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Foto dal Web Non c’è cosa più bella del vedere un prato incolto ricoprirsi di ciuffi gialli in primavera. Al mattino i fiori restano a capo chino, ma non appena arriva il sole si alzano a offrirsi all’astro in tutto il loro splendore. E’ il Tarassaco, erba perenne, praticamente infestante, che da millenni si trova tra i rimedi contadini per una serie di disturbi digestivi e renali.
Le uscite nei campi a cogliere “l’insalata matta” sono tra i ricordi più dolci della mia infanzia, quando la famiglia passava in rassegna i prati più isolati e lontani dalle vie trafficate, per trovare il tarassaco più tenero e biologico. Armati di coltellino, tagliavamo la base senza intaccare le radici, portandoci a casa borse intere di insalata che poi mangiavamo cruda, ma più di rado anche cotta.
A me piace tuttora, con il suo gusto amarognolo e pieno, tanto che ne ho alcune piante in vaso sul balcone e le sfalcio poco alla volta per aggiungerle alle insalate miste. Da bambina certo non conoscevo le proprietà benefiche dell’erba, ma oggi posso apprezzarne anche l’uso come medicamento naturale. Vediamo qualche notizia insieme.

Foto dal Web Le principali proprietà benefiche del Taraxacum officinale sono:
- Coleretiche e colagoghe: favorisce la produzione e il flusso della bile, che ha il compito di emulsionare il cibo in uscita dallo stomaco dopo un primo attacco degli acidi digestivi, oltre che neutralizzare l’acido in uscita ed evitare che corroda l’intestino in una fastidiosa duodenite. E’ indicato quindi per contrastare la digestione lenta, il senso di ripienezza lungo e le flatulenze.
- Diuretiche: come suggerisce il suo nome contadino “piscialetto”, grazie all’alto contenuto di potassio, ha una grande capacità diuretica, ovvero di stimolare la produzione di urina e quindi la ripulitura del sangue e l’eliminazione di acqua in eccesso. Nelle forme minori di problemi urinari, i suoi flavonidi sono un valido aiuto nell’attenuazione dei sintomi insieme al Mirtillo Rosso, di cui parleremo in un prossimo articolo.
Come usare il Tarassaco dunque e quali parti possiamo consumare?

Foto dal Web Sicuramente si mangiano le FOGLIE, che sono più tenere prima della fioritura, perché dopo tendono a indurirsi e vanno quindi fatte cuocere o tagliate fini (secondo il detto della nonna che tutto è commestibile se tritato abbastanza fine!). Oltre che nelle insalate o cotte, condite con olio, sale e limone, possono essere usate anche nelle torte salate e nelle frittate, meglio se con altre verdure “dolci” che mitighino un po’ l’amarognolo.
Un “trucco” per mantenere le foglie tenere più a lungo, se lo coltiviamo in balcone o in orto, è quello di tagliare i boccioli prima che fioriscano. I BOCCIOLI possono infatti essere consumati crudi o appena scottati. Qualcuno ne fa una conserva sott’aceto per l’inverno.Del Tarassaco non si butta nulla, infatti anche i FIORI possono essere mangiati in insalata o per fare uno sciroppo noto come “miele di tarassaco”.
Infine abbiamo le RADICI che, sebbene molto amare, possono essere bollite o passate al forno e, se viene tostata e macinata, può servire per il famoso “caffè di tarassaco”, unica bevanda che potevano permettersi nonni e bisnonni in tempo di guerra, il famoso caffè di cicoria! In erboristeria infatti si usa proprio la radice: 4-10 grammi in infusione, fino a tre volte al giorno.
Veri effetti collaterali non ce ne sono, a parte allergia personale al prodotto, ma è controindicato in caso di difficoltà di flusso biliare, quindi con calcoli o ostruzioni o malattie a carico del fegato. controindicato anche in caso di ulcera peptica e, dato l’alto contenuto di potassio, nelle situazioni di iperkaliemia nel sangue (alti livelli di potassio). Per lo stesso motivo non deve essere usato a dosi terapeutiche in chi prende già farmaci che aumentano il potassio, come farmaci beta-bloccanti, ACE-inibitori, Litio e FANS. Infine è sconsigliato sotto i 12 anni. ma stiamo sempre parlando delle concentrazioni farmacologiche, non della benefica insalatina!
Vi lascio con un proverbio francese:
Il Tarassaco purifica il filtro renale e asciuga la spugna epatica!

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Cos’hanno in comune Horror, Thriller, Noir, soprannaturale e mistero? Semplice: Obliquo Inferno. Oggi chiacchiereremo un po’ con il suo autore, Fabio Monteduro e a breve uscirà anche una recensione del suo libro. Intanto godiamoci la quarta di copertina:
Giorgio Belvisi è un bell’uomo di sessant’anni, ricco e stimato neurochirurgo, con una certa facilità a trovare giovani amanti. Tutto, nella sua vita, sembra andare per il verso giusto, finché un segreto emerge dal suo passato, qualcosa di talmente inconcepibile che lui stesso sembra averlo cancellato dalla memoria. L’accusa di aver ucciso la sua giovane amante è solo il minore dei problemi, vista l’incredibile sequela di accuse che improvvisamente gli piovono addosso. Ma che cosa lega Giorgio a un prete della provincia siciliana, dilaniato da dubbi di fede e in perenne conflitto con i mostri generati dall’alcol di cui è divenuto schiavo? E perché proprio il commissario di Polizia che lo dovrebbe incriminare, è invece l’unico che non lo ritiene colpevole? In un crescendo di tensione, ci si avvicina al confronto finale, dove il male assoluto tenterà di porre il suo sigillo infernale.

