall’alchimia alla chimica. La Teriaca però non scomparve del tutto, specie nell’immaginario della gente comune, ma trovò una sua nuova versione detta “riformata”, più adatta alle nuove scoperte della medicina e diventò una notevole fonte di reddito nel borbonico Regno di Napoli quando Ferdinando IV la elesse a Monopolio di Stato nel 1779, obbligando i medici a comprarne almeno mezza libbra all’anno dall’unico produttore, la Reale Accademia di Scienze.

    Alla fine cosa conteneva questa strana Teriaca? Ecco una tabella di Wikipedia.

    Foto Wikipedia

    Premesso che vi sono molte differenze tra regioni e luoghi, a causa delle differenze di traduzione, possiamo però comunque sempre dividere questi ingredienti in SEI compartimenti di elementi che vengono usati nel medesimo peso e nel medesimo numero. La Teriaca più ricca è quella dell’Antidotario Mantovano, che ha 65 ingredienti.

    Vediamo ora la preparazione dalle parole di Andromaco il Vecchio, riportate da Galeno.

    Tutte le cose delle sei prime classi si ammacchino un poco, pestando prima le dure, ed accompagnando alle secche le più umide, ed ontuose: così grossamente pestate , tutte in un gran bacile di rame si uniscano tramestandole diligentemente: poscia si pestino, passandole per staccio di seta fine: nel tempo medesimo si dissolva nel vino l’opio, il succhio di liquirizia, l’ipocistide, l’acacia, e colati si ispessino a forma di mele: parimenti il serapino, ed il galbano infusi per una notte in s.q. di vino e ben dissolti si colano, riducendoli a forma di mele: la terra lemnia, il bitume giudaico, e la calcitide, separatamente sieno macinati sul porfido con s.q. di vino, poscia uniti a forma di siroppo: e per finela storace si dissolva con l’opobalsamo, e terebinto a fuoco lentissimo, colandole per staccio di crena, se per avventura non fussero pure: preparata ogni cosa secondo le più sode leggi dell’arte si faccia la composizione. Spiuntato il mele, e presane per tre oncie di spezie una libra si rimetta in caldaia capacissima di rame stagnato sopra debol fuoco, agitando incessantemente con spatola di legno, vi si spargono le polveri: un po dopo riscaldati i succhi ispessati si aggiungono: poscia le gomme calde altresì: e dopo ben agitata la composizione, la storace squagliata a lentissimo fuoco, e per ultimi i macinati sul porfido, tramestando diligentemente per tre oredi seguito. La Theriaca si riponga in vasi di stagno, o di terra verniciati agitandola alcuna volta per otto dì continui. Si tenga benissimo chiusa per sei mesi successivi, né si adoperi prima senza ordine preciso del Medico, lo che si deve osservare in tutte le composizioni opiate. Dose da un scrupolo a tre. Conviene la Theriaca dove sia bisogno di riscaldare e moderare le irregolarità dello spirito dalle quali due proprietà deve conoscere il Medico a quanti mali può essere utile.

    Cosa c’è dunque di vero nella Teriaca, da averne fatto la fortuna per due millenni? Direi la sua stessa composizione. Nella ricetta sono presenti sostanze note per i loro effetti farmacologici, come cannella, zenzero, genziana, finocchio, cardamomo, liquirizia ma, soprattutto, oppio, miele e vino. E’ ovvio che qualsiasi male uno avesse, avrebbe potuto trovare sollievo da almeno uno degli ingredienti, se non altro, vino e oppio permettevano sonni più tranquilli!

  • I luoghi dei romanzi
    Foto dal Web

    Stephen King diceva di scrivere solo di “cose che si sanno”, Salgari scrisse invece pietre miliari della letteratura d’avventura in luoghi esotici che non aveva mai visitato. Dove sta la ragione? Tanto per cambiare, nel mezzo. Ciò che dobbiamo considerare, leggendo un testo del passato, è il diverso contesto in cui è stato scritto, le richieste dei lettori di allora e la moda che imperversava nei romanzi d’appendice, di descrizioni minuziose e ritmi lenti e solenni. Oggi quello che invece viene richiesto è un ritmo incalzante ed emozionante.

    I punti da trattare riguardo i luoghi di ambientazione sono quindi due:

    • descrivere o suggerire?
    • luoghi conosciuti o no?

    Per rispondere alla PRIMA DOMANDA, dobbiamo chiederci: la letteratura attuale cosa vuole? Per lo più un bilanciamento tra accuratezza descrittiva e ritmo narrativo. Se i grandi “wall of text” che potevano essere tollerati fino agli anni ’80 ora sono un deterrente, è anche vero che molti scrittori, io in primis, non accettano di piegarsi alla main stream che vuole romanzi velocissimi, privi di descrizione e ritmati come un film catastrofico di Hollywood. Catastrofico nel senso di avere una catastrofe ambientale o sociale come cardine di trama.

    Come uscire da questa ambivalenza? Se non è consigliabile o possibile inquadrare il luogo del romanzo in un capitolo a parte, vuoi perché stiamo descrivendo un intero paese, vuoi perché stiamo ambientando in più luoghi, personalmente trovo molto utili le suggestioni, ovvero brevi incisi, al massimo un paragrafo, in cui far emergere un dettaglio alla volta, quando è utile alla narrazione.

    Prendiamo ad esempio una descrizione “vecchio tipo” presente nel romanzo Memorie dal Buio – La Bestia

    Foto archivio personale

    Casa Darcy era affacciata sulla piazza principale di Cusago di Sopra. Confinava a est con quella del Console Ghilardi, ma aveva gli altri tre lati liberi e, in particolare, il lato ovest era separato dalla cinta muraria del castello solo da una stradina che portava al «Governo», ovvero il paese gemello, Cusago di Sotto.
    Il Castello Visconteo, sul lato ovest della piazza, era stato costruito sopra antiche fortificazioni romane e troneggiava dirimpetto alla chiesa dei Santi Fermo e Rustico, ancora in costruzione. Entrambi vegliavano sulle case che si susseguivano, sui lati sud ed est della piazza.
    Solo due strade vi accedevano, quella adiacente al Podere Darcy e una che ripartiva per Milano, costeggiando la chiesa verso nord, lungo il complesso degli edifici amministrativi e la locanda Stallazza, per poi piegare a est e divenire Via del Duca per raggiungere Milano o Cisliano.
    Di tutte le case del paese, quella dei Darcy spiccava per l’altezza di due piani e mezzo e per la raffinata decorazione dell’intonacatura della facciata, che riprendeva con un affresco delicato l’annodarsi armonioso del glicine secolare che cresceva sul retro.
    Il mezzo piano in più, che offriva finestre al livello del selciato, era la cantina, il regno dei profumi. La sua costruzione, isolata e sollevata dalle infiltrazioni di acqua, la rendeva asciutta e ventilata, e permetteva la conservazione del cibo tutto l’anno.
    Un profondo foro nel pavimento, chiuso da una botola, era la ghiacciaia.
    Un espositore di legno faceva riposare sdraiate le bottiglie del buon rosso del filare e quelle della birra, che il nonno preparava personalmente usando i raccolti del podere. Orzo e luppolo venivano tostati e fatti fermentare per creare una birra rossa e persistente e una bionda e leggera.
    Dentro uno stipetto seccavano le erbe officinali, in attesa di essere setacciate, sgranate, miscelate e conservate nei barattoli dal tappo di sughero o nei sacchettini pronti all’uso.
    Il primo piano vantava la cucina, un salotto, lo studio del nonno e il piccolo locale adiacente, usato come farmacia; al secondo piano c’erano tre camere da letto e un’ampia stanza da bagno.

    Questa lunga parentesi, che apre il capitolo Due, serve per inquadrare una e una sola volta il paese e la casa, in modo da creare una fotografia del luogo in cui si ambientano gran parte delle scene e non dover più ripetere le descrizioni o riprendere dettagli prima omessi. In questa parte, il Castello Visconteo viene solo nominato, non descritto, per non togliere importanza alla casa Darcy, ma in un altro capitolo, trova una sua parziale descrizione dando la suggestione di cui parlavo prima. In questo secondo breve paragrafo ne do un’idea.