Foto su concessione dell’autore Ciao e benvenuto nel Blog di memorie dal Buio. Rompiamo il ghiaccio con una presentazione. Raccontaci di te e come sei giunto a essere scrittore.
Sono un autore di romanzi thriller/horror che da sempre ha apprezzato, visto, letto, scritto di questo genere. Sono affascinato dal mistero e più il mistero è oscuro, all’apparenza irrisolvibile, più è spaventoso, più mi affascina, da qui a “cercare” di essere uno scrittore, il passo è stato breve. Ho letto talmente tanto che lo sfogo naturale non poteva che essere quello… lascio a chi avrà la voglia di leggermi se è stata una scelta buona o cattiva.
Parlaci del tuo lavoro, che generi scrivi, come preferisci pubblicare?
Horror e un po’thriller, ovviamente: fantasmi, il diavolo… i mostri, come usiamo chiamarli, fanno la parte del leone in tutto questo. Ma attenzione, qui non si parla di serial killer, torturatori e affini, nei miei romanzi il “cosa era”, avrà sempre la meglio sul “chi era”. Non apprezzo lo splatter, ma quel tipo di horror che nasconde il paranormale, quel tipo di horror non del tutto svelato e che lascia in chi legge una sottile inquietudine e la scelta di immaginare da soli quale incubo si nasconde “dietro quella porta socchiusa”. Riguardo alle mie pubblicazioni (che a oggi sono 11, sono orgoglioso di sottolinearlo) sono avvenute tutte con regolari contratti di edizione con una reale Casa Editrice. Mai a pagamento e mai con contributo e mai con acquisto copie e mai in auto-pubblicazione. Non che ci sia qualcosa di male, in quest’ultima (a differenza dell’obbrobrio dell’editoria a pagamento) ma forse sono solo stato fortunato. I miei libri si trovano in cartaceo (quelli che ancora sono disponibili) e alcuni anche nel formato e-book.
Ora una domanda apocalittica! Perché scrivi?
Credo che l’arte (di qualsiasi forma di arte si parli) sia qualcosa che scelga noi e non viceversa. Raccontare storie è sempre stata la mia passione, deve essere come trovarsi con un gruppo di amici in una casa, davanti ad un camino acceso, in una notte tempestosa e carica di tuoni e di pioggia. Mi piace farti paura, mi piace farti pensare, perché certe cose ci sono, io ne sono certo.
Il Blog come vedi si occupa di storia, passato, ricordi e memorie. Quanto sono importanti per te e come traspaiono nel tuo lavoro? Vi attingi spesso?
Se si intende memorie collettive, allora dovresti leggere “Gli artigli dell’aquila”, un romanzo che nella sua veste “paranormale” arriva fino alla Germania pre-Nazista, in quel periodo tra la fine della prima e l’inizio della seconda guerra mondiale. Non è un romanzo storico (non sarei capace di scriverlo) ma ripercorre, anche, alcune tappe “misteriose” di quel periodo oscuro. Se invece intendi memorie personali, allora posso dirti che la maggior parte dei fatti “misteriosi” (e riecco la parola magica) che avvengono nei miei libri, sono cose accadute personalmente a me, per questo prima scrivevo che certe cose ci sono veramente.
Qual è la tua fonte di ispirazione?
Beh, qualsiasi cosa direi. Un esempio? Al centro commerciale… vedo delle persone, immagino chi potrebbero essere, cosa nascondono, quale potrebbe essere la loro vita reale. Oppure una notizia al telegiornale (il mio AIRAM, per esempio, è tratto da un fatto di cronaca nera realmente accaduto in Francia) ma il motore è sempre lo stesso… “che accadrebbe se…?”
Quando e come scrivi? In che luogo, con che sottofondo, a che ora del giorno?
Quando ne ho voglia, quando riesco e soprattutto, quando sento l’ispirazione. Se non “mi va”, posso pure scervellarmi per un’ora, lo schermo resta bianco e, se scrivo qualcosa, sicuro che finisce ben presto nel cimitero dei bit. Il luogo? A casa, ma anche in ufficio, se ne ho il tempo e l’ispirazione.
Raccontaci il momento catartico, il più importante che serbi nel ricordo del processo di scrittura del tuo lavoro.
Un esempio che vale su tutto, perché mi ritengo uno scrittore che non usa canovacci, ma solo idee che mi raggiungono mentre scrivo. Una volta, mentre stavo facendo una passeggiata, mi è venuto in mente una faccenda che uno dei personaggi del libro che stavo scrivendo, avrebbe dovuto fare… mi sono detto: Ah, ecco perché è accaduta quella cosa in precedenza. Non so se l’esempio è chiaro, ma certifica che io stesso non so deve il romanzo vada a parare, finché la mia “Musa” non me lo sussurra nell’orecchio. Alla fin fine mi diverto a scrivere anche perché, come per chi legge, non ho idea di dove la storia andrà a parare.
Parlaci di un libro che è stato importante per te in passato.
Domanda dalla doppia risposta. Libro letto o libro scritto? Se parliamo di letto, direi assolutamente Pet Sematary di Stephen King, che più che un romanzo lo ritengo un manuale su come scrivere quel particolare genere letterario. Se invece la domanda è su uno dei miei libri, direi tutti… come per i figli, nessuno può essere più amato di un altro.
Come scegli le copertine dei tuoi lavori?
Ci pensa la casa editrice. Posso dare un suggerimento (come per Cacciatori di fantasmi, per esempio) e sicuramente ho voce in capitolo sulla scelta finale, ma non è una cosa che faccio in prima persona. Credo però che la copertina, come il titolo, debbano essere parte integrante del romanzo e non solo aprire alla curiosità di chi se lo trova davanti.
Dei tuoi personaggi, ce n’è uno che possa essere lo specchio del vissuto, della sapienza e delle memorie?
Come dicevo prima, molte delle cose descritte nei miei libri, sono cose accadute personalmente a me, quindi direi che i personaggi spesso rispecchiano il mio modo di pensare. Non tutti ovviamente e non su tutto, altrimenti sarei un pericoloso individuo.
Hai voglia di condividere un ricordo particolare della tua vita che possa aiutarci a capire il tuo lavoro nella sua completezza.
Noi tutti siamo la somma delle nostre esperienze. Come pensiamo, agiamo, ci comportiamo, deriva dal bagaglio del nostro passato. Ho vissuto in una famiglia normale e non fosse per le tante cose “incredibili” che mi sono capitate, forse non sarei nemmeno uno scrittore, o magari non scriverei horror.
Hai consigli per i nuovi scrittori emergenti?
Leggere, leggere, leggere, leggere, prima di scrivere. Di tutto, anche cose lontane dal genere che si ama e dal genere che si vuole scrivere. In ogni autore c’è qualcosa, in ogni libro c’è una goccia di sapienza futura. Anche leggendo brutti libri, perché almeno si capisce come NON si scrive bene. E poi, e soprattutto, mai pagare per farsi pubblicare, così facendo si certifica solo la propria inadeguatezza.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Tanti, troppi forse. Un nuovo lavoro già pronto (una raccolta di racconti); continuare la produzione del mio programma “Provincia Maledetta” (sono in corso le riprese della terza stagione) visibile sul mio canale Youtube e poi lasciare aperta la speranza che un giorno qualcuno si accorga di me e decida di fare un bel film da uno dei miei libri. Si dice che chi di speranza vive, disperato muore, ma credo anche che sognare non costa nulla e ci aiuta a vivere.
Ed è anche la speranza mia, quella di vedere le mie storie e le emozioni che raggiungono il vasto pubblico e riescono a volare libere. E perché no, anche in un film o una miniserie. Di certo Fabio è uno scrittore con una grande esperienza e saggezza che ci ha incuriosito con i suoi accenni a fatti strani e soprannaturali accaduti a lui in prima persona. Chissà se si farà intervistare per un prossimo articolo per la sezione Occulto e Misteri!
Intanto vi lascio con i link ai suoi canali e siti!
Instagram: Fabio Monteduro
Canale Youtube: Fabio Monteduro

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Foto dal Web Conoscere sé stessi è il primo passo vero la comprensione degli altri e, per un autore, è anche il primo passo per costruire dei personaggi solidi, che appaiano sempre aderenti all’idea iniziale e che non cambino risposte e atteggiamenti a ogni condizione di trama. Abbiamo già trattato degli errori nella costruzione dei personaggi in questo articolo. Ora, dopo aver imparato cosa non fare, proviamo insieme a capire come “fare”.
In psicologia (ma anche nell’esoterismo) si usa un particolare simbolo schematico chiamato Enneagramma, che comprende NOVE (da qui il nome) punti principali che definiscono i tipi più frequenti di personalità. Questi nove archetipi rientrano in tre categorie e dalle connessioni tra essi, originano tante altre varianti. Tralascio volutamente la storia della disciplina per proiettarvi nell’azione. Analizziamo dunque insieme l’enneagramma e poi potrete divertirvi a cercare voi stessi e, secondariamente, a creare un enneagramma per i vostri personaggi.

Foto dal Web Una prima divisione, come dicevo sopra, è tra le tipologie che seguono principalmente reazioni di tipo istintivo (viscerale, attivo), quelle che hanno un atteggiamento più emozionale e quelle razionali e riflessive. Sono tutti tipi diversi di intelligenze poiché, come è noto, l’intelligenza è un concetto multifattoriale, non legato alla mera capacità di eseguire calcoli matematici. Nel dettaglio:
Il Centro di intelligenza delle viscere viene definito come espressione della forza vitale e del nostro agire, sede di un tipo di intelligenza istintiva, immediata e dinamica e, di contro, aggressività, rigidità ai cambiamenti e tensione fisica.
Il Centro di intelligenza del cuore contiene espressioni legate alle emozioni, all’identità e si porta dietro tutto ciò che è amore, dolcezza, cura e compassione, ma identifica anche difetti come ipersensibilità, reattività emotiva e manipolazione emotiva.
Il Centro di intelligenza della testa riguarda intuizione, comprensione, logica, oggettività, concentrazione. Di contro si accompagna a insicurezza, sfiducia, dubbio, ansia, pianificazioni e proiezioni.
Lungi da me fare un trattato di psicologia, riposto una bella tabella riassuntiva di Wikipedia in cui si trovano le caratteristiche generali dei nove tipi.

Foto Wikipedia Sulla rete si possono trovare molte pagine che trattano l’enneagramma e potrete consultarle sia per conoscere voi stessi, sia per creare i vostri personaggi.
Ad esempio, in Memorie dal Buio – La Bestia, Cécile è assolutamente un tipo 2, la cui paura/desiderio fondamentale originano dalla morte violenta della madre e che si trova a dove decidere se amare un tipo 5 (Etienne) o un tipo 6 (Tiano) e lo fa avendo accanto un tipo 9 (Draco).

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Qual migliore modo di iniziare il mese di maggio e festeggiare la festa del lavoro, se non con un autore fecondo e poliedrico? E’ con noi Stefano, che ci parla delle memorie e del ricordo nei suoi tre romanzi di narrativa dai contenuti diversi e sorprendenti.

Foto su concessione dell’autore Ciao e benvenuto nel Blog di memorie dal Buio. Rompiamo il ghiaccio con una presentazione. Raccontaci di te e di ciò che hai scritto.
Ciao. Mi chiamo Stefano Pietri, vivo a Roma e lavoro in un’azienda di telecomunicazioni. Sono giornalista pubblicista e la mia passione è scrivere. Finora ho pubblicato tre romanzi, alcuni racconti e varie poesie.
Quanto è importante il ricordo e la memoria nella trama del tuo lavoro?
E’ molto importante, soprattutto quando i tempi di scrittura sono dilatati nel tempo. A volte capita di stare per un po’ di tempo senza scrivere e si rischia di dimenticare particolari presenti nella storia.
Quando scrivi, quanto attingi al tuo vissuto e alle esperienze passate?
Nel mio primo romanzo, “Uozzamericanboys”, sicuramente. Infatti racconto le gesta di un gruppo di ragazzi, io e i miei amici, fan di Alberto Sordi, che fanno di tutto per conoscere di persona il loro mito. Nel secondo, “Non credevo di trovarti su facebook”, prendo spunto dalla realtà per l’inizio del romanzo, in cui due persone si ritrovano dopo diversi anni e nasce una relazione. Invece il terzo romanzo, “Hypnos”, è completamente frutto della fantasia.