    I due uomini che scortavano il dottore e che non parevano soldati o mercenari, piuttosto funzionari e burocrati, la presero per le braccia e la riportarono al piano terra. Da lì attraversarono il cortile interno, tirandola letteralmente per condurla nelle stanze riservate all’illustre ospite.
    Lo studio dell’inquisitore era al secondo piano, nell’ala opposta del castello. La stanza era buia e tetra, con le finestre chiuse, i tendoni tirati e poche candele a rischiarare l’ambiente. Rispetto alla luminosità del giorno, si faceva fatica ad abituarsi all’oscurità interna e, con gli occhi abbagliati, Cécile strizzò le palpebre per potersi
    guardare intorno.
    «Ecco Eccellenza, abbiamo portato la strega, come da accordi», disse Tommaso rivolto verso una scrivania, cui era seduta una figura con un manto nero e un cappuccio sul capo
    .


    Non era necessario fare una descrizione accurata di tutto il castello, ma solo delle stanze utili e del modo per arrivarci. Per maggiori informazioni sulla descrizione dei luoghi, potete leggere questo articolo.

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    Veniamo ora alla SECONDA DOMANDA. Se avessi tempo e denaro, farei come Elizabeth George che ha scritto un grazioso libro di consigli di scrittura, in cui parla di come (brava solo lei, pessimi noi a non farlo…) passi mesi nei luoghi dei suoi futuri thriller. Ma noi noi siamo King con gli otto editor o lei con il portafoglio a soffietto, quindi dobbiamo lavorare con maggiore fantasia e coi mezzi che abbiamo a disposizione.

    Nella foto, gli appassionati riconosceranno il profilo del villaggio di Cabot Cove, il luogo a più alto tasso di criminalità del mondo, altro che Bronx! In questo luogo ameno lavorava l’investigatrice Jessica Fletcher nella pietra miliare “Murder, she wrote”, ma quello che non tutti sanno, è che il luogo che ha ispirato questo paese del Maine si trova in realtà in California!

    Come possiamo creare la nostra Cabot Cove senza mai essere stati nel Maine o in California? Semplice. Iniziamo ad amare Google Earth, che mostra tutto il globo in un click e fornisce anche un’idea di altitudini e punti di vista, oltre a una visione di insieme di distanze, territorio e abitazioni. Associando questo potente mezzo con Google Street View, possiamo arrivare a una buona approssimazione in tutti quei casi in cui non possiamo permetterci una visita di persona o in cui non si può “inventare” un luogo. Infatti, se inventare un panettiere sull’ottava strada di New York può essere accettabile, mutare la conformazione dei palazzi nel complesso dell’ONU o l’aspetto di Ground Zero non è possibile.

    Tutto il resto lo fa una ricerca su Wikipedia o su altri motori di ricerca, in modo da contestualizzare anche flora e fauna locali e avere così un’idea (molto importante a mio avviso), dei dettagli quali odori, direzione dei venti, sapori. Tutte quelle suggestioni di cui parlavo a inizio articolo.

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    Scrivendo un fantasy puro, incappiamo in un problema diverso. Se da un lato abbiamo carta bianca per inventare qualsiasi cosa, dall’altro corriamo il rischio che le persone non riescano a calare l’azione in un luogo specifico, perché in un “nuovo mondo” non possiamo sfruttare il fatto che le persone già possano attingere al back ground culturale che ci evita di descrivere minuziosamente New York o Milano.

    In un romanzo fantasy, ci occorre creare una mappa, come quella di Westeros che correda tutti i libri del Trono di Spade di Martin, che ci aiuti a non finire mai fuori ambientazione o a creare paradossi sule distanze o le localizzazioni delle azioni. Non è necessario che tale mappa sia graficamente impeccabile e infilata nel libro, ma sicuramente deve essere sulla nostra scrivania mentre componiamo il romanzo!

    In conclusione, se riuscissimo a visitare i luoghi dei romanzi, il nostro scritto guadagnerebbe in realismo da tanti piccoli particolari e riusciremmo a calare maggiormente il lettore nel cuore dell’ambientazione grazie alla nostra esperienza sensoriale tradotta su carta. Ma se muoverci ci è impossibile, non dobbiamo smettere di esercitare la mente a creare spazi e luoghi, completandoli con quelle suggestioni che la fantasia e l’esperienza di luoghi analoghi ci concede.

    L’unica cosa davvero importante, è emozionare chi ci legge e tenerlo attaccato alle pagine!

  • L’oppio
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    Quando si pensa alla lunga e feconda epoca vittoriana, ci sono alcune caratteristiche universalmente note: gli abiti da donna coi paniers sul sedere, il tramonto degli Imperi coloniali, l’illuminazione a gas delle vie, le prime fotografie e i rudimentali cinematografi, le biciclette, i malati di tubercolosi e lui, il laudano o la sua versione “bio”, l’oppio, con le sue fumerie. Nel romanzo La Bestia, Draco si occupa spesso di storia della farmacologia e parla anche dell’oppio.

    L’origine del nome è, tanto per cambiare, greca e significa “piccolo succo”, infatti succo estratto dall’incisione delle capsule immature del fiore del Papaver Somniferum è un latticello che è la base dell’oppio. Una curiosità: tanto per indicare la sua pericolosità, in Cina è detto O-Fu-Jing e cioè Veleno nero.

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    La storia di questa sostanza è più antica di quanto si pensi. Va ben oltre le fumerie di fine ottocento per affondare le sue radici addirittura nell’ominide noto come Uomo di Cro-Magnon e si parla di periodi tra 20 e 30 mila anni fa. E lo si sa grazie a ritrovamenti di bulbi di questa pianta insieme ai resti di insediamenti su palafitte di questo antichi progenitori. Gli scienziati non si sbilanciano sull’ipotesi se questi ominidi conoscessero o meno l’uso del lattice dei papaveri da oppio, ma la logica vuole che se ti tieni in casa delle cose che non sono belle né buone da mangiare, qualche altro uso lo devono avere!

    Le prime testimonianze scritte sull’uso della sostanza risalgono invece ai sumeri e a 3 mila anni prima di Cristo e, da lì, la diffusione nelle civiltà antiche, caldea, assira, babilonese e, prima tra tutte egizia, è sicura: il “papiro ermetico dei medicamenti” infatti consiglia l’oppio come sedativo. Per i greci divenne una sorta di panacea, tanto che Ippocrate nel V secolo A.C. lo consiglia come rimedio a molti mali, ma già un secolo dopo Erasistrato ne denuncia la pericolosità nell’uso prolungato. I romani lo scoprono attraverso i greci e medici come Dioscoride e, soprattutto Galeno, lo introducono a Roma. Un farmaco in cui lo si trova in discrete quantità è la Teriaca, il minestrone superstizioso/farmacologico inventato dal medico di Nerone, Andromaco.

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    Durante il medioevo l’Europa ne dimentica l’uso, mentre in medio Oriente si continua a studiarlo e usarlo: Avicenna attorno all’anno Mille lo “riscopre” con tale entusiasmo, che pare sia morto per overdose. Allo stesso modo, in occidente Paracelso morirà intossicato dalla tintura di morfina all’1%, meglio conosciuta come Laudano. vuoi per questi motivi o perché era qualcosa di origine “infedele”, la Santa Inquisizione si sentì in dovere di vietarne l’uso, anche come medicinale.

    La sua storia continua in Cina, come principale consumatore e in India, come produttore, legato alla potente Compagnia Britannica delle Indie orientali, che ne monopolizzava il commercio. Risale al 1839 la decisione dell’Imperatore di distruggere delle casse appena scaricate a Canton da una nave inglese e questo scatenò la Prima Guerra dell’Oppio fra Cina e Inghilterra (che portò tra l’altro Hong Kong a divenire inglese). Intanto giungiamo alla fine del XIX secolo e alla sua diffusione anche tra gli occidentali in maniera trasversale tra tutte le classi sociali. Ne facevano uso molti poeti e scrittori come Coleridge, Baudelaire e De Quincey (autore di Le confessioni di un mangiatore di oppio).

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    Il principio attivo è la Morfina, così chiamata in onore di Morfeo, il dio del sonno greco. Si tratta di un alcaloide che, insieme alle altre varianti (codeina e tebaina), ha effetti analgesici, euforizzanti e costipanti. Altre sostanze come papaverina, noscapina e narceina sono spasmolitiche. E, udite udite, “la farmacopea ufficiale italiana ammette l’uso terapeutico di oppio, ma specifica che il suo contenuto di morfina deve essere compreso fra il 9,8% e il 10,2%.” (cit. Wikipedia).