Foto su concessione dell’autore Racconta il momento catartico, il più importante che serbi nel ricordo del processo di scrittura del tuo lavoro.
Devo dire che scrivere ha su di me un effetto taumaturgico. Mi è capitato molto spesso di sentirmi come liberato dopo aver scritto alcune parti dei miei romanzi.
Dei tuoi personaggi, ce n’è uno che possa essere lo specchio del vissuto, della sapienza e delle memorie?
Credo che quando si scrive sia quasi inevitabile mettere qualcosa di sé in alcuni personaggi. Forse in “Non credevo di trovarti su facebook”, il protagonista maschile, pur non essendo il romanzo autobiografico, ha dentro un bel po’ del mio vissuto.
Condividi un ricordo particolare della tua vita che possa aiutarci a capire il tuo lavoro nella sua completezza.
Beh, dopo il secondo romanzo ho ricevuto diversi attestati di stima, che mi hanno dato molta forza per continuare a scrivere. Il fatto che molte persone mi hanno scritto che nel leggere il mio romanzo si sono emozionate, mi ha gratificato moltissimo. La consapevolezza di far bene è venuta soprattutto dalla richiesta che mi è stata fatta da alcuni lettori di raccontare la storia della loro vita.

Foto su concessione dell’autore Trovo molto interessante esplorare la narrativa contemporanea e i suoi protagonisti: ragazzi che si affacciano alla vita, uomini maturi che scoprono le potenzialità dei social, persone normali portate nell’orrore e nel mistero in un battere di ciglia. Storie di vite che potrebbero essere quelle di chiunque di noi. Storie in cui possiamo riconoscerci.

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Foto dal Web In un precedente articolo abbiamo parlato di come descrivere un ambiente per sottolineare tutto il necessario e dare una corretta visione di insieme della scena, senza appesantire il ritmo. Oggi proviamo a visualizzare vari focus e lo faremo con l’aiuto di alcune immagini prese dal Web che uso nelle mie Quest di Play by Chat (per sapere cos’è vedi questo articolo).
Iniziamo con la foto della copertina dell’articolo, che contiene tutti gli elementi per fare i giusti esempi. Se siete aspiranti scrittori, vi consiglio di provare a buttare giù una ventina di righe per ogni opzione, giusto per fare esercizio, che è poi l’obiettivo dell’articolo. Come organizzare allora la descrizione?
Il ritmo narrativo sarà diverso a seconda di dove faccio iniziare la mia descrizione e questo è tanto più importante se stiamo costruendo un incipit.

Foto dal Web modificata Scelta Verde: manzoniana. Le descrizioni più semplici da fare sono quelle che inquadrano prima l’ambiente e poi focalizzano sul personaggio. Sono quelle di tipo manzoniano di cui abbiamo un mirabile esempio nell’incipit dei Promessi Sposi, tanto per fare un esempio che tutti conoscono. E’ una descrizione “a volo di uccello”, che cala dall’alto, sia nel senso della focalizzazione, sia per il fatto che in questi casi il punto di vista è quello del narratore onnisciente (per dettagli vedi questo articolo). In questo caso, inizio dalle nubi, dal tempo atmosferico, dalle montagne e dalle colline, ponendo l’accento sulla tipologia particolare di vegetazione (scarsi alberi a fusto con ridotte chiome alte, erba primaverile, pochi fusti di media altezza) e un paesaggio che, se fossimo nelle nostre alpi, sarebbe in altura oltre i 2 mila metri. Solo successivamente, vira e cabra per arrivare ai protagonisti veri (i cavalieri che sopraggiungono). Il vantaggio di questa scelta è dare subito una fotografia che si impone alla memoria e cala i personaggi in un ambiente che non è poi necessario descrivere ulteriormente, poiché nel momento in cui “usciranno”, saranno sempre qui. Lo svantaggio, è che nella moderna letteratura, specie quella che deve fare i conti con le vendite, viene visto come un incipit debole e noioso.
Scelta azzurra: il dettaglio inutile. Nulla togliendo al povero leprotto, è obiettivamente un dettaglio inutile, se non come raccordo tra la sua focalizzazione e il passaggio, ad esempio, al passo degli zoccoli dei cavalli che sopraggiungono. Che sia un coniglio o qualsiasi altra cosa, il dettaglio non fondamentale nella storia (poiché il coniglio non è un protagonista) introduce una descrizione divergente, che dal coniglio di apre in maniera eccentrica all’ambiente, percorrendo indietro il percorso fino a giungere ai cavalieri stessi. Il vantaggio di questa opzione è introdurre da subito un elemento focalizzato, in modo da non far “venire le vertigini” a chi legge, ma passando in breve sui protagonisti. Lo svantaggio è che per forza la descrizione dell’ambiente generale, quello che sta “più in alto” del coniglio o dei cavalieri, deve avvenire in un secondo momento.
Scelta grigia: l’incontro casuale. E’ una scelta che prevede di iniziare, un po’ come il coniglio, da un punto diverso, ma andare indietro velocemente a incontrarsi e scontrarsi con i protagonisti. In questo caso non pongo l’accento su un dettaglio, ma solo sull’ambiente che il mio occhio trova nell’andare a ricercare proprio i protagonisti. E’ come se il mio drone, il mio volatile, zigzagasse ad altezza uomo sulla strada, scendendo dalla collina, per andare a portarsi nel cuore dell’azione. Il vantaggio è sicuramente quello di dare una rapida visione di insieme dell’ambiente, descrivendolo con poche pennellate ad hoc, in modo che il lettore possa immaginare un ambiente terrestre similare (in questo caso un ambiente alpino di una certa altitudine) e non serva che io mi perda nella definizione delle varie specie vegetali. Lo svantaggio è che potrei ottenerne delle “foto” dai contorni sfocati e che la mia visualizzazione di lettore, non vada molto oltre la figura dei protagonisti, come se fossero immersi nel verde dei teli per il ritocco cinematografico che aggiunge solo in post produzione l’ambiente esterno.
Scelta viola: stare accanto ai protagonisti. Il punto di focalizzazione in questo caso è il fiume e la mia descrizione segue quello che il fiume vede e bagna, da dove inizia e dove va, fermandomi accanto ai protagonisti. E’ un punto di vista basso, rasoterra un po’ come il coniglio, ma permette di percorrere meglio l’ambiente e comunque di dare l’impressione di avvicinarsi ai protagonisti. Da notare che, in entrambi i casi, a seconda della scelta linguistica, questo avvicinamento può essere già introdotto come elemento di contrasto (un pericolo che si avvicina) o un elemento complementare neutro o positivo. Il vantaggio è quello simile al grigio, ma con la variante che, muovendosi accanto ai protagonisti, ci permette di iniziare più dolcemente a focalizzarli, in modo da introdurre dettagli importanti che poi non romperanno i primi dialoghi. Lo svantaggio è che potrebbe parimenti apparire un po’ lento e che, a differenza della scelta grigia, di solito non crea tensione come qualcosa che “viene incontro”, ma lascia un ambiente più rilassato.
Scelta rossa: i protagonisti. Iniziare “in media res” è qualcosa che piace molto ai lettori viscerali, che vogliono subito vedere i protagonisti nel loro insieme, vederli muovere e scoprire solo dopo chi sono, da dove vengono e dove vanno. In questo approccio, posso iniziare considerando la figura dei cavalieri come una nuova istantanea e iniziare da diversi punti di vista (lo vedremo oltre con la prossima foto), oppure posso iniziare a farli subito parlare, infilando piccole descrizioni tra le loro parole, a patto di non perderci troppo tempo, altrimenti verrà persa la linearità del dialogo. Come costruire bene il dialogo sarà materia di un prossimo articolo. Il vantaggio è quello di offrire subito un assaggio del romanzo e del suo ritmo, dei personaggi (che possono anche non essere i protagonisti veri, ma comparse destinate a sparire subito), e dei dialoghi, accendendo immediato interesse per quella fase di destabilizzazione che di solito, nell’arco narrativo, giunge più avanti. Lo svantaggio è che fino a conclusione del paragrafo, del dialogo o comunque della scena, non potrò dedicarmi più di tanto all’ambiente e quindi se il paesaggio ha delle caratteristiche importanti (un vulcano in eruzione, segni di una guerra e di massacri, un mondo post apocalittico), non rientrerebbero in questa fase e potrei perdere parte di quelle emozioni legate all’ambiente.

Foto dal Web Veniamo ora al personaggio: anche in questo caso ho 5 possibilità di approccio alla sua descrizione e la scelta dipende da cosa voglio porre in accento. Alla fine, non è poi male descrivere tutto del protagonista, magari pezzo a pezzo, però da dove iniziare? Vediamo gli esempi.

Foto dal Web modificata Scelta rossa: il viso. Iniziare da qui ci serve per le espressioni, i sentimenti, tutte quelle caratteristiche che potrebbero bastare a darcene un’idea di carattere e trascorsi (Ha cicatrici? E’ curato? E’ sciatto? E’ giovane? E’ vecchio?), ma anche della situazione in cui si trova al momento: sta soffrendo, sta godendo, è pensieroso, è morto, è felice.
Scelta verde: il dettaglio. consiglio di iniziare da qui se il dettaglio ha una certa importanza nella narrazione, ad esempio se quel pendente fosse identificativo di un gruppo particolare di pirati, o l’eredità di famiglia o il tesoro rubato su cui incentreremo la narrazione.
Scelta azzurra: dall’ambiente al personaggio. Non si tratta di ritornare indietro all’ambiente generale, ma iniziare da come l’ambiente ha effetto sul personaggio, ovvero il vento nei capelli, la neve sul cappello, gli schizzi di acqua sul volto, il sole che fa stringere gli occhi.
Scelta viola: in linea verticale. Sia dall’alto al basso che dal basso all’alto. La scelta nel primo caso è se si vuole dare una sommaria visione di insieme per poi arrivare a “cosa fa”, ovvero il movimento del corpo, la seconda è per risalire a focalizzare il volto e quindi “chi è, cosa pensa”.
Scelta grigia: l’abbigliamento. Più ampio nella descrizione rispetto al “dettaglio”, procede per strati, dal visibile esterno all’interno (biancheria intima e pelle). Personalmente però preferisco restare solo sul “visibile”, riservando le altre descrizioni a momenti in cui magari si spoglierà o metterà in evidenza il tatuaggio, la cicatrice o il nevo.

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Grazie ad Alessandro oggi affrontiamo un tema caldo e sempre alla ribalta delle cronache; quei rapporti d’amore tossici e soffocanti in cui si può rimanere invischiati senza quasi accorgersi. Certo in tv vediamo quelli finiti davvero male, come trafiletti in cronaca nera, ma ne esistono anche altri, molti, che non hanno la roboante opinione dei media sulle spalle e consumano la tragedia e la sofferenza nel silenzio delle case e delle parole non dette.

Foto su concessione dell’autore Ciao e benvenuto nel Blog di memorie dal Buio. Rompiamo il ghiaccio con una presentazione. Raccontaci di te e di ciò che hai scritto.
Mi chiamo Alessandro Diadami e sono un autore emergente. Sin da piccolo ho sempre avuto il sogno della scrittura ma è sempre rimasto chiuso nel cassetto. Soltanto a causa di una relazione tossica con una donna narcisista, ho deciso di tirar fuori questo sogno, prendendo carta e penna, come si suol dire, e raccontare il mio vissuto.
È nato così il romanzo “Amore malato – quando Narciso è donna”, che si basa sulla mia storia tossica, appunto, con la narcisista.
Quanto è importante il ricordo e la memoria nella trama del tuo lavoro?
Nel mio primo lavoro entrambi sono stati molto importanti. Soprattutto con il ricordo, seppur doloroso, ho dovuto rivivere passo passo tutte le vicissitudini negative della storia per poter descrivere al meglio tutto il vissuto.
Quando scrivi, quanto attingi al tuo vissuto e alle esperienze passate?
Essendo ancora al mio primo romanzo, posso dire che in questa prima opera ho attinto molto dalle esperienze passate.
Racconta il momento catartico, il più importante che serbi nel ricordo del processo di scrittura del tuo lavoro.
Tutto il momento di scrittura è importante, perché in ogni riga di testo c’è un pezzo di me. Il momento più catartico, però, l’ho avuto quando ho messo il punto dopo l’ultima parola e dico: “ce l’ho fatta”.
Dei tuoi personaggi, ce n’è uno che possa essere lo specchio del vissuto, della sapienza e delle memorie?
Nel romanzo “Amore Malato” il protagonista è Ale, che si trova coinvolto in una relazione alquanto strana e complicata. Tramite il personaggio del libro, ho voluto esternare tutte le mie emozioni e i sentimenti che provavo, sia durante la storia con la narcisista, sia durante la fase di scrittura della stessa.
Condividi un ricordo particolare della tua vita che possa aiutarci a capire il tuo lavoro nella sua completezza.
I ricordi belli e particolari della mia vita sono tanti, non ultimo il mio vissuto amoroso. È stata un’esperienza traumatica, ma nello stesso tempo formativa. Dico formativa perché mi ha insegnato molto dal punto di vista caratteriale e personale.