    Ma come veniva usata dagli antichi? Per fumarla si scalda una pallina di sostanza su una pietra calda o una stagnola e si inala il fumo. Per preparare questa pallina si fa fermentare il latticello e vi si aggiunge un fungo, l’Aspergillus niger. Ma siccome dell’oppio non si butta nulla, il residuo della fumata, il dross, seppur tossico, ha ancora molta morfina al suo interno e può essere riusato mescolandolo al caffè o al thè e il prodotto si chiama tyl, oppure usando un metodo di torrefazione può essere fumato di nuovo (tinks o samsching). Alcune varianti sono sotto forma di polvere da assumere per via nasale, altre prevedono il mescolare dell’oppio con cibi per ottenere palline masticabili o per assumerlo ovviando al suo saporaccio, per esempio con del tabacco, del betel o del succo di tamarindo.

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  • Giulia Anastasi

    Iniziare una nuova vita è possibile? Questa è la domanda che ci poniamo quando tutto sembra crollarci addosso. Giulia Anastasi, pseudonimo di una donna forte e coraggiosa, che ha necessità di mantenere l’anonimato ci fa capire che è possibile, portando la sua esperienza. Questo non è un normale libro di narrativa, questa è la sua dolorosa storia.

    L’intervista è più breve del solito e si comprende la difficoltà dell’autrice di aprirsi e rivangare un dolore mai sopito e con cui non si può fare altro che convivere, cercando di non farsene soffocare. Iniziamo dunque, con la quarta di copertina:

    Giulia è una bambina come tante, allegra, sognatrice, innamorata dell’idea dell’Amore. La sua vita cambia quando, a soli quindici anni, viene data in sposa ad Arturo Cavallaro, uomo più grande di lei e appartenente a una famiglia tanto ricca quanto spregevole. L’intera vita di Giulia diventa un susseguirsi di violenze fisiche e psicologiche, abusi e sevizie in quella villa meravigliosa che lei considera una “prigione dorata”. Diventata mamma di Rosario, per il quale Giulia lotta come una leonessa, la vita sembra concederle una seconda possibilità quando le fa incontrare il dolce Nicola, che s’innamora perdutamente di lei. I Cavallaro, però, non possono permettersi un tale scandalo. Ancora una volta, Giulia è costretta a soffrire e a piegarsi alla loro volontà, ma Nicola le ha fatto respirare nuovamente l’aria di libertà, l’ha fatta correre, ancora una volta, su per le colline che percorreva a piedi nudi da ragazzina. E quello è il primo passo perché Giulia trovi dentro di sé la forza per spezzare le catene che la tengono prigioniera della famiglia Cavallaro, e ricostruirsi una vita.

    Foto su concessione dell’autore

    Ciao e benvenuto nel Blog di memorie dal Buio. Rompiamo il ghiaccio con una presentazione. Raccontaci di te e di ciò che hai scritto.

    Ho scritto una parte della mia vita, un’esperienza significativa sotto tutti i punti di vista, sperando di essere d’aiuto a qualcuno. Spero inoltre, che quello che ho vissuto possa essere un segnale di speranza per tutti coloro che si ritrovano nella mia situazione. Il libro si focalizza sulla parte della mia vita che va dall’infanzia al diventare adulta. Non si tratta solo di una questione anagrafica perché, a causa della violenza subita da mio marito, ma anche dai miei suoceri, per tanto tempo ho vissuto come una prigioniera nella mia stessa casa. Ero anagraficamente una donna, eppure ero fragile come una bambina. È stato solo quando sono riuscita a capire che quell’esistenza di soprusi non era “normale” e non andava bene che ho finalmente spiegato le ali.

    Quanto è importante il ricordo e la memoria nella trama del tuo lavoro?

    Moltissimo perché è stata un’esperienza forte, ma allo stesso tempo, a modo mio, ho avuto la mia rivincita. C’è da dire che sedersi al computer a scrivere un romanzo del genere non è facile, perché richiede una certa introspezione e soprattutto sapevo benissimo che, per narrare per bene gli avvenimenti, avrei dovuto risvegliare emozioni e ricordi che, in tutto questo tempo, non avevo cancellato ma di sicuro avevo messo come da parte, sotterrati sotto la quotidianità e il passare del tempo. Tornare con la memoria alla mia vita in famiglia, quando mia madre era ancora viva, e poi ripercorrere tutti gli anni trascorsi con Arturo, mio marito, e i suoi genitori – che mi hanno considerata sempre alla stregua di un oggetto – non è stato facile. Chi ha vissuto situazioni simili alla mia, sa benissimo che spesso quello che vorremmo fare è semplicemente fingere che niente di tutto ciò sia mai accaduto, cercare di andare avanti, perché tornare indietro fa male, ma scrivere questo libro ha richiesto proprio questo. Quest’esperienza, quindi, mi ha costretta a rivedere la me stessa più giovane e, in un certo senso, a prendersi cura delle mie/sue ferite.

    Quando scrivi, quanto attingi al tuo vissuto e alle esperienze passate?

    Come accennato finora, tutto in questo libro è frutto di una parte della mia vita. Naturalmente ho dovuto cambiare dei nomi di luoghi e persone per motivi di privacy, ma gli avvenimenti sono accaduti realmente. Quello che è stato più difficile, e al tempo stesso penso sia la parte più bella, è stato proprio dover mettere nero su bianco i sentimenti. Se gli avvenimenti sono reali, lo stesso posso dire di tutte le emozioni, belle e brutte, di cui leggerete nel libro. Sono proprio quello che ho provato nei momenti di cui ho narrato.

    Racconta il momento catartico, il più importante che serbi nel ricordo del processo di scrittura del tuo lavoro.

    Credo sia stata la parte finale, quando ho smesso di sedermi al computer per scrivere perché il romanzo era finito. Certo, avrei dovuto rileggerlo mille volte, fare delle correzioni eccetera, ma il viaggio a ritroso nel tempo nei miei ricordi e nella mia anima era terminato. Ricordo di essermi sentita svuotata. È stato un viaggio lungo ma soprattutto profondo, a tratti doloroso, a tratti bello perché, come leggerete nel libro, ho avuto anche la fortuna di vivere esperienze meravigliose, come il momento in cui sono riuscita ad adottare mio figlio o la mia relazione clandestina con Nicola. Quando poi ho ricevuto a casa la copia del libro quasi non ci credevo. Ricordo che mi sono messa a piangere, tanto ero emozionata. Era come se stessi stringendo fra le braccia la parte più piccola, ferita e vulnerabile di me, alla quale ho deciso di concedere un po’ di sollievo.

    Normalmente mi riservo l’ultima parola in coda alle interviste, per le mie impressioni e i sentimenti, ma oggi non posso fare altro che tacere davanti al coraggio di raccontarsi e mettersi a nudo dopo anni di violenza e soprusi. Quindi lascio la parola a una poesia che viene erroneamente attribuita a Shakespeare, ma che in realtà venne recitata nel “Chisciotte”, in un adattamento teatrale di William Jean Bertozzo.

    In piedi,
    in piedi, signori, davanti a una donna,
    per tutte le violenze consumate su di lei,
    per le umiliazioni che ha subito,
    per quel suo corpo che avete sfruttato
    per l’intelligenza che avete calpestato
    per l’ignoranza in cui l’avete tenuta
    per quella bocca che le avete tappato
    per la sua libertà che le avete negato
    per le ali che le avete tarpato
    per tutto questo
    in piedi, Signori, in piedi davanti a una Donna.
    E se ancora non vi bastasse,
    alzatevi in piedi ogni volta che lei vi guarda l’anima
    perché lei la sa vedere
    perché lei sa farla cantare.
    In piedi, sempre in piedi,
    quando lei entra nella stanza e tutto risuona d’amore
    quando lei vi accarezza una lacrima,
    come se foste suo figlio!
    Quando se ne sta zitta
    nasconde nel suo dolore
    la sua voglia terribile di volare.
    Non cercate di consolarla
    quando tutto crolla attorno a lei.
    No, basta soltanto che vi sediate accanto a lei,
    e che aspettiate che il suo cuore plachi il battito
    che il mondo torni tranquillo a girare
    e allora vedrete che sarà lei la prima
    ad allungarvi una mano e ad alzarvi da terra,
    innalzandovi verso il cielo
    verso quel cielo immenso
    a cui appartiene la sua anima
    e dal quale voi non la strapperete mai
    per questo in piedi
    in piedi
    davanti a una donna.