Foto su concessione dell’autore Sono una fervente sostenitrice del “vattene alla prima”, ovvero non appena il partner fa qualcosa di sbagliato che mina la tua libertà o l’integrità fisica e psicologica, vattene. Non aspettare che le vessazioni orali divengano fisiche o che le umiliazioni si trasformino in lividi. Vattene. E lo dico tanto alle donne che agli uomini in qualsiasi tipo di rapporto. Grazie Alessandro per la sua testimonianza e per il romanzo!

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Foto dal Web Credo sia difficile indicare un libro che, più di altri, abbia avuto impatto sulla mia adolescenza di questo. Trovai il breve romanzo su uno scaffale del supermercato, in questa medesima edizione e rimasi folgorata dalla potenza evocativa della foto della copertina, che mi ricordava certe cartoline, rigide istantanee di vita, che a volte rubavo dalla scatola di ricordi della nonna e restavo a osservare per ore.
Presto fu tardi nella mia vita. A diciott’anni era già troppo tardi. Tra i diciotto e i venticinque anni il mio viso ha deviato in maniera imprevista. Sono invecchiata a diciott’anni. Non so se succeda a tutti, non l’ho mai chiesto. Mi sembra di avere sentito dire che qualche volta un’accelerazione del tempo può investirci quando attraversiamo l’età giovane, la più esaltata della vita. È stato un invecchiamento brutale. L’ho visto impossessarsi dei miei lineamenti uno a uno, alterare il rapporto che c’era tra di loro, rendere gli occhi più grandi, lo sguardo più triste, la bocca più netta, incidere sulla fronte fenditure profonde.
Dietro quei contorni poco nitidi, gli angoli sgualciti, il giallo seppia che avanza a minacciare il cuore centrale di quella memoria, c’era un mondo che mia nonna guardava con gli occhi stanchi e sofferenti, un mondo in cui si rifugiò quando la malattia le tolse la razionalità. Era lì che andava, nel suo mondo di bambina e di ragazza.
La penna di Marguerite Duras ha una sensibilità e una leggerezza che incantano il cuore, sospendono il respiro fino alla fine delle sue frasi, quasi si avesse timore di interromperla, come se fosse lì a parlare per noi. La delicatezza nel tratteggiare quei ricordi autobiografici ha aperto un cassetto segreto nella mia sensibilità, riuscendo a commuovermi e a vivere quella parte di vita della “ragazza”, come se fossi lì con lei. E questo è il più grande successo per uno scrittore.
Invece di esserne spaventata, ho assistito a quest’invecchiamento con lo stesso interesse che avrei potuto prestare allo svolgersi di una lettura. E poi sapevo di non sbagliarmi: un giorno avrebbe rallentato la corsa e avrebbe preso un ritmo normale. Chi mi aveva conosciuta a diciassette anni, all’epoca del mio viaggio in Francia, è rimasto impressionato quando mi ha rivista, due anni dopo, diciannovenne. Quel nuovo viso si è mantenuto così, è diventato il mio viso. Certo, è invecchiato ancora, ma relativamente meno di quel che avrebbe dovuto. È un viso lacerato da rughe nette e profonde, con la pelle screpolata. Non ha ceduto come certi volti dai lineamenti minuti, ha mantenuto gli stessi contorni, ma la materia di cui è fatto è andata distrutta. Ho un viso distrutto.
La medesima leggerezza l’ho poi trovata nel film di Jean Jeacques Annaud del 1992, che ha mantenuto la stessa atmosfera, grazie anche alle splendide musiche di Gabriel Yared. Giusto per dare un’idea di cosa sto parlando, lascio un piccolo cameo, una delle scene più belle del film, commentata dal “main theme”di Yared. Ci tengo a sottolineare che questo è il bacio più bello della storia del cinema a mio avviso, la sensualità di Jane March e la bravura di Tony Leung rendono questo cinema un capolavoro.
La storia inizia a Saigon, negli anni ’30. Marguerite ha quindici anni e mezzo, è figlia della maestra di scuola del piccolo paese di Sadec, ma studia a Saigon e vive in un pensionato lì vicino. Torna a casa solo di rado, il viaggio è lungo e il Mekong così vasto da attraversare. Lei è lì, sul traghetto che la sta riportando nella capitale, veste con le scarpe di lamé e il capello da uomo, con il rossetto scuro messo male, con inesperienza.

Foto dal Web E’ qui che incontra il ricco cinese, col doppio dei suoi anni. La ragazza accetta un passaggio per terminare il viaggio e accetta il delicato contatto delle mani che si sfiorano per tutto il tempo, senza tuttavia avere il coraggio di guardare lo sconosciuto in volto.

Foto dal Web Qualche giorno dopo, lui si fa trovare in auto fuori del liceo e lei gli offre quel bacio attraverso il finestrino. Il cinese vive della rendita del padre, non ha un’occupazione e la ragazza si sente attratta da quell’uomo pieno di denaro, laddove loro sono poveri, quell’uomo raffinato, ma allo stesso tempo così insicuro e manipolabile.
Lei non lo vuole sfruttare, non lo fa con malizia, ma cerca di capire, di comprendere il mondo che sente germogliare nel ventre, da quando lui le ha dato le prime, goffe attenzioni sul traghetto. Accetta di seguirlo nella sua “stanza dello scapolo”, una proprietà, nel quartiere cinese di Cholon, dove i giovani rampolli dell’élite commerciale del paese si incontrano con le loro amanti.
Fanno l’amore.

Foto dal Web E continuano per settimane, mesi, incontrandosi di nascosto nella stanza, chiudendo le imposte che li separano dal mondo esterno che, intanto, continua a scorrere, dimenticandoli lì.
Non passa molto tempo che la cosa arriva alle orecchie della sua famiglia, alla madre in particolare, debole e succube vedova che stravede per il figlio primogenito. Lui approfitta della debolezza della madre e ruba i soldi, fuma oppio e si dedica solo al vizio, dilapidando quel poco denaro che rimane loro. La ragazza lo odia e cerca in tutti i modi di difendere sé stessa e il fratello minore da quella presenza così arrogante e crudele.
Convincendo la sua famiglia di essere l’amante di un ricco cinese solo per denaro, cerca lei per prima di convincersi, arrivando a trattare male quell’uomo che, verso di lei, nutre un sentimento sincero e delicato.
Quando il padre del ragazzo organizza il suo matrimonio, i due si devono separare, anche perché la famiglia ha deciso di tornare a Parigi. Ed è qui, sulla grande nave, che lei deve fare i conti coi suoi sentimenti e con la tristezza di quella separazione, perché in fondo, non era più sicura di non averlo mai amato.
Il libro è assolutamente da leggere, il film da non perdere, ma occhio che quello che viene spacciato su mediaset ha dei tagli e dei rimaneggiamenti mostruosi, cercate l’originale in dvd.
COME LEGGERLO:
Luogo: Su una spiaggia deserta
Tempo: durante torridi pomeriggi estivi
Sapori: ravioli cinesi
Profumi: incenso
Musica: la colonna sonora del film

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L’ospite di oggi è Andrea, una persona che dal dolore di una grave perdita, ha saputo trarre un insegnamento, una filosofia e un nuovo scopo. La sua intervista, toccante e personale, porta in auge un momento che tutti abbiamo vissuto nella vita: quando perdi qualcosa di importante e puoi decidere cosa fare della tua vita, se crollare o rialzarti, tu cosa farai?

Foto su concessione dell’autore Ciao e benvenuto nel Blog di memorie dal Buio. Rompiamo il ghiaccio con una presentazione. Raccontaci di te e di ciò che hai scritto.
Ciao, grazie per l’opportunità! Mi chiamo Andrea e sono di Palermo. Ho cominciato a scrivere dopo il diploma, la prima cosa che è venuta fuori dalla mia penna è stata una fanfiction crossover. Da allora mi sono specializzato nei racconti comici e poi nel nonsense puro. Ho pubblicato cinque libri in self publishing e giornalmente pubblico un articolo sul mio blog “Le avventure di tutto”, dove per articolo si intende un racconto o un tutorial comico, o qualsiasi cosa. Tutto, in altre parole.
Quanto è importante il ricordo e la memoria nella trama del tuo lavoro?
I miei racconti non si basano sulla memoria, quanto sulle battute e descrivere situazioni. Far ridere è un’arte. Non escludo che qualcosa da me vissuta possa poi ricordarla ed esprimerla all’interno dei racconti, ma di base le battute le invento sul momento.
Quando scrivi, quanto attingi al tuo vissuto e alle esperienze passate?
Tanto. Non vedo come possa essere altrimenti: vivere significa scrivere e viceversa. Non possiamo scrivere qualcosa che non abbiamo vissuto.
Racconta il momento catartico, il più importante che serbi nel ricordo del processo di scrittura del tuo lavoro.
È bellissimo quando le parole scorrono da sole. Ho composto, record personale, anche 8000 parole in un giorno solo. Certo, non le compongo sempre, ma alla fine di ogni sessione ho comunque un senso di completezza, fossero anche solo dieci parole solo.
Dei tuoi personaggi, ce n’è uno che possa essere lo specchio del vissuto, della sapienza e delle memorie?
Tutti i miei protagonisti. So che può sembrare strano perché non sono esseri umani, eccetto l’Uomo Ape, ma tutti loro riservano un carattere della mia personalità: il Puntatore si inalbera facilmente, il Pentagramma è un po’ vanesio, la Pasta ha molte forme e aspetti, il Giglio ama i cruciverba e la logica e l’Uomo Ape è un ingenuo. Mi ci rispecchio molto.
Condividi un ricordo particolare della tua vita che possa aiutarci a capire il tuo lavoro nella sua completezza.
Il giorno in cui mia mamma è venuta a mancare (ogni libro che ho scritto è dedicato a lei), ho pensato che poteva essere l’occasione di crollare o andare avanti. Non ho dovuto aspettare molto per rispondere a questa domanda. Dovevo solo scegliere, e cosa avrei dovuto scegliere, dopo aver sperimentato il dolore? Ho pensato che nel mondo esiste il dolore, il dramma, l’ansia, l’angoscia. Molti libri raccontano questo. Io no. Non me la sono sentita di aggiungere altro dolore, così ho deciso di scrivere racconti comici, per aiutare le persone.
Parliamo ora del tuo lavoro di Editor. Come ti sei approcciato a questa professione e come ti aggiorni professionalmente?
Ho fatto da beta reader per alcuni anni, così ho fatto pratica. Ho ricevuto degli editing professionali per i miei libri, e ho appreso in quel modo come si lavora. Lavorare come editor, però, non era un’idea all’inizio, si è sviluppata nel tempo. Un racconto dopo l’altro, ho pensato che potessi giocare le mie carte ed esporre le mie idee nell’editoria. Così ho svolto il corso alla Navarra Editore e attualmente sto svolgendo il corso alla Saper Scrivere. Più in là svolgerò altri corsi. È un lavoro in cui si impara sempre, nella teoria ma ancora di più nella pratica.
Qual è la cosa più stimolante e la più pesante del tuo lavoro?
Mi stimola confrontarmi con gli autori, dare loro consigli, guidarli nella struttura dei loro testi eliminando ogni imperfezione e valorizzando ciò che può andare bene. È pesante, ahimè, il rapporto a volte stretto… fin troppo! Per questo è opportuno fissare dei limiti, sia per gli orari sia nei clienti singoli. Per fortuna, la maggioranza comprende le necessità.
Ci sono capisaldi nella stesura della narrativa moderna che gli autori dovrebbero rispettare o rifuggire? (Show don’t tell, archetipi ecc.)
Dipende. La cosa più importante secondo me è “saper” raccontare. Essere in grado di convincere i lettori che il proprio racconto è bello e valga la pena leggerlo. Come se fossimo tra amici, no? C’è sempre quel personaggio che non vede l’ora di raccontare un aneddoto. E crea aspettativa, curiosità. Ecco, bisogna essere in grado di rispettare quell’aspettativa, perché sono sicuro che così facendo il rapporto lettore/autore diventa magico, incrollabile. Più si è in grado di far entrare il lettore in una storia, più quest’ultimo si sentirà coinvolto nelle vicende senza riuscire a staccare gli occhi dalla pagina. Come vedi, non ho citato nessuna tecnica. È qualcosa di più profondo, viscerale, oserei dire. Un libro deve emozionare, altrimenti stiamo parlando di un elenco telefonico.
Come dovrebbe essere un buon editor?
Non lo posso dire io, ne so troppo poco. Un editor si trasforma ogni volta, ogni testo è una storia a sé e su quello lavoro. Certo, ci sono delle linee guida base, come per esempio l’approccio a un testo, guardare la sua struttura e correggere grammatica e buchi di trama. Quello certamente. Ma il “know-how” di un editor non è ancora stato scritto, perché ognuno di noi è diverso e proprio per questo mi interesso sempre di come lavorano i miei colleghi, in modo da imparare e perché no, dire qualcosa anch’io.
Se già non ci apparisse forte questo collega autore, che si rialza e trova il modo di migliorare il mondo portando il sorriso e l’ironia, c’è anche il mestiere di Editor, che gli permette di aiutare la creatività e le emozioni degli autori ad emergere e divenire parole, racconti e pezzi di vita.