  • Il peperoncino
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    Non c’è spezia più inconfondibile del peperoncino. Presente negli amuleti portafortuna e nella cucina di tutti i paesi caldi, di solito è conosciuto nella sua varietà rossa a cornetto, ma il mondo dei peperoncini, come ho imparato in questi anni, è davvero variegato. Tutto è iniziato con una confezione di peperoncini secchi scaduta e quindi davvero poco piccante. Mio marito Claudio, amante del piccante, si è lamentato della mancanza in casa di qualcosa di davvero piccante e il giorno successivo, durante una visita all’annuale fiera dei fiori di Cusago, in primavera, ho trovato una pianta mai vista prima.

    Si chiamava Carolina e qualcosa… ho chiesto al venditore se fosse davvero piccante, perché mio marito mi aveva sfidata a trovare nuove spezie per la cucina. L’uomo ha sorriso e mi ha chiesto se conoscessi la scala di piccantezza dei peperoncini. No che non la conoscevo, per me, ripeto, c’erano solo i calabresi a cornetto rossi! Me la mostrò…

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    Eccolo lì… il “Carolina e qualcosa” è in realtà il Carolina Reaper, all’epoca il più piccante in commercio, prima che nuove ibridazioni (naturali eh, fatte a mano dagli appassionati proprio come faceva Mendel coi suoi piselli), restituissero alcune nuove bombe atomiche di gusto. Per fare un paragone, per me è perfino troppo piccante il Jalapeño!

    Comunque da quell’anno, non è passata primavera che non andassimo, io e Claudio, alla ricerca di nuove varietà da coltivare e assaggiare. Anche quest’anno (2022), abbiamo tre “bambini” sul terrazzo: due aficionados di casa, il Jalapeño e l’Aji Amarillo e la new entry, il Cayenna Lungo.

    Vediamo di conoscerlo meglio così come abbiamo imparato noi a conoscerlo (e temerlo, in alcuni casi, poi vi racconto). La pianta di origine appartiene al genere Capsicum, che origina dal peperone, a sua volta originato dal pomodoro (pare) infettato da un virus che lo fece mutare. Grazie virus del pomodoro!
    Comunque la differenza tra peperoncino e peperone è dato dal contenuto di Capsaicina, misurata nella famosa scala di Scoville. Per fare un’idea, una parte per milione di Capsaicina sono 16 unità di Scoville.

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    Il Genere Capsicum però ha delle varietà al suo interno. Prendo la classificazione fatta su Wikipedia:

    1. Capsicum annuum: Pepe di Caienna, Jalapeño, Serrano, Thai, Peperoncino Calabrese, Peperoncino Nero (noto anche come violetto fuoco nero)
    2. Capsicum baccatum: Aji Amarillo e Lemon Drop
    3. Capsicum chinense: Habanero, Carolina Reaper, Bhut Jolokia
    4. Capsicum frutescens: Tabasco
    5. Capsicum pubescens: Rocoto
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    Generalmente si adatta al clima italiano, anche qui a Milano, a patto di proteggerlo nella primavera iniziale, soprattutto la notte. Vuole una terra molto drenante e povera: noi usiamo mettere un fondo di argilla espansa, poi una retina e un “tessuto non tessuto” sul quale mettere un misto di terreno per peperoncini (per acidofile) e sabbia in piccola quantità. Vogliono anche poca acqua, specie 48 ore prima del raccolto, in modo da concentrare al massimo il sapore.

    Una volta raccolti, possono essere consumati freschi o essiccati (noi abbiamo un essiccatore per alimenti, visto che a Milano spesso c’è umidità e si rischiano muffe e cattive conservazioni). Possono anche essere conservati sott’olio, aceto o congelati. L’uso è talmente vario che praticamente ogni paese ha il suo e, da solo o in miscele di spezie, lo troviamo nelle ricette di tutto il mondo. La patria della cucina coi peperoncini però, è il Mesoamerica, dove l’uso spazia dalla cioccolata calda col peperoncino ai primi piatti con riso o mais, ai famosi tacos o ai secondi di carne. E’ uno degli ingredienti del Curry, di cui ci siamo occupati in questo articolo.

    In Europa si usa per insaporire insaccati e piatti di carne o, come accade nel Maghreb, viene pestato e ridotto in purea per creare salse come l’harissa.

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    Usi farmacologici:

    Dal 2007 è stata isolata la molecola QX-314 che ha la capacità di inibire le cellule nervose in cui penetra, anestetizzandole senza intaccare altri nervi, ed ecco il suo uso come anestetico locale per i dolori sia acuti che cronici. Spalmata sull’epidermide, la capsaicina infatti anestetizza la parte, quindi viene usata da chi soffre di herpes zooster, artriti, neuropatie diabetiche, cicatrici retraenti, cefalea.

    Sull’apparato digerente, a patto di non soffrire di ulcere o emorroidi, ha l’effetto di aumentare la produzione di saliva e succhi gastrici, favorendo la digestione.

    Una statistica sulla mortalità degli individui mette coloro che fanno uso regolare di peperoncino tra i più longevi. Sapevatelo!

    Alcuni usi in deroga riguardano gli animali. No no, non come alimento, per carità, per loro non va bene, ma dome “dissuasore”, infatti spalmando i peperoncini sulle recinzioni, si tengono lontani gli elefanti e, da noi, impanare delle polpettine di carne con un po’ di peperoncino può insegnare ai cani a non raccogliere cibo in giro, prevenendo il problema degli avvelenamenti.

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    Veniamo all’aneddoto che vi avevo promesso. Alcuni anni fa, mentre eravamo in vacanza nella casa in Sardegna, ho trovato delle piantine di peperone nano nei vasi. Mia suocera li aveva piantati, ma non mi aveva detto cosa fossero. Per me erano graziosi peperoni mignon come se ne trovano nei garden. Fatto sta che ne prendo uno rosso e uno giallo da aggiungere all’insalata. Lavo. Affetto. Raccolgo con le dita e metto nell’insalatiera. Inizio a sentire le dita che bruciano, ma per quanto le lavi, non smettono di fare male. Sentivo pulsare sotto le unghie, un calore che si diffondeva alla mano e che la faceva diventare rossa e gonfia. Morale della storia? Per cinque giorni ho usato il cortisone praticamente come crema mani e dovevo spesso stare con le dita ammollo nell’acqua gelata per avere un po’ di sollievo. I piccoli e dolci mignon erano in realtà dei fetentissimi Habanero!

    La ricetta di Zel

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    POLLO CON GLI AJI AMARILLO

    Ho scelto questa ricetta perché gli Aji sono di una piccantezza per me sopportabile! Iniziamo con il bollire un numero di Aji Amarillo in base al vostro gusto. Noi troviamo che, per due persone, sei siano il limite massimo. Tenete da parte il brodo di cottura. Fate lo stesso con dei peperoni gialli. Siccome si usano per la base della cremina, più ne mettete, più cremina avrete, ma se state usando sei Aji, non mettete più di due peperoni grandi se no si perderà la piccantezza. Una volta bolliti, dovrete togliere la pelle e i semini interni con le loro placente (i filetti bianchi cui sono attaccati i semini).

    Peperoni e peperoncini a questo punto vanno frullati con un filo di olio e sale: se è troppo denso, si può aggiungere acqua. Sì, ma quale acqua? Per aumentare la piccantezza si può usare l’acqua di bollitura dell’Aji, per la dolcezza si usa quella del peperone giallo e, per avere cremosità, l’acqua di cottura del riso. Eh sì, questo piatto può essere servito su un letto di riso bollito. Altro modo per avere dolcezza e cremosità è “tagliare” la purea così frullata con del latte di cocco o, in alternativa, per un sapore meno esotico, la crema di latte.

    Si passa alla cottura del pollo. Se usate il petto, va prima tagliato in pezzi, se usate le cosce, si mettono a cuocere intere. Prima il pezzo va rosolato a fiamma viva, poi stufato a fuoco basso con la purea, allungata di volta in volta con uno dei liquidi indicati sopra, in modo che non attacchi.

    Altro punto di forza del piatto, oltre al riso, sono le patate, tagliate a fette rotonde e fatte bollire o, come preferisco, al microonde, in modo che rimangano più corpose al palato e mantengano più principi nutritivi. Per farle al microonde bastano 7-8 minuti a 750W con un filo di acqua e olio per non farle attaccare.

    Riso e patate servono sia per la quota di carboidrati e verdure di un piatto che è completo dal punto di vista nutrizionale, ma anche e soprattutto, per smorzare la piccantezza della carne.

    La ricetta originale vuole anche fette di uovo sodo, a me non piacciono particolarmente.

    Una variante ha anche delle noci (sgusciate chiaramente) e sminuzzate.

    Una volta che tutto è cotto e pronto, si prepara un letto di riso bianco, fettine di patata in singolo strato e poi vi si dispone sopra la carne con la sua puccina. Si termina con le fettine di uovo e le noci. Buon appetito!

  • Roberto Ciardiello

    Quanta paura possono fare il buio, la morte, il sangue e il mistero? Parecchia, se a intrecciarle è Roberto Ciardiello, il nostro ospite di oggi. Scrittore prolifico e appassionato del genere più intimamente legato all’orrore e alle paure ancestrali, ci regalerà qualcosa di sé e dei suoi romanzi, a cominciare dalle copertine e da questa introduzione tratta da “La vendetta nel vento”:

    Fabiana ha quattordici anni e un vuoto di memoria. In una tranquilla mattina di maggio si ritrova in mezzo a un prato, circondata dalla solitudine. Un manto di nebbia le offusca la mente. Dovrebbe essere a scuola a conquistare gli ultimi ottimi voti prima delle vacanze estive, eppure è da tutt’altra parte, senza sapere come sia arrivata lì, cosa sia successo la notte appena passata. Si è incamminata verso casa dopo aver festeggiato il compleanno dell’amica Cristina; il resto è stato inghiottito da un buco nero. Quando i ricordi le piombano addosso, il peso di un’orrenda verità la schiaccia. Le torna in mente nonna Maria, le sue parole, perché tra l’erba ha visto un soffione curvarsi sotto il vento in arrivo dal mare, oltre lo strapiombo. «Esprimi un desiderio, piccola, e soffia forte forte…» Fabiana lo fa. Soffia e aspetta. Perché anche gli animi più docili possono covare rancore. E desiderio di vendetta.

    Foto su concessione dell’autore

    Ciao e benvenuto nel Blog di memorie dal Buio. Rompiamo il ghiaccio con una presentazione. Raccontaci di te e come sei giunto ad essere scrittore.

    Ciao e grazie per l’ospitata! Sono un appassionato di horror, ma non solo. Da buon lettore, spazio e vado a coprire anche il fantastico in generale, passando per il thriller, il giallo classico e il noir in primis. Questi sono i generi che prediligo, la maggioranza sui miei scaffali, almeno.

    Mi ritengo anche un discreto cinefilo, ma tranquilla: non andrò avanti per citazioni cinematografiche, qui!

    Come sono giunto a essere scrittore? Leggendo molto e guardando altrettanti film, sviluppando trame e idee, facendo lavorare il cervello.

    E poi perseverando.

    Non mi piace accontentarmi della prima trama che butto giù, anche se di ben definite non ne ho mai avute. Spesso lascio l’idea di base e cambio le regole in corsa, se ritengo necessario uno sviluppo differente. Non avere una scaletta superdettagliata può rallentare il lavoro, ma è di gran lunga più divertente.

    Foto su concessione dell’autore

    Parlaci del tuo lavoro, che generi scrivi, come preferisci pubblicare?

    Come già detto, prediligo l’horror, magari con sfumature pulp-noir e con del fantastico all’interno. Ciò che ho scritto finora ha queste caratteristiche… Per il futuro, si vedrà!

    Ora una domanda apocalittica! Perché scrivi?

    Di base, scrivo perché mi diverte inventare storie e plasmare personaggi. Mi fa stare bene, più che altro. Anche quando vorrei mollare tutto perché non vedo la luce in fondo al tunnel della scrittura, anche quando mi accorgo di andare troppo a rilento e di addormentarmi su un capitolo o su una svolta importante… anche in quei casi c’è una vocina che mi dice di andare avanti e portare a termine il lavoro. Che la soddisfazione di dire “ho finito” non ha prezzo.

    Il Blog come vedi si occupa di storia, passato, ricordi e memorie. Quanto sono importanti per te e come traspaiono nel tuo lavoro? Vi attingi spesso?

    Vi attingo quanto basta, altrimenti ne uscirebbe un libro di memorie (e non è che abbia avuto una vita così interessante). Il resto è fantasia.

    Qual è la tua fonte di ispirazione?

    Non ne ho una in particolare, ma diciamo che la cronaca nera a volte aiuta, tanto per l’idea principale che per qualche digressione. Anche cinema e narrativa aiutano, consciamente e non. E i discorsi captati in giro, anche quelli possono portare belle idee da mettere su carta.

    Quando e come scrivi? In che luogo, con che sottofondo, a che ora del giorno?

    Non ho una tabella di marcia e sì, scrivo in casa (niente immagine poetica dello scrittore che va a lavorare al parco o al tavolino di un bar malfamato, quindi). Scrivo quando posso, non ho un orario fisso, anche se prediligo la mattina; la sera preferisco leggere o guardare un film.

    Prediligo il silenzio. Ho provato a scrivere con un sottofondo musicale, ma non ne ho cavato un ragno dal buco: la musica mi piace molto e, di conseguenza, mi distrae.

    Foto su concessione dell’autore

    Raccontaci il momento catartico, il più importante che serbi nel ricordo del processo di scrittura del tuo lavoro.

    Il momento in cui ho concluso l’ennesimo giro di editing sul primo manoscritto, “La vendetta nel vento”, e ho pensato: ok, stavolta è finito per davvero, si va!

    Sai, sono molto pignolo se si parla di editing, e non mi accontento di un paio di giri, quindi immagina la soddisfazione (e la liberazione finale).

    Parlaci di un libro che è stato importante per te in passato.

    Sono un amante del noir di James Ellroy (ma non solo), quindi posso dirti che “Il grande nulla” mi ha insegnato molto. Dalla caratterizzazione dei personaggi alle ambientazioni dalle tinte cupe, passando per la corretta scelta parole da usare in base alle scene da descrivere.

    Come scegli le copertine dei tuoi lavori?

    Per quello c’è l’editore, la Dark Zone, che se ne occupa. Io do l’idea principale, cercando di rifarmi alle locandine di vecchi film horror, e il gruppo di lavoro studia e crea, mettendoci del suo. Finora ne sono entusiasta.

    Dei tuoi personaggi, ce n’è uno che possa essere lo specchio del vissuto, della sapienza e delle memorie?

    No, non uno in particolare. C’è un po’ del mio mondo sparso nei vari personaggi, in generale. Per “mio mondo” intendo tutto ciò che mi circonda e che mi ha circondato. Racconti ascoltati da qualcuno, persone conosciute, situazioni vissute o sentite in giro. Vuoi o non vuoi, qualcosa del mondo intorno a lui, lo scrittore lo mette sempre nei suoi lavori.

    Hai voglia di condividere un ricordo particolare della tua vita che possa aiutarci a capire il tuo lavoro nella sua completezza?

    I ricordi più belli riguardano le fiere in cui si va con lo stand dell’editore. Fa piacere parlare con i lettori, soprattutto quando tornano per dirti che sono rimasti soddisfatti dalla lettura. Sono ricordi che servono ad andare avanti con il proprio lavoro, per me sono carburante.

    Hai consigli per i nuovi scrittori emergenti?

    Sarò breve: siate umili.

    Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

    Ho molte trame abbozzate nel mio hard disk, ma nessuna mi soddisfa appieno. D’altronde, ho già detto che non mi piace accontentarmi, no? Di sicuro c’è che voglio continuare a scrivere questa mia avventura nel mondo dell’editoria di genere, provando a non essere mai banale, evitando lo splatter fine a se stesso (che non digerisco) e tentando di usare l’horror sia per intrattenere che per veicolare emozioni e messaggi. Si può dire molto anche usando questo genere che no, non è solo sangue e budella.

    Foto su concessione dell’autore
  • La grammatica, qualche consiglio
    Foto dal Web

    La situazione è Grammatica! Mi capita spesso di leggere incipit di romanzi (ovvero le prime 20-30 pagine) non ancora corretti o editati e, non so se per colpa degli insegnanti o degli scrittori stessi, sono pieni di errori di grammatica da far rizzare i capelli in testa. Li leggo per amici o conoscenti dei gruppi che mi chiedono la recensione, ma soprattutto per un noto concorso nazionale che, in quanto gratuito, spinge migliaia (davvero giuro!) di aspiranti scrittori a inviare il proprio lavoro di prima penna.

    Non voglio certo fare qui una dissertazione sulla grammatica, ma solo lasciare qualche consiglio e spunto di riflessione per gli aspiranti autori, in modo da controllare bene il proprio lavoro prima di sottoporlo a chiunque, anche a una casa editrice, che potrebbe restare delusa da un testo pieno di errori e rifiutarlo proprio per questo. Personalmente rimanderei al mittente un testo in cui ci fossero ‘dialettismi’ come il tanto blasonato “sto apposto” o i raddoppi di consonanti. Significa non conoscere la propria lingua madre. Vediamo insieme quali sono le cose da controllare con attenzione.