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Foto dal Web La Valeriana come rimedio per l’insonnia è conosciuto ed usato fin dall’antichità e non c’è nonna che non abbia detto di aver preso qualche goccia di Valeriana per dormire. Stiamo parlando della Valeriana Officinalis, da non confondere con la Valeriana insalata, che viene usata come gustoso contorno vegetale.

Foto dal Web Il suo nome botanico deriva dal latino valere, che significa sia crescere in modo rigoroso e sano, ma anche, in un senso più ampio, lo stare bene, in riferimento alle sue proprietà naturali. E’ una pianta erbacea perenne presente tanto in Europa che in Nord America nelle regioni fresche e montane.
Le radici fibrose sono la parte che viene usata in erboristeria, anche se hanno un odore sgradevole e penetrante. Un curiosità: questo odore ai gatti piace molto, risultando quasi euforizzante per loro. Nel video, il mio gatto Nori è alle prese con una bustina di infuso di Valeriana che poi è finito sparso per tutto il terrazzo!
Tutte le specie di valeriana contengono olii essenziali, flavonoidi e alcaloidi con proprietà sedative e calmanti che favoriscono il sonno grazie alle sue componenti che agiscono sui mediatori chimici responsabili dell’induzione del sonno.
Ulteriori effetti ipno-inducenti avvengono a livello intestinale, quando si manifesta azione spasmolitica, contribuendo a calmare le coliche.
Utile anche nella riduzione della pressione arteriosa.
Si usa il succo della pianta fresca oppure tinture, estratti per infusione e preparazioni galeniche, ma anche in preparati da bagno. Tipico l’uso come tisana calda: da notare che l’odore forte della bustina viene perso nell’infusione a favore di un aroma voluttuoso.
A volte viene associata ad altre erbe sedative come Melissa e Luppolo.
Non va mai usata ai bambini sotto i 6 anni o in gravidanza e allattamento e, avendo comunque effetti farmacologici, bisogna seguire strette indicazioni d’uso perché il sovradosaggio può causare cefalea, nausea, vomito, vertigini e offuscamento della vista.
Vale la pena segnalare che dosi modeste, sotto il livello minimo, potrebbero creare un effetto paradosso di eccitazione.

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Oggi ospitiamo Marco, autore del Thriller Madley, che ci porta nella classica cittadina americana isolata, chiusa e all’apparenza perfetta. Quelle case tutte uguali, coi prati curati e la pulizia che si sposa col lavoro di abili arredatori di interni. Immagini che ci siamo abituati a vedere nelle serie tv. Il libro si trova in una fase di “crowfunding”, ovvero una prevendita per giungere alla pubblicazione. Per dettagli, contattate l’autore tramite Facebook.

Foto su concessione dell’autore Ciao e benvenuto nel Blog di memorie dal Buio. Rompiamo il ghiaccio con una presentazione. Raccontaci di te e di ciò che hai scritto.
Ciao! Mi chiamo Marco Marmiroli ho 37 anni e ho scritto un Romanzo Thriller: MADLEY. Il libro attualmente è in campagna crowdfunding con bookabook, parla di una cittadina chiamata appunto Madley nella quale accadono cose un po’ strane e dove vivono personaggi un po’ “border Line” compresa la protagonista Doroty, una biondina un po’ particolare.
Quanto è importante il ricordo e la memoria nella trama del tuo lavoro?
Il Tema del ricordo è molto importante. La storia infatti viene narrata da un vecchio che ricorda cosa è accaduto quando lui era giovane a Madely
Quando scrivi, quanto attingi al tuo vissuto e alle esperienze passate?
I miei racconti nascono da un’idea che poi sviluppo successivamente integrando l’ipotetico con il vissuto. Quindi direi che la componente personale è molto importante. Le idee infatti le sviluppo partendo anche da ricordi.
Racconta il momento catartico, il più importante che serbi nel ricordo del processo di scrittura del tuo lavoro.
Ero seduto in sala, in quel periodo stavo passando un momento molto difficile della mia vita. Lo scrivere per me è sempre stato uno sfogo quindi per alleggerire la mente presi carta e penna e le parole iniziarono a fluire quasi automaticamente. Mi venne in mente questo nome MADLEY una cittadina nel deserto dove la gente si mascherava dietro finte apparenze. Ed ecco l’idea!
Dei tuoi personaggi, ce n’è uno che possa essere lo specchio del vissuto, della sapienza e delle memorie?
Si, O’ Brayan, lui è un giovane tenente che assiste alla Follia di Madley. È lui che ricorda il nome della città quando ormai vecchio ha solo i ricordi come appiglio prima di morire.
Condividi un ricordo particolare della tua vita che possa aiutarci a capire il tuo lavoro nella sua completezza.
Come detto Madley nasce come esigenza di sfogo durante un periodo molto difficile della mia vita. Ero circondato da persone tossiche che stavano distruggendo i miei sogni e la mia libertà.
Ascoltando le parole di Marco è quasi d’obbligo immedesimarsi nel momento catartico di germinazione dell’idea. Un autore lo sa bene: l’ispirazione, la voglia di scrivere ed esorcizzare il dolore o la frustrazione giunge proprio quando la vita cerca di metterti i piedi in testa.