    PS. Mi chiamano Grammar Nazi non a caso…

    Foto dal Web
    1. PUNTEGGIATURA. Pare strano, ma le correzioni che segnalo contengono SEMPRE una indicazione per la revisione della punteggiatura. Tenete conto che la cosa migliore da fare, è rileggere le frasi ad alta voce. Dove la voce fa pausa naturalmente, lì serve una VIRGOLA, è il respiro stesso che la chiede. Quando due frasi sono collegate, ma serve una pausa più lunga tra le due, ecco che si usa il PUNTO e VIRGOLA. Quando la frase finisce, c’è il PUNTO FERMO.
      I DUE PUNTI, nonostante qualche editor sia allergico, servono assolutamente, quando preparano la lettura a una spiegazione del concetto appena espresso, specie se è un elenco. Inoltre si usano in apertura di un dialogo, insieme al verbo che indica il parlare, l’enunciare: “disse”, “gridò”, “intervenne”.
      A conclusione delle frasi interrogative o esclamative abbiamo il PUNTO INTERROGATIVO o ESCLAMATIVO. Entrambi si usano come segno SINGOLO, mai abbinati insieme e mai più di uno alla fine della frase!!!11!!!!1111oneoneone.
      Mentre è intuitivo l’uso del punto interrogativo, ho visto qualche difficoltà in più sull’esclamativo che DEVE esserci quando la frase è un inciso gridato, forte e conclusivo, mentre non va usato in situazioni meno emotive, quando basta un punto fermo.
      Ultima nota riguarda i PUNTINI DI SOSPENSIONE, che vanno usati con parsimonia, quando un DIALOGO (e non la parte narrativa) prevede un’incertezza del parlante o quando un altro interlocutore interrompe e si sovrappone. Sono da usare sempre e solo in numero di TRE.
      L’apostrofo taglia articoli determinativi che terminano con la stessa vocale della parola successiva (la amo -> l’amo), oltre a essere presente nell’indeterminativo “un” quando la parola successiva inizia per vocale ed è femminile (una automobile -> un’automobile), mentre al maschile non c’è (un uomo). Non è nulla di sessista, io sono profondamente contraria ai nuovi segni come asterischi per evitare di dare un genere alle persone o, nei casi più assurdi, anche alle cose. La nostra lingua non prevede il neutro, abbiamo due generi e tant’è, non è certo un asterisco a garantire dignità ed equità alla vita delle persone.
    2. DIALOGHI. Ci occuperemo in altro articolo di come costruire un dialogo efficace e chiaro, privo di errori, ma in questo ambito parlo della punteggiatura nel dialogo. Personalmente sono una sostenitrice delle CAPORALI: «…»
      L’uso di questi simboli ci permette di usarne poi altri per incisi o citazioni entro il parlato, senza timore di rendere la frase incomprensibile e, come detto prima, presentare bene il nostro lavoro ci farà guadagnare punti. Quando un personaggio che parla cita a memoria qualcosa di riportato, sia esso una citazione o un altro dialogo, si mette il VIRGOLETTATO SEMPLICE. Ad esempio: «Non ci crederai mai! Maria mi ha telefonato e mi ha detto: ‘ma che diavolo ti passa per la testa?’»
      Il TRATTINO, la BARRA OBLIQUA o le PARENTESI per sostituire le virgole, per un inciso o una spiegazione, è adatto ai testi divulgativi, non ai romanzi. Un esempio? Maria – che era una testa calda – telefonò a Mario e…
      La punteggiatura in un dialogo non è cosa facile, cerco di sintetizzarla al massimo.
      -Se il discorso è diretto, la punteggiatura è DENTRO le caporali. Esempio: «Vado a telefonare.»
      -Se il dialogo è presentato da una frase, la punteggiatura va FUORI. Esempio: Mi disse: «Vado a telefonare».
      -Se il periodo è complesso, si distingue se ha una sua punteggiatura (ad esempio una interrogazione) e allora è DENTRO le caporali o se non la ha e quindi la aggiungo FUORI. Esempi: Mi disse: «Vado a telefonare», e prese il cellulare. Oppure: Mi disse: «Vado a telefonare…» e prese il cellulare.
      -Se ho un inciso nel dialogo, la regola è la stessa, in mancanza di una punteggiatura propria del dialogo, la aggiungo FUORI, altrimenti la lascio DENTRO, ma sempre segue una MINUSCOLA nell’inciso e sempre non si mettono doppi “due punti”, ma uno solo all’inizio della frase, quando c’è l’enunciazione. Ultima nota, se la frase dopo l’inciso continua, inizia con la minuscola, ma se è stata fermata da un punto fermo, inizia con la maiuscola. Esempi: «Vado», disse, «a telefonare.» Oppure: «Vado?» disse. «A telefonare?»
    3. PENSIERI E CITAZIONI. Quando si fa una citazione in lingua straniera, è bene metterla in CORSIVO, anche se si tratta di una semplice parola che non sia già nel nostro vocabolario, specie se è un neologismo inventato dall’autore o da poco in circolazione. Esempio: Quel libro è un autentico Best Seller. Quel libro è un autentico flop. Importante è, quando si usa una lingua straniera, scriverla correttamente. Boudoir è francese e non si scrive “buduar”!
      Quando si cita un pensiero del personaggio, è corretta l’alternanza di carattere normale e CORSIVO e, nel caso di una citazione entro un pensiero, ci vengono in aiuto le virgolette semplici. Ecco tre esempi:
      Certo che Maria è una proprio una testa calda, pensò Mario, cosa avrà voluto dirmi con quella telefonata?
      Certo che Maria è una proprio una testa calda, pensò Mario che andò a sedersi sulla chaise longue, cosa avrà voluto dirmi con quella telefonata?
      Certo che Maria è proprio una testa calda, pensò Mario, chissà cosa fa nel suo ‘boudoir’!
    4. RIENTRO, SPAZIATURA, GIUSTIFICAZIONE. Un buon lavoro è anche leggibile e fruibile, quindi meglio scegliere una spaziatura di 1,5 con una organizzazione della pagina “giustificata”, ovvero con le lettere distanziate in modo da arrivare sempre a fine riga con la parola intera e limitare il più possibile il trattino per andare a capo, cosa che crea altri strafalcioni grammaticali!
      Utile infine un rientro di mezzo centimetro all’inizio dei paragrafi, in modo che ci sia una spaziatura visiva che favorisca la lettura e impedisca il più possibile all’occhio di “perdersi” in un wall of text pesante e inaffrontabile.
    5. MAIUSCOLE E MINUSCOLE. E’ evidente che a inizio frase, dopo un punto fermo o punti interrogativi, di sospensione ed esclamativi ci voglia la maiuscola, così come è evidente per i nomi propri di qualsiasi tipo. Quello cui bisogna fare attenzione, sono anche certi nomi che vogliono la maiuscola o altri che, nonostante quello che ci direbbe la logica, non la vogliono. Un esempio sono i punti cardinali: se indicano la direzione da prendere sono minuscoli, ma se indicano un luogo geografico specifico, universalmente riconosciuto (come entità geografica, sociale, politica), sono maiuscoli. Esempio: Ci dirigiamo a nord / viaggiamo verso il Sud-Est Asiatico. Dire che viaggiamo verso il nord est italiano invece vuole il minuscolo, perché non è un areale disgiunto e identificato in maniera univoca.
    6. CONSECUTIO TEMPORUM. Ovvero le concordanze dei tempi verbali. Qui cascano molti asini. E non so se sia un problema da attribuire alla scuola (ricordo che la mia maestra delle elementari ci fece picchiare la testa a lungo su questo aspetto e lo stesso il professore alle medie), ai programmi ministeriali semplificati a prova di imbecille (sì lo so, sono molto critica su questo punto) o se sia una leggerezza degli autori, troppo abituati al T9 e ai social per preoccuparsi di come si scriva correttamente. Fatto sta che in ogni incipit che ho letto, almeno un errore di tempi verbali c’era. Condizionali e congiuntivi fanno crollare anche persone che, nel resto del testo, hanno una buona penna e mostrano una certa cultura nell’uso dei vocaboli e nell’organizzazione del lavoro. Le frasi subordinate sono una ‘croce e delizia’, nel senso che, se sono fatte bene rendono il testo complesso e affascinante, ma se sono troppo lunghe o pesanti, rendono ostica la lettura. Il discorso sarebbe troppo lungo per le pretese di questo articolo, quindi, come per altri aspetti della grammatica, la consecutio va solo studiata!
    7. ACCENTI. Gli accenti nella lingua italiana sono pochi rispetto ad altre lingue e spesso non sono indicati, come ad esempio ‘ancora’, che con l’accento sulla prima A è un sostantivo, mezzo marittimo per fissare le navi al fondo, mentre sulla O è un avverbio di tempo. Alcuni in questo caso mettono una “à” accentata per il ferro marittimo, ma non tutti la accettano e soprattutto i correttori automatici (siano essi benedetti per la fase di correzione refusi), la indicano come errore. Gli accenti in italiano sono solo due: gravi e acuti. Ecco alcuni esempi tratti dall’enciclopedia Treccani:
      In alcuni casi, la differenza di apertura, segnalata nello scritto dall’accento acuto, serve a distinguere parole omografe come bótte (contenitore) ~ bòtte (percosse), chiése (verbo) ~ chièse (plurale di chiesa), nei casi in cui il contesto non basti a disambiguarle.
      L’unica diversità per noi nella scrittura è nell’accento della E che può essere grave “è” o acuto “é”. Vale la pena soffermarsi su alcune particolarità accentate: perché, finché, né, sé sono acuti, non gravi. Da notare che Né e Sé sono diversi da Ne e Se. Esempio. ‘Non ci sono né pane, né acqua, le ha tenute tutte per sé. Se le dividesse, ne avremmo anche per noi.’ L’accento grave va su parole più antiche, come caffè e tè, oltre che al verbo essere terza persona singolare dell’indicativo: egli è.
      Ricordiamo infine che Po inteso come fiume non ha accento, come molte altre parole che finiscono tronche, e che quindi la voce accenterebbe naturalmente. Ma quando in una frase ho la parola “po”, essendo un taglio della parola “poco”, si usa un apostrofo: «Dammene un po’» (si noti qui come siano perfette le caporali invece delle doppie virgolette alte (all’inglese “…”). “Pò” non esiste!
      Sempre per disambiguare e calcare un accento, troviamo che Sì e Lì intesi come avverbi sono accentati, mentre Si e Li intesi come pronome, non lo hanno: “Sì, è corretto, li troverai lì.” e “Si accomodò, prese i fogli e li pose sulla scrivania.”
    8. VOCALI EUFONICHE. Sulla vocale eufonica non si sbaglia, è molto semplice: ha D si mette SOLO quando le vocali di inizio sono le stesse della congiunzione o della preposizione. Esempio: ‘Vado ad Anversa’ è corretto, ‘ed altri esempi’ è errato.
    9. NUMERI e SIMBOLI. Come indico numeri, orari e date? Questa è una domanda che si pongono in molti. Le date sono SEMPRE in numero (il mese in parola) e così lo sono gli orari precisi e i numeri precisi, specie se molto grandi, mentre vanno in parola tutti gli altri casi: ‘Costò un 1.457 euro’, oppure, ‘Costò un milione di euro’. In caso si stia riportando una mail, o uno scambio di sms e anche graficamente si sia scelto di dare quell’impronta allo scritto, si possono lasciare simboli, barrette e numeri.
    10. ARTICOLI, PRONOMI, AVVERBI. In conclusione veniamo all’altro nodo cruciale. Premesso che tutti dovremmo conoscere gli articoli determinativi (il, lo, la, i, gli, le), il problema sorge nel concetto di pronome “gli” inteso come “a lui” o “a loro” (mentre invece a lei si dice “le”). Basta però fare una banale analisi grammaticale della frase e passa la paura: a chi mi sto rivolgendo? A un lui (o neutro) o a una lei? Tenete conto che per la terza persona plurale è tanto elegante (anche senza necessità di disambiguare la frase) mettere invece “loro”. Invece che “gli dissi di…”, “dissi loro di…”. Assolutamente da fucilare “li dissi”!
      Alcuni editor sono allergici agli avverbi che finiscono in -ente: assiduamente, coerentemente. E li fanno eliminare dalle frasi. Sono parole mediamente lunghe, in effetti, ma se usate con parsimonia e se il loro uso elimina una lunga perifrasi, ben vengano gli avverbi!

    Vi lascio con una chicca tratta dal film “Brian di Nazaret”, un capolavoro che vi consiglio di cercare e guardare assolutamente!

  • Elisa Nicotra

    Vi siete mai chiesti“, dice Elisa Nicotra, la nostra ospite di oggi, “cosa accadrebbe se un folletto irlandese, per giunta affetto da violinismo, si ritrovasse rinchiuso nel più orrendo manicomio londinese? E’ cio’ che accade a Flannan, folletto Folle e Furioso per essere stato disprezzato dall’amata Maggie, l’indomita fanciulla dallo sguardo di zaffiro e dal linguaggio da carrettiere. Fuggito su un treno (diavoleria moderna che funziona forse per mezzo di draghi) Flannan si ritrova in terra sconosciuta, lontano dall’Irlanda e dai suoi fatati amici. Come due carte dei Tarocchi, il Matto e l’Imperatore si fronteggiano in una misteriosa sfida. Per sopravvivere, Flannan racconta la sua storia, canta canzoni in gaelico, scrive lettere ai suoi amici folletti analfabeti, e compie altri gesti inconsulti che gli procureranno dapprima feroci punizioni e poi la libertà. In un’alternanza di disperati lirismi colmi di mitologia celtica, racconti di esilaranti peripezie conditi da danze e canzoni, accompagnerete il giovane folletto violinista nei suoi canori vagabondaggi, dalla reclusione alla libertà, attraverso le tappe assurde della sua autobiografia (ad esempio quella che narra dell’amore di Maggie per un diario che renderà Flannan rivale di se stesso), tra oscuri velieri norvegesi, misteriosi falsi infermieri e i neodruidi di Glastonbury, verso casa, verso la Collina delle Fate.

    Foto su concessione dell’autore

    Ciao e benvenuto nel Blog di memorie dal Buio. Rompiamo il ghiaccio con una presentazione. Raccontaci di te e di ciò che hai scritto.

    Ciao, mi chiamo Elisa Nicotra, sono musicista e scrittrice, originaria di Milano, ma con Venezia nell’anima. Ora però vivo in Bretagna, che ho scelto per il clima, per il forte retaggio celtico e forse anche perché è il posto dove ho finalmente trovato la pace per finire e pubblicare un po’ di progetti inizati nel corso della mia vita. Come libri per ora ne ho pubblicato uno solo: “Memorie di un folletto”, ma l’ho fatto in due lingue, lavorando a stretto contatto con la traduttrice. Ho scritto anche delle canzoni, e il mio secondo romanzo è (spero) quasi finito. Sono appassionata di fantasy, ma sono una lettrice onnivora. È forse per questo che nei miei romanzi sfuggo spesso dal fantasy per andare altrove, soprattutto nel romanzo storico.

    “Memorie di un folletto” è la storia di un giovane irlandese nella seconda metà del XIX secolo. Non è un irlandese come tanti altri: è figlio di un elfo. Ma il suo lato umano è profondamente toccato dalla sorte degli Irlandesi che, appena usciti dalla Grande Carestia, vivono ancora soprusi e violenze da parte dei colonizzatori inglesi. Persino il suo amore impossibile per la cugina Maggie è influenzato dalle divisioni sociali ed etniche. Ma dopo il suo penoso soggiorno nel famoso manicomio inglese di Bedlam, torna in Irlanda con una nuova consapevolezza sulla vita, sulle persone, e sul suo posto a cavallo tra mondo fatato e mondo degli umani. In questo libro, tutti i capitoli ( tranne due) sono intitolati secondo delle ballate o delle musiche irlandesi ed inglesi dell’epoca. La musica gioca un ruolo molto importante nella narrazione.

    Parlando di musica… ( se è pertinente con l’intervista) Le canzoni che scrivo trattano di tematiche a volte mitologiche, a volte esoteriche. In principio erano poesie, ma poi un giorno, cercando di imparare a memoria almeno quelle metricamente più armoniose, mi sono trovata a cantarle, e via. Ad esempio, “I Labirinti del Mare” è ispirata ai poemi pseudo-omerici, ma “The Wild Man” è invece traduzione del personaggio del folklore celtico, ancora molto presente in Inghilterra, del Green Man, o dell’Uomo Selvatico presente anche nel folklore germanico e del Nord Italia, ma anche alla carta dei tarocchi Il Matto. “I ponti dell’est” si avvicina di più ai miei romanzi come tematica: una coppia di anime che si amano si reincotra, incarnazione dopo incarnazione, a Venezia sul ponte del Diavolo, poi in Irlanda e infine per le strade di città sconosciute.

    Non so se parlare del mio secondo romanzo, che non è ancora pubblicato… si chiamerà “Il canto del dio selvaggio” e in esso ho racchiuso molti aspetti delle mie credenze, del mio vissuto e del mio immaginario: un dio venuto dal Nord per sterminare l’umanità, su richiesta di sua madre, la Terra, gravemente afflitta dagli umani, ritrova la sua identità dimenticata al momento dell’incarnazione, viaggiando attraverso i tempi e i mari in compagnia di una nave-drago e della sua ciurma di pirati vichinghi, fino a trovarsi, solo e tradito, nella civiltà della fine del XIX secolo, come unici alleati la sua arpa magica e la sua fedele lupa bianca. In quella stessa epoca, il suo ultimo possibile fedele, Malo, pittore debosciato, dedito all’arte del fallimento, della seduzione, della droga e del delirio, abbandona la Bretagna natale, troppo bigotta per capirlo, e cerca fortuna a Parigi, per infine rifugiarsi, sfiduciato, a Venezia. Là si imbatte progressivamente in un gruppo di personaggi misteriosi e nelle loro attività esoteriche. Non svelo quel che succede dopo, naturalmente… Ogni capitolo si intitola col nome di una carta dei tarocchi o col nome di una runa, con tanto di citazione del poema runico scandinavo.

    Foto su concessione dell’autore

    Quanto è importante il ricordo e la memoria nella trama del tuo lavoro?

    Tantissimo! Nel mio primo romanzo è un elemento portante: si capisce dal titolo stesso, dal momento che il romanzo è scritto sotto forma di memorie. Il protagonista, chiuso in un manicomio, spesso isolato in una cella buia, cerca di tenere insieme la propria identità ricordandosi e raccontando le sue avventure, ma anche il patrimonio tradizionale del suo popolo, che si voglia intendere le Fate o gli irlandesi. L’assenza di uditori è per lui a volte fonte di tormento: se nessuno raccoglie la sua memoria, come potrà conservarla da solo? E come potrà il suo popolo, costretto ad abbandonare la sua lingua e il suo folklore in favore di quelli inglesi, mantenere la propria identità? Tutti i suoi alleati, da sua madre alle persone che l’hanno educato

    Nel secondo romanzo uno dei due protagonisti è un dio incarnatosi sulla terra per compiere la missione di… sfoltire l’umanità dalla Madre Terra che ne soffre. Incarnandosi, però, ha dimenticato la sua identità e il suo ruolo. Man mano che le sue avventure si dipanano, comincia a ricordarsi, e ad agire di conseguenza.

    Quando scrivi, quanto attingi al tuo vissuto e alle esperienze passate?

    Molto, direi. Forse sono più influenzata dalla storia, dalla musica e dalle tradizioni popolari, ma il mio vissuto si sente molto. Chi mi conosce riesce a riconoscere il ritratto di certe persone che ho colato in alcuni personaggi, umani o animali che siano. È più nel mio secondo romanzo, comunque, che questi aspetti sono preponderanti, perché si svolge in luoghi in cui ho veramente vissuto: la Bretagna e Venezia. Metto anche molte delle mie esperienze personali: tutti i miei protagonisti sono musicisti, ad esempio. Non riuscirei a fare altrimenti. Nel secondo romanzo c’è anche una cartomante, e attingo pienamente dalla mia esperienza in materia. Persino per quel che riguarda gli aspetti storici attingo alla mia esperienza, perché ho studiato archeologia e ho fatto l’archeologa per un breve periodo, e comunque ho sempre lavorato in musei, castelli o chiese…

    Racconta il momento catartico, il più importante che serbi nel ricordo del processo di scrittura del tuo lavoro.

    Avrei difficoltà a stabilirne uno in particolare. Trovo che ogni momento sia catartico. Sono estremamente minuziosa quando scrivo, e sento che ogni frase che ha trovato il ritmo, il vocabolario e la musica giusta è un tassello della mia vita che si allinea nell’Armonia del Mondo (forse esagero, abbiate venia) Sicuramente l’atto di terminare un libro è il più potente, perché c’è un punto finale. Anche se… sono talmente poco abituata al concetto di finitezza che credo di aver finito le “Memorie di un folletto” almeno tre volte, ed ancora adesso so che c’è il rischio che alla prossima edizione ci rimetta mano di nuovo. Altamente catartici sono anche i momenti in qualche maniera traumatici della mia vita che sono riusciti a trovare una nuova risonanza, una volta sublimati in episodi del mio libro.

    Dei tuoi personaggi, ce n’è uno che possa essere lo specchio del vissuto, della sapienza e delle memorie?

    Flannan, il protagonista delle Memorie di un folletto, è a suo modo ricettacolo della sapienza e delle memorie del suo popolo, nonostante la sua giovane età e della sua apparente follia. (d’altro canto trovo che l’umanità, nel suo complesso, sia ampiamente composta di follia). Anzi, il suo ruolo è proprio quello di professarsi custode delle memorie (d’altro canto, il libro è sotto forma di memorie!), nonostante la persecuzione della cultura irlandese all’epoca in cui si svolge la storia. Il vissuto e le memorie si esprimono anche attraverso la lingua e la tradizione musicale. Flannan è pervicace nel parlare gaelico, anche quando sa che nessuno potrà capirlo, arrivato in Inghilterra, e insiste a far valere il suo diritto di suonare il suo violino e di cantare i canti tradizionali della sua isola.

     Vrargur, uno dei due protagonisti del secondo romanzo (che finirò quest’anno) è in un’altra maniera non direi specchio, ma ancora una volta ricettacolo: le antiche tribù, al suo passaggio, gli fanno offerte votive e gli indirizzano preghiere, e man mano che lui le assorbe, diventa l’ultimo scrigno delle antiche religioni pagane che stanno estinguendosi. I tatuaggi che i saggi e sacerdoti di ognuna di queste culture incidono sulla sua pelle sono una traccia visibile delle memorie che lui custodisce.

    Condividi un ricordo particolare della tua vita che possa aiutarci a capire il tuo lavoro nella sua completezza.

    Questa è una domanda difficile! Nella sua completezza? Una sfaccettatura del mio lavoro la affiderei a questo ricordo: io, da sola, sotto la pioggia, in giro in bicicletta per le stradine sterrate di Inis Mór, cantando nel vento degli sean nos in gaelico.

    Un’altra sfaccettatura: una festa lussuosa in un misterioso palazzo sul Canal Grande, a Venezia, tutti sono in abiti d’epoca, l’unica illuminazione sono le candele, centinaia di candele. Io leggo da ore i tarocchi ai partecipanti alla festa, e segretamente prendo nota dei loro intrighi, dei loro tradimenti, delle loro paure. Tutto intorno a me è bellezza, ma quanto è fragile e infelice l’umanità. (carnevale a Palazzo Pisani Moretta)

    Un’altra sfaccettatura: ubriachi fradici, io, un paio di menestrelli ed un cane danziamo di notte (a scelta): per le strade di una piccola città storica (potrebbe essere Venezia, potrebbe essere Dinan, potrebbe essere Galway)/ oppure in un bosco di querce possenti, ricoperte di muschio, illuminate dal bagliore di un falò. È il solstizio d’estate.

    Quarta ed ultima: sono sola in una sala dove si ergono decine di statue della dea Sekhmet (ero al museo egizio di Torino). Ma non ho affatto l’impressione di essere sola. Sostengo lo sguardo delle dee furiose, imprigionate nella pietra. Come vorrei liberarle, a costo di essere la loro prima vittima. Mi accerto che il custode sia lontano, e con una mano accarezzo la mano della statua più vicina, seguo il profilo dell’ankh che stringe in pugno, e sussurro il suo nome.

    Foto su concessione dell’autore

    E come non restare ad ascoltare per ore, una scrittrice che mette così tanta anima nei suoi lavori? Così tanta spiritualità e passione? Il mondo celtico è qualcosa che affascina anche me, anche se nulla supera l’amore per l’Egitto, tanto che mi sono riconosciuta immediatamente nel ricordo sulla sala delle statue di Sekhmet al Museo Egizio. Non a caso, Sekhmet è anche nel mio primo tatuaggio ed è il mio nume tutelare.

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